ASSICURAZIONI / I 10 MILA INCIDENTI FASULLI DI NAPOLI. PER ORA

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Assicurazioni a Napoli, una montagna di truffe, falsi incidenti, gestiti da una “cupola” composta da presunte vittime, avvocati e faccendieri, un vorticoso giro di soldi che spesso confluiscono lungo le piste del riciclaggio. Sono almeno 10 mila gli incidenti taroccati, ma la cifra reale potrebbe aumentare in modo molto consistente. Potrebbe perfino trattarsi solo della punta dell’iceberg.

Un grande business e un gigantesco verminaio sul quale ha messo le mani (con il pesante capo d’accusa della “associazione a delinquere”) la procura di Napoli, e dalle 800 pagine scritte dal gip Maria Luisa Miranda emerge uno spaccato da brividi, una fetta di società – tanto per dire – che vive di truffe e danari sottratti illecitamente alle compagnie di assicurazione, le quali ovviamente aumentano i prezzi dei premi a danno quindi di tutti i cittadini.

Sembrano scene uscite dai film di Totò, invece è tutto drammaticamente vero. Nel marasma e nella confusione più generali – comode per chi vuol truffare – si inseriscono episodi paradossali. Ad esempio quelli dei veicoli pubblici, cioè delle aziende pubbliche di mobilità, dell’Asl o quant’altro che risultano aver provocato l’incidente mai avvenuto. Ma poi non si trova il modo di effettuare le perizie. Per cui il danno taroccato da 2000 o 3000 euro, grazie anche ad una sola testimonianza fasulla, viene liquidato.

Ecco l’altro bubbone: quello dei testi falsi. Osserva un avvocato: “E’ da anni e anni che si dovrebbe dar vita alla famosa anagrafe dei testimoni, con la quale sarebbe facilissimo scoprire che si sono centinaia di testi taroccati, che fanno questo di professione perchè beccano 100 euro per ogni testimonianza falsa. Perchè non viene mai attivato? Vuol dire allora che ci sono precisi interessi a che il sistema resti sempre così, marcio, una mangiatoia per tanti faccendieri, spesso compresi medici che attestano patologie inesistenti dopo un non esistente sinistro”.

Il problema si trascina da almeno vent’anni. E infatti risale proprio al 2000 l’uscita del volume “Il Grande Cartello” che ricostruiva non solo questo tipo di scenario truffaldino, ma soprattutto quel mondo delle assicurazioni al quale faceva comodissimo, per lucrare premi assicurativi sempre più alti. Tanto da mettere in piedi un vero e proprio “Cartello” che dopo alcuni anni venne punito con una colossale multa dell’Antitrust guidata, all’epoca, da Giuseppe Tesauro: da 700 miliardi la batosta per le compagnie d’assicurazione. Multa che, tra ricorsi, controricorsi e burocrazie varie, evidentemente non hanno mai sborsato. E mai avviando un processo graduale e reale di trasparenza,

per evitare tali tipi di truffa.

Che cosa c’ è dietro la vendita di Magneti Marelli

Marco de’ Francesco industriaitaliana.it 22.10.18

Fca ha ceduto a Kkr il gioiello dei fari e della componentistica. Per il sistema industriale italiano è l’ ennesima mazzata. La ragione principale è l’ indebitamento della societa guidata da Mike Manley. Che cosa accadrà dell’ annunciato aumento di capitale Fca da 40 miliardi? Andrà in porto oppure è una boutade tipo “Fabbrica Italia”? Le opinioni degli economisti Fulvio Coltorti e Patrizio Bianchi

Magneti Marelli passa di mano.  Il Gruppo Fca e il fondo di private equity Kkr hanno trovato un accordo: la multinazionale quasi centenaria di Corbetta (Milano) – quella che fattura 7,9 miliardi rifornendo a livello globale i colossi dell’automotive di cambi, sospensioni, quadri di bordo, sistemi di illuminazione e di tanto altro – è stata acquistata dalla giapponese Calsonic Kansei (società nel passato controllata da Nissan Motor, ma ceduta l’anno scorso al fondo Kkr) per una cifra che, secondo Bloomberg, potrebbe arrivare a 6,2 miliardi di euro. Un annuncio ufficiale è atteso per oggi prima dell’apertura dei mercati europei. Fiat e Kkr non commentano. La fusione tra Magneti Marelli e Calsonic Kansei darà vita ad un produttore di ricambi auto con oltre 17 miliardi di dollari di fatturato e circa 65mila lavoratori da Tokyo a Milano. Secondo Bloomberg, la vendita è una importante pietra miliare per Mike Manley, il manager che ha preso il posto di Sergio Marchionne, scomparso a luglio a seguito di una malattia. È anche la prima operazione di M & A (fusioni e acquisizioni) supervisionata dal presidente John Elkann.

A quanto se ne sa, l’idea iniziale dello stesso Marchionne era quella di fare della Magneti Marelli uno spin-off da quotare in borsa. L’interesse del fondo Kkr era già noto, e dopo la morte del manager abruzzese gli americani avevano ottenuto un’esclusiva per trattare la cessione. Tuttavia, un mese fa Fca aveva bocciato l’offerta di 5 miliardi presentata dal fondo: il fatto è che dalla scomparsa di Marchionne il titolo Fca ha perso il 10% e ciò ha comportato il deprezzamento di Magneti Marelli, incorporata nel titolo. Il Lingotto ha tenuto duro, facendo presente che altri investitori, Apollo global Management e Bain Capital, erano interessati a Magneti Marelli. Di qui la “quadra” di questi giorni. Va peraltro sottolineato che l’azienda di Corbetta viene ceduta nel contesto del piano di investimenti 2018-2022 di 45 miliardi; operazione annunciata a giugno, con Marchionne al timone, dal direttore finanziario del Gruppo Richard Palmer. Ci si augura che il progetto abbia più fortuna di Fabbrica Italia, piano del 2010 di 30 miliardi di investimenti industriali di cui si sono perse le tracce. Ma la domanda è: perché vendere Magneti Marelli? E perché vendere ora, visto che il dossier di Fca sull’azienda è aperto da dieci anni, e spesso il Lingotto aveva cambiato idea?

Secondo Joel Levington, analista senior di Bloomberg Intelligence, «Fca potrebbe ora considerare di premiare gli azionisti con la vendita. L’unità potrebbe fornire a Fiat più di 2 miliardi di dollari di dividendi». Lo abbiamo chiesto agli economisti Fulvio Coltorti e Patrizio Bianchi. È emerso che il bilancio di Fca non è solido. Il debito finanziario è consistente, e ad esso non fa fronte un patrimonio gravato da troppe attività intangibili. Non si capisce neppure perché l’azienda non utilizzi la liquidità per abbattere l’indebitamento. E dato che i tassi di interesse sono previsti in crescita, era bene fare in fretta, perché l’interesse degli acquirenti avrebbe potuto scemare. Peraltro, la notizia della cessione di Magneti Marelli, e quindi dello spostamento dell’asse portante di Fca verso gli Stati Uniti, e ciò nell’incertezza della continuazione delle attività e dello sviluppo in Italia, è interpretata come un brutto segnale, al Paese e ai Mercati.

 

SERGIO MARCHONNE SI È SEMPRE OPPOSTO ALLA VENDITA DELLA MAGNETI MARELLI

 

I tentennamenti di Marchionne sulla sorte di Magneti Marelli

Il manager abruzzese aveva ricomprato rami di business ceduti dal Gruppo Fiat nel 2000. Inoltre la multinazionale di Corbetta aveva giocato un ruolo chiave nella fusione Fiat-Chrysler. Comunque sia, la trattativa con il fondo Kkr iniziò quando il manager abruzzese guidava Fca.

Almeno inizialmente, Marchionne era parso contrario alla vendita della multinazionale della componentistica. Gli è stata attribuita la frase: «Io Magneti Marelli non la venderò mai»; e nel sito di quest’ultima azienda si scopre che «tra il 2000 e il 2001, la rifocalizzazione delle attività industriali porta al delisting dai mercati azionari e alla decisione da parte del Gruppo Fiat di cedere alcuni rami di business, come sistemi elettronici, aftermarket, climatizzazione». Rami che riguardavano giusto la Magneti Marelli. Ma con Marchionne «il business della componentistica riacquista importanza strategica e con l’avvento del nuovo management inizia una nuova stagione per Magneti Marelli: viene ricostituito il perimetro industriale attraverso il reintegro delle aree relative ai Sistemi Elettronici e all’After Market». All’apparenza, Marchionne sembrava aver compreso l’importanza strategica della componentistica per il sistema Fiat-Fca: si era andato a riprendere quelle attività di cui il Gruppo, per questioni di cassa, si era liberato. E poi Marchionne doveva parecchio a Magneti Marelli, in vista della fusione che ha portato alla nascita di Fca.

Come è noto, già nel gennaio 2009 Fiat aveva annunciato un preliminare non vincolante con Chrysler per acquisire il 35% della casa automobilistica (la questione è già stata affrontata da Industria Italiana qui), all’epoca detenuta per il 19,9% dalla tedesca Daimler e per il resto da un fondo americano, Cerberus Capital Management, che aveva ottenuto la sua quota sborsando a Daimler 7,4 miliardi di dollari (al tempo pari a 5,5 miliardi di euro). Secondo alcuni l’azione di Fiat era per il momento a costo zero; prendeva un prestito dal governo americano e, secondo gli accordi, dopo la restituzione poteva acquisire sino al 51% delle azioni. In realtà c’era di mezzo il passaggio di brevetti e know-how. Caso volle che al centro della campagna elettorale di Barack Obama ci fosse la questione ambientale: questi subordinò prestiti e accordi alla produzione, in America, di auto a basso impatto ambientale e con motori di piccola cilindrata, sul modello europeo.

Comunque sia, la quota di Fiat in Chrysler passò al 46% nel maggio del 2011; e nel gennaio del 2014 venne annunciato l’inizio delle operazioni volte ad acquisire, attraverso la controllata Fiat North America, la totalità delle azioni di Chrysler Group da parte del gruppo italiano, manovra completata il 21 dello stesso mese. Il fatto è che in vista del trasferimento tecnologico dall’Italia agli Stati Uniti, l’ingrediente che ha consentito la fusione nella forma gradita ad Obama, Magneti Marelli ha giocato un certo ruolo. È stato notato (da Giuseppe Sabella sul Sussidiario) che la tecnologia dei motori Magneti Marelli ha permesso a Chrysler il riposizionamento di mercato negli Usa con nuovi prodotti a basso consumo. Solo con il know how della multinazionale di Corbetta l’azienda statunitense ha iniziato a produrre efficienti automobili di piccole dimensioni, cosa gradita all’ex presidente degli Stati Uniti. L’azienda di Corbetta è stata, in un certo senso, la carta migliore di Marchionne nella partita a stelle e strisce. Comunque sia, la trattativa con il fondo Kkr iniziò quando il manager abruzzese guidava Fca.

 

 

LO STABILIMENTO MAGNETI MARELLI A CORBETTA, MILANO ( PHOTO BY SKUKIFISH )

 

Il piano industriale 2018-2022

La vendita di Magneti Marelli nel contesto del piano industriale 2018-2022. Un progetto da 45 miliardi. Non si può non citare, però, Fabbrica Italia, piano di investimenti da 30 miliardi, scomparso nel nulla.

A quanto se ne sa, Manley è intenzionato a vendere Magneti Marelli anche per dar vita al piano industriale 2018-2022che lo stesso Marchionne aveva presentato prima di morire: prevedeva investimenti per 45 miliardi a fronte di una generazione di cassa di 75 miliardi. Il piano era stato annunciato a giugno dal direttore finanziario del Gruppo Richard Palmer. Va peraltro ricordato che nel 2010 la Fiat aveva annunciato un piano molto ambizioso: Fabbrica Italia. Trenta miliardi di investimenti industriali, di cui 20 in Italia. Sarebbe servito a portare la produzione delle auto Fiat da 650mila unità annue a 1,45 milioni nel 2014. Naturalmente aveva messo tutti d’accordo: anche la Fiom, perché si parlava di un numero considerevole di assunzioni. Nel settembre 2012, la ritirata del gruppo. Un piano oggetto di costante revisione, si disse dal Lingotto. Ma, in realtà, una nuova visione strategica, globalizzante, stava emergendo.

La crisi del 2011 c’entrava poco con il gruppo: Fiat spa chiudeva l’anno con 59,6 miliardi di ricavi; 1,65 miliardi di utile netto e ben 20 miliardi di liquidità disponibile in cassa. Quei 20 miliardi restavano in cassa. Insomma, non se ne fece niente.  Il nuovo piano di investimenti avrà più fortuna? Comunque sia, con la vendita di Magneti Marelli arriveranno più di 6 miliardi. Un’occasione, ha sottolineato l’analista di Bloombrg Joel Levington, di gratificare gli azionisti con due miliardi di dividendi. E il caso di Magneti Marelli potrebbe non restare isolato. A marzo si era parlato di un’altra importante società che potrebbe lasciare il perimetro del Lingotto: Comau, un’azienda integrata con 20 controllate che sviluppa e realizza processi di automazione, soluzioni e servizi di produzione ed è specializzata in robot di saldatura. Fondata nel 1973, attualmente è presente a livello globale con 29 centri operativi, 15 stabilimenti e 4 centri di ricerca e sviluppo. Lo stesso Marchionne parlò di un possibile scorporo, da realizzare nel 2019.

 

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L’EX PRESIDENTE USA BARACK OBAMA

 

Coltorti: un bilancio Fca non troppo felice

Le ragioni della vendita potrebbero dipendere da un bilancio Fca non troppo felice.  Al debito molto consistente non farebbe fronte un patrimonio solido. Di qui la necessità di fare cassa.

Secondo Coltorti, si tratta di far cassa, a causa del debito di Fca. «Ridurre l’indebitamento – afferma Coltorti – è sempre stato un problema per Marchionne, che è riuscito a limare il debito industriale, e non quello finanziario. L’indebitamento talvolta non è apparso in documenti ufficiali, sostituito dalla posizione finanziaria netta (ai debiti finanziari sono sottratti prima i crediti finanziari e poi la liquidità); una pratica ammessa dalle autorità di controllo, ma dai risultati controversi». Ma guardiamo un po’ la posizione di Fca. Secondo Coltorti «c’è un motivo per cui il rating di Standard & Poor’s è “b” con outlook positivo nel breve termine, mentre è “bb+” nel medio periodo. Una posizione intermedia tra il grado di investimento (investment grade) e quello di non investimento (speculative grade)». Appunto, come stanno le cose? «Fca ha un debito a lungo termine di 10,7 miliardi di euro, e a breve termine di 7,2 miliardi. Complessivamente, stiamo parlando di 17,9 miliardi. A fronte di ciò, un patrimonio netto di 21 miliardi». E non va bene?

«No, perché le attività intangibili sono pari a 24,9 miliardi (13,4 di avviamento e 11,5 di attività intangibili pure) e queste sono molto simili a buchi finanziari, perché non corrispondono ad attività materiali in grado di fare soldi; inoltre sono difficili da valutare. In genere, si decurtano dal patrimonio, che in questo caso darebbe un valore negativo». Insomma, per Coltorti «qui non c’è un vero e proprio patrimonio netto a fronte del debito, e la vendita di Magneti Marelli produrrà il trasferimento di una certa quota di indebitamento a carico dell’acquirente. Insomma, è una mossa obbligata dalle circostanze». Le conseguenze, sempre secondo Coltorti, non tarderebbero a farsi sentire. «Chi fa il lavoro di Magneti Marelli in Europa? Bosch. Fca rischia di diventare tributaria dei tedeschi, che potrebbero dimostrarsi non disponibili a trattamenti privilegiati». Ma torniamo al bilancio. «Da un po’ di tempo – afferma Coltorti – Fca mostra una forte liquidità. Gli ultimi numeri pubblicati corrispondono a 12,6 miliardi, di cui 6,4 miliardi di depositi verso banche e 6,2 di titoli sul mercato monetario. Ora, non si capisce perché questi soldi non siano utilizzati per abbattere il debito. La liquidità costa, e si fanno ulteriori debiti per disporne. Delle due l’una: o questa liquidità è vincolata dalle banche o si preferisce tenere un rating peggiore piuttosto che rimborsare una parte del debito con quella liquidità».

 La domanda è: perché ora?

La risposta, secondo Coltorti, è che con i tassi di interesse in crescita conveniva far presto. Altrimenti l’acquirente avrebbe potuto ritirarsi.

Perché vendere adesso? Secondo Coltorti «la questione è quella dei tassi di interesse in crescita. In America c’è un grosso allarme in proposito: sono state fatte tante operazioni a lungo termine contando su tassi bassi; e fante fusioni che ora destano preoccupazione. Raramente queste ultime sono servite per dar vita a realtà più efficienti. Aziende più grandi non significa più funzionali, soprattutto quando non si è in grado di gestire la complessità dell’organizzazione che con queste operazioni si genera. Con le fusioni si arricchiscono i consulenti; e i manager che dopo queste manovre si occupano di realtà più importanti, e pertanto si sentono legittimati ad aumentarsi lo stipendio. Se la fusione non è calibrata provoca danni».

Secondo Coltorti, è il caso di Fca. «Marchionne ha svolto un grosso lavoro, ma non è stato in grado, come si è detto, di ridurre l’indebitamento finanziario, né di aumentare la qualità del prodotto. Di certo Fca non fa competizione ai top brand tedeschi. La Lancia era una macchina di lusso, ora è un’utilitaria a basso prezzo. Ma questo può essere dipeso dall’atteggiamento degli azionisti, che sono sempre stati inclini a far cassa. Si pensi che in ambito Fiat sono stati inventati il turbodiesel e l’Abs, ma invece di utilizzare queste scoperte sul mercato, di è preferito monetizzare cedendone a terzi l’utilizzo». Riassumendo, secondo Coltorti la fusione non ha portato grande efficienza; c’era necessità di raccogliere denaro, e la questione dei tassi in crescita impone di farlo subito.

 

 

L’economista Patrizio Bianchi, , ordinario di Economia applicata alla Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Ferrara

Bianchi: questa vendita non è un buon segnale per il Paese

A parte le questioni di cassa, ce ne sono altre due meritevoli di attenzione, secondo Bianchi: anzitutto l’asse portante della Fca si sposta sempre di più verso gli Usa; in secondo luogo, non è detto che le attività e lo sviluppo restino in Italia. In tutti i casi questa vendita non è un buon segnale per il Paese.  

Secondo Bianchi, a parte il «problema interno a Fca, quello di far cassa», ci sono due ordini di questioni. Il primo riguarda la “scelta Paese”. «Oramai – afferma Bianchi – sembra evidente l’intenzione di Fca di spostare l’asse portante delle attività in Usa. Per il gruppo, l’Italia conta sempre meno». E poi c’è la questione della strategia di lungo periodo. «Che cosa si vuole fare? – continua Bianchi – L’acquirente intende sviluppare la tecnologia in Italia o vuole farlo altrove? Perché fa una certa differenza. Lamborghini è senza dubbio interamente posseduta dalla tedesca Audi; ma la produzione e lo sviluppo di Sant’Agata Bolognese non sono stati posti in discussione. La proprietà è altrove, ma l’attività è qui. Anche da un punto di vista dell’avanzamento tecnologico. Ma qual è l’appeal dell’Italia, ora? Va sottolineato che il fatto che la vendita sia stata realizzata in questo periodo, sembra un messaggio chiaro di Fca al Paese Italia. Stiamo vivendo un momento di confusione istituzionale, e di scontro con i mercati, che non sono fatti solo da speculatori ma anche da investitori istituzionali, come i fondi pensione. Quello che posso dire è che, secondo me, la notizia della vendita di Magneti Marelli non è un bel segnale, al Paese e ai Mercati».

 

Magneti Marelli in Cina
LO STABILIMENTO MAGNETI MARELLI IN CINA

Chi è la Magneti Marelli, la multinazionale che fornisce componenti alle aziende dell’automotive

L’azienda è una multinazionale da 7,9 miliardi di fatturato (ultimo dato disponibile, relativo all’anno fiscale 2016) e 43mila dipendenti (di cui 10mila in Italia). E’ guidata dal Ceo Ermanno Ferrari, nominato proprio questo mese in sostituzione di Pietro Gorlier. Magneti Marelli opera come fornitore di prodotti soluzioni e sistemi ad alta tecnologia per l’industria automobilistica: sospensioni, cambio, quadri di bordo, sistemi di illuminazione, moduli plastici e altro. Ha sede centrale a Corbetta, nel Milanese. Quanto agli impianti di produzione, in Italia sono ad Amaro, dalle parti di Udine, ad Atessa (Chieti), a Bologna, e a Venaria Reale (Torino). Ma Magneti Marelli di stabilimenti produttivi ne ha in tutto il mondo: l’azienda è presente in Argentina, Brasile, Cina, Corea, Francia, Germania, Giappone, India, Malaysia, Messico, Polonia, Repubblica Ceca, Russia, Serbia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Turchia. Complessivamente, comprese quelle nel Belpaese, le unità produttive sono 85; e poi la società dispone anche di 15centri di ricerca e sviluppo.

Va sottolineato che pur facendo parte di Fca, l’azienda fornisce tutti i maggiori car maker in Europa, Nord e Sud America e Asia. Opera, cioè, a livello globale, grazie a otto aree di businessElectronic Systems (quadri di bordo, infotainment & telematica, lighting & body electronics); Automotive Lighting (sistemi di illuminazione); Powertrain(sistemi controllo motore benzina, diesel e multifuel; cambio robotizzato e altro); Suspension Systems (sistemi sospensioni, ammortizzatori, dynamic system – sistemi di controllo dinamico del veicolo); Exhaust systems (sistemi di scarico, convertitori catalitici, silenziatori); Motorsport (sistemi elettronici ed elettromeccanici specifici per le competizioni con leadership tecnologica in Formula1, MotoGP, e altro); Plastic Components and Modules(componenti e moduli plastici per l’automotive); Aftermarket Parts and Services (distribuzione ricambi; e altro).

La Magneti Marelli prima del Duemila

La Magneti Marelli fu fondata nel 1919 con il nome di F.i.m.m., Fabbrica Italiana Magneti Marelli, frutto di una joint-venture tra la Fiat e la Ercole Marelli. Quest’ultima, ricorda il sito della società, era stata fondata nel 1891 ed era specializzata nella produzione di motori e apparecchi elettrici. Nello stabilimento Magneti Marelli di Sesto San Giovanni viene avviata, nel 1929, la produzione di batterie per autovetture. «Nel 1930 nasce il marchio Radiomarelli, per la commercializzazione di prodotti radio, e successivamente televisivi, di Magneti Marelli; l’anno dopo viene avviata la produzione di batterie per veicoli a trazione elettrica, sottomarini e illuminazione treni». Dal 1935 la produzione di candele per auto e moto contribuirà alla fama e alla popolarità dell’azienda. Sempre secondo il sito, nel 1956 «il Cern di Ginevra affida a Magneti Marelli la progettazione e la realizzazione delle unità acceleratici del più grande protosincrotrone del mondo. Negli anni a seguire l’azienda apre sedi in Turchia e in Brasile».

Nel 1984 l’headquarter viene spostato a Cinisello Balsamo, sempre dalle parti di Milano, e «tra il 1986 e il 1987 Magneti Marelli è protagonista di una importante riorganizzazione aziendale che ha come risultato la trasformazione in holding industriale, cui fanno capo importanti e prestigiose industrie in ambito automotive a livello internazionale, quali Weber e Solex nel campo dell’alimentazione e controllo motore, Veglia Borletti e Jaeger nel campo dei quadri di bordo e dei sistemi elettronici, Carello e Siem nel campo dell’illuminazione, marchi storici che affondano le loro radici nella tradizione industriale italiana ed europea fin dal lontano Ottocento. Le diverse specializzazioni industriali tecnologiche e le varie esperienze convergono per costituire un eccezionale patrimonio industriale, che ha consentito a Magneti Marelli di acquisire know-how e competenze tecnologiche straordinariamente ricche». Nel 1996 l’azienda apre una sede in Cina.

 

VENGHINO, SIGNORI, VENGHINO, LO SPREAD È SERVITO: SI APRE LA STAGIONE DEI SALDI PER LE BANCHE ITALIANE. CON 70 MILIARDI CI SI COMPRA TUTTI I PRIMI 5 ISTITUTI DEL BELPASE. E CON SOLI 8 MILIARDI TI PORTI A CASA UBI; BANCOBPM E MPS INSIEME. ECCO L’EFFETTO DELLE PERDITE IN BORSA CAUSATE DALLA CRISI DELLO SPREAD. DA MAGGIO CAPITALIZZAZIONI TAGLIATE DI OLTRE IL 30%. LE BANCHE INDEBOLITE RIDURRANNO DI NUOVO IL CREDITO E SCARICHERANNO SUI CLIENTI I COSTI IN PIÙ DELLA RACCOLTA BANCARIA

dagospia.com 22.10.18

Fabio Pavesi per Dagospia

jean pierre mustier con elkette versione disegnoJEAN PIERRE MUSTIER CON ELKETTE VERSIONE DISEGNO

Un assegno di 70 miliardi di euro e spiccioli et voilà ci si porta a casa le prime 5 banche italiane per attivo di bilancio. Che se non fosse ancora chiaro vuol dire comprarsi il 70% dell’intera industria bancaria del Bel Paese. Detta così, quei miliardi che possono apparire un sacco di soldi, sono poca cosa per diventare i padroni del sistema bancario della terza economia della zona euro. Quei 70 miliardi erano infatti fino a venerdì sera il valore cumulato di Borsa dei primi 5 istituti nostrani.

Dai due colossi Intesa e UniCredit che valgono insieme poco meno di 62 miliardi di euro di valore di mercato, fino a Ubi banca, il BancoBpm e la sempre claudicante Monte dei Paschi di Siena.

Per le tre banche dietro agli unici due campioni nazionali bastano davvero gli spiccioli. Con soli 8 miliardi fai shopping di tutte e tre. Con 3,34 miliardi ci si compra l’intera Ubi banca. Ne servono ancora meno per il BancoBpm (2,73 miliadi il valore di Borsa a venerdì). E con meno di 2 miliardi sostituisci lo Stato alla guida di Mps.

Tanto per dare una fotografia suggestiva, le prime 5 banche italiane valgono poco più del solo Santander spagnolo. La sola Bnp Paribas vale quanto Intesa e UniCredit messe insieme. E la inglese Hsbc vale due volte le nostre 5 banche tutte insieme. Persino la National Bank of Greece vale oggi il 20% in più di Mps.

victor massiahVICTOR MASSIAH

Forse visti così questi numeri danno al volo l’idea della crisi sconfinata che sta languendo di nuovo le banche italiane, dopo la tempesta del 2011-2012. E l’imputato principe questa volta è il tanto evocato spread. Più sale il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi più le banche devono mettere in conto perdite su quei 363 miliardi di buoni del Tesoro che hanno tuttora in pancia.

Più il Paese agli occhi degli investitori perde affidabilità creditizia, più il rischio sovrano si trasmette in automatico al debito pubblico in portafoglio ai nostri istituti. Il riflesso è quasi pavloviano. Su lo spread, giù le banche in borsa. Un copione che tra alti e bassi (più alti però) si ripropone quotidianamente sul mercato di Borsa.

carlo messinaCARLO MESSINA

E del resto basta vedere quanto hanno perso in sincrono le banche dai primi di maggio a oggi. Sembra che i mercati lavorino con il pilota automatico nello scaricare tutto ciò che si chiama banca sui listini. Intesa e UniCredit hanno perso entrambe il 35% del loro valore. Ubi il 30%; BancoBpm e Mps il 41% entrambe. Le banche più piccole non sono da meno.

La Bper ha fatto -27% negli ultimi sei mesi; stessa caduta per il Creval e vicina a lei l’altra valtellinese la Popolare di Sondrio con un -24%. Di fatto bruciati tagliati più di un terzo dei prezzi dopo che in primavera del 2018 le banche avevano ritoccato i loro massimi dell’anno. Poi il buio e il capitombolo come nella lunga crisi post 2011.

Oggi è ancora peggio perché quei valori così compressi espressi oggi dal mercato, che coprono a malapena meno della metà del reale valore patrimoniale degli istituti non si vedevano dai tempi della crisi del debito sovrano.

Ma all’epoca le banche non solo erano piene oggi come allora di titoli di Stato (si raggiunse il picco di oltre 400 miliardi di Btp nei portafogli), ma erano zavorrate da una montagna di sofferenze e incagli che pesavano per oltre 300 miliardi sui bilanci. Oggi quelle sofferenze non sono più lo spauracchio principe.

MONTE DEI PASCHIMONTE DEI PASCHI

Tra cessioni ed effetto rientro dalla recessione dell’economia italiana, il loro peso è fortemente diminuito e non produce più quella marea di perdite che ha caratterizzato il periodo 2012-2016 quando il conto totale del rosso di bilancio ha totalizzato oltre 50 miliardi, figli delle continue svalutazioni dei crediti avariati.

Tanto che le banche nel 2017 sono tornate a produrre utili. Ora quella via d’uscita dalla lunga crisi che sembrava acquisita è di nuovo compromessa. Troppo e troppo stringente il rapporto tra il nostro debito pubblico e quella quota pari al 15% dell’ammontare detenuta direttamente dal sistema creditizio. Le perdite sui titoli finiscono a erodere il capitale, quel capitale che le banche avevano faticosamente ricostruito con gli aumenti di capitale chiesti ai soci.

DI MAIO SPREADDI MAIO SPREAD

Se il capitale va sotto pressione, il circolo vizioso già conosciuto torna in campo. Si riducono i prestiti e in ogni caso aumentando il costo della raccolta i nuovi costi si scaricheranno su conti correnti e servizi bancari. Non bastano quindi le perdite di portafoglio delle centinaia di migliaia di italiani che investono in azioni bancarie; si aggiungeranno nuovi costi ai clienti, dato che le banche trasleranno proprio alle clientela i nuovi costi.

Per non parlare dei crediti. La stretta creditizia non è mai finita: mancano all’appello tuttora circa 70 miliardi di impieghi rispetto allo stock di crediti a imprese e famiglie negli anni della crisi.

Vista così certa retorica populista anti-bancaria si copre solo di ridicolo. Le banche saranno anche brutte, sporche e cattive ma se le affossi, distruggi un pezzo di economia reale e danneggi i risparmiatori e gli investitori. Un boomerang incosciente e irresponsabile.   

BORSA MILANOBORSA MILANO

Il messaggio di Dijsselbloem alla Commissione UE: “colpite le banche italiane”

 Cesare Sacchetti lacrunadellago.it 22.10.18

“Se la crisi italiana diviene una grave crisi, imploderà principalmente nell’economia italiana, piuttosto che diffondersi in Europa.” Queste le parole pronunciate alla CNBC da Jerome Dijsselbloem, l’ex presidente olandese dell’Eurogruppo, il summit che riunisce tutti e 19 i ministri dell’Eurozona.

Un’analisi dai toni intimidatori su come dovrebbe comportarsi la Commissione Ue, rispetto alle intenzioni italiane di realizzare un deficit pari al 2,4% del PIL.

L’ex presidente dell’Eurogruppo non ha dubbi sul fatto che ci sarà uno scontro imminente tra Bruxelles e Roma, e individua le responsabilità delle frizioni tra la Commissione UE e il governo giallo-verde, nella manovra finanziaria.

“Guardando a ciò che i membri del governo italiano hanno messo sul tavolo, la Commissione non avrà altra scelta che rispedire la manovra indietro. Questo comunque non è la fine di un processo, ma piuttosto l’inizio.”

I termini per rispondere alla lettera firmata da Moscovici, commissario UE agli affari economici,  e Dombrovskis, vice-presidente della Commissione, che considera la manovra dell’Italia “una violazione senza precedenti”, scadono proprio oggi.

Se la risposta di Roma a Bruxelles non dovesse essere giudicata soddisfacente in quanto agli obbiettivi di bilancio auspicati dall’UE, a quel punto la prassi prevede che i vertici della Commissione elaborino una controproposta entro due settimane a cui fa seguito la richiesta di una nuova manovra finanziaria allo Stato membro, in questo caso l’Italia, entro tre settimane.

Dijsselbloem indica la via alla Commissione per individuare i punti deboli dell’Italia nella trattativa, e per piegarla in qualche modo alle richieste di Bruxelles.

E il tallone d’Achille in questo caso per l’olandese è il sistema bancario italiano. “Ci sarà un ruolo per l’autorità bancaria per considerare quello che questo porta nei confronti delle banche italiane. Abbiamo già visto la loro quotazione azionaria crollare.”

Il riferimento è chiaramente all’esposizione delle banche italiane verso i titoli del debito pubblico italiano, che attualmente è pari a 370 miliardi di euro, il 10% dei loro bilanci complessivi.

Un aumento dello spread, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, provoca un incremento dei tassi dei btp italiani e questo si riflette in un deterioramento dell’indice bancario TIER 1.

In sostanza, questo parametro misura la solvibilità di un istituto bancario rispetto ad eventuali perdite senza intaccare le posizioni dei correntisti.

Se quindi il TIER 1 dovesse peggiorare, le conseguenze si potrebbero far sentire anche per i depositanti.

Il rischio è che si ripeta quanto accaduto nel 2013 a Cipro, proprio quando l’Eurogruppo era diretto da Dijsselbloem, dove venne eseguito un prelievo forzoso del 9,9% sui depositi bancari in cambio del pacchetto di aiuti fornito dagli altri Stati membri dell’UE.

L’olandese quindi sembra auspicare il modello Cipro per l’Italia, per costringere Roma a cedere sulla linea imposta da Bruxelles sul bilancio pubblico.

Ma è lo stesso Dijsselbloem a riconoscere che l’Italia non è paragonabile a Cipro né alla Grecia, e che attualmente la situazione è diversa perché, a suo dire, la crisi greca portava con sé il rischio di “contaminare l’intera eurozona”, mentre quella italiana appunto rischierebbe di implodere all’interno per l’esposizione delle banche sul debito pubblico italiano.

Se dunque la Commissione UE seguirà questa strategia, con un rifiuto ad accettare la manovra italiana, è probabile aspettarsi una nuova pressione speculativa dei mercati sui btp italiani.

Dijsselbloem ha dimenticato però nel suo ragionamento che Roma ha una nuclear option a disposizione, ovvero l’uscita unilaterale dall’euro.

E’ stato lo stesso ministro Savona a dire che in caso di rifiuto della manovra da parte di Bruxelles, ci si dovrà tenere pronti a qualsiasi evenienza.

Una frase che non può non rimandare all’eventualità di un piano B per uscire dalla logica del ricatto imposta dall’UE.

Nelle prossime settimane, si decide tutto. Il braccio di ferro tra Bruxelles e Roma si potrà risolvere solo con due soluzioni: se il governo giallo-verde non uscirà dall’euro, il Paese rischia di finire strangolato come già lo furono la Grecia e Cipro.

Come decolleranno Ferrovie e governo con Alitalia. Fatti, indiscrezioni e scenari

 startmag.it 22.10.18

“Zero euro dello Stato in Alitalia”. E’ il mantra che si ascolta in questi giorni fra chi nel governo segue il dossier della compagnia aerea.

Zero euro dello Stato? Ma di chi è Fs? Dello Stato, ovvero dal ministero dell’Economia. E saranno proprio le Ferrovie ora guidate dal nuovo amministratore delegato, Gianfranco Battisti, ad andare in soccorso di Alitalia.

ECCO IL PIANO DEL GOVERNO SU ALITALIA

Il piano in fieri dell’esecutivo prevede questo, secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine: smantellamento della strategia dei passati governi di vendere Alitalia a un gruppo straniero; critiche alla gestione dei commissari voluti dal precedente governo; offerta di Ferrovie Italiane entro la fine del mese sul 100% di Alitalia; ed entro la fine dell’anno un consorzio di Fs con un partner industriale in minoranza (e forse con una partecipazione del Mef) che dia una configurazione stabile all’assetto azionario della compagnia aerea.

IL DOSSIER PRESTITO-PONTE PER ALITALIA

Le critiche serrate ai passati governi in queste ore si concentrano dal punto di vista tecnico sulle modalità del prestito-ponte, anche sulla base delle ultime dichiarazioni dei commissari che non sono state accolte per nulla con favore negli ambienti del governo.

I COMMISSARI NEL MIRINO DEL GOVERNO

Il commissario di Alitalia, Luigi Gubitosi ha detto che ci sono ancora in cassa, oppure depositati in garanzia, 770 milioni, dei 900 iniziali del finanziamento deciso dal governo a guida Pd. Ma l’importo da restituire allo Stato – secondo i tecnici – non si limita ai 900 milioni ma include anche l’interesse, al tasso di circa il 10%, per l’anno e mezzo di durata del prestito, per una somma totale che si avvicinerà a fine anno ai 1.030 milioni.

I DUBBI E GLI INTERROGATIVI

I dubbi del governo (sono stati pagati gli interessi sul prestito?) sono stati suffragati dai rilievi giunti con una lettera da parte della Commissione europea: “Se uno Stato è creditore e rinuncia o non rivendica gli interessi dovuti sul prestito, tale comportamento potrebbe comportare un aiuto di Stato”, ha messo per iscritto la commissaria Margrethe Vestager,

CHE COSA FARANNO LE FERROVIE IN ALITALIA

La tempistica delle prossime mosse del governo Conte è la seguente: entro la fine di ottobre, sarà formalizzata l’offerta di Ferrovie per rilevare il 100% di Alitalia (mentre molti economisti esperti di trasporti, come Andrea Giuricin, criticano la bontà industriale del connubio), ed entro la fine del mese si darà un assetto azionario stabile con un partner industriale (oggi il Messaggero scrive dell’ipotesi Lufthansa o Delta) e una società del Mef (Cdp o una sua controllata, ma lo statuto della Cassa lo impedisce, quindi la Cdp potrebbe figurare come finanziatrice della compagnia) o direttamente il Tesoro (se verranno superate le perplessità delle strutture di vertice del dicastero condivise dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria).

Il nodo del contendere sarebbe in particolare la possibilità di convertire in azioni parte del prestito ponte. Da Bruxelles fanno trapelare – ha scritto oggi il Corriere della Sera – che l’ingresso diretto del Tesoro non sarebbe giustificabile per la normativa Ue.

Visualizzazione delle 8 forze principali che modellano il futuro dell’economia globale

Scritto da Jeff Desjardins tramite VisualCapitalist.com,

“Non posso cambiare la direzione del vento, ma posso regolare le mie vele per raggiungere sempre la mia destinazione.”

– Jimmy Dean

Il mondo sta cambiando più velocemente che mai.

Con miliardi di persone iper-connesse tra loro in una rete globale senza precedenti, consente una diffusione quasi istantanea e senza attriti di nuove idee e innovazioni.

Combina questa connessione con i dati demografici in rapida evoluzione, spostando i valori e gli atteggiamenti, aumentando l’incertezza politica e i progressi esponenziali della tecnologia, ed è chiaro che il prossimo decennio si trasformerà in una trasformazione storica.

Ma dove si incrociano tutte queste grandi tendenze, e come possiamo dare un senso a un mondo inglobato in complessità e sfumature? Inoltre, come possiamo impostare le nostre vele per approfittare delle opportunità offerte da questo mare di cambiamenti?

L’INTERSEZIONE DEI DATI E DEI VIDEO POTENTI

Interpretare enormi quantità di dati su come il mondo sta cambiando può essere una tassa anche per i pensatori più brillanti.

Per questo motivo, il nostro intero team di Visual Capitalist è focalizzato sull’utilizzo del potere della narrazione visiva per rendere le informazioni del mondo più accessibili. Il nostro team di progettisti di informazioni lavora quotidianamente per trasformare dati complessi in grafici intuitivi e intuitivi, consentendo di vedere le grandi tendenze dell’immagine da una nuova prospettiva.

Dopo tutto, la scienza dice che il 65% delle persone sono studenti visivi – quindi perché non inserire dati in una lingua che possono capire?

Mentre pubblichiamo regolarmente le nostre immagini in un formato online, il nostro sforzo più recente è stato quello di compilare i nostri migliori grafici, infografiche e visualizzazioni di dati in un unico posto: il nostro nuovo libro  Visualizing Change: Un’istantanea basata sui dati del nostro mondo , un 256- pagina libro con copertina rigida sulle forze che danno forma al business, alla ricchezza, alla tecnologia e all’economia.

Il libro si concentra su otto temi principali che spaziano dallo spostamento della geografia umana all’incessante evoluzione del denaro. E qui sotto, presentiamo alcune delle visualizzazioni chiave nel libro che servono come esempi relativi a ciascun tema principale.

1. L’INVASIONE TECNICA

Per la maggior parte della storia del business, le aziende leader a livello mondiale sono state focalizzate su scala industriale.

Pionieri come Henry Ford e Thomas Edison hanno innovato nel regno fisico usando gli atomi – hanno escogitato nuovi modi per riorganizzare questi atomi per creare cose come la catena di montaggio e la lampadina a incandescenza. Quindi, le aziende hanno investito enormi quantità di capitale per costruire fabbriche fisiche, pagare migliaia di lavoratori e costruire queste cose.

La maggior parte delle grandi aziende blue chip sono state costruite in questo modo: IBM, US Steel, General Electric, Walmart e Ford sono solo alcuni esempi.

Ma la realtà aziendale di oggi è molto diversa. Viviamo in un mondo di byte – e per la prima volta la tecnologia e il commercio si sono scontrati in un modo che rende i dati di gran lunga più preziosi di oggetti fisici e tangibili.

Il posto migliore per vedere questo è in che modo il mercato valorizza le aziende.

Come potete vedere sopra, aziende come Apple, Amazon e Microsoft hanno soppiantato le tradizionali aziende blue chip che costruiscono cose fisiche.

L’invasione tecnologica sta sfruttando la connettività, gli effetti di rete, l’intelligenza artificiale e una scala senza precedenti per creare piattaforme globali con cui è quasi impossibile competere. L’invasione tecnologica ha già conquistato la vendita al dettaglio e la pubblicità – e ora le forze d’invasione hanno gli occhi puntati su assistenza sanitaria, finanza, produzione e istruzione.

Gli atomi saranno mai più preziosi dei byte?

Fatti interessanti:

2. L’EVOLUZIONE DEI SOLDI

Il denaro è probabilmente una delle invenzioni più importanti dell’umanità. Dalle pelli di castoro alle lingotti d’oro, la forma e la funzione del denaro hanno costantemente fluttuato nel corso della storia.

Nel mondo moderno, la definizione di denaro è più sfocata che mai. Le banche centrali hanno optato per creare miliardi di dollari di valuta dal nulla a partire dalla crisi finanziaria e, in secondo luogo, si può effettivamente utilizzare la tecnologia blockchain per creare la propria criptovaluta concorrente in pochi clic.

Indipendentemente da ciò che è denaro e ciò che non lo è, la gente ne prende in prestito importi record.

Il mondo ha accumulato 247 trilioni di dollari di debiti, compresi $ 63 trilioni presi in prestito dai governi centrali:

Nelle circostanze monetarie insolite odierne, i carichi massicci del debito sono solo un’anomalia.

Ecco altri esempi che illustrano l’evoluzione del denaro: il Venezuela ha perso quasi ogni valore della sua valuta, il “War on Cash” sta imperversando in tutto il mondo, le banche centrali prestano denaro a tassi di interesse negativi (Svezia, Giappone, Svizzera, ecc.) E le criptovalute come Bitcoin valgono collettivamente oltre $ 200 miliardi.

Il modo in cui vediamo i soldi – e come questa percezione si evolve nel tempo – è un fattore sottostante che influenza il nostro futuro.

Fatti interessanti:

3. IL PAESAGGIO DELLA RICCHEZZA

La ricchezza non è stagnante – e quindi per coloro che cercano di trarre il massimo dalle opportunità globali, è imperativo avere un’idea di come il panorama della ricchezza sta cambiando.

La visione moderna è estremamente salutare o frizzante, a seconda di come la si guarda: Amazon e Apple valgono più di $ 1 bilione, Jeff Bezos ha una fortuna di $ 100 + miliardi e l’attuale mercato rialzista è il più lungo nella storia moderna a 10 anni .

Questa crescita continuerà e da dove arriverà?

Ecco un aspetto basato sulle proiezioni della Banca Mondiale:

Nonostante queste stime, c’è una lista di articoli di cui gli ultra-ricchi sono preoccupati: tutto, dal ritorno atteso dell’inflazione a un mondo in cui i cigni neri geopolitici sembrano diventare più comuni.

Ecco perché coloro che costruiscono e proteggono la ricchezza sono giustamente preoccupati per questi eventi:

Ma il panorama della ricchezza non riguarda solo i miliardari e le grandi compagnie, ma sta cambiando anche in altri modi interessanti. Ad esempio, la definizione stessa di ricchezza sta assumendo un nuovo significato, con millennial che guidano una carica verso investimenti sostenibili piuttosto che essere interamente concentrati sul rendimento monetario.

Come sarà il paesaggio della ricchezza tra un decennio?

Fatti interessanti:

4. PROMESSE ORIENTALI

L’ascesa economica della Cina è stata una storia avvincente per decenni.

Fino a poco tempo fa, siamo stati in grado di ottenere un’anteprima di ciò che la superpotenza orientale è in grado di fare – e nei prossimi anni, queste promesse si realizzeranno in una scala che sarà ancora sconcertante per molti.

Comprensibilmente, la portata della popolazione e dell’economia cinese può essere ancora abbastanza difficile da mettere in prospettiva.

La seguente mappa può aiutare, poiché combina entrambi gli elementi per dimostrare che la Cina ha innumerevoli città ciascuna con una maggiore produttività economica rispetto a interi paesi.

In realtà, la Cina ha oltre 100 città con oltre 1.000.000 di abitanti. Queste città, molte delle quali volano al di sotto del radar sul palcoscenico globale, hanno ciascuna economie impressionanti – siano esse costruite su fabbriche, produzione di risorse naturali o economia dell’informazione.

Come un esempio impressionante, il delta del fiume Yangtze – una singola regione che contiene Shanghai, Suzhou, Hangzhou, Wuxi, Nantong, Ningbo, Nanjing e Changzhou – ha un PIL (PPP) di $ 2,6 trilioni, che è più dell’Italia.

Fatti interessanti:

5. ACCELERARE IL PROGRESSO TECNOLOGICO

Come abbiamo già visto, ci sono molti aspetti del cambiamento che avranno un impatto sul nostro futuro condiviso.

Ma ecco il kicker: quando si parla di progresso tecnologico, la velocità del cambiamento in realtà sta diventando sempre più veloce. Ogni anno porta più progressi tecnologici rispetto all’ultimo, e una volta che la “mazza da hockey” esponenziale prende il sopravvento, le innovazioni potrebbero accadere a un ritmo accanito.

Questo potrebbe essere descritto come una funzione della Legge di Moore, e la legge dell’accelerazione dei ritorni è anche qualcosa di cui i futuristi come Ray Kurzweil hanno parlato per decenni.

È interessante notare che c’è un altro ramo di accelerare il cambiamento che si applica più al mondo economico e aziendale. Non solo la velocità di cambiamento sta diventando più veloce, ma per vari motivi, i mercati sono in grado di adottare nuove tecnologie più velocemente:

I nuovi prodotti possono raggiungere milioni di utenti in pochi mesi e il gioco Pokémon Go funge da interessante caso di studio di questo potenziale. Il gioco ha ammassato 50 milioni di utenti in soli 19 giorni, un battito di ciglia rispetto alle automobili (62 anni), al telefono (50 anni) o alle carte di credito (28 anni).

Man mano che le nuove tecnologie vengono create a un ritmo sempre più veloce – e poiché vengono adottate a velocità record dai mercati – è giusto dire che il futuro potrebbe arrivare a una velocità vertiginosa.

Fatti interessanti:

6. LA RIVOLUZIONE VERDE

Non è un segreto che la nostra civiltà si trova nel bel mezzo di un passaggio sismico a fonti energetiche più sostenibili.

Ma per apprezzare appieno il significato di questo cambiamento, è necessario guardare al grande quadro di energia nel tempo. Di seguito è riportato un grafico del consumo di energia degli Stati Uniti dal 1776 ad oggi, a dimostrazione del fatto che l’energia che utilizziamo per alimentare lo sviluppo non è permanente o statica nel corso della storia.

E con la velocità con cui la tecnologia si muove, ci aspettiamo che la nostra infrastruttura energetica e i nostri sistemi di consegna evolvano a un ritmo ancora più intenso di quello che abbiamo sperimentato prima.

Fatti interessanti:

7. CAMBIARE LA GEOGRAFIA UMANA

I dati demografici globali sono sempre in movimento, ma l’ondata di popolazione nei prossimi decenni ridisegnerà completamente l’economia globale.

Nei paesi occidentali e in Cina, le popolazioni si stabilizzeranno a causa dei tassi di fertilità e dei parametri demografici. Nel frattempo, nel continente africano e nel resto dell’Asia, le popolazioni in forte espansione, combinate con una rapida urbanizzazione, si tradurranno nella crescita delle megalopoli, con oltre 50 milioni di persone.

Entro la fine del XXI secolo, questa animazione mostra che l’Africa da sola potrebbe contenere almeno 13 megacities più grandi di New York:

A questo punto, è previsto che il Nord America, l’Europa, il Sud America e la Cina si uniranno per contenere zero delle 20 città più popolose del mondo. Quali altri cambi di gioco alla geografia umana si verificheranno durante questo tratto?

Fatti interessanti:

8. IL PARADOSSO DEL COMMERCIO

Per definizione, un accordo consensuale e razionale tra due parti è quello che rende entrambe le parti migliori.

Basandosi su questo principio microeconomico, e anche sul consenso degli economisti sul fatto che il libero scambio è in ultima analisi benefico, i paesi di tutto il mondo hanno costantemente lavorato per rimuovere le barriere commerciali dalla seconda guerra mondiale con grande successo.

Ma nulla è mai semplice, e queste verità da lungo tempo vengono ora messe alla prova sia in contesti sociali che politici. Ora ci sembra di essere intrappolati in un paradosso commerciale in cui i politici danno un lapsus al libero scambio, ma spesso agiscono nella direzione opposta.

Per capire quanto possa essere importante il commercio tra due nazioni, abbiamo documentato in precedenza la relazione in corso tra Stati Uniti e Canada, in cui ciascun paese è il miglior cliente dell’altro:

Con il recente accordo USMCA, i due paesi sembrano aver risolto le loro differenze per ora – ma il paradosso commerciale continuerà ad essere un tema ricorrente in economia e investimenti a livello globale per molti anni a venire, specialmente come la guerra commerciale contro la Cina infuria su

Punti da considerare:

COME SI PU VIS VISUALIZZARE IL CAMBIAMENTO

Le forze alla base del cambiamento non sono sempre evidenti a occhio nudo, ma crediamo che fondendo insieme i dati, l’arte e la narrazione, possiamo creare un potente contesto sulle tendenze che influenzano il nostro futuro.

Italia 5 Stelle, la risparmiatrice truffata Giovanna Mazzoni: ‘Questa sera sono esultante. Finalmente abbiamo delle risposte’

silenziefalsita.it 22.10.18

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“Sono quasi tre anni che giro le piazze e gli studi televisivi e non è affatto divertente. Questa sera sono esultante. Finalmente abbiamo delle risposte”.

Ha esordito così sul palco del Circo Massimo in occasione di Italia 5 Stelle Giovanna Mazzoni, una risparmiatrice danneggiata dal crac di Carife che il 2 settembre 2017 aveva gridato a Renzi “Avete rubato ai risparmiatori” e per questo era stata querelata dal Pd. La querela era stata ritirata dopo qualche ora dai vertici nazionali dem dopo che la storia di Giovanna aveva fatto il giro della rete.

“Tre anni, tre anni:” ha raccontato la signora Giovanna “io con questo campanello chiamavo ad ascoltarci chi deteneva il potere, proprio quel potere che in modo subdolo e improvviso ha azzerato le quattro banche: CariChieti, Banca Etruria, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Ferrara. Scusate se dico poco: l’Italia operosa, da un giorno all’altro”.

“E poi” ha proseguito “proceduto piano piano, con manovre come dire tutte legislative, ad azzerare in pratica le due banche venete, le quali in modo subdolo, piano piano, di giorno in giorno, hanno visto il loro piccolo gruzzolo o grande gruzzolo, a seconda di quanto uno aveva lavorato, scendere, scendere, scendere: azzerarsi. Allora io ho chiamato il grande Potere: Renzi e poi Gentiloni e ho detto: ‘Ma, è possibile che non ci siano delle vie d’uscita’”.

La loro risposta sarebbe stata che si trattava di “un fatto esogeno ce l’ha imposto l’Europa, è questo il mercato bellezza. Detto da Renzi questo”, ha continuato la signora, che ha detto ad alta voce: “Potevamo noi chinarci? Potevamo noi scivolare nella nostra inedia e nella nostra disperazione? Vaffanculo, basta”.

Guarda il video:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fkiara.snoopy.1%2Fvideos%2F570260080073082%2F&show_text=0&width=560


 

L’Italia risponde alla Commissione Europea, ammette la violazione del deficit ma rifiuta di cambiare idea

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

 

 

Sollievo iniziale per un downgrade favorevole dell’Italia da parte di Moody’s, che ha spinto il rating solo di un gradino sopra la spazzatura ma ha mantenuto le prospettive stabili (che a sua volta ha spinto la seguente sarcastica osservazione di Jim Reid di Deutsche Bank “Se c’è una cosa non è l’Italia per l’Italia al momento è stabile ma è improbabile che le agenzie di rating vogliano creare un circolo vizioso “) si è sbiadito dopo che il governo populista italiano ha promesso che non lascerà che il suo deficit di bilancio si allarghi ulteriormente rispetto a quello attualmente pianificato e chiede un dialogo con l’Unione europea per affrontare le loro differenze .

Nella sua lettera di risposta alla Commissione europea pubblicata lunedì e vista da Bloomberg, l’ Italia ha riconosciuto le preoccupazioni dell’Europa per il bilancio, ma ha rifiutato di modificare il piano proposto.

Il ministro delle finanze Giovanni Tria ha detto che il governo è pronto ad agire per garantire che non superi l’obiettivo del 2,4% per il 2019, notando che è consapevole del fatto che i suoi piani di spesa non sono conformi alle regole dell’UE e vuole colloqui “costruttivi” con i Bruxelles.

La decisione di aumentare le spese è stata “difficile anche se necessaria”, ha detto Tria nella sua lettera. Ha citato la lenta crescita economica e la “difficile situazione economica in cui versano i segmenti più poveri della società italiana”.

Nel tentativo di placare Bruxelles, il primo ministro Giuseppe Conte, parlando a Roma, ha affermato che l’obiettivo di deficit dovrebbe essere visto come un limite superiore e potrebbe essere ancora più ristretto.

“Possiamo ancora rivalutare durante l’esecuzione del budget se contenere l’obiettivo in modo da non dover necessariamente raggiungere il 2,4%, di sicuro non lo supereremo”, ha detto Cointe anche se si è rifiutato di uscire dall’obiettivo controverso che assicura che l’Italia resti in rotta di collisione con l’UE.

Come nota Bloomberg, il primo ministro e il finin italiano sono stati entrambi presi di mira da funzionari e investitori da quando si sono piegati alle pressioni dei pesi massimi della coalizione italiana, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, per allocare risorse alle loro promesse elettorali chiave: tagli alle tasse, maggiori benefici e minore età di pensionamento. La Commissione ha espresso “seria preoccupazione” sui piani di bilancio dell’Italia in una lettera di giovedì.

È interessante notare che nel corso del fine settimana un’indagine Ipsos pubblicata dal quotidiano Corriere della Sera ha indicato che il 59% degli italiani sostiene l’obiettivo di disavanzo pubblico. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il 55% crede che sia necessario un debito pubblico più elevato per stimolare l’economia. Come ha osservato la Deutsche Bank, dopo anni di crescita molto debole e continua austerità, “non si può incolpare gli elettori di volere qualcosa di diverso, che funzioni o no. L’Europa deve procedere con molta attenzione mentre risponde”.

E mentre attendiamo la risposta dell’Europa alla risposta dell’Italia, le obbligazioni italiane hanno perso i guadagni iniziali, con uno spread sui rendimenti decennali tedeschi di 6 punti base a 296. Il divario ha raggiunto il picco quinquennale di 341 bps durante le negoziazioni di venerdì.

Il sentimento è stato ammorbidito dopo che Tria non ha fornito alcuna indicazione sul fatto che abbia intenzione di ritirarsi dagli obiettivi di spesa principali, aprendo la strada all’UE per compiere il passo senza precedenti di richieste di revisione. I commissari dell’UE discuteranno la risposta alla lettera in una riunione a Strasburgo martedì, i portavoce della Commissione, Margaritis Schinastold, a Bruxelles.

“Pur riconoscendo la divergenza delle rispettive valutazioni, il governo italiano rimarrà in un dialogo costruttivo ed equo”, ha aggiunto Tria. “Il governo è fiducioso che possa far ripartire gli investimenti e la crescita del PIL e che il recente aumento dei rendimenti dei titoli di stato sarà riassorbito mentre gli investitori apprenderanno tutti i dettagli delle misure contenute nella legge finanziaria”.

Ha aggiunto che dopo il 2019 il governo non intende aumentare il disavanzo strutturale del bilancio – aggiustato per tener conto del ciclo economico e delle voci una tantum.

Allo stesso tempo, il primo ministro italiano Conte ha segnalato che l’Italia potrebbe non implementare alcuni dei suoi piani di spesa più controversi fino a più tardi il prossimo anno, il che potrebbe potenzialmente portare ad un deficit più stretto. Anche se è improbabile che la mossa accolga la Commissione UE, è stato un segnale che il governo di Roma sta studiando i modi per raggiungere un compromesso volto a salvare.

E ora l’attenzione si rivolge a Bruxelles, dove, come ha detto Jim Reid durante la notte, “l’Europa deve procedere con molta attenzione e reagire” con il pericolo di allontanare ulteriormente la popolazione italiana dal “sogno” europeo che incombe.

Credit Suisse taglia il giudizio sulle banche italiane. E’ il regno degli hedge

Elena Dal Maso milanofinanza.it 22.10.18

 

Gli analisti riducono i target price fino al 33% dopo il downgrade di Moody’s, a causa della nota di bilancio insostenibile e del braccio di ferro fra Roma e Bruxelles. Le vendite allo scoperto sugli istituti italiani arrivano a quasi il triplo di quelle sui titoli greci e ai massimi in Europa. Downgrade di Intesa e Banco Bpm

Giuseppe Castagna

Dopo il downgrade, venerdì sera, dell’agenzia americana Moody’s, oggi arriva la nota di Credit Suisse sulle banche italiane. Gli analisti prendono atto della bocciatura e di quelle in arrivo entro fine mese da parte delle altre agenzie di valutazione. Tengono conto, nelle loro valutazioni, della bozza di bilancio presentata la settimana scorsa con la “tassa sulle banche” (un imponibile aggregato di circa 9 miliardi in più, come ha calcolato milanofinanza.it con l’aiuto di un analista esperto del settore) e delle tensioni crescenti fra Roma e Bruxelles.

Il risultato è una riduzione fino al 33% dei prezzi obiettivo del settore finanziario in Italia. Con una previsione che l’attuale binomio Lega-M5S non andrà avanti unito a lungo, dietro l’angolo si intravede un governo tecnico, ma questo non aiuterà molto il Paese. Le previsioni sono infatti di una forte volatilità di Piazza Affari e del mercato dei Btp, in vista delle elezioni europee a maggio 2019.

Fra l’altro, nota il Credit Suisse, gli short sellers, i venditori allo scoperto, si sono concentrati negli ultimi mesi con particolare attenzione sull’Italia, prendendo di mira le banche di medie dimensioni, caratterizzate da un elevato flottante, il che permette tecnicamente di prendere posizioni importanti al ribasso.

Con l’effetto che la banca più venduta allo scoperto in Europa è il Banco Bpm , con un netto negativo del 9,9% (ma tecnicamente potrebbe essere anche del 10,4%, perché vengono registrate le posizioni corte nette solo a partire dallo 0,5%), la seconda è Bper  con il 7,1%, segue Ubi con il 6,2%, contro il 3,5% della Banca del Pireo in Grecia, a seguire il 3% del Portogallo e il 2,7% della Spagna.

Oggi le banche italiane scambiano a 0,57 volte il rapporto price to book value (valore di mercato/patrimonio netto), che le rende di primo acchito a buon prezzo, ma il valore è ancora “molto alto rispetto alla crisi precedente del 2011-2012”, nota Credit Suisse. Allora il ratio era di 0,5 fino a 0,4 volte il price to book value. I prezzi sono poi del 16% più alti se confrontati con una crisi più recente, quella del 2016 sulle paure di un’Italexit (presenti, peraltro, anche oggi sul mercato dei Cds italiani, nonostante il diniego della politica).

Agli effetti pratici, Credit Suisse taglia i ricavi core del settore in media del 2,7% per il 2018, del 5,3% per il 2019 e del 5,2% per il 2020, alza di ben 100 punti base il cost of equity, abbassa di conseguenza il coefficiente di solidità patrimoniale, Cet 1 ratio, per il 2019 di 12 punti base (nel passaggio da agosto a ottobre) e aggiunge 40 punti base di add-on sui requisiti di capitale a causa dello spread. Non aiuta l’introduzione della tassa sulle banche da parte del governo. Se il rating dell’Italia scendesse sotto il livello investment grade (quindi a junk), il Cet1 ratio delle banche perderebbe ben 90 punti base.

Quindi il giudizio su Intesa Sanpaolo  viene portato da outperform a neutral, il Cost of Equity dal 10,5% di agosto all’11,2% di ottobre, con un Cet 1 ratio invariato al 13,3%. Il target price scende da 3 a 2,3 euro (-20,7%).

Unicredit: il giudizio neutral è confermato, il cost of equity passa dal 10,9% al 12,2%, il Cet 1 ratio scende dal 12,8% di agosto al 12,5% di ottobre. Il prezzo obiettivo passa da 16,5 euro a 14,2 euro (-10,7%).

Ubi Banca: rating neutral invariato, cost of equity in salita dal 10% al 12%, il Cet 1 ratio passa dall’11,9% di agosto all’11,7% di ottobre. Il target price scende da 3,7 a 3,3 euro (-13,7%).

Mps: underperform confermato, il cost of equity sale dal 10,5% al 12,5%, mentre il Cet 1 ratio scende dal 12% all’11,6%. Il target price viene tagliato da 2,4 a 1,65 euro (-25%).

Banco Bpm : rating ridotto da neutral a underperform, cost of equity in rialzo dall’11% al 12,5%, Cet 1 ratio in calo dal 12,2% all’11,6%. Target price portato da 2,4 euro (di agosto) a 1,7 euro (-32,8%).

Bper: rating neutral confermato, cost of equity in rialzo dal 10,5% al 12%, Cet 1 ratio in calo dal 12,1% all’11,9%. Prezzo obiettivo tagliato da 4,9 euro di agosto a 4,1 euro di ottobre (-14,8%).

L’Italia affonderà in Europa? L’ex presidente di Goldman mette in guardia i burocrati di Bruxelles, Roma non è Atene

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Scritto da Jim O’Neill tramite Project Syndicate,

Il governo di coalizione italiano sta generando titoli con la sua ricerca di politiche economiche populiste che minacciano di lasciare a pezzi le regole fiscali dell’eurozona. Ma prima che le autorità dell’UE rispondano, dovrebbero tenere presente che se l’Italia non raggiungerà una crescita più sostenuta del PIL, le condizioni politiche potrebbero peggiorare ulteriormente.

Nonostante le turbolenze politiche e i  rischi emergenti  a livello globale, la zona euro ha avuto due anni di forte crescita economica, almeno per i suoi stessi standard storicamente deludenti – e persino con il Regno Unito che si è  lanciato  verso il ritiro dall’Unione Europea. Ma con l’emergere di un governo populista in Italia quest’anno, non è più sicuro presumere che i peggiori giorni della zona euro siano dietro di esso.

L’Italia è stato il primo paese che ho studiato quando sono entrato nel mondo finanziario nel 1982, quindi ho un affetto speciale per questo. All’epoca lavoravo per una grande banca americana e ricordo ancora di unirmi a frequenti conferenze telefoniche transatlantiche per discutere del rapporto debito / PIL dell’Italia. La domanda nella mente di tutti era quando il paese sarebbe stato inadempiente; ma non è mai successo. Invece, l’Italia è confusa e ha continuato a farlo da allora. Tuttavia, ora che il governo italiano sembra pronto per una situazione di stallo con l’UE, non sarebbe sorprendente se   riemergessero le preoccupazioni per un default .

Come dimostra la mia esperienza più di 30 anni fa, i problemi economici dell’Italia sono ben lontani dall’adozione dell’euro. Da lungo tempo ha avuto scarsa produttività per gli standard europei e ciò si è tradotto in una crescita tendenziale relativamente bassa nei decenni precedenti l’euro. Allo stesso tempo, occasionali sprazzi di crescita più rapida seminavano regolarmente i semi per varie crisi, spesso provocando svalutazioni della moneta italiana, la lira.

Certo, ci sono alcuni che ora desiderano i giorni in cui la lira potrebbe essere indebolita per ripristinare la crescita. Non è più un’opzione sotto la moneta unica. Ma ciò che trascurano i romantici pre-euro è che l’adesione all’euro ha dato all’Italia una bassa inflazione, e quindi tassi d’interesse più bassi. Inoltre, c’è motivo di pensare che le svalutazioni in lire abbiano fatto più male che bene. Anche se offrivano una spinta competitiva occasionale, si sono schierati per riforme strutturali più dure che avrebbero aumentato la produttività a lungo termine.

Ci sono anche alcuni che credono che il quadro fiscale e monetario dell’eurozona blocca l’Italia in una debole crescita del PIL nominale, forse un’inflazione troppo bassa e un debito elevato. Tuttavia, prima che il nuovo governo entrasse in carica, il deficit fiscale corretto per il ciclo dell’Italia – al contrario della sua posizione debitoria sottostante – era spesso piuttosto  limitato  rispetto al resto dell’eurozona, così come gli altri membri del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti).

Tuttavia, i principali partiti politici che hanno governato l’Italia fino a quest’anno non hanno prodotto la crescita nominale del PIL di cui il paese ha bisogno. Di conseguenza, gli italiani hanno eletto una coalizione non convenzionale il cui programma combina le politiche della sinistra populista con quelle della destra populista. Mentre il partito della Lega promette di tagliare le tasse, il Movimento a cinque stelle (M5S) sta perseguendo una forma di reddito di  base .

Ma ciò di cui l’Italia ha bisogno è un ampio programma di riforme strutturali per migliorare la produttività. Questo è l’unico modo per ottenere un più alto tasso di crescita a lungo termine, dati i dati demografici del paese. Oltre a mettere in atto politiche per aumentare il tasso di partecipazione della forza lavoro tra le donne, l’Italia deve offrire opportunità più attraenti per i suoi giovani.

Da parte sua, l’UE dovrebbe fare di più per aiutare l’Italia a compiere i passi difficili di cui ha bisogno. La Commissione europea, la Banca centrale europea e il governo tedesco hanno commesso un errore insistendo sulla rigida applicazione del patto di stabilità e crescita dell’UE, in particolare sul tetto del 3% del PIL sui disavanzi pubblici. Sebbene alcuni paesi siano stati autorizzati a violare il deficit cap durante i periodi di difficoltà, l’Italia non ha quasi mai ottenuto un buon alloggio, a causa dei suoi alti livelli di debito. Tuttavia, come mostra l’esperienza del Belgio e del Giappone, l’alto debito pubblico può essere ridotto solo attraverso una crescita economica sostenuta.

Complicando ulteriormente le questioni, alcune riforme volte ad aumentare la produttività a lungo termine possono effettivamente ridurre la crescita a breve termine. Pertanto, qualsiasi governo che promuova tali misure dovrà avere la possibilità di perseguire uno stimolo anticiclico.

Un altro problema riguarda la politica monetaria. La BCE potrebbe essere più di larghe vedute su come persegue l’obiettivo di inflazione di poco inferiore al 2%. Questo obiettivo, insieme all’obiettivo del 2% della Germania, lascia l’Italia bloccata in uno stato di bassa inflazione, anche quando potrebbe trarre beneficio da ulteriori stimoli di politica monetaria.

In queste condizioni, le autorità dell’UE farebbero bene a non opporsi troppo aggressivamente agli attuali piani del governo italiano. Se i liberali tradizionali sono preoccupati per le implicazioni di un governo populista eletto democraticamente, allora dovrebbero preoccuparsi ancora di più di cosa potrebbe accadere se le circostanze economiche peggiorassero. In questa fase, l’Italia ha bisogno di una crescita del PIL nominale più forte, chiara e semplice.

Alcuni diranno che è stato un errore aver permesso all’Italia di entrare nella zona euro in primo luogo e che una zona valutaria ottimale avrebbe dovuto essere più discriminante nei suoi membri. Ma le comunità imprenditoriali tedesca e francese hanno insistito sul fatto che l’unione monetaria deve includere alcune delle aziende più competitive d’Italia. E una volta che l’Italia era considerata idonea, così anche molti altri paesi.

Alla fine della giornata, coloro che hanno il potere di stabilire e applicare le norme fiscali e monetarie dell’UE sanno bene che la zona euro non potrebbe sopravvivere a una crisi di stampo greco in Italia. È loro la responsabilità nei prossimi mesi per assicurarsi che non venga a questo.

Ecco il piano dei populisti per assaltare l’Europa

Sovranisti

Joerg Meuthen non ha dubbi: l’uomo giusto per guidare la Commissione europea dal 2019 è Matteo SalviniSecondo quanto riportato dal Frankfurter Allgemeine Zeitung l’europarlamentare di Alternative für Deutschland avrebbe accolto con favore la possibile di candidatura del leader leghista, e attuale ministro dell’Interno, per il posto ora occupato da Jean-Claude Juncker. Per il numero tre dell’Afd, il vicepremier italiano rappresenterebbe una ventata di novità rispetto ai candidati della vecchia politica.

Il nome di Salvini è tutt’altro che casuale, come ha dimostrato la visita in Italia della leader del Rassemblement national (dopo il cambio di nome da Front national) Marine Le Pen avvenuto all’inizio di ottobre. Il successo elettorale con l’ingresso nel governo della Lega è stata la dimostrazione che il fronte sovranista può entrare nella stanza dei bottoni, e che con le elezioni del 2019 può farlo anche a livello europeo. La crescente ostilità contro la burocrazia di Bruxelles, ben incarnata dai volti della Commissione, verrà cavalcata da tutti i partiti euro-scettici.

Sarebbe però un errore pensare che il voto alle formazioni populiste sia un mero voto di protesta. Le percentuali della Lega, o il successo elettorale di Viktor Orban in Ungheria, sono la dimostrazione che il modello europeo non ha convinto appieno l’elettorato e che ora i cittadini sono pronti a riprendersi parte della sovranità che era stata ceduta all’Unione. Segni di un possibile ribaltonesono apparsi in tutto il continente, indice che il malessere dei cittadini riguarda anche i governi locali.

sovranisti in ue

L’avanzata dei partiti sovranisti

Quelli che fino a una decina di anni fa venivano derubricati come piccoli partitini oggi hanno via via conquistato terreno. Oltre alla Lega e al Fidesz di Orban, ci sono almeno altri quattro esempi in cui i partiti sovranisti sono al governo. È il caso dei Veri finlandesi che fanno parte della coalizione che guida la Finlandia. Del partito anti-sistema Ano 2011 che nel 2017 ha preso quasi il 30% dei voti in Repubblica Ceca e dell’ingresso nel governo austriaco del Partito della libertà che sempre nel 2017 ha preso il 26%.

Per il momento tutti gli schieramenti sono ancora in fase di studio. Percorrendo tutto l’arco parlamentare è difficile trovare una formazione che abbia già formalizzato alleanze e piani. Ma le cose iniziano lentamente a muoversi e la visita di Le Pen va in questa direzione. Certo è che il fronte nazionalista è tutto da costruire, le alleanze ancora tutte da tessere. Il nucleo di partenza sarà con ogni probabilità il Menl, il Movimento per un’Europa delle Nazioni e della Libertà. Il partito europeo al momento ha tre grandi “azionisti”, la Lega, il Front National, e Il Partito della libertà austriaco, con la partecipazione dei nazionalisti fiamminghi che però hanno una crescita limitata. Senza dimenticare l’ingresso quasi certo dei tedeschi dell’Afd.

gruppi sovranisti ue

Un alleanza tutta da costruire

Con ogni probabilità il grande tessitore potrebbe essere Salvini. Il leader del Carroccio dovrebbe andare a cercare l’appoggio di tutta la galassia sovranista, ma non sarà semplice. Da un lato dovrà coinvolgere alcuni partiti ancora piccoli, come ad esempio il fronte dei partiti baltici o i greci di Alba dorata. Dall’altro dovrà tentare di scardinare vecchie alleanze. Alla causa potrebbero fare comodo i voti dei partiti scandinavi ma questi sono sparsi in altri gruppi parlamentari. È il caso dei Democratici svedesi che nell’ultima legislatura sedevano tra le fila del gruppo “Europa della libertà e della democrazia diretta” (la stessa formazione di cui fa parte il Movimento 5 stelle). Forse potrebbe essere più facile convincere Finlandesi e Danesi che ora siedono tra i conservatori, gruppo che ospita anche i polacchi di Diritto e giustizia. Convincere il partito ora al governo a Varsavia non dovrebbe essere difficile, anche perché diversi parlamentari polacchi hanno virato su posizioni sempre più sovraniste e identitarie. 

Un altro modo per creare la cosiddetta “Lega delle Leghe” potrebbe arrivare da un’alleanza con il gruppo di Visegrad. E in questo senso l’eventuale intesa con i polacchi del PiS potrebbe aiutare. Coinvolgere i nazionalisti slovacchi, rimasti senza gruppo dal 2015, non dovrebbe essere difficile, mentre i cechi di Ano potrebbero già essere più difficili da convincere data la loro appartenenza ai liberali dell’Alde, una delle formazione che più di tutte ha attaccato il possibile ticket Salvini-Le Pen. Ma il vero problema potrebbe arrivare da Victor Orban. Se è vero che il Partito popolare lo ha formalmente messo sotto accusa per le scelte di politica interna, va detto che il primo ministro magiaro ha ribadito più volte la sua volontà di rimanere tra i popolari, causando non poche tensioni nel partito.

A sette mesi dal voto i sondaggi hanno registrato un’avanzata dei sovranisti, ma si tratta di consensi non sufficienti a conquistare la maggioranza. Secondo una simulazione di Politico.Eu l’eventuale unione delle forze anti-sistema, che vadano dal Menl al partito per la democrazia diretta passando per i conservatori e riformisti arriverebbe a circa 158 seggi. Un bottino notevole, ma non sufficiente per avere la maggioranza.

Con ogni probabilità la nebbia sul futuro del fronte nazionalista si disperderà solo con l’inizio del prossimo anno. Il governo italiano, e Salvini con lui, sono impegnati nel delicato passaggio della legge di bilancio. Mentre i 27 leader Ue sono alle prese con la spinosa questione della Brexit che dovrebbe risolversi entro fine anno. Resta però un’ultima grande incognita. Quella delle nomine fatte dal Consiglio e confermate dall’Europarlamento. Ammesso che il fronte riesca ad imporsi, e se l’elezione di Trump ci ha insegnato qualcosa niente è da escludere, resta la partita sul mandato della Commissione. Se dopo il voto del 2019 dovesse affacciarsi un parlamento a trazione sovranista non si potrebbe dire lo stesso del Consiglio Ue. Molti leader degli Stati membri sarebbero ancora al loro posto, come Emmanuel Macron e Angela Merkel. Ma allo stesso tempo il governo italiano, sponsorizzato da una Lega in ascesa, potrebbe usare le alleanze costruite durante la campagna elettorale per cambiare gli equilibri anche tra i 27 leader Ue.

Fuga da Italia e costi segreti spread da 18 mld: rischio manovra bis?

Ad Affari e Finanza parla Giampaolo Galli, economista e vicedirettore dell’Osservatorio dei conti pubblici, autore del rapporto sullo spread. Viene messo in evidenza tutto il danno che lo spread farebbe …
Per chi avesse ancora qualche dubbio, la fuga dai BTP è ormai un dato di fatto, come è emerso dagli ultimi dati snocciolati da Bankitalia. E ora ci si chiede, nel pieno del confronto-scontro Roma-Bruxelles sulla legge di bilancio – con il governo M5S-Lega che non sembra avere intenzione di fare alcun dietrofront sui target incisi nel Nadef – e a seguito del downgrade di Moody’s, quale sarà il costo complessivo che l’Italia dovrà sostenere a causa dell’impennata dello spread.
Affari e Finanza ha pubblicato in anteprima i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto dall’ex Commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli. Calcoli che fanno parte di un’analisi che si è concentrata sulle maggiori spese di cui Roma dovrebbe farsi carico, a causa dello “scostamento tra i livelli dello spread di maggio (quand’era sui 120-130) e gli attuali (il balzo, lo scorso venerdì, è stato fino a quota 340).

Il costo è di 18 miliardi di spread: sei miliardi e seicento milioni nel 2019; 11 miliardi e mezzo nel 2020. Miliardi che lo Stato dovrà sostenere “a causa dell’esplosione dello spread”, e che lo costringeranno di conseguenza ad aumentare le tasse o a tagliare la spesa.

Su Affari e Finanza, si legge:

“Potrebbero aumentare i costi fiscali sui conti correnti o sui depositi titoli, diminuire detrazioni e deduzuioni, aumentare le bollette sui servizi pubblici: uno stillicidio di sacrifici, con conseguenze a catena. E poi gli inevitabili tagli alle spese dei ministeri e del welfare”.

Si parla di “una specie di manovra-bis occulta, causata dalle incongruenze nella manovra economica del governo”.

Fuga capitali, balzo spread: l’impatto sulle banche

Delle conseguenze nefaste dello spread, parla ad A&F  Giampaolo Galli, economista e vicedirettore dell’Osservatorio dei conti pubblici, autore del rapporto sullo spread. Viene messo in evidenza tutto il danno che lo spread farebbe alle banche.

“A scanso di equivoci non aumentano le rate dei mutui già stipulati a tasso variabile che sono tipicamente legate all’Euribor che è un tasso europeo, poco influenzato dalle vicende di un singolo Paese. Ma aumenta il costo per i nuovi mutui, sia a tasso fisso che variabile, e cresce il costo dei finanziamenti alle imprese”.

Inoltre: “una regola di matematica finanziaria dice che quando aumentano i tassi d’interesse il valore dei titoli diminuisce. Dato che i titoli di Stato rappresentano circa il 10% per cento dell’attivo delle banche (364 miliardi secondo Bankitalia), all’aumentare dei tassi si erode il loro patrimonio, il che – continua Galli – in base alle regole prudenziali internazionali, le obbliga a ridurre il credito“.

Inoltre alle banche tocca bussare alle porte del mercato, per ricapitalizzarsi. Porte che sicuramente non si aprono facilmente visto che, proprio a causa degli effetti dello spread sulle banche, i titoli bancari vedono (come è già accaduto) i loro valori zavorrati dai sell off, e ciò rende più costosa l’operazione di aumento di capitale.

Oltre al rapporto dell’Osservatorio dei Conti pubblici di Cottarelli, c’è quello reso noto da Bankitalia che fa alzare le antenne al sistema italiano.

Se il rapporto dell’Ocp parla delle conseguenze dello spread, quello di Palazzo Koch affronta le cause che hanno scatenato l’impennata dello spread BTP-Bund.

La risposta è nella fuga dai BTP, in modo particolare la fuga di capitali esteri.

Gli investitori stranieri hanno “venduto titoli di portafoglio italiani per 17,8 miliardi (di cui 17,4 titoli pubblici” solo nel mese di agosto.  E il saldo da maggio ad agosto alimenta ancora di più la paura, visto che certifica una fuga di capitali di 66,4 miliardi.

E certo, con Moody’s che ora ha tagliato il rating sul debito italiano, portandolo a un passo dal livello junk (spazzatura) e la rotta di collisione con l’Ue che Roma ha deciso di seguire, non ci sono al momento presupposti tali da far pensare a un ritorno degli investitori in Italia (almeno a quelli che per ora hanno gettato la spugna Italia).

Così Il Sole 24 Ore ha commentato il rapporto di Bankitalia:

“Oggi gli investitori stranieri hanno in portafoglio circa 650 miliardi di euro di titoli di stato italiani. Il 27,9% del nostro debito pubblico. Questa percentuale è nettamente calata da quando si è insediato il nuovo Governo. Ad aprile -segnala Bankitalia -c’erano infatti 722,2 miliardi di titoli di Stato in mano agli investitori esteri. Il 31,2% del totale. Chi ha assorbito i BTP scaricati dai fondi esteri? Principalmente banche e assicurazioni italiane, la cui esposizione in BTP è salita da aprile in poi di 73,6 miliardi di euro”.

“Ma – continua Il Sole – le istituzioni finanziarie nazionali non potranno continuare a compensare il calo degli acquisti dall’estero all’infinito. Anche perchè l’aumento dello spread le penalizza, dato che va a erodere il loro patrimonio. Equita Sim stima che ogni 100 punti base di spread BTP-Bund in più vadano a ‘mangiare’ il capitale di migliore qualità (Cet1) delle banche, in media, di 38 punti base. Secondo Credit Suisse, se lo spread dovesse superare la soglia critica dei 400 punti alcuni istituti dovrebbero addirittura varare aumenti di capitale“.

Mps, Tesoro cerca advisor per l’uscita

Rosario Murgida finanzareport.it 22.10.18

Il Ministero del Tesoro ha iniziato a valutare cosa fare del 68% di Banca del Monte dei Paschi di Siena al punto da voler avviare a breve la ricerca di un advisor per esaminare le modalità di uscita dall’azionariato


Il Ministero del Tesoro ha iniziato a valutare cosa fare del 68% di Banca del Monte dei Paschi di Siena al punto da voler avviare a breve la ricerca di un advisor per esaminare le modalità di uscita dall’azionariato.

E’ quanto scrive l’Ansa citando quanto raccolto in ambienti finanziari e sottolineando come la “bussola” per il dicastero rimanga quella dell’uscita dalla compagine azionaria entro il 2021 ai sensi di quanto concordato con le autorità europee nel 2017 per salvare la banca senese.  

L’advisor avrà il compito di indicare la strada del disimpegno dello Stato nel quadro di un scenario caratterizzato da aggregazioni fra istituti di media dimensione. Da tempo si parla di un nuova ondata di fusioni, aggregazioni e partnership nel comparto con il coinvolgimento di Ubi, Banco Bpm, Bper, Carige e Creval ma finora, nonostante le indiscrezioni, nulla si è ancora mosso. 

Al di là delle smentite di prassi, la questione è comunque sul tavolo dei tanti Cda coinvolti e alcune banche, a partire da Ubi, sono viste in prima fila per dare il via al processo di consolidamento.

A Piazza Affari, complice la positiva intonazione del settore per via del restringimento dello spread, il titolo Mps guadagna, alle 9,14, il 3,46% a 1,6455 euro.

Genta finisce nel mirino della guerra per banche

lospiffero.com 22.10.18

Sale la tensione attorno alla Fondazione Crc. Il potenziale conflitto di interesse del presidente con il suo incarico in Atlantia dei Benetton. Ma vengono contestate anche gestione e investimenti. Il groviglio con la politica cuneese

Nei giorni scorsi si è improvvisamente dimesso dal Consiglio della Fondazione CrC, l’albese Antonio Degiacomi, già vicepresidente sotto la gestione di Ezio Falco, che lo aveva scelto come suo successore. Come è noto, nella primavera del 2016 contro Degiacomi  aveva vinto di stretta misura, con lo scarto di un solo voto, l’affermato commercialista cuneese Giandomenico Genta, votato allo scopo di evitare che dietro le quinte Falco potesse continuare a comandare. Come dice il presidente Mattarella, a volte il potere inebria; e Falco aveva fatto della Fondazione il vero centro di comando della politica provinciale, colto da un complesso di onnipotenza, soprattutto nel secondo mandato.

Nel 2011 aveva sfiduciato il presidente della Banca Regionale EuropeaPiero Bertolotto, il cui ultimo bilancio si era chiuso con un utile netto di 100 milioni di euro, e lo aveva sostituito con il torinese Luigi Rossi di Montelera, non propriamente noto come genio della finanza. Da allora la Bre è andata di male in peggio, con bilanci in rosso e perdita della leadership di mercato nelle sue aree di riferimento tradizionali, e senza che dai vertici del Gruppo nessuno sapesse, volesse o potesse tutelarla. Per il Consiglio di gestione di Ubi Banca la Fondazione aveva indicato Gianluigi Gola, successivamente costretto dalla capogruppo a ingloriose dimissioni, e lo aveva sostituito con il sempreverde Ferruccio Dardanello, presidente della Camera di Commercio, nominato nel Consiglio di sorveglianza, privo di competenze in materia di erogazione del credito. Stante la situazione, pur di togliersi Falco dai piedi,  non più candidabile  dopo due mandati, sarebbe andata bene anche la casalinga di Voghera.

La cessione della partecipazione nella Banca Regionale Europea, la più importante decisione strategica della Fondazione, sotto la gestione Genta, è stata totalmente sbagliata e ha penalizzato il territorio. Ne ha fatto le spese la banca, che avrebbe potuto restare autonoma, e invece non c’è più.

Degiacomi ha motivato le sue dimissioni, che hanno colto tutti di sorpresa, Genta compreso, lamentando  la gestione personalistica, criticando le scelte di investimento nell’amministrazione del patrimonio e una discutibile redistribuzione degli incarichi direttivi, evidenziandone presunti conflitti di interesse.  In sostanza, a Degiacomi non andava bene, come consigliere generale, di essere informato delle decisioni del Consiglio di Amministrazione solo a cose fatte. La replica di Genta: è lo statuto che definisce le competenze dei diversi organi.

Questa situazione ha attirato l’attenzione della stampa nazionale che ha sottolineato come in Fondazione “qualcuno ha ambizioni di trader di borsa senza avene le capacità”. In effetti, secondo Gianluca Paolucci della Stampa, a fine 2017 la Fondazione perdeva 7,6 milioni con Edf, 21,5 con Enel, 7 con Eni, 7,2 con Ubi Banca, 8 con Unicredit.

Genta  ha catalizzato le opposizioni a Falco, e questo è un suo indubbio merito. Ma la sua più importante scelta strategica è stata totalmente sbagliata, e ha portato gravissime conseguenze per il territorio. La Fondazione ha ceduto a Ubi Banca la sua partecipazione nella Bre, ricavandone 120 milioni di euro cash e una partecipazione del 5,5% nel capitale della capogruppo, diventandone il primo azionista istituzionale. Peccato che la maggioranza del capitale sia detenuta dai fondi di investimento, che ne controllano più del 50%, rendendo la quota della Fondazione del tutto ininfluente. I patti parasociali a suo tempo stipulati tra la Fondazione e Ubi garantivano alla prima il diritto di veto rispetto a decisioni di valenza strategica eventualmente proposte dalla capogruppo, quali lo scioglimento della banca, il cambio di ragione sociale, di denominazione, di sede legale.  Se la Fondazione non avesse rinunciato alla propria partecipazione nel capitale della Bre, questa oggi esisterebbe ancora. È a causa della decisione di Genta, insomma, che la provincia di Cuneo ha perso la propria banca di riferimento, sostituita nel suo ruolo storico dalle ex Casse Rurali, oggi Banche di Credito Cooperativo.

Oltre al pagamento di 120 milioni di euro, alla Fondazione era stato garantito il trasferimento a Cuneo della direzione territoriale del Nord-Ovest, con la previsione di oltre 100 nuovi posti di lavoro. Una bufala: questi posti, ammesso che siano 100, comprendono i cuneesi che facevano i pendolari su Torino, e nella nuova situazione i torinesi pendolari su Cuneo. Per bene che vada, i nuovi posti di lavoro saranno a dir tanto una ventina; non è dato di saperne di più, il segreto è ben custodito.

Ma c’è di più. Genta ha disposto che dei 120 milioni incassati dalla vendita della Bre, 50 fossero investiti in Atlantia, società di autostrade con elevatissime performance; decisione assunta quando nessuno avrebbe potuto immaginare lo scenario della tragedia del ponte di Genova e la conseguente perdita di valore delle azioni, nell’ordine del 40%. Il fatto contestato a Genta, anche dall’ex sindaco di Cuneo e attuale assessore regionale Alberto Valmaggia, e da due consiglieri generali della Fondazione, Enrico Collidà e Giovanni Longo, è che, quando ha deciso l’investimento, egli era già componente del collegio sindacale di Atlantia, e poco dopo la decisione aveva ottenuto la nomina alla presidenza del Collegio sindacale della società dei Benetton. Come upgrade, non male. Quanti non vogliono bene a Genta vanno a cercare su Google l’elenco degli incarichi, remunerati, che ricopre in società di tutti i settori, a partire da quello  autostradale.

Le acque sono di giorno in giorno più agitate. I rapporti di Genta con Federico Borgna, sindaco di Cuneo e presidente della Provincia, che a suo tempo si era schierato con Falco, non volgono al bello. Alcuni consiglieri comunali del capoluogo fanno capo al gruppo Insieme, composto da ex democristiani, il cui dominus è Giovanni Quaglia, presidente della Fondazione Crt e in passato con ruoli di vertice nelle società autostradali, vicino a Fabrizio Palenzona  e aspirante alla successione a Giuseppe Guzzetti alla presidenza dell’Axri.  Genta è il riferimento cuneese di Quaglia e asserisce di essersi dimesso dal gruppo Insieme e di non occuparsi più di politica; ma come si comporteranno i consiglieri comunali del suo entourage, che convivono nella maggioranza di centro-centrosinistra con i consiglieri vicini a Falco?  Ci saranno tensioni nella giunta e nel consiglio comunale di Cuneo? È un dato di fatto che Genta sia ora costretto a giocare in difesa, e che la sua autorevolezza non esca accresciuta dalle vicende in corso, che gli osservatori prevedono suscettibili di ulteriori sviluppi. Ne vedremo delle belle.