Fuga da Italia e costi segreti spread da 18 mld: rischio manovra bis?

Ad Affari e Finanza parla Giampaolo Galli, economista e vicedirettore dell’Osservatorio dei conti pubblici, autore del rapporto sullo spread. Viene messo in evidenza tutto il danno che lo spread farebbe …
Per chi avesse ancora qualche dubbio, la fuga dai BTP è ormai un dato di fatto, come è emerso dagli ultimi dati snocciolati da Bankitalia. E ora ci si chiede, nel pieno del confronto-scontro Roma-Bruxelles sulla legge di bilancio – con il governo M5S-Lega che non sembra avere intenzione di fare alcun dietrofront sui target incisi nel Nadef – e a seguito del downgrade di Moody’s, quale sarà il costo complessivo che l’Italia dovrà sostenere a causa dell’impennata dello spread.
Affari e Finanza ha pubblicato in anteprima i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto dall’ex Commissario alla Spending Review Carlo Cottarelli. Calcoli che fanno parte di un’analisi che si è concentrata sulle maggiori spese di cui Roma dovrebbe farsi carico, a causa dello “scostamento tra i livelli dello spread di maggio (quand’era sui 120-130) e gli attuali (il balzo, lo scorso venerdì, è stato fino a quota 340).

Il costo è di 18 miliardi di spread: sei miliardi e seicento milioni nel 2019; 11 miliardi e mezzo nel 2020. Miliardi che lo Stato dovrà sostenere “a causa dell’esplosione dello spread”, e che lo costringeranno di conseguenza ad aumentare le tasse o a tagliare la spesa.

Su Affari e Finanza, si legge:

“Potrebbero aumentare i costi fiscali sui conti correnti o sui depositi titoli, diminuire detrazioni e deduzuioni, aumentare le bollette sui servizi pubblici: uno stillicidio di sacrifici, con conseguenze a catena. E poi gli inevitabili tagli alle spese dei ministeri e del welfare”.

Si parla di “una specie di manovra-bis occulta, causata dalle incongruenze nella manovra economica del governo”.

Fuga capitali, balzo spread: l’impatto sulle banche

Delle conseguenze nefaste dello spread, parla ad A&F  Giampaolo Galli, economista e vicedirettore dell’Osservatorio dei conti pubblici, autore del rapporto sullo spread. Viene messo in evidenza tutto il danno che lo spread farebbe alle banche.

“A scanso di equivoci non aumentano le rate dei mutui già stipulati a tasso variabile che sono tipicamente legate all’Euribor che è un tasso europeo, poco influenzato dalle vicende di un singolo Paese. Ma aumenta il costo per i nuovi mutui, sia a tasso fisso che variabile, e cresce il costo dei finanziamenti alle imprese”.

Inoltre: “una regola di matematica finanziaria dice che quando aumentano i tassi d’interesse il valore dei titoli diminuisce. Dato che i titoli di Stato rappresentano circa il 10% per cento dell’attivo delle banche (364 miliardi secondo Bankitalia), all’aumentare dei tassi si erode il loro patrimonio, il che – continua Galli – in base alle regole prudenziali internazionali, le obbliga a ridurre il credito“.

Inoltre alle banche tocca bussare alle porte del mercato, per ricapitalizzarsi. Porte che sicuramente non si aprono facilmente visto che, proprio a causa degli effetti dello spread sulle banche, i titoli bancari vedono (come è già accaduto) i loro valori zavorrati dai sell off, e ciò rende più costosa l’operazione di aumento di capitale.

Oltre al rapporto dell’Osservatorio dei Conti pubblici di Cottarelli, c’è quello reso noto da Bankitalia che fa alzare le antenne al sistema italiano.

Se il rapporto dell’Ocp parla delle conseguenze dello spread, quello di Palazzo Koch affronta le cause che hanno scatenato l’impennata dello spread BTP-Bund.

La risposta è nella fuga dai BTP, in modo particolare la fuga di capitali esteri.

Gli investitori stranieri hanno “venduto titoli di portafoglio italiani per 17,8 miliardi (di cui 17,4 titoli pubblici” solo nel mese di agosto.  E il saldo da maggio ad agosto alimenta ancora di più la paura, visto che certifica una fuga di capitali di 66,4 miliardi.

E certo, con Moody’s che ora ha tagliato il rating sul debito italiano, portandolo a un passo dal livello junk (spazzatura) e la rotta di collisione con l’Ue che Roma ha deciso di seguire, non ci sono al momento presupposti tali da far pensare a un ritorno degli investitori in Italia (almeno a quelli che per ora hanno gettato la spugna Italia).

Così Il Sole 24 Ore ha commentato il rapporto di Bankitalia:

“Oggi gli investitori stranieri hanno in portafoglio circa 650 miliardi di euro di titoli di stato italiani. Il 27,9% del nostro debito pubblico. Questa percentuale è nettamente calata da quando si è insediato il nuovo Governo. Ad aprile -segnala Bankitalia -c’erano infatti 722,2 miliardi di titoli di Stato in mano agli investitori esteri. Il 31,2% del totale. Chi ha assorbito i BTP scaricati dai fondi esteri? Principalmente banche e assicurazioni italiane, la cui esposizione in BTP è salita da aprile in poi di 73,6 miliardi di euro”.

“Ma – continua Il Sole – le istituzioni finanziarie nazionali non potranno continuare a compensare il calo degli acquisti dall’estero all’infinito. Anche perchè l’aumento dello spread le penalizza, dato che va a erodere il loro patrimonio. Equita Sim stima che ogni 100 punti base di spread BTP-Bund in più vadano a ‘mangiare’ il capitale di migliore qualità (Cet1) delle banche, in media, di 38 punti base. Secondo Credit Suisse, se lo spread dovesse superare la soglia critica dei 400 punti alcuni istituti dovrebbero addirittura varare aumenti di capitale“.