Vi spiego le tribolazioni di Confindustria, Sole 24 Ore e Luiss. L’analisi del prof. Berta

 startmag.it 26.10.18

Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell’articolo che Giuseppe Berta, che insegna storia economica alla Bocconi, ha scritto per l’Annuario del lavoro 2018 sulla politica di Confindustria.

Il volume, che racconta e commenta quanto accaduto nel corso dell’anno nel mondo del lavoro, è in corso di preparazione da parte del giornale web Il Diario del Lavoro e uscirà solo a metà dicembre.

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Nel 2018 il declino di Confindustria, dopo essere andato avanti per anni con segnali evidenti ma all’interno di un contesto che riusciva a occultarli o quantomeno a ridurne la portata, si è rivelato nella sua gravità. Naturalmente, una considerazione analoga potrebbe essere avanzata anche per le altre rappresentanze d’interesse, che non hanno più potuto mascherare il processo di indebolimento subìto e la perdita di rilievo in un dibattito pubblico sempre più asfittico, dove non valgono più le consuetudini del passato.

Nel caso di Confindustria, tuttavia, lo smarrimento di senso della sua presenza e della sua azione appare più grave perché l’associazione di viale dell’Astronomia aveva goduto fin qui di un’attenzione particolare da parte del sistema politico e, di riflesso, dei media in virtù del ruolo pubblico che esercitava. Ora tale ruolo è sostanzialmente venuto meno perché il governo e il sistema politico non glielo riconoscono più. E questa Confindustria, la Confindustria di Vincenzo Boccia, priva di tale ruolo non sa più come sopravvivere, dal momento che è anche incalzata dalla perdita delle proprie risorse. Ma andiamo per ordine, considerando in primo luogo i fattori interni che pongono a rischio la tenuta stessa di Confindustria in quanto organizzazione.

Anzitutto, va ricordato lo scadimento della vita interna dell’associazione, testimoniato da alcuni preoccupanti episodi, il più rilevante dei quali è certamente costituito dalla scoperta che un vicepresidente della scorsa gestione, il siciliano Antonello Montante, con delega ai problemi della legalità, il cui nome era già noto alle cronache per i legami intrattenuti con un reticolo di interessi mafiosi, aveva trovato il modo di inserire dei microchips nei telefoni della sede dell’associazione.

Nessuno ha fatto mostra di stupirsene più di tanto, poiché la dimestichezza di Montante coi sistemi di hackeraggio era nota. Ma che un vicepresidente – e con quella responsabilità, poi! – si adoperasse per attivare dei veri e propri metodi di spionaggio ai danni dell’organizzazione in cui aveva un ruolo importante, dà la misura del degrado cui erano giunte le relazioni interne. Non si dimentichi, inoltre, che lo stesso Montante, al momento dell’elezione del presidente, aveva svolto compiti di raccordo non certo di second’ordine, visto che s’era impegnato per assicurare il voto di non pochi grandi elettori, tra i quali i rappresentanti delle imprese pubbliche.

Quest’episodio si inserisce in una catena di altri eventi che hanno contribuito ad accentuare l’opacità caratteristica di alcune altre operazioni confindustriali. Qui è d’obbligo tornare alla questione del giornale controllato dall’associazione, “Il Sole-24 Ore”, che sembra far da catalizzatore di tutte le anomalie diffuse nel sistema associativo. Si era già fatto un po’ di tutto per rimandare la crisi del giornale, a costo di coprire anche la trama di connivenze stabilitasi fra direzione, consiglio d’amministrazione e alcuni servizi editoriali, culminata nello stravolgimento dei dati relativi alle copie online del giornale, la cui consistenza era stata gonfiata oltre misura.

A un certo punto, di fronte ai rischi dell’esito di un’indagine giudiziaria e dei rilievi cui esponeva la società controllante del giornale davanti alla Consob, nel 2017 si era finalmente proceduto al cambio del direttore, dell’amministratore delegato e al rinnovamento di parte degli organi di governance del quotidiano e delle sue strutture societarie. Nel medesimo tempo, si era proceduto a una ricapitalizzazione indifferibile, che non solo aveva messo a dura prova le riserve finanziarie di Confindustria, ma che aveva visto il concorso delle maggiori associazioni territoriali, sollecitate dal vertice romano. Da subito, era parso che lo sforzo finanziario, pur significativo, non sarebbe bastato ad arrestare la crisi del giornale, che è altrettanto se non ancora più profonda di quella che sta logorando tutta la stampa italiana.

La situazione del “Sole” era stata quindi tamponata, ma non certo risolta, tant’è che le vendite in edicola hanno continuato a flettere, mentre si parla di una perdita di bilancio fra i 2 e i 4 milioni mensili. Nel momento di crisi più acuta, c’era stata la sostituzione di Roberto Napoletano con Guido Gentili, giornalista e commentatore di lungo corso e di provata esperienza, che ha tentato di rilanciare il giornale ripristinando i contatti con i collaboratori che erano entrati in conflitto col direttore precedente o che s’erano allontanati per l’eco negativa delle sue vicende.

Dal punto di vista amministrativo, si era sostituito l’amministratore delegato della società editoriale, operazione che non dev’essere riuscita, dal momento che anche il nuovo, Franco Moscetti, se n’è andato dopo poco più di un anno. Nel settembre 2018, toccava allo stesso Gentili cedere la posizione di direttore, con un cambio abbastanza imprevisto, a uno sperimentato professionista del giornalismo economico come Fabio Tamburini, chiamato dall’Ansa. La scelta non è parsa ben chiara nelle sue motivazioni: Tamburini, come Gentili, è un giornalista ultrasessantenne, in una fascia d’età che non sembra la più idonea per il varo di nuovi progetti editoriali. Dopo l’avvento del nuovo direttore il “Sole” si caratterizza per una linea molto più orientata alla notizia e all’informazione, anche di tipo professionale, che non al commento e all’opinione.

Così, si è fatta più sporadica la presenza in prima pagina di opinionisti, studiosi e specialisti, mentre il tono del quotidiano risulta più asettico. Qualcuno ha voluto scorgere in questo cambio anche l’intenzione di adottare un atteggiamento più neutro verso il nuovo governo formato alla fine di maggio dal Movimento 5Stelle e dalle Lega di Matteo Salvini, apertamente contrastato invece dai giornali maggiori. Abbia o no qualche fondamento l’ipotesi, non sembra che finora il nuovo orientamento del “Sole” abbia favorito una migliore considerazione da parte dell’esecutivo verso Confindustria.

Infine, un ulteriore, piccolo episodio, che conferma anch’esso lo scadimento delle relazioni interne del sistema confindustriale, può essere ravvisato nella decisione della Luiss, l’università fondata e gestita dall’associazione imprenditoriale, di affidare un consistente incarico d’insegnamento a Roberto Napoletano, il quale è stato inserito in vari corsi di laurea con un numero di ore di didattica insolito per un docente a contratto, specie quando si tratti non di uno studioso ma di un professionista. Napoletano, poi, provvedeva a indicare nei programmi dei corsi il proprio ultimo libro come testo di riferimento. La notizia del suo incarico non poteva non avere risonanza, con ironie e proteste diffuse e la conseguente richiesta di revocare la sua nomina. Il presidente Boccia dichiarava subito la sua completa estraneità alla faccenda, dicendo che erano stati gli organi della Luiss ad affidargli quell’impegno. Alla fine, comunque, il carico didattico di Napoletano veniva alleggerito, ma senza che la sua docenza fosse cancellata.

Come si è accennato prima, il denominatore comune di questi episodi, molto diversi fra di loro e assolutamente non assimilabili, sta nel fatto che sono indicatori, da un lato, di un’opacità di comportamenti che reca danno all’associazione e, dall’altro, di una trama sottostante di relazioni di interesse che collegano fra di loro soggetti e ambienti in grado di condizionare la macchina organizzativa di Confindustria. Quando si è delineata questa rete informale di rapporti, opportunità e scambi che forma una sorta di nervatura all’interno del mondo confindustriale? L’impressione è che sia stata incentivata quando l’associazione imprenditoriale ha reso più stretto il proprio legame con la politica e il governo, traendo di lì forza e legittimazione pubblica, nella convinzione che, quando già la sua coesione organizzativa tradiva sintomi di cedimento, si potesse ovviarvi rafforzando il ruolo di Confindustria nell’arena collettiva.

La svolta in questa direzione si è verificata negli anni della presidenza di Emma Marcegaglia, che non a caso, dopo il suo mandato, continuerà a essere molto influente grazie alla sua influenza nella governance del quotidiano e dell’università di Confindustria. Fu Emma Marcegaglia a instaurare un contatto stretto con Silvio Berlusconi quando era al governo, al punto da indurre quest’ultimo a proclamare che il programma degli industriali era il suo stesso programma, davanti allo sguardo benevolo della presidente, che annuiva. Poco dopo si ebbe il distacco, all’inizio aspro e lacerante, della Fiat dall’associazione, dopo che il Lingotto aveva voluto sostituire il contratto nazionale di categoria dei metalmeccanici col suo contratto aziendale. Lo strappo con Confindustria fu allora duro, tanto che Marcegaglia non esitò a deplorare apertamente la mossa di Sergio Marchionne.

Dopo l’intervallo del Governo Monti, quando il gioco tornò nelle mani dei partiti, fu ancora Marcegaglia a orientare la marcia di avvicinamento tra Confindustria e Matteo Renzi. Una convergenza che assicurò all’imprenditrice mantovana la presidenza dell’Eni, da lei impiegata anche per costituire un fronte delle imprese pubbliche a favore dell’elezione di Boccia. Senza l’appoggio di Eni, Finmeccanica, Enel, Poste e Ferrovie, Boccia non ce l’avrebbe fatta a vincere la competizione con Alberto Vacchi. Quel blocco di voti fu determinante per la composizione di una maggioranza interna. Il nuovo presidente di Confindustria fu sollecito nel dichiarare la propria lealtà a Renzi, sposandone fino in fondo la posizione al momento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Fino a quella data, le assemblee delle territoriali furono l’occasione per difendere le riforme volute dalle aziende; lo stesso Presidente del Consiglio partecipò a un buon numero di esse, mentre il Centro Studi di Confindustria avallò la tesi che una sconfitta del governo al referendum avrebbe indotto un rapido e pesante peggioramento dello scenario economico italiano.

Giuseppe Berta