Vino, il nuovo business che interessa i truffatori

ANDREA BERTAGNI CAFFE.CH 21.10.18

Magistrati ticinesi e italiani sul “calice criminale”
Immagini articolo
Non è una, ma sono due le indagini sulla cosiddetta truffa del vino che nel corso del 2018 ha toccato il Ticino e ha portato all’arresto di cinque persone residenti sul territorio cantonale. A parte l’accusa si smercio illegale, le due inchieste non hanno punti in comune, anche se si sono sovrapposte a livello temporale e sono ancora in corso. 
La prima è quella condotta dalla Magistratura ticinese, coincisa con il fermo delle cinque persone. La seconda è l’operazione denominata “Stige” gestita dalla procura di Catanzaro che lo scorso gennaio ha scoperchiato gli interessi della ‘ndrangheta per l’enogastronomia svizzera e ticinese. Operazione che non avrebbe collegamenti, né ramificazioni con l’attività investigativa della Procura ticinese. 
Vero è che sempre di vino si parla. Secondo il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri nel caso del milione di bottiglie smerciate in 16 locali in Svizzera, di cui la maggioranza in Ticino, dalla cosca Farao-Marincola non si sarebbe trattato di merce contraffatta. Ma di provenienza mafiosa. Di vino non farlocco, ma prodotto e realizzato dalla criminalità organizzata con l’intento di imporlo sul mercato, incassarne i proventi e trasferirli in Italia. L’ipotesi degli investigatori, che in gennaio hanno provveduto al fermo di 169 persone, è che si volesse riprodurre anche nel nostro Cantone il modello attuato in Germania, dove gruppi di ‘ndrangheta sono riusciti ad imporre l’acquisto di prodotti propri come semilavorati per pizze e vino di origine calabrese. 
Da notare che negli atti del Tribunale di Catanzaro si parla anche di denaro e di armi. Nello specifico, si citano “mazzette” che una volta al mese transitavano dalla Svizzera a Parma per alimentare i traffici della cosca in Emilia Romagna. In un altro passaggio si parla invece di “armi, corte e lunghe”, che un esponente della piovra si sarebbe procurato in territorio elvetico.
È tutta svizzera e non ha dunque nulla a che fare con l’operazione Stige la truffa, valutata in mezzo milione di franchi, di cui gli inquirenti ticinesi hanno svelato l’esistenza nel giugno di quest’anno. Un raggiro che ha avuto protagonista anche un altro tipo di vino, il “Sito Moresco” della cantina piemontese Gaja. O meglio, una sua copia. Etichettate come tali, almeno 18.000 finte bottiglie dell’azienda di Barbaresco in provincia di Cuneo sono state comprate l’anno scorso da un noto distributore di generi alimentari svizzero che, insospettito dalle segnalazioni dei consumatori, ha fatto analizzare la bevanda, scoprendo che il prodotto non aveva nulla a che fare con la famosa cantina. Completamente estraneo alla vicenda è risultato l’unico importatore dei vini Gaja in Ticino. Meno bene è invece andata all’azienda importatrice ticinese parallela, che ha venduto le false bottiglie al distributore svizzero, i cui responsabili sono stati fermati e nei confronti dei quali la procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti ha ipotizzato i reati di truffa, contraffazione di merci, falsità in documenti e ricettazione. Tutti e cinque gli indagati si dichiarano innocenti ed estrani ai fatti. Di più. Sostengono di essere stati truffati a loro volta da un’impresa italiana operante nel Nord Italia, regione, dove la bevanda è stata acquistata e poi importata.
Qualunque sia la verità, la differenza tra le due inchieste appare evidente. Se nella prima ci sono pesanti sospetti che sia coinvolta la ‘ndrangheta, con tutte le ripercussioni del caso in fatto di infiltrazioni mafiose nella società ticinese, nella seconda si intravvedono reati più legati, in generale, alla criminalità comune.

abertagni@caffe.ch