Se questo è il guadagno, vaffancùlo anche all’Europa

Giuseppe Di Maio vicenzapiu.com 27.10.18

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Dalla politica di potenza alla politica comunitaria, questa era la traccia del mio tema all’esame di maturità del liceo. Il ministero, così come anche la commissione d’esame, avrebbero voluto che fossero esaltati i benefici che venivano dalla comunità europea, contrariamente all’avventura solitaria dello Stato nazionale. Il mercato privilegiato che la Comunità apriva alle merci dei singoli stati era già un notevole guadagno, ma già allora si faceva la conta di quante fossero le restrizioni che Bruxelles imponeva ai partner comunitari. 

Io non fui molto ampolloso nel magnificare la CEE, come allora si chiamava, e fui ripreso dalla commissione d’esame: la pace, conseguenza suprema che seguiva la cooperazione tra i litigiosi stati d’Europa, era un bene insopprimibile.

Ah, certo. Però seguì il tempo del contenimento della produzione di acciaio, poi quello delle quote latte che fecero il paio con le arance sotto i buldozer – ragioni diverse e uguali dove fu chiaro che l’Europa non assorbiva tutto il prodotto nazionale, e che tuttavia lo sconvolgeva. Quando negli anni ’90 si cominciò a pensare ad una moneta unica per lo spazio economico europeo le cose si complicarono. La costruzione dell’euro che prese molti anni di quel decennio, fu un’operazione creata per facilitare il commercio e l’integrazione dei popoli, ma la lunga gestazione consegnò un risultato fondato su una moneta che per essere stabile abbisognò di forzare le politiche nazionali.

Il volontario esonero della Gran Bretagna dal progetto, causò il rafforzamento di un asse franco-tedesco a scapito soprattutto dei colleghi mediterranei. Gli obblighi contenuti nel programma euro penalizzavano le economie deboli a favore di quelle più floride. I deboli non potevano più avvalersi delle difese inflattive proprie delle divise nazionali, né potevano impiegare politiche straordinarie per contenere le piccole crisi. La forchetta delle operazioni politiche consentite era sempre più stretta, i vincoli soprannazionali sempre più cogenti, la sovranità nazionale e la democrazia erano state consegnate ad un’autorità esterna che metteva il becco ovunque.

Purtroppo le autorità europee erano selezionate quasi come scarto di quelle nazionali, figure di secondo piano che producevano invece politiche dominanti e troppo spesso al servizio di interessi non democratici. E sfortunatamente con la produzione della moneta unica il processo d’integrazione europea si arrestò, anzi, da allora in poi, ebbe una vera involuzione, un disfacimento che produsse euroscettici prima, e sovranisti poi. L’Europa unita ormai è una vera bufala, un miraggio al servizio della finanza internazionale, in cui prosperano gli egoismi degli stati nazionali che adesso si fanno la guerra da alleati invece che da nemici.

La volontà dei popoli è stata ingabbiata nella trama dei vincoli sovrannazionali e del mercato, che però sono manovrati da una pluralità di soggetti politici ed economici totalmente nemici degli interessi democratici. Lo spread è il risultato di una sfiducia insufflata da tutti gli avversari della democrazia, principalmente le agenzie di rating, le banche, le élites politiche, le fonti d’informazione, i garantiti di tutte le risme. Quando per l’Italia quest’indicatore era ancora a 120, si cominciò a parlare d’impennata, e non appena arrivò a 126, di problema causato dalla “situazione politica” e dal governo. E’ chiaro che tutti quelli che indicano nella manovra di bilancio la causa del danno da spread, nascondono la reale trama del misfatto: hanno istigato un mercato in bonaccia per bocciare la nuova politica.

Lo spread è l’indicatore del dominio dei poteri forti sulla democrazia. E la democrazia non può intimorirsi di fronte al carcere costituito dalla classe dominante. Piuttosto deve minacciare con la stessa ferocia con cui è stata attaccata, deve riconquistare il primato che gli è stato soffiato a Maastricht da una congiura ai danni dei popoli. Sui social, contrapposti alle false preoccupazioni dei nemici del governo, “Il paese e le banche non possono reggere uno spread così alto”, stanno girando cartelli contrari, “Quando lo spread sarà arrivato a 380, scatterà la patrimoniale”. E io aggiungo, anche la tassa di successione, il congelamento del debito, l’uscita dall’euro e vaffanculo anche all’Europa.