Nessun favore all’Italia. La Bce di Draghi si chiama fuori dai guai del governo M5S-Lega

Rischio Italia, la Bce prende le distanze e rivendica la propria indipendenza: nessun favore a Roma, nessun trattamento speciale, nessun tentativo di frenare né la corsa dello spread né di aiutare le banche alle prese con il carico sempre più scomodo dei BTP. Tanto più se a lanciare il salvagente deve essere una banca centrale capitanata da un italiano.

Mario Draghi non vuole certo lasciare lo scranno più alto dell’Eurotower, il prossimo anno, assediato dalle accuse di aver favorito in qualche modo il suo paese.

D’altronde, queste accuse si sono già susseguite nel corso degli anni e sono arrivate puntualmente dal fronte tedesco ogni volta che Draghi ha lanciato qualche misura che potesse essere anche solo sospettata di avere un effetto salvifico per Roma.

Il banchiere si chiama così fuori dai guai del governo M5S-Lega. E’ tutto chiaro fin dall’inizio quando, nel decidere di lasciare invariati i tassi di interesse, la Bce comunica che la riduzione degli acquisti di asset effettuati attraverso il QE proseguirà secondo la tabella di marcia stabilita: 15 miliardi di euro di acquisti al mese, fino alla fine dell’anno. Poi, stop al Quantitative easing, noto anche scudo BTP nel caso dell’Italia.

reinvestimenti, invece, proseguiranno fino a quando sarà necessario, ma non si tratta certo di una novità.

Anche l’outlook sui tassi rimane invariato: il loro valore rimarrà pari a quello attuale almeno fino all’estate del 2019,  e comunque fino a quando ce ne sarà bisogno. Anche qui, nessuna sorpresa.

Fermo restando che la politica monetaria della Bce rimarrà accomodante, non c’è nessuna intenzione di posticipare quanto era stato preventivato già nelle ultime riunioni.

L’Italia, insomma, non ha spaventato Draghi & Co o, se lo ha fatto, comunque non al punto da convincere Francoforte a riconsiderare le proprie scelte, sia in termini di QE che di tassi.

Nessun favore al governo M5S-Lega, ‘non finanziamo i deficit’

La determinazione a non fare nessun favore all’Italia è chiara laddove Draghi sottolinea che non è compito della Bce finanziare il deficit, visto che la banca centrale si occupa di politica monetaria, e non di politica fiscale.

A chi gli fa notare come sia la stessa indipendenza della Fed a essere minacciata dalle continue lamentele che arrivano dal presidente americano Donald Trump, sempre più irritato con Jerome Powell per i rialzi dei tassi sui fed funds, il banchiere risponde deciso:

“L’indipendenza della banca centrale è una cosa preziosa. E’ preziosa perchè è essenziale per la credibilità delle banche centrali, e la credibilità è essenziale per l’efficacia” delle misure promosse. Su questo non si discute.

Dunque, la Bce andrà dritta per la sua strada, così come ha fatto la Federal Reserve. E lo farà togliendo la spina del QE così come sta facendo, anche se gli ultimi dati in arrivo dall’Eurozona hanno confermato una fase di indebolimento.

Certo, ci sono “alcune incertezze”, come i timori di una escalation della guerra commerciale tra gli Usa e la Cina, la Brexit, appunto la legge di bilancio varata dal governo italiano per il 2019, bocciata giorni fa dalla Commissione europea , a causa di una “deviazione senza precedenti dalle regole del Patto di stabilità e di crescita.

Ci sono anche altri ostacoli per l’Eurozona, come le vulnerabilità dei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari.

Detto questo, la crescita sta tornando al suo potenziale e anche l’inflazione è attesa in recupero, entro la fine dell’anno, complice l’assist che arriva dall’aumento dei salari.

Ma cosa si può fare per arginare il rischio Italia? Assillato da domande sul paese dalla platea dei giornalisti Draghi rende noto che, nella riunione odierna del Consiglio direttivo della Bce, era presente oggi anche il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, che si è detto favorevole al dialogo con Roma.

Il numero uno della Bce afferma di conseguenza di non essere ottimista, ma di essere fiducioso che un accordo con la Commissione europea, alla fine, sarà trovato.

Tuttavia, alla domanda sulla possibilità che lo spread BTP-Bund arrivi a quota 400 punti base e sugli effetti che un tale valore avrebbe sui bilanci delle banche italiane, risponde:

Non ho la sfera di cristallo. Ma sì, c’è un legame tra il debito sovrano italiano e le banche italiane (il famoso doom loop)”.  Di conseguenza, “se (i BTP) perdono valore”, è ovvio che ciò abbia ripercussioni sui capitali degli istituti”.

Soluzioni? Sicuramente non mettere in discussione l’esistenza dell’euro e avviare politiche che tendano a ridurre gli spread, in un contesto in cui le tensioni sui mercati finanziari italiani si sono già tradotte, per l’Italia, in un aumento dei tassi sui mutui e sui prestiti, a scapito delle famiglie e delle imprese italiane.

Stupisce in ogni caso il fatto che nella riunione della Bce non si sia parlato neanche dei cambiamenti che, a partire dall’anno prossimo, interesseranno il capital key, nell’ambito di una revisione che viene effettuata ogni cinque anni.

Il capital key stabilisce che la Bce può acquistare debiti sovrani in proporzione alla quota che ogni paese detiene nell’azionariato della Bce stessa. In generale, come ha ricordato un articolo di Bloomberg, il piano QE è stato concepito per riflettere la proporzione del Pil e della popolazione di ogni paese membro dell’Eurozona.

Gli aggiornamenti previsti all’inizio dell’anno prossimo, tuttavia, sono destinati a penalizzare proprio paesi come l’Italia e la Spagna, che assisteranno a un calo delle loro percentuali, rispetto ai calcoli del 2014, di circa il 7,5%. E per Bloomberg, in teoria ciò significa che Bankitalia potrebbe trovarsi costretta a smobilizzare bond italiani per 28 miliardi di euro, con effetti sul valore dei BTP sicuramente negativi, in un contesto politico già precario.

Ma di capital key Draghi non ha affatto parlato oggi, così come non ha parlato di altre eventuali misure che la Bce, volendo, potrebbe decidere di varare per mettere in sicurezza l’Italia. E questo significa che all’orizzonte c’è tutto fuorché un favore che Draghi ha intenzione di fare al governo gialloverde.

Ieo/Monzino: Nagel apre a piano Delfin se mantiene non profit e governance

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Mediobanca, primo socio con una quota del 25,37% del polo ospedaliero formato dallo Ieo e dal Monzino, è disponibile a valutare il progetto messo a punto dalla Delfin di Leonardo Del Vecchio, a patto che non preveda alcuno stravolgimento della missione non profit o degli assetti di governo del gruppo. 

“Abbiamo approvato un piano importante e siamo disponibili a valutare ulteriori progetti di allargamento”, ha spiegato oggi l’a.d. di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, nel corso di un incontro di commento ai risultati del primo trimestre. “Per noi è molto importante continuare a sviluppare questi due poli d’eccellenza con investimenti in strutture e ricerca”. 

“Senza dubbio”, ha aggiunto il banchiere, “in questo senso siamo interessati a valutare un progetto congiunto con Delfin, purché rispetti la filosofia dell’inizio, vale a dire che rimanga non profit, che abbia come stella polare l’eccellenza medica e che non alteri in alcun modo l’assetto di governance azionario che vede queste due società indipendenti e non scalabili”. 

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(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 10:15 ET (14:15 GMT)

Davide Serra crea una nuova holding e valuta Algebris 630 milioni

Angelo Mincuzzi ilsole24ore.com 24.10.18

Il gruppo Algebris? Vale «almeno» 630 milioni di euro. È questo il valore al quale Davide Serra ha ceduto a se stesso l’intero pacchetto di azioni della Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl, la holding lussemburghese che controlla il gruppo fondato dal finanziere genovese sostenitore di Matteo Renzi e che vanta 12,3 miliardi di euro di attivo gestito attraverso i suoi fondi d’investimento.

L’operazione, realizzata lo scorso 17 settembre, ruota attorno a una nuova società dall’appellativo sibillino, costituita in Lussemburgo il 19 giugno di quest’anno. E chissà se quel nome, “N1”, rappresenta l’abbreviazione di “Numero 1” oppure significa qualcos’altro .

Ma è proprio così che Davide Serra ha battezzato la sua nuova creatura lussemburghese, che ha appena compiuto un mese di vita. La N1 è una società a responsabilità limitata alla quale Serra ha consegnato le chiavi del suo gruppo di asset management e che si interpone adesso tra il finanziere stesso e la Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl, la holding capofila del suo piccolo impero di fondi d’investimento.

Lunedì 17 settembre (ma è solo una coincidenza), due giorni dopo l’articolo del Sole 24 Ore che raccontava del trasloco in Italia del finanziere renziano dopo oltre 19 anni di residenza londinese, Serra ha trasferito tutte le 20mila azioni della Algebris Investments (Luxemburg) in suo possesso alla N1, società costituita soltanto tre mesi prima e di cui era già allora unico azionista.

Non è ancora chiara la logica dell’operazione che aggiunge un ulteriore livello alla catena societaria del gruppo Algebris ma il Lussemburgo appare sempre più come il caposaldo societario del finanziere genovese che, anche a causa della Brexit, sembra considerare la Gran Bretagna sempre meno strategica e ha scelto l’Italia come luogo di domicilio personale, anche per approfittare della norma sulla flat tax a favore dei contribuenti facoltosi che trasferiscono la residenza fiscale in Italia. La legge, varata dall’ex governo del Pd, prevede per i neoresidenti il pagamento di 100mila euro all’anno per tutti i redditi prodotti all’estero.

Sale N1, scende Algebris Investments 

Nell’atto di costituzione della N1 è specificato che la società «agisce come veicolo per le holding di partecipazione in Lussemburgo». Il capitale sociale iniziale, pari a 12mila euro, è stato sottoscritto interamente da Davide Serra, che risulta azionista unico.

Il 17 settembre il capitale della N1 è stato poi aumentato di un milione di euro. Stando alla documentazione ufficiale depositata nel registro delle società lussemburghesi, Serra ha sottoscritto il nuovo capitale apportando 8mila azioni della Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl, valutate «almeno 252 milioni di euro».

Considerando che il capitale totale della Algebris Investments (Luxemburg) Sàrl è di 20mila azioni e che Serra ha apportato le 8mila azioni al prezzo di 31.500 euro ciascuna, la valutazione complessiva ipotetica del gruppo Algebris sarebbe di “almeno” 630 milioni di euro. 

Una nuova comunicazione – questa volta relativa ad Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl – viene depositata pochi giorni dopo, il 26 settembre, nel solito registro delle imprese del Lussemburgo. Nel documento è scritto che il 17 settembre Serra ha trasferito la totalità delle sue quote sociali nella Algebris Investments alla N1. Si tratta di 20mila azioni, ovvero il 100% della holding capofila.

C’è in verità una piccola contraddizione tra i due documenti relativi alle operazioni societarie effettuate il 17 settembre. Nella comunicazione della N1 si parla del conferimento di 8mila azioni dal valore di «almeno» 252 milioni di euro. Nel documento della Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl è invece sottolineato che Serra ha trasferito «la totalità delle sue quote sociali detenute nel capitale della società», e cioé 20mila azioni. Ma nel registro lussemburghese le imprecisioni abbondano e non sempre le informazioni contenute sono coerenti, quindi vanno prese con beneficio d’inventario.

N1 Sàrl, dunque, oggi controlla tutto il gruppo Algebris, il cui beneficiario unico finale è Davide Serra. Tutto in maniera chiara e trasparente. Al piano inferiore c’è la holding Algebris Investments (Luxembourg) Sàrl, alla quale fanno capo la Algebris (Uk) Limited e la Algebris Investments Ltd (entrambe domiciliate a Londra), la Algebris Investments Asia Pte Ltd di Singapore, la lussemburghese Algebris (Luxembourg) Sàrl e la Algebris Investments (Gp) Ltd delle Isole Cayman. Alla Algebris Investments Ltd fanno capo direttamente e indirettamente anche le società italiane del gruppo.

Gli investimenti di Algebris in Italia 

Davide Serra non ha cariche nelle società italiane di Algebris, che sono tutte domiciliate in via Fatebenefratelli a Milano. Qui c’è la Algebris (Uk) Milan branch e ci sono altre cinque società che gestiscono gli investimenti immobiliari di due entità lussemburghesi della galassia di Serra: Algebris Npl Partnership Gp Sàrl e Algebris Npl Partnership II. 

Nel bilancio 2017 di quest’ultima società figurano come entità controllate la Egeo Real Estate (con un Net asset value di 9,8 mlioni di euro), la Argonauti (Nav di 910mila euro) e la Nike Real Estate (10mila euro di Nav), tre delle cinque immobiliari italiane di Algebris.

Ma dove hanno investito queste società? Al 31 dicembre 2017, nel portafglio della Egeo Real Estate (l’unica delle tre ad aver depositato un bilancio) figurano alcune unità immobiliari a Roma rilevate dal fallimento della Nairobi Immobiliare, un immobile in via De Amicis a Milano rilevato dal fallimento della Rds Immobiliare, alcuni immobli in via Varesina e in via Albertolli acquisiti nell’ambito della procedura esecutiva della società Smeraldo Srl e alcuni immobili in via della Zecca Vecchia e in via Santa Marta, nel centro storico di Milano, acquistati dalla Immobiliare Credit Securitization, oltre a un immobile in Corso di Porta Ticinese, sempre a Milano. La Egeo ha chiuso il 2017 con una perdita di 21.050 euro.

Le altre due società italiane del gruppo Algebris sono la Dory e la Varigotti. Il bilancio della Dory non è ancora disponibile. Varigotti Srl, invece, ha registrato una perdita di 41mila euro nel 2017 e possiede la Residenza turistico alberghiera “La Fiorita” a Varigotti, nel comune di Finale Ligure.

Nel bilancio della lussemburghese Algebris Npl Partnership II viene spiegato che la società investe nella cartolarizzazione di non performing loans (Npl) attraverso il possesso di obbligazioni finanziarie a breve o medio termine (notes) emesse dalla società Nostos Spv e nel real estate in Italia attraverso la Egeo, la Argonauti e la Nike.

Nel bilancio della Egeo Real Estate alla voce “altri debiti” è indicata la cifra di 7,9 milioni di euro che comprende un debito verso la Nostos Spv, società specializzata nella cartolarizzazione di crediti, controllata dalla 130 Trust Company Srl. Quest’ultima da capo – attraverso la Centotrenta Management – a due persone fisiche, Maria Elisabetta Piera Birondi e Alessandra Francesca Boselli. 

Twitter: @Angelo_Mincuzzi

Consob, chi è il nome gradito alle istituzioni per il dopo Nava? Rumors

 startmag.it 25.10.18

Tra Consob e Bankitalia si vocifera di un nome gradito alle istituzioni per la successione ai vertici della Consob dopo il siluramento di Mario Nava.

Un nome dal profilo tecnico al quale – secondo i rumors che circolano anche al Tesoro – Movimento 5 Stelle e Lega stanno cercando di contrapporre altri candidati: da giorni sono emersi i nomi graditi a pentastellati e leghisti come, ad esempio, il magistrato Francesco Greco e l’economista Antonio Maria Rinaldi.

Ma in queste ore sta riscuotendo consensi nella dirigenza della Commissione che vigila sulla Borsa e le società quotate l’eventualità della nomina di Magda Bianco, economista, per anni al servizio studi della Banca d’Italia e ora consigliere alla presidenza della Repubblica con Sergio Mattarella per la politica economica,

Potranno e vorranno Luigi Di Maio e Matteo Salvini bocciare un candidato come Magda Bianco che avrebbe già l’ok del ministero dell’Economia retto da Giovanni Tria?

Ecco di seguito il curriculum di Bianco tratto dal sito della Banca d’Italia:

Nata a Bergamo il 2 ottobre 1960, si laurea con lode in Economia e commercio all’Università di Bergamo nel 1984. Ottiene un M.Sc. e poi un PhD in Economics presso la London School of Economics.

Entra in Banca d’Italia nel 1989, presso il Servizio Studi, dove lavora fino al 1999 presso gli Uffici Analisi Settoriale e Territoriale e poi Flussi e Strutture Finanziari (di cui è titolare dal 1997). Dal 1999 presso l’Ufficio Diritto dell’economia, nel 2007 diviene titolare della Divisione Economia e diritto, di nuovo nel Servizio Studi di struttura economica e finanziaria.

Si è occupata della struttura industriale italiana, di regolamentazione dei mercati, corporate governance e diritto societario, diritto fallimentare, giustizia civile, donne ed economia. Su questi temi ha pubblicato diversi articoli e coordinato progetti di ricerca.

È stata consigliere economico del Ministro della giustizia (nel 2012-2013) e consulente economico e finanziario del Ministero (dal 2013). È research associate dello European Corporate Governance Institute, membro del Comitato per la Corporate Governance dell’OCSE e del comitato direttivo della Società Italiana di Diritto ed Economia.

È membro della Commissione Pari Opportunità della Banca d’Italia.

Dal 27 gennaio 2014 è Titolare del Servizio Tutela dei clienti e antiriciclaggio.

 

Guarda dal vivo: Mario Draghi spiega come l’UE sopravvivrà senza la BCE che salverà l’Italia

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Dopo aver confermato che   il piano di salvataggio degli acquisti obbligazionari della BCE terminerà a dicembre, sottotitolo ha suggerito che la BCE non acquisterà BTP a meno che Salvini et al. veniamo al tallone, non vediamo l’ora di sentire come Draghi starà in piedi mentre i BTP si estendono fino a 400pb e infettano il resto dell’UE …

Guarda dal vivo (conferenza stampa che inizierà alle 08:30) …(ora americana)

 

Cadono i bund, l’Euro sale come Draghi “Non abbastanza accomodante”

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In vista della conferenza stampa di Draghi, alcuni trader speravano che Draghi avrebbe riconosciuto il forte rallentamento dell’economia europea nelle ultime settimane, come dimostra l’ultimo calo dell’indice di sorpresa di Citi nell’Eurozona, i disordini politici in corso in Italia e nel Regno Unito e in generale rallentamento economico dovuto alla guerra commerciale in corso, forse arrivando a suggerire un’estensione del QE della BCE.

E mentre il presidente della BCE ha riconosciuto un “momento un po ‘più debole”, citando Brexit, commercio e Italia come i rischi chiave, compensando questa è stata la valutazione che i rischi per la crescita sono ancora “ampiamente bilanciati” pur rilevando che esiste ancora un ampio espansione e osservando che la BCE non ha “alcun motivo per dubitare della nostra fiducia nell’inflazione” ha reso il commento di Draghi “non abbastanza accomodante”

Inoltre, come osserva Bloomberg, la chiave del pensiero di Draghi è che il rallentamento è dovuto a “ragioni idiosincratiche” specifiche del paese, come egli menziona il settore automobilistico tedesco, nonché le incertezze commerciali e politiche (Italia / Brexit).

Il fatto che la BCE consideri questi fattori temporanei significa che non ci sono piani, per ora, per invertire la data di fine dicembre di QE.

E così, nonostante il riferimento a dati in entrata più deboli del previsto, come risultato del tono aggressivo di Draghi e del rifiuto di accennare persino alla fine del QE, l’EURUSD è balzato ai massimi di sessione …

… accanto ai rendimenti del Bund che sono anche diversi punti base più alti.

La BCE per terminare il QE a dicembre, manterrà i tassi invariati “il tempo necessario”

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In una dichiarazione che è stata una replica virtuale a partire da settembre, la BCE ha annunciato di mantenere i suoi tre tassi chiave invariati (operazioni di rifinanziamento principali: 0,00%, rifinanziamento marginale: 0,25%; deposito: -0,40%), che finirà il suo Programma QE LSAP alla fine di dicembre, tuttavia “soggetto ai dati in arrivo che confermano le prospettive di inflazione a medio termine”, che reinvestirà i pagamenti principali dei titoli in scadenza acquistati “per un lungo periodo di tempo” e che in linea con il suo precedente orientamento, “i tassi rimarranno ai livelli attuali almeno nell’estate del 2019, e in ogni caso per tutto il tempo necessario a garantire la continua sostenuta convergenza dell’inflazione a livelli inferiori ma prossimi al 2% rispetto al medio termine.”

In breve, niente sorprese, anche se la BCE dice ancora che “anticipa” di porre fine a nuovi acquisti di QE a dicembre, mentre alcuni analisti avevano suggerito al Consiglio direttivo di modificare la lingua per rafforzare l’impegno. Non ancora.

Dichiarazione completa di seguito:

Alla riunione odierna, il Consiglio direttivo della Banca centrale europea (BCE) ha deciso che il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sul meccanismo di rifinanziamento marginale e sulla linea di deposito rimarrebbero invariati allo 0,00%, 0,25% e -0,40% rispettivamente. Il Consiglio direttivo si aspetta che i tassi di interesse principali della BCE rimangano ai livelli attuali almeno nell’estate del 2019, e in ogni caso per il tempo necessario a garantire la costante convergenza dell’inflazione a livelli inferiori ma prossimi a 2% a medio termine.

Per quanto riguarda le misure di politica monetaria non standard, il Consiglio direttivo continuerà a effettuare acquisti netti nell’ambito del programma di acquisto di attività (APP) al nuovo ritmo mensile di 15 miliardi di euro fino alla fine di dicembre 2018. Il Consiglio direttivo prevede che, in dati che confermano le prospettive di inflazione a medio termine, gli acquisti netti finiranno quindi. Il Consiglio direttivo intende reinvestire i pagamenti principali dei titoli in scadenza acquistati nell’ambito dell’APP per un lungo periodo di tempo dopo la fine degli acquisti di attività nette, e in ogni caso per il tempo necessario a mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di alloggio monetario.

Ecco il confronto redline con la dichiarazione di settembre che mostra la mancanza di modifiche.

 

Il Governo costituisca una rete di banche pubbliche. I trattati UE non lo impediscono né lo vietano

Davide Mura quelsi.it 25.10.18

Una domanda che ci si pone da qualche tempo è perché il Governo italiano non abbia (ancora) costituito una banca pubblica, o meglio una rete di banche pubbliche. E’ una domanda che meriterebbe una risposta che qui non è possibile dare. E’ vero che lo Stato italiano possiede l’85% della proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, ma CDP non è una banca pubblica nel senso vero del termine. E’ una società per azioni che eroga finanziamenti allo Stato, agli enti pubblici e alle imprese, ma non è certo sufficiente per definirla banca pubblica, soprattutto perché non è soggetta ad alcun regime pubblicistico (ma le differenze non finiscono qui, come spiega lavoce.info).

Eppure, i trattati UE non impediscono a uno Stato membro di possedere delle banche, né di utilizzarle, entro certi limiti, per erogare il credito ai privati e per finanziare il debito pubblico. Infatti, le banche pubbliche godono di un regime eccezionale proprio sul punto. Vediamo che dice l’art. 123 TFUE:

Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.

Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati.

Se il primo paragrafo, dunque, stabilisce che le banche private non possono concedere scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia (ivi compreso l’acquisto diretto di titoli del debito pubblico), questo divieto non si applica agli enti creditizi di proprietà pubblica.

Dunque ci si domanda perché lo Stato italiano, pur avendo la possibilità di creare un’intera rete di banche pubbliche, ancora non vi abbia provveduto. E’ indubbio infatti che questa rete potrebbe realizzare, almeno parzialmente, quella parte della Costituzione disattesa sistematicamente dal modello economico europeo e costituirebbero un efficace cuscinetto contro la speculazione operata sui titoli del debito pubblico, mettendoci al riparo non solo dall’arroganza dell’eurocrazia, ma anche da un sistema che tende a destabilizzare i processi democratici, aleggiando lo spettro della bancarotta.

La Germania pare che abbia capito (da un pezzo) l’importanza delle banche pubbliche. Così mentre noi ci affrettavamo a privatizzare il sistema bancario, i tedeschi consolidavano un sistema bancario che ha permesso loro fino a oggi di fare la morale agli altri, ivi compresa l’Italia. Infatti, è noto che la fetta di mercato maggioritaria del sistema creditizio tedesco è costituito da banche di diritto pubblico (con un rating superiore a quello di CDP) e da banche di credito cooperativo (che fuggono alla grinfie della legislazione europeista e vengono disciplinate solo ed esclusivamente dalla legislazione nazionale). Questo ha da sempre permesso allo Stato tedesco di controllare con maggiore efficacia il flusso di credito da e per l’economia reale, e di sottrarlo per la sua gran parte alla legislazione comunitaria e alle sue distorsioni.

Anche altri paesi dell’eurozona come Francia e Spagna hanno le loro banche pubbliche. L’Italia, come si è detto più su, non ne possiede nemmeno una; CDP – si ribadisce – non è una banca pubblica nel vero senso del termine, seppure abbia compiti istituzionali simili a una banca pubblica e per certi versi ne assume le veci. La verità è che sarebbe ora di invertire la tendenza privatizzante e rimettere mano al sistema bancario per riassegnarli i compiti costituzionali a cui è preposto, magari in parte nazionalizzandolo e in parte rafforzando il sistema di credito cooperativo che – come si è detto – sfugge al controllo della legislazione bancaria europea.

Foto By Lalupa [CC BY-SA 4.0 ], from Wikimedia Commons

Astaldi, fornitori in allerta per i troppo debiti

Rosario Murgida finanzareport.it 25.10.18

Il gruppo romano, oltre che con le banche, è fortemente esposto anche alle ditte fornitrici. Alcune stanno valutando la creazione di un comitato


Titolo Astaldi in territorio ampiamente positivo nella prima mezz’ora di scambi ma intanto anche le ditte fornitrici iniziano a valutare le iniziative da intraprendere per rientrare dalla forte esposizione del gruppo romano delle costruzioni.

Astaldi, secondo quanto ricostruito dal Sole 24 Ore, ha infatti debiti verso i fornitori per 977 milioni di euro sulla base dei dati del primo trimestre, gli ultimi disponibili. L’istanza del concordato preventivo e la successiva autorizzazione del Tribunale di Roma ha quindi spinto alcune ditte a valutare cosa fare, a partire dalla possibilità di creare un comitato di difesa per non dover pagare amare conseguenze di una situazione che rischia di deflagrare senza una soluzione a breve. 

A dimostrarlo è lo sviluppo di una delle grandi opere che vedono il coinvolgimento di Astaldi. Ieri, l’amministratore delegato dell’Anas, Gianni Vittorio Armani, ha infatti rivelato che la crisi del gruppo ha imposto lo stop all’avvio dei lavori della commessa da 1,33 miliardi di euro legata al megalotto 3 della statale 106 Ionica in Calabria. “Ora l’obiettivo è l’avvio dei lavori nel primo trimestre 2019”, ha aggiunto Armani.  

Intanto a Piazza Affari il titolo segna, alle 9,33, un rialzo del 3,3% a 0,47 euro

Legge bilancio: Tria a un passo da dimissioni, stop dal Colle (stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Sabato scorso, poche ore dopo il downgrading di Moody’s, la riunione del consiglio dei ministri sul decreto fiscale ha prodotto l’ennesima frattura nei rapporti tra il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi di Maio. 

Lo scrive La Stampa aggiungendo che dopo il no dei due vicepremier a rivedere al ribasso gli obiettivi di deficit, Tria si era convinto a rassegnare le dimissioni, questa volta in modo irrevocabile. E che solo l’intervento del capo dello Stato ha evitato il peggio. Il ministro del 

Tesoro è sempre più in difficoltà, e con lui il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti: non riescono a far comprendere ai due leader della maggioranza la gravità della situazione. 

Di qui la decisione di uscire allo scoperto, e di non negare ciò che sui mercati si dice da un pezzo: se il governo non farà il cambiamento di rotta deciso, c’è il rischio di un avvitamento dello spread fra Btp e Bund, con conseguenze imprevedibili per il sistema bancario. 

Se lo spread si avvicinerà a quota 400, non mancheranno serie difficoltà per almeno due banche: B.Mps e B.Carige. Al Tesoro si guarda con preoccupazione a due scadenze: quella di venerdì, quando Standard and Poor’s si allineerà al taglio dei rating di Moody’s, e quella del venerdì successivo, quando l’Autorità europea di Londra pubblicherà i nuovi stress test sulle grandi banche. Gli analisti non scopriranno nulla di nuovo: quell’esercizio teorico -quest’anno più severo del solito per l’entrata in vigore di nuovi standard contabili- sottolineerà i rischi che corrono i grandi istituti in raso di choc. 

Per questo fra Palazzo Chigi e il Tesoro ci si prepara al peggio. Non c’è ancora un decreto di emergenza, ma già da qualche giorno si ragiona sulle eventuali contromisure. In alcuni casi si tratta di cose già discusse: dal decreto fiscale ad esempio sono state espunte le misure più penalizzanti per il sistema, come quelle sulla deducibilità degli interessi passivi. Si sta già ragionando anche su come lanciare una ciambella di salvataggio per Mps: al momento quanto stanziato dal governo Gentiloni sarebbe sufficiente a fornire sostegno finanziario alla banca 

senese. 

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(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 03:04 ET (07:04 GMT)

Bce: dilemma sulle operazioni dei titoli in scadenza (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La riunione odiera della Bce ha un punto in più, ma non scritto, all’ordine del giorno: il “Progetto Twist”. 

Lo scrive Il Sole 24 ore spiegando che il comitato esecutivo della Bce 

avrebbe deciso infatti di affrontare nella riunione odierna l’opzione più importante, delicata e controversa per evitare che la fine del Qe si trasformi in una nuova crisi del debito per i paesi più deboli dell’eurozona. 

Per capire cosa sia il progetto Twist bisogna guardare a quanto ha fatto la Federal Reserve americana nel 1961 sotto il governo di John Fitzgerald Kennedy per contenere i tassi a lungo termine in modo da agevolare sia i mutui delle famiglie, sia i prestiti alle aziende. Per arrivare all’obiettivo, la banca centrale americana cominciò a vendere i titoli a breve termine che aveva in pancia per acquistare nello stesso momento titoli a lungo termine. La Fed ha riproposto questo schema anche nel 2011, avendo come finalità la stabilizzazione del mercato dei bond. 

Per l’Europa, spiega il giornale, sarebbe quindi la prima volta. L’argomento è stato finora tabu’ per i vertici della Bce, preoccupati dal 

moral hazard sulla disciplina di bilancio che una tale operazione straordinaria potrebbe provocare. Una preoccupazione che riguardava principalmente l’Italia. Ma dopo quanto è accaduto nelle ultime settimane tra Roma e Bruxelles, lo scenario è cambiato radicalmente: quando il Qe terminerà a fine dicembre, contenere i rendimenti di lungo termine diventa quasi un’operazione di difesa della crescita economica europea, soprattutto in una fase di incertezze come questa. 

La Bce ha già in pancia circa 2 mila miliardi di titoli di Stato che fanno capo a tutti i Paesi dell’Eurozona, Italia compresa, e in proporzione al peso della loro economia. Draghi ha detto più volte che la Bce intende ricomprare i titoli giunti in scadenza, senza aumentare quindi gli asset, ma semplicemente sostituendo le emissioni scadute con nuove emissioni. In questo modo, la Bce potrebbe aiutare non solo i Paesi più indebitati, Italia compresa, a superare lo shock della perdita del Qe, ma anche il sistema finanziario e in particolare le banche che hanno miliardi di euro di debito pubblico nel loro patrimonio. Senza contare l’effetto calmierante che potrebbe generare nelle complesse trattative sul contenimento del deficit dell’Italia. 

La garanzia di avere un nuovo paracadute sui Btp a partire da gennaio, continua il quotidiano, potrebbe ammorbidire l’intransigenza del governo italiano sulla legge di bilancio e dare una via d’uscita onorevole anche a BRuxelles. Difficile prevedere se oggi sarà solo l’avvio della discussione sul progetto Twist o il passo decisivo. Fatto sta che il tempo stringe e le opzioni della Bce per evitare il rischio di un’altra crisi rischiano di sparire se la tensione dovesse peggiorare. Ma soprattutto, la Bce dovrà affrontare la modifica della Capital Key, la chiave di capitale, cioè l’ammontare del capitale versato da ogni stato membro, all’inizio del 2019 per riflettere i cambiamenti delle dimensioni delle loro economie. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 02:54 ET (06:54 GMT)

Agos: i soci trattano sul patto (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ruota attorno a un documento di poche pagine la delicata trattativa tra Banco Bpm e il Credit Agricole su Agos Ducato, il big di credito al consumo partecipato dai due istituti bancari. Nelle scorse settimane Piazza Meda ha scelto di rivedere gli accordi con il partner francese per valorizzare il 39% detenuto nel gruppo. Morgan Stanley e Nomura stanno assistendo il Banco nella delicata partita volta non solo a razionalizzare le attività nel credito al consumo, ma anche a irrobustire i coefficienti patrimoniali. 

Uno dei tasselli fondamentali della partita è il patto parasociale che l’Agricole e l’ex Banco Popolare hanno sottoscritto a fine 2008, al momento della fusione tra Ducato e Agos. A Verona qualcuno ricorda che l’agreement è stato negoziato dall’allora amministratore delegato della Popolare di Lodi Maurizio Di Maio, per poi scadere nel maggio 2013, quando le due parti hanno deciso di riscriverlo in una forma molto simile. 

Proprio quest’ultima versione del documento arriverà a scadenza il prossimo 22 dicembre, data che gli advisor coinvolti si sono appuntati in agenda. Soprattutto perché, secondo quanto si apprende, il patto prevederebbe per Banco Bpm l’opzione di chiedere l’ipo della società. L’opzione era presente anche nelle precedenti versioni e già in passato il Banco Popolare aveva valutato di farvi ricorso. Oggi quella potrebbe essere una soluzione vantaggiosa per valorizzare la partecipazione. L’ipo del resto non dovrà essere lanciata subito, ma gli azionisti potranno aspettare che il quadro di mercato si stabilizzi favorendo così il collocamento. 

La soluzione comunque non è l’unica al vaglio degli advisor. L’alternativa potrebbe essere una rivisitazione della joint venture attraverso il conferimento in Agos Ducato di Profamily, l’altra società di Banco Bpm attiva nel credito al consumo. In questo modo Castagna riuscirebbe a razionalizzare la presenza del gruppo in un settore così come fatto l’anno scorso nel wealth management con Anima Holding e Aletti Gestielle. Di certo la quota in Agos è una delle munizioni principali per eventuali manovre di capital management visto la profittabilità della joint venture. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 02:36 ET (06:36 GMT)

Astaldi: venerdì banche scelgono advisor legali (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ancora pochi giorni e le banche creditrici di Astaldi selezioneranno gli advisor legali da far scendere in campo nella partita per il concordato e il salvataggio dell’azienda di costruzioni. 

Non si tratta di una nomina di routine, visto che la partita sarà particolarmente complessa, scrive MF, anche (ma non solo) per il numero di istituti di credito coinvolti. Secondo quanto risulta domani sarà la giornata chiave per decidere quale studio farà la consulenza. Al beauty contest finale sarebbero arrivati Linklaters, Legance, Dla Piper, Lombardi Segni e Associati e Grimaldi e tra questi Linklaters,come anticipato da MF- Milano Finanza, sembra partire favorita, senza escludere che alla fine anche Lombardi possa ottenere un incarico speciale. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 02:30 ET (06:30 GMT)

Ieo: Cda il 29, ma il progetto di Del Vecchio non c’è (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Leonardo Del Vecchio e Francesco Milleri non potranno presentare ufficialmente il loro faraonico progetto di sviluppo dello Ieo perché non è all’ordine del giorno del cda dell’Istituto europeo di oncologia, convocato per il pomeriggio di lunedì 29 ottobre. 

Il board, presieduto da Carlo Cimbri, scrive MF, sarà esclusivamente ordinario, dedicato alla valutazione della gestione del polo medico-scientifico guidato dall’ad Mauro Melis. Che i piani del patron di Luxottica e del suo fidato braccio destro Milleri fossero finiti nel congelatore lo si era capito nei giorni scorsi quando, come riferito da MF-Milano Finanza due giorni fa, i soci storici dello Ieo, vale a dire Mediobanca (25,63%), UnipolSai (14,37%), Intesa Sanpaolo (7,37%), Pirelli (6,06%) e Generali (5,84%), hanno bocciato il progetto della Fondazione Del Vecchio, che prevedeva di trasformare lo stesso Ieo in fondazione e di donare poi 500 milioni per lo sviluppo. 

Il fatto che questo piano non venga presentato e valutato dal cda fa sì che non si possano discutere neppure le modalità di cambiamento della governance ipotizzate da Del Vecchio e Milleri. Resta quindi inalterato lo statuto che prevede un tetto massimo alla singola partecipazione (30%) e il diritto di prelazione in caso di vendita di partecipazioni da parte degli azionisti. A questo punto il pallino è in mano Del Vecchio che, assistito dall’avvocato Sergio Erede, dovrà valutare il da farsi. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 02:26 ET (06:26 GMT)

Banche: lente del Fmi sui titoli illiquidi (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

I rischi dei titoli illiquidi nei bilanci delle banche sono stati inclusi dal Fmi tra i principali pericoli per il settore finanziario nell’ultimo Global financial stability report, assieme a quelli legati all’eccessivo indebitamento privato e alla connessione tra Stati e istituti di credito. 

Quest’ultimo problema, scrive MF, è ben noto in Italia, ancor di più negli ultimi giorni con l’incremento dello spread che pesa sulle banche (e di conseguenza sul credito a famiglie e imprese). Nello stesso tempo però, come ricorda il Fmi, in Europa ci sono altri ambiti di rischio che possono mettere in difficoltà alcuni grandi istituti sistemici. 

Il Fmi ha mostrato che, nonostante il calo degli ultimi anni, ci sono ancora banche Ue che hanno attivi di livello 2 e 3 (L2 e L3) pari a 6-10 volte il capitale. Ciò implica che, come si osserva nel grafico in pagina, per alcuni istituti basterebbe una diminuizione minima del loro valore, inferiore al 5%, per causare una riduzione del leverage ratio dell’1%: il rapporto (tra capitale Tier1 e asset totali) in Europa arriva in media al 5,1%. 

In sostanza, piccole variazioni del valore potrebbero ridurre in modo significativo il patrimonio di alcune banche, in modo più violento di quanto sta avvenendo per le italiane con i tassi dei titoli di Stato. Sugli illiquidi l’Europa è l’area geografica che ha il maggior numero di istituti a rischio. Il Fmi non ha precisato i nomi delle banche più esposte, ma per il 75% gli attivi illiquidi sono detenuti da gruppi francesi e tedeschi, che peraltro partono in media da valori di leverage ratio inferiori alla media Ue. Nei prossimi mesi il contesto di mercato potrebbe diventare più turbolento, considerando per esempio i rischi geopolitici, il rallentamento della Cina, il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei tassi. La resistenza dei bilanci sarà così messa alla prova. I rischi di mercato sono stati analizzati anche negli stress test: il 2 novembre si saprà qual è stata la reazione delle banche alle ipotesi avverse dell’esame. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 25, 2018 02:24 ET (06:24 GMT)