Vi spiego le tribolazioni di Confindustria, Sole 24 Ore e Luiss. L’analisi del prof. Berta

 startmag.it 26.10.18

Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell’articolo che Giuseppe Berta, che insegna storia economica alla Bocconi, ha scritto per l’Annuario del lavoro 2018 sulla politica di Confindustria.

Il volume, che racconta e commenta quanto accaduto nel corso dell’anno nel mondo del lavoro, è in corso di preparazione da parte del giornale web Il Diario del Lavoro e uscirà solo a metà dicembre.

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Nel 2018 il declino di Confindustria, dopo essere andato avanti per anni con segnali evidenti ma all’interno di un contesto che riusciva a occultarli o quantomeno a ridurne la portata, si è rivelato nella sua gravità. Naturalmente, una considerazione analoga potrebbe essere avanzata anche per le altre rappresentanze d’interesse, che non hanno più potuto mascherare il processo di indebolimento subìto e la perdita di rilievo in un dibattito pubblico sempre più asfittico, dove non valgono più le consuetudini del passato.

Nel caso di Confindustria, tuttavia, lo smarrimento di senso della sua presenza e della sua azione appare più grave perché l’associazione di viale dell’Astronomia aveva goduto fin qui di un’attenzione particolare da parte del sistema politico e, di riflesso, dei media in virtù del ruolo pubblico che esercitava. Ora tale ruolo è sostanzialmente venuto meno perché il governo e il sistema politico non glielo riconoscono più. E questa Confindustria, la Confindustria di Vincenzo Boccia, priva di tale ruolo non sa più come sopravvivere, dal momento che è anche incalzata dalla perdita delle proprie risorse. Ma andiamo per ordine, considerando in primo luogo i fattori interni che pongono a rischio la tenuta stessa di Confindustria in quanto organizzazione.

Anzitutto, va ricordato lo scadimento della vita interna dell’associazione, testimoniato da alcuni preoccupanti episodi, il più rilevante dei quali è certamente costituito dalla scoperta che un vicepresidente della scorsa gestione, il siciliano Antonello Montante, con delega ai problemi della legalità, il cui nome era già noto alle cronache per i legami intrattenuti con un reticolo di interessi mafiosi, aveva trovato il modo di inserire dei microchips nei telefoni della sede dell’associazione.

Nessuno ha fatto mostra di stupirsene più di tanto, poiché la dimestichezza di Montante coi sistemi di hackeraggio era nota. Ma che un vicepresidente – e con quella responsabilità, poi! – si adoperasse per attivare dei veri e propri metodi di spionaggio ai danni dell’organizzazione in cui aveva un ruolo importante, dà la misura del degrado cui erano giunte le relazioni interne. Non si dimentichi, inoltre, che lo stesso Montante, al momento dell’elezione del presidente, aveva svolto compiti di raccordo non certo di second’ordine, visto che s’era impegnato per assicurare il voto di non pochi grandi elettori, tra i quali i rappresentanti delle imprese pubbliche.

Quest’episodio si inserisce in una catena di altri eventi che hanno contribuito ad accentuare l’opacità caratteristica di alcune altre operazioni confindustriali. Qui è d’obbligo tornare alla questione del giornale controllato dall’associazione, “Il Sole-24 Ore”, che sembra far da catalizzatore di tutte le anomalie diffuse nel sistema associativo. Si era già fatto un po’ di tutto per rimandare la crisi del giornale, a costo di coprire anche la trama di connivenze stabilitasi fra direzione, consiglio d’amministrazione e alcuni servizi editoriali, culminata nello stravolgimento dei dati relativi alle copie online del giornale, la cui consistenza era stata gonfiata oltre misura.

A un certo punto, di fronte ai rischi dell’esito di un’indagine giudiziaria e dei rilievi cui esponeva la società controllante del giornale davanti alla Consob, nel 2017 si era finalmente proceduto al cambio del direttore, dell’amministratore delegato e al rinnovamento di parte degli organi di governance del quotidiano e delle sue strutture societarie. Nel medesimo tempo, si era proceduto a una ricapitalizzazione indifferibile, che non solo aveva messo a dura prova le riserve finanziarie di Confindustria, ma che aveva visto il concorso delle maggiori associazioni territoriali, sollecitate dal vertice romano. Da subito, era parso che lo sforzo finanziario, pur significativo, non sarebbe bastato ad arrestare la crisi del giornale, che è altrettanto se non ancora più profonda di quella che sta logorando tutta la stampa italiana.

La situazione del “Sole” era stata quindi tamponata, ma non certo risolta, tant’è che le vendite in edicola hanno continuato a flettere, mentre si parla di una perdita di bilancio fra i 2 e i 4 milioni mensili. Nel momento di crisi più acuta, c’era stata la sostituzione di Roberto Napoletano con Guido Gentili, giornalista e commentatore di lungo corso e di provata esperienza, che ha tentato di rilanciare il giornale ripristinando i contatti con i collaboratori che erano entrati in conflitto col direttore precedente o che s’erano allontanati per l’eco negativa delle sue vicende.

Dal punto di vista amministrativo, si era sostituito l’amministratore delegato della società editoriale, operazione che non dev’essere riuscita, dal momento che anche il nuovo, Franco Moscetti, se n’è andato dopo poco più di un anno. Nel settembre 2018, toccava allo stesso Gentili cedere la posizione di direttore, con un cambio abbastanza imprevisto, a uno sperimentato professionista del giornalismo economico come Fabio Tamburini, chiamato dall’Ansa. La scelta non è parsa ben chiara nelle sue motivazioni: Tamburini, come Gentili, è un giornalista ultrasessantenne, in una fascia d’età che non sembra la più idonea per il varo di nuovi progetti editoriali. Dopo l’avvento del nuovo direttore il “Sole” si caratterizza per una linea molto più orientata alla notizia e all’informazione, anche di tipo professionale, che non al commento e all’opinione.

Così, si è fatta più sporadica la presenza in prima pagina di opinionisti, studiosi e specialisti, mentre il tono del quotidiano risulta più asettico. Qualcuno ha voluto scorgere in questo cambio anche l’intenzione di adottare un atteggiamento più neutro verso il nuovo governo formato alla fine di maggio dal Movimento 5Stelle e dalle Lega di Matteo Salvini, apertamente contrastato invece dai giornali maggiori. Abbia o no qualche fondamento l’ipotesi, non sembra che finora il nuovo orientamento del “Sole” abbia favorito una migliore considerazione da parte dell’esecutivo verso Confindustria.

Infine, un ulteriore, piccolo episodio, che conferma anch’esso lo scadimento delle relazioni interne del sistema confindustriale, può essere ravvisato nella decisione della Luiss, l’università fondata e gestita dall’associazione imprenditoriale, di affidare un consistente incarico d’insegnamento a Roberto Napoletano, il quale è stato inserito in vari corsi di laurea con un numero di ore di didattica insolito per un docente a contratto, specie quando si tratti non di uno studioso ma di un professionista. Napoletano, poi, provvedeva a indicare nei programmi dei corsi il proprio ultimo libro come testo di riferimento. La notizia del suo incarico non poteva non avere risonanza, con ironie e proteste diffuse e la conseguente richiesta di revocare la sua nomina. Il presidente Boccia dichiarava subito la sua completa estraneità alla faccenda, dicendo che erano stati gli organi della Luiss ad affidargli quell’impegno. Alla fine, comunque, il carico didattico di Napoletano veniva alleggerito, ma senza che la sua docenza fosse cancellata.

Come si è accennato prima, il denominatore comune di questi episodi, molto diversi fra di loro e assolutamente non assimilabili, sta nel fatto che sono indicatori, da un lato, di un’opacità di comportamenti che reca danno all’associazione e, dall’altro, di una trama sottostante di relazioni di interesse che collegano fra di loro soggetti e ambienti in grado di condizionare la macchina organizzativa di Confindustria. Quando si è delineata questa rete informale di rapporti, opportunità e scambi che forma una sorta di nervatura all’interno del mondo confindustriale? L’impressione è che sia stata incentivata quando l’associazione imprenditoriale ha reso più stretto il proprio legame con la politica e il governo, traendo di lì forza e legittimazione pubblica, nella convinzione che, quando già la sua coesione organizzativa tradiva sintomi di cedimento, si potesse ovviarvi rafforzando il ruolo di Confindustria nell’arena collettiva.

La svolta in questa direzione si è verificata negli anni della presidenza di Emma Marcegaglia, che non a caso, dopo il suo mandato, continuerà a essere molto influente grazie alla sua influenza nella governance del quotidiano e dell’università di Confindustria. Fu Emma Marcegaglia a instaurare un contatto stretto con Silvio Berlusconi quando era al governo, al punto da indurre quest’ultimo a proclamare che il programma degli industriali era il suo stesso programma, davanti allo sguardo benevolo della presidente, che annuiva. Poco dopo si ebbe il distacco, all’inizio aspro e lacerante, della Fiat dall’associazione, dopo che il Lingotto aveva voluto sostituire il contratto nazionale di categoria dei metalmeccanici col suo contratto aziendale. Lo strappo con Confindustria fu allora duro, tanto che Marcegaglia non esitò a deplorare apertamente la mossa di Sergio Marchionne.

Dopo l’intervallo del Governo Monti, quando il gioco tornò nelle mani dei partiti, fu ancora Marcegaglia a orientare la marcia di avvicinamento tra Confindustria e Matteo Renzi. Una convergenza che assicurò all’imprenditrice mantovana la presidenza dell’Eni, da lei impiegata anche per costituire un fronte delle imprese pubbliche a favore dell’elezione di Boccia. Senza l’appoggio di Eni, Finmeccanica, Enel, Poste e Ferrovie, Boccia non ce l’avrebbe fatta a vincere la competizione con Alberto Vacchi. Quel blocco di voti fu determinante per la composizione di una maggioranza interna. Il nuovo presidente di Confindustria fu sollecito nel dichiarare la propria lealtà a Renzi, sposandone fino in fondo la posizione al momento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Fino a quella data, le assemblee delle territoriali furono l’occasione per difendere le riforme volute dalle aziende; lo stesso Presidente del Consiglio partecipò a un buon numero di esse, mentre il Centro Studi di Confindustria avallò la tesi che una sconfitta del governo al referendum avrebbe indotto un rapido e pesante peggioramento dello scenario economico italiano.

Giuseppe Berta

PIACENTINI COSTRUZIONI IN CONCORDATO.

andreagiacobino.com 26.10.18

Concordato con riserva per Piacentini Costruzioni (Pc), un gruppo importante di costruzioni nato nel 1949 e che diverse controllate fra le quali Coseam, Idroemilia, Pt Italia e Tecnoterra. Qualche giorno fa, infatti, Pasquale Liccardo, giudice delegato del tribunale di Modena, ha ammesso alla procedura l’azienda che ha sede a Palagano, nominando commissario Augusto Castelfranco. Il magistrato ha quindi accolto il ricorso presentato per conto della società, fra gli altri, dallo Dla Piper.

Pc, controllata dall’omonima famiglia e che vede Diego Piacentini come presidente e il fratello Maurizio come amministratore delegato, è specializzata in palancole e deve la sua crisi, come spiega il ricorso, a quattro commesse firmate nel 2014 (una in Albania, una in Romania e due in Italia) del controvalore di 113 milioni di euro che avrebbero permesso di fatturare già in quell’anno 40 milioni. “Tutti e quattro questi appalti – spiegano i legali – hanno in realtà subito ritardi di notevole entità e oggi solo in parte recuperati”. L’azienda, quindi, correva ai ripari sia dismettendo asset non strategici, tra cui una quota nel Consorzio Sia, sia avviando un negoziato con le banche creditrici per ristrutturare il debito e chiedere nuova finanza. Uno degli istituti di credito, però, ha fatto saltare il tavolo revocando tutti gli affidamenti, mentre alcuni fornitori minacciavano azioni legali e tre di loro hanno depositato istanza di fallimento: di qui la richiesta di concordato. Il ricorso specifica che la società è attualmente impegnata direttamente in lavori del controvalore di 180 milioni e in altri, in forma consortile, per quasi 500 milioni. Oltre a Dla Pier, l’azienda si avvale della consulenza legale di Rolandino Guidotti, finanziaria di Studio Cassi e aziendale di Global Strategy di Antonia Negri Clementi.

Strapagato per confidare alla stampa insulti e volgarità

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Va incoronato, forse beatificato e chissà santificato: deve pensarla così mister Conte, assoldato nel ruolo di comparsa dalla compagnia teatrale del governo Lega-5S. Al nuovo sgarro del suo portavoce, tale Ricco Casalino gli rinnova in automatico la fiducia. L’ultima “bravata” mette a rischio la permanenza nell’esecutivo del ministro Tria, onestamente preoccupato per lo spread oltre i trecento punti e per questo minacciato da grullini e leghisti: “Se il ministro dell’economia non trova i soldi (reddito di cittadinanza) è meglio che se ne va”.

Casalino, portavoce strapagato della presidenza del Consiglio, ci va giù molto più pesante e lo fa, come d’abitudine, confidando le sue nobili riflessioni a un paio di giornalisti, il cui mestiere è proprio la diffusione delle notizie, comunque captate. Sicché siamo a conoscenza di insulti e minacce ai vertici del ministero economia e finanza. Casalino confida ai suoi interlocutori che se i dirigenti del ministero non tirassero fuori i soldi per coprire i costi di flat tax e reddito di cittadinanza “C concentreremmo per far fuori questi pezzi di m…a”.

Tria: “Non commento volgarità e minacce contro funzionari dello Stato che ricoprono una funzione di garanzia e indipendenza universalmente riconosciuta”. Ma i grullini insistono nelle minacce: “Faccia pulizia al ministero”. La colpa del ministro, secondo il governo gialloverde, è di ammonirlo, perché è pericoloso reggere a lungo con lo spread ai livelli che ha raggiunto”.

Com’è noto, l’“Incompiuto pomiglianese” Di Maio e il “Ce l’aveva duro leghista” Salvini, ai problemi dello spread, dei tassi d’interesse che s’impennano, della borsa che a giorni alterni mostra sofferenza e delle valutazioni di agenzie internazionali del rating che declassano l’Italia, rispondono con un ducesco “chi se ne frega”

L’incredibile di questo nostro Paese plagiato da populismo, sovranismo, razzismo e affini, continua a esprimere consenso alla coppia di gialloverdi che lo trascinano verso il baratro del disastro.

Esplorato il serbatoio della memoria, echeggia l’anatema del vice premier leghista che dichiarò guerra senza quartiere alle banche, “nemiche del popolo”. Avvezzo a innestare la retromarcia, come il compare pentastellato, Salvini ipotizza di neutralizzare il disastro del possibile spread a quota 400 con il più classico e vituperato salva banche, cioè con il regalo in euro delle ricapitalizzazioni. Scompare in un amen l’accusa al governo precedente di salvataggio di salvataggio delle banche in crisi, che alla luce di quanto dichiarato dal vice premier appare pura demagogia. Gli aiuti al Monte dei Paschi hanno risparmiato all’Italia una crisi che avrebbe trascinato l’intero sistema bancario. Il dietrofront di Salvini è motivatro dal pericolo spread (mutui per la casa più alti, meno prestiti a imprese e famiglie, miliardi bruciati e aumento del debito pubblico), che fa paura a questo governo dell’incoscienza, anche se in preoccupante ritardo.

Liliana Segre, in conferenza stampa: “In Italia cresce una marea di intolleranza. Io, vittima dell’odio fascista, racconto il nostro Paese visto da chi ha vissuto l’orrore di Auschwitz. Sento che ritorna il pericolo del razzismo e dell’intolleranza e va fermata in ogni modo. E’ necessaria una commissione parlamentare. Bisogna lavorare contro la fascistizzazione che ottanta anni fa ha coperto di vergogna l’Italia”.

Frode fiscale, Piccini torna in carcere

Andrea Giambartolomei lospiffero.com 26.10.18

L’imprenditore, già al centro dell’affaire Finpiemonte, arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Torino su Csp, società di informatica, e del Cic, il consorzio del Canavese. E un milione della finanziaria piemontese è finito sui conti dell’azienda Ict

Era tornato a essere un uomo libero, ma stamattina è stato arrestato di nuovo. PioPiccini, imprenditore di Terni coinvolto nell’inchiesta su Finpiemonte insieme all’ex presidente Fabrizio Gatti e altri, è stato portato nel carcere della sua città dai militari della polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Torino. Il sostituto procuratore Ciro Santoriello lo ha indagato per alcuni episodi di false fatturazioni e omesso versamento delle imposte nel quadro dell’inchiesta su Csp, società di Information communication technology che aveva acquisito tra il 2015 e il 2016 il Consorzio informatico canavesano (Cic). Per questa inchiesta il 19 giugno scorso erano finiti agli arresti domiciliari Claudia Pasqui, presidente e amministratore delegato di Csp e anche moglie di Piccini, e Giuseppe Giordan, amministratore unico di una società inglobata da Csp. Uno dei consiglieri dell’azienda del settore Itc, Fabrizio Bartoli, aveva avuto l’obbligo di firma. Piccini risultava formalmente soltanto come un consulente di Csp e in questi panni aveva curato anche l’acquisto del Cic, ma la Guardia di finanza e il pm Santoriello ritengono che fosse l’amministratore di fatto, il vero dominus di tutto, a cui sono contestati gli stessi fatti della moglie (tornata libera a metà settembre).

Dall’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Pasqui e Giordan emergono due grandi operazione sospette. L’11 maggio 2015 Csp aveva rilevato una società estranea al settore Ict, attiva nell’ambito del fotovoltaico. Si trattava della Ge.Teramministrata da Giordan, ritenuto dal gip Giulio Corato “un prestanome di altri” che non ha mai presentato alcuna dichiarazione dei redditi nonostante sia stato legale rappresentante di otto aziende dal 1981 al 2017. Con questo acquisto l’azienda dell’Ict aveva anche rilevato i crediti fiscali dell’incorporata, circa 3,6 milioni di euro. Si trattava però – osservano gli investigatori – di crediti col fisco maturati grazie a fatture emesse per operazioni inesistenti. La Ge.Ter acquistava materiale per pannelli fotovoltaici o pagava il distacco di personale da altre società. Dall’esame della documentazione bancaria, i finanzieri hanno appurato che quelle fatture non venivano pagate, oppure venivano pagate in minima parte. In alcuni casi le altre aziende erano delle “cartiere”, cioè aziende utili solo a creare fatture false. La Ge.Ter, quindi, faceva risultare un credito fiscale e Csp, inglobando la Ge.Ter, acquisiva quei diritti per compensarli con i suoi debiti.

Non è tutto. Per aumentare i suoi costi di produzione, abbattere il reddito e pagare meno imposte il 27 maggio 2015 Csp stipula un contratto di cessione di una ramo d’azienda con la Csp Service ed esternalizza alcune prestazioni. Con questa operazione la Csp dal 1° giugno 2015 al 30 giugno 2016 ha annotato costi e detratto Iva per fatture emesse dalla Csp Service Scarl per quasi 12 milioni di imponibile (quindi 2,6 milioni circa di Iva), che da par suo non versa mai le imposte. Sarebbe stata un’operazione di facciata e alcuni dipendenti trasferiti alla Csp Service hanno spiegato alla Guardia di finanza che nel loro lavoro non era cambiato proprio nulla. Per la finanza è un “fittizio trasferimento” per ottenere “indebiti vantaggi fiscali” dalle fatture emesse dal consorzio Csp Service. Alla fine del gioco, il gip ha quantificato un danno alle casse statali di quasi 25 milioni di euro.

In estate, però, i dipendenti hanno subito un taglio dello stipendio perché l’azienda versa in cattive acque: “Nessuno vuole sottrarsi alle proprie responsabilità, anzi ci si sta prodigando nel tentativo di salvare Csp – spiega l’avvocato difensore di Piccini, Manlio Morcella -. Stiamo seguendo una transazione fiscale che potrebbe mettere l’azienda al riparo”. Csp ha problemi di liquidità, ma moltissime commesse e deve recuperare molto denaro.

Intanto, si apprende da fonti giudiziarie, sarebbe stato scoperto un piccolo elemento di contatto tra le due inchieste torinesi che coinvolgono Piccini, quella su Finpiemonte e questa su Csp: uno dei sei milioni dirottati dai conti accesi dalla finanziaria regionale alla banca Vontobel sarebbe andato a finire su un conto dell’azienda informatica.

L’ingannevole sobrietà europea

Michel Fonte lantidiplomatico.it 26.10.18

L'ingannevole sobrietà europea

Lo scontro tra i membri dell’UE svela inediti scenari geopolitici

di Michel Fonte
 Draghi, il custode del vello d’oro

Che Mario Draghi non abbia alcuna simpatia per approcci neokeynesiani è risaputo, lo certifica, tra l’altro, il fatto che si sia reso protagonista di una politica monetaria che mentre lasciava in strada milioni di cittadini alle prese con seri problemi di sopravvivenza, elargiva miliardi di euro non solo per consentire il salvataggio di istituzioni creditizie – nel più dei casi responsabili della crisi per l’investimento in titoli tossici e bolle immobiliari, collocazione di rischiosi strumenti finanziari (mutui subprime) e concessione di linee di fido a un ristretto numero di imprese con annosi e manifesti problemi di solvibilità – ma addirittura ne favoriva attività lucrative di dubbia utilità per il sistema economico generale. L’alleggerimento quantitativo (QE) adottato dal governatore della BCE, ha pompato fiumi di liquidità nel circuito creditizio, ed è proprio tale misura la causa delle difficoltà che le banche italiane stanno scontando in questi giorni a seguito dell’attacco di alcuni fondi di inversione e grandi intermediatori mobiliari contro i titoli di Stato italiani, sobillati da opaci legami con le posizioni rigoriste e oltranziste della cupola dell’UE, nella fattispecie l’asse Draghi-Juncker-Moscovici-Macron-Merkel, con l’obiettivo di imporre modifiche esterne e unilaterali al DEF (Documento di Economia e Finanza), prerogativa indefettibile di un paese sovrano, e in caso di resilienza da parte del governo Conte, innescarne il tracollo spingendo il differenziale (titoli a 10 anni) con i Bund tedeschi ad un punto di manifesta sfiducia dei mercati finanziari (spread oltre i 400 punti base).

Draghi, che conferma il suo storico ruolo di guardiano del vello d’oro, si è premurato, in maniera del tutto inconsueta, di incontrare al Quirinale, in questi convulsi giorni, Sergio Mattarella. Per quanto si ignorino i contenuti della conversazione, non ci vuole molto a comprendere che non si è trattato di una visita di cortesia ma di un summit istituzionale per fare pressioni sul Presidente della Repubblica, affinché utilizzi tutti i mezzi di persuasione a sua disposizione (potere di esternazione) per indurre il capo di gabinetto a fare retromarcia sul DEF, e se la situazione lo richiedesse, bloccarlo con un insolito riferimento alla Costituzione. La massima carica della BCE non ha inteso che lo scenario geopolitico è totalmente cambiato con la nuova strategia statunitense (“America First”), questo è sempre stato un limite che però ha saputo trasformare in un punto di forza per i suoi piccoli interessi di bottega, incorporandosi, al momento giusto, alla corte della nuova élite dominante. Lo stesso Mattarella, soltanto pochi mesi fa, dopo aver elaborato un’interpretazione piuttosto soggettiva del dettato costituzionale, rifiutandosi di nominare sulla base della sola libertà di manifestazione del pensiero (l’antieuropeismo di un membro della squadra ministeriale non può essere giudicato in contrasto con la legge fondamentale dell’ordinamento giuridico, prima ancora che inizi ad operare) il professor Paolo Savona nel ruolo di ministro, ha dovuto ingoiare il rospo e piegarsi alle sollecitazioni di Washington. Nei fatti, giocata l’improbabile carta Cottarelli nella speranza di frantumare, grazie al sostegno delle alte sfere del FMI, la anomala maggioranza parlamentare, ha in cambio dovuto richiamare velocemente i leader della Lega e del M5S per permettere la nascita dell’esecutivo Conte. I maggiori quotidiani nazionali presentarono l’accaduto come una vittoria dell’inquilino del Quirinale, invece, diversamente da ciò che si è veicolato all’opinione pubblica, Mattarella fu sconfitto su tutta la linea, con la sola opzione di salvargli la faccia e mantenerlo nell’incarico, assegnando a Tria il Ministero dell’Economia e spostando Savona al Ministero per gli Affari Europei, un chiaro segnale di guerra lanciato all’UE.

Che l’invasione di campo non sia stata gradita dal navigato esponente di estrazione democristiana, si percepisce dai segni di insofferenza manifestati in varie occasioni pubbliche, nelle quali ha velatamente biasimato l’attività di un governo che gli è indigesto (“La Costituzione italiana – la nostra Costituzione – all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci”, 29 settembre 2018, nel raduno dei partecipanti all’iniziativa “Viaggio in bicicletta intorno ai 70 anni della Costituzione Italiana”; “L’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare, di perderne il senso del servizio e di fare invece acquisire il senso del dominio nell’esercizio del potere”, 11 ottobre 2018, in un incontro con alunni delle scuole secondarie di secondo grado), gli ha fatto da eco l’irritazione e i piani di infiltrazione del deep state europeo, con annessa una larga parte del WEF (World Economic Forum) non allineata sulle posizioni trumpiane, ossia, uno Stato dentro lo Stato integrato da politici, aristocrazia del capitale e l’industria, alti burocrati, funzionari pubblici e pezzi deviati dei servizi di sicurezza e intelligence, di cui Draghi, coscientemente o meno, è collettore e portatore di interessi. Lo testimoniano le affermazioni dello stesso governatore della BCE, che nel recente meeting annuale di Bali di Banca Mondiale e FMI (12 ottobre 2018) ha dichiarato che “nei paesi in cui il debito pubblico è elevato la piena adesione al Patto di stabilità e crescita è fondamentale per salvaguardare sane posizioni di bilancio”; concetto ribadito da Poul Thomsen, capo del dipartimento europeo del FMI e responsabile del piano di salvataggio di Portogallo e Grecia durante la crisi del 2009, che nella stessa sede ha espresso come la manovra finanziaria italiana vada “in direzione opposta rispetto ai suggerimenti del FMI. Pensiamo che un allentamento fiscale di tale portata in Italia nelle attuali circostanze non sia corretto”. Per finire, Luigi Federico Signorini, vicedirettore generale di Bankitalia, una di quelle autorità indipendenti che secondo il Presidente della Repubblica è necessario tutelare perché sono a garanzia della collettività in un ordinamento imperniato sulla divisione dei poteri e adeguati contrappesi, dimenticando, tuttavia, di menzionare che il capitale sociale dell’istituto non è detenuto da una pluralità di normali cittadini ma da 119 soggetti (alla data del 10 settembre 2018), per la maggioranza banchei (di cui le prime quattro sono Intesa Sanpaolo S.p.A., UniCredit S.p.A., Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. e Banca Carige S.p.A.-Cassa di Risparmio di Genova e Imperia), e a seguire assicurazioni, casse di ordini professionali e fondi pensione, molti dei quali collegati agli stessi istituti di credito attraverso forme di interlocking directorate.

Non sorprende, pertanto, che il suo management oltre a considerare l’effetto della manovra sul Pil di proporzioni modeste, sollevi perplessità sul reddito di cittadinanza, per il quale preferirebbe un’introduzione graduale e che, allo stesso tempo, non permetta ai beneficiari di ottenere più di quello che offre la controparte aziendale (“Con riferimento al reddito di cittadinanza il perseguimento dell’obiettivo di protezione sociale non deve disincentivare l’offerta di lavoro. Determinante a questo fine è il livello del beneficio rispetto al salario potenziale che il lavoratore sarebbe in grado di guadagnare sul mercato), detto in altri termini, la misura erogata dovrebbe essere sempre inferiore alla retribuzione conseguibile per il tramite della libera contrattazione, anche se rappresentata da una remunerazione inadeguata per condurre una vita dignitosa. Infine, boccia qualsiasi modifica della legge Fornero che ripristini una maggiore equità sociale, mettendo la riduzione del debito pubblico come prioritario rispetto ad ogni altro obiettivo (“I rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano anche a causa del peggioramento delle proiezioni demografiche”).

La sponda statunitense

Che per la prima volta un governo abbia potuto rispondere con forza ai diktat di Bruxelles è da collegarsi non solo alla peculiarità dei partiti che lo sostengono, fermamente antieuropeista la Lega e con una posizione moderatamente critica il M5S, ma soprattutto alla circostanza di poter contare, in questo frangente storico, della sponda nordamericana. Infatti, alla presentazione del DEF, mentre una parte dei partner del WEF iniziava a vendere titoli del debito pubblico italiano facendo innalzare lo spread – tra cui alcune banche nazionali promotrici di un auto-attacco con il proposito di provocare un ripensamento dell’esecutivo – dall’altra parte, fondi di inversione e trader vicini all’amministrazione Trump hanno iniziato a comprarli, questo spiega perché il differenziale pur portandosi di poco al di sopra dei 300 punti base non ha mai dato l’impressione di poter sfondare.

Fondamentalmente, lo scontro si è consumato tra Soros e i suoi sodali, in linea con le posizioni iperliberiste di matrice clitoniana e obamiana, e gli ex aderenti, soprattutto finanziari, del dissolto “Strategic and Policy Forum (Jaime Dimon, presidente e direttore esecutivo di JP Morgan Chase; Larry Fink, presidente e consigliere delegato di BlackRock; Paul S. Atkins, direttore esecutivo di Patomak Global Partners LLC; Rich Lesser, presidente e direttore esecutivo di Boston Consulting Group; Adebayo Ogunlesi, presidente e socio gerente di Global Infrastructure Partners; Mark Weinberger, presidente e consigliere delegato di Ernst & Young;), un organismo voluto e creato dall’attuale anfitrione della Casa Bianca. La maggioranza di questi soggetti malgrado lo scioglimento del SPF (16 agosto 2017) e pur continuando ad essere membri del Forum di Davis (Dell Technologies e Blackstone giusto per citarne due), ha abbracciato il nuovo corso presidenziale, tra gli altri, alcuni potenti uomini d’affari filosionisti come Sheldon G. Adelson e Stephen A. Schwarzman. Tutto ciò avallerebbe la tesi che gli Stati Uniti vogliano disarticolare la UE, in verità, occorre ricordare che nel dopoguerra furono dapprima i principali ispiratori della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio nata nel 1951), e poi, nel 1957, della CEE (Comunità economica europea), e per motivi più militari che economici connessi alla guerra fredda. Questa considerazione deve far riflettere sull’atteggiamento della leadership statunitense, la quale, più che altro, sembra contrariata da un certo tipo di Europa che si è andata forgiando negli ultimi anni, vale a dire, germanocentrica e fondata sull’asse franco-tedesco, due nazioni che in maniera diversa hanno sempre mantenuto una relativa autonomia da Washington. La Francia, seppur concedendo la base di Istres-Le Tubé alla United States Air Force (USAF), per operazioni congiunte, e facilitazioni nei porti di Marsiglia e Tolone alla United States Navy (USN), si è rifiutata a partire dal 1966 di accogliere basi Nato nel proprio territorio, diniego sancito con la famosa lettera di De Gaulle a Johnson in cui esigeva la totale evacuazione delle truppe a stelle e strisce dal paese (29 basi e circa 100.000 soldati), accelerando al contempo tanto il piano nazionale di dotazione di arsenale atomico, denominato “Triade nucleare” e che subentrava all’accordo tripartito (Italia, Germania, Francia), come la fuoriuscita delle truppe francesi dai comandi integrati, già iniziata nel 1964. L’annuncio di rientro da parte di Sarkozy nell’Alleanza Nordatlantica nel marzo del 2009, dopo ben 43 anni dalla separazione, sembra essere stata una parentesi consumatasi velocemente, malgrado la partecipazione all’operazione “Colpo di spada” in Afghanistan (2009), e la guerra scatenata in Libia (operazione “Harmattan”, 2011) per rovesciare il regime di Gheddafi in accordo con il premier britannico Cameron, difatti, a giudicare l’atteggiamento di Macron, questi sembra essere incline a innalzare nuovamente il vessillo dell’indipendenza gallic

Per quel che concerne la Germania, pur sopportando e supportando la massiccia presenza yankee, in quanto territorio strategico tra occidente ed oriente (si pensi alla divisione di Berlino in zone militari e all’importanza odierna della base aerea di Ramstein), e dopo aver terminato il lungo processo economico di riunificazione, ha gradualmente coltivato un programma di riarmo, in particolare, non solo attualmente è la nona potenza a livello mondiale per stanziamenti nell’acquisto di armamenti, ma, esaminando la tendenza storica a prezzi costanti (2009-2017, dati SIPRI), ha dapprima aumentato di 2 miliardi il budget di esercizio, portandolo a un livello medio di 41 miliardi di dollari all’anno rispetto al lustro 2004-2008 (39 miliardi di dollari in media), e, successivamente, ha mantenuto stabile tale quota di spesa con addirittura un lieve incremento nell’ultimo biennio (41,5 miliardi nel 2016 e 43 miliardi nel 2017). Tutto ciò, in un contesto in cui, nello stesso periodo, la maggior parte dei principali Stati dell’Europa occidentale (Gran Bretagna, Austria, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo, Grecia) riduceva, in valori assoluti, i fondi destinati al capitolo difesa (l’Italia è passata dai 34 miliardi di dollari del 2008 ai 28,4 miliardi del 2017, con una diminuzione ininterrotta tra il 2008 e il 2015).

Non è un mistero che l’establishment teutonico accarezzi l’idea di costruire un esercito europeo per sganciarsi dall’alleanza angloamericana, così come non è una casualità che il progetto abbia cominciato a definirsi in una serie di dichiarazioni congiunte e incontri bilaterali tra Merkel e Macron (15 maggio 2017, Berlino; 22-23 giugno 2017, Consiglio europeo di Bruxelles; 13 luglio 2017, comunicazione franco-tedesca; 28 settembre 2017, summit UE su economia digitale e cyber security a Tallin; 15 novembre 2017, Cop 23 a Bonn; 16 marzo 2018, Parigi; 10 maggio 2018, Premio Carlo Magno ad Aquisgrana; 19 giugno 2018, riunione a due a Meseberg; 7 settembre 2018, vertice a Marsiglia), capo di Stato dell’unica nazione, a parte la già citata Germania, che nel suddetto decennio ha mantenuto un costante e elevato budget in spese armamentistiche (sempre superiori ai 50 miliardi di dollari ed in crescita tra il 2014 e il 2016), che la consolidano al sesto posto della graduatoria mondiale. È evidente che una tale prospettiva a livello geopolitico, peraltro caldeggiata dal Presidente della Commissione europea Juncker, preoccupi non poco l’amministrazione statunitense, che diffida di una Germania forte economicamente e nuovamente armata al centro di un continente, che già deve fare i conti con le mire di espansione russa, permetterlo, significherebbe consentire l’entrata di un altro scomodo attore nella contesa del potere globale. Se a questo aggiungiamo, al netto delle sanzioni economiche stabilite dall’Unione europea per il conflitto in Crimea, le strette relazioni tra la cancelleria e la Federazione Russa nel settore energetico, si comprende l’attrito tra Trump e il governo teutonico emerso in numerosi incontri (17 marzo 2017, Washington; 7-8 luglio 2017, G20 di Amburgo; 27 aprile, Washington; 11-12 luglio 2018, vertice Nato), il cui perdurante eccesso di surplus nella bilancia commerciale (una percentuale rilevante del quale matura nei confronti degli USA), che ha permesso alla nazione di assurgere al titolo di quarta potenza economica mondiale, è solo il motivo superficiale di un più ampio scontro ideologico.

La nascita del fronte mediterraneo

Gli Stati Uniti da tempo chiedono all’UE di ridurre la dipendenza dalle forniture russe, investendo in gassificatori per favorire l’acquisto del gas americano ottenuto dalla fratturazione idraulica (fracking), però, per tutta risposta, la Merkel ha pensato bene di riunirsi con il suo omologo Putin (18 maggio 2018, Sochi) per portare avanti il progetto North Stream 2, che raddoppiando la capacità di approvvigionamento (da 55 a 110 miliardi di metri cubi all’anno) del già attivo North Stream, consentirebbe alla Russia di bypassare il pantano ucraino trasportando il gas, attraverso i fondali del Mar Baltico, direttamente in Europa centrale (da Vyborg nella regione di Leningrado a Greifswald) e da lì in direzione della vasta zona occidentale. L’operazione lascerebbe le mani libere ai russi e convertirebbe la Germania in hub energetico continentale, risolvendo la sua atavica sete di idrocarburi e soddisfacendo il 50% della domanda dei partner d’oltrecortina. Un’evoluzione che per gli Stati Uniti è intollerabile, soprattutto se si tiene in considerazione che gli abboccamenti tra Merkel e Macron per la costituzione di forze armate dell’UE vanno di pari passo con atti concreti.

La ex segretaria dell’Agit-prop ha affermato che l’obiettivo della difesa comune vede come fulcro del progetto Francia e Germania, incaricate di tracciare il percorso generale dell’unione per i prossimi dieci anni, escludendo che si possano accettare orientamenti in contrasto con quelli stabiliti da questi due paesi (22-23 giugno 2017, vertice del Consiglio europeo a Bruxelles), e ribadendo, in sostanza, quanto pattuito in una precedente riunione bilaterale tenutasi a Berlino (15 maggio 2017), fatta eccezione per alcune discrepanze in materia economica (diniego della mutualizzazione del debito e cessione di ulteriori competenze alla Commissione europea). Inoltre, si è già conseguito un iniziale compromesso con l’accordo (28 giugno 2018) per la costruzione del primo caccia da combattimento franco-tedesco, un jet multifunzione definito come strategico per l’arsenale europeo, che sarà progettato dai transalpini e sovvenzionato e comprato in gran numero da Berlino, dove sono desiderosi di rinnovare la propria vetusta flotta aerea.

D’altra parte, la Francia che vanta una lunga esperienza nel campo, ha cominciato ad allargare il giro dei suoi clienti spingendosi in territori pericolosi, dato il loro emergente antiamericanismo, come la vendita (5 gennaio 2018) alla Turchia di Erdogan di un sistema di difesa aerea e antimissili e di 25 apparecchi A350 della compagnia Airbus, il cui capitale azionario è di prevalenza franco-tedesco (22,15%, di cui 11,08% della Sogepa di proprietà della Repubblica francese e 11,07% della GZBV, partecipata al 100%, per il tramite di altre società, dallo Stato tedesco). La questione non stupisce se si considera, da un lato, l’aumento del budget nazionale per la difesa annunciato dal Capo di Stato francese (8 febbraio 2018), che passerà dai 160 miliardi di euro del periodo 2014-2018 ai 198 miliardi del quinquennio 2019-2023, con un aumento del 23,8%, e dall’altro, gli attacchi all’amministrazione Trump (15 novembre 2017) per il duplice ritiro unilaterale dall’Accordo di Parigi (COP21 presentato in data 12 dicembre 2015), con la contemporanea proposta del subentro dell’UE per il finanziamento della ricerca scientifica sul cambio climatico, e dal Piano d’azione congiunto globale (PACG siglato il 14 luglio 2015) sul nucleare in Iran (annunciato in data 8 maggio 2018 dal presidente statunitense).

È evidente che Merkel e il suo parigrado d’oltralpe viaggino spediti verso l’autonomia militare che gli permetta di edificare un nuovo spazio geopolitico, la cancelliera lo ha espresso apertamente in occasione della consegna del premio Carlo Magno (10 Maggio 2018, Aquisgrana), sottolineando che non si può più confidare nell’ombrello americano e che tocca ai paesi europei farsi carico del mantenimento della pace e della stabilità nella regione, l’affermazione ha fatto il paio con quella di Macron, che nell’occasione ha dichiarato che “i nazionalismi sono come una lebbra in Europa”. Insomma, se ancora non fosse chiaro, l’UE che perseguono qualifica gli associati del sud come semplici vassalli, e di fronte a una tale prospettiva e non certo per spirito di carità, che gli Usa sono sempre più convinti della necessità di organizzare un fronte mediterraneo, la cui colonna portante sarebbe rappresentata dall’Italia per quattro rimarchevoli fattori:

1. la posizione strategica, in quanto punto di raccordo tra l’Africa del Nord e l’Europa, vicinanza al Medio Oriente e ponte naturale tra l’est e l’ovest del vecchio continente;

2. la indefettibile lealtà al patto atlantico e l’importanza tattica delle sue basi militari;

3. la potenza economica, che per quanto in declino la mantiene come un alleato affidabile (13° potenza mondiale per Pil secondo la fonte CIA The World Factbook, dato 2017);

4. la concordanza tra l’agenda sovranista dell’attuale coalizione di maggioranza italiana e la linea nazionalista tracciata dal magnate newyorchese.

Questo ragionamento fa comprendere il perché l’esecutivo non ha temuto di confrontarsi a muso duro con la Commissione europea, mentre fa specie che diversi analisti abbiano cavalcato la paura dei mercati senza tenere in conto una serie di segnali rilevanti. Tra questi, le affermazioni dell’ambasciatore americano a Roma, Lewis Michael Eisenberg, che in data 3 ottobre 2018, a due giorni dalla presentazione ufficiale del DEF, ha dichiarato che “l’attuale governo in Italia è la quintessenza della democrazia in azione, al di là di come ognuno di noi la pensi le ultime elezioni in Italia hanno dimostrato che il popolo ha parlato. Questa è la democrazia”.

Un’affermazione graffiante che riveste grande importanza per due motivi, il primo, è che ci troviamo di fronte ad un delegato che non è un semplice burocrate ma un amico personale del presidente, nato nell’Illinois 75 anni fa da una famiglia ebraica e che si è affermato come uomo d’affari lavorando prima in Goldman Sachs e successivamente creando una propria società (Granite Capital International Group, 1990), secondo, la storia insegna che le esternazioni dei diplomatici nordamericani di stanza nel Bel Paese non vanno mai sottovalutate. A tal proposito, Basti ricordare le parole di John Antony Volpe, ambasciatore dal 1973 al 1977, che durante la trattativa che portò al “compromesso storico”, in un’intervista ad un settimanale dell’epoca, manifestò il disappunto dell’amministrazione Ford (1974-1977) circa il possibile ingresso del PCI nella compagine di governo, conosciamo bene, poi, quale fu il tragico epilogo di quell’ambigua stagione politica. Qualcosa in più lo si intuirà in caso di partecipazione di Trump alla conferenza sulla Libia di Palermo del 12 e 13 novembre, che potrebbe significare un’inequivocabile investitura del ruolo italiano e la fondazione ufficiale di un blocco meridionale, al servizio di un’inedita “Guerra Calda”.

i https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/funzioni-governance/partecipanti-capitale/Partecipanti.pdf

Notizia del: 

Vittorio Veneto, Comune in giudizio contro Banca Intesa: “Chiediamo la nullità dei derivati”

http://www.qdpnews.it 25.10.18

Il Comune in giudizio contro Banca Intesa: lo annuncia il capogruppo del Partito democratico in consiglio comunale Marco Dus: “E’ ora di dire basta. Non siamo più disposti a pagare i debiti lasciati dai leghisti che ci stanno soffocando. Nel 2005 e 2006 furono sottoscritti contratti con costi impliciti e occulti, vanno annullati”.

Ritorna dunque l’annosa questione dei derivati che il Comune di Vittorio Veneto ha in essere con Banca Intesa San Paolo Spa.

Un contratto di 12.337.893 euro dal 29 dicembre 2015 con scadenza a fine 2024 e uno di 2.819.300 euro del 21 dicembre 2006 con scadenza a fine 2026, per un totale di circa quindici milioni di euro. Per i quali l’amministrazione attuale sta pagando oltre un milione all’anno, crescenti, da qui al 2026.

“Fin da subito la nostra amministrazione aveva chiesto una verifica per valutare eventuali criticità, visto che abbiamo sempre pensato che il Comune sia stato svantaggiato e ritenendo che vi siano stati costi impliciti e occulti – conferma Dus -. Il pool di professionisti incaricato per tentare di far risparmiare il Comune ha presentato una relazione dalla quale sono emerse delle criticità tecnico contrattuali, sia su presunte violazioni di norme sia di possibili responsabilità di Intesa Sanpaolo Spa”.

Nel corso del 2017 sono intercorsi più incontri e tentativi negoziali con Intesa San Paolo per valutare possibili soluzioni negoziali conciliative delle criticità segnalate. Ma sono andati a vuoto.

“Per questo – annuncia Dus – nell’ottica di tutelare gli interessi del Comune, abbiamo deciso di agire giudizialmente nei confronti di banca Intesa San Paolo per chiedere al giudice la nullità e/o l’annullabilità e/o la risolvibilità delle operazioni in derivati stipulati dal Comune di Vittorio Veneto”.

L’amministrazione ha affidato la sua tutela allo Studio Zammagni di Rimini con Finance Active, società di consulenza contrattualistica finanziaria. 

“Mi auguro che la Lega non intenda gestire l’Italia come ha gestito Vittorio Veneto – ironizza amaramente il capogruppo – già i Vittoriesi sono indebitati fino al 2026, immaginatevi cosa stanno combinando con le casse dello Stato”.

Le proposte transattive a Banca Intesa sono state rigettate – conferma l’assessore al bilancio Giovanni Napol – e non ci rimane che andare in giudizio, e intanto aprire una strada. L’obiettivo è quello di recuperare almeno alcune somme indebitamente percepite a vario titolo dalla banca. Non sarebbe male per le casse comunali: abbiamo un bilancio sofferente di entrate correnti rispetto ad altri Comuni di pari grandezza. Siamo sotto in media di un milione di euro di entrate correnti rispetto agli altri, e questo incide sulla possibilità di investire, assumere personale e così via”.

(Fonte: Fulvio Fioretti © Qdpnews.it).
(Foto: Filckr, European Committee of the Regions).
#Qdpnews.it

Banche popolari: C.Stato, serve pronuncia Corte giustizia Ue

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

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Sulla riforma delle banche popolari serve la pronuncia della Corte giustizia Ue. 

Lo rende noto il Consiglio di Stato ricordando di essersi già espresso sul tema della trasformazione delle banche popolari in società per azioni, in relazione alla posizione dei due soli istituti di credito che non hanno dato attuazione decreto in tema di “Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti” considerandolo in contrasto con la disciplina nazionale e comunitaria, ossia Banca Popolare di Sondrio e Banca Popolare di Bari. 

La vicenda, ricorda la nota, era stata parzialmente già sottoposta al giudizio della Corte costituzionale che aveva ritenuto non in contrasto con la Costituzione le censure sulla carenza dei presupposti di necessità e di urgenza a sostegno del decreto legge, nonché alcune altre doglianze. 

Tale sviluppo non ha però impedito alle parti di proporre al Consiglio di Stato ulteriori cinque questioni, nuove e rilevanti, tanto da imporre la rimessione della vicenda alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Infatti, il giudice di ultima istanza, quale è appunto il Consiglio di Stato, è obbligato a sottoporre la questione alla Corte del Lussemburgo, a meno che non vi sia una giurisprudenza consolidata in materia oppure quando la corretta interpretazione della norma di diritto non lasci spazio a nessun ragionevole dubbio. 

Il Consiglio di Stato ha quindi formulato cinque diversi quesiti alla Corte europea, chiedendo di pronunciarsi sulla legittimità dell’imposizione di una soglia di attivo al di sopra della quale la banca popolare è obbligata a trasformarsi in società per azioni, in rapporto alla normativa europea in tema di aiuti di Stato; della possibilità di differire o limitare, anche per un tempo indeterminato, il rimborso delle azioni del socio recedente, in relazione alla disciplina in tema di concorrenza nel mercato interno e di libera circolazione di capitali; della disciplina sulla limitazioni al rimborso della quota del socio in caso di recesso, per evitare la possibile liquidazione della banca trasformata, in relazione alla regolamentazione degli aiuti di Stato; della facoltà di rinviare il rimborso per un periodo illimitato e di limitarne in tutto o in parte l’importo; dell’art.10 del Regolamento delegato UE n. 241/2014 della Commissione, in relazione alla violazione del diritto di godere della proprietà dei beni di cui all’art.16 e dell’art.17 della Carta dei diritti fondamentali dell’ Unione europea. 

In attesa della decisione da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea, conclude il Consiglio di Stato, restano dunque ferme le misure cautelari già concesse in merito alla trasformazione di tali banche in società per azioni. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 26, 2018 08:14 ET (12:14 GMT)

Benvenuti nel supermercato finanziario più grande d’Italia

di Ugo Bertone forbes.it 11.4.18

Risultati immagini

Carlo Messina, direttore generale di Intesa Sanpaolo.

Complice una giornata difficile per i listini, di fronte al rischio delle ricadute dell’ennesima crisi siriana sull’andamento del rublo e dei titoli russi, l’accordo tra Banca Intesa e Poste Italiane non ha suscitato particolari reazioni in Piazza Affari. Eppure l’operazione commerciale, che andrà completata da una serie di accordi attuativi (non in via esclusiva) tra i due gruppi, promette di avere conseguenze rilevanti negli equilibri di casa nostra, a partire dalla distribuzione retail. Da una parte i quasi 13mila uffici che coprono la totalità del territorio italiano e servono oltre 1,5 milioni di clienti giornalieri (più 1,3 milioni che invece preferiscono usare le applicazioni per i loro servizi). Dall’altra 4.700 sportelli bancari  dai quali si potranno effettuare, grazie all’accordo, ricariche Postepay e pagamenti di bollettini.

In sintesi, Banca Intesa allarga in maniera significativa la sua area di partecipazione, sia sul fronte dei mutui e dei prestiti personali, sia dei prodotti di wealth & asset management gestiti da Eurizon Capital. La banca guidata da Carlo Messina aumenta così la sua penetrazione in nuovi segmenti di mercato, aggredendo una nuova fascia di clientela. Il caso ha voluto che l’accordo sia stato annunciato poco dopo il ribaltone in Deutsche Bank. L’istituto tedesco, dopo le disavventure patite sul fronte dell’investment banking, ha non a caso promosso a numero uno Christian Sewing, responsabile del retail a partire da Postbank, ovvero il Banco Poste d’oltre Reno, la carta per dimenticare le disavventure patite in Usa e nella City.

Intesa, che ha capito da tempo che nel futuro i profitti non arriveranno certo dall’attività commerciale (insidiata tra l’altro dal Fintech) o dall’attività di merchant banking, può così allargare la sua area di business in settori a basso rischio ad un costo contenuto, aumentando il presidio sul mercato del risparmio. In attesa di chiudere il vociferato accordo con BlackRock. Ma, nell’attesa di una valutazione più precisa dei risvolti economici dell’operazione, gli operatori si mantengono cauti. Nella valutazione del titolo pesano oggi di più i rischi geopolitici che non la prospettiva di acquisire nuovi clienti retail.

L’effetto dell’accordo è più sensibile per Poste Italiane, che potrà offrire ai clienti un’offerta più ampia di servizi e di prodotti finanziari in linea con la strategia annunciata dal piano industriale che ha un obiettivo di circa 6 miliardi di vendita al 2022 (da 2,6 miliardi del 2017) e 400 milioni di commissioni. La reputazione e la qualità garantita da Intesa servirà tra l’altro a far dimenticare alcuni infortuni patiti dalla clientela cui Poste ha rimediato di tasca propria. Piace agli analisti anche l’allargamento dell’attività ai servizi di pagamento, altra mossa coerente on il piano industriale. Ora la società guidata da Cosimo Del Fante può puntare ad un analogo salto di qualità sul fronte assicurativo: Poste si prepara infatti a varare una Rc Auto firmata da Poste. Magari assieme ad Unipol, se si riuscirà a superare lo scoglio dell’Antitrust.

Tutto bene? Forse no, secondo gli analisti di Fidentis. Secondo il broker le Poste sono andate troppo in là. Ben venga la prospettiva di aumentare l’importo delle commissioni grazie al collocamento dei prodotti Intesa, ma non grazie alla concorrenza suicida nei confronti di Anima holding, la vera vittima del contratto tra le due ammiraglie. Poste, che di recente ha sottoscritto l’aumento di capitale di Anima (in cui ha il 10%) ha in parte danneggiato sé stessa.

 

Intesa Sanpaolo e BlackRock, ponti ancora aperti per possibile collaborazione

http://www.borsainside.com 25.10.18

blackrock

Ponti negoziali ancora attivi tra Intesa Sanpaolo e BlackRock, ma prerogative cambiate dopo l’estate.

I colloqui tra BlackRock e Intesa Sanpaolo (ISP.MI) su una potenziale partnership per l’asset management non si sono ancora interrotti, ma si sono evidentemente allentati – sostiene l’agenzia di stampa Reuters – a causa dell’incertezza politica in atto.

Ricordiamo come BlackRock sia in trattative con Intesa Sanpaolo da più di un anno per l’acquisto di una quota di minoranza nella divisione di asset management Eurizon, con un accordo che, in sostanza, le consentirebbe di accedere alla rete distributiva della banca tricolore. Di contro, un legame con un asset manager globale come BlackRock potrebbe permettere a Intesa Sanpaolo di poter arrivare ad altri accordi con partner più piccoli o di pari dimensioni, con un’operazione che dunque presenta vantaggi per entrambe le controparti.

Ebbene, i colloqui e le negoziazioni, più volte ritenute in stallo negli ultimi tempi, hanno poi subito un’accelerazione nel corso del secondo trimestre, culminando poi in un incontro delle due parti a fine settembre. È sempre l’agenzia di stampa Reuters a sottolineare come da quel punto in poi si sia “tutto rallentato perché la situazione politica ha avuto un impatto sulle valutazioni bancarie, complicando le cose”.

Un portavoce di Intesa Sanpaolo ha comunque già dichiarato che le notizie di una divergenza di opinioni con BlackRock sulle valutazioni di Eurizon siano infondate, mentre BlackRock ha preferito declinare ogni commento. Ricordiamo come originariamente si ipotizzava un interesse di BlackRock nei confronti di una quota di partecipazione compresa tra il 5 e il 10% di Eurizon. Lo scenario si è però poi evoluto nei mesi più recenti, con le banche italiane che hanno perso più del 30% del loro valore di capitalizzazione da metà maggio, ovvero da quando i piani di spesa del nuovo governo Conte hanno spaventato i mercati.

Una fonte citata da Reuters avrebbe commentato affermando che “Intesa non è nella stessa posizione negoziale di prima dell’estate”, e sottolineando come i titoli di Stato italiani rappresentano il 10% del totale attivo delle banche italiane, rendendole vulnerabili ad un aumento del costo del debito.

Italia sempre regina della pasta, il 67% della produzione Ue è tricolore

EMANUELE BONINI eunews.it 25.10.18

Alberto Sordi nell’ormai celebre scena del film “Un americano a Roma” (1954)

Bruxelles – Italia è e resta sinonimo di pasta. Il grosso della produzione a dodici stelle arriva da qui. Spaghetti, trenette, maccheroni, farfalle, e ancora orecchiette, ruote, fettuccine o pipette: qualunque sia la varietà di pasta da gustare è altissima la probabilità che sia tricolore. Dei 5,4 milioni di tonnellate arrivate nel 2017 sugli scaffali di alimentari e supermercati, il 67%, pari a 3,6 milioni di tonnellate, è di origine italiana. Un dato motivo di orgoglio nazionale, ma che nonostante tutto lascia un po’ di amaro in bocca. L’Italia e la sua pasta perdono una piccola quota di mercato. Tra il 2016 e il 2017 lo Stivale ha prodotto 200mila tonnellate in meno di pasta.

I marchi del ‘made in Italy’ dunque hanno visto minori consumi. I dati Eurostat mostrano tra il 2016 e il 2017 una riduzione dal 72% al 67% nell’offerta di spaghetti all’interno del mercato unico. Eppure all’interno dell’Unione la domanda è cresciuta (+100mila tonnellate inscatolate). Analoghe dinamiche si registrano per i flussi commerciali col resto del mondo. Mentre sono aumentate le esportazioni di pasta europea verso Paesi terzi, la quota del made in Italy ha registrato una contrazione (-1%, passando dal 77% al 76% delle vendite extra-Ue).

Ciò nonostante l’Italia resta comunque leader indiscusso nel settore. Primo produttore europeo, primo esportatore extra-europeo. I clienti più affezionati nell’Ue sono sempre tedeschi (363mila tonnellate) e Francia (337mila tonnellate), mentre quelli più ghiotti in giro per il mondo restano statunitensi (167mila tonnellate, pari al 21% del totale delle esportazioni europee) e giapponesi (77mila tonnellate). A distanza di decenni resta dunque valido l’ormai celebre “maccarone, m’hai provocato? E io me te magno!”

 

Sono arrivati anche da Vicenza con lo striscione ‘Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza’ per sostenere i risparmiatori di Banca Etruria

“Siamo in attesa di conoscere se arriveranno i soldi per i rimborsi, quello che conta è che sia fatta giustizia”, ha detto Luigi Ugone dell’associazione ‘Noi credevamo in Banca Popolare di Vicenza’. “Quello che è più clamoroso – ha puntualizzato Letizia Giorgianni del Comitato vittime salvabanche – è che purtroppo quello che è accaduto a noi può ancora succedere dal momento che nel processo non sono state coinvolte Consob e Bankitalia. Se anche arriverà giustizia dal tribunale cambierà poco”. Il corteo, con il drappello di manifestanti muniti di cartelli di protesta su cui si legge ‘assolto, prosciolto, prescritto, tutti santi’, ‘banchiere delinque giustizia connivente’, è partito dal centro di Arezzo, dove si trova la sede storica della ex Banca Etruria fino al palazzo di giustizia dove si sta svolgendo l’ udienza per il filone bancarotta. Oggi sono in corso le arringhe degli avvocati difensori degli imputati.

LA LIRETTA DELL’ITALIETTA

 scenarieconomici.it  26.10.18

LA LIRETTA DELL’ITALIETTA

C’era una volta una nazione insignificante, dimenticata dal dio Mercato, che per i propri commerci era costretta a servirsi di una moneta priva di valore in quanto lo “statoladro” (oramai si scrive tutto attaccato) stampava denaro a profusione per fare fronte alla crescente corruzione, ai clientelismi e alle mirabolanti promesse elettorali fatte alle spalle dei lavoratori. Sì, perché secondo questa narrazione, come ci ricorda l’onorevole Bersani, le vere vittime di questo dissennato modo di operare sarebbero stati proprio i lavoratori che si trovavano in tasca della carta straccia e si vedevano erodere il proprio potere d’acquisto.

Quel Paese negletto, triste ed isolato dal mondo, si chiamava l’Italia e quella “carta straccia” si chiamava lira: la Liretta dell’Italietta.
Per uno strano caso del destino, quello stesso Paese, che veniva dalle devastazioni della seconda guerra mondiale, ebbe per oltre un trentennio dei tassi di crescita pazzeschi, un autentico “miracolo economico”: il 16 maggio 1991, infatti, il Corriere della Sera titolava in prima pagina a cinque colonne: “L’Italia quarta potenza”.

Due anni dopo, a seguito dell’uscita dell’Italia dallo SME (Sistema Monetario Europeo), lo stesso Corriere della Sera titolava: “Made in Italy mai così bene”, mentre la Germania, col suo marco che non godeva più dei benefici offerti dall’aggancio valutario, non era mai andata “così in basso”.

Il 14 febbraio 1996, sempre sul Corriere della Sera, Danilo Taino commentava entusiasta: Lira magicaunica vera colonna dell’Italia. Se non fosse sottovalutata staremmo tutti un po’ peggio”.

Tutto questo, però, avveniva a causa della svalutazione “competitiva”. E’ vero: in quegli anni, quando la lira non era agganciata in maniera più o meno efficace con altre valute, tendeva a perdere valore.

Tassi di cambio certo per incerto

Per apprezzare meglio quanto svalutava la nostra moneta rispetto alle altre, o in maniera del tutto equivalente, quanto rivalutavano le altre monete rispetto alla nostra, pongo il tutto in scala logaritmica:

Tassi di cambio incerto per certo – scala logaritmica

Quella che ha rivalutato maggiormente è, come era facile prevedere, il marco tedesco (linea nera), mentre dollaro americano (linea gialla) e franco francese (linea rossa) hanno avuto andamenti più moderati e sostanzialmente analoghi.
Ma perché noi svalutavamo? La teoria più basilare sulla modalità di determinazione dei tassi di cambio nominali si chiama “parità dei poteri di acquisto” (in inglese Purchasing Power Parity, sintetizzato in PPP). Tale teoria si basa sulla legge del prezzo unico che afferma che, se i costi di trasporto sono relativamente trascurabili, il prezzo di un bene economico scambiato a livello internazionale deve essere uguale in ogni luogo. Se così non fosse, tutti comprerebbero dove costa meno, facendone aumentare il prezzo del bene fino al ristabilimento dell’equilibrio. Secondo questa teoria, quindi, il tasso di cambio nominale tra il Paese A ed il Paese B sarebbe diretta conseguenza del livello dei prezzi dei due Paesi, pertanto la variazione del tasso di cambio (la svalutazione o la rivalutazione) deriverebbe dalla variazione relativa del livello dei prezzi (ovvero dalla differenza relativa tra i tassi di inflazione). Tradotto per la casalinga di Voghera: svaluta chi ha l’inflazione più alta.
Infatti, come si vede nella figura sottostante, l’Italia (linea viola) ha avuto un tasso d’inflazione mediamente superiore alle altre nazioni e quindi la lira si è svalutata nei confronti delle altre valute. Di converso, la Germania (linea nera) è il Paese che ha avuto l’inflazione più bassa ed in effetti ha rivalutato rispetto a tutti gli altri.

Indice dei prezzi al consumo (%)

Da notare che, ad eccezione della Germania, nel periodo intercorrente tra la prima crisi petrolifera (1973) e i primi anni ’80, tutti i Paesi hanno avuto un tasso d’inflazione in doppia cifra.
La domanda da porsi è allora: perché l’Italia aveva un tasso d’inflazione (leggermente) superiore agli altri Paesi? Detto in altri termini: perché l’Italia aveva una competitività di prezzo (leggermente) inferiore alle altre nazioni e pertanto svalutava? È intuitivo che una nazione risulta essere tanto più competitiva quanto più riesce ad abbassare il prezzo delle merci che offre al resto del mondo, conseguentemente per ottenere una maggiore competitività occorre imporre un aumento della produttività e/o una riduzione di qualche reddito interno: si riesce ad essere competitivi se qualcuno all’interno del Paese “stringe la cinghia”. Chi, nella nazione, debba accettare una riduzione del proprio reddito reale, è una questione politica: se noi perdevamo competitività rispetto agli altri Paesi, tanto da dovere svalutare, voleva dire che la nostra produttività era nettamente inferiore alle altre oppure i nostri politici non volevano che qualcuno stringesse la cinghia.
Vediamo la produttività:

La nostra produttività (linea viola) era perfettamente in linea con le altre. E quindi? Stai a vedere che la maggiore inflazione italiana derivava dal fatto che i nostri salari reali, a differenza di quanto dice la narrazione “ufficiale”, non perdevano valore ma, anzi, crescevano?!? Stai vedere che Marco Bentivogli, segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM CISL), ha detto una vergognosa bugia quando ha affermato che l’industria di quel tempo “invece di innovare chiedeva ai governi di svalutare lira, impoverendo con l’inflazione i lavoratori?

Per verificarlo basta prendere il valore delle retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente, tratte dal sito dell’ISTAT, e “deflazionarle” per l’indice generale dei prezzi al consumo. Si ottiene la seguente figura:

Salari reali italiani

I salari reali crescevano… e anche tanto! Negli anni ‘70 crescevano mediamente del 5% all’anno, mentre dal 1999 ad oggi, con l’eurone che “proteggere” il potere d’acquisto, sono cresciuti mediamente solo dello 0,3%. Ripeto: nell’era dell’inflazione a doppia cifra i salari reali crescevano del 5% all’anno, mentre nell’era dell’eurone, che protegge i lavoratori dalla temibile tassa occulta costituita dall’inflazione, i salari reali sono fermi. Fermi!

Tasso di variazione dei salari reali italiani (%)

Questo era il risultato di un forte potere contrattuale da parte dei lavoratori che si rifletteva nella quota salari. La quota salari è importante perché ci dice in quale modo viene spartita la “torta” dei redditi prodotti: se fino al 1981 la ricchezza prodotta veniva equamente spartita tra lavoratori dipendenti ed imprenditori (rispettivamente il 49% ai dipendenti ed il 51% agli imprenditori), da metà degli anni ’90 la fetta preponderante della ricchezza è andata al capitale (circa il 59%) ed i lavoratori si sono dovuti accontentare delle briciole (indicativamente il 41%).

Quota salari

Non è per caso che, chi favoleggia di inesistenti impoverimenti indotti dall’inflazione, di una fantomatica Italietta della liretta, lo faccia proprio perché vuole che la componente lavoro resti schiacciata a favore del capitale?

Non è per caso che mentano proprio perché vogliono distruggere il tessuto produttivo della nostra nazione a favore del grande capitale internazionale?

Claudio Barnabè

Ecco come Savona, Bagnai e Borghi rimbeccano Draghi su spread e Bce

 startmag.it 26.10.18

 

Le repliche sono state caute e dai toni moderati, ma nella sostanza gli economisti della Lega non si sono sottratti nel criticare garbatamente le parole di ieri di Mario Draghi.

Che cosa ha detto tra l’altro il presidente della Bce nel corso della conferenza stampa a Francoforte? (qui l’approfondimento di Start Magazine sulle parole di Draghi)

LE PAROLE DI DRAGHI

“Cosa si può fare per limitare l’allargamento dello spread? Penso che la prima risposta sia abbassare i toni e non mettere in discussione il framework costitutivo dell’Europa. Inoltre adottare politiche che riducano lo spread”, ha spiegato Draghi, al termine della riunione di politica monetaria rispondendo a una domanda sui rischi legati all’aumento dello spread per le banche e l’economia italiana.

LE CRITICHE INDIRETTE

Un riferimento indiretto – secondo molti osservatori – a chi nel governo e nella maggioranza, in primis i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini non hanno esitato a criticare la risposta della Commissione europea al disegno di legge di Bilancio che il governo Conte ha inviato a Bruxelles.

RISPETTARE IL PATTO UE

“E’ fondamentale per i Paesi altamente indebitati rispettare le regole del Patto di Stabilità e Crescita” europeo, “in modo da assicurare una solida posizione di bilancio”, ha aggiunto il presidente della Bce sollecitando i governi dell’eurozona ad “accelerare con le riforme strutturali”.

SPREAD E BANCHE

“Se mi si chiede cosa si può fare riguardo alle banche, dato l’allargamento dello spread negli ultimi sei mesi, una prima risposta è ridurre lo spread e non mettere in dubbio la cornice istituzionale che sorregge l’euro”, ha concluso Draghi.

LA REPLICA DI SAVONA

Diverso il parere del ministro degli Affari europei, Paolo Savona. L’economista vicino alla Lega – su cui calò il veto della presidenza della Repubblica come titolare del dicastero dell’Economia – ha commentato: calmierare lo spread e tenerlo sotto controllo è compito della Banca centrale: bisogna dare più poteri alla Bce e affrontare le incongruenze.

CHE COSA HA DETTO A SKYTG24

Savona lo ha detto intervistato da Skytg24. Alla Bce – ha dichiarato – dovrebbe spettare il compito di indicare soluzioni per evitare la crisi sistema bancario ed eventualmente intervenire.

IL RAGIONAMENTO DEL MINISTRO

Se lo spread si innalza e nessuno interviene per calmierarlo – ha fatto notare Savona – ed è un tipico compito delle banche centrali europee, inevitabilmente la caduta del valore dei titoli mette in difficoltà le banche. Avendo fatto l’unione bancaria chi è responsabile della stabilità delle banche? Dobbiamo risolvere problema: non possiamo avere un’istituzione che avoca a sé i poteri di controllo delle banche, avoca a sé i poteri monetari e non svolge quelle funzioni tipiche che una banca centrale compresa la Banca d’Italia, ha sempre svolto in Italia. Quindi vi sono incongruenze che vanno affrontate”.

IL RUOLO DELLA BCE

“Se ci sfugge lo spread – ha precisato Savona – noi non riesamineremo la manovra, ma il contesto entro cui ci muoviamo. Se le responsabilità della stabilità del sistema bancario passano nelle mani della Banca centrale europea, dovrebbe essere la Bce a intervenire per evitare che il sistema bancario entri in crisi”.

I COMMENTI DI BAGNAI E BORGHI

Sulla stessa lunghezza d’onda i commenti di altri due economisti della Lega, Alberto Bagnai e Claudio Borghi, rispettivamente presidente della Commissione Finanze del Senato e presidente della Commissione Bilancio della Camera.

Ecco i tweet con i loro pensiero:

Radio Anch’io@radioanchio

Mi sembra improprio che il massimo responsabile della stabilità finanziaria in emetta degli allarmi seppur velati circa la tenuta delle di un paese che è sotto il controllo della sua vigilanza @AlbertoBagnai a @Radio1Rai

Radio Anch’io@radioanchio

L’obbiettivo del 2% se l’è dato la e la cosa paradossale che rimprovero al dottor è che lui non riesce a raggiungere un obbiettivo che si è dato e che quindi potrebbe anche cambiare @AlbertoBagnai a @Radio1Rai

Claudio Borghi A.

@borghi_claudio

oggi non ho avuto tempo di commentare ma uno come Draghi che parla di “rischio banche” (di fatto creando allarme e quindi potenzialmente creando quel rischio che non esisterebbe), di “spread fra Italia e Grecia” (come se i due mercati fossero paragonabili) ecc ecc è molto triste.

La Germania ammette di aver bisogno di più dalla Russia che dal Nordstream 2

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

 

Scritto da Tom Luongo,

Nel corso degli anni, gli Stati Uniti ei suoi satrapi in Polonia e nei Paesi Baltici hanno combattuto l’oleodotto Nordstream 2, ma è sempre stato chiaro che la Germania era al posto di guida. Era anche evidente che questa sarebbe stata la questione del cuneo che alla fine avrebbe costretto la Germania a perseguire una politica indipendente dagli Stati Uniti

Nordstream 2 è ed è stato sempre una reazione all’intromissione degli Stati Uniti nella politica energetica europea che questo ciclo ha avuto inizio con l’affondamento del gasdotto South Stream nel 2013.

Dal punto di vista dell’UE, la modifica delle regole in base alle quali South Stream avrebbe operato dopo la firma dei contratti era un modo per ottenere un effetto leva su Russia e Gazprom. Così è stato anche l’aiuto dei manifestanti a Kiev ricevuto per rovesciare il governo Yanukovich dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Tale operazione aveva lo scopo di mettere sotto controllo i gasdotti ucraini dove potevano dettare i termini a Gazprom e soffocare il profitto dalle sue consegne di gas. Avrebbe anche fatto avanzare la NATO e l’UE verso il confine occidentale della Russia e non ci sarebbe stato nulla che Putin potesse fare per impedire agli Stati Uniti di mettere a segno armi nucleari contro Mosca.

Peccato per loro che non ha funzionato in quel modo.

Questo è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti sono così irritati con la Russia e Putin sull’Ucraina.   È per questo che i suoi chickenhawk nel suo gabinetto e John McCain hanno spinto così duramente per sanzioni e sostegno alle armi in Ucraina prima che il caro Brain Tumore lo uccidesse.

Ovviamente, l’altro era stato ostacolato nel prendere possesso della Crimea e perdere per sempre l’opportunità di agguantare il porto di Sebastopoli.

Quindi, perché la lezione di storia?

Perché il cancelliere tedesco Angela Merkel ha appena annunciato che un terminal LNG a lungo ritardato sarà costruito dalla Germania con l’assistenza statale.   Vedete, il GNL o il gas naturale liquefatto non è così redditizio per i clienti europei, altrimenti questo terminal di importazione avrebbe trovato abbastanza sostenitori nel settore privato.

Così, la Merkel ha annunciato una piccola concessione a Trump gettando un po ‘di denaro in alcuni terminali di importazione di GNL che qualsiasi fornitore può utilizzare e utilizzerà.

Questo annuncio è stato immediatamente filato come una vittoria per il presidente Trump  da Tim Daiss di Oilprice.com perché, beh, ragioni .

Ora, sembra che la recente tirata di Trump contro gli alleati europei degli Stati Uniti per la sua dipendenza geopoliticamente preoccupante dall’approvvigionamento di gas russo potrebbe anche dare i suoi frutti. Martedì,  il Wall Street Journal ha riferito  che all’inizio del mese il cancelliere tedesco Angela Merkel ha offerto il sostegno del governo agli sforzi per aprire la Germania al gas degli Stati Uniti, in quella che il rapporto ha definito “una concessione chiave al presidente Trump mentre cerca di allentare la presa della Russia nei confronti dell’Europa il più grande mercato dell’energia “.

Il resto dell’articolo è l’incursione della Russia e l’economia cattiva, ma c’è da aspettarselo dagli scrittori americani di Oilprice. È simile agli scrittori russi che esagerano i vantaggi della Russia.

Detto questo, ci sono sempre pepite di verità sepolte nel letame.

Nonostante il pregiudizio di Daiss, quello che non riesce a menzionare nel suo entusiasmo di MAGA è che la Germania che ha fatto questo annuncio è molto più significativa di quanto la percezione di Merkel si sia prosciugata a Washington.

Politicamente, questo non costa nulla a Merkel.

Ciò che ammette è ciò che ha detto a maggio il vicepresidente di Gazprom, Alexander Medvedev.  Tutti dovrebbero dimenticare di combattere Nordstream 2  perché la Germania avrà bisogno di Nordstream 3. 

La produzione è in calo anche in  Norvegia  e  Scozia . Secondo un recente  rapporto dell’Oxford Institute of Energy Studies, in assenza della scoperta di nuovi giacimenti, la produzione europea di gas è destinata a scendere da 256 miliardi di metri cubi all’anno a 212 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2020 e 146 miliardi di metri cubi per anno entro il 2030.

Tra la caduta della produzione interna, la domanda di gas è destinata a salire, mentre i paesi europei chiudono le vecchie centrali termiche a carbone e la Germania si prepara a chiudere le sue centrali nucleari entro il 2022. Le centrali nucleari tedesche, vale la pena notare, una volta rappresentavano quasi un quarto del consumo di energia del gigante economico.

“E no, nessun rifornimento di LNG americano, del Qatar o addirittura russo sarà in grado di sostituire questi volumi”, ha sottolineato Lekuh. “Tali forniture sono semplicemente una banalità rispetto al prezzo del gasdotto, e attualmente non esistono soluzioni tecniche a questa disparità. E mentre è possibile aumentare i prezzi del gas per il pubblico, per l’industria europea, una predominanza di gas naturale liquefatto significa semplicemente morte. L’aumento del prezzo della produzione ad alta intensità energetica determinerebbe una mancanza di competitività nei mercati globali “, ha osservato l’osservatore.

Quindi, sì, la Germania che costruisce terminali di importazione di GNL è un’opportunità per le compagnie statunitensi di vendere gas alla Germania. Ma significa anche che Novatek può vendere GNL in Germania dal suo massiccio progetto Yamal sul Mar Baltico e ancora sottoquotazione delle consegne negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, i sauditi sono pronti ad acquistare una quota di $ 5 miliardi nel prossimo progetto di Novatek chiamato Arctic 2 in Siberia.

Perché?

Beh, potrebbe essere una bustarella per tenere tranquilli i  russi sull’affare Khashoggi, ma è più probabile riguardo la posizione.

I costi di trasporto sono importanti nel gioco LNG. Periodo. Il costo per spostare il gas da un luogo a un altro è il grande motore del prezzo finale e della redditività.

Lo stesso vale per l’arbitraggio valutario. E la stessa bellicosità di Trump nei confronti della Russia per indebolire il rublo mentre si spingono più in alto i prezzi del petrolio e del gas sta solo peggiorando la discrepanza dei prezzi tra il gas russo e quello statunitense.

Inoltre, se gli Stati Uniti vincessero questa guerra di sanzioni e tariffe e costringessero i tedeschi a togliersi il colpo, allora perché Trump si sta piegando a cacciare l’Iran dal sistema SWIFT dei trasferimenti elettronici di denaro internazionali?

Potrebbe essere perché la minaccia di SWIFT come arma nucleare finanziaria che era una volta è ora facilmente abbattuta come i Tomahawk che si avvicinano a una batteria missilistica Pantsir-S2?

L’annuncio dello Special Purpose Vehicle europeo e della versione di SWIFT di Mosca sono deterrenti credibili per il tipo di bullismo finanziario che la Casa Bianca è stata utilizzata per impegnarsi per decenni.

E tutto deriva dagli Stati Uniti che stanno andando al nucleare sull’Iran nel 2012 con le sanzioni di Obama, tagliando l’Iran fuori da SWIFT. E poi ci sono state le minacce contro la Russia nel 2014, cosa? Crimea.

Ciò spinse Putin ad agire per costruire una versione domestica di SWIFT, un sistema che il Cremlino sta reclamizzando come avente supporto internazionale. Le transazioni che attraversano il sistema russo non possono e non saranno monitorate dalle autorità finanziarie statunitensi. Tutti gli Stati Uniti possono quindi minacciare sanzioni a “regole Magnitsky” a banche e società per fare affari con persone che gli Stati Uniti rivendicano come “cattive persone”.

E ora anche questo non funzionerà ancora per molto. Un mondo connesso è quello che resiste al controllo. Questo è ciò che passa per la politica estera in questi giorni. Moralizzazione economica per proteggere modelli imprenditoriali insostenibili e ambizioni imperiali.

Quindi, questo è il motivo per cui ho aperto la lezione di storia. È tutto connesso come una grande rete di causa ed effetto, azione / reazione.

Ed è per questo che alla fine della giornata contano gli incentivi. E come i sauditi stanno scoprendo ora, le bustarelle funzionano solo per così tanto tempo. Alla fine i costi salgono al punto in cui nessuna somma di denaro a breve termine può superarli.

Trump ha ottenuto una piccola vittoria qui. Gli Stati Uniti venderanno la Germania un po ‘di gas dopo la costruzione di questi terminali. La Merkel deve pagare la sua “quota equa” alla NATO pagando il prezzo di un po ‘di gas, mantenendo le spese per la difesa accettabili per la crescente sinistra dura in Germania.

Ma alla fine il grande vincitore è l’asse russo / iraniano che ha chiamato il bluff di Trump sulle sanzioni, le tariffe e il protezionismo per capovolgere gli incentivi politici della Germania dalla loro parte del libro mastro.

 

 

Iccrea: in cda esplode dissenso Bcc su passaggio a gruppo (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il malumore che serpeggia da mesi nel mondo del credito cooperativo sulle modalità di costituzione del nuovo gruppo bancario ha preso forma in occasione dell’ultimo consiglio di amministrazione di 

Icrrea. Il board della candidata capogruppo, composto da 15 consiglieri, in questi mesi si riunisce spesso per discutere le questioni legate agli ultimi passaggi per completare il processo di aggregazione (che dovrebbe 

concludersi entro la fine dell’anno). 

Ma nelle ultime riunioni, scrive Il Sole 24 ore, le discussioni si sono fatte molte accese al punto che un gruppo consistente di consiglieri (rappresentanti di Bcc di varie dimensione e di varie regioni d’Italia) ha chiesto di mettere a verbale il dissenso. 

Il confronto da tempo riguarda la gestione del rapporto tra capogruppo e banche: in particolare l’organizzazione che dovrebbe portare ad estrarre le sinergie dalla messa in comune di una serie di attività e a garantire una riduzione dei costi, legata anche all’eliminazione di funzioni duplicate o ridondanti. Un percorso sicuramente non facile in un condominio come quello rappresentato dalle numerose banche di credito 

cooperativo. È evidente che in questa fase sono soprattutto le banche più virtuose ad essere più suscettibili, perché ogni inefficienza -in virtù del sistema delle garanzie incrociate e della supplenza che il patrimonio di un istituto più solido deve fare rispetto a quello dell’istituto più debole- diventa un peso chi ha i conti più in ordine. 

Tra i temi caldi, prosegue il giornale, c’è la questione delle Bcc che all’interno del gruppo Iccrea si trovano in una situazione di difficoltà, 

secondo alcuni non lontane dall’esigenza di un commissariamento: sono poco più di una decina (13-14) e l’accusa rivolta ai vertici della capogruppo, guidata dal presidente Giulio Magagni e dal direttore generale Leonardo Rubattu, sarebbe quella di non aver messo in campo azioni finalizzate a risanarle, o con un intervento per raddrizzare i conti o con un percorso di aggregazione. 

Dietro il dissenso sicuramente continua ad ardere quel fuoco che nei mesi scorsi aveva spinto il governo giallo-verde appena insediato a valutare una sospensione della riforma del credito cooperativo. Il timore è che ben presto il sistema sia costretto a dover rinunciare alle prerogative del credito a prevalente finalità mutualistiche per divenire un gruppo bancario in senso tradizionale con fini di lucro. Ecco perché la verbalizzazione delle contestazioni avvenuta nei giorni scorsi potrebbe costituire un primo passo verso la revisione della governance di Iccrea. 

In base a quanto previsto dal nuovo statuto, continua il quotidiano, il cda della capogruppo è destinato a essere modificato: non ci saranno più 15 esponenti del credito cooperativo come previsto ora, ma soltanto 10. Dunque, una volta costituito il nuovo gruppo, all’inizio del nuovo anno, dovrebbe partire il negoziato per il rinnovo del board, previsto in primavera. In quella sede potrebbe prendere forma il tentativo di rivedere l’assetto al vertice del primo gruppo bancario del credito cooperativo. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 26, 2018 02:25 ET (06:25 GMT)

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