IN EVIDENZA Lo spread colpisce ancora: ma è un nuovo 2011?

Chiara Giannetto, Mariasole Lisciandro e Lorenzo Sala lavoce.info 23.10.18

Dopo anni di torpore, è tornato a salire lo spread. Ma i movimenti degli ultimi mesi hanno qualcosa in comune con quanto avvenuto nel 2011 e 2012, gli anni della crisi del debito sovrano? Oggi c’è il Qe ed è diverso il contesto politico ed economico.

Il risveglio dello spread

Dopo anni di torpore, è tornato a salire lo spread, ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli a dieci anni tedeschi e italiani, che rappresenta il termometro della percezione di rischiosità del debito italiano. Anche se ogni periodo ha le sue specificità, è utile capire se i movimenti degli ultimi mesi hanno qualcosa in comune con quanto è avvenuto negli anni di piena crisi del debito sovrano, ossia 2011 e 2012. 

Figura 1

Nonostante l’ombrello del quantitative easing della Bce, negli ultimi mesi la dinamica dello spread si è sensibilmente vivacizzata. Qui prendiamo in esame le notizie di politica interna che hanno originato i suoi movimenti.

Per esempio, a maggio, il mese in cui il dialogo per la formazione del nuovo governo si stava facendo sempre più frenetico, è salito di 169 punti base in sole 17 sedute di mercato. La crescita si è intensificata dal 16 maggio, quando è circolata la bozza del contratto di governo che paventava un piano per l’uscita dall’euro prevedendo anche la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico detenuto dalla Bce. Il massimo aumento giornaliero è stato pari a 56,1 punti base ed è avvenuto il 29 maggio (289 punti base), in concomitanza con la notizia che il governo Cottarelli non avrebbe avuto la fiducia in Parlamento. Tra la seduta di quel giorno e le quattro precedenti lo spread è aumentato di 112,6 punti base.

A settembre il differenziale ha intrapreso un sentiero in discesa perché i mercati si aspettavano il prevalere della linea del ministro Giovanni Tria di mantenere il deficit all’interno dei parametri concordati con la Ue. Dal 27 settembre, quando è stata rilasciata la Nota di aggiornamento al Def, lo spread si è nuovamente impennato. In sole tre sedute, è aumentato di 68 punti base (31,7 dei quali solo il 28 settembre).

Dal 16 ottobre, data la volontà del governo di non rivedere la manovra e a causa della lettera di critica da parte della Commissione europea, il differenziale è di nuovo tornato a salire. Il 18 ottobre è aumentato di 21 punti base. Il 19 ottobre, sulla base di tensioni all’interno della maggioranza, lo spread arriva a toccare 338 punti base, valore massimo dal 2013, per poi chiudere a 315 punti base, grazie anche a dichiarazioni della Commissione che non teme un rischio contagio dall’Italia. A mercato ormai chiuso Moody’s declassa con outlook stabile i titoli sul debito italiano da Baa2 a Baa3, l’ultimo gradino prima di essere considerati bond spazzatura. Un declassamento (il primo dal 2012) che tuttavia era già scontato dal mercato, che anzi si attendeva esiti peggiori.

Il ripido sentiero dello spread nel 2011

Figura 2

Ma torniamo indietro nel tempo, ai giorni più neri della crisi del debito sovrano, in cui gli italiani hanno scoperto l’esistenza dello spread. Il 2011 è iniziato con il quarto governo Berlusconi ed è finito con il governo tecnico di Mario Monti.

I momenti di maggiore tensione sui mercati sono stati tre: a luglio, quando per la prima volta lo spread è salito sopra quota 300, a novembre, quando ha addirittura sfondato i 500 punti base, e a dicembre.

L’11 luglio si è registrato l’aumento massimo giornaliero dell’intero anno, un’impennata di 57,3 punti base (+112 con i quattro giorni precedenti). È il risultato di un inizio mese burrascoso: bocciata da Standard and Poor’s, entra in vigore il 6 luglio la manovra correttiva da 24 miliardi per il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2014. Non convince i mercati e spinge lo spread su di 45 punti in tre sedute (+19,7, +2,3 e +23). Viene convocato per domenica 10 un vertice di emergenza dei capi di stato e di governo dell’Eurozona che ha per tema Grecia e Italia: il nostro paese entra di diritto tra i colpiti dal virus della speculazione finanziaria. Alla riapertura dei mercati di lunedì 11 luglio, gli operatori scontano questo nuovo stato di “malata” dell’Italia e lo spread registra uno strappo al rialzo di 57,3 punti.

Il secondo episodio di aumento repentino si è verificato a novembre. Tra l’8 e il 9, Silvio Berlusconi si rende conto di non poter più contare su una maggioranza in Parlamento e Mario Monti viene nominato senatore a vita. Il 9 novembre lo spread aumenta in un giorno di 56 punti base, coronando un aumento settimanale di 115 punti, fino a toccare quota 550.

A dicembre si verifica poi il terzo episodio più violento del 2011: l’8 lo spread aumenta di 55,4 punti in un giorno. Una giornata difficile su vari fronti: l’Eba, l’autorità bancaria europea, ha messo in luce l’esigenza di ricapitalizzazione delle banche colpite dalla crisi del debito sovrano; in sede europea, in un difficile vertice salva-euro, sono emerse differenti visioni per risolvere la crisi. Nonostante la Banca centrale europea abbia ulteriormente tagliato i tassi, per le borse ha pesato la revisione al ribasso della crescita europea per il 2012 e la delusione per lo scetticismo mostrato dal capo della Bce su acquisti più massicci di bond sovrani.

Rispetto agli altri due aumenti, si è trattato di un episodio brusco ma isolato, accompagnato solo da una più lieve tensione del giorno precedente (+21,7 punti). Il 9 dicembre il differenziale scende di 24,7 punti, per poi tornare ad aumentare, sebbene a un ritmo ben più rallentato.

Quindi, se la tensione politica interna si è allentata con la formazione del governo tecnico di Mario Monti, la pressione sullo spread viene d’ora in poi alimentata soprattutto dalle dinamiche europee.

Le variazioni più contenute del 2012

Figura 3

Nel 2012 lo spread si è mantenuto su valori mediamente alti, senza però picchi repentini come era accaduto nel 2011. L’Italia del 2012 è caratterizzata da una debole crescita potenziale, una grande necessità di riforme strutturali, una disoccupazione giovanile alle stelle e sistemi bancari molto esposti al rischio sovrano. Peculiarità che la rendono un paese instabile e fortemente esposto alla volatilità dello spread. Tuttavia, in questo periodo hanno giocato un ruolo più significativo fattori esogeni, come dichiarazioni di autorità europee o crisi in altri paesi.

Il primo episodio si verifica ad aprile, quando lo spread aumenta in una settimana (dal 3 al 10) di 74 punti base. In questo periodo, cade la domanda di Btp a causa della fine della liquidità fornita dalla Bce alle banche per incentivare l’acquisto di titoli sovrani. Anche i bonos spagnoli fanno fatica a essere collocati sul mercato primario, con una ricaduta negativa anche sull’Italia. La situazione precipita in particolare il 10 aprile con un aumento giornaliero di 32 punti, per poi ristabilizzarsi.

A maggio un simile aumento è conseguenza dalla crisi greca: le difficoltà nella formazione di un nuovo governo in seguito alle elezioni politiche e una plausibile uscita della Grecia dall’euro fanno tremare i mercati. L’instabilità è ancora una volta aggravata dalla Spagna, che vive una grave crisi bancaria. Di riflesso, nella settimana dall’8 al 15 maggio in Italia lo spread aumenta di 48 punti, con una significativa crescita giornaliera il 14 maggio (+24,8).

A giugno sono invece gli annunci di Angela Merkel a fare esplodere il differenziale. In vista del summit europeo in cui all’ordine del giorno c’è il piano anti-spread, la cancelliera tedesca si dichiara nettamente contraria agli eurobond e quindi a una condivisione del rischio sovrano a livello europeo. Dal 21 giugno, lo spread salta di 47 punti in sei giorni. Nella sola seduta del 25 giugno è aumentato di 33 punti.

A fine luglio è Mario Draghi a provocare fluttuazioni nello spread italiano. Dopo il famoso “whatever it takes” del 26 luglio, il 2 agosto durante una conferenza stampa mostra una forte apertura verso operazioni non convenzionali, ma ne indica solo le linee guida non definendone in modo concreto tempi e modi. I mercati reagiscono male alla mancanza di concretezza e proprio in contemporanea alle dichiarazioni del presidente della Bce, lo spread subisce un fortissimo strappo al rialzo, acquistando nel giro di un solo giorno 53,2 punti. Quelle dei mercati sono però conclusioni affrettate: il giorno dopo gli acquisti ripartono e lo spread perde 47,3 punti.

Cosa cambia tra ieri e oggi

Tabella 1

In conclusione, i tre anni presi in esame (2011, 2012 e 2018) hanno uno sfondo politico ed economico sicuramente molto diverso.

Tuttavia, in tutti e tre i periodi gli aumenti giornalieri massimi dello spread sono compresi tra i 50 e i 60 punti base e di solito sono preceduti da una tendenza già rialzista. Quindi, notizie che ne influenzano il valore sono in qualche modo già scontate e non hanno effetti eccessivamente bruschi. Inoltre, nel 2011 e nel 2018 le notizie che hanno scatenato aumenti sono per lo più legate a dinamiche politiche ed economiche interne, mentre nel 2012 le notizie venivano dagli ambienti internazionali. Durante la crisi del debito sovrano, i destini dei paesi periferici dell’Eurozona erano legati a doppio filo e l’andamento dei rispettivi spread era simile. Oggi, invece, lo spread italiano segue una sua traiettoria principalmente tracciata dalle scelte di politica interna.

Oltretutto, nel biennio 2011-2012 non c’era il quantitative easing, mentre oggi gli acquisti della Bce tengono i tassi a livelli più bassi e hanno quindi l’effetto di calmierare l’aumento dei rendimenti di mercato. Un aumento di 50 punti oggi, quindi, è un segnale ben più forte rispetto a una pari variazione senza Qe.

Ma a dicembre lo stimolo monetario dovrebbe esaurirsi e allora l’Italia perderà un compratore importante dei suoi titoli, non solo per la quantità di debito acquistato, ma soprattutto perché la Bce agisce in modo disinteressato rispetto all’andamento di mercato. È quindi sensato aspettarsi che in futuro queste variazioni possano essere più accentuate.

Per ora, però, non si è verificata la convergenza del rendimento dei titoli biennali e dei titoli decennali avvenuta nella fase più acuta della crisi del debito sovrano, quando il panico dei mercati aveva portato a livelli alti anche i tassi a breve.

Finpiemonte, la pezza della giunta: 200 milioni per nascondere il fiasco

lospiffero.com 23.10.18

Dopo l’impugnativa del Consiglio dei ministri, l’assemblea regionale approva la norma che riporta le risorse a sostegno del sistema produttivo piemontese. La maggioranza si arrampica sui vetri per difendere un operato culminato nello scandalo della finanziaria

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Era in cima all’elenco delle priorità individuate, di qui alla fine della legislatura, da Sergio Chiamparinodurante il confronto di ieri con la sua maggioranza. E come previsto, il via libera alla norma che riporta 200 milioni – quelli a suo tempo destinati al capitale di Finpiemonte – nel tessuto produttivo piemontese è arrivato puntuale da Palazzo Lascaris grazie anche alla posizione “responsabile” dell’opposizione divisa tra chi non ha partecipato al voto (Forza Italia) e chi si è limitato a garantire la presenza come M5s e Movimento nazionale per la sovranità.

Nulla da obiettare sul merito di un’operazione che garantisce risorse alle piccole e medie imprese della regione, quanto piuttosto sui travagli che hanno portato a una soluzione che tanto assomiglia a una toppa messa in extremis per coprire il fiasco rimediato sulla gestione di Finpiemonte. La legge appena approvata, infatti, è figlia di una precisa scelta politica di Sergio Chiamparino e della sua giunta, di trasformare la cassaforte di piazza Castello in un soggetto di intermediazione bancaria; e questi 200 milioni dovevano servire per garantire a Finpiemonte la necessaria solidità finanziaria per assolvere al nuovo ruolo. Soltanto dopo l’esplosione dello scandalo che ha portato alla luce la sottrazione di 6 milioni e una inchiesta della Procura che ha coinvolto l’ex presidente Fabrizio Gatti e alcuni dirigenti e funzionari della struttura, la giunta è stata costretta a una rapida retromarcia. Dietrofront che ha avuto come effetto la possibilità di liberare queste risorse (peraltro dopo che per oltre un anno i rubinetti sono rimasti chiusi, sempre a causa delle vicissitudini che hanno coinvolto la finanziaria).  A luglio il provvedimento era stato impugnato dal governo: secondo Palazzo Chigi un ente con bilanci in deficit non avrebbe potuto utilizzare risorse recuperate da altri capitoli di spesa se non per la copertura del disavanzo: la trattativa del vicepresidente Aldo Reschigna con il numero due del Mef MassimoGaravaglia ha portato successivamente a sbloccare la situazione.

Dopo le tre relazioni – quella di maggioranza da parte di Andrea Appiano e le due di opposizione (Francesca Frediani e Gian Luca Vignale) – l’ingrato compito di difendere la reputazione di esecutivo e maggioranza è toccato al presidente della Commissione Attività Produttive Raffaele Gallo: un intervento che ha scatenato la dura reazione di centrodestra e M5s. “Abbiate almeno il coraggio di dire che avete sbagliato” ha tuonato dai banchi dei pentastellati Giorgio Bertola, prima che l’approvazione di due ordini del giorno dei grillini placassero i propositi di belligeranza. Dalle opposizioni la contestazione che nel provvedimento non si intravvede una visione di sviluppo della Regione, ma solo un lungo elenco della spesa redatto con un occhio alla scadenza elettorale. Una grossa fetta della torta finirà industria e artigianato (113 milioni), commercio (17,3 milioni) e ricerca e innovazione (11 milioni), altri 18 milioni sono destinati al Turismo e altri 13,6 milioni alle politiche su Lavoro e Formazione professionale. QUI LA SUDDIVISIONE DELLE RISORSE

“L’approvazione del disegno di legge 329 è un momento molto importante perché permette di rimettere in moto risorse importanti nel sistema economico piemontese – afferma Reschigna –. Questa amministrazione prima ha recuperato i vecchi fondi rotativi di Finpiemonte, che nella scorsa legislatura erano rientrati ed erano stati utilizzati per garantire equilibri di bilancio sulla spesa corrente. Ora, con questo nuovo provvedimento, saniamo il problema apertosi con il governo per questioni tecniche e avviamo una grande operazione di sostegno al nostro sistema economico.  Con le importanti risorse non finanziamo molti assi, per evitare una inutile dispersione di disponibilità finanziarie. La scelta di cosa finanziare deriva dal piano industriale di Finpiemonte, dal piano triennale sulle attività produttive, cui attraverso la legge 34 sono destinate la stragrande maggioranza della risorse, e dalla necessità di integrare assi che trovano già finanziamenti nella legge di bilancio, come ad esempio l’intervento sulla qualità dell’aria, con i 5,4 milioni destinate alla modernizzazione del parco auto delle realtà produttive che si sommano ai 4 milioni già iscritti a bilancio. Anche il confronto con le associazioni economiche e sociali è stato utile per definire gli obbiettivi degli interventi”.

Manovra bocciata, Italia passa alla storia. In ballo il futuro suo e dell’Europa intera

Dallo spread non arriva una buona indicazione. Ma l’importante è che il vicepremier Luigi Di Maio abbia ragione, ovvero che sia vero che “i mercati vogliono bene all’Italia”…

A prescindere da come si concluderà questo braccio di ferro tra Roma e Bruxelles, una cosa è certa: l’Italia passerà alla storia come il primo paese dell’Unione europea bocciato dalla Commissione sulla propria manovra. Data: 23 ottobre 2018.

La cronaca di una bocciatura considerata già annunciata si fa sempre più febbrile.

Ognuno vuole dire la sua su quello che è diventato un caso. Il caso Italia, il caso del governo M5S-Lega, che ha osato arroccarsi sulle sue posizioni, ignaro di tutti gli avvertimenti più o meno pesanti, se non apocalittici, arrivati da più parti. Anche perchè non si parla di una semplice “manovra”. Qui si parla di una manovra il cui valore trascende quello normalmente attribuito alle leggi di bilancio: è una manovra che ha preso, man mano che veniva forgiata, le sembianze di una vera e propria arma finanziaria, che l’esecutivo gialloverde, già inviso all’Unione europea per le sue posizioni sovraniste, ha deciso di sfoderare e sbandierare al tempo stesso come carta di identità dell’Italia.

In ballo c’è tanto, a detta di molti troppo: il futuro dell’Italia, e con esso il futuro dell’Unione europea, il risultato delle elezioni europee dell’anno prossimo, la credibilità di questo governo M5S-Lega, la credibilità di quelli che con disprezzo vengono bollati come burocrati Ue, in sintesi il destino riservato ai sovranisti e agli europeisti, in un rapporto di tale antitesi da essere diventato una guerra.

Guerra il cui finale è tutto fuorché prevedibile, anche se sono in molti a suonare già le campane a morto per il progetto europeo.

Da un lato ci sono gli europeisti che si affidano alle idee del finanziere George Soros: dall’altro i sovranisti che sposano il progetto di Steve Bannon, l’ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump che tende la mano a Salvini, Le Pen & Co. Tanto da aver detto proprio nelle ultime ore, in un’intervista al Corriere, di voler aiutare i sovranisti nella sfida delle elezioni europee.

Bocciatura manovra Italia passa alla storia

Nei minuti precedenti la bocciatura della manovra destinata a passare la storia, sia il premier Giuseppe Conte che i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno insistito sulla necessità, per l’Italia, di andare dritta per la sua strada.

Già ieri Giovanni Tria aveva dato una spiegazionedel perchè l’esecutivo avesse deciso di non apportare alcuna modifica. Il progetto del ministro dell’economia, che secondo alcune indiscrezioni stampa aveva spinto affinché il target sul deficit-Pil previsto per il 2019 e inciso nella nota di aggiornamento al Def scendesse almeno al 2,1%, era già miseramente fallito.

Nella risposta alla lettera Ue di chiarimenti che gli era stata personalmente consegnata, la scorsa settimana, dal Commissario Pierre Moscovici, Tria ha parlato di una manovra che riflette una “decisione difficile, ma necessaria”. Necessaria per tornare a dare priorità, soprattutto, alla crescita economica, in quanto l’espansione del Pil viene vista come condizione sine qua non anche per curare e sanare una volta per tutte la ferita del debito pubblico.

Non è questa, però, la stessa filosofia dei tecnici di Bruxelles che vedono prioritario, piuttosto, il contenimento del debito e del deficit, il risanamento dei conti pubblici.

Poco prima del verdetto di Bruxelles – ampiamente atteso, tanto che lo stesso vicepremier Matteo Salvini ne aveva parlato senza troppi problemi – , sono arrivate le dichiarazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha fatto di tutto per rassicurare i mercati e far capire a Bruxelles il messaggio di questo governo.

Non siamo giocatori d’azzardo che scommettono il futuro dei loro figli alla roulette – aveva detto il premier – Ho la prova che una parte dello spread sia dovuta all’ipotesi Italexit. Ma posso assicurare che questo esecutivo non accompagnerà questa nazione, l’Italia, fuori dall’Europa”.

Bisogna vedere però, dopo la bocciatura della manovra e in attesa di capire cosa accadrà in queste prossime tre settimane – la correzione della legge di bilancio ci sarà o no? La ‘manovra di scorta’ o il piano B di cui ha parlato oggi il Messaggero esiste o no? – cosa penseranno non tanto Conte & Co, ma i mercati finanziari.

Dallo spread non arriva una buona indicazione. Il differenziale balza di oltre +5%, fino a rivedere quota 320 punti, a fronte di tassi sui BTP decennali al 3,6% circa.

Ma l’importante è che il vicepremier Luigi Di Maio  abbia ragione, ovvero che sia vero che “i mercati vogliono bene all’Italia”.  Per ora l’unica cosa sicura è che l’Italia, per l’appunto, è passata alla storia. 

L’Italia vera e quella (indecente) di Moody’s e Cottarelli

Giorgio Cattaneo libreidee.org 23.10.18

Ci sarebbe da ridere, non fosse per i brutti ceffi in circolazione e le loro cattive intenzioni verso il sistema-Italia, ancora solido nonostante l’impegno che gli eurocrati hanno profuso per azzopparlo. Prima comica: azzannano il timido governo gialloverde, che si è limitato al 2,4% di deficit (contro il 3% ammesso da Maastricht), neanche fosse un esecutivo rivoluzionario. Seconda comica: gli stregoni di Moody’s declassano l’Italia, regina del risparmio europeo, in combutta coi loro azionisti bancari, che speculeranno sul ribasso del rating. Terza comica: a strapparsi i capelli sono l’infimo Martina, candidato a guidare il Pd verso l’estinzione, e Antonio Tajani, «decadente e grottesco presidente del Parlamento Europeo, figura modestissima e nuovo frontman di Berlusconi per le prossime europee, anche lui impegnato a spiegarci che andiamo verso la rovina». A mettersi le mani nei capelli, semmai, è Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt: costretto a vedere la televisione di Stato che strapaga l’oligarca Cottarelli perché ripeta, nel salotto di Fazio, che la visione economica del mondo è una sola: la sua. Il primo a denunciare «la presa per i fondelli a spese degli italiani» è stato Gianluigi Paragone: non è curioso che a spillare quattrini alla Rai sia proprio Cottarelli, cioè il massimo censore della spesa pubblica? «Quello sarebbe il primo spreco da tagliare», dice Magaldi, in web-streaming su YouTube.

Stiamo vivendo agitazioni surreali, esordisce l’autore del bestseller “Massoni”, in collegamento con Fabio Frabetti di “Border Nights”. La storia delle “manine” che secondo Di Maio avrebbero manipolato il decreto fiscale? «Fa un po’ ridere i polli», cosìGioele Magaldicome il proditorio declassamento di Moody’s. «Siamo alla farsa finale: il sistema è talmente in crisi, e anche tremebondo, che mette in atto meccanismi spudorati, e quindi anche facilmente smascherabili». Le agenzie di rating? Non sono imparziali: «Sono aziende che perseguono profitto in pieno conflitto d’interessi, perché i loro azionisti hanno interessi di tipo speculativo e possono trarre vantaggio proprio dai declassamenti delle agenzie di cui detengono i pacchetti azionari. Possono cioè trarre profitto da quello che le agenzie di rating promettono o minacciano, e dal panico che il giudizio di queste agenzie può indurre». Questo, aggiunge Magaldi, è un sistema malato, al quale Moody’s dà un ulteriore colpo. «Da un lato la Bce non fa il suo mestiere di banca centrale e non garantisce il debito in titoli di Stato dell’Italia, come dovrebbe, per mantenere basso il famigerato spread. Dall’altro, le sedicenti istituzioni europee mandano i “pizzini” e disapprovano la manovra del governo, mostrando il loro cipiglio».

Poi ci sono i pupazzi del teatrino italiano – i Martina, i Tajani – che suonano l’allarme. E quali sarebbero queste grandi e radicali manovre del governo Conte, che tanto preoccupano costoro? L’aver ipotizzato qualche spesa per lenire le condizioni di indigenza, senza neppure istituire un vero reddito di cittadinanza? Qualche spesa per migliorare la situazione fiscale? «Tutte cose che noi del Movimento Roosevelt salutiamo come un inizio, l’aurora di un possibile nuovo scenario, ma siamo sicuramente al di sotto delle proclamazioni solenni degli uni e degli altri», chiarisce Magaldi. «Dal punto di vista del governo c’è poco da strombazzare un New Deal, che non è ancora iniziato. Per contro, chi contesta il fatto che queste misure portino al 2,4% del rappoto deficit-Pil, ripete che, per questo motivo, il governo italiano andrebbe ricondotto alla ragione a forza di bastonate – attraverso le agenzie di rating, le dichiarazioni dei tecnocrati europei e le giaculatorie di questi personaggi decadenti del centrodestra e del centrosinistra. Mi sembra un teatro dell’assurdo, perché purtroppo non abbiamo ancora un Tajanigoverno che dichiari chiaramente di voler mettere in discussione, in quanto infondati scientificamente, i parametri di Maastricht, nei quali peraltro l’Italia rientra perfettamente».

Perché non si ragiona mai sulla vera natura del debito pubblico, come ha fatto recentemente Guido Grossi anche su “ByoBlu”? Ci sono economisti, intellettuali e politici che offrono soluzioni concrete, già oggi, per gestire il debito pubblico così com’è. Ma poi, bisognerebbe inquadrare il debito per quello che è, ovvero «un elemento di economiaspiegato male e utilizzato in modo improprio». Ma il governo gialloverde non ha messo seriamente in discussione i parametri di Maastricht, sul piano economico. E su quello politico, continua a giurare che non è vero, che vorrebbe “uscire dall’Europa”. «Ma il problema non è questo: bisognerebbe dire, invece, che in Europa non ci siamo mai entrati», sottolinea Magaldi. «Il governo dovrebbe dire: vogliamo una Costituzione Europea, politica». Di Maio, Salvini, Savona e gli altri insistono nel dire di voler restare nell’Eurozona, non mettendo in discussione neppure la valuta euro? «Bene, ma come vogliamo starci? Vogliamo restare in quest’Europa così com’è? In questa strana struttura sovranazionale senza Costituzione, senza meccanismi democratici e senza una vera partecipazione popolare alle decisioni più importanti?».

Se finalmente il governo parlasse chiaro, pretendendo un’Europa democratica, allora sì che si potrebbe capire, «l’alzata di scudi da parte dei veri nemici del progetto dell’Europa unita, cioè quelli che oggi occupano indebitamente le maggiori poltrone delle istituzioni sedicenti europee». Se Lega e 5 Stelle dicessero che vogliono una Costituzione Europea, il loro «sarebbe un attacco al cuore del sistema, per renderlo più democratico». Vorrebbe dire «ridiscutere il concetto stesso di deficit, di debito pubblico, e “sforare” con percentuali ben più importanti, ma con spese in investimenti». Gli oppositori lo dicono in malafede, ma hanno ragione: nella manovra gialloverde non ci sono grandi spese in investimenti. «Ma lo si può capire: è solo l’inizio, al governo bisogna dare credito e fiducia, perché l’esecutivo Conte, quantomeno, sta cercando di fare qualcosina, laddove negli ultimi 25 anni non si è fatto nulla – o meglio, si è agito solo contro l’interesse del popolo italiano». Mancano investimenti adeguati, certo, come si è visto dopo il disastro di Genova. Ma il governo gialloverde è a metà strada fra il Paolo Savona che in Giovanni TriaSenato si appella al New Deal e il ministro Tria (scelta di ripiego, imposta dal Quirinale) che «non sa deve dar retta a Visco, a Draghi, a Mattarella, oppurre alla maggioranza che sostiene il governo di cui lui è parte».

Per Magaldi «siamo, di nuovo, alla commedia dell’assurdo: si parla del nulla, il discorso politico è surreale». Quello economico, invece, è aggravato dal clamoroso declassamento di Moody’s, totalmente infondato: «L’Italia ha un grandissimo risparmio privato e ha dei “fondamentali” di economia eccellenti. L’Italia è un paese ricco, sotto molti aspetti: in Nord Europa ci sono paesi con i conti pubblici in apparenza migliori dei nostri, ma con un indebitamento privato molto più grave, quindi sono in una situazione più fragile». Perciò non si capisce (o meglio, si capisce anche troppo bene) perché Moody’s vada a declassare l’Italia. L’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, suggerisce di creare un’agenzia di rating di respiro europeo, che – partendo dall’Italia – guardi le cose con occhi diversi, e valuti quindi la solidità di entità pubbliche e private con altri parametri. Mossa indispensabile, conferma Magaldi, «per evitare di essere ricattati da masnadieri in costante conflitto d’interessi». E dall’altro, aggiunge, bisogna creare un’agenzia che si preoccupi di valutare il sistema economico-sociale in base all’effettiva qualità della vita, oltre il semplice Pil.

Lo disse Bob Kennedy già nel 1968, «pagando con la vita il suo tentativo di rappresentare la speranza di un’evoluzione diversa dell’Occidente e del mondo». Il Pil non può essere l’unico metro di misura delle nostre vite. Anche dal punto di vista meramente economico, aggiunge Magaldi, il solo Pil non funziona: «Questi numeri non raccontano davvero la prosperità e la ricchezza dell’Italia, pur con tutti i suoi limiti e tutta la decadenza che in questi anni è stata rovesciata sul nostro sistema. Si è tentato di deindustrializzarlo e impoverirlo, ma non ci si è riusciti: perché l’Italia è un grande paese, con capacità industriali e commerciali, grande attitudine al risparmio privato». L’Italia non può essere impunemente declassata, come giustamente rilevato dalla stessa magistratura di Trani, intervenuta in passato contro alcune agenzie di rating, in occasione del famigerato Casalino“golpe bianco” attuato con l’avvento del governo Monti: «Forse, oggi – ipotizza Magaldi – proprio la magistratura dovrebbe rimettersi in moto, analizzando le molte opacità di questo giudizio di Moody’s».

Quanto al presunto sabotaggio del documento fiscale indicato da Di Maio, secondo Magaldi si può parlare anche di “manine” «ascrivibili a filiere massoniche neo-aristocratiche, e perciò contro-iniziatiche, come quelle che hanno demonizzato Rocco Casalino», scelto dai 5 Stelle come portavoce del premier. Volevano incastrarlo con il celebre fuori-onda nel quale prometteva sfracelli contro i sabotatori nascosti nei ministeri? «Intanto è riuscito nell’intento di denunciare i tecnici del ministero dell’economia che “remano contro”, e il fenomeno non riguarda certo solo quel dicastero». Se in Italia ci fossero ancora veri giornalisti, dice Magaldi, una bella inchiesta svelerebbe che nei ministeri e negli apparati burocratici circolano da decenni sempre le stesse persone: si ritiene abbiano competenze imprescindibili, galleggiano da un governo all’altro (centrodestra o centrosinistra non importa) e si sono riciclati anche con questo governo gialloverde. «Credo sia giunto il momento di un bel cambio: non è vero che questi siano professionisti insostituibili, credo occorra puntare su una rigenerazione della scuola della pubblica amministrazione, anche nell’individuazione di nuovi parametri».

L’orizzonte è vasto: «Dobbiamo cambiare i termini di insegnamento dell’economia e della finanza, che in questi decenni hanno creato dei mostri», sostiene Magaldi. Spesso, «quelli che hanno studiato economia l’hanno fatto come asini, istruiti da altri asini, grazie a qualche “padrone degli asini” che, a monte, scientemente, ha voluto questa “asinità” diffusa». Seriamente: «L’economia dovrebbe essere un sapere critico, dialogico, scientifico e perciò aperto al confronto critico, e invece è stata insegnata come una sorta di catechismo, con dei principi di fede da seguire». Non mancano le ribellioni anche famose, contro il “lavaggio del cervello” subito in università anche prestigiose: lo conferma un caso come quello dell’economista Ilaria Bifarini, “bocconiana redenta”, mostrando (dal di dentro) tutte le storture della narrazione economica neoliberista. «Discorso che vale anche per capi di gabinetto, dirigenti e consulenti: una casta di mandarini riciclati e inamovibili, che obbediscono a chi – come loro – abita stanze del potere non sottoposte al vaglio delle elezioni». Ha ragione Casalino: c’è da fare un bel Ilaria Bifarinirepulisti. «E a proposito: non scordiamo quello che abbiamo appreso su Carlo Cottarelli, personaggio appartenente ai peggiori circuiti della contro-iniziazione massonica neo-aristocratica».

Cottarelli viene dal Fmi, potente istituito che ha contribuito alla catastrofe della Grecia. Come giustamente fatto notare da Gianluigi Paragone, proprio Cottarelli incarna un madornale paradosso: «Un signore che da anni invoca “spending review”, revisione della spesa e grandi tagli, oggi per le sue comparsate televisive (dove sciorina le sue personalissime idee, intonate all’austerity montiana più becera) è strapagato con moltissimo denaro pubblico. Sono cose vergognose». Spreco di denaro pubblico, insiste Magaldi, è riempire di soldi il neoliberista Cottarelli per parlare per 40 minuti, senza un regolare contraddittorio con un economista post-keynesiano: giornalismo (e servizio pubblico) imporrebbero di ascoltare due voci distinte e contrapposte, peraltro non remunerate, ma presenti in televisione a titolo gratuito. «Ci sono personaggi italiani che avrebbero tante cose da dire, e che non vengono mai interpellati, dai media. E gli altri, che hanno tutto lo spazio per dire la loro, sono pure strapagati. Anche questo fa parte del teatro dell’assurdo che stiamo vivendo: il nostro è un paese che ha perso il senso del ridicolo. Ecco perché dobbiamo lavorare, tutti, per far ritrovare il senso della decenza».

La realtà, aggiunge Magaldi, è che va ripensato l’intero sistema, partendo proprio dall’economia. «Forse è arrivato il momento storico in cui si può immaginare l’emissione di una moneta non “a debito”, cioè non ottenuta attraverso l’offerta di titoli di Stato. Forse dobbiamo pensare anche a monete complementari. Soprattutto: come di tutte le cose, in una società aperta, democratica e pluralistica, dobbiamo immaginare di poter parlare laicamente anche della moneta e dell’economia». Non è possibile, aggiunge Magaldi, che l’economia sia diventata una fede, «con sacerdoti che comminano scomuniche, lanciano anatemi e condannano al rogo». E’ inaccettabile l’impossibilità di essere eretici: anche perché «il mondo contemporaneo, scientifico e progressista, liberale, che tanti accigliati difensori vorrebbero difendere dalla “barbarie” dei populisti, è un mondo libero, democratico e pluralista fondato proprio sul libero confronto tra le diverse posizioni». E invece oggi «abbiamo questa surreale situazione, per cui da un lato si denunciano le pulsioni autoritarie, xenofobe, razziste e fascistoidi dei populisti, dei Giorgettibarbari che assaltano l’Olimpo della democrazia italiana, della convivenza pacifica tra le nazioni garantita dalle isitituzioni europee, e dall’altro questi signori sono fideisti, devoti a visioni monolitiche e indiscutibili».

Non ammettono, gli oligarchi, che le loro convinzioni siano sottoposte alla discussione pubblica, «come non fu ammesso alla discussione il grande tema dell’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione», che ha consentito a Mattarella di “difendere” una Carta costituzionale gravemente lesionata, rispetto al dettato democratico del 1948. Sul fronte opposto, intanto, il leghista Giancarlo Giorgetti sostiene che il futuro sia del sovranismo populista? «Sbaglia, Giorgetti, se l’ha detto davvero, perché questo – replica Magaldi – consente agli avversari di spacciare per reale il presunto assalto alla democrazia, alle istituzioni liberali, all’equilibrio faticosamente raggiunto da una società avanzata». Molto meglio «stanare gli autori di questa immensa ipocrisia: qui non è questione di sovranismo o di populismo, qui è questione di sovranità del popolo, di democrazia sostanziale». Per il presidente del Movimento Roosevelt «bisogna che sia chiaro c’è una incongruenza grande come una casa, nell’atteggiamento dell’Europa che guarda all’Italia in modo arcigno: da un lato si rivendica la difesa della tenuta democratica di fronte all’assalto populista Cottarellixenofobo, e dall’altro al popolo bue (trattato in modo veramente demagogico e manipolatorio) si propinano delle fedi, cioè l’esatto contrario di ciò che ha costruito le democrazie».

I moderni regimi democratici, aggiunge Magaldi, con l’occhio dello storico, sono stati edificati «con metodo massonico, dunque progressista», basandosi cioè «sul dubbio critico e sulla messa in discussione dei dogmi». Uno su tutti: il dogma per il quale «il potere venisse da Dio e fosse amministrato da monarchi, da aristocrazie laiche per diritto di sangue e da aristocrazie ecclesiastiche per diritto d’ispirazione divina». Questi dogmi, sottolinea Magadi, hanno regnato per secoli: «E con questi dogmi, per secoli, i molti hanno asservito i pochi». Quello massonico, continua Magaldi, è stato un metodo di liberazione, di democrazia e di parlamentarizzazione della vita politica: «Ha creato quelle Costituzioni di cui avremmo bisogno in Europa, dove invece è stato istituito un sistema neo-feudale, non c’è Costituzione: ci sono altrettanti vassalli, valvassori, valvassini e cavalieri, che difendono una sorta di impero collegiale, oggi in mano a oligarchie apolidi e sovranazionali, le quali trattano il popolo come una massa di neo-sudditi». Queste cose bisogna pur iniziale a discuterle: «Io andrei volentieri a spiegarle in televisione, ovviamente gratis, insieme a tanti altri: non ho verità in tasca – precisa Magaldi – ma vorrei che ci fosse un confronto critico tra diverse visioni del mondo». Invece paghiamo, profumatamente, Cottarelli e soci: «Sacerdoti, che ci vengono a fare le loro prediche». E hanno a disposizione tutti i pulpiti, «offerti dai pennivendoli di regime, davvero spregevoli alla vista e all’udito, che infestano i media mainstream di questo paese».

Perché Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Banco Bpm rischiano di essere comprate ai saldi

startmag.it 23.10.18

Il commento di Fabio Pavesi, giornalista di economia e finanza, per anni al Sole 24 Ore, ora collaboratore del Fatto Quotidiano, di Lettera 43 e del Fatto Quotidiano, sullo stato dell’arte delle maggiori banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi e Banco Bpm

Un assegno di 70 miliardi di euro e spiccioli et voilà ci si porta a casa le prime 5 banche italiane per attivo di bilancio. Che se non fosse ancora chiaro vuol dire comprarsi il 70% dell’intera industria bancaria del Bel Paese. Detta così, quei miliardi che possono apparire un sacco di soldi, sono poca cosa per diventare i padroni del sistema bancario della terza economia della zona euro. Quei 70 miliardi erano infatti fino a venerdì sera il valore cumulato di Borsa dei primi 5 istituti nostrani.

COME STANNO INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

Dai due colossi Intesa Sanpaolo e UniCredit che valgono insieme poco meno di 62 miliardi di euro di valore di mercato, fino a Ubi Banca, il Banco Bpm e la sempre claudicante Monte dei Paschi di Siena.

CHE COSA PUO’ SUCCEDERE A UBI BANCA E BANCO BPM

Per le tre banche dietro agli unici due campioni nazionali bastano davvero gli spiccioli. Con soli 8 miliardi fai shopping di tutte e tre. Con 3,34 miliardi ci si compra l’intera Ubi banca. Ne servono ancora meno per il Banco Bpm (2,73 miliardi il valore di Borsa a venerdì). E con meno di 2 miliardi sostituisci lo Stato alla guida di Mps.

ECCO FOTOGRAFIA E CONFRONTI

Tanto per dare una fotografia suggestiva, le prime 5 banche italiane valgono poco più del solo Santander spagnolo. La sola Bnp Paribas vale quanto Intesa e UniCredit messe insieme. E la inglese Hsbc vale due volte le nostre 5 banche tutte insieme. Persino la National Bank of Greece vale oggi il 20% in più di Mps.

EFFETTO SPREAD SULLE BANCHE ITALIANE

Forse visti così questi numeri danno al volo l’idea della crisi sconfinata che sta languendo di nuovo le banche italiane, dopo la tempesta del 2011-2012. E l’imputato principe questa volta è il tanto evocato spread. Più sale il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi più le banche devono mettere in conto perdite su quei 363 miliardi di buoni del Tesoro che hanno tuttora in pancia.

IL PESO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI NEI PORTAFOGLI DELLE BANCHE

Più il Paese agli occhi degli investitori perde affidabilità creditizia, più il rischio sovrano si trasmette in automatico al debito pubblico in portafoglio ai nostri istituti. Il riflesso è quasi pavloviano. Su lo spread, giù le banche in borsa. Un copione che tra alti e bassi (più alti però) si ripropone quotidianamente sul mercato di Borsa.

CHE COSA E’ SUCCESSO DA MAGGIO IN BORSA AI TITOLI DELLE BANCHE COME INTESA SANPAOLO, UNICREDIT, BANCO BPM, UBI

E del resto basta vedere quanto hanno perso in sincrono le banche dai primi di maggio a oggi. Sembra che i mercati lavorino con il pilota automatico nello scaricare tutto ciò che si chiama banca sui listini. Intesa e UniCredit hanno perso entrambe il 35% del loro valore. Ubi il 30%; BancoBpm e Mps il 41% entrambe. Le banche più piccole non sono da meno.

FOCUS SU CREVALE E BPER

La Bper ha fatto -27% negli ultimi sei mesi; stessa caduta per il Creval e vicina a lei l’altra valtellinese la Popolare di Sondrio con un -24%. Di fatto bruciati tagliati più di un terzo dei prezzi dopo che in primavera del 2018 le banche avevano ritoccato i loro massimi dell’anno. Poi il buio e il capitombolo come nella lunga crisi post 2011.

I VALORI DI MERCATO

Oggi è ancora peggio perché quei valori così compressi espressi oggi dal mercato, che coprono a malapena meno della metà del reale valore patrimoniale degli istituti non si vedevano dai tempi della crisi del debito sovrano.

LE ZAVORRE

Ma all’epoca le banche non solo erano piene oggi come allora di titoli di Stato (si raggiunse il picco di oltre 400 miliardi di Btp nei portafogli), ma erano zavorrate da una montagna di sofferenze e incagli che pesavano per oltre 300 miliardi sui bilanci. Oggi quelle sofferenze non sono più lo spauracchio principe.

DOSSIER SOFFERENZE

Tra cessioni ed effetto rientro dalla recessione dell’economia italiana, il loro peso è fortemente diminuito e non produce più quella marea di perdite che ha caratterizzato il periodo 2012-2016 quando il conto totale del rosso di bilancio ha totalizzato oltre 50 miliardi, figli delle continue svalutazioni dei crediti avariati.

UN’ANALISI

Tanto che le banche nel 2017 sono tornate a produrre utili. Ora quella via d’uscita dalla lunga crisi che sembrava acquisita è di nuovo compromessa. Troppo e troppo stringente il rapporto tra il nostro debito pubblico e quella quota pari al 15% dell’ammontare detenuta direttamente dal sistema creditizio. Le perdite sui titoli finiscono a erodere il capitale, quel capitale che le banche avevano faticosamente ricostruito con gli aumenti di capitale chiesti ai soci.

COSA SUCCEDE SE IL CAPITALE VA SOTTO PRESSIONE

Se il capitale va sotto pressione, il circolo vizioso già conosciuto torna in campo. Si riducono i prestiti e in ogni caso aumentando il costo della raccolta i nuovi costi si scaricheranno su conti correnti e servizi bancari. Non bastano quindi le perdite di portafoglio delle centinaia di migliaia di italiani che investono in azioni bancarie; si aggiungeranno nuovi costi ai clienti, dato che le banche trasleranno proprio alle clientela i nuovi costi.

SCENARI E PROSPETTIVE

Per non parlare dei crediti. La stretta creditizia non è mai finita: mancano all’appello tuttora circa 70 miliardi di impieghi rispetto allo stock di crediti a imprese e famiglie negli anni della crisi.

Vista così certa retorica populista anti-bancaria si copre solo di ridicolo. Le banche saranno anche brutte, sporche e cattive ma se le affossi, distruggi un pezzo di economia reale e danneggi i risparmiatori e gli investitori. Un boomerang incosciente e irresponsabile.

(articolo pubblicato su Dagospia)

Moody’s e non solo, tutte le ultime bizzarrie dei Mister Rating

  startmag.it 23.10.18

Il commento di Luigi Monfredi, giornalista Rai esperto di economia, sul ruolo delle agenzie di rating

Senza aspettare il giudizio dell’Unione europea sulla manovra e con 12 giorni di anticipo rispetto al calendario fissato, l’agenzia di rating americana Moody’s ha abbassato di un gradino il suo giudizio sull’Italia, che passa da baa2 a baa3, con outlook stabile.

CHE COSA SI LEGGE NEL REPORT DI MOODY’S SULL’ITALIA

A pesare – si legge nel comunicato – il cambio concreto della strategia di bilancio, con il livello di deficit più elevato rispetto alle attese. Ma anche la mancanza di una coerente agenda di riforme per rilanciare la crescita. Al momento – sottolinea ancora Moody’s – le possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro sono molto basse», ma potrebbero aumentare.

I CONFRONTI FRA ITALIA E GLI ALTRI PAESI

Il declassamento di Moody’s fa retrocedere l’Italia portando il merito di credito al livello di Romania, Ungheria e Portogallo. E se si guarda al di fuori del Vecchio Continente, il giudizio che ora l’agenzia di rating ha assegnato al nostro Paese è lo stesso attribuito al Sudafrica e alle Bahamas.

LA CONFERMA DELL’OUTLOOK

Moody’s conferma però l’outlook stabile per i punti di forza del sistema Italia. In particolare: un’economia molto ampia e diversificata, alcune aziende di grandi dimensioni e competitive, gli ingenti avanzi delle partite correnti, un insieme di investimenti internazionali nel paese ben bilanciato.

IL RUOLO DELLE FAMIGLIE ITALIANE

Le famiglie italiane hanno peraltro un alto livello di ricchezza, scrive l’agenzia, un importante cuscinetto contro gli shock futuri e anche una potenziale fonte di finanziamento per il governo. Come dire: caro governo italiano, non sottovalutare l’ipotesi di una bella patrimoniale, gli italiani ti potranno tranquillamente dare una mano.

IL RUOLO CONTROVERSO DI MOODY’S E DELLE ALTRE AGENZIE

Detto questo, occorrerebbe fare delle considerazioni in tutta serenità e obiettività sul ruolo, oggettivamente eccessivo e spesso debordante, delle agenzie di rating. A partire proprio da Moody’s che, un anno fa, arrivò a patteggiare col governo americano una maximulta di 864 milioni di dollari per aver giudicato con la tripla A (il massimo del rating) i titoli e le obbligazioni legate ai mutui subprime, che poi causarono il crollo economico in tutto il mondo occidentale.

I CASI EMBLEMATICI DEL PASSATO

Per non dimenticare, non solo da parte di Moody’s, il consiglio ad acquistare azioni della Lehman Brothers, appena una settimana prima del clamoroso e dolorosissimo fallimento della storica banca di affari americana. E, sullo sfondo, lo stesso atteggiamento sui bond argentini e sulle azioni Parmalat, con migliaia di risparmiatori che ancora oggi, a più di quindici anni di distanza, si stanno leccando le ferite.

IL DIBATTITO SULLE AGENZIE

E allora, cosa vuol dire tutto questo, che le agenzie di rating non servono? Di sicuro non serve che un’agenzia di rating anticipi il giudizio della Commissione europea sulla manovra di uno Stato sovrano: è una doppio sgarbo, a quello Stato e alla stessa Unione europea.

UNA CURIOSITA’ DAL COMUNICATO

Altra curiosità: nel comunicato di Moody’s si fa esplicitamente riferimento al rapporto deficit/Pil portato al 2,4% dal governo in contrapposizione con l’Europa. Bene, la stessa Commissione europea, nella sua lettera di richiamo, non menziona quella percentuale e il commissario Moscovici ha detto che “non è quello il punto critico”, ma anche la Commissione europea non è esente da critiche e sospetti, soprattutto quando si tratta di intervenire sui conti pubblici italiani.

IL REPORT DI DB

Folkerts Landau è l’economista capo della Deutsche Bank e, intervistato da Bloomberg Tv a Londra, ha detto: “L’Italia ha un surplus, se non per il pagamento degli interessi. La cosa più straordinaria è che lo sforzo fiscale dell’Italia è oltre ciò che chiunque altro ha fatto in Europa, e ha accumulato surplus primari per il 13% del Pil, mentre la Germania solo il 5%. L’Italia, in questo senso, è il paese più virtuoso in Europa, ed ora il fatto di andare da lei con una mazza da baseball e dire “Devi abbassare il tuo budget perché sia ‘sostenibile‘ per i criteri della Ue”, va contro tutte le ragioni e le logiche politiche. Infatti io credo che questa sorta di minaccia, di pressione, da parte della Ue stia radicalizzando la Nazione, stia radicalizzando la politica, stia creando un pericolo per l’esistenza dell’Eurozona. Sì sono fortemente accanto agli italiani su questo particolare argomento”.

A buon intenditor…

(testo tratto dal profilo Facebook di Luigi Monfredi)

B.Mps: arrivate offerte fondi per stock Npl di 2,4 mld (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Procede verso il rush finale il processo di cessione di 2,4 miliardi di non performing loan da parte di Banca Mps. Lo scrive Il Sole 24 Ore aggiungendo che il progetto, denominato Merlino, ha avuto una tappa ulteriore del percorso la scorsa settimana, quando sono arrivate le offerte non vincolanti per i 4 pacchetti di Npl nei quali il mega-portafoglio di sofferenze (di tipo unsecured, cioè non garantito), è stato suddiviso: un pacchetto di 1 miliardo, un altro di 800 milioni, uno più piccolo da 200 milioni e un altro da 400 milioni di euro. 

Per ogni perimetro sarebbero arrivate all’advisor Pwc, secondo indiscrezioni, numerose offerte e ne sarebbero state selezionate quattro per ogni pacchetto: per arrivare alla fase delle offerte vincolanti a novembre. In lizza ci sono, secondo i rumors, compratori come Banca Ifis, Hoist, Cerberus, Mb Credit Solutions e Kruk. In termini di sofferenze, il gruppo bancario guidato da Marco Morelli punta a superare il target di 2,6 miliardi di euro di cessioni previsto dal piano industriale per il 2018, arrivando a quota 3,7 miliardi, incluso 1 miliardo di euro di Npl di leasing. 

Mps ha avviato anche il progetto Morgana (dove advisor è Kpmg) su 1,1 miliardi di incagli, cioè Utp. Le offerte non vincolanti sono già arrivate per un portafoglio che comprende diverse posizioni in leasing, con un sottostante immobiliare per circa 700 milioni. In corsa ci sono giganti del settore come Bain Capital Credit e Cerberus, che ora sarebbero impegnati nella fase di data room. La banca senese, intanto, ha sondato gli investitori per verificare quale potrebbe essere l’accoglienza di un bond subordinato, su indicazione delle Authority ad emettere questo tipo di obbligazione. Il bond, che rafforzerebbe il patrimonio, presenta tuttavia costi proibitivi nell’attuale contesto 

di mercato. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 23, 2018 02:50 ET (06:50 GMT)

L’uomo che sussurrava allo spread: i politici sono complici

Giorgio Cattaneo libreidee.org 23.10.18

Che lo spread sia un metodo di governo l’abbiamo scritto fino alla nausea. Non siamo stati i primi a dirvelo. Non saremo gli ultimi. Il Big Show Spread 2018, però, esibisce anche cose nuove, inedite, che nemmeno nel 2011 avevamo visto (cose che voi umani… nemmeno al largo dei bastioni di Orione). Ad esempio, il giochino quotidiano delle dichiarazioni pubbliche orchestrate per farlo salire! E magari qualche bieco speculatore in ascolto può prendere nota, perché chi sa come fare ci sta già guadagnando alla grande. A soccorrerci in questa analisi ci viene in aiuto Sabato Scala, ingegnere, studioso di fisica quantistica e ricercatore indipendente. «Spread ancora in calo oggi – scriveva Scala questa mattina – da 293 e scende fino a 291. Scommetto che dalle 10,30 arriva il nuovo attacco di Bruxelles». Mentre scriviamo – a bocce ferme – la previsione si è rivelata azzeccatissima, così come tutte le altre sciorinate in queste settimane sullo spread. Allora, abbiamo chiesto a Sabato Scala di puntualizzare la sua visione dello spread di questi giorni, con particolare riferimento al suo continuo saliscendi attorno a quota 300 punti.

«Le precedenti settimane – appena lo spread rivelava una partenza in calo, nella seconda metà della mattinata (10,30 -11,00), partiva la bordata di qualcuno della Ue o dei franchi tiratori interni. L’ora di tarda mattinata viene scelta per fare il massimo Antonio Tajanidanno e dare la possibilità agli speculatori di vendere il più possibile fino all’apertura di Wall Street alle 15:00, ora italiana, con gli americani che acquistano titoli e fanno calare lo spread. Se riescono a creare panico nelle ore precedenti, l’effetto degli acquisti del debito italiano in America si attenuano e magari con uno spread fuori controllo ci ripensano. Fino a questo momento tutti gli attacchi sono andati a vuoto. Oggi è toccato a Tajani – puntualizza Scala – ho sbagliato solo l’ora. L’annuncio è arrivato due ore più tardi, alle 12:00. Lo spread era a 292 ed è adesso a 304. Ha contato molto anche la notizia di un dietrofront possibile italiano dopo un colloquio con la Merkel alle 19:00. Conto, comunque, che se Di Maio e Salvini torneranno a essere duri sulle possibilità di trattativa, lo spread tornerà a scendere».

«I mercati stanno scommettendo sulla “forza” contrattuale dell’Italia e su un cambio della gestione europea». Riportiamo per intero l’analisi di Sabato Scala per due ordini di motivi: 1) finora è andata esattamente così; 2) finora è andata esattamente così. Per dovere di cronaca, stamane l’attacco speculativo è parso più incisivo Sabato Scalaperché nel pomeriggio ci si è messo anche il commissario europeo Oettinger che  a mercati aperti annunciava in pompa magna la bocciatura della Uealla manovra italiana. E lo spread ha chiuso la giornata a 308 bp. Poi si è saputo tramite lo Spiegel che quella di Oettinger non è la bocciatura conclamata… ma la sua personale opinione… Qui siamo alla manipolazione totale; all’insider trading. Per come sta andando, comunque, lo spread ha tenuto a fronte di incursioni ben più gravi di quelle viste nel 2011 e nel 2012. Ricordo a tutti che un paese come la Grecia, che ha fatto i compiti a casa e bla bla bla, si aggira oggi sui 390 punti di spread con la Germania.

(Massimo Bordin, “L’uomo che sussurava allo spread”, dal blog “Micidial” del 17 ottobre 2018).

Banche: faro Bce-Bankitalia su liquidità e titoli Stato (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Lo spread da troppi giorni attorno a quota 300 fa alzare l’attenzione sulle banche. Bce e Bankitalia sono in campo per tenere sotto stretta osservazione le due voci più delicate dello stato di salute degli istituti: la liquidità e gli indici patrimoniali, sotto pressione per il deprezzamento dei titoli di Stato. 

La Bce dalla scorsa settimana, secondo quanto risulta al Messaggero, ha organizzato più conference call con le banche significant, vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi, Mps, Mediobanca, Carige, Bper, Pop Sondrio, Credem, Iccrea. E ha fatto sapere che queste verifiche settimanali si protrarranno. Un paio di volte la settimana, invece, questi istituti, ma anche gli altri della fascia intermedia, devono comunicare a Bankitalia lo stato della loro liquidità. Un doppio check dei regolatori sulle condizioni delle banche che possono avere finalità diverse. Il livello Lcr (Liquidity coverage ratio) prescrive che l’istituto abbia attivi liquidi di alta qualità non vincolati, composti da contanti e attività subito convertibili in cash per soddisfare un bisogno di liquidità nell’arco di 30 giorni in uno scenario di stress predefinito dall’Autorità. Questo indicatore che doveva essere maggiore del 60%, ora dev’essere più alto del 100%. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 23, 2018 02:32 ET (06:32 GMT)