Una manovra-bis a giugno: l’offerta del governo all’Unione Europea

Sabato 27 Ottobre 2018 di Andrea Bassi e Marco Conti ilmessaggero.it

ROMA Azzerato il confine tra manovra di bilancio e manovre politiche, incassato un nuovo giudizio negativo, Di Maio e Salvini fanno a gara a chi alzerà per primo il piede dall’acceleratore. Malgrado si continui in pubblico a mostrare i muscoli, la tensione a palazzo Chigi si taglia a fette soprattutto per la situazione critica del sistema bancario. L’altra sera Giuseppe Conte è tornato alla carica con i due vice nel tentativo di trovare una via d’uscita con Bruxelles e, di conseguenza, con gli investitori. Tutte e due, Commissione e mercati, continuano però a non fidarsi e gli attacchi del vicepremier grillino a Mario Draghi – con qualche pretesa di spiegare al presidente della Bce come funzionano i mercati – non aiutano e contraddicono l’invito ad abbassare i toni fatto pochi giorni fa dallo stesso premier.

A Conte i due vice hanno di fatto affidato la trattativa con la Commissione. Il premier, con i ministri dell’Economia e degli Esteri Tria e Moavero, sta cercando una mediazione che permetta a governo e Commissione di salvare la faccia riuscendo a far calare lo spread sotto quota trecento ritenuto alla lunga «insostenibile» da via XX Settembre. Il tentativo in atto prevede di convincere Bruxelles rendendo virtuale il 2,4% di rapporto deficit-pil attraverso un sostanziale svuotamento temporale della manovra. Ovvero fissare, già in fase di approvazione del testo, un timing di realizzazione delle misure più costose (reddito di cittadinanza e Fornero) che permettano di diluire nel tempo gli esborsi. Non solo. Il governo italiano si impegnerebbe a fare il punto a metà del prossimo anno – quindi dopo le elezioni europee – promettendo sin da ora aggiustamenti sostanziali se non una manovra correttiva che riporti sotto il 2%.

Juncker anche ieri ha cercato di gettare acqua sul fuoco sostenendo di avere ancora molte domande da fare al governo italiano. Considerazione ovvia visto che il testo della manovra ancora non c’è e che, ha annunciato Di Maio, molti provvedimenti saranno presentati direttamente in Parlamento. Per constatare quanto peserà il giudizio negativo, ma non troppo, di Standard & Poor occorrerà attendere lunedì e il fatto che lo stesso vicepremier grillino abbia annunciato per martedì la trasmissione del testo della manovra alle Camere, dimostra come questo fine settimana risulti importante per definire se e come continuare il braccio di ferro con Commissione e mercati.

LA VIA D’USCITA
Ma il problema più urgente per il governo rischia di essere la tenuta del sistema bancario. Anzi, di alcune banche in particolare. Le più esposte sono il Monte dei Paschi di Siena, controllata direttamente dal Tesoro, e Carige. Su quale sia il livello di «non ritorno» dello spread gli analisti non sono concordi. La soglia del dolore sarebbe quota 400. Ma cosa può fare il governo se la crisi dovesse avvitarsi? Ieri il Movimento Cinque Stelle ha frenato sulla ricapitalizzazione con soldi pubblici degli istituti. Salvini ha detto invece, che le banche saranno salvate «a ogni costo». Nei forzieri del Tesoro ci sono ancora 15 dei 20 miliardi stanziati dal governo Gentiloni per i salvataggi bancari. I grillini hanno sempre gridato allo scandalo contro quel fondo, difficile per loro usarlo come ha fatto il Pd per salvare gli istituti. Al massimo, spiegano fonti vicine al dossier, quei soldi si potrebbero dirottare alla garanzia dei depositi bancari. Per Mps la via d’uscita preferita dal Movimento, sarebbe una fusione con il Bancoposta. I problemi tecnici non sono pochi. A cominciare dal fatto che la controllata di Poste non è un operatore bancario e attualmente non è sottoposto alla vigilanza Bce. Mandare il Bancoposta all’altare con Mps, costringerebbe la società a rispettare le regole di Francoforte.