Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi, Banco Bpm. Che cosa rischiano davvero le banche

 startmag.it 22.10.18

fintech

L’approfondimento di Luca Gualtieri

In ordine di tempo l’ultimo messaggio di allerta è arrivato dal consigliere delegato di Ubi Banca Victor Massiah che, tenendo a battesimo la nuova governance del gruppo lombardo, ha deprecato i crolli borsistici del settore finanziario italiano. «Oggi le banche valgono meno del 50% del patrimonio e questo crea un’opportunità per gli investitori», si è espresso il banchiere che, sebbene Ubi abbia limitato i danni rispetto ai concorrenti, non ha nascosto la preoccupazione. Del resto oggi gli istituti di credito quotati a Piazza Affari valgono complessivamente poco meno di 82 miliardi, un quarto di Jp Morgan e un terzo di Bank of America.

A essersi allargato negli ultimi mesi è soprattutto il distacco tra i big italiani e i competitor europei: basti pensare che Intesa Sanpaolo con i suoi 35 miliardi di capitalizzazione vale poco più della metà del Santander, mentre il valore di borsa di Société Générale si sta allontanando da quello di Unicredit . A spingere verso il basso il prezzo delle azioni è la tensione sul debito sovrano italiano che potrebbe creare seri problemi di capitale. Secondo diverse case d’affari, se lo spread salisse a 400 punti base (giovedì 18 ha già raggiunto quota 325), diversi istituti dovrebbero correre ai ripari con manovre di capital management per ristabilire i coefficienti patrimoniali. Una circostanza che suonerebbe quasi come una beffa dopo anni passati a rafforzare i bilanci e a portare il patrimonio su livelli di tranquillità in seguito alla recessione più forte del Dopoguerra. Secondo un report di Credit Suisse, per esempio con uno spread a 438 alcune banche soffrirebbero più di altre: Mps scenderebbe sotto il requisito obbligatorio Bce, mentre Banco Bpm finirebbe sotto il livello non vincolante stimato pur restando sopra il minimo. Ma il patrimonio non è l’unico aspetto critico.

La tempesta sui mercati ha portato a un aumento del costo di finanziamento. Questo secondo problema non è di poco conto se si pensa che le banche non emettono obbligazioni dal maggio scorso (a eccezione di covered bond e di un senior di Intesa Sanpaolo ) e che il congelamento potrebbe durare ancora a lungo, malgrado la necessità di raccogliere titoli Mrel e di sostituire le emissioni in scadenza. A fare il punto sui futuri impegni è stato un report di Deutsche Bank, che ha preso in esame l’andamento del funding istituzionale, quello più sensibile all’andamento dei cds: da qui a fine anno le emissioni in scadenza saranno relativamente poche. Nel 2019, però, la tabella di marcia si infittirà e i bond in scadenza saranno in media tra lo 0,5 e il 2,5% del totale attivo.

Ma il rischio Italia sta colpendo le banche anche su un terzo fronte, incidendo sui piani di derisking messi in cantiere. La forte incertezza che si è diffusa sul mercato a cavallo dell’estate ha infatti messo in allerta gli investitori che oggi chiedono un premio per il rischio maggiore. Mediamente l’Irr applicato alle non performing exposure è cresciuto da 3 a 5 punti percentuali rispetto a maggio, determinando una contrazione dei prezzi. In aggiunta l’andamento dei credit default swap sta rendendo più caro il ricorso alla garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni (gacs). Lo strumento messo a disposizione nel 2015 dal governo Renzi prevede infatti che il prezzo della garanzia sulla tranche senior venga fissato sulla base di un paniere di cds di primari emittenti italiani. Visto che il valore di ciascun cds viene definito come la media dei sei mesi precedenti la richiesta della gacs, il timore dei banker è che le operazioni ancora in gestazione possano registrare prezzi diversi rispetto a quelli attesi.

Quarto fattore di rischio nella tempesta perfetta scoppiata sulle banche è la contendibilità favorita dalla valutazioni ormai stracciate. A parte Intesa, tutti i grandi istituti sono oggi public company contendibili con un esborso minimo di capitale. L’evoluzione è figlia degli ingenti aumenti di capitale che negli ultimi anni hanno spezzato le gambe agli azionisti storici, a partire dalle fondazioni. Gli enti a cui la legge Amato aveva consegnato la custodia del sistema bancario si sono gradualmente dissanguati per conservare maggioranze o minoranze di blocco che sbarrassero la strada agli stranieri. Comprare oggi è insomma un affare e i vantaggi potrebbero compensare le incertezze legate all’instabilità politica.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza