E mentre i Benetton si occupavano di autostrade e concessioni, il loro core business abbigliamento declinava

di Simone Filippetti industriaitaliana.it 19.10.18

♦ Riproduciamo il capitolo del libro “Serenissimi affari. I veneti in Borsa tra splendore e declino”, che fotografa il periodo – dal 2012 ad  oggi – di declino dell’attività industriale originaria della famiglia di Ponzano Veneto. Il 2017 ha chiuso con 180 milioni di perdite, record rispetto agli 81 milioni di rosso del 2016 e ai 46 milioni del 2015. Calano anche i ricavi, chiudono i negozi e… Tutto ciò mentre i competitor Zara ed H&M vanno alla grande.

“Serenissimi affari. I veneti in Borsa tra splendore e declino” di Simone Filippetti Prefazione di Paolo Madron è edito da Marsilio 

Benetton: i maglioncini si sono scoloriti

A metà degli anni ‘80, un giovane fotografo si impose agli occhi degli italiani. Era l’autore di spot che avrebbero scritto la storia della pubblicità e segnato un’epoca nell’Italia del rampantismo di Bettino Craxi e della “Milano da Bere”. Immagini scioccanti e provocatorie (per quegli anni) che fecero dell’allora sconosciuto creativo un’icona pop. E dell’azienda che reclamizzava un marchio indiscusso del Made in Italy: suore e preti che si baciavano, malati terminali di Aids, neri e bianchi che si stringevano la mano. Il fotografo era Oliviero Toscani e l’azienda Benetton, una medio piccola industria tessile di Treviso che fino a quel momento era semplicemente una delle tante Pmi dell’operoso Nordest. Grazie al fortunato sodalizio tra Toscani e Benetton, l’azienda di abbigliamento è diventata un brand mondiale. E poi c’era anche il prodotto: maglioni dai colori sgargianti che ben identificavano un’era, quegli anni ‘80 degli Yuppie e dei Paninari che divennero un simbolo in tutto il mondo. Luciano Benetton, con la sua capigliatura estrosa da pittore rinascimentale, si era inventato il marchio nel 1965, sulla scia della conterranea Stefanel che aveva aperto i battenti pochi anni prima. È stato merito suo, il più grande di quattro fratelli rimasti orfani da bambini nel Veneto dell’immediato Dopoguerra, l’aver portato la famiglia veneta a una ricchezza impensata.

 

 

Dal primo negozio, aperto a Belluno nel 1966, agli anni d’oro dei decenni ‘70 (quando Benetton arriva a esportare il 60% della produzione) e ‘80 (culminati con la quotazione in Borsa, da 210 miliardi delle allora Lire, addirittura in tre diverse piazze: Milano, Francoforte, New York). Il simbolo dell’ascesa è la fantasmagorica Villa Minelli a Ponzano Veneto, alle porte di Treviso: un’immensa casa di campagna padronale costruita nel XVI secolo, circondata da un parco, comprata nel 1969, ma inaugurata a metà anni ‘80 dopo 15 anni di restauri che l’hanno trasformata in una sorta di quartier generale museo da dove i Benetton tirano le fila dei loro affari. Luciano è l’uomo dietro al successo dei maglioncini, che arrivano a superare, negli anni d’oro, i 2 miliardi di giro d’affari e a impiegare oltre 10mila dipendenti.

L’azienda Benetton ha fatto accumulare alla famiglia quel tesoretto che ha posto le basi per la nascita dell’Impero che è oggi Edizione Holding, la cassaforte dei quattro fratelli. Se Luciano è dunque il creativo, il fratello Gilberto è invece il cervello finanziario: rimasto in ombra mentre Luciano guadagnava celebrità e le copertine di riviste e giornali, Gilberto intuisce che l’azienda deve diversificarsi e sul finire degli anni ‘90, sfruttando il patrimonio nato coi maglioncini e la stagione delle privatizzazioni dell’Iri, trasforma il gruppo in una super–holding. Che oggi spazia dagli aeroporti, alle autostrade, ai duty free.

Quelli erano, però, per la United Colors of Benetton i favolosi anni ‘80, appunto. Anni che culminarono con lo sbarco in Borsa del gruppo: era il 1986 e Piazza Affari accolse, al prezzo di 10mila lire, il Signore incontrastato della moda giovane. In quegli anni Benetton legò il suo nome ai motori: la casa di moda entra nel gran circo mediatico-sportivo della Formula 1, allora dominata dallo strapotere Ferrari-McLaren. Rileva una vecchia scuderia in disarmo, la Tolemon, e la trasforma nella Benetton Renault. Al comando c’è uno sconosciuto manager piemontese, ex geometra di Verzuolo, cittadina in provincia di Cuneo: tale Flavio Briatore. La Benetton macina successi nei Gran Premi e dalla sua scuderia esce un giovane pilota di belle speranze: Michael Schumacher destinato a diventare il campione più celebre della Formula 1. La fama sportiva è una molla pubblicitaria mostruosa per il marchio Benetton, a cui nel frattempo si è aggiunto anche Sisley, una linea più sportiva e casual che negli anni ‘80 è gettonatissima tra i giovani (tanto che la Fiat ne farà anche un fortunato modello di Panda 4×4, la Panda Sisley).

 

FLAVIO BRIATORE INTERVISTATO DA CAROLINAGYNNING NEL PÈADDOCK DEL GP DI MONTE CARL

 

Ma nel frattempo sono passati tre decenni. Il matrimonio inossidabile Toscani–Benetton è finito e il marchio Benetton si è appannato. L’azienda ha detto addio anche al mondo dei motori, dopo aver venduto tutto, nel Duemila, al socio Renault ( pochi anni la famiglia investirà invece in una mega operazione di terreni: un latifondo da 900mila ettari in Patagonia, Argentina, per allevare pecore da lana merinos). Su un mercato che prima era una prateria dove scorazzare indisturbati, sono arrivati concorrenti agguerriti: Zara, H&M, Mango, Custo (tre spagnoli e uno svedese). L’offerta di moda giovane, con un brand a prezzi accessibili,dove Benetton era stato un pioniere, si è moltiplicata e, mentre gli altri correvano, Benetton è rimasta ferma: il vantaggio del pioniere è svanito. I veneti hanno cominciato a perdere quote a scapito degli avversari.

Nell’anno dello sbarco in Borsa, Benetton macinava fatturato e utili: aveva brindato al traguardo di quota 1000 miliardi (quasi 500 milioni di euro) di giro d’affari, generato da 3.500 negozi sparsi per il mondo, e oltre 100 miliardi (60 milioni) di profitti. Insidiata da tempo dagli altri marchi emergenti, ecco la mossa inaspettata: due anni fa, i Benetton annunciano, fulmine a ciel sereno, il ritiro della storica azienda di famiglia dalla Borsa di Milano. Un delisting, nel gergo della finanza. Benetton abbigliamento scompare dai radar del mercato per tornare negli hangar. Motivo? Una difficile, e senza garanzia di successo, ristrutturazione. Al momento dell’addio da Piazza Affari, il gruppo veneto fattura due miliardi di euro; Zara, il marchio della spagnola Inditex, cinque volte tanto e senza 30 anni di storia alle spalle. Oggi Benetton fattura quello che la concorrente iberica fa di utili. Un gigante contro un nano. Solo che dieci anni fa la situazione era invertita, con Benetton a guardare dall’alto. I giganti erano gli italiani, gli spagnoli i nani.

I Benetton hanno offerto 4,6 euro per riprendersi l’azienda. L’avevano portata in Borsa, quasi 30 anni prima a 10.000 lire (circa 5,1 euro), quando la quotarono. La famiglia ci guadagna (in senso relativo) perché si ricompra a prezzo più basso quello che avevano quotato a prezzo più alto. Una volta tanto non restano col cerino in mano i piccoli azionisti storici: per chi era entrato nel lontano 1986, l’avventura si chiude con un piccolo guadagno (il prezzo di Opa è poco sotto quello di quotazione, ma nel frattempo gli azionisti hanno incassato dividendi nel corso dei decenni). E gli utili accumulati negli anni d’oro non sono evaporati, come spesso succede in tante aziende, ma sono andati a finanziare l’espansione dell’impero, creando le altre gambe. Cos’è successo?

È successo che Benetton ha perso appeal: comprare un capo Zara oggi fa più figo di un Benetton, costa poco e puoi cambiare il tuo guardaroba ogni stagione senza dover spendere una fortuna. Il marchio italiano, invece, non riesce più ad avere la stessa presa di un tempo sui consumatori. Il solo ritornello del Made in Italy, della sartorialità e del gusto inimitabile di un capo italiano, è un karma che non basta più: la moda, specie nel segmento dove opera Benetton, che è la fascia medio–bassa, è un mercato sempre più competitivo, dove i margini si assottigliano perché le basse barriere all’ingresso e l’aggredibilità dei marchi porta i prezzi al ribasso. Una maison del lusso può permettersi di sparare prezzi folli, ma sul retail e sul mass–market, soprattutto in uno scenario di polarizzazione dei consumi, se non insegui la politica dei prezzi concorrenziali sei fuori gioco. Ma questo comporta guadagni sempre più risicati. In più con la recessione che ormai dura da anni in Italia, i consumi languono e questo non aiuta a recuperare quote di mercato. Volendo, c’è anche una lettura più “politica” della saga: i Benetton hanno costruito una fortuna sull’abbigliamento, fortuna con la quale poi hanno iniziato a far altro.

 

LUCIANO BENETTON ( PHOTO BY PAUL KATZENBERGER )

 

Oggi sono i padroni degli aeroporti e delle autostrade italiane (con il colosso Adr–Atlantia). Siedono nei salotti strategici dell’alta finanza: nel tempio laico Mediobanca, nelle Assicurazioni Generali, nella Pirelli di Marco Tronchetti Provera e nel Corriere della Sera, il quotidiano dove ogni imprenditore in Italia sogna di entrare. Il fatto è che questo “altro” (ossia le diversificazioni degli interessi) si è rivelato o molto più redditizio, o strategicamente più rilevante, dello storico business dell’abbigliamento. E oggi, da un punto di vista reddituale (basta vedere le performance di Borsa), il marchio Benetton è l’anello debole di tutta la galassia.

Così all’improvviso– dicevamo– nel 2012 hanno annunciato l’addio alla Borsa, dopo 26 anni di onorata presenza. Perché andarsene da Piazza affari? Per vendere? Difficile che i Benetton vendano, perché l’azienda di famiglia ha un valore affettivo enorme per la dinastia di Ponzano Veneto. Però si vede che la famiglia è anche distratta da altro. La girandola dei manager in Benetton, sei negli ultimi undici anni, è il segnale che qualcosa non va per il verso giusto e il bilancio ne è la riprova: nel 2011, ultimo bilancio pubblico, gli utili erano caduti del 30% a 70 milioni. Nel 2008 i profitti erano 155 milioni: in tre anni si sono dimezzati e ora addirittura il gruppo è in passivo. Stiamo pur sempre parlando di un marchio presente in 120 Paesi. Ma il maglione è impolverato. E se dovesse continuare questa tendenza pericolosa di continuo peggioramento, avere le spalle larghe potrebbe non bastare più. Ecco la decisione: via l’azienda dalla Borsa dove pure era sbarcata con successo. Ed era considerata una storica “Blue chip”.

Allora ha fatto bene la famiglia a decidere di togliere l’azienda dal mercato. La Borsa si nutre di aspettative e premia le aziende che mostrano di saper crescere. Ma soprattutto i mercati hanno sempre fretta: vogliono vedere risultati su basi trimestrali, una frenesia che non va d’accordo con le ristrutturazioni. Non c’erano più le condizioni a che il mercato apprezzasse l’azienda. Al momento dell’addio a Piazza Affari, il titolo era fortemente deprezzato e sottovalutato. Con meno di 700 milioni di capitalizzazione, il gruppo valeva meno dei soli immobili che possiede. Paradossi del mercato: come se il marchio valesse zero.

Fuori dalla Borsa, la famiglia ha più spazi di manovra per rilanciare l’azienda. La sfida è dura: c’è da ripensare un business e ritrovare quella spinta creativa e glamour degli anni ‘80. Oppure un partner: magari la stessa Zara o H&M? Sono passati due anni da quando la nave è rientrata in porto. Ma finora si è visto poco. E i numeri, seppur ora arrivino col contagocce al mercato, raccontano un’azienda che ha perso ancor più terreno e si sta avvitando. Nel 2012 il fatturato era sceso sotto la soglia dei 2 miliardi, a 1,8, con una caduta del 10%. La marginalità si era ulteriormente contratta: si cala ancora, a 770 milioni. Gli utili, pericolosamente vicini allo zero (24 milioni). E l’anno scorso, terribile per il Paese sprofondato ancor più in recessione, le cose non potevano certo migliorare.

Ed ecco l’inevitabile epilogo di anni di declino: Benetton è stata affossata da una perdita monstre di poco meno di 200 milioni (ma il dato non è ufficiale). I ricavi sono scesi a 1,6 miliardi, un altro–10%, per il secondo anno di fila. È il bilancio più disastroso della storia del gruppo veneto. Era successo solo una volta in quasi 40 anni di storia di finire in rosso, e allora era stato solo per un motivo straordinario. Unica notizia positiva, il debito: è stato dimezzato da 600 a 300 milioni. Al momento dell’addio dalla Borsa, il gruppo mostrava segnali di difficoltà, ma era ancora profittevole. Ora perde fatturato e soldi. Un brutto segnale.

 

NEGOZIO UNITED COLORS OF BENETTON / GRAN VÍA – CALLAO ( PHOTO BY RICARDO RICOTE RODRÍGUEZ)

 

È stata anche tentata qualche contromossa: tipo il taglio dei costi e la riduzione del personale (l’anno scorso erano stati annunciati inizialmente 450 licenziamenti, poi convertiti in contratti di solidarietà con esuberi dimezzati). Ma di fronte al crollo dei consumi di tutto il mercato, non è bastato. Ci vuole qualcosa di più drastico. Benetton sta dimezzando la sua presenza: è in uscita da 60 mercati su 120 in cui era. Ma il problema di fondo rimane l’eccessiva esposizione in Italia, il paese peggiore, oggi, per un’azienda di largo consumo. Il Belpaese pesa ancora per il 39% del giro d’affari e Benetton è di fatto un’azienda Euro–centrica: i mercati Ue, area dove l’economia arranca, rappresentano il 75% delle vendite del gruppo. A inizio 2014, ecco che circola una notizia inaspettata: sul ponte di comando approderà un nuovo manager (la famiglia aveva fatto un passo indietro già nel 2003). Si dice sia il tedesco Bruno Salzer: fama di duro, primo dirigente straniero in casa Benetton.

Potrebbe essere la persona giusta: Salzer viene da Escada e da Hugo Boss. Ha una grossa esperienza nel settore retail e abbigliamento, esperienze che i precedenti di Benetton non avevano in curriculum. Ma il nome si rivelerà una bufala. In Benetton arriva sì un nuovo amministratore delegato, ma non è Salzer. Bensì un uomo di casa Benetton, Marco Airoldi. Il 54enne manager viene dalla multinazionale della consulenza Bcg (Boston Consulting Group), ma da 20 anni segue gli interessi della famiglia (ed è stato anche in passato direttore generale di Autogrill, altra azienda della galassia Benetton). È, in ogni caso, l’ennesimo cambio di panchina, a sostituire l’AD Biagio Chiaro Lanza.

La nomina di Airoldi– e i rumors su Kaiser Bruno, forse fatti girare ad arte per bruciarlo o per sondare le reazioni del mercato– scuotono, però, anche i delicati equilibri familiari, dove tra i vari fratelli non sono mancate frizioni in passato, soprattutto tra Luciano e Gilberto. E proprio sul ruolo nel gruppo di Alessandro, il figlio di Luciano che da tempo studia da erede designato dello scettro, ma che si scontra con le diffidenze di Gilberto, da sempre favorevole al suo uomo di fiducia Gianni Mion. Dopo il delisting, le redini di Benetton erano passate nelle mani di Alessandro, figlio di Luciano, nel ruolo di dominus che assommava presidenza e alcune deleghe manageriali. Con l’arrivo di Airoldi, ma soprattutto la sua defenestrazione da presidente, sostituito proprio da quel Mion braccio destro dello zio Gilberto, il suo ruolo subisce inevitabilmente una deminutio. E vi si legge tra le righe una sorta di implicita bocciatura per Alessandro, relegato al solo ruolo di consigliere di amministrazione, ma con la compensazione di un assegno da 1,7 milioni di euro come buonuscita per l’ex incarico da presidente.

Che farà a questo punto l’eterno rampollo? Rimarrà ancora in azienda o preferirà fare un passo indietro per dedicarsi al suo primo amore, il fondo di private equity da 21 Investimenti (proprietario, tra l’altro, anche dei cinema The Space, la ex catena Warner Village). Una soluzione drastica e di rottura, per la famiglia, ci sarebbe, ma è ritenuta un’eresia in casa Benetton: vendere l’abbigliamento. Logica consiglierebbe, di fronte alla difficoltà di rilanciare l’azienda, di passare la mano (fintantochè il marchio è appetibile) e di concentrarsi sugli altri business, più profittevoli. Ma la Benetton ha un forte valore affettivo per la famiglia: soprattutto Luciano non accetterebbe mai di lasciare la sua creatura, quella su cui è stata costruita la fortuna del gruppo. Di fronte alla crisi, prevarrà la ragione o il sentimento?

 

Dai Panettoni di Stato a multinazionale: il caso Autogrill

Non so se vi sia mai capitata tra le mani una di quelle cartoline degli anni ‘50 o ‘60. Ritraggono l’autostrada del Sole, i ristoranti Pavesi, quelli a ponte. Fanno sorridere, perché oggi a nessuno verrebbe mai in mente di spedire una cartolina (ma nemmeno di postare un selfie sui social network) con una stazione di servizio. Eppure quei ristoranti a ponte e quelle autostrade nuove e scintillanti, erano allora il simbolo del Paese che rinasceva, l’emblema del boom economico del Dopoguerra. Le autostrade sono state il sistema venoso del corpo Italia, le arterie che facevano circolare il sangue dell’economia. Per 50 anni il Paese si è mosso, non solo fisicamente, sulle strade asfaltate. Il Pil è andato di pari passo con la motorizzazione di massa. E su quelle autostrade, quando ci si fermava con la famiglia nei primi esodi estivi dell’Italia degli anni d’oro, si mangiava divinamente.

I ristoranti Pavesi–Motta–Alemagna erano il sogno di ogni bambino degli Anni ‘50. “Panettoni di Stato”, lo sprezzante nomignolo affibbiato da economisti e giornali. Il primo bar a insegna Motta, nella galleria Vittorio Emanuele, a Milano, aveva aperto i battenti nel 1928. Poi a metà Anni ‘70 assieme ad Alemagna e Pavesi (il cui primo chiosco-bar sulla Milano-Novara era stato inaugurato nel 1947, con l’Italia ancora tra le macerie fumanti della guerra), le tre insegne confluirono nella Sme, una società finanziaria che faceva capo all’onnipotente e onnipresente IRI, il motore immobile dell’economia italiana, le famose “partecipazioni statali”.

In quegli anni l’Italia è il più sovietico dei Paesi occidentali in politica economica: la presenza dello Stato è soffocante. Il pubblico produce di tutto, dalla benzina all’elettricità, dalle automobili agli aeroplani. Arriva anche sulla tavola: lo Stato “mammone” cucina per gli Italiani anche i dolci da mangiare a Natale. Ecco i famosi, o famigerati, “Panettoni di Stato”, paradigma del più deletereo statalismo. Roba da piani quinquennali della Russia sovietica di Stalin. Oggi il nome Pavesi non esiste più. Ma continuano a esistere quei ristoranti ed esiste il “Favoloso Mondo di Autogrill”. Quello di Autogrill è il più spettacolare caso di privatizzazione riuscita e di nascita, da zero, di una multinazionale su scala mondiale. Assieme a Luxottica (altro veneto, sarà un caso?), sono probabilmente le uniche due aziende globali che l’Italia vanti (non c’è Fiat o Finmeccanica che tenga).

Oggi, è un gruppo da 4 miliardi di giro d’affari e 55mila dipendenti che spazia dall’Alaska all’Australia: non c’è un aeroporto internazionale (da Londra Heathrow a Dubai, dal JFK di New York a Kuala Lumpur) dove Autogrill non serva qualcosa da mangiare. Anche a vostra insaputa: perché magari c’è l’insegna Burger King o Costa Cafè, ma sono gli Italiani che lo gestiscono. Gli riesce così bene che dal mangiare sono passati poi anche ai duty free. Autogrill è diventata talmente grande che di una società ne hanno fatte due (Autogrill e WDF): una per i ristoranti, e una per i duty free.

Sotto il cappello del mastodontico moloch chiamato IRI, Autogrill sarebbe rimasta una bella società italiana o poco più. Oggi invece è una delle più grandi, e misconosciute, storie europee di perfetta sintesi tra pubblico e privato. La svolta epocale arriva con gli anni ‘90: l’IRI viene sciolta e le sue aziende messe in vendita (il governo Prodi deve fare cassa per risanare i conti ed entrare nell’Euro). Nel 1995 Autogrill (il copyright è della Pavesi che inventò il nome e mai scelta di un marchio fu più felice) diventa privata. E chi si fa avanti? Una famiglia veneta che fino ad allora aveva riscosso successo con dei maglioncini colorati, i Benetton. La mossa era inusuale: loro sono dei parvenu del Nordest, non fanno parte dei salotti buoni. Gilberto Benetton, la mente dietro la diversificazione degli affari di famiglia’, ha però una capacità previsionale fuori dal comune e capisce che quella è una grande occasione (oltre ai panini, dall’IRI, si comprò anche le ben più corpose Autostrade, che però non diventeranno globali come Autogrill).

 

LA SEDE CENTRALE DI BENETTON GROUP: VILLA MINELLI A PONZANO VENETO, IN PROVINCIA DI TREVISO.

 

L’azienda è una singolare e irripetibile miscela di creatività italiana e rigore anglosassone (molto poco italiano, invece, è l’understatement, la ritrosia a esibire i propri successi). Incroci del destino: mentre i maglioncini Benetton cominciavano a infeltrire, saliva in orbita l’astro Autogrill. Appena entrati, i Benetton fanno tre cose: quotano in Borsa, puntano a esportare il modello all’estero e managerializzare l’azienda. L’eccellenza nel cibo e una certa art de vivre sono i jolly del Paese. Eppure gli Italiani, con il loro spirito imprenditoriale molto individualista, mancano spesso di efficienza e di quella disciplina che fanno la differenza tra i capitalismo familiare e l’impresa globale. Le imprese familiari pagano lo scotto di litigi interni e dell’insofferenza verso il mercato e la gestione manageriale.

Autogrill invece è una simbiosi perfetta tra le due anime, familiare e mercatistica. I Benetton subito si aprono all’esterno, con manager estranei alla famiglia a gestire, e conla quotazione della società. Il piano industriale? Il cibo in movimento: sfamare i viaggiatori in senso lato (perché solo in autostrada? Ovunque). L’idea va di pari passo con un’altra buona mossa: lo sbarco negli Stati Uniti. Nel 1999, la Autogrill dei neopadroni Benetton compra la Hms Host, Host Marriot Services, una sorta di Autogrill americano. È lo stesso anno in cui un altro veneto, Luxottica, mette a segno un colpo, sempre in America: rileva la casa che produce i Ray Ban. Entrambi i blitz all’estero sono destinati a cambiare la storia delle due aziende.

Hms Host è un marchio storico: l’azienda è nata nel 1897, più di un secolo prima (un record e una rarità in una nazione senza storia e dove il capitalismo distrugge di continuo aziende per crearne di nuove). Si porta in dote la scintilla di un nuovo business model per i nuovi padroni italiani: il franchising di alcuni marchi famosi, come Starbucks e Pizza Hut. È l’uovo di colombo: invece di colonizzare il mondo con bar Autogrill, meglio gestire marchi famosi di cui i viaggiatori sono già clienti abituali. Ecco che Autogrill, oltre ai suo ristoranti col famosa insegna della A rossa, inizia a diventare un concessionario. Prende in affitto grandi spazi, nelle stazioni ferroviarie, nei musei, negli aeroporti, e li riempie di insegne che piacciono al pubblico.

L’uomo cui i Benetton hanno affidato le chiavi di Autogrill è Gian Mario Tondato Da Ruos, (ex rugbista, anche se dal fisico, asciutto e slanciato, non si direbbe). Schivo al limite dell’indisponente, di poche parole e molti fatti, il manager porta gli ex ristoranti Pavesi a diventare un colosso mondiale delle concessioni. Già l’anno dopo la conquista dell’America, Autogrill è un gruppo da 3 miliardi di euro di fatturato e 4300 ristoranti in 16 paesi del mondo. Ma è solo l’inizio. Arriverà a sfondare i 6 miliardi nel 2008, raddoppiando dimensioni in soli 8 anni (e nel 2011, ultimo anno del gruppo unificato prima della scissione, arriverà a 6,5 miliardi di ricavi, un record, così come per gli utili,di 139 milioni).

Autogrill è per la famiglia di Ponzano quello che United Colors of Benetton era negli anni ‘80: la gallina dalle uova d’oro. Dopo l’America, seguiranno altri due grandi acquisizioni (frutto della sua strategia): la spagnola Aldeasa, regina dei duty free in America Latina e l’inglese World Duty Free . Sulla scrivania di Tondato, racconta chi ha avuto modo di vederla, c’è una lettera scritta da Joe Biden, il vice–presidente degli Stati Uniti. Il braccio destro di Barack Obama, si complimenta per come Autogrill ha rinnovato un’area di servizio lungo l’autostrada che il secondo uomo più potente al mondo fa in auto ogni mattina per andare alla Casa Bianca. È la consacrazione di un’azienda italiana a multinazionale su scala globale.

Ma quella stessa Italia che l’ha tenuta a battesimo è oggi il problema principale per Autogrill. Una crisi senza precedenti e che non finirà a breve. Di più, un mercato autostradale, già in difficoltà, dove le gare sono anti–economiche, le stazioni di servizio ormai troppe (una ogni 25 km contro una media europea di 50 km) e si continua a far proliferare l’offerta. Un cocktail micidiale: se non si rivede l’intero sistema delle concessioni, Autogrill non avrà altra scelta che lasciare l’Italia. Lo dicono i numeri, impietosi. In nove anni il peso del mercato interno sul totale del gruppo è calato di 30 punti: nel 2003 il solo business autostradale faceva quasi la metà del margine di tutta Autogrill (40% sull’Ebitda di gruppo). L’anno scorso il peso dell’Italia è caduto al 14%: se il calo continua a questi ritmi, è matematica, tra 3 anni la redditività dell’Italia sarà un microscopico 3%. Già oggi i costi generali di tutta l’azienda (6 miliardi di fatturato nel 2012 prima della separazione) equivalgono a quanto fattura l’Italia: solo questo basterebbe per traslocare da un’altra parte.

La recessione sta lasciando a piedi gli Italiani. Il traffico sulla rete viaria a pagamento è caduto dell’11% negli ultimi due anni. Siamo tornati indietro di 12 anni. L’agognata ripresa, se mai ci sarà, toccherà in ogni caso solo marginalmente le autostrade perché ormai si va verso un mondo sempre meno autocentrico. La rivoluzione dei treni ad alta velocità sta cambiando le abitudini di trasporto e di spesa della gente. Si preferisce un treno col wi-fi dove si può chattare con gli amici in Facebook. Guidare è un piacere da Anni ‘70, quando si viaggiava a gruppi. L’auto è destinata a diventare un dinosauro per gli spostamenti a lunga percorrenza. Per ora, Autogrill ha dimezzato le aree di ristoro (21 concessioni rinnovate sulle 42 precedenti), per adeguarsi a un mondo post–crisi.

Da Villa Minelli, in quel di Ponzano, i Benetton sono corsi ai ripari, ancora una volta con una visione di lungo periodo. Dopo quasi dieci anni, Autogrill è tornata alle origini. Ossia a quella ristorazione che è nel DNA e ha scritto la storia del gruppo. Ma nel ritorno al passato, si sono gettati i semi del futuro, anche con un’Italia in declino apparentemente inarrestabile. Sono state separate le due anime del gruppo (la ristorazione e i duty free): la vecchia Autogrill è tornata a fare solo ristorazione; la “nuova” Wdf (World Duty Free) gestisce i negozi negli aeroporti ed è stata anch’essa quotata a Milano nell’autunno del 2013.

È il terzo snodo cruciale nella vita di Autogrill, da quando è stata privatizzata. Prima lo sbarco negli Stati Uniti, nel 1999 con Hms Host. Poi nel 2005, quando la società era in una posizione “scomoda”: big mondiale della ristorazione con oltre 3 miliardi di ricavi, ma con prospettive di mercato non incoraggianti. Il food&beverage aveva margini prospettici in calo, cosa che poi si è rivelata tale (peraltro amplificata dalla crisi). Da lì la diversificazione dei duty free. Le due anime, simili solo in apparenza, perché operano negli stessi spazi (aeroporti, stazioni), hanno business model diversi e soprattutto prospettive molto diverse: il duty free è il mercato che cresce a ritmi sostenuti e ha grossi margini; la ristorazione, invece, è un settore che oggi necessita di una ristrutturazione.

In Italia paga la caduta del traffico autostradale, che rappresenta ancora il grosso del mercato per Autogrill: di qui la scelta di separare i destini. Anche perché così gli stessi Benetton possono trovare un grosso partner per assicurare un altro capitolo di espansione nella storia di Autogrill. Il futuro delle due nuove società è stato tratteggiato dallo stesso Gilberto, sempre più l’eminenza grigia della famiglia: trovare un marito per entrambe le società. Già da almeno due anni i Benetton avevano in testa questo passo, ma il centauro Autogrill (metà ristoranti, metà negozi) impediva aggregazioni. Ora con due società separate e due business focalizzati si potrà trovare molto più facilmente quel partner industriale che il mercato aspetta da anni e che farebbe di Autogrill e Wdf i numeri uno al mondo nei loro rispettivi settori.

Gli occhi sono puntati a Est, ma bisogna anche rimanere nella vecchia Europa. L’Asia e i mercati emergenti sono il futuro delle concessioni e degli aeroporti, ma sono i vecchi mercati, ancora oggi quelli coi numeri più grandi. Se vuoi essere un leader oggi devi essere per forza in Europa e negli Stati Uniti, ma se vorrai essere un leader tra 10 anni, devi entrare oggi nei paesi asiatici. Per farlo i Benetton sono disposti anche a rinunciare alla proprietà. Scendere sotto il 50% di Autogrill: meglio essere piccoli azionisti di un colosso mondiale che l’azionista di maggioranza di un gruppo piccolo (che poi tanto piccolo non è). Ancora una volta, a Villa Minelli precorrono i tempi. È il futuro del capitalismo familiare.

Da dove viene l’ultima purga sui social media che lascia lo stato del discorso sociale?

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

 

Scritto da Elizabeth Lea Vos, via  Disobedient Media,

In  precedenza, i media disobbedienti hanno riportato la stretta stretta della censura sui social media. Sfortunatamente, gli eventi che hanno avuto luogo dopo la pubblicazione dell’opinione di questo scrittore secondo cui Julian Assange era il primo domino a cadere in una serie di misure di censura sempre più draconiane hanno superato di gran lunga anche le peggiori aspettative di questo autore.

Il giro di vite ha visto il coinvolgimento di organizzazioni che hanno una storia documentata di  paga da giocare  e sono supportate da gruppi incluso il  Partito Comunista Cinese  in collaborazione con organizzazioni di establishment occidentali compresa la  NATO . In questo modo, le rinnovate pulsioni di censura rappresentano una strana nuova cooperazione tra i gruppi internazionalisti transatlantici e la Cina, in quanto la prima ha reagito negativamente all’ascesa di movimenti populisti e nazionalisti in Occidente che hanno interrotto il loro controllo.

Prima di discutere i dettagli dell’ultima purga dei social media, però, chiediamo:  è la censura non dominata e coordinata su Twitter, Facebook e altre piattaforme di social media un affronto illegale alla libertà di parola?

Nel caso di Twitter, almeno, sembriamo avere una risposta affermativa alla domanda. Come   riportato da CNBCall’inizio di quest’anno, un giudice federale ha stabilito che Donald Trump non poteva legalmente bloccare gli utenti di Twitter. Il giudizio in effetti definisce la piattaforma come un “forum pubblico” che può essere regolato dal governo per difendere la libertà di parola del primo emendamento protetto. CNBC ha scritto:

“Il giudice Naomi Reice Buchwald ha dichiarato nella sua sentenza che Trump sta violando la Costituzione degli Stati Uniti impedendo a certi americani di vedere i suoi tweet su  @realDonaldTrump . La piattaforma di social media, ha detto Buchwald, è un” forum pubblico designato “dal quale Trump non può escludere singoli querelanti .  ha respinto un argomento da parte del Dipartimento di giustizia che il presidente aveva il diritto di bloccare seguaci di Twitter per la sua “libertà associative.” [enfasi aggiunta]

La sentenza di Buchwald   afferma in parte:

 “La nostra indagine sul fatto che il discorso in questione sia protetto dal Primo Emendamento è semplice: i querelanti cercano di impegnarsi in discorsi politici, Stip. 46-52, e tale” discorso su questioni di interesse pubblico “” rientrano nel nucleo di Prima protezione dell’emendamento, “Engquist v. Ore. Dip. Di Agric., 553 US 591, 600 … Concludiamo prontamente il discorso in cui i querelanti individuali cercano di impegnarsi è un discorso protetto”.

Nei mesi successivi alla decisione di Buchwald, abbiamo assistito alla messa al bando degli utenti di Twitter che, come quelli designati a impegnarsi in un discorso politico su Trump, erano concentrati su questioni politiche.

Il focus dell’ultima purga su Twitter e Facebook di contenuti nazionali, orientati politicamente, solleva lo spettro del silenzio del dissenso che, almeno in teoria, dovrebbe godere della protezione del Primo Emendamento.

Ancor peggio, agli account vietati veniva spesso fornita una descrizione minima o nulla delle loro presunte infrazioni nell’avviso di sospensione di Twitter. Tra gli altri,  Occupy NZ non è  stata data alcuna ragione per il divieto:

Un altro sbocco giornalistico, The Anti-Media, è stato quasi simultaneamente bandito sia da Twitter che da Facebook, con molti dei suoi editor anche sospesi in modo permanente.

Sorprendentemente, il CEO di The Anti-Media ha affermato che Facebook ha lavorato attivamente con l’account Facebook della presa prima della loro improvvisa sospensione multi-piattaforma. L’Anti-Media rappresenta solo una delle centinaia di account e pagine vietate da Facebook e Twitter in questa recente repressione contro il pensiero anti-establishment.

In particolare, l’epurazione dei social media ha indirizzato sia le pagine di sinistra che quelle di destra. Ciò suggerisce che i divieti non erano tanto basati su pregiudizi politici, ma derivavano invece dalla  schiacciante paranoia dell’establishment verso il successo di tutte le varietà di notizie e discussioni anti-establishment. Gli sforzi sembravano orientati meno a sostenere una parte politica particolare prima dei periodi intermedi, piuttosto che mirava a proteggere lo status quo complessivo.

Quest’ultima caccia alle streghe ha comportato un coordinamento marcato tra  Facebook e Twitter , con l’   emergere di prove che quest’ultimo è stato coinvolto in una certa misura con il DFRLab del Consiglio Atlantico. Il DFRLab ha annunciato la sua controversa partnership con Facebook all’inizio di quest’anno. All’epoca,  MintPress News  scriveva del matrimonio tra interessi militaristici e social media:

“Il nuovo partenariato garantirà effettivamente che Atlantic Council fungerà da” occhi e orecchie “di Facebook, secondo una dichiarazione della stampa della compagnia, con la sua leadership composta da ufficiali militari in pensione, ex responsabili delle politiche e personalità del National Security State e Western le élite imprenditoriali, il ruolo del Consiglio atlantico nel sorvegliare il social network dovrebbe essere visto come un’acquisizione virtuale di Facebook da parte dello stato imperialista e dall’ampia lista di donatori ultra-ricchi e corporativi del Consiglio “.

La notizia dell’alleanza del Consiglio Atlantico con Facebook è giunta sulla scia delle  notizie  secondo cui Google ha sviluppato un motore di ricerca censurato in collaborazione con il governo cinese e ha avviato un  nuovo programma  per assistere la Cina nello sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI).

I Media disobbedienti hanno  già riferito in merito alla storia del pay-and-play del Consiglio Atlantico sostenuto dalla NATO, così come all’attacco diretto del DFRLab contro questo sbocco.

I sostenitori del Consiglio Atlantico includono la fondazione dell’oligarco ucraino Victor Pinchuk, The Open Society Foundation, gli Emirati Arabi Uniti, Bahaa Hariri, il miliardario fratello del primo ministro libanese Saad Hariri, Rockefeller Brothers Fund, Inc., NATO, il Dipartimento degli Stati Uniti di Stato, Lockheed Martin Corporation, il  Partito comunista cinese  e il ministero turco dell’Energia e risorse nazionali. L’ultimo dei cui capi, Berat Albayrak, è stato  oggetto di fughe  rilasciate pubblicando il gigante  Wikileaks che  esponeva la crescente oppressione politica in Turchia e la collaborazione con l’organizzazione terroristica ISIS.

Ad agosto, la  Disobedient Media ha  scritto della partnership tra DFRLab e Facebook:  “Un ex redattore di Time Magazine che sostiene le nazioni usando la propaganda sui loro cittadini è un illustre membro dello stesso laboratorio del Consiglio Atlantico che” collabora “con Facebook sulla politica di censura.” Vedere una organizzazione i cui sostenitori includono molti donatori stranieri e sostenitori di una censura estrema come la Cina impegnata nel processo di indebolire lo spirito e l’obiettivo delle protezioni costituzionali della libertà di parola è scoraggiante.

Per quanto riguarda l’ultimo giro di censura su Facebook, il  LA Times :

“Facebook ha dichiarato giovedì di aver eliminato oltre 800 case ed editori statunitensi per inondare gli utenti di contenuti politicamente orientati che hanno violato le politiche di spam della società, una mossa che potrebbe riaccendere le accuse di censura politica”.

In altre parole, nel nome di “proteggere” il processo democratico prima delle elezioni di medio termine, è opinione di questo scrittore che le azioni di Facebook e Twitter rappresentino un attacco diretto al Primo Emendamento.

In un modo veramente orwelliano, il grido di battaglia di “proteggere la democrazia” è invocato in un attacco a uno dei suoi principali principi fondamentali: la  capacità di esprimere il dissenso .

Il giornalista  Caitlin Johnstone , che recentemente è sopravvissuto  al tentativo di Twitter di  sospendere il suo account Twitter, ha descritto la follia della sospensione, osservando:  “In un sistema corporativo, la censura corporativa è una censura statale”.

Nel documentare la censura drasticamente intensificata e politicamente motivata dei giornalisti indipendenti, è impossibile non confrontare la realtà che non si tratta più di “se” si sarà messi a tacere, ma di quando.

Alberto Bagnai – L’informazione, il deficit, e i mercati

Di Saint Simon – Ottobre 20, 2018 vocidallestero.itIl senatore Alberto Bagnai, 55 anni, neo portavoce economico della Lega (Ansa)Ilsenatore Alberto Bagnai, 55 anni, neo portavoce economico della Lega (Ansa)

Dal blog Goofynomics di Alberto Bagnai traduciamo un post in inglese, principalmente rivolto agli investitori internazionali o comunque a un pubblico non esperto delle cose italiane, in cui, facendo riferimento a un articolo di Reuters, ne dimostra l’inesattezza, se non la tendenziosità. In giornate in cui il nostro paese si trova sotto attacco per la legittima volontà del suo governo di attuare un programma di rilancio dell’economia, che rischia l’asfissia, gli esempi di un’informazione imprecisa o volutamente manipolativa, che arriva a sfiorare il procurato allarme,  si moltiplicano, purtroppo soprattutto in Italia.E invece qualcuno che parla chiaro, inaspettatamente, lo troviamo proprio in Germania

 

di Alberto Bagnai, 14 ottobre 2018

 

I mercati sono nervosi, e li capisco bene. A volte le informazioni che ricevono dall’Italia sono davvero terrificanti! Li inviterei però a prenderle cum grano salis.

 

Prendiamo per esempio questo articolo, pubblicato qualche ora fa da Reuters. Mi concentrerò solo su una delle molte affermazioni discutibili: l’idea che il governo italiano programmi di “triplicare il deficit l’anno prossimo, facendo marcia indietro sulla precedente promessa di ridurlo”.

 

 

Ho provato a leggere questa frase con gli occhi di un investitore internazionale, comprensibilmente all’oscuro dei fatti e dei dati fondamentali dell’economia italiana, che conosce poco o nulla delle modalità con cui la legge di bilancio è scritta, discussa e approvata.

 

Prese alla lettera, queste parole significano che il governo italiano ha deciso di triplicare il deficit di bilancio del 2019 rispetto al valore di quest’anno. Quest’ultimo per ovvie ragioni non è ancora noto, ma secondo la maggior parte delle stime (incluse quelle del governo) è probabile che sarà all’1,8% del PIL. Poiché 1,8×3=5,4, gli investitori internazionali potrebbero concludere che il governo italiano programmi di espandere il deficit di bilancio oltre il 5% del PIL. Le loro preoccupazioni sarebbero del tutto giustificate.

 

Fortunatamente, tutti sanno che il dato corretto è 2,4: meno della metà del dato suggerito da Reuters. Da dove viene allora questo “triplo”? Per capirlo servono un po’ di informazioni di contesto. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) stabilisce un piano triennale per la politica di bilancio italiana, dove uno scenario di riferimento (il cosiddetto “tendenziale”, ovvero l’andamento previsto a politiche invariate) viene confrontato con uno scenario controfattuale (il cosiddetto “programmatico”, ovvero uno scenario che prende in considerazione il programma economico del governo). E ora possiamo spiegare questo presunto “triplo” prendendo 2,4 (il dato corretto) e dividendolo per 3: 2.4/3=0.8.

 

I mercati potrebbero avere dimenticato questo dato. Io no, perché lo scorso maggio ho riferito sul DEF al Senato della Repubblica Italiana: 0.8 era il rapporto deficit/PIL nel “tendenziale” proposto dal precedente governo.

 

Il resoconto di Reuters è quindi inesatto sotto almeno altri due aspetti. Primo, perché sarebbe inutile confrontare un dato “tendenziale” (non aggiornato, tra l’altro) con uno “programmatico”. In altre parole, nessuno sa cosa avrebbe fatto il Partito Democratico a settembre se fosse stato ancora in carica. Abbiamo abbastanza elementi per sospettare che avrebbe aumentato il suo dato “programmatico” di settembre rispetto al suo “tendenziale” di maggio, come in molti altri casi, ma questa è una questione discutibile. Non può essere fatto nessun confronto sensato tra il nostro 2,4 e il loro 0,8. Il secondo motivo per cui il resoconto di Reuters è errato è che l’attuale governo ad aprile non era in carica: quindi è in ogni caso sbagliato sostenere che sta “facendo marcia indietro”. Il governo italiano non ha fatto marcia indietro: è cambiato. Sospetto che qualcuno a Reuters possa essere dispiaciuto per questo, e me ne rammarico, ma non è colpa mia: è la democrazia.

 

Per farla breve: non c’è stata nessuna triplicazione del deficit, non c’è stata nessuna marcia indietro. C’è invece un grave problema di qualità dell’informazione. L’informazione, ancora più del denaro, è la materia prima più preziosa per chi lavora nei mercati. Spero che queste persone siano consapevoli del problema, e c’è qualche segnale che effettivamente lo sono.

Quel genio di Michael

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

 

Mago del cinema fuori dallo star system, dall’industria hollywoodiana, Michael Moore è geniale regista di film alternativi. Chi non ricorda il suo docufilm sull’11 Settembre e la memorabile scena di Bush junior, la sua faccia inebetita allorchè un suo collaboratore gli riferisce dell’attentato alle Torri Gemelle? Per dieci minuti e più il presidente degli Stati Uniti continua imperterrito a dialogare amorevolmente con i bambini di una scuola, come se gli avessero riferito che a casa era pronta la cena.

Perfino Michael, a ottomila chilometri di distanza dall’Italia, ha capito perché l’ondata di destra, finora latente nel nostro Paese, ha scelto di mandare al governo uno come Salvini. Come suo solito, Moore va dritto al bersaglio e lo definisce “razzista e bigotto”. D’accordissimo su “razzista”, mentre avremmo qualcosa da obiettare su “bigotto”. Salvini non lo è, finge di esserlo per strappare benevolenza ai cattolici, ma il Vaticano l’ha capito e respinge al mittente, indignato per il selfie del valpadano mentre sgrana il rosario. Un giudizio tranchant, Michael Moore lo manifesta intervistato alla Festa del Cinema di Roma, quando gli chiedono cosa ne pensa del ministro dell’interno e non solo sull’emigrazione: “Ritengo che gli italiani dovrebbero smetterla di sostenerlo. E’ anche un bigotto, contrario ai matrimoni gay perché non capisce che l’amore è amore, a prescindere dal sesso. Noi abbiamo Trump, voi avete avuto Berlusconi e ora vi ritrovate Salvini”. Il regista premio Oscar per il film “Bowling for Columbine” dice che è bastato il soggiorno in Italia di cinque giorni per capire le ragioni del successo di Salvini e Di Maio, malgrado i tanti errori che commettono. “Ho visto la televisione italiana, dove compaiono continuamente. La tv offre alla gente solo intrattenimento, e scadente, come succede in America con Trump. Da voi è colpa della sinistra che ha pensato ‘per vincere è meglio essere un po’ meno di sinistra’”

A proposito c’è aria di allerta tra gli strizzacervelli americani, che tra non molto potrebbero essere convocati per un consulto urgente sulle condizioni della salute mentale del tycoon. La sua ultima farneticazione mette in pericolo la pace nel mondo. Il presidente guerrafondaio, debitore nei confronti dei produttori e venditori di armi americani, che lo hanno fatto eleggere in combutta con petrolieri, razzisti e xenofobi, annuncia l’uscita degli Usa dal trattato nucleare con la Russia, che portò alla distruzione di 2.692 missili, 846 americani e 1.846 russi. Ora proclama Trump, costruiremo nuove armi e denuncia la Russia perché avrebbe violato l’accordo nucleare”. Consegguenze? O la camicia di forza o la Terra in pericolo, è questo il drammatico dilemma.

Ma allora, aveva sostanza il sospetto che qualcuno avesse inserito nel testo del decreto Economia e Finanza del governo gialloverde scandalose concessioni ai grandi evasori e agli esportatori di capitali all’estero, con forme di condono scandalose. La “manina” c’è stata rivela il Corriere della Sera. Salvini bugiardo? Il Ce l’avevo duro valpadano aveva giurato che i termini del condono erano noti a Di Maio al momento della discussione sul testo. Di Maio aveva annunciato di ricorrere alla Procura della Repubblica per scoprire chi, in modo truffaldino, avesse manipolato quella parte del decreto. Il Corriere sostiene che il responsabile è tale Massimo Bitonci, leghista sottosegretario all’economia. E Di Maio? Ha ottenuto l’eliminazione del capitolo indigesto per i grullini, ma ha concesso a Salvini un paio di favori e per esempio il sì alla legittima difesa sempre e comunque. Così fu pax, ma i due vice premier si scannerebbero per impedire l’un l’altro la maggiore visibilità. E Salvini? Nega l’evidenza, patteggia con Di Maio e se la squaglia in fretta, con il pretesto di dedicarsi alle esigenze familiari, proprio lui che con la deontologia affettiva non ha nulla in comune.

Verso il baratro

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

“La BCE è la banca centrale più a rischio nel mondo” – Felix Zulauf vede il 30% di tuffo negli Stati Uniti “Prendendo il mondo con esso”

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Di Lauren Rublin, via Barrons.com

Felix Zulauf è stato membro della   Roundtable di Barron per circa 30 anni, fino a quando ha  ceduto il suo posto  alla nostra raccolta annuale di investimenti nel 2017. Mentre le sue previsioni erano più che errate, era l’ampiezza delle sue conoscenze e la profondità della sua analisi globale mercati che gli hanno conquistato devoti fan tra i suoi colleghi Roundtable, l’equipaggio di  Barron’s e oltre. In poche parole, Felix, presidente di Zulauf Asset Management a Baar, in Svizzera, ha sempre saputo – e lo sa ancora – meglio della maggior parte di come collegare i punti tra le azioni dei banchieri centrali, le politiche fiscali, le rotazioni valutarie, la geopolitica e il prezzo delle attività, duro e morbido.

Con l’aumento dei tassi di interesse, i governi in divenire e le due maggiori economie del mondo che si affannano per il commercio, è sembrato il momento giusto per chiedergli come le turbolenze di oggi avranno un impatto sugli investitori nel prossimo anno. Sempre gentile, ha condiviso i suoi pensieri e le migliori scommesse di investimento in un’intervista della scorsa settimana. Continua a leggere per la vista da Baar.

Barron : Felix, come ti sei tenuto occupato da quando hai lasciato la tavola rotonda?

Felix Zulauf: Sto ancora correndo soldi, ma sono i miei soldi, e sono ancora un consulente per investitori e istituzioni. Sono sul mercato quasi tutti i giorni. Mi piace analizzare il mondo; gli spostamenti tettonici che si verificano rendono troppo affascinante smettere.

Quali cambiamenti intendi?

Per prima cosa, abbiamo lasciato il mondo dei liberi mercati e siamo entrati nel mondo delle economie gestite. Questo è un grande cambiamento nella mia vita. Le banche centrali hanno assunto la direzione della politica economica dopo la crisi finanziaria e gestiscono lo spettacolo fino ad oggi. Inoltre, il film sulla globalizzazione sta iniziando a girare all’indietro. Gli ultimi 30 anni hanno visto il più grande processo di globalizzazione di sempre, con l’integrazione della Cina nell’economia mondiale. Con il conflitto commerciale di oggi, questo sta cambiando. L’alternativa è una maggiore regionalizzazione dell’economia, che potrebbe creare problemi alle multinazionali.

L’inversione della globalizzazione è inevitabile?

Il modello economico del nord-est asiatico non è compatibile con il modello occidentale. In Occidente, le aziende sono gestite a scopo di lucro. Nel Nordest asiatico, le esportazioni sono state utilizzate per aumentare l’occupazione, il reddito e la quota di mercato. In Cina, i prezzi medi all’esportazione sono rimasti invariati in termini di dollari USA negli ultimi 15 anni, mentre il salario medio è salito di sei volte. Una società con tali statistiche va in bancarotta, ma la Cina è sfuggita a tale risultato attraverso l’uso del debito.

L’Organizzazione mondiale del commercio avrebbe dovuto sanzionare la Cina per aver applicato pratiche commerciali sleali, ma non l’ha fatto. I presidenti Clinton, Bush, Obama e gli europei erano addormentati. Il presidente Trump ha ripreso la questione, come è stato eletto a fare. I redditi della classe media negli Stati Uniti e in molti paesi europei sono rimasti invariati o in calo negli ultimi 30 anni in termini di potere d’acquisto, mentre le entrate della classe media in Cina e le sue economie satellitari sono aumentate enormemente. Mi aspetto che  il conflitto commerciale  continui, con tutte le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti soggette a tariffe del 25% entro 12 mesi circa. I cinesi perderanno alcune battaglie commerciali, ma alla fine vinceranno la guerra.

Come mai?

La Cina svilupperà le sue partnership strategiche in Asia, continuerà ad espandersi in Africa e cercherà di convincere l’Europa a unirsi al suo blocco commerciale. Se gli Stati Uniti continuano a prendere una posizione aggressiva, corre il rischio di rimanere isolati. Non sto parlando dei prossimi 12 mesi, ma dei prossimi sei o sette anni. Una guerra commerciale potrebbe proteggere le industrie americane per un po ‘, ma il protezionismo indebolisce le industrie e le economie.

Allo stato attuale, l’economia mondiale è desincronizzata. L’economia degli Stati Uniti è sotto steroidi a causa delle riduzioni delle tasse e delle spese governative e cresce al di sopra della tendenza. La Cina ha un rallentamento pronunciato che potrebbe continuare fino alla metà del prossimo anno, almeno. L’agenda cinese prevede un’economia forte nel 2021, il 100 ° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese e il 2022, l’anno del prossimo Congresso nazionale. Questo è il motivo per cui la Cina ha iniziato ad affrontare problemi importanti, come l’inquinamento e gli eccessi finanziari, nel 2017. Ripulire le cose ha portato a un rallentamento che potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi con l’aumento delle tariffe USA.

Cosa succederà in seguito?

La Cina avvierà un altro programma di stimolo fiscale, supportato da stimoli monetari. Quando lo fa, la valuta cadrà del 15% o del 20%. I cinesi lasceranno andare la valuta perché sanno che non possono compiacere il presidente Trump per il commercio. Non sono preparati a fare ciò che sta chiedendo. Vedremo anche lo stimolo fiscale applicato nei mercati emergenti, che dipendono in larga misura dalla Cina, e in Europa e forse dagli Stati Uniti, dove il presidente Trump avvierà un programma di spesa per rilanciare l’economia prima delle elezioni del 2020.

Le iniziative di stimolo fiscale globale sono veleno per i mercati obbligazionari. I rendimenti obbligazionari stanno aumentando in tutto il mondo. Dopo l’annuncio di importanti nuovi programmi di stimolo fiscale, forse dalla metà del 2019 in poi, i rendimenti aumenteranno rapidamente, determinando un deciso ribasso del mercato delle obbligazioni.

Cosa c’è dietro  all’improvviso aumento dei rendimenti del Tesoro ?

Diversi fattori stanno spingendo i rendimenti più alti: l’economia statunitense sta crescendo al di sopra del trend, l’utilizzo della capacità è elevato e l’intensificarsi del conflitto commerciale con la Cina suggerisce interruzioni in alcune catene di approvvigionamento, il che porta a prezzi più elevati. La Federal Reserve sta vendendo $ 50 miliardi di Treasuries al mese, e il Tesoro degli Stati Uniti deve emettere $ 1,3 trilioni di carta nei prossimi 12 mesi. Tutti questi fattori stanno spingendo verso l’alto i rendimenti.

Come ti sembrano le prospettive dell’Europa in questi giorni?

L’introduzione dell’euro ha portato alla centralizzazione forzata dell’organizzazione politica, poiché gli squilibri creati dall’unione monetaria devono essere riequilibrati attraverso un sistema centralizzato. Poiché le nazioni hanno bisogni diversi, le persone sono rivoltanti; i partiti stabiliti sono in declino decisivo e le organizzazioni anti-establishment stanno aumentando.Il rischio di un Brexit difficile è alto. L’Italia non ascolta più Bruxelles. Ha mantenuto il deficit di bilancio di circa l’1% del prodotto interno lordo negli ultimi anni, secondo le istruzioni, il che significava che il paese, con un sistema bancario disfunzionale, non aveva crescita e un’elevata disoccupazione giovanile. Le elezioni di marzo hanno portato al potere i partiti anti-establishment che hanno proposto un budget con un obiettivo di deficit del 2,4%. Alla fine sarà più vicino al 4%. Il sistema bancario italiano detiene 350 miliardi di titoli di stato. Se i rendimenti dei titoli di stato a 10 anni hanno toccato il 4%, il capitale azionario delle banche sarà pressoché uguale ai loro prestiti in sofferenza.

Entro la metà del prossimo anno, vedrete più stimoli fiscali in Germania, Italia, Francia e forse in Spagna. I governi non si preoccuperanno delle direttive dell’UE. L’UE dovrà cambiare, dando più sovranità alle singole nazioni. Se Bruxelles rimane dogmatica, l’UE alla fine si separerà.

La Banca centrale europea abbandonerà l’allentamento quantitativo entro la fine di quest’anno. L’economia ha fatto bene, il tasso di inflazione è aumentato, eppure la BCE ha continuato con un allentamento monetario aggressivo, principalmente finanziando i governi deboli. Questo non ha senso. Sono la banca centrale a peggiore gestione del mondo. Mi aspetto che l’euro si indebolisca ulteriormente, probabilmente a $ 1,06 da $ 1,15 attuali.

Finora, il mercato azionario ha tolto le tensioni commerciali e altre sfide. Da dove partire per gli stock degli Stati Uniti?

La Federal Reserve sta prosciugando liquidità dal sistema finanziario [non comprando nuove obbligazioni per sostituire la carta in scadenza]. Rimuoverà altri $ 600 miliardi dal mercato nel prossimo anno. Il Tesoro pubblicherà $ 1,3 trilioni di buoni del Tesoro per finanziare il deficit di bilancio. Tutto ciò significa che molta liquidità viene ritirata dal mercato, che è al ribasso per le attività finanziarie. Mi aspetto che le azioni statunitensi scivolino verso la metà del prossimo anno, scendendo forse dal 25% al ​​30% dall’alto, portando con sé quasi tutti gli altri mercati.

Quando i declini sono abbastanza grandi, arriveranno i pianificatori centrali. Le banche centrali allenteranno la politica monetaria, acquistando risorse se necessario. Non guadagnerai molti titoli azionari nei prossimi 10 anni, specialmente se sei un investitore passivo in fondi indicizzati. Sarà un momento migliore per i trader e gli investitori attivi che scelgono azioni e settori e fanno esattamente ciò che non ha funzionato negli ultimi 10 anni.

In tal caso, quali sono i tuoi consigli di investimento?

Sarei a lungo il dollaro, in particolare contro le valute dei mercati emergenti. Il real brasiliano potrebbe essere la prossima moneta che viene scalzata, soprattutto se un candidato di sinistra vince le elezioni presidenziali. Vorrei anche abbreviare il rand sudafricano, poiché le politiche stanno andando nella direzione sbagliata.

Sono ottimista sul petrolio perché il mercato è stretto. La capacità di riserva è in calo. La domanda è stata superiore all’offerta su base globale per quasi due anni. Le sanzioni contro l’Iran ridurranno gli acquisti da lì e la produzione in Venezuela e in Iraq sta diminuendo costantemente. Una mattina, ci svegliamo e il greggio sarà a $ 95 o $ 100 al barile. Ciò sarà rialzista per i produttori statunitensi di olio di scisto, le compagnie petrolifere e alcune società di esplorazione e produzione. Comprerei il fondo scambiato con SPDR S & P Oil & Gas Exploration & Production [ticker: XOP]. Andrei anche a lungo, attraverso il contratto futures a pronti. L’aumento dei prezzi del petrolio, un aumento del dollaro e l’aumento dei rendimenti obbligazionari storicamente sono stati una brutta combinazione per i mercati azionari.

Volete ridurre i mercati emergenti ai livelli attuali?

Aspetterei che rimbalzino un po ‘di più, quindi abbreviare l’  ETF iShares MSCI Emerging Markets  [EEM]. I problemi nei mercati emergenti si intensificheranno. Il Giappone, come ho già detto, sarà di gran lunga migliore. Corporate Japan ha lavorato per migliorare il proprio bilancio per 25 anni. Le aziende giapponesi sono altamente redditizie e le loro scorte sono economiche. Il mercato è scambiato per guadagni di 14 volte. Lo yen sta scivolando contro altre valute, il che è un vantaggio. Anche se il Giappone declina con altri mercati, diminuirà meno. Raccomando di acquistare DXJ [  WisdomTree Japan Hedged Equit  y ETF] e di coprire vendendo a breve l’S & P 500 contro di essa.

Non hai menzionato l’oro, un preferito da lungo tempo.

La stretta monetaria non è rialzista per l’oro. Il prezzo potrebbe rimbalzare per alcune settimane, ma non lo vedo muoversi in grande stile. È troppo presto per il mercato toro dell’oro. Abbiamo bisogno di un forte calo delle azioni (che porterebbe a un ulteriore allentamento della politica monetaria) o di un indebolimento dell’economia statunitense, che impedirebbe alla Fed di inasprire ulteriormente.

Cosa ne pensi della criptovaluta?

Questa zona è chiamata  Crypto Valley . È un importante centro di criptovaluta e attività blockchain. Non sono un fan delle criptovalute perché non mi fido delle promesse di un’offerta limitata, ma la tecnologia blockchain è qui per rimanere. Ci sarà una crescita esplosiva nelle applicazioni di blockchain, che rimuoverà uno strato di costi nell’economia mondiale eliminando la necessità di intermediari. Questo è un enorme vantaggio per la produttività.

RENZI ADVISOR FONDO ALGEBRIS (SERRA)

 scenarieconomici.it 21.10.18

Ma solo io vedo un leggerissimo conflitto d’interessi fra CHI decretò il fallimento di tantissime banche italiane e il diventare Advisor di un fondo (Algebris) che di molte banche italiane acquistò gli Npl?

Quello del sistema bancario è il crac più clamoroso della parabola politica del leader di Rignano. Per i suoi effetti diretti e devastanti sulle tasche degli italiani. E adesso? Adesso IL SALSICCIAIO diventa Advisor di un fondo speculativo? E poi proprio di Algebris?

Vi ricordo che il suo Pd ha votato a favore della direttiva europea sul bail in al Parlamento europeo (e della legge che lo ha recepito in Italia) e poi ha emesso il SALVABANCHE.

Lungi da me sostenere che la cosa abbia una qualche relazione eh!

Lungi da me anche solo pensare che su acquisto e gestione Algebris di Npl Renzi abbia preso provvigioni. Un ex Premier non potrebbe mai fare una cosa del genere.

Dico solo che sarebbe stato opportuno NON diventare AFFATTO advisor, ma in particolar modo PROPRIO di quel fondo!

Dovremmo ripensare a come uccidiamo i pesci?

ilpost.it 21.10.18

La scienza non è ancora sicura di quanto dolore provino, ma gli animalisti chiedono che vengano abbandonate alcune pratiche, specialmente negli allevamenti

 Un allevamento di orate a Lorbe, in Spagna.(MIGUEL RIOPA/AFP/Getty Images)

L’ong animalista Essere Animali ha pubblicato un video che mostra diverse fasi del processo che porta un pesce dall’allevamento al banco di una pescheria, che in diversi casi sono giudicate disumane dall’associazione e da alcuni biologi. Il video, girato in acquacolture nel Centro e Nord Italia, mostra situazioni normali nelle acquacolture, ma che secondo alcuni esperti vanno ripensate. È una questione legata strettamente al dibattito sul fatto se i pesci provino dolore, sul quale non c’è ancora consenso scientifico.

Le trote, le orate e i branzini sono i pesci più allevati in Italia, perché i più richiesti nelle pescherie e nei supermercati. Secondo i dati di Essere Animali, il consumo annuo pro capite di pesce in Italia è arrivato a 25 chili, contro i 15 chili del 1990. È una tendenza globale, che ha fatto sì che negli ultimi decenni moltissime riserve ittiche siano state sfruttate eccessivamente, e che si sia sempre più diffusa l’acquacoltura, che nel 2013 ha superato la pesca come fonte di pesce per uso alimentare.

Come si può immaginare, però, il trattamento riservato ai pesci – sia a quelli pescati in mare che a quelli d’allevamento – ha standard molto diversi da quello sviluppato negli allevamenti bovini o avicoli, per evidenti ragioni legate alla percezione e alla sensibilità che storicamente l’uomo ha nei confronti dei pesci, molto diversa rispetto a quella dei mammiferi. Ma anche perché fino a un po’ di tempo fa si era sicuri che i pesci non provassero dolore.

Oggi c’è un po’ meno certezza, anche se – contrariamente a quanto viene talvolta sostenuto – la comunità scientifica non è ancora arrivata a un vero consenso. È d’altronde un tema difficile anche solo da mettere a fuoco, per le diverse interpretazioni che si possono dare al concetto di “dolore”. Il tema centrale è se i pesci abbiano un sistema nervoso sufficientemente complesso per provare dolore: negli ultimi anni ci sono stati studi scientifici che hanno sostenuto posizioni opposte, ed entrambe le fazioni sostengono che l’altra scelga di tenere conto solo delle prove che sostengono la propria tesi. Un’argomentazione usata spesso a favore della tesi secondo cui i pesci non provano dolore è che non sono animali coscienti, ma sono ormai decenni che gli studi sul cervello degli animali hanno dimostrato che la questione è più complessa di così: certi animali hanno una propria forma di coscienza e provano forme proprie di sofferenza, dolore e perfino emozioni.

Se e in che misura i pesci siano tra questi animali è ancora dibattuto, ma ci sono studi che sostengono che abbiano un’area del cervello dove processare gli stimoli del dolore, così come i recettori necessari per raccogliere questi stimoli. L’intelligenza e la socialità sono d’altronde tratti della vita dei pesci che sono stati approfonditi soltanto di recente, ed è normale che gli scienziati non siano ancora concordi sull’aspetto della percezione del dolore. Questo dibattito, già complesso di suo, è complicato dal fatto che esistono migliaia di specie di pesci, ciascuna con caratteristiche diverse e che con ogni probabilità almeno in parte reagiscono al dolore in maniera diversa.

Oltre alla questione del sovraffollamento delle vasche da allevamento, il tema principale del dibattito è soprattutto il modo in cui uccidiamo i pesci. Ne esistono diversi (solo alcuni mostrati nel video), che vanno dall’asfissia (tenere il pesce fuori dall’acqua) all’immersione in una vasca piena di ghiaccio, dall’aggiunta di anidride carbonica all’acqua all’eviscerazione. Sono metodi utilizzati in contesti diversi, ma sappiamo molto poco di come concretamente reagiscano i pesci a ciascuno di loro: se l’asfissia o l’utilizzo dell’anidride carbonica sono considerati i peggiori, non sappiamo bene per esempio che impatto abbia sui pesci l’uccisione nel ghiaccio.

Da quel poco che sappiamo, però, si crede che stordire un pesce con una botta in testa prima di ucciderlo sia un modo efficace per ridurne il dolore: nel video si vede un caso di applicazione della pratica, che normalmente non viene adottata perché scomoda e laboriosa. Ciononostante, il video sembra giudicarla una pratica crudele. In altre scene si vedono altri esempi di trattamenti che sarebbero considerati crudeli in altri tipi di allevamenti, ma che sono accettati in quelli ittici per i pochi studi sul loro reale impatto, come la legatura per le branchie o l’applicazione di etichette con le pinzatrici.

Dal momento che quello sul dolore provato dai pesci è un dibattito non ancora risolto, l’inclusione degli allevamenti ittici nelle regolamentazioni riguardo al benessere degli animali per consumo alimentare è molto recente. Le indicazioni europee, per esempio, sono molto vaghe: non indicano nel dettaglio i metodi da utilizzare per uccidere i pesci, ma prescrivono soltanto di farlo evitando per quanto possibile «dolore, stress e sofferenza», come per tutti gli animali. Ma l’itticoltura è un’industria relativamente giovane, e secondo molti è normale che debba ancora sviluppare standard adeguati.

Ci sono esempi che testimoniano che si sta andando in questa direzione: nel 2010 in Norvegia fu proibito l’utilizzo dell’anidride carbonica per uccidere i salmoni, che oggi è stato quasi interamente abbandonato. Importanti organizzazioni dell’industria ittica, come il Seafood Summit e la American Fisheries Society, hanno recentemente cominciato a includere dibattiti sul benessere dei pesci nei loro eventi. Questi piccoli progressi, ovviamente, riguardano soprattutto i paesi Occidentali: in tanti posti del mondo dove la sensibilità animalista è meno diffusa l’intero dibattito sul trattamento riservato ai pesci, e in generale agli animali allevati, è marginale se non assente.

Un rapporto della Commissione Europea diffuso a marzo ha riassunto un po’ la situazione a livello comunitario, considerando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (OIE) e dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Il rapporto si è occupato di cinque specie – salmone atlantico, carpa comune, trota iridea, branzino e orata – che vengono trattate in modi diversi tra di loro, e che a loro volta cambiano tra nazione e nazione. Le indicazioni dell’OIE, che sostanzialmente prevedono l’utilizzo dello stordimento meccanico o elettrico, sono rispettate per certe specie e in certe nazioni, ma non per altre e in altri paesi. Se il salmone come abbiamo visto viene ormai quasi esclusivamente ucciso dopo essere stato stordito, l’asfissia nel ghiaccio è il metodo prevalentemente usato per i branzini e le spigole in Grecia, Spagna e Italia, come documentato dal video di Essere Animali.

Nelle sue conclusioni, il rapporto dice che migliorare gli standard di trattamento dei pesci non avrebbe grandi costi per i grandi itticoltori, ma potrebbe invece essere difficile per quelli più piccoli. Aggiunge che l’industria ittica «sta lentamente ma costantemente migliorando il benessere dei pesci, com’è testimoniato dal sempre maggiore impiego di metodi di uccisione più umani, come lo stordimento elettrico, e la scomparsa di altri come l’uso dell’anidride carbonica». Secondo il rapporto, dato che l’itticoltura è ancora un’industria recente e le tecnologie stanno avanzando, prevedere procedure specifiche sarebbe potenzialmente nocivo, e lo stesso risultato si può raggiungere affidandosi all’adozione volontaria dei nuovi standard. Ipotizza però che, in ogni caso, una regolamentazione sarebbe più efficace a livello dei paesi membri, e non a quello comunitario.

Perché dovresti aspettarti l’inaspettato

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Scritto da MN Gordon di EconomicPrism , commentato dal Pater Tenebrarum di Acting-Man ,

Fine della strada

La confluenza di fattori che influenzano i prezzi di mercato sono vasti e variabili.  Gli schemi e le relazioni di un momento sono così pronunciati che puoi impostare una pietra angolare per loro. L’attimo dopo svaniscono come fumo nel vento. Una cosa che rende le azioni commerciali così confuse è che i punti di acquisto e di vendita appaiono così ovvi col senno di poi. Quando si esamina la tabella dei prezzi di un titolo per una durata pluriennale, i movimenti delle onde sembrano essere quasi prevedibili.

L’affascinante ovvietà del senno di poi – ora è perfettamente chiaro quando si dovrebbe aver acquistato AMZN. Sfortunatamente non era così chiaro in tempo reale. [PT]

Le linee di tendenza che corrispondono ad alti e bassi intermedi e movimenti di prezzo limitati all’interno di questo intervallo, mostrano quali, in retrospettiva, sono i momenti precisi da comprare e vendere. In pratica, il mercato azionario distribuisce forti dosi di umiltà con giudizio imparziale. Inoltre, avere ragione non sempre si traduce in successo. A volte è più costoso essere nel momento giusto sbagliato che sbagliato al momento giusto.

Un errore che ha guadagnato popolarità negli ultimi dieci anni è la credenza zelota che la Fed scompaia il rischio dai mercati.   Questo espandendo e moderando l’offerta di moneta con la giusta quantità, e al momento giusto, i mercati possono crescere in un contesto piacevole di volatilità quasi inesistente. Alcuni addirittura credono che quando c’è un grave crollo del mercato azionario, la Fed, avendo il coraggio di agire, ammorbidirà lo sbarco e rapidamente riporterà le cose su un percorso di crescita virtuosa.

I credenti negli onnipotenti controlli della Fed hanno un track record di 30 anni su cui possono puntare con convinzione. Durante questo periodo, la Fed ha messo una lampada ai piedi e una luce sul sentiero del mercato azionario e obbligazionario.  Ma cosa succederebbe se le avventure della Fed nel fabbricare un mercato senza rischi si avvicinassero alla fine della strada?   Esploriamo …

A volte la strada finisce … e tu colpisci un muro o cadi da una scogliera. [PT]

Bianco su riso

Quando Alan Greenspan ha eseguito per la prima volta il “Greenspan put” dopo il crash del Black Monday del 1987, i mercati erano ben posizionati per questo intervento coordinato centralmente. I tassi di interesse, dopo aver raggiunto il picco nel 1981, erano ancora elevati. Il rendimento della nota del Tesoro decennale era di circa il 10%. C’era un sacco di spazio per i costi del prestito a cadere.

I meccanismi della Put di Greenspan sono straordinariamente semplici. Quando il mercato azionario scende di circa il 20%, la Fed interviene riducendo il tasso dei fondi federali. Ciò comporta in genere un rendimento negativo reale e un’abbondanza di credito a basso costo.

Questo espediente ha un duplice effetto di distorsioni del mercato osservabili e osservabili. In primo luogo, l’esplosione di liquidità pone un piano elevato sotto il livello di caduta del mercato azionario. Quindi, l’effetto opzione put. In secondo luogo, i tagli dei tassi d’interesse fanno aumentare i prezzi delle obbligazioni, poiché i prezzi delle obbligazioni si spostano inversamente ai tassi d’interesse.

Naturalmente, i money manager di Wall Street presero il perdono simbiotico di Greenspan come bianco sul riso. Con questo nuovo marchio di pianificazione centralizzata, l’incertezza del mercato è stata in gran parte mitigata. Il funzionamento di Greenspan ha portato i mercati a comportarsi in modi più o meno prevedibili.

Un gestore di portafoglio potrebbe sorridere di fronte all’occasionale e inevitabile crollo del mercato azionario perché significava che le loro posizioni obbligazionarie stavano aumentando. Poi, dopo una piacevole opportunità di acquisto, le loro scorte sarebbero tornate a nuovi massimi. Questa è stata la storia dei mercati finanziari statunitensi e della gestione del denaro dal 1987 al 2016.

Il famigerato incidente del 1987 – quando nacque “Greenspan put”. I rendimenti delle note decennali sono scesi da più del 10,2% all’8,8% entro pochi giorni dall’incidente. Gli scommettitori non lo sapevano ancora all’epoca, ma i rendimenti continuavano a scendere negli anni a venire … [PT]

Non c’è dubbio che durante questo periodo ci furono diversi svantaggi, come nel 1987, 2001 e 2008.  Ma ogni volta, la Fed arrivò in soccorso tagliando i tassi di interesse, urtando i valori delle obbligazioni e progettando un ampio rally del mercato azionario.   Pochi si sono chiesti se questo intervento della Fed avrebbe mai smesso di essere disponibile.

Perché dovresti aspettarti l’inaspettato

Nel corso dei decenni, sono state inventate strategie di gestione del rischio che sostenevano le virtù di un portafoglio di allocazione azionario 60/40. E perchè no? Il marchio Greenspan ha portato una certa sicurezza al mercato. Quando le azioni scendono, le obbligazioni salgono. Da qualche parte lungo le linee il flusso di fondi dalle azioni alle obbligazioni durante un panico di mercato è diventato considerato come una fuga verso la sicurezza. Ma cosa succede se, nell’anno 2018, questo volo non è più alla sicurezza; ma, al pericolo?

Quello che potrebbe essere una grande sorpresa nella prossima crisi del mercato è che questa relazione tra azioni e obbligazioni non è scolpita nella pietra. In effetti, nel prossimo decennio sospettiamo che questa relazione si rivelerà essere un’aberrazione. Un artefatto di un mondo disinflazionista ormai defunto.

Non abbiamo fatto un’analisi approfondita. Ma abbiamo un sentore che prima della messa in scena di Greenspan, la relazione “scorte verso il basso delle obbligazioni” degli ultimi 30 anni era molto meno certa. Ciò che intendiamo è che durante il decennio precedente, negli anni ’70, ci furono eventi in cui sia le azioni che le obbligazioni scesero all’unisono. Tali eventi potrebbero accadere di nuovo.

Le correlazioni tra i rendimenti obbligazionari e i corsi azionari si sono effettivamente alternate in modo significativo su periodi di tempo estesi. Durante la Grande Depressione, la seconda guerra mondiale e la ripresa postbellica, i tassi di interesse e le azioni furono per la maggior parte del tempo positivamente correlati, caddero e aumentarono in tandem. Dal 1969 al 1998 sono stati per lo più negativamente correlati, quando i rendimenti obbligazionari sono diminuiti, i prezzi delle azioni sono aumentati e viceversa. Dopo la crisi russa del 1998, il rapporto è cambiato ancora una volta in una correlazione sempre più positiva, con la caduta dei prezzi delle azioni coincidente con la caduta dei rendimenti obbligazionari e viceversa (anche se la maggiore tendenza dei rendimenti obbligazionari è rimasta al ribasso perché le fasi decrescenti erano più forti di quelle in aumento fasi). [PT]

Vedete, le condizioni che hanno reso possibile il Greenspan sono l’opposto delle condizioni che esistono oggi.   Le tariffe sono basse e si stanno spostando più in alto. Il mondo è saturo di debiti. Le politiche di svalutazione del denaro di massa hanno fatto esplodere scorte e titoli di stato ben oltre ciò che era onestamente comprensibile.

Sì, il destino e l’oscurità di un epico crollo del mercato azionario e obbligazionario si stanno avvicinando. Al momento, il presidente della Fed Powell è persino deciso a portarlo avanti. Applaudiamo i suoi sforzi.

Tuttavia, quando arriva la spinta, e la Fed abbassa il tasso dei fondi federali, si aspettano che l’imprevisto accada. Il greenspan messo – il salvatore del mercato – sarà falciato come uno scoiattolo di terra sotto una barra del timone del trattore.  La carneficina di mercato lasciata sulla sua scia sarà grottesca e irriconoscibile.

PROSCIUTTO COTTO, STRA-COTTO DI DEBITI – DOPO LO STORICO MARCHIO “FERRARINI”, FINISCE IN CONCORDATO ANCHE LA SOCIETA’ AGRICOLA DELLA VICEPRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA LISA FERRARINI – DANNO LA COLPA AL CRAC DI VENETO BANCA, DI CUI I FERRARINI ERANO AZIONISTI E DEBITORI, MA LA VERITA’ E’ CHE GIA’ DAL 2012 I DEBITI ERANO FUORI CONTROLLO – IL BOND DA 30 MILIONI EMESSO NEL 2015 AVEVA UN TASSO VICINO AL 7%…

dagospia.com 21.10.18

Estratto dell’articolo di Fabio Pavesi per “il Fatto quotidiano”

LISA FERRARINILISA FERRARINI

Per la seconda volta, nel giro di soli 3 mesi, la vicepresidente di Confindustria Lisa Ferrarini è costretta a rifugiarsi in corner. Dopo la prima richiesta, accolta dal Tribunale a fine di luglio, del concordato preventivo per la storica azienda di famiglia la Ferrarini Spa, ecco arrivare la seconda richiesta di aiuto per tenere a bada i creditori. Nei giorni scorsi la vicepresidente degli industriali italiani ha infatti inoltrato domanda di concordato anche per la Società Agricola Ferrarini. La nuova richiesta riguarda la società nata dalla scissione del 2016 del gruppo alimentare emiliano che aveva scorporato dalle attività industriali nella produzione di prosciutti e salumi gli asset più di pregio […]

Veneto BancaVENETO BANCA

Una mossa per metter al riparo già allora alcuni degli asset dalla situazione di tensione finanziaria che aleggiava da tempo sul gruppo. Manovra che evidentemente non è servita: ora tutte le attività del gruppo sono sotto la protezione del Tribunale […] Ma come si è arrivati a una sorte così amara per un gruppo alimentare che ha tuttora un forte marchio che gareggia alla pari nella grande distribuzione con marchi come Rovagnati e il suo Gran biscotto e Parmacotto?

[…] Per qualcuno la crisi debitoria della Ferrarini è legata all’accrocchio con Veneto Banca. I Ferrarini erano al contempo azionisti e debitori della banca andata in default. Le loro azioni si sono azzerate e questo avrebbe dato il colpo mortale al gruppo […]

LISA FERRARINILISA FERRARINI

 Ma da come ha ricostruito Il Fatto, Lisa Ferrarini risultava azionista, prima del crac, dell’istituto bancario per lo 0,24% del capitale. Una posizione che valeva non più di una decina di milioni di valore oggi bruciati. Ma non è certo il crac della banca di Montebelluna ad aver portato la Ferrarini vicina al collasso […]

Il cumulo dei debiti in gioco è di ben altra natura. Si parla di un indebitamento complessivo di gran lunga superiore ai 200 milioni. E con le banche (non solo Veneto Banca) esposte per oltre 100 milioni di euro e i fornitori per oltre 50 milioni. E’ stato il grande ricorso all’indebitamento iniziato anni fa a far precipitare la situazione. Già nel 2012 i livelli dell’indebitamento complessivo del gruppo superavano i 200 milioni. Saliti poi a 233 milioni a fine del 2015. Certo i fondamentali economici non erano poi messi così male. Un fatturato che stazionava negli ultimi anni intorno ai 250 milioni di euro con un margine lordo che produceva circa 20 milioni l’anno di redditività industriale […]

LISA FERRARINILISA FERRARINI

Quel cumulo di debito valeva, già nel 2012, la bellezza di 10 volte la marginalità industriale. Un livello che per un’azienda alimentare, pur con un marchio forte, è da considerare di emergenza. Come si può pensare di ripagare oltre 200 milioni di soldi di terzi se il Mol generato ogni anno è di soli 20 milioni?

Tant’è che tutte le banche avevano già a suo tempo chiesto garanzie su terreni e immobili proprio per l’elevata leva finanziaria. Nel 2014 infatti a fronte di un finanziamento da 22,5 milioni messo a punto da un pool di istituti con UniCredit; Intesa e Ge Capital erano state messe a garanzia immobili e impianti produttivi della Ferrarini. Idem per il prestito da 6 milioni messo a disposizione da Ubi sempre nel 2014 e garanzie di terreni agricoli anche sugli 11 milioni concessi sempre in quell’anno dalla Banca del Mezzogiorno. Ma le banche non bastavano. O meglio Ferrarini non poteva continuare ad appoggiarsi al sistema bancario per finanziare l’operatività della società […]

LISA FERRARINILISA FERRARINI

[…] Nel 2015 Ferrarini infatti emette un bond da 30 milioni quotato sull’extraMot. Ebbene il tasso chiesto dal mercato per quell’obbligazione che sarebbe scaduta nel 2020 era del 6,375%. Un tasso che con l’Euribor pressochè a zero la dice lunga sul rischio percepito dai sottoscrittori.

Solo di cedole avrebbe pagato in 5 anni oltre 9 milioni su un capitale di 30 milioni. Segno che la tensione finanziaria, per un gruppo con debiti superiori a 10 volte i flussi di reddito industriali prodotti ogni anno, era già elevata oltre 3 anni fa. E il segno della crisi è proprio nella quotazione del bond: crollato a 59 da 99 dei primi giorni dell’agosto scorso.

Gli elettori? Se non controllano, finiscono truffati. Come soci banche

Adriano Verlato

Il governo M5S-Lega avrebbe il dovere della responsabilità, oltre che della coerenza. Ma chi vota dovrebbe ricordarsi la lezione degli istituti crollati

La legge sulle banche popolari che prevede che in caso di dissesto anche gli azionisti debbano essere chiamati a risponderne con il loro capitale investito, a mio avviso era corretta. Mancava però di una condizione essenziale: se i soci concorrono in base alle loro azioni, devono anche avere la possibilità di controllare l’operato degli amministratori. All’entrata in vigore della legge, questo non avveniva e quindi la quasi totalità dei soci si basava sulle dichiarazioni del presidente del consiglio di amministrazione e dei suoi sodàli con i risultati che tutti conoscono. Probabilmente, con un collegio sindacale e un audit interno che funzionassero, la débacle poteva essere evitata.

La cosa mi è tornata alla mente in relazione a quanto accade in Italia con questo governo. Mi sono chiesto: se un governante in una situazione delicata prende una decisione in buona fede(scienza e coscienza) e sbaglia, può anche essere accettato. Si può, credo, obiettare, nel nostro caso, che un presidente del consiglio o ministri hanno tante orecchie qualificate che li possono ascoltare e dare pareri di peso. Comunque, si potrebbe anche abbozzare se quei pareri fossero manifestatamente infondati. Ma se questa persona o gruppo di persone stanno per fare scelte importanti per il Paese e vi sono istituzioni ed esperti della materia esterni che da tempo segnalano gli effetti negativi di quella decisione, come si dovrebbero comportare i cittadini, una volta che le suddette decisioni comportassero gravi disagi per la popolazione? Non è una domanda da poco. Ho sottoposto questo quesito ad amici in giro per l’Italia. Molti trovavano giusta la responsabilità, ma un paio mi hanno risposto che la politica è così e che i governanti non sono tenuti a rispondere dei loro atti. Ho più di un dubbio in proposito che questo sia corretto.

Di Maio e Salvini, perché di loro bisogna parlare, predicano a dritta e manca che vogliono salvare l’Italia, che la loro ricetta è quella che i loro elettori vogliono, che le osservazioni della Commissione europea sono burocratiche e stantie e così via. C’è buona parte responsabile del nostro Paese che trema per le conseguenze che le decisioni dei due signori potrebbero comportare. Bene, loro credono di essere depositari della verità e continuano a sottolineare che le promesse elettorali vanno mantenute. Certo che le promesse vanno mantenute, ma se queste comportano sconquassi al bilancio, sono esse ad essere inaccettabili e non il fatto di non mantenerle.  I due signori fanno quel che fanno, ripetono sovente, perché tutto il Paese lo chiede loro. Ad essere precisi i loro voti, nella percentuale, rappresentano il 30 % di noi italiani. E l’altro 70 non ha voce in capitolo? Suvvia , siamo seri.

Cercando una qualche conclusione: i soci di una banca hanno tutto il diritto di lamentarsi se uno o più amministratori hanno gestito male l’istituto e richiedere i danni ed eventuali sanzioni penali, ma è altrettanto chiaro che i soci devono controllare e non limitarsi ad ascoltare quello che presidente o direttore generale raccontano in assemblea. Per i soci, quindi, c’è tanto da lavorare per la loro possibilità di controllo ed anche per una sana diffidenza, fino a prova contraria.

I gialloverdi hanno raccolto una bella messe di voti e, per quanto riguarda Salvini, i sondaggi lo danno in continuo aumento. Evidentemente la sua posizione nei riguardi degli immigrati gli rende molto. La cosa singolare è che i blocchi degli sbarchi hanno lasciato la situazione pressoché uguale. Sembrerebbe una decisione radicale, ma, in realtà, poi, un po’ di gente da noi e un po’ da altri, le questioni si appianano. Altra singolarità è che la soluzione, pur parziale, del problema era stata impostata da Minnitie, nonostante questo non piccolo merito, il Pd ha perso un sacco di voti. Concludendo, un’assemblea di una banca e i nostri concittadini quando vanno a votare, dovrebbero approfondire con maggior cura quanto viene loro raccontato. Il voto è cosa preziosa e, prima di concederlo, ci dobbiamo procurare più elementi possibile per decidere, appunto, con scienza e coscienza.

Ph: Facebook Giuseppe Conte

L’istituto finanziario europeo ha appena dichiarato guerra all’Italia

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Via GEFIRA,

Questa settimana in un’intervista alla CNBC, Jeroen Dijsselbloem, l’ex ministro delle finanze olandese che è stato presidente dell’Eurogruppo, ha dichiarato guerra al governo italiano. 

L’establishment finanziario europeo è pronto a distruggere il sistema bancario e far implodere l’economia italiana. Come un boss della mafia, Dijsselbloem ha avvertito che l’Italia potrebbe trovarsi nei guai se non fosse conforme alle direttive di Bruxelles. Certo, la sua affermazione era ammantata di linguaggio diplomatico:

“Se la crisi italiana diventerà una grave crisi, essa imploderà principalmente nell’economia italiana … al contrario di diffondersi in Europa”, ha affermato.

“A causa del modo in cui l’economia italiana e le banche italiane sono finanziate, sarà un’implosione piuttosto che un’esplosione”.

Per un uomo di questo formato è insolito esporre pubblicamente l’Italia come uno stato in una posizione negoziale debole o cercare di agire come un allarmista. Non abbiamo mai visto nulla di così lontanamente, quindi pensiamo che l’enunciazione possa servire solo allo scopo di dare il via libera ai mercati finanziari per orchestrare un attacco alle obbligazioni italiane in modo da spingere verso l’alto il rendimento italiano.

“E ci sarà un ruolo per i mercati, voglio dire se si guarda a ciò di cui l’Italia ha bisogno per finanziare il solo anno prossimo, stiamo parlando di oltre 250 miliardi di euro, rifinendo parte del capitale del loro debito e anche, ovviamente, questi nuovi piani di spesa. Quindi i mercati dovranno davvero guardarlo in modo molto critico “.

https://player.cnbc.com/p/gZWlPC/cnbc_global?playertype=synd&byGuid=7000046608&size=530_298

Ha ricordato al governo italiano che le banche italiane sono un obiettivo sedente per le autorità finanziarie europee. Per destabilizzare l’economia di un paese, bisogna rompere la sua spina dorsale, cioè le banche.

“Ci sarà anche un ruolo per l’autorità bancaria, supervisore bancario, per vedere cosa fa alle banche italiane. Abbiamo già visto scendere le loro valutazioni azionarie “, ha detto Dijsselbloem con un sorriso.

Sotto la guida di Jeroen Dijsselbleom, la Grecia è stata tagliata fuori da TARGET 2, il sistema di pagamento europeo, in modo che non un singolo euro possa essere trasferito all’estero per un lungo periodo. L’Italia non è paragonabile alla Grecia, però. Lo stato ha avuto un avanzo commerciale per anni ed è in forma migliore della Francia. Poiché le esportazioni italiane superano le importazioni, il paese non dipende da finanziamenti esteri per le sue esigenze. L’ex presidente dell’Eurogruppo non vuole che i suoi colleghi di Bruxelles abbiano ripensamenti, quindi ha usato l’intervista del CBNC per far sapere loro che devono procedere.

“Guardando cosa (funzionari italiani) hanno messo sul tavolo, la commissione non ha davvero altra scelta che rimandarla indietro, il che – a proposito – non è la fine del processo, ma l’inizio del processo”

“È piuttosto preoccupante, ci sarà lo scontro e penso che la commissione non abbia altra scelta che accettare questo confronto e prenderlo”

Questa dichiarazione di guerra è stata innescata dalla proposta di bilancio italiano. Il deficit del bilancio italiano è strutturale e il debito pubblico ammonta al 130% del PIL. L’economia italiana è paragonabile a quella del Giappone. Entrambi sono caratterizzati da una contrazione del consumo interno e da un surplus delle esportazioni. Proprio come il Giappone, l’Italia ha una popolazione in declino. La domanda di beni immobili e beni di consumo sta diminuendo, quindi la produzione industriale dovrà alla fine decelerare.

Il governo italiano, sostenuto dalla popolazione, rifiuta di sottomettersi ai maestri finanziari europei. Una popolazione in calo e l’aumento del debito pubblico sono inevitabili e non devono essere un problema finché il paese produce abbastanza per pagare le sue importazioni. È solo perché gli italiani non hanno la loro valuta che sono costretti a obbedire ai loro padroni a Bruxelles e ai banchieri di Francoforte. L’introduzione di una moneta parallela e il ritiro dall’euro sembrano una soluzione logica e non storicamente unica. La Repubblica ceca e la Slovacchia, le ex repubbliche russa e iugoslava avevano ciascuna una volta un’unione monetaria, e mentre questi paesi andavano separatamente, così le valute separate emergevano e sostituivano quelle vecchie.

Jeroen Dijsselbloem ha detto alla CNBC che l’unica soluzione concepibile per l’Italia è il denaro proveniente dal fondo europeo di sostegno, sebbene sia chiaro che questo fondo non può risolvere i problemi. Alla fine, Jeroen Dijsselbloem ha azzardato una previsione che non ci sarà alcun salvataggio per l’Italia perché “politicamente e finanziariamente non succederà.

“Non vedo il sostegno intorno all’eurozona per dire, ‘Questi ragazzi sono completamente fuori strada – aiutiamoli'”, ha detto, aggiungendo che un salvataggio dell’Italia avrebbe anche “spazzato via” il fondo europeo per il meccanismo di stabilità entro due anni.”

Citando solo una possibile soluzione, il banchiere europeo invia a Roma un segnale che non verrà discussa alcuna alternativa, come il ritorno alla lira.

La dichiarazione di Dijsselbloem su CNBC è un ultimatum consegnato ai suoi colleghi italiani. A Cipro, centinaia di investitori al dettaglio hanno perso i loro soldi sotto l’autorità di Dijselbloem. Più o meno lo stesso sembra essere il caso ora. La BCE vuole che Roma utilizzi il denaro di piccoli investitori al dettaglio come i pensionati per salvare le banche italiane. Jeroen Dijselbloem è noto per questi modelli di bail-in e ha persino il coraggio di avvertire i cittadini italiani:

“L’unico modo per uscire da questo è che l’Italia capisca che (la distruzione dell’economia italiana), i clienti italiani al dettaglio e gli elettori lo capiscono (il crollo delle banche), e quindi si spera che la correzione inizi a venire dall’interno.”

Ci chiediamo quale correzione abbia in mente. La democrazia ha fatto il suo corso, gli elettori hanno già deciso, e secondo i sondaggi sono perfettamente contenti del vice ministro italiano Mateo Salvini, la cui popolarità sta solo crescendo.

L’ex ministro olandese ha segnalato che le autorità europee non avrebbero nulla contro un colpo di stato a Roma? O stava suggerendo a qualcuno di farla finita con Mateo Salvini?

Private equity, il fondo Capvis mette in vendita i costumi dei campioni Arena

carlofesta.blog.ilsole24ore.com/2018/10/21

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CREDIT: PENTAPHOTO

 

Veste i campioni del nuoto e dei tuffi in tutto il mondo. Da Tania Cagnotto, la più famosa tuffatrice italiana, fino al campione di fondo Gregorio Paltrinieri, ma anche la nuotarice statunitense Jessica Tatiana Long, supercampionessa capace di vincere ai Giochi paralimpici 8 medaglie d’oro.
È vicina a un nuovo cambio di proprietà la multinazionale dei costumi Arena, storico e famoso marchio. Oggi l’azienda fa capo al gruppo finanziario svizzero Capvis che lo ha rilevato alla fine del 2014 al termine di un processo competitivo.
Lo storico gruppo produttore di abbigliamento per il nuoto sportivo era stato ceduto quattro anni fa dal fondo statunitense Riverside (95%) e dal presidente e amministratore delegato Cristiano Portas (5%).L’acquisizione, a quel tempo, era fissata su una valutazione di circa 200 milioni di euro per l’intera società, debito compreso.
Ora si profila un nuovo passaggio di consegne. Secondo indiscrezioni un incarico esplorativo volto alla cessione è stato conferito alla boutique finanziaria statunitense Baird.
Per Arena si conciretizza quindi il quarto cambio di proprietà in pochi anni. Riverside aveva rilevato Arena dal fondo Bs Private Equity sulla base di una valutazione della società di 100 milioni di euro. In quell’occasione Riverside aveva investito 80 milioni di equity. A sua volta Bs aveva rilevato Arena da Investitori Associati nel 2006, quando era stata valutata 55 milioni.
Ma chi potrebbe essere interessato ad Arena? I private equity potrebbero ancora essere in prima fila. Ma non è da escludere che il dossier possa essere esaminato da grandi multinazionali come Speedo, Nike, Adidas e Tribord oppure da gruppi asiatici, in particolari cinesi.
Fondata nel 1973, oggi Arena opera in 116 Paesi al mondo, con una presenza diretta in Italia, Francia, Germania, Austria e Stati Uniti e attraverso 35 partner commerciali negli altri mercati; il Gruppo Descente, con sede in Giappone, possiede e gestisce il brand in 11 Paesi del Far East.Il gruppo Arena non ha infatti la titolarità del marchio in tutti i Paesi, soprattutto in alcune zone dell’Asia.
Il brand Arena è famoso anche per i testimonial della scuderia, presenti in tutto il mondo. In passato ha vestito Federica Pellegrini come sponsor della Federnuoto. Ora tra gli atleti italiani testimonial ci sono Tania Cagnotto, la più famosa tuffatrice italiana, bronzo olimpico nel trampolino 3 metri, che collabora da anni con il brand italiano. Tra gli altri testimonial c’è l’italiano Gregorio Paltrinieri, vincitore dell’oro nei 1500 stile libero ai Mondiali.
Nel 2017 il fatturato della società è cresciuto del 5% rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo esercizio sono stati raggiunti circa 116 milioni di euro di fatturato contro i 111 milioni del 2016. L’80% del fatturato viene generato al di fuori dell’Italia. I primi tre Paesi esteri sono Francia, che è il primo mercato, Germania e Usa.
Arena ha forti radici italiane, ma è stata fondata da un tedesco. Horst Dassler, figlio del fondatore di Adidas, nel 1973 decide di fondare l’azienda dopo aver visto l’eco mondiale sollevata dalle 7 medaglie vinte dal campione statunitense Mark Spitz alle Olimpiadi di Monaco 1972. L’obiettivo era appunto di creare un marchio tecnico capace di migliorare le performance degli sportivi, professionisti e non.

Perché è sbagliato sottovalutare i giudizi dei Mr. Rating

 startmag.it 21.10.18

Il commento di Gianfranco Polillo dopo il downrating di Moody’s

Tanto tuonò che piovve: si può ben dire nel commntare il downrating di Moody’s. Si sapeva da tempo che si sarebbe arrivati a questo punto. Era tutto scritto, seppur nell’indifferenza generale. Nessuno, all’interno del governo, in grado di utilizzare questa sorta di spauracchio per accrescere il suo standing negoziale. Segno evidente di un encefalogramma piatto, bruciato da un falso senso di onnipotenza contro tutti e tutto: contro la Commissione europea (i burocrati di Bruxelles), contro la Banca d’Italia (coinvolta nel crack dei quattro istituti di credito), contro l’Ufficio parlamentare del bilancio (vecchi comunisti che remano contro). Si potrebbe continuare in un elenco infinito.

Oggi Luigi Di Maio può avere a disposizione un altro bersaglio da colpire. Moody’s, dal suo punto di vista, può rappresentare il male assoluto. Un organismo, appartenente al Gotha internazionale, che colpisce ingiustamente la “manovra del popolo”, insensibile al grido di dolore che proviene dalle viscere della società italiana. Che poi la definitiva “sconfitta della povertà“ in Italia, come più volte proclamato dal giovane leader, fosse uno dei più grandi bluff degli ultimi anni è cosa secondaria. A forza di ripeterlo, è possibile che lo stesso Di Maio se ne sia, alla fine, ingenuamente, convinto.

Quel Baa3, dal precedente Baa2, impresso nel comunicato ufficiale dell’Agenzia dovrebbe riportare tutti con i piedi per terra. Soprattutto costringere il Governo ad uscire dalle sue fumisterie ideologiche. Non c’è un David che combatte contro Golia, con qualche possibilità di vincere la partita. Quel comunicato è l’ultimo avviso ai naviganti. Sei mesi di tempo: se non cambierà qualcosa, vi sarà un ulteriore deprezzamento fino al fondo dei “titoli spazzatura”. Ed allora sarà la fine. Quel castello di carta, rappresentato dal debito pubblico italiano, non troverà più compratori. Potrà forse essere ancora collocato, ma solo tra i bracconieri che infestano i mercati finanziari, garantendo loro tassi d’interesse proibitivi.

Un ritorno al 2011, l’anno che segnò la fine del Governo Berlusconi e l’inizio del suo declino politico? Per la verità, da questo punto di vista, stiamo molto peggio. Anche allora vi fu un downrating (4/10/2011), ma il passaggio fu da Aa2 a A2. Che nel linguaggio cifrato di Moody’s significava ancora: titoli con un gradimento medio. Da allora è stato un lungo viaggio verso l’inferno. Nel marzo del 2013 eravamo scesi a Baa2: il passaggio verso un gradimento sempre più “scarso”. Posizione che abbiamo mantenuto per ben 5 anni, senza progresso alcuno, fino all’ultimo verdetto.

Si dovrebbe riflettere su questo piccolo calvario. Mette in luce i limiti dei Governi e delle maggioranze parlamentari alle quali l’Italia si era affidata nella precedente legislatura. Contribuisce, con pochi numeri, a spiegare anche i risultati delle passate elezioni. E le scelte di un elettorato che ha voluto tracciare un segno di forte discontinuità con il passato. Ma anche il perché del successo delle forze che si richiamavano al cambiamento. Hanno vinto per i demeriti altrui e non per i meriti propri. Si sono, pertanto, trovati a palazzo Chigi senza avere in mano un effettivo e realistico progetto di governo. L’ulteriore caduta di un rating, che nei precedenti 5 anni comunque aveva retto sulla trincea del Baa2, dimostra quanto sia peggiorata la situazione italiana di fronte gli occhi dei grandi player internazionali.

C’è speranza? Le condizioni oggettive del Paese consentono una risposta affermativa. Nel 2011 l’economia reale era in grande affanno. La progressiva caduta dei livelli di produttività aveva determinato un forte passivo della bilancia commerciale che si trascinava da anni. La stretta fiscale del 2012 ha prodotto, indubbiamente, tanta sofferenza, ma è stata anche salutare. Ha messo fuori mercato le strutture produttive più deboli e consentito una forte riconversione produttiva. Che poi il fenomeno abbia riguardato quasi esclusivamente alcuni territori del Nord del Paese, questo è purtroppo il limite storico dell’esperienza nazionale.

Sta comunque il fatto che le aziende, che sono sopravvissute alla grande crisi, oggi sono più produttive ed in grado di competere sui mercati internazionali. Lo dimostra il rovesciamento che si è prodotto nei saldi con l’estero. Da un deficit della bilancia dei pagamenti, pari al 3 per cento, si è passati ad un surplus del 2,5, con tendenza all’aumento. L’osservazione che ha spinto Moody’s a non dare subito il colpo di grazia e propendere per una piccola tregua, che, come detto in precedenza, ha una data di scadenza. Spetta quindi al Governo meditare su questa complessa situazione e trarne le dovute conseguenze. Sempre che sia in grado di capirla. Cosa di cui non si può essere sicuri.