S&P CI AVVISA CHE RATING E OUTLOOK ITALIANI SONO COLPA DELL’EURO

 scenarieconomici.it 27.10.18

Grazie al nostro amico Fabio Dragoni, veniamo a conoscenza che il motivo di un basso Rating e di un outlook negativo sono colpa dell’Euro:

“Il rating è condizionato dalla limitata flessibilità monetaria italiana. In detto contesto ravvisiamo una minore flessibilità fiscale rispetto a paesi più ricchi e dinamici del G7 quali Canada, Giappone, Regno Unito e U.S.”

Parole e musica di Standard and Poor’s – 26 Ottobre 2018

Cosa debbono dirci di più per convincerci dell’inganno di cui siamo caduti vittime?

Lo spread sul filo del rasoio tra mito e realtà

senzasoste.it 25.10.18

Lo spread oltre la propaganda, la retorica e la campagna elettorale permanente. “Ricordate lo spread del 2011? Bene, chi ha comprato allora, nel 2011, i Btp, alla data di oggi, tra cedole e apprezzamento ha guadagnato oltre il 50% cumulativo. Per pagare il tutto il paese non è fallito ma è stato, semplicemente, tosato. Il governo Conte sta facendo una scommessa simile, offrire un titolo appetibile senza entrare in una zona dove lo stato finisce sbancato, coltivando sostanzialmente il proprio elettorato”. “l’Italia in pratica è l’unico paese Ocse che paga rendimenti sui titoli di stato superiori all’inflazione”. “Il conto si pagherà. A spese della società italiana, ovvio, ma niente è gratis”.

Come ampiamente prevedibile la vicenda spread ha catturato l’attenzione politica. Non solo dei soggetti istituzionali ma anche di chi, da differenti posizioni, si occupa di politica. Non è la prima volta che accade, nel 2011 lo spread in poche settimane passò da quota 150 a oltre 500 causando il crollo del governo Berlusconi. E’ la prima volta che accade con un uso consolidato dei social media. Quindi con  un radicamento microfisico del tema e della criticità sociale che l’accompagna. Certo, per diversi trader, lo spread a 500 rappresenta solo lo scrollone di un albero che sta comunque in piedi ma, dal punto di vista politico e sociale, è un grosso elemento di fibrillazione.

Nei mesi scorsi, a livello di mainstream, erano circolate due tesi differenti. La prima è che lo spread non era così importante per valutare le finanze di un paese. La seconda, di tipo opposto, è che si stava preparando il grande complotto contro l’Italia. Dietro queste convinzioni se ne annidavano altre. Del tipo “l’Italia ha abbastanza ricchezza per cavarsela in qualsiasi tempesta” o “se cade l’Italia cade l’Europa” e simili. Ora, si tratta di uscire dai luoghi comuni per entrare nella realtà. Cosa abbastanza difficile per un paese che, quando pensa in termini politici, ragiona con mentalità da cortile oppure ricava categorie, e suggestioni, da scenari esteri di riferimento inapplicabili su quanto sta accadendo qui e da noi.

Facciamo quindi opera di citazione e ricordiamo un articolo di Senza Soste del 26 marzo, ben prima della firma del “contratto di governo” dove avvertivamo dello scenario che rischiava di formarsi. Il titolo era piuttosto esplicito “l’alleanza M5S-Lega potrebbe portare alla guerra finanziaria” e l’articolo lo potete trovare qui (http://www.senzasoste.it/scenari-lalleanza-m5s-lega-portare-alla-guerra-finanziaria/ ).

Basterebbe dire che, da allora, lo spread è almeno raddoppiato, che il disinvestimento dall’Italia ha toccato dai 15 ai 20 miliardi di euro secondo le stime, che agenzie di rating e commissione europea hanno attaccato il debito italiano, per constatare che il problema c’è. Nell’articolo citato troverete la previsione dell’attacco concentrico ai titoli italiani, oltre ai bondi bancari che sono andati in sofferenza nelle scorse settimane, e anche un nome BlackRock, importante mastermind dei titoli pubblici italiani, il cui CEO ha incontrato Conte a New York per valutare se continuare a investire in Italia o meno. Concludevamo così: “Rischiamo di trovarci quindi tra Scilla e Cariddi: tra un’Europa che preme per le consuete austerità e rigore, temperate da qualche misura-immagine, e un possibile governo [gialloverde ndr] le cui misure, e la cui forza, sono tutte da valutare. E sarebbe una situazione nella quale le consuete retoriche delle sinistre, le quali hanno in mano un po’ di account su Facebook e poco più, servirebbero ancor meno che nel passato”.

Sette mesi dopo circa, cominciamo da queste ultime. Le retoriche, perché si tratta di queste vista l’estrema debolezza di tutte le sinistre, si sono indirizzate su tre filoni.

Il primo, con differenti giudizi sul governo gialloverde, semplicemente sostiene l’importanza di fare più deficit rispetto a quello previsto dal governo Conte. Così ragionando se si vuol far crescere lo spread a 800 in poco tempo, far banchettare qualche fondo che gestisce pensioni sulle ricchezze pubbliche del nostro paese, la strada è quella giusta. Questo per dire cosa: il maggior deficit, nel mondo reale, attira le tattiche predatorie della finanza globale che si nutre di volatilità dei bond. Siccome, come per il governo Monti, poi si paga noi è meglio aver chiaro ciò che si dice. Per fare deficit si tratta di aver ben chiare, e praticabili, quelle misure di innovazione economica, tecnologica, finanziaria quella visione di economia che cambia, quell’idea di società subito praticabile, in grado di resistere a questo genere, violento, di urti causati dalla guerra finanziaria. Questo genere di visione politica praticabile oggi non c’è, al suo posto c’è solo una maionese impazzita di opinioni, infatti si sentono solo retoriche. Il deficit non è, oggi, sono una misura economica. Per cui è importante, magari, osare piuttosto che essere moderati. E’ una misura che attira attacco finanziario, almeno al nostro paese, per cui non basta invocarlo, bisogna saper reggere l’urto.

Il secondo riguarda l’affermazione “l’Italia ha sufficiente risparmio nazionale per pagarsi il debito”. Senza entrare nel dettaglio della composizione italiana del debito, ricordando che basta la creazione di qualche future, ben fatto, sui bond italiani per massacrare dall’estero debito e risparmio italiano, forse non ci si capisce su una cosa. La strategia della Bce di finanziamento delle banche negli scorsi anni, avvallata con qualche fibrillazione da Francia e Germania, aveva uno scopo ben preciso: nazionalizzare il debito. E per quanto ci riguarda con una sfumatura non indifferente: in caso di crisi del debito, come nel 2011-12, l’Italia sarebbe magari esplosa con minore contagio rispetto ai paesi vicini. Che questa strategia, in un modo o in un altro, sembra pagare lo si vede da qualche dettaglio trascurato dai nostri strateghi, in questo caso anche di sinistra, del “scoppia l’Italia scoppiano tutti”. Guardate gli spread dei famosi Piigs. Quelli dell’Italia, negli scorsi mesi, sono cresciuti visibilmente di più degli altri (es. confronto con Portogallo e Irlanda, Spagna..). Anzi, il nostro si è avvicinato ai livelli greci. Segno che il focolaio di contagio è stato, per adesso, isolato. Rischiamo di farci esplodere da soli.Lo sappiano certi strateghi.

Terzo filone di retoriche di sinistra, un sempreverde quando appare la crisi, è quello del recupero dell’evasione fiscale. A parte, se si legge in controluce il rapporto di Moody’s, il rischio oggi è che il recupero di evasione finisca direttamente a pagare gli interessi della finanza globale, la questione è un’altra. Il grande tesoro dell’evasione recuperata, che da sola sanerebbe la nazione, è un mito da film sui pirati.La commissione sull’evasione fiscale, con la presidenza di un ex presidente Istat, pochi anni fa ha rilevato come l’evasione, rispetto al debito pubblico, sia meno del 6%Un po’ poco quando aumentano gli spread, sul debito pubblico, per salvare il paese. Specie se, come fanno alcuni esperti in materia fiscale, di questo 6% se ne stima recuperabile il 2. Tenendo conto che i grandi capitali sono fuggiti all’estero da un pezzo, che l’evasione legale –ponendo sedi di aziende in altri paesi Ue- ha forti dimensioni cosa resterebbe da colpire?Entro questo 2%  l’evasione di necessità di sicuro. Davvero poco per risollevare le sorti del paese. Certo, c’è il problema della ricchezza che è da tempo fuggita dall’Italia, quello del fatto che le banche, in forte crisi sistemica, non servono affatto l’interesse pubblico. Ma non è con le frasi miracolo sull’evasione che si risolve tutto questo.

La realtà è questa: c’è rimasta giusto qualche sinistra sovranista a immaginare qualche decreto alla Putin che, in materia di evasione come di fisco ed economia, mette tutto a posto. L’alta complessità, sociale e tecnologica raggiunta dall’economia, anche in un paese dove il capitalismo in molte zone è arretrato come il nostro, dovrebbe mettere in guardia da fare affermazioni avventate. A proposito, vista l’alta complessità della materia giuridica anche in materia fiscale, auguri a chi pensa di risolvere questi problemi con un tratto di penna. Per come è strutturata la società oggi non si sa nemmeno se, per certe politiche, funzionerebbero i carri armati. Il potere, quello legato al denaro, sembra avere raggiunto una dimensione legale-tecnologica quasi inafferrabile.

Visto che da oltre trent’anni le sinistre altro non sono che modi diversi di reclamare diritti inesigibili nel capitalismo contemporaneo deve essere chiara una cosa: senza una praticabile idea, innovativa, di economia, niente è possibile. Se non soluzioni, solo retoriche, di breve respiro.

Siccome chi scrive è di sinistra, e intende restarlo, non resta che aggiungere questo: basta cazzate. Le sinistre non studiano, non leggono la realtà, non innovano il loro modo di far politica, si riproducono allontanandosi dal mondo. Finchè sarà così non cambierà nulla. Certo, ci sono soggetti di sinistra che vogliono somigliare a quei soggetti che, secondo una idea delle società contemporanee piuttosto scheletrica, gli sottraggono “il popolo”. In una cosa gli stanno somigliando: in quella di elaborare slogan semplici che si vogliono in grado di risolvere problemi complessi, destinati a sbattere la faccia in quel muro incomprensibile che si chiama realtà. In questo senso le destre populiste paiono imbattibili: un’area, stando ai sondaggi, di consenso gialloverde del 60% contro un 6, mettendo dentro di tutto, delle nanosinistre. Anche qui, auguri.

E ora torniamo al mondo vero. Alla scommessa sul filo del rasoio del governo Conte. E su quel filo di quel rasoio ci siamo noi, s’intende. Di cosa stiamo parlando?

Ma della scommessa sulla tenuta del governo, dei conti pubblici, e in ultima istanza della società. Ricordate lo spread del 2011? Bene, chi ha comprato allora, nel 2011, i Btp, alla data di oggi, tra cedole e apprezzamento ha guadagnato oltre il 50% cumulativo. Per pagare il tutto il paese non è fallito ma è stato, semplicemente, tosato. Il governo Conte sta facendo una scommessa simile, offrire un titolo appetibile senza entrare in una zona dove lo stato finisce sbancato, coltivando sostanzialmente il proprio elettorato. Mandandogli messaggi, in parte col marketing e in parte materiali (costo qualche miliardo di deficit in piu’), in materia di pensionamento e sostegno al reddito. Ma anche i gialloverdi appaiono privi di una visione nuova di società, e di una innovativa dell’economia. Lo si capisce non solo dalla esiguità degli investimenti ma anche dall’assenza di un profilo di politiche economiche. Il sovranismo, l’invocazione di un potere che non è come si immagina o come si propaganda, come sostituto della visione di società, insomma. Ma oggi, ed è quello, altro che sparate sui social, che la finanza vuol sapere, con la crescita dello spread l’Italia in pratica è l’unico paese Ocse che paga rendimenti sui titoli di stato superiori all’inflazione. Per cui se ci sono capitali che fuggono per via dello spread, arrivano altri che, da questa situazione, ne sono attirati.

Vogliamo dircela la verità? Se lo spread è un terreno di guerra finanziaria, dove i bond vengono attaccati per essere ricomprati al ribasso, il governo Conte ha tutta l’aria di voler stare nel dividendo di questa guerra. In questo modo: le strategie di ribasso della finanza globale buttano giù i bond italiani, il governo fa deficit “per la ripresa”, i soggetti finanziari possono comprare nuovi titoli a rendimenti maggiori o vecchi titoli a prezzo di saldo. Un sillogismo degno, e più redditizio, di quelli di Arisostele. Qualcosa, come notiamo, già avvenuto nel 2011. E così il governo si finanzia a nuovi livelli. E a spese nostre ci mancherebbe. La differenza, rispetto a allora, la fa il tentativo di redistribuzione tra pensioni e Rdc, a macchia di leopardo nella società italiana, della “manovra del popolo”. Il gioco è ovviamente sul filo del rasoio perchè in caso di precipitazione degli spread tutto potrebbe diventare insostenibile.

Ci sono analisti e trader che valutano che l’aumento di 8 miliardi di deficit nella finanziaria 2019, come ampiamente sopportabile. Alcuni fanno questro ragionamento: se l’Italia che ha un surplus commercio estero del 2,5% del PIL, uno storico avanzo primario di bilancio (leggi meno servizi per noi) e un forte risparmio privato, oggi certificato da Moody’s, offrisse rendimenti del 4% o 5% (leggi spread più alto) arriverebbero fondi da tutto il mondo per comprare BTP. Assieme, piano piano, anche ai risparmiatori italiani che stanno ora soffrendo perdite su tutti i loro fondi, gestioni e polizze che le banche hanno loro rifilato che, magari, potranno rendendosi conto che i titoli di stato non fanno perdere quanto la cosiddetta”‘industria del risparmio gestito”. E comunque 8 miliardi, maggior deficit della manovra 2019, potrebbero essere presi dalla società italiana che, non a caso, è stata dichiarata solvibile dall’ultimo rating di Moody’s, per finanziare questi soggetti.

Più che una manovra del popolo pare quindi la manovra di un compromesso, tra sovranismo gialloverde e finanza globale, destinato a durare fino a quando gli spread non sono insostenibili. Da menzionare, in materia, lo stesso Salvini che, in diretta a Radio 102.5, ha testualmente detto: “Se gli speculatori (letterale) aiutano a far crescere l’Italia invece di danneggiare i nostri titoli sono benvenuti”. Sono le frasi, dette dal campione del controllo delle terre d’Italia, che chi investe dall’estero, dal cielo della finanza globale, vuol sentire. Il resto, il popolo tosato dagli interessi da pagare provocati proprio da Salvini, può benissimo continuare a farsi i selfie con questo personaggio.

Controindicazioni? I rischi per il sistema bancario di questo gioco, scaricabili sulla società con maggiori costi dei servizi, l’insufficienza sistemica della bassa crescita dovuta alla manovra del popolo, il fatto che l’Europa comunque ci sta isolando, in caso di crisi, per farci esplodere da soli. Messa in termini di calcolo con uno spread tra i 350 e i 550, secondo alcune stime, questo compromesso tra sovranismo e finanza globale può resistere. E, secondo diversi analisti, non si dovrebbe sforare, comunque vada, questa quota. Certo, il conto si pagherà. A spese, in senso letterale, della società italiana, ovvio, ma niente è gratis. Poi ci sono gli scogli successivi, la crisi dell’eurozona, che regisce contro l’Italia per evitare l’implosione, la portata della Brexit,  le mutazioni del sistema bancario, la fine del Quantitative Easing europeo, il rialzo dei tassi di interesse Usa, la data della fine del ciclo espansivo americano, l’entità delle correzioni di Wall Street, insomma gli scogli dell’immediato domani. Sempre se, tra i comportamenti della commessione Ue, il rating negativo delle agenzie, e le mosse di qualche fondo, questa impalcatura tiene.

Oggi però, altro che luoghi comuni sul “paese ricco” e sul “complotto”: il governo gialloverde sembra aver trovato, o cercare attivamente, il proprio equilibrio, il proprio dividendo, nella guerra finanziaria. Quella che si svolge anche contro se stesso (oltre che Turchia, Argentina, paesi emergenti etc.). Un equilibrio difficile come in ogni tregua di guerra. Incerto, anche nella durata. Perchè la guerra finanziaria, come quella sul campo, vive dell’incertezza del giorno dopo giorno. Ma la politica, che con la guerra ha una certa parentela, vive di queste cose. E magari anche di altre. Visto che le dichiarazioni di qualche esponente della Lega, che ha causato vere fratture in borsa, magari andrebbero lette anche loro come quell’operazione di spin delle notizie che genera dei, cospicui, dividendi anche per chi rilascia queste dichiarazioni al microfono. Plausibile specie se, magari, questo spin doctor improvvisato al microfono, oltre ad essere da padano nelle istituzioni italiane, ha lavorato a Deutsche Bank. Anche qui, se a sinistra si sapesse lavorare, ci sarebbe materia per un serio scontro politico. Ma Lazzaro, a livello nazionale, non è destinato a resuscitare tanto facilmente.

ENI / UTILI ALLE STELLE. MA LE INCHIESTE PER CORRUZIONE?

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

In vista delle sempre attese nomine nei grandi enti pubblici, Eni fa bella mostra della gioielleria di casa. Ossia gli ultimi dati di bilancio, enfatizzati in coro dalla grande stampa, Corriere della Sera Repubblica in testa, accucciolate ai piedi del cane a sei zampe.

Eni nel terzo trimestre del 2018 ha ottenuto 1,388 miliardi di profitti, contro i 1.229 miliardi di un anno fa. Un risultato superiore alle attese degli analisti – suona la tromba del quotidiano diretto da Mario Calabresi – che puntavano su un profitto di poco superiore al miliardo”. E commenta: “In realtà, i risultati migliori arrivano dalle società che per tempo hanno utilizzato i tre anni di ‘crisi’ per migliorare l’efficienza degli impianti. E’ il caso di Eni, i cui interventi hanno permesso di sostenere una copertura degli investimenti”.

Un vero inno quello intonato dal Corsera, secondo cui tutti i parametri sono di segno positivo. E ci sono ottime prospettive sul fronte degli investimenti, soprattutto esteri. Come nel caso della Libia dove – sottolinea l’amministratore Claudio Descalzi – “la situazione prospettica è positiva: dopo la guerra siamo l’unica società rimasta stabilmente in una situazione produttiva. Ora abbiamo stretto una joint venture con Bp. Questo ci ha permesso di acquisire nuove aree con una prospettiva positiva di crescita”.

Melodie e sonate forse per coprire i rumori destati dalle tante inchieste “per corruzione internazionale” – non il furto in un supermercato – che coinvolgono Eni in Africa e Brasile?

Nigeria e Algeria i fronti caldi, sui quali sono in corso di svolgimento o in fase di avvio i processi al tribunale di Milano, dopo anni di indagini da parte della procura.

Ma la vera patata bollente è l’inchiesta “Lava Jato” dei magistrati brasiliani (ma e al lavoro anche la procura di Milano) che ha portato all’impeachment dell’ex presidente carioca Dilma Roussef. Oltre ad Eni, sono coinvolte la consorella Saipem e la Techint che fa capo al gruppo di Gianfelice Rocca. Il monte-tangenti accertato è da 5 miliardi di dollari (la tangente del secolo) ma si potrebbe arrivare fino a quota 20 miliardi.

Forse è meglio tuffarsi negli utili d’inizio 2018 e… scordammoce ‘o passato.

BANCHE IN FIBRILLAZIONE / ECCO GLI ULTIMI MOVIMENTI E LE AGGREGAZIONI POSSIBILI

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Mondo bancario in fibrillazione sul fronte delle fusioni e delle aggregazioni.

Ma le opinioni tra gli addetti ai lavori sono diverse. Secondo alcuni il risiko bancario e le grandi manovre avverranno solo tra fine 2019 e inizio 2020, perchè molti istituti devono ancora risolvere problemi interni prima di presentarsi sul mercato in modo ‘decente’: in primo luogo la vendita della “spazzatura”, ossia dei cosiddetti Npl, i “non performing loan” di cui sono zavorrati ancora tanti istituti di credito. Secondo altri, invece, alcune operazioni andranno in porto in tempi anche brevi, vuoi per forza di cose, vuoi perchè si tratta di manovre già avviate da tempo e quindi ormai “mature”.

Procediamo con ordine e partiamo dall’Italia. Dove il tassello bollente è rappresentato dal Monte dei Paschi di Siena. Dopo gli anni delle vacche grasse e poi la crisi galoppante che ha portato a sfiorare il crac, non sono bastate le iniezioni da miliardi di euro da parte dello Stato per recuperare una  buona salute. Per cui adesso le strade sono solo due: un definitivo massiccio intervento dello Stato per una vera e propria nazionalizzazione della banca (attraverso la Cassa Depositi e Prestiti), oppure la fusione con un altro istituto di credito di grosso livello, italiano o straniero.

La prima ipotesi – anche dopo le ultime dichiarazioni politiche – pare definitivamente sfumata. Troppo massiccio sarebbe il peso che lo Stato dovrebbe affrontare, in una situazione dove il nostro bilancio è passato ogni giorno ai raggi x dalla Ue. Resta una fusione: probabile che il governo caldeggi quella con un grosso istituto di casa nostra, per dar vita a un forte gruppo, in grado di competere sul mercato.

Da non escludere, però, un intervento dall’estero, ad esempio una banca che goda di ottima salute e caso mai con Mps pensi anche di poter fare un buon affare, ossia di acquistarla a prezzi di “saldo”: potrebbe trattarsi di Jp Morgan, la banca Usa dalla liquidità stratosferica (ha un capitalizzazione da 380 miliardi di dollari), che si è già occupata del “caso Mps” ai tempi del governo Renzi, ma non se ne fece niente. E’ arrivata l’ora? Sul fronte europeo, ci potrebbe essere l’opzione Santander, che è in ottima salute (70 miliardi di euro di capitalizzazione), ha voglia di comprare e allargarsi ed è amministrata da un italiano, Andrea Orcel, di freschissima nomina.

Passiamo al gruppo Unipol, che ha già in mano il 19 per cento di BPER (la Banca emiliano romagnola) e non vede l’ora di poterne fare un sol boccone. Questo permetterebbe al colosso assicurativo di rientrare a pieno titolo nel mondo bancario, dopo il mezzo fallimento di Unipol Banca, affogata sotto una montagna di “sofferenze” che però Unipol ha provveduto a smaltire ormai quasi per intero. A quel punto, Unipol può puntare ancora più in alto, cioè ad una fusione con un istituto di pari peso per dar vita ad una realtà competitiva sul mercato. Su tutto, però, pesa l’incognita sul rinvio a giudizio del numero uno, Carlo Cimbri, per l’acquisto del gruppo SAI dalla famiglia Ligresti.

Per ora alla finestra Unicredit, che però sta lavorando sotto traccia per un’acquisizione importante: un po’ come nel mercato del calcio, a volte si aspetta fino all’ultimo momento per mettere a segno il colpaccio.

Passiamo all’estero. In Germania dovrebbe essere giunta in dirittura d’arrivo la fusione tra Deutsche Bank, l’istituto storico che però non naviga in ottime acque, e Commerzbank, per dar vita ad un mega polo del credito capace di fare la voce forte in Europa. Nei mesi scorsi si era ipotizzata una fusione di Commerbank proprio con Unicredit, ma l’operazione non è andata in porto.

Francesi per ora fermi. Guardano con interesse al mercato italiano (ricordiamo l’operazione BNL-Paribas). Tra i più attivi nella caccia a nuovi partner, comunque, si segnala il dinamico Credit Agricole.

Sul fronte Usa, come detto, gli istituti di credito scoppiano di salute, con degli indici di produttività mai raggiunti. E ben superiori al 10 per cento massimo dei nostri. Quindi uno shopping non sarebbe difficile, vista la potenza di fuoco che le banche a stelle e strisce possono mettere in campo. Potrebbe essere un modo, per Donald Trump, di “aiutare” l’Italia e caso mai sottrarla al corteggiamento di Vladimir Putin, che si è detto disposto – ad esempio – a comprare i nostri titoli di Stato.

Osserva un analista finanziario. “Dobbiamo evitare nel modo più assoluto una campagna di colonizzazione nel nostro Paese. Bussano gli americani e ci comprano una banca, bussano i tedeschi e ce ne comprano un’altra. Non è un discorso nazionalistico, ma dobbiamo saper tutelare la nostra autonomia, come nazione che ha una sua struttura economica ancora forte. Quindi, è auspicabile che in tempi medio-brevi si creino due o tre aggregazioni significative da noi. Il primo problema da risolvere, evidentemente, è quello del Monte dei Paschi, che si trascina da troppi anni e ha inghiottito un mare di risorse: ci vuole un’aggregazione forte dentro il nostro sistema bancario. Poi, molte piccole banche devono riunirsi, altrimenti spariranno: si possono creare due o tre poli al massimo, caso mai uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud. L’unione, in questo caso, deve fare la nostra forza contrattuale, per rispondere con voce alta all’Europa”.

 

LA UE NON HA VINTO, HA STRAVINTO. LEGGETE GRILLO

comedonchisciotte.org 27.10.18

David Folkerts-Landau

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Il buon Beppe, eh?

Sono oltre 25 anni che cerco di insegnare come vince il Vero Potere, e infatti eccolo di nuovo trionfante su questo governo di falsari e buffoni e sulle Curva Ultras dei tristi acritici che li hanno votati e che oggi li adorano.

Non sto a riscrivere la piena spiegazione del concetto, e giuro che non vi ammorberò coi “financo” o coi “come disse lo Hegel” di Fusaro, quindi eccolo riassunto in due parole:

Il Vero Potere lavora con un banale mezzo di manipolazione psicologica conosciuto nei rapporti interni di Think Tanks e Ministeri come psyops. Esso è centrato su un preciso rapporto punizione-premio, carnefice-vittima. Ve lo descrivo con una metafora per accorciare ed essere chiaro: coi suoi usuali immensi mezzi, il Vero Potere lega la vittima a un muro, in fondo a un pozzo, con 1 metro di catena al collo. Quando essa inizia a gemere, la pesta a bastonate e la minaccia. Questo va avanti per molto tempo, poi un giorno il Vero Potere recita la farsa di cedere, mette in scena una sconfitta fittizia contro la vittima. Le concede cioè 1 metro di catena in più, con uno spiraglio di luce e pane e acqua. La reazione della vittima ormai spezzata psicologicamente, che ormai ha perduto ogni senso della realtà e delle proporzioni dell’esistenza, è di tripudio:

Ho vinto! Libertà! Festeggiamo!

Questo, e precisamente questo, sta accadendo con il governo giallo-verde, che proclama trionfi e nuove libertà per gli italiani perché gli è stato concesso un metro di catena in più al collo chiamato deficit di bilancio al 2,4%, sempre nel contesto di nessuna speranza di uscire dall’euro (il pozzo della metafora), che anzi, viene confermato da Conte come il futuro immutabile dell’Italia. La psyop di Bruxelles ha funzionato come un computer.

Ma non esiste luogo dove quest’orripilante farsa – che prende appunto il nome di stravittoria della UE e patetico vagheggiamento della vittima (l’Italia giallo-verde*) – è più splendidamente in vista del blog di Beppe Grillo. Ha pubblicato uno spezzone d’intervista di un scherano della Deutsche Bank che, ascoltatelo bene, riafferma pienamente le virtù del Pareggio di Bilancio italiano nascosto nell’avanzo primario che da anni stiamo facendo, che altro non è se non il micidiale rigore dei conti di Mario Monti, di Padoan e di Cottarelli, ovvero il cianuro dell’Economicidio dell’Italia da 15 anni. Ma…

… ma siccome il veterano sicario tedesco trova il modo, nel mezzo di quello schifo, di lodare l’Italia e di fingere un rimproverino alla UE, allora Grillo scrive che il banchiere ha pronunciato parole in sostegno all’Italia, e gli dà l’enorme visibilità del suo spazio web. In sostegno????? Lodarci perché ci siamo fatti picchiare a sangue con sale sparso sulle ferite per 15 anni, e aggiungere che il torturatore adesso dovrebbe dismettere la frusta e usare solo le mani per picchiarci, è sostegno a famiglie e aziende italiane? Questo è esattamente il succo delle sue parole, che il genovese trova edificanti per noi.

Ecco come ci hanno ridotti, ecco il livello di assenza cerebrale di tutti quelli che oggi sbraitano il Cambiamento e la vittoria di Lega e 5S. Ed ecco come vince, e stravince, il Vero Potere. Buona visione:

http://www.beppegrillo.it/folkerts-landau-capo-economista-di-deutsche-bank-sto-con-litalia/

* Salvo che, per essere precisi, va detto che un blocco in sto governo osceno è ben contento del carnefice-UE per interessi che ho già spiegato, leggasi Salvini.

 

Paolo Barnrad

Fonte: http://www.paolobarnard.info

Link: https://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2113

27.10.2018

Banche, gli aumenti dietro l’angolo: 35 miliardi di euro e poi scattano

Buddy Fox affariitaliani.it 26.10.18

Lo spettro delle ricapitalizzazioni per gli istituti di credito italiani. Il pressing dello spread e degli Npl

Banche, gli aumenti dietro l'angolo: 35 miliardi di euro e poi scattano

“Per rompere le regole e riscriverle, bisogna prima conoscerle attentamente“, dicevaPablo Picasso di cui ieri ricorreva l’anniversario della nascita. Forse è stato lo stesso Picasso più di Grillo e l’avversione verso una certa élite europea a ispirare e dare coraggio al governo di Salvini e Di Maio, però mi chiedo se oltre alla volontà ci sia altro, se oltre alla spinta rivoluzionaria nel voler rompere vecchi schemi, burocrazia, regole e privilegi, ci siano anche il sapere e la conoscenza di queste regole, e delle conseguenze che avremo dopo aver demolito tutto prima di ricostruire.

Marco Morelli 17
 

Mi chiedo se il governo giallo verde sia a conoscenza del sistema economico vigente in Italia, un sistema di mercato particolarmente delicato che ha come unico centro vitale e di rifornimento nelle banche. Si chiama sistema “bancocentrico”, la sua messa in crisi l’abbiamo già sperimentata nel 2011, quando un riverbero di crisi finanziaria, allora concentrata tutta sulla sponda europea del Mediterraneo (ricordate i PIGS?) attraverso la caduta dei valori dei titoli di Stato mandò gambe all’aria tutti i nostri istituti finanziari, dalle banche nazionali alle più piccole casse di risparmio, una crisi che come un domino si trasmise alle imprese che come un circolo vizioso portò il Paese in una lunga, debole, ma stritolante recessione. Le banche devono essere tutelate e non penalizzate, almeno finché vigerà questo sistema economico.

banca carige crolla
 

Lo sa il governo? Dagli avvenimenti finanziari, sembra proprio di no, anche se ultimamente le menti più illuminate come Giorgetti e Tria, sembrano averlo capito. Basta un numero per comprendere la portata del rischio. Le banche italiane, già gravate dagli ancora penalizzanti Npl e dal fardello dei titoli di stato italiani in caduta, si trovano ancora con una minima riserva di ossigeno che rischia di esaurirsi nel caso lo spread facesse un’ulteriore, velenosa impennata.

Questo cuscinetto (o se volete tesoretto) è quantificabile in circa 35 miliardi di liquidità. Oggi gli Npl vengono valutati in media ancora il 25% del valore facciale, ma nel caso di una ripetizione del 2011, è ipotizzabile che il valore crolli verso lo zero. Questo caso estremo, unito ad uno spread a 400, cifra più volte paventata, secondo alcune proiezioni porterebbe all’immediato incenerimento della liquidità in cassaforte. L’obbligo successivo per le banche italiane sarebbe quello di una nuova, l’ennesima, immediata ricapitalizzazioni totale.

Giuseppe Castagna
 

In pratica, un dissanguamento per azionisti, risparmiatori e investitori. Sono convinto che il governo, attraverso i propri tecnici e uffici studi, sia al corrente di queste simulazioni. Come sono sicuro che conoscano bene l’importanza e la delicatezza dei giudizi delle agenzie di rating. Sono consapevole che non sia piacevole farsi giudicare da chi ha dei conosciuti “conflitti d’interesse” e da chi in passato ha più volte dimostrato di cadere in errori madornali, ma come nel caso del “bancocentrismo” questo è il sistema in cui ci troviamo a combattere e se vogliamo chiudere con il passato, dobbiamo essere pienamente consapevoli di regole e conseguenze prima di agire.

A proposito di agenzie di rating e di combattimento, oggi siamo giunti all’importante test con voto, outlook e commento di Standard & Poor’s, una delle più autorevoli, che certamente avrà la capacità di spostare il mercato. Sembra di vivere la vigilia del Giudizio Universale, o più terra terra, un caso più recente, la vigilia di quello che fu definito come il “Millennium Bug”, tra il 1999 e 2000 e che alla fine si rivelò un semplice capodanno, un passaggio di testimone come tanti altri. Grazie agli ultimi indizi e a tutti gli indicatori che ho osservato e provato a digerire alla due giorni di Piazza Affari, sono arrivato a una conclusione definitiva su Milano. 

Oggi, in rispetto dell’attesa per il rating ed i relativi giudizi, come tradizione di ogni vigilia, il Mib si è posizionato in negativo pronto a prendere una nuova direzione o accentuare quella già in corso. In verità, grazie agli ottimi dati sul Pil USA, al recupero dello spread e alla riduzione del calo a Wall Street, Milano è riuscita in uno strappo finale che l’ha portata in pochi minuti a passare da un -2% a un -0,70% finale. Buon segno? Secondo le mie previsioni, con un mercato che è riuscito a chiudere sopra l’importante supporto di 18.500/18.300, se lunedì rimbalzerà già in apertura, potremo tirare un sospiro di sollievo, si salirà fino a fine anno, poi a inizio 2019 faremo il minimo a 18.000 e si ripartirà seriamente.

Se invece lunedì si deciderà di sbracare e fare il dritto a 18.000, sarà la campana a morto. Attenzione, ci sarà comunque un’immediata reazione con un rimbalzone lungo, ma il 2019 si trasformerà come l’anno del Big Short. Un ultimo particolare, o meglio un indizio (o se volete un appiglio) oggi o nel caso peggiore lunedì, Wall Street dovrebbe toccare il minimo di periodo, questa volta la stagionalità di Ottobre, mese terribile, ma di occasioni ed acquisti, è stata rispettata.

Nel caso la situazione dovesse volgere al peggio, non sarà più sufficiente conoscere attentamente le regole, perché se vuoi rompere tu devi conoscere, ma se sarà qualcun’altro a rompere a suo modo, sarà lui stesso e non tu a volerle riscrivere. Draghi è già pronto.

I MOSTRI DEL RATING / DENTRO MOODY’S, CON UN SOROS NEL MOTORE

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

La diversità come valore: Fare Scuola, a Milano il progetto per il dialogo e l’integrazione

primaonline.tv 26.10.18

È un modello basato sull’inclusione e sul dialogo quello che risponde a domande tanto semplici quanto complesse nelle loro implicazioni. Ovvero: “Quanto lo spazio può influenzare i processi di apprendimento?” E ancora: “Quanto la bellezza può favorire il piacere di fare scuola, per insegnanti, ragazzi, genitori e comunità?” Il progetto Fare Scuola si basa anche su questo e ha portato ora all’inaugurazione di nuovi spazi nell’Istituto Comprensivo Fabio Filzi, in via Ravenna, a Milano, quartiere Corvetto.

Un territorio complesso per il tessuto economico e sociale in cui è inserito: il progetto Fare Scuola – promosso nel 2015 da Fondazione Reggio Children e Enel Cuore Onlus, in collaborazione con Fondazione Cariplo – ha coinvolto la scuola in un percorso di rinnovamento di due spazi: l’atrio e un’aula ripensata come atelier, prima utilizzati, rispettivamente, come spazio di passaggio e come aula tradizionale.
Il progetto interessa 75 scuole d’infanzia e primarie nell’arco di 4 anni in tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di migliorare la qualità degli ambienti scolastici “intesi come contesti d’apprendimento e luoghi di relazione”.
Riguardo alla scuola Filzi, la progettazione architettonica è stata affidata allo Studio Labics di Roma e rielabora il tema della diversità come valore e della multiculturalità della scuola. L’installazione realizzata nell’atrio propone, infatti, una rappresentazione della diversità attraverso l’uso del colore e parole che possono esse usate per esprimere i valori e i principi identitari della scuola e della sua comunità: una struttura formata da otto portali luminosi uguali costituiti da neon led che cambiano colore e corredati da parole – come “Rispetto”, “Ironia”, “Sorrisi” – individuate attraverso il lavoro collettivo all’iterno della scuola.

L’atelier invece si propone come “laboratorio del cambiamento”, un ambiente adatto a molteplici attività, il “fulcro del lavoro pedagogico e della sfida che abbiamo accettato”, dice Isabella Lovino del Provveditorato agli studi di Milano. “Vedere oggi attenzione verso scuole di questa dimensione è per noi stimolante e fondamentale, ambienti di apprendimento che contengono un’apprenditività innata”.
“Bisogna tornare a investire sui bambini e sui giovani”, dice Patrizia Grieco, presidente di Enel e di Enel Cuore. “E non sono parole vuote, queste. Bisogna cominciare a farlo dalle scuole per l’infanzia, perché lì inizia tutto. Questo è un progetto molto ampio, noi da qualche anno collaboriamo con Fondazione Reggio Children, abbiamo realizzato interventi in 75 scuole italiane, toccando 10.300 bambini a oggi. Questo progetto riguarda Milano e una scuola che ha grandi problemi di integrazione e inclusione. Ci pareva giusto intervenire e mi sembra sia stato fatto un buon lavoro. Enel Cuore partecipa a queste iniziative soprattutto sostenendole dal punto di vista economico e credo che in 15 anni di attività abbiamo speso una sessantina di milioni in questo Paese”.

“Fare Scuola è un percorso di particolare rilievo per la Fondazione perché progetto di ricerca che la scuola deve aver presente”, aggiunge Carla Rinaldi, presidente di Fondazione Reggio Children. “Il rapporto è dialogo tra architettura e pedagogia, un dialogo vitale, linguaggio profondo che incide sul nostro essere scuola in maniera silenziosa. La scuola ha il dovere di essere un luogo bello, di creare bellezza delle relazioni, della fatica e della gioia. Ecco perché fare scuola è un gesto faticoso del quotidiano ma che ci sfida sempre, giorno per giorno, così come si costruiscono i diritti, la speranza e il possibile: si può cambiare”.

Insomma, il progetto Fare Scuola vuole dare nuova vita agli ambienti scolastici in istituti che, nella maggior parte dei casi, si trovano in zone di periferia, mettendo le scuole in prima linea per affrontare i grandi temi del disagio sociale. A guidare i progettisti è stata l’idea di ripensare la scuola come uno spazio dove l’apprendimento può avere luogo con nuove modalità di insegnamento e di formazione. In base alle varie esigenze individuate insieme agli istituti coinvolti nel progetto, sono stati ammodernati i laboratori didattici e riorganizzati i cortili; in alcuni casi sono stati creati giardini d’inverno e gli spazi d’ingresso delle scuole sono stati trasformati in piazze, concepite come punti di incontro per bambini, genitori e docenti.
“È inaccettabile che a Milano ci siano 20mila bambini che vivono la povertà, e che a livello nazionale siano un milione 200mila”, dice Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo. “Sono molto contento che questa amministrazione comunale abbia fatto delle periferie una priorità. Bisogna avere le stesse opportunità, e le scuole di periferia le stesse condizioni delle scuole del centro: ecco perché siamo all’interno di questo progetto. L’atrio di questa scuola, con le parole scelte dai ragazzi, con i suoi colori, mi ha impressionato. Oggi cosa stiamo insegnando? Da qui dobbiamo costruire una nuova stagione di convivenza e tolleranza. Integriamo i giovani e integreremo il Paese”.

Fondazione Cariplo, il bilancio di Guzzetti. L’avvocato oggi a Como: “Rimango allibito di fronte alle opere incompiute”

espansione.it 26.10.18

“Rimango allibito di fronte a opere pubbliche incompiute. Almeno completiamo quelle che abbiamo in corso”. Lo ha dichiarato in merito alle grandi opere del territorio lariano Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo, oggi all’inaugurazione del progetto “La scuola oltre la classe” al Centro di formazione professionale di via Bellinzona. Un’occasione per tracciare un bilancio del suo mandato in vista del cambio al vertice della fondazione previsto per il prossimo aprile.

Intesa, c’è Profumo di bruciato

Stefano Rizzi  Sabato 27 Ottobre 2018 lospiffero.com

Il presidente della Compagnia di San Paolo sarebbe allettato dall’offerta di Guzzetti: la poltrona dell’Acri in cambio del via libera di Torino alla sostituzione di Gros-Pietro con il milanese Colombo al vertice della banca

Piatto indigesto il risotto alla milanese che il presidente di IntesaSanpaoloGian Maria Gros-Pietro, e altri involontari commensali attovagliati al comitato di gestione della Compagnia di San Paolo temono stia cucinando per loro il grande vecchio della finanza bianca lombarda Giuseppe Guzzetti, con l’aiuto di Francesco Profumo. Quest’ultimo dopo aver visto scemare le possibilità di abbinare la presidenza della Compagnia a quella della potente Acri (l’Associazione tra le casse di risparmio e le fondazioni di origine bancaria) prossima ad essere ceduta da Guzzetti, torna a veder riaffacciarsi il suo nome in una spericolata, ma non impossibile, manovra dell’ottantaquattrenne banchiere. Nei piani di quest’ultimo, Profumo sarebbe la pedina da muovere sullo scacchiere della finanza ai tempi del governo gialloverde (con preponderanza leghista al Nord, banche comprese) piazzandolo nella casella dell’Acri in modo da ottenere da lui l’appoggio per non rinominare Gros-Pietro e mettere la presidenza della banca in mani lombarde. A costo di mettere una pietra sopra alla brutta figura rimediata dall’ex ministro montiano nella selezione del successore di Piero Gastaldo alla segreteria generale della fondazione.

Scongiuri e magari pure qualche imprecazione pare abbiano attraversato le stanze di corso Vittorio Emanuele dove l’idea di cedere anche l’ultima presenza torinese nell’istituto di credito che torinese lo è ormai sempre meno, non sia affatto piaciuta, neppure se a mero stato di gossip. Altrettanto chiara da quelle parti la reazione raccolta negli ambienti che ancora contano in città all’ipotesi di dover assistere all’ennesimo scippo per mano milanese, per giunta con complicità torinesi sia pure di adozione. E, in tal senso, le recenti interviste di Profumo a un paio di giornali nelle quali egli delinea la necessità di un accordo con Milano come unica salvezza per una Torino sempre più marginale, non hanno fatto che aumentare i sospetti.

Non è un mistero che Guzzetti miri a portare sulla poltrona ora di Gros-Pietro il lombardo Paolo Andrea Colombo, attuale vicepresidente di Intesa Sanpaolo, già in cda gruppi di livello internazionale (Pirelli Pneumatici, Rcs Quotidiani e Rcs Libri, Telecom Italia, Credit Suisse Italy, Ansaldo STS, Montedison ed Eni), appoggiato in passato da Giulio Tremonti e Domenico Siniscalco e oggi assai gradito alla Lega, in particolare al suo potentissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti.

Liaison non certo ignorate dal vecchio monarca della finanza lombarda, il quale per l’altra poltrona che presto dovrà abbandonare, quella della presidenza di Cariplo (che ha ridotto il peso piemontese riducendo a uno i due posti fino al cambio di statuto riservati alle province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola), ha già pronto in nome di Giovanni Gorno Tempini, bocconiano come Giorgetti e attuale membro del Cda di Intesa Sanpaolo di cui è stato responsabile del settore finanza e tesoreria.

Il progetto di Guzzetti per accentuare la milanesizzazione della banca governata da Carlo Messina, togliendo a Torino anche la presidenza, tradizionalmente espressione delle radici piemontesi della banca, non è affatto nuovo, tantomeno conosciuto solo a pochi. A far fibrillare il board della Compagnia, che della banca detiene il 6, 791% mentre Cariplo pesa per il 4,381, è piuttosto il ruolo che nella partita potrebbe giocare il presidente.

Quella di presidente di Acri è poltrona ambitissima, succedere poi a chi l’ha occupata per quasi due decenni in un momento particolare per il Paese e per il suo futuro visto dalle banche e dalle fondazioni che su molte di esse hanno pesante voce in capitolo non è offerta da rifiutare a cuor leggero, specie se alle poltrone prestigiose e remunerative non si è, come dire, indifferenti.

Qualche motivo per temere di vedersi servire il risotto alla milanese, a Torino c’è. Magari annunciato da quell’odore di bruciato che qualcuno pare annusare dalle parti di corso Vittorio Emanuele.

Se questo è il guadagno, vaffancùlo anche all’Europa

Giuseppe Di Maio vicenzapiu.com 27.10.18

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Dalla politica di potenza alla politica comunitaria, questa era la traccia del mio tema all’esame di maturità del liceo. Il ministero, così come anche la commissione d’esame, avrebbero voluto che fossero esaltati i benefici che venivano dalla comunità europea, contrariamente all’avventura solitaria dello Stato nazionale. Il mercato privilegiato che la Comunità apriva alle merci dei singoli stati era già un notevole guadagno, ma già allora si faceva la conta di quante fossero le restrizioni che Bruxelles imponeva ai partner comunitari. 

Io non fui molto ampolloso nel magnificare la CEE, come allora si chiamava, e fui ripreso dalla commissione d’esame: la pace, conseguenza suprema che seguiva la cooperazione tra i litigiosi stati d’Europa, era un bene insopprimibile.

Ah, certo. Però seguì il tempo del contenimento della produzione di acciaio, poi quello delle quote latte che fecero il paio con le arance sotto i buldozer – ragioni diverse e uguali dove fu chiaro che l’Europa non assorbiva tutto il prodotto nazionale, e che tuttavia lo sconvolgeva. Quando negli anni ’90 si cominciò a pensare ad una moneta unica per lo spazio economico europeo le cose si complicarono. La costruzione dell’euro che prese molti anni di quel decennio, fu un’operazione creata per facilitare il commercio e l’integrazione dei popoli, ma la lunga gestazione consegnò un risultato fondato su una moneta che per essere stabile abbisognò di forzare le politiche nazionali.

Il volontario esonero della Gran Bretagna dal progetto, causò il rafforzamento di un asse franco-tedesco a scapito soprattutto dei colleghi mediterranei. Gli obblighi contenuti nel programma euro penalizzavano le economie deboli a favore di quelle più floride. I deboli non potevano più avvalersi delle difese inflattive proprie delle divise nazionali, né potevano impiegare politiche straordinarie per contenere le piccole crisi. La forchetta delle operazioni politiche consentite era sempre più stretta, i vincoli soprannazionali sempre più cogenti, la sovranità nazionale e la democrazia erano state consegnate ad un’autorità esterna che metteva il becco ovunque.

Purtroppo le autorità europee erano selezionate quasi come scarto di quelle nazionali, figure di secondo piano che producevano invece politiche dominanti e troppo spesso al servizio di interessi non democratici. E sfortunatamente con la produzione della moneta unica il processo d’integrazione europea si arrestò, anzi, da allora in poi, ebbe una vera involuzione, un disfacimento che produsse euroscettici prima, e sovranisti poi. L’Europa unita ormai è una vera bufala, un miraggio al servizio della finanza internazionale, in cui prosperano gli egoismi degli stati nazionali che adesso si fanno la guerra da alleati invece che da nemici.

La volontà dei popoli è stata ingabbiata nella trama dei vincoli sovrannazionali e del mercato, che però sono manovrati da una pluralità di soggetti politici ed economici totalmente nemici degli interessi democratici. Lo spread è il risultato di una sfiducia insufflata da tutti gli avversari della democrazia, principalmente le agenzie di rating, le banche, le élites politiche, le fonti d’informazione, i garantiti di tutte le risme. Quando per l’Italia quest’indicatore era ancora a 120, si cominciò a parlare d’impennata, e non appena arrivò a 126, di problema causato dalla “situazione politica” e dal governo. E’ chiaro che tutti quelli che indicano nella manovra di bilancio la causa del danno da spread, nascondono la reale trama del misfatto: hanno istigato un mercato in bonaccia per bocciare la nuova politica.

Lo spread è l’indicatore del dominio dei poteri forti sulla democrazia. E la democrazia non può intimorirsi di fronte al carcere costituito dalla classe dominante. Piuttosto deve minacciare con la stessa ferocia con cui è stata attaccata, deve riconquistare il primato che gli è stato soffiato a Maastricht da una congiura ai danni dei popoli. Sui social, contrapposti alle false preoccupazioni dei nemici del governo, “Il paese e le banche non possono reggere uno spread così alto”, stanno girando cartelli contrari, “Quando lo spread sarà arrivato a 380, scatterà la patrimoniale”. E io aggiungo, anche la tassa di successione, il congelamento del debito, l’uscita dall’euro e vaffanculo anche all’Europa.

Juckes di SocGen: “Il mercato toro è fatto … I migliori giorni ci sono dietro di noi”

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Come il suo collega SocGen (e presunto permabear) Albert Edwards colse l’opportunità di tracciare paralleli tra i mercati contemporanei e le circostanze del crollo del mercato del 1987, il capo stratega valutario della banca francese Kit Juckes offrì una prospettiva più misurata ma ancora ribassista sui mercati globali durante un intervista di giovedì pomeriggio con Bloomberg.

BSurveillance

@bsurveillance

“We’re done on the bull market. We’re done on the economic cycle. We’re not in free-fall, but the best days are behind us. It’s winter.” -Societe Generale’s Kit Juckes with @flacqua https://bloom.bg/2EJIvBD 

Mentre le azioni statunitensi entrano in pieno regime di “dead-cat bounce” , Juckes spiega come non ci sia stato un fattore di smarrimento che abbia guidato il selloff di “Shocktober”. Piuttosto, una manciata di rischi che si profilavano all’orizzonte per la maggior parte del 2018 sono stati finalmente portati in primo piano mentre le aziende hanno tagliato le loro linee guida, costringendo gli investitori a fronteggiare la miriade di rischi creati dalla stretta mondiale e dalla guerra commerciale di Trump, calcolo che li ha privati ​​della loro fiducia nel ciclo economico apparentemente senza fine. Il ciclo economico è tornato, ha detto Juckes. E mentre potremmo non essere in modalità “caduta libera”, sta diventando sempre più chiaro che “l’inverno sta arrivando”.

“Mi aspetto una tendenza al ribasso e una maggiore volatilità: siamo fatti sul mercato rialzista del ciclo economico in cui non siamo in caduta libera, ma i giorni migliori sono dietro di noi, è inverno.

I mercati emergenti hanno reagito ai timori di una politica monetaria più stretta da mesi. Ma ora quella paura è finalmente passata dalla ROW agli Stati Uniti. Abbiamo superato il punto di svolta, ha detto Juckes, e mentre la recessione potrebbe non essere così crudele quanto l’ultima crisi – Juckes ha rifiutato di apporre una grandezza alla sua previsione – un risultato sembra sempre più probabile. I mercati si stanno dirigendo a sud da qui.

“Ora stiamo arrivando dai mercati emergenti ai mercati sviluppati perché nel settore aziendale ci sono ora venti contrari alla redditività aziendale che prima non c’erano.Penso che la fiducia si stia riducendo. In tal senso, in ogni paese in ogni mercato è possibile trovare una causa idiosincratica che è iniziata con l’inasprimento globale e l’abrogazione dei facili guadagni post-crisi “.

Alla domanda se i fattori tecnici abbiano guidato il selloff di mercoledì, Juckes ha detto che i fondamentali sono un fattore più importante. In definitiva, il selloff era radicato nella psicologia di massa dei mercati. E quando gli investitori sono in vantaggio, l’impatto delle cattive notizie è facilmente amplificato, come i commercianti di valute emergenti hanno visto ieri l’annuncio del bilancio del Sudafrica.

“Penso che ora significhi che tutti parteciperemo alla vendita nei giorni in cui le cose iniziano a scendere. È ancora molto frammentario, ti rimbalzeranno, ma ieri abbiamo avuto una conversazione molto vivace sulla reazione agli annunci in Sud Africa e perché è buono e cosa potrebbe succedere dopo … quando le cose stanno andando giù in generale, un po ‘di cattive notizie possono avere un impatto ancora maggiore “.

Ma pronosticare quanto sia profonda la vendita potrebbe essere una perdita di tempo, ha detto Juckes, poiché gli analisti sono notoriamente terribili nel fare questo tipo di previsioni precise (un’affermazione alla quale, immaginiamo, molti dei suoi pari potrebbero obiettare).

“Il grande test per tutto sarà quanto profondamente una recessione economica globale è. Una delle cose che è successo è che il ciclo economico è tornato in parte a causa della politica fiscale degli Stati Uniti in parte a causa della politica commerciale degli Stati Uniti, ma a livello globale c’è di nuovo un ciclo … e c’è un ciclo che ha visto un’accelerazione seguita da un rallentamento, siamo spazzatura nella mia professione a prevedere le profondità del rallentamento, ma stiamo rallentando.

Ma, concedendo Juckes (un po ‘ironicamente), gli investitori possono almeno trarre conforto dal fatto che la leva finanziaria nei mercati sviluppati non è allo stesso livello che abbiamo visto prima della crisi …

“Il conforto che si ottiene in questo ciclo è che non sembra essere lo stesso grado in particolare nei mercati sviluppati in termini di indebitamento eccessivo come nell’ultima crisi non abbiamo un picco di inflazione così le banche centrali dovranno stringere in un rallentamento … se pensi che la FED sia già troppo stressata, non sono arrivati ​​molto lontano, quindi potrebbero invertirsi. Non riesco a pensare a una buona ragione per cui dovremmo avere una recessione negli Stati Uniti o una recessione globale – I non riesco a pensare a una buona ragione per cui dovremmo farlo, ma posso pensare anche a un minor numero di motivi per cui le cose dovrebbero migliorare da qui. “

… anzi,  in realtà è più pesante.

Ma chi vuole pensarci? Certamente non Juckes – o la clientela di SocGen.

All’Ue non interessa la manovra: hanno messo gli occhi sui nostri risparmi

informarexresistere.fr 26.10.18

manovra

Ue che manovra – articolo di Marcello Veneziani – Qua si mette male, molto male.

Il guaio non è la manovra economica che sarà pure inappropriata e insufficiente ma che non è così drastica e rivoluzionaria, e non produrrebbe quei danni letali che si raccontano ogni giorno.

Il guaio è la reazione alla manovra. Che non è poi nemmeno la bocciatura della manovra, ma è un preciso, deliberato, radicale attacco al governo in carica.

Il proposito non è far cambiare la manovra ma far cadere il governo e metterlo contro al suo popolo.

Non si tratta di scomodare la letteratura del complotto, i precedenti, perfino quello di Berlusconi che ora è dalla parte di chi lo fece fuori sette anni fa.

Non è questione di complotti, è questione di lotta per la sopravvivenza, o se volete, è l’eterna legge dell’autoconservazione del potere che quando è in pericolo prima sparge l’inchiostro e poi aziona i tentacoli.

E non si tratta di attacco all’Italia, che pure non gode di fiducia nei potentati, e nemmeno solo di pregiudizi, come dice serafico il premier Conte.

No, qui è in gioco l’establishment e il suo potere.

Se passa la manovra del governo italiano, e ancora peggio se non devasta l’economia come viene preannunciato tre volte al giorno, viene delegittimato l’establishment tecno-finanziario-capital-sinistrorso che regge l’Unione, di cui in Italia abbiamo molti reggicoda.

Altri paesi seguirebbero l’esempio e si sentirebbero in diritto di prendere una loro strada, di non sottomettersi al diktat europeo e alla loro prescrizione tassativa.

E alle elezioni europee sarebbe un massacro per gli assetti di potere vigenti, di cui Junker, Moscovici, sono gli ultimi figuranti.

Da qui il terrorismo mediatico-finanziario, le scomuniche scritte e inscenate. Si giocano tutto.

Altro che bocciatura della manovra.

Da giorni, da settimane, da mesi in un crescendo minaccioso, annunciano sventure le cassandre interne e le streghe di Macbeth, che predicevano il futuro in realtà per orientarlo secondo i loro desideri.

Eurarchi, agenzie, media e ascari politici, un coro assordante. E sta realmente serpeggiando nel Paese quel panico che è di solito alle origini delle catastrofi.

Ma il collasso non è indotto da una manovra scarsa e sbagliata ma dall’attacco concentrico al governo, prospettandoci un’altra esperienza Tsipras, come quella che indusse il riottoso premier greco a subire i diktat della Trojka se non voleva ridurre in miseria il suo paese.

Il suggerimento sottinteso che viene dato è il seguente: l’Italia ha un debito record ma, come voi dite, è solido il sistema-italia, ha beni, risparmi, proprietà private.

Bene, allora mettete mano a quelli, con una patrimoniale, prelievi forzosi, blocco di capitali, tasse sulle case, obbligo d’investire in titoli pubblici, o quel che volete voi.

Ovvero trovate i soldi nelle tasche degli italiani, così pagate almeno gli interessi sul debito (che non potrà mai essere estinto, è come il peccato originale ma non ce lo toglie nessun battesimo).

E allo stesso tempo vi inimicate il popolo che vi sostiene. Così buonanotte al populismo, al sovranismo e a tutte le menate.

Voi capite che il pericolo vero è questo e non la manovra. E non pensate che indignandosi o cercando di suscitare rabbia nel popolo, si possa rispondere con le barricate.

No, è una guerra e in guerra contano i rapporti di forza. È una guerra e del resto non potevate pensare che “loro” hanno i giorni contati- come dicevano allegramente – e si limitano a contare i giorni e non a reagire.

E disponendo di poteri e alleanze che voi neanche vi sognate, agiscono per mandarvi fuori strada. Voi e il vostro paese, se vi segue.

A questo punto io ho paura della paura.

Ho paura cioè del panico che stanno instillando nella gente, nelle notizie che fanno circolare, nelle annunciate fughe di capitali all’estero, conti prosciugati e così via.

Perché sono quei fatti e soprattutto quelle psicosi agitate a produrre guai seri, reazioni a catena; a gettare i paesi nel caos e nella disperazione, per andare poi da lorsignori col cappello in mano. Questa è la vera manovra pericolosa in atto.

E allora che fare? Andare alla guerra, cercare alleati anche fuori d’Europa, farsi espellere dall’Unione, scatenare l’ira del popolo?

Non contate molto su quest’ultima, gli haters non sono il popolo, e il popolo vi dà ragione in tempo di pace ma quando c’è il panico e la casa brucia non stanno lì a spegnere il fuoco e ad attaccare chi l’ha appiccato, ma mirano a mettersi in salvo.

E’ umano, e da questo punto di vista gli italiani sono più “umani” degli altri (anche, ma non solo per fortuna, nel senso di più vigliacchi, più voltagabbana).

Del resto, i governi che sfidano l’Europa dovrebbero avere spalle larghe, grandi leader, forze compatte e decise, che qui non vediamo.

Si può decidere di combattere per l’Italia e la sua dignità, ma non si può morire per Di Maio e per le velleità grilline.

Bisogna essere realisti, cercare punti d’incontro, intanto crescere, trovare solide alleanze, rafforzarsi, rinsaldarsi, acquisire nuove forze.

Alle prime gelate, il consenso si ritira. Sarebbe magnifico poter rovesciare l’establishment attuale ma se non si hanno energie e strategie valide, leadership adeguate ed élite alternative, meglio essere prudenti.

Non si può dichiarare guerra al mondo e rispondere alle armi micidiali messe in campo dal Nemico coi tweet, gli scarponi e le manine. MV, Il Tempo 25 ottobre 2018 – Fonte: Marcello Veneziani

Standard & Poor’s non declassa l’Italia, ma attenti a cosa dice sulle banche

di Forbes.it Staff La redazione di Forbes.27.10.18

Standard & Poor'sThe decision taken by ratings agency Standard & Poor’s (S&P) not to upgrade India or change the outlook to positive is disappointing. (Reuters)

 

E’ arrivato nella serata di ieri l’atteso parere di Standard & Poor’s sull’Italia. L’agenzia non ha abbassato il grado di affidabilità del Paese (mantenendolo a BBB) ma sono state riviste in maniera negativa le previsioni per il futuro (l’outlook), perché
“il piano economico del governo rischia di indebolire le performance di crescita del Paese”.

Tanto che nel documento di S&P si legge che l’agenzia potrebbe ridurre il rating nei prossimi 24 mesi se: il Pil reale all’interno di tale periodo dovesse rivelarsi inferiore alle aspettative dell’agenzia, se i valori di deficit e di debito in rapporto al Pil dovessero crescere oltre le attese, oppure se si dovesse osservare un deterioramento nelle condizioni finanziarie del Paese dovute “alle persistenti incertezze politiche e alle loro potenzialmente negative implicazioni per l’Italia e le sue banche, che sono anche i suoi principali creditori”.

Sulle banche l’agenzia di rating si concentra anche in un altro passaggio: “La politica economica e fiscale pianificata dal governo ha eroso la fiducia degli investitori, come dimostrato dall’incremento dei rendimenti del debito governativo. Questo sta impattando negativamente sull’accesso degli istituti di credito al mercato dei capitali”. Un ulteriore incremento dei rendimenti potrebbe – nell’opinione di S&P – ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia italiana, dato che dovrebbero dirottare almeno parte delle risorse destinate al settore privato.

Che il settore finanziario sia una cartolina di tornasole dello stato di salute del Paese è testimoniato anche da una delle condizioni che S&P pone al miglioramento del suo outlook, che – spiegano dall’agenzia – potrebbe tornare a essere “stabile” non solo se si dovesse assistere a un miglioramento delle grandezze macroeconomiche (Pil, debito, ecc…), ma anche qualora si dovessero rilevare “significativi progressi nel risanamento del settore finanziario, ad esempio attraverso la risoluzione del problema dei nonperforming loans o l’introduzione di uno schema di assicurazione dei depositi a livello europeo”.

Eppure di banche non si parla mai, nemmeno nella nota con cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha commentato la decisione di S&P: “Standard & Poor’s lascia invariato il suo rating sul debito dell’Italia. Riteniamo che questo giudizio sia corretto alla luce della solidità economica del Paese: l’Italia è la settima potenza industriale al mondo e la seconda manifattura europea. La competitività delle nostre imprese ci permette di avere un surplus commerciale consistente e il risparmio delle famiglie italiane è solido. In merito alla decisione di portare in negativo l’outlook italiano e ad alcuni giudizi negativi sulla manovra economica, siamo fiduciosi che mercati e istituzioni internazionali comprenderanno la bontà delle nostre misure. Con la manovra economica, evitiamo una stretta recessiva e rilanciamo la crescita grazie agli investimenti e ad un programma di profonde riforme strutturali. L’Italia è saldamente collocata all’interno dell’Unione europea e non c’è alcuna possibilità di uscita dall’Ue o dall’euro-zona. Il governo è al lavoro per far ripartire il Paese su un sentiero di crescita e in direzione dello sviluppo sostenibile”.

Come lavorano le agenzie di rating

ilpost.it 27.10.18

Nelle ultime settimane si è tornati a parlarne parecchio, ma quanto ci si può fidare? E perché contano così tanto?

Nelle ultime settimane sono tornate di attualità le agenzie di rating, le grandi società internazionali che valutano le obbligazioni emesse da nazioni e aziende. Le ragioni di questo ritorno di interesse sono le turbolenze sui mercati finanziari internazionali e i nuovi timori sulla sostenibilità del debito pubblico italiano – tradotto: sulla capacità effettiva dell’Italia di restituire i soldi a chi glieli presta – causati dalla manovra economica che la maggioranza formata da Lega e Movimento 5 Stelle si prepara ad approvare.

Come accade sempre in queste circostanze, i timori sulla tenuta dei conti pubblici italiani si riflettono sulle valutazione da parte delle agenzie di rating. Così venerdì della settimana scorsa, mentre le borse erano chiuse per il fine settimana, una delle più grandi agenzie di rating al mondo, Moody’s, aveva abbassato la sua valutazione dei titoli di stato italiani, portandola a solo un gradino sopra il livello definito “junk”, spazzatura: obbligazioni così rischiose da non essere degne di essere acquistate. Ieri un’altra grande agenzia, S&P, ha mantenuto la sua valutazione dei titoli italianima ha abbassato le previsioni per il futuro da “stabili” a “negative”. Il giudizio della terza grande agenzia di rating, Fitch, è atteso invece per il prossimo gennaio.

Diversi esponenti del governo hanno criticato il giudizio emesso da Moody’s. Luigi Di Maio ha parlato di “pregiudizio” nei confronti del nostro paese, mentre Matteo Salvini ha scritto che le agenzie hanno fatto “sconti” a Francia e Spagna, mentre si accaniscono sull’Italia. Altri sostengono che il giudizio delle agenzie di rating si possa ignorare poiché in passato quelle stesse agenzie avevano dato ottime valutazioni ai titoli tossici che portarono all’esplosione del sistema finanziario statunitense nel 2008.

Ma al di là delle prese di posizione retoriche sui social network, diversi esponenti del governo, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e lo stesso Di Maio sembrano cercare un dialogo con quelle stesse agenzie che spesso attaccano. La ragione per cui le agenzie di rating sono trattate con tanta cautela persino da questo governo si spiega con il funzionamento e il ruolo fondamentale che hanno assunto nel mercato del credito mondiale. Questo ruolo, però, non è probabilmente quello che molti credono sia.

Cosa fanno le agenzie di rating
Le agenzie di rating assegnano giudizi di qualità sui prodotti finanziari, in modo da fornire delle linee guida a quegli investitori che non hanno tempo e risorse per svolgere analisi indipendenti: sono insomma società private che emettono valutazioni e pareri che, di base, non hanno quasi nessuna conseguenza. Il peso di queste valutazioni – e quindi le loro conseguenze – dipende quasi esclusivamente dal peso che decidono di dare a questi pareri gli investitori (risparmiatori, fondi pensione, società finanziarie) nel momento in cui valutano se e quali titoli comprare. Tra i prodotti finanziari che vengono valutati dalle agenzie di rating ci sono soprattutto obbligazioni private, titoli emessi dagli stati, ma anche strumenti finanziari molto più complessi, come i famosi derivati.

A partire dagli anni Ottanta le agenzie di rating hanno modificato profondamente il modo di fare affari: invece che dagli investitori, hanno iniziato a farsi pagare da chi emetteva i prodotti finanziari. Da più di un trentennio, quindi, sono le società che vogliono emettere una certa obbligazione o un prodotto finanziario che pagano i controllori che ne daranno un giudizio: una situazione di apparente conflitto di interessi. In realtà questo metodo ha quasi sempre funzionato bene. Per le “tre sorelle”, Moody’s, S&P e Fitch, che da sole controllano il 95 per cento del mercato del rating, il guadagno che può venire dall’assegnare valutazioni favorevoli è molto inferiore al danno reputazionale che avrebbero se si venisse a sapere che i loro giudizi non valgono nulla.

Le grandi agenzie di rating, infatti, devono parte del loro successo proprio al fatto che i loro giudizi sono ritenuti affidabili, così tanto che spesso sono stati incorporati nel funzionamento dei mercati finanziari. I grandi fondi pensione, per esempio, che devono gestire centinaia di milioni di euro nella maniera più prudente possibile, sono obbligati per statuto ad acquistare soltanto prodotti finanziari che abbiano un certo rating, per tutelare i propri aderenti. Spesso questi requisiti in termini di rating sono incorporati anche nei regolamenti e nella legislazione pubblica: all’interno del programma Quantitative Easing, per esempio, la BCE può acquistare soltanto titoli che hanno ricevuto da almeno un’agenzia un giudizio superiore a “junk” (oltre alle “tre sorelle” ci sono circa altre 40 agenzie di rating riconosciute ufficialmente dalle autorità europee).

Le agenzie e il debito pubblico
Il modo in cui le agenzie decidono questi rating differisce leggermente tra privato e pubblico. Nel caso dei privati, la banca o la società che richiede un rating riceve una visita dagli impiegati dell’agenzia che eseguono un’ispezione più o meno accurata dello stato della società. Nel caso delle banche, la parte principale dell’indagine consiste nell’esaminare i documenti prodotti dalle ispezioni periodiche da parte della Banca d’Italia. Nel caso degli Stati, invece, il lavoro delle agenzie si svolge quasi completamente su dati pubblici. Come hanno ricordato Conte e Di Maio in questi giorni, esiste naturalmente un dialogo tra agenzie e governi, ma per il resto le agenzie si muovono sulla base di informazioni a cui tutti hanno già accesso. E questo porta spesso a un fenomeno curioso.

Lunedì, per esempio, il primo giorno di contrattazione dopo il downgrade di venerdì scorso, lo spread (cioè il principale indicatore che mostra la stabilità dei titoli italiani) invece che crescere è sceso di quasi trenta punti. La ragione è semplice: raramente i giudizi delle agenzie di rating sui titoli di stato influenzano i mercati. In gergo si dice di solito che le agenzie di rating sono “dietro la curva”: i loro avvisi sulla qualità di un certo prodotto finanziario si basano su elementi pubblici, noti a tutti, che quindi influenzano i mercati prima che l’avviso venga pubblicato. Insomma, proprio perché operano sulla base di dati pubblici e criteri trasparenti. Nel caso dell’Italia lo spread si era già alzato nelle settimane precedenti al downgrade, poiché tutti gli investitori economici erano già a conoscenza dei dati su cui Moody’s ha basato il suo giudizio (cioè in sostanza il contenuto della nota di aggiornamento al DEF e le indiscrezioni su cosa conterrà la manovra economica per il 2019).

Le agenzie di rating, quindi, non sono importanti perché influenzano i mercati, anzi: quasi nessun investitore saggio aspetta il loro giudizio per decidere se vendere o comprare. Ma avere un rating superiore al livello “junk” è fondamentale affinché i propri prodotti finanziari (e nel caso dell’Italia, i propri titoli di stato) possano continuare a essere acquistati da una serie di importanti investitori istituzionali. Visto che probabilmente il prossimo gennaio l’Italia avrà un rating solo di poco superiore al “junk” per tutte e tre le principali agenzie, è il prossimo giro di giudizi quello che dovremmo osservare con più attenzione.

E i titoli tossici?
Una delle principali ragioni per cui vengono criticate le agenzie di rating è che, prima della crisi del 2008, avevano dato ottime valutazioni ai titoli derivati che successivamente si sarebbero dimostrati prodotti tossici. Fu effettivamente un caso gravissimo, in cui il potenziale conflitto di interesse insito nel loro modello di business si manifestò in tutta la sua forza. Ma fu anche un caso particolare e, per il momento, quasi unico.

Qui abbiamo raccontato la storia per esteso (e qui trovate quella di Lehman Brothers). In breve, all’epoca le cose andarono più o meno così. Nel corso degli anni Duemila il mercato dei mutui americani crebbe moltissimo e le banche, piccole e grandi, cercarono metodi sempre più elaborati per guadagnarci più soldi possibile. Uno di questi metodi fu la cosiddetta “cartolarizzazione” dei mutui. In sostanza, un semplice prestito concesso a una famiglia per l’acquisto di una casa veniva impacchettato insieme a migliaia di altri prestiti per creare un unico prodotto finanziario, da vendere ad altri investitori.

Questo prodotto, molto sicuro perché basato su beni reali come una casa, veniva poi usato, per esempio, come garanzia per ottenere altro denaro in prestito. Non tutti i mutui però sono uguali: ce ne sono di sicuri e meno sicuri. Impacchettando in uno stesso prodotto, per esempio, 80 mutui sicuri e 20 mutui rischiosi, si otteneva comunque un prodotto all’apparenza ben garantito. Così, quando le grandi banche chiedevano una valutazione per questi prodotti, le agenzie di rating assegnavano loro valutazioni sempre molto alte. In pochi anni questo mercato divenne gigantesco e le divisioni delle grandi banchi d’affari che si occupavano di cartolarizzazione dei mutui divennero di gran lunga le più remunerative.

Due fenomeni contribuirono a portare la situazione fuori controllo: da un lato la deregolamentazione delle attività finanziarie che coinvolse in particolare Stati Uniti e Regno Unito, dall’altro l’enorme iniezione di liquidità nei mercati finanziari causata in particolare dalle politiche monetarie della banca centrale statunitense. Il risultato fu che aumentò sempre di più la quantità di mutui con poche garanzie che venivano concessi, e che le banche si indebitarono sempre di più per entrare in questo mercato.

La agenzie di rating avrebbero potuto lanciare qualche segnale d’allarme, ma le basi di questo mercato apparivano solide. Dopotutto i complessi titoli che giravano per i mercati erano pur sempre garantiti da beni reali: le case degli americani. Scavando più a fondo, forse, le agenzie avrebbero potuto accorgersi che molti di quei mutui erano in realtà più rischiosi di quanto apparivano, e che alcuni piccoli operatori avevano iniziato a concederne senza più tenere conto della solidità patrimoniale di chi si indebitava. Qui venne fuori la debolezza del modello di business delle agenzie di rating relativamente ai privati. Il volume d’affari generato dal mercato dei mutui, e il fatto che fosse concentrato in poche banche d’affari di Wall Street, creò un forte incentivo a non indagare più di tanto. Il risultato fu che quando la bolla del mercato immobiliare scoppiò, come era inevitabile che avvenisse, la valutazione eccellente di quei titoli perse ogni significato.

Non è affatto sicuro che da allora le agenzie di rating abbiano cambiato i loro metodi in modo da rendere impossibile il ripetersi di un episodio simile, e non sappiamo se da qualche parte, dietro valutazioni eccellenti, si nasconda una nuova bolla. Quello che è certo, però, è che quella del 2008 fu una situazione peculiare, causata da molti fattori concomitanti, e che poco o nulla ha a che fare con le valutazioni che quelle stesse agenzie rilasciano oggi sui titoli di stato sovrani, basandosi su dati pubblici e seguendo, e quasi mai causando, i giudizi che mercati e istituzioni internazionali hanno già emesso.