Lezioni dall’elezione dello stato – Verde così verde

© Christian O. Bruch / laif

Un’analisi di  spiegel.de 28.10.18

Nero-verde, Giamaica, GroKo? O ancora rosso-rosso-verde? Molto è possibile, la serata elettorale dell’Assia rimane entusiasmante. Solo il vincitore è già determinato. E anche il perdente.

 

L’attrazione delle feste popolari è di nuovo diminuita drasticamente. In estrapolazioni, CDU e SPD hanno registrato perdite di circa dieci punti percentuali ciascuna nelle elezioni statali in Assia. I verdi, tuttavia, stanno chiaramente aumentando. Queste sono le prime lezioni di scelta:

Il primo ministro della CDU Volker Bouffier ha, nonostante le perdite, il mandato del governo, la cancelliera Angela Merkel dovrà sopportarne le conseguenze. L’Hesse-CDU ottiene il peggior risultato in oltre 50 anni. Le prime analisi degli istituti di indagine mostrano che la stessa Cancelliera non fu di aiuto nella campagna elettorale, secondo i suoi stessi seguaci. Questo continuerà a nutrire la domanda, se Merkel all’inizio di dicembre alla convention del partito CDU ad Amburgo di nuovo come presidente CDU. Il marchio Merkel si è consumato da solo, questo è uno dei messaggi di Hesse.

SPIEGEL ONLINE

L’SPD è bloccato nella Valle di Leida. Questa è una brutta notizia per la Grand Coalition. Particolarmente amaro: l’incidente continua in un paese in cui l’SPD era tradizionalmente ben ancorato. Una volta l’SPD era la festa dell’Assia. Oggi quasi inimmaginabile. La sconfitta in Assia, il peggior risultato dal 1946, manterrà la SPD in turbolenza: gli avversari di una grande coalizione non dovrebbero cedere alla loro pressione. Il leader del partito Andrea Nahles and Co. dovrà ancora giustificare il motivo per cui la SPD è meglio posizionata a fianco dell’Unione nella Federazione rispetto all’opposizione. In breve: l’SPD non viene in Hesse a riposare. Cattivo per l’SPD, cattivo per la grande coalizione.

I vincitori della serata elettorale sono ancora una volta i Verdi. Attualmente stanno vivendo un hype, approfittando della crisi dell’SPD. Dopo la Baviera, dove erano la seconda forza più forte due settimane fa, i Verdi sono cresciuti bene anche in Assia. Ai Verdi, nessuno viene per primo chi vuole formare una coalizione. Questa è una posizione comoda, ma potrebbe anche renderti arrogante. Se fosse sufficiente per la continuazione del nero e del verde, questa sarebbe una novità: la costellazione non è mai arrivata ad un secondo round finora.

E gli altri? L’AfD è, oltre ai Verdi, un vincitore elettorale questa sera. La festa è aumentata significativamente rispetto al 2013 in Assia e ha portato a ciò che era previsto nei sondaggi. Pertanto, il partito è ora rappresentato in tutti i 16 Landtage, oltre al Bundestag e un rappresentante al Parlamento europeo. In realtà, tuttavia, l’associazione statale dell’Assia rimane a disagio e divisa, come anche altre associazioni statali nell’AfD. L’AfD prenderà posto nell’opposizione, perché lo vuole per sé e nessun altro entrerà in una coalizione con esso.

La sinistra dell’Assia sta aumentando – per ragioni. Il fatto che una generazione di politici di sinistra della Germania occidentale, piuttosto pragmatici, sia iniziata in Assia sembra aver dato i suoi frutti. Soprattutto dal momento che i Verdi sono contati sempre di più per l’istituzione e l’SPD è in modalità di crisi, ciò che porta i suoi seguaci. Un ulteriore impulso avrebbe dovuto dare la speculazione del partito a una coalizione rosso-rosso-verde.

L’FDP potrebbe – se non è abbastanza per il nero-verde, ma per la Giamaica – giocare la punta delle bilance. Un ruolo che i liberali conoscono dalla loro storia. I liberali sono arrivati ​​nel 2013 in una lunga e terribile notte con solo il 5,0% nel parlamento statale, in questa campagna elettorale, speravano in un aumento. Ma chiaramente oltre il sette percento aveva già calcolato l’uno o l’altro nella parte superiore del FDP. L’FDP guarderà al risultato con sentimenti contrastanti: è chiaramente dietro i Verdi e anche chiaramente dietro l’AfD. Beneficiando davvero della crisi della CDU, l’FDP non ha, anche se il leader dell’FDP Christian Lindner negli ultimi metriaveva dichiarato l’elezione per un voto sulla politica dei rifugiati della Merkel. Se il FDP è richiesto in una coalizione con la CDU e i Verdi in Assia, devono stare attenti a non essere nutriti con briciole da due partner ben provati.

Il boomer bomber, gli imperatori nudi e la fine della civiltà

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Tom Luongo,

Recentemente Hillary Clinton si è tirata su dal divano per dichiarare che era ora di finire di essere civile con i suoi avversari politici.  Onestamente, ho pensato che questa affermazione fosse ricca di qualcuno che aveva così tanti cadaveri sparsi dietro di lei.

Essere un nemico di Hilly ha una durata molto breve.

Ma la sua affermazione non è altro che l’ultima maschera rimossa dall’oligarchia globale che mi piace chiamare  The Davos Crowd  nella loro ricerca di mantenere la loro illusione di controllo sulla direzione del mondo in cui viviamo.

È giusto, illusione. In realtà non controllano nulla. Se lo facessero, non sarebbero impazziti in questo momento. Non avrebbero pagato gli honduregni per assaltare il confine degli Stati Uniti, spedendo bombe a tubo false a se stessi o manipolando le elezioni.

In breve, non avrebbero perso.

Ricorda sempre che il controllo è un’illusione. L’imperatore è  sempre  nudo.

E nessun aspirante imperatore è più nudo di Hillary Clinton (Sì, mi scuso per l’immagine che questa metafora evoca).

Ma ora, almeno, ho la tua attenzione.

Perché la realtà è che anche l’appello di Hillary per la Fine della civiltà è sempre in arrivo. Coloro che hanno più da perdere da un cambiamento nella struttura di potere sono sempre quelli che ricorrono a un comportamento sempre più istrionico per proteggere il loro posto.

E Hillary è la definizione stessa di quel tipo di persona.

Ma questo articolo non riguarda Hillary in sé.

È semplicemente un promemoria che Hillary è il simbolo di dove si trovava sempre il gioco finale della sinistra progressista.  La politica è l’arte di mascherare l’uso della violenza per raggiungere obiettivi politici e sociali.

È il processo di responsabilizzazione dello Stato, a sua volta uno strumento di violenza, per imporre la volontà di un gruppo a quella di un altro.

A differenza dei conservatori e dei Libertari di Big-L, i progressisti sono almeno onesti riguardo alle loro intenzioni di usare lo Stato per rifare la società, es. TU, a loro immagine. E se resisti a questo processo, se non sei d’accordo con i loro editti, allora sei un nemico che deve essere distrutto.

Oh, certo, danno il loro servizio per essere inclusivi e gentili su di esso mentre hanno il controllo sulle leve del potere, l’apparato statale. Ma, nel momento in cui perdono il controllo di quelle leve, il sole tramonta, escono le zanne e inizia il salasso.

Queste persone sono vampiri, succhiano la vita fuori da una società per i loro fini. Sono cattivi in ​​un modo che dimostra l’osservazione di John Barth secondo cui “l’uomo non può sbagliare”.  Perché non si considerano mai i cattivi.

No. Si vedono come il salvatore di un popolo caduto. I nichilisti per il loro vero nucleo credono solo nel potere. E poiché il potere è la loro religione, tutte le attività sono giustificate nel perseguire i loro obiettivi.

La loro visione messianica di se stessi è indistinguibile per gli animali salafita che tagliano la testa a persone come Hillary, autorizzate a seminare il caos e la morte in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa negli ultimi dieci anni.

Gli infedeli devono sempre essere sterminati. Le loro cattive idee devono essere asportate dal corpo politico come eliminare un cancro. E quindi se le vite fossero rovinate, le persone danneggiate sarebbero semplicemente un covo sub-umano  di deplorabili  o peggio,  gente bruna!

Abbiamo pensato che fossero insultanti e umilianti nel 2016. È il 2018 e ora ci siamo spostati dal lanciare uova ai sostenitori di Trump al cappello MAGA che è la nuova svastica.

Eppure, purtroppo, la parte più importante dell’analisi di ciò che sta accadendo qui è che questo è ancora molto presto in questo processo. La rottura della civiltà politica, ora con inviti aperti alla violenza contro coloro che non sono d’accordo, sta davvero iniziando.

E le persone che manipolano questo a loro vantaggio, George Sorose e Tom Steyers, il cui obiettivo dichiarato è quello di distruggere gli Stati Uniti, sono stati finalmente scoperti come i maestri burattinai che sono sempre stati.

Questo mi porta al Boomer Bomber e al suo Orgy of Evidence Van.

Questo ragazzo è un perfetto esempio del perché le macchinazioni di queste persone non abbiano più lo stesso impatto con cui erano abituate. Il Boomer Bomber è letteralmente una versione cartoon di quello che il bianco medio, classe medio-alta, compiaciuto liberista pensa che ogni sostenitore di Trump assomiglia.

È letteralmente uscito da Central Casting per l’ultimo episodio di NCIS o Homeland. Creano queste visioni del mondo nella finzione e poi cercano di farlo diventare realtà per dare credito alla propaganda.

Ma non funziona più.  Essendo generosi, le uniche persone che credono che questo tizio non sia un patsy per un complotto democratico a far deragliare un repubblicano nei Mid-Terms sono persone che già vedono il mondo attraverso questa lente molto sottile di realtà falsa.

Volontariamente ciechi e ideologicamente posseduti che vogliono credere che questi barbari siano agli ingressi delle loro comunità chiuse che vengono a linciarli per essere socialisti.

È ridicolo.

E, sfortunatamente, è solo il fondo del primo inning in questa guerra civile che si sta lentamente sviluppando. La nostra società non ha ancora raggiunto il fondo. La maggior parte delle persone su entrambi i lati del corridoio politico non vuole che ciò accada.

Solo i veri credenti e il potere sono pazzi.  E non se ne andranno alla leggera. Ma, mentre il loro mondo crolla, spenderanno tutto ciò che hanno per mantenerlo. Perché il potere ti rende pigro e stupido.

Hillary è di nuovo candidato per il presidente nel 2020. Soros sta sfidando Trump a bloccarlo. I media stanno cercando di rimanere rilevanti. E mentre continuiamo a ridere di loro, li chiamiamo PNG e resistono a ignorare il loro Porno d’oltraggio, le loro tattiche diventeranno solo più sciatte, più stridenti e più facili da ridimensionare in tempo reale.

Ye Gods, adoro essere vivo adesso!

Come sempre, le regole NSFW si applicano per il livestream.

Calenda azzeccagarbugli: il TAP è un “Accordo” non un “Contratto”, ma praticamente cambia poco

 scenarieconomici.it 28.10.18

Calenda ha affermato che non c’è nessun vincolo contrattuale per la Repubblica Italiana che la obblighi a pagare dei danni. Il discorso, come ha dimostrato in un precedente articolo il sempre ottimo Maurizio Gustinicchi, è un po’ più complesso: in senso giuridicamente stretto l’ex ministro ha detto la verità, ma oggettivamente ha detto una cosa falsa.

Quello che ha riportato Maurizio Gustinicchi è un Agreement, la cui definizione si può leggere nell’appendice:

Come si può leggere è un “Accordo” e , come spiegato “Accordo intergovernativo”. Ora di per se un “Accordo” non è un “Contratto”, lo diviene solo se contiene delle parti che possono avere delle ricadute economiche regolabili di fronte ad una Corte. Un “Accordo” può non essere un “Contratto” se ha ricadute esclusivamente politiche. Per capire se questo “Accordo” possa essere un contratto dobbiamo andare in profondità nel contenuto.

Ad esempio l’Articolo 6 prevede che le parti che hanno firmato l’Accordo, Italia, Albania e Grecia, concedano i permessi necessari alla realizzazione dell’opera, senza restrizioni o ritardi non giustificati:

Che cosa succede se queste concessioni non vengono fornite in tempi ragionevoli? Beh c’è una responsabilità ben chiara che viene a sorgere all’articolo 11:

Nel caso gli obblighi non vengano rispettati nasce una responsabilità per la parte che non ha adempiuto, anche in modo omissivo, a questi impegni.

Ora chiaramente parliamo di Stati, non di persone o società, per cui la definizione di queste responsabilità non è immediatamente di fronte ad una Corte, ma passa per un processo diplomatico, come del resto chiarito dall’articolo 13. Questo non vuol dire che non c’è responsabilità, ma che la definizione della stessa può essere lasciata, su accodo specifico delle parti, ad una Corte internazionale, ad un comitato comune, ad un collegio arbitrale o ad una terza parte, a seconda degli accordi specifici che si possono raggiungere. La responsabilità esiste, manca la definizione del “Tribunale” di fronte al quale farla appurare.

Quindi Calenda, quando parla di assenza del contratto” fa un po’ l’azzeccagarbugli. La responsabilità economica per il rifiuto dell’accordo può essere di 10 , di 20 o di 40 miliardi (quest’ultima cifra del Sole 24 Ore…), non si sa in questo momento, ma sicuramente esiste. Sarebbe meglio valutare le decisioni nei propri risvolti pratici, piuttosto che rifugiarsi nei bizantinismi.

Testo dell’accordo completo : agreement TAP

 

Adesso… pasta!

tvsvizzera.it 28.10.18

VIDEO

Viaggio nel mondo del primo italiano più amato dagli Svizzeri, tra marketing, moda, pubblicità strabilianti, e prezzi che possono variare tantissimo!  

“Un piatto di pasta è un piatto di pasta, mica dobbiamo scrivere un trattato di filosofia!”. Già, perché mai bisognerebbe discutere… di pasta?! Sappiamo già tutto! Eppure provate a sollevare l’argomento e state a guardare: sulla pasta tutti hanno qualcosa da dire! 

Chi mangia gli spaghetti tagliandoli nel piatto, chi butta la pasta in pentola quando ancora l’acqua è fredda, “che tanto vien buona uguale”. Chi si dà alla pasta integrale e chi invece la rifugge come la peste perché “sa di cartone”. Chi mangia solo pasta fatta in casa e chi compra chili di pasta a prezzi stracciati senza nemmeno guardare la confezione. Insomma, ad ogni consumatore la sua pasta, verrebbe da dire.

E allora… Patti chiari mette le mani in pasta e vi svela tutto, ma proprio tutto, su questo alimento che sembra banale, ma banale non è. E poi, ciliegina sulla torta, pardon… sulla pasta, una prova di cottura senza precedenti, in un vero e proprio tempio della cucina italiana! 

Dalla giusta cottura, al famigerato glutine che tutti rifuggono come la peste. Dalla polemica sull’origine del grano duro della pasta “Made in Italy”, alla trasparenza in 

etichetta, fino alla riscoperta dei cosiddetti “grani antichi”, che tanto antichi non sono. 

La guerra dell’Europa sulla libertà di parola continua

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Ryan McMaken tramite The Mises Institute,

Un tribunale europeo ha stabilito che le persone possono essere multate e perseguite penalmente per aver detto cose su figure religiose. Nello specifico, dire cose sul profeta musulmano Mohammad è verboten, e la  punizione dello stato è appropriata :

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che una donna giudicata colpevole da un tribunale austriaco di aver definito il profeta Maometto un pedofilo non ha violato i suoi diritti di libertà di parola.

La donna, nominata solo come la signora S, 47 anni, di Vienna, avrebbe tenuto due seminari in cui discuteva del matrimonio tra il profeta Maometto e una bambina di sei anni, Aisha …. La signora S. fu più tardi condannato nel febbraio 2011 dalla Corte penale regionale di Vienna per denigrare le dottrine religiose e condannato a pagare una multa di 480 euro più le spese legali.

Il ragionamento principale della corte, sembra, è che i commenti della donna debbano essere condannati perché potrebbero “suscitare pregiudizi e minacciare la pace religiosa …”. In particolare, tuttavia, la signora S non è accusata di dire qualcosa che incoraggia la violenza in generale o in qualsiasi modo specifico.

In altre parole, i diritti umani vanno dritti fuori dalla finestra se l’esercizio di tali diritti potrebbe causare il malessere di altre persone.

Questo genere di cose è scioccante per gli americani, naturalmente, ma è ormai vecchio cappello in Europa (e in Canada) dove si possono  affrontare multe salate  e  persino la reclusione  per aver detto cose impopolari.

Solo  alcuni  esempi includono:

  • Un candidato alle elezioni europee è stato arrestato in Gran Bretagna per aver citato  un passo di Winston Churchill  sull’Islam.
  • Gert Wilders, un politico nei Paesi Bassi, è  stato processato  su cinque capi, tra cui “criminalmente insultare i musulmani a causa della loro religione”.
  • Sia Mark Steyn che Ezra Levant  sono stati trascinati di fronte  alla Commissione canadese per i diritti umani con l’accusa di essere “islamofobico”.

Inoltre, riflette un più grande disprezzo per la proprietà privata che è così diffusa in Europa. Considera che i commenti fatti dalla donna in questione sono stati apparentemente fatti in “due seminari”. Presumibilmente, nessuno che non volesse ascoltare le idee della signora S fu costretto a farlo. E non c’è nessuna pretesa che la signora abbia violato la proprietà di qualcuno per esprimere queste idee.

Come notato da Murray Rothbard , il diritto alla libertà di parola non è un diritto speciale, ma è intimamente connesso ai diritti di proprietà. Se la signora S esprimeva le sue idee in un posto e in un modo che non violava i diritti di proprietà altrui, allora si comportava pacificamente e rispettando i diritti degli altri.

In altre parole, sembra che non ci sia alcuna coercizione o violenza di alcun genere coinvolta nell’espressione delle sue idee da parte della signora S.

La Corte, tuttavia, ha deciso che la risposta adeguata alle sue attività pacifiche  è quella di usare la violenza  – imponendo sanzioni.

Inoltre, la corte sembra non preoccuparsi se i fatti trasmessi dalla signora S, relativi al matrimonio di Mohammad con una ragazza, siano esatti o no. Ciò sembrerebbe essere importante per la maggior parte delle persone ragionevoli, ma presumendo che le dichiarazioni della signora S sulla sposa di Muhammad siano accurate – come sembrano essere – la corte sta sostanzialmente prendendo la posizione che affermare fatti storici ben noti costituisce una sorta di discorso di odio .

L’obiettivo più grande, sembra, è quello di dileggiare alcuni gruppi di interesse a scapito delle libertà fondamentali. Ci si chiede, tuttavia, se la Corte reagirebbe con altrettanto entusiasmo a commenti altrettanto denigratori sul cristianesimo o sui cristiani.

Le punizioni di questo genere, da parte dello stato, ovviamente, non dovrebbero essere confuse con gli sforzi non governativi di mettere a tacere i critici. Mentre gli americani amano certamente lanciare campagne per far sparare o ostracizzare persone quando dicono cose impopolari, queste azioni sono comunque qualitativamente diverse da essere trascinate in tribunale civile o criminale da funzionari governativi, e quindi minacciare l’imputato con migliaia di dollari di multe, o anche un termine di prigione.

La guerra dei 7 anni ai nostri risparmi. Vi spiego la vera carneficina per il sistema bancario italiano

 startmag.it 28.10.18

fintech

Il post dell’economista Alberto Bagnai (Lega), presidente della commissione Finanze del Senato, tratto dal suo profilo Facebook

Nel mio ultimo intervento a Radio Anch’io mi avrete sentito rivendicare di essermi accorto dei problemi delle banche un po’ prima di quelli che ora si stracciano le vesti (le “prefiche dello spread”, come le chiama @lemasabachtani su Twitter).

Vale per il bail-in (che denunciavo ai miei lettori poco prima della sua approvazione) e vale per un problema preesistente, le sofferenze bancarie (che vedete anche chiamare NPL: non-performing loans), la cui crescita a causa dell’austerità, oggi riconosciuta dall’Abi e dagli altri sacerdoti postumi del mainstream, veniva da me prevista nel primo dei tanti QED del blog.

Apprezzate l’onestà del web, che consente a chi ha visto prima (previsto) di dimostrarlo, mettendo chi aveva l’obbligo di essere previdente e vigilante di fronte alla vergogna della propria inadempienza: se ci arrivava un “professorino di provincia” come me, perché non ci arrivavano istituzioni con centri studi e analisti prestigiosi?

Un pezzo della risposta, forse, è nel fatto che i due temi (l’esproprio dei risparmiatori e il deterioramento dei prestiti) non sono slegati. In particolare, l’esproprio dei risparmiatori ha causato una ondata di panico bancario che ha costretto le banche a “smaltire le sofferenze” a prezzi di saldo per rastrellare liquidità, subendo così pesanti perdite, di gran lunga superiori a quelle prospettate a causa dello spread, per il semplice motivo che le banche hanno in portafoglio più crediti che titoli. (per i secchioni: i prestiti sono oltre 2300 miliardi, i titoli pubblici meno di 380).

Nei casi più eclatanti (sui quali si soffermerà, spero, la Commissione d’inchiesta che verrà approvata dal Senato fra una decina di giorni, dopo essere stata approvata in sede redigente dalla VI Commissione) i prezzi ai quali le banche hanno ceduto i crediti dubbi agli “specialisti” del recupero erano assolutamente incredibili.

Gli acquirenti, quindi, ci hanno fatto dei bei margini di profitto. Se la banca vende crediti per un valore di 100 al prezzo di 17, e chi acquista il credito riesce a recuperare 34 (circa un terzo del valore iniziale del credito), la banca ci ha perso l’83% (ha prestato 100 e le rientra 17) ma l’acquirente dei crediti ci ha guadagnato il 100% (raddoppiando da 17 a 34).

Recuperare il 30% di un credito, anche in caso di problemi, non è una prospettiva utopistica (stiamo parlando di crediti per lo più “assistiti” da garanzie reali, cioè da ipoteche su immobili) e quindi nessun istituto li avrebbe ceduti a un prezzo tanto basso se non fosse stato per l’urgenza provocata dal bail-in “anticipato” di novembre 2015.

Questa, che ha nome (decreto “salvabanche”, perché ai piddini non basta rovinarti: ti devono anche prendere per i fondelli!) e cognomi (Letta, Saccomanni, Renzi, Padoan,…) è stata la vera carneficina per il sistema bancario italiano, non lo spread degli ultimi sei mesi.

Ma, naturalmente, come tutte le storie in cui qualcuno guadagna molto, è difficile trovare chi ve la racconti per bene: quelli pagati per non capirla prevalgono.

Lo fa, con ampio ricorso a fonti ufficiali, un mio lettore in questo thread che vi sconsiglio di leggere: potrebbe succedervi di capire quanto è accaduto, e potreste essere presi da un incontenibile sdegno verso le prefiche dello spread e i carnefici (veri) delle nostre banche.

Certe volte l’ignoranza rende meno infelici, e questa è una di quelle…

+++

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Ora Basta@giuslit

Mi chiedo dove fossero tutti quelli che OGGI si preoccupano per la debolezza delle , negli ultimi anni, quando le banche sono state costrette a ridurre €200mld di NPL a colpi di svalutazioni e cessioni e conseguenti aumenti di capitale e crollo valore di borsa

Ora Basta

Mi chiedo dove fossero tutti quelli che OGGI si preoccupano per la debolezza delle , negli ultimi anni, quando le banche sono state costrette a ridurre €200mld di NPL a colpi di svalutazioni e cessioni e conseguenti aumenti di capitale e crollo valore di borsa

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Ora Basta@giuslit

Come rilevato da @moryalongo, l’impatto dell’aumento dei tassi dei TdS sul capitale delle banche si misura nell’ordine di €3miliardi ogni 100bp di . Tanto che la soglia di allarme per eventuali aumenti di capitale è molto lontana. Invece… http://ow.ly/uv8J30mnYv7  pic.twitter.com/L4V2P9m2PO

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Ora Basta

Come rilevato da @moryalongo, l’impatto dell’aumento dei tassi dei TdS sul capitale delle banche si misura nell’ordine di €3miliardi ogni 100bp di . Tanto che la soglia di allarme per eventuali aumenti di capitale è molto lontana. Invece… http://ow.ly/uv8J30mnYv7 

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I prestiti presenti nei bilanci delle sono pari a circa 7(dico sette) volte i titoli pubblici. Nessuno si preoccupava della salute delle banche quando circa il 15% di quei prestiti andava in fumo a causa di una recessione epocale? Mentre entrava in vigore pure il ? pic.twitter.com/QOZof2LnkR

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Ora Basta

I prestiti presenti nei bilanci delle sono pari a circa 7(dico sette) volte i titoli pubblici. Nessuno si preoccupava della salute delle banche quando circa il 15% di quei prestiti andava in fumo a causa di una recessione epocale? Mentre entrava in vigore pure il ?

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Nessuno rilevava che i prestiti a famiglie ed imprese decrescevano per quasi 4 anni consecutivi? Una contrazione del credito di dimensioni epocali! (In verità successiva ad un’esagerata crescita precedente, ma questa è un’aggravante, non un’esimente). pic.twitter.com/4v9PpF6GNY

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Ora Basta

Nessuno rilevava che i prestiti a famiglie ed imprese decrescevano per quasi 4 anni consecutivi? Una contrazione del credito di dimensioni epocali! (In verità successiva ad un’esagerata crescita precedente, ma questa è un’aggravante, non un’esimente).

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Ora Basta@giuslit

Giusto per darvi un’idea del vero tsunami che ha investito il Paese. Sofferenze passate da poco più del 2% al 12% del PIL e PIL inferiore del 25% rispetto al trend precedente la crisi. pic.twitter.com/Nt06ddRInG

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Ora Basta

Giusto per darvi un’idea del vero tsunami che ha investito il Paese. Sofferenze passate da poco più del 2% al 12% del PIL e PIL inferiore del 25% rispetto al trend precedente la crisi.

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Ora Basta@giuslit

La risposta è stata ridurre, ridurre ad ogni costo. Volete sapere cosa pensano a di tutta questa corsa a ridurre le sofferenze? Pensano che sia una cosa senza fondamento. http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-stabilita/2017-0012/eng-note-stabilita-finanziaria-vigilanza-N-12.pdf.pdf?language_id=1  pic.twitter.com/AG0gpX1qd0

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Ora Basta

La risposta è stata ridurre, ridurre ad ogni costo. Volete sapere cosa pensano a di tutta questa corsa a ridurre le sofferenze? Pensano che sia una cosa senza fondamento. http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-stabilita/2017-0012/eng-note-stabilita-finanziaria-vigilanza-N-12.pdf.pdf?language_id=1 

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E chi aveva tutto da festeggiare, da questa corsa alla svendita dei crediti inesigibili da parte delle , imposta dalla Vigilanza della Signora Nouy? I pochi grandi compratori (soprattutto esteri).https://twitter.com/giuslit/status/918430642156785664?s=21 

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Da anni, le sofferenze offrono ampi margini. Oggi, con tutte le macerie che ci sono, si compra anche meglio. Grazie alle “regole” #BCE 😱

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E chi aveva tutto da festeggiare, da questa corsa alla svendita dei crediti inesigibili da parte delle , imposta dalla Vigilanza della Signora Nouy? I pochi grandi compratori (soprattutto esteri).https://twitter.com/giuslit/status/918430642156785664?s=21 

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E se avete dei dubbi, ve lo faccio ripetere da . Forse così è più chiaro. pic.twitter.com/cCT3gHqGtl

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E se avete dei dubbi, ve lo faccio ripetere da . Forse così è più chiaro.

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Ora Basta@giuslit

Ma la Vigilanza non ci ha mai voluto sentire. Questo è uno dei danni più seri derivanti dall’appartenenza all’eurozona. Ci è stata impedita una ordinata e necessariamente lenta guarigione dalle ferite di una recessione epocale. Lasciando le in balia del mercato. pic.twitter.com/NsGYGCD6zv

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Ora Basta

Ma la Vigilanza non ci ha mai voluto sentire. Questo è uno dei danni più seri derivanti dall’appartenenza all’eurozona. Ci è stata impedita una ordinata e necessariamente lenta guarigione dalle ferite di una recessione epocale. Lasciando le in balia del mercato.

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Ora Basta@giuslit

Centinaia di miliardi di prestiti in sofferenza, dietro cui c’era capannoni, aziende, case degli italiani, bruciati sull’altare del ‘tutto e subito’. Nonostante fosse di parere contrario (Sole del 24/2/2017) pic.twitter.com/3suD4UoheS

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Centinaia di miliardi di prestiti in sofferenza, dietro cui c’era capannoni, aziende, case degli italiani, bruciati sull’altare del ‘tutto e subito’. Nonostante fosse di parere contrario (Sole del 24/2/2017)

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Ora Basta@giuslit

Ancora sul Sole del 20/2/2017. La soluzione è unica: per ‘fare presto’ si deve vendere in blocco a grandi investitori internazionali. A 14 Cent!. pic.twitter.com/xEUzAPtdl6

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Ora Basta

Ancora sul Sole del 20/2/2017. La soluzione è unica: per ‘fare presto’ si deve vendere in blocco a grandi investitori internazionali. A 14 Cent!.

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Ora Basta@giuslit

Ma quanto valgono questi NPL? Dopo una recessione epocale, sono saltati tutti i parametri di riferimento ed il prezzo lo fa soltanto una domanda concentrata nelle mani di pochi. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-17/mps-vigilanza-bankitalia-contro-bce-npl-111130.shtml?uuid=AEZpJ7 

Mps, Vigilanza Bankitalia contro Bce sugli Npl

Lettera di Via Nazionale per contestare l’Eurotower sulla valutazione dei crediti deteriorati: i criteri utilizzati sarebbero troppo penalizzanti per il Monte

ilsole24ore.com

Ora Basta

Ma quanto valgono questi NPL? Dopo una recessione epocale, sono saltati tutti i parametri di riferimento ed il prezzo lo fa soltanto una domanda concentrata nelle mani di pochi. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-01-17/mps-vigilanza-bankitalia-contro-bce-npl-111130.shtml?uuid=AEZpJ7 

Mps, Vigilanza Bankitalia contro Bce sugli Npl

Lettera di Via Nazionale per contestare l’Eurotower sulla valutazione dei crediti deteriorati: i criteri utilizzati sarebbero troppo penalizzanti per il Monte

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Ora Basta@giuslit

Le perplessità di , ancora una volta, non mancano. Ma a Bruxelles non si può dire di no. E così si volatilizza l’attivo di una delle più antiche banche del mondo. pic.twitter.com/VnnEsgeDzF

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Ora Basta

Le perplessità di , ancora una volta, non mancano. Ma a Bruxelles non si può dire di no. E così si volatilizza l’attivo di una delle più antiche banche del mondo.

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Ora Basta@giuslit

Ma, colpo di scena! Nella valutazione degli NPL esistono figli e figliastri. Noi, come al solito, siamo più realisti del re. Le solite regole applicate ai nemici ed interpretate per gli amici. E la fa finta di accorgersene, come se la Vigilanza fosse su Marte. pic.twitter.com/eHAORQc05X

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Intervista al ministro Paolo Savona a Sky TG24, con Luisella Costamagna

 scenarieconomici.it 28.10.18

 

 

Intervista al ministro Paolo Savona da parte di Luisella Costamagna a Sky TG 24. Seguendo la scuola di Santoro la giornalista ha tentato in ogno modo di fare lei l’intervista, anzi, come da lei chiamato “L’interrogatorio” (circa  13 minuto) . Vorrei sottolineare che vi troverete ad avere a che fare una giornalista, quindi regina della banalità (e della superficialità) ed un professore che “Ha fatto ” economia per 50 anni, a tutti i livelli, dallo studio alla pratica. Per fare un esempio la Costamagna ad un certo punto parla di “Deficit che c’è sempre stato in Italia, tranne le manovre del governo Monti”. Questi sono i deficit del governo Monti:

Deficit al 2,9% invece che al 2,4% previsto da questo governo, ma il governo Monti non ha fatto deficit

Ringraziamo il sempre ottimo Fasto S, Inriverente , e vi invitiamo a seguire i suoi canali multimediali.

Buon Ascolto


 

Demofobia: così la classe dominante odia il popolo e la sua sovranità

politicamentescorretto.info 27.10.18

Benvenuti nella postdemocratica società di libero mercato. La democrazia, tanto più evocata quanto più irrealizzata, si dissolve oggi nella libertà della domanda e dell’offerta senza mediazioni statali e politiche di alcun tipo e, insieme, nella libera adesione popolare alle scelte autocraticamente prese in modo tutto fuorché democratico dall’oligarchia finanziaria turbomondialista. Il volere deterritorializzato dei mercati e della loro classe apolide di riferimento si impone in ogni modo – pressioni esercitate mediante le leve del debito pubblico, colpi di Stato finanziari, ricatto degli investitori internazionali, ripercussioni dei mercati nervosi, impennate dello spread – sulla volontà democratica dei popoli radicati negli spazi degli Stati sovrani nazionali in fase di smantellamento a beneficio del one world del cosmomercatismo assoluto.

Qualora il popolo, che spinozianamente dovrebbe essere «il corpo e la mente dell’intero Stato» (totius imperii corpus et mensTrattato politico, III, 2), esprima prospettive divergenti rispetto a quelle dell’élite, sono sempre queste ultime a dover prevalere, con annessa diffamazione del popolo (populista, totalitario e antimoderno) ad opera del circo mediatico e del clero intellettuale. Quest’ultimo aspetto richiama irresistibilmente alla memoria i versi con cui Brecht, nel 1953, in riferimento alle minacce del segretario dell’Unione Scrittori agli operai nella Germania Est, scherniva il distacco del governo dalle masse: «Il popolo / si era giocata la fiducia del governo / e la poteva riconquistare soltanto / raddoppiando il lavoro. Non sarebbe / più semplice, allora, che il governo / sciogliesse il popolo e / ne eleggesse un altro?». Fu questo il caso, emblematico dell’era delle democrazie senza democrazia, del beniamino dei flussi finanziari Mario Monti, l’«uomo dei mercati», l’euroinomane più impenitente; il quale, in un’intervista su La Stampa del 18 giugno 2016, in riferimento al «Brexit», ossia al referendum con cui il popolo inglese aveva votato per il recupero della sovranità e l’abbandono dell’Unione Europea, lamentò il fatto che si era «abusato della democrazia» (sic!), giacché era emerso un verdetto contrario all’interesse cosmopolitico della classe dominante.

La classe dominante e il suo ceto intellettuale di completamento sono ab intrinseco demofobi: i loro interessi sono antipodici rispetto a quello delle masse nazionali-popolari. Essi oggi esprimono il loro odio di classe verso queste ultime con la categoria di «populismo», con cui viene accusato indistintamente chiunque non assuma lo sguardo dall’alto proprio dell’aristocrazia finanziaria. Sotto questo profilo, è inconfessabilmente conservato, sotto gli strati del tempo, il significato originario del termine: «populisti», infatti, erano in origine, nella Russia a cavaliere tra il 1860 e il 1880, i socialisti che aspiravano ad «andare verso il popolo» – espressione che costituirà, per Gramsci, la base del nazionale-popolare e della riforma morale –, per alfabetizzare le masse e per favorirne l’emancipazione. È esattamente questo aspetto paideutico ed emancipativo che l’élite demofobica non può oggi accettare. Essa, com’è ogni giorno più evidente, opera affinché le masse permangano nella propria passività inconsapevole, prive di orizzonti emancipativi e di strategie del conflitto corale, distratta dallo spettacolo mediatico sempiterno, in balia di microconflitti orizzontali in seno alla stessa massa damnata degli sconfitti e disposta eventualmente a battersi unicamente in nome della conservazione delle proprie robuste catene. Nel suo Against Democracy (2016), Jason Brennan ha conferito dignità teorica ai sentimenti post-democratici e demofobi della nuova aristocrazia global-elitaria: la tesi su cui è costruito lo studio di Brennan è quella in accordo con la quale occorrerebbe, in certa misura, limitare il diritto di voto ai «competenti», ossia – questo il non detto – alle classi cosmopolite non coincidenti con il Servo nazionale-popolare precarizzato.

Diego Fusaro

L’articolo Demofobia: così la classe dominante odia il popolo e la sua sovranità proviene da Il Primato Nazionale.

IL CONTRATTO DEL TAP A FIRMA MARIO MONTI

 scenarieconomici.it 28.10.18

CarCarlo PierCalenda, detto Tronfiolo (cit. Marione), l’ha nuovamente fatta fuori del vasino.

Il contratto Tap esiste, eccovi il documento pubblicato da wikileaks:

Chiaramente CarCarlo non poteva sapere tutto poichè venne tenuto fuori dall’accordo:

accordo che divenne legge di stato con Napolitano e Letta a dicembre 2013

Bravo Luigi Di Maio.

Ad maiora.

Tensione sulle banche, Il Gazzettino: rischio aumenti di capitale, servono già sei miliardi

Rassegna Stampa vicenzapiu.com 27.10.18ArticleImage

Si fa presto a dire «ricapitalizzeremo le banche, se necessario». Perché oltre a capire su quali spalle peserebbero le eventuali iniezioni di patrimonio rievocate nelle ultime ore in modo diverso dai due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, se non su quelle degli azionisti, bisognerebbe ricordare che le banche e i loro soci hanno già dato molto su questo fronte. Colpa della crisi, certo, ma anche per colpa dello spread Btp-Bund che insieme a tassi di crescita economica asfittici ha fatto letteralmente esplodere la bomba dei crediti “malati” di cui si sono ritrovate gonfie le banche.

Solo nel 2017 i principali istituti italiani hanno fatto ricapitalizzazioni per ben 22,6 miliardi, secondo i calcoli di Mediobanca. Dall’inizio della crisi del 2008, la montagna di risorse chieste al mercato sale a 72 miliardi. Un importo pari a due terzi (66%) della capitalizzazione di fine settembre scorso. Di fronte a questi numeri viene quasi da dire che non sono poi molti 6 miliardi di patrimonio (vale a dire il Cetl, cioè il capitale di migliore qualità delle banche sotto il faro della Vigilanza Bce) bruciato dal settore bancario da maggio. Perché tanto valgono, secondo valutazioni del Credit Suisse, quei 200 punti “guadagnati” dalla fine di aprile dal differenziale (che ieri ha chiuso a 309). Per ogni 100 punti di aumento, dicono gli analisti, il capitale “sensibile” si riduce di circa 35 punti, vale a dire poco più di 3 miliardi. Certo, non vuol dire che se ci sono 6 miliardi in meno di patrimonio, ne serviranno altrettanti da iniettare nelle banche. Perché quelle con le spalle più larghe, nonostante la svalutazione dei Btp in portafoglio e degli Npl da cedere, hanno cuscinetti sufficienti per dormire sonni tranquilli. Ma se questi livelli di spread diventassero strutturali e non sono passeggeri, come teme qualcuno, se davvero ci si avvicinerà anche a quota 350 sull’onda dello scontro con l’Ue, allora sì che qualche banca più fragile dovrà tenerne dolorosamente conto. I riflettori sono puntati soprattutto su Banca Carige e Mps. Ma a guardare le scommesse al ribasso della speculazione, c’è anche altro cui guardare. Sempre secondo Credit Suisse, gli short sellers, cioè i venditori allo scoperto, hanno preso di mira negli ultimi mesi le banche di medie dimensioni con un elevato flottante. E dunque la banca più venduta allo scoperto in Europa risulta essere Banco Bpm, seguita da Bper e Ubi, ben più vendute anche delle greche. Non solo. In quasi 8 mesi l’intero sistema bancario italiano ha visto bruciare in Borsa oltre 40 miliardi di valore. Insomma è come se fosse evaporata in un colpo solo una banca delle dimensioni di Intesa Sanpaolo. Di questo si è parlato nel corso dei colloqui di questa settimana con i tecnici Ue, di esponenti del governo e di Bankitalia. Anche perché il2 novembre c’è l’appuntamento con i nuovi stress test della Bce. E non è affare da poco.

LE OPZIONI

Dunque, siccome le parole pesano, il mercato guarda con curiosità non senza scetticismo ai «tanti modi per ricapitalizzare le banche» evocati da Di Maio, dopo che Salvini aveva fatto intendere che fosse pronto un paracadute pubblico ad ampio raggio. Ieri di nuovo. «Nessuna banca salterà: il governo le difenderà», ha puntualizzato Salvini, che non esclude eventuali fusioni. «Hanno un senso economico, dunque perché no?». Ma attenzione, «sostenere le banche non significa prendere soldi agli italiani», ha chiarito subito Di Maio mentre la Borsa assisteva basita all’ennesimo crollo delle banche in attesa del verdetto di S&P sull’Italia. Come può intervenire il governo? Il nodo da sciogliere comunque non è semplice. Anche perché in questo quadro non sembra percorribile il vecchio “fondo salva-banche” creato dal governo Gentiloni-Padoan per intervenire su Mps prima e sulle banche venete poi (meno di 15 miliardi). Non può essere utilizzato nel 2019, anche perché le risorse sono tutte impegnate e a fine anno quello che rimane andrà, con apposito decreto ministeriale, destinato al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Se dunque il governo volesse mettere in campo un intervento simile per supportare eventuali nuovi istituti in difficoltà dovrebbe partire da zero, trovando le risorse necessarie e, soprattutto, un accordo con l’Europa. Secondo gli analisti di Equita, il framework normativo da utilizzare per le banche potrebbe essere quello della ricapitalizzazione precauzionale evitando il bail-in con il ricorso alla direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) che consente di far fronte a deficit patrimoniali risultanti dallo stress test degli istituti greci. «Bel risultato – commentavano ieri alcuni analisti – hanno tanto criticato chili ha preceduti con il caso bail-in e adesso, non paghi di aver provocato questa bagarre, evocano soluzioni alla greca».

di Roberta Amoruso, da Il Gazzettino

 

 

Manovra: la Ue ha ragione a bocciarla, ma ora che succede?

 firstonline.info 27.10.18

L’indisponibilità del Governo italiano a modificare la manovra di bilancio può portare alla procedura d’infrazione e alle sanzioni all’Italia anche prima delle elezioni europee di maggio ma la questione centrale è capire se il Governo intenda sfidare le regole europee fino a mettere in discussione l’appartenenza all’Eurozona o sondare il terreno prima di ritirarsi sull’orlo del precipizio – VIDEO.

Manovra: la Ue ha ragione a bocciarla, ma ora che succede?

Il 23 ottobre scorso, nell’ambito del semestre europeo, la Commissione europea ha respinto il Documento programmatico di bilancio (DPB) italiano per il 2019 a causa di “un’inosservanza particolarmente grave” della raccomandazione indirizzata all’Italia dal Consiglio ECOFIN il 13 luglio 2018. A questa decisione senza precedenti si accompagna la richiesta al governo italiano di presentare entro tre settimane un documento rivisto, più conforme con le regole europee.

La Commissione critica il DPB italiano per quattro motivi:

  1. Con il DPB, è stato apertamente abbandonato il percorso di convergenza verso l’obiettivo di pareggio di bilancio strutturale a medio termine, prevedendo invece un aumento di 1,4 punti percentuali del PIL rispetto agli impegni precedenti. Tale deviazione verrebbe mantenuta anche nel 2020 e nel 2021;
  2. L’ufficio parlamentare di bilancio (UPB) ha rifiutato di convalidare le previsioni di crescita nominale sottese al DPB (sopra il 3 percento annuo), in quanto esse si collocano di quasi un punto percentuale al fuori dall’intervallo di confidenza dei previsori del panel dell’UPB;
  3. Ne consegue che l’obiettivo dichiarato del DPB di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL non è credibile;
  4. La decisione del governo italiano di aumentare il disavanzo pubblico, nonostante le difficoltà legate alla sostenibilità del debito pubblico, comporta il rischio di ricadute per gli altri membri dell’eurozona e dell’Unione.

Non vi è dubbio che l’Italia stia violando il Patto di stabilità. Nella lettera inviata alla Commissione europea il  22 ottobre scorso il Ministro Tria ha dichiarato che il governo “è cosciente di aver scelto un’impostazione della politica di bilancio non in linea con le norme applicative del Patto di Stabilità e Crescita”. Inoltre, fissando l’obiettivo di indebitamento per il 2019 al 2,4% del Pil, essendo l’indebitamento netto per il 2018 già vicino al 2%, l’aumento della crescita del PIL dello 0,6% appare certamente sovrastimato, anche se non tiene conto dell’impatto negativo dell’aumento dei tassi di interesse sugli investimenti privati e l’offerta di credito. Vi sono dunque seri dubbi sulla capacità del governo italiano di rispettare anche l’obiettivo del 2,4% di indebitamento, per non parlare della annunciata riduzione del rapporto debito-PIL.

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L’Italia adesso ha tre settimane di tempo per reagire. Il tono generale delle ultime dichiarazioni del governo e delle principali forze politiche che lo sostengono è stato finora conciliatorio, ma nella sostanza prevale un atteggiamento di sfida. Il governo vede il DPB inviato a Bruxelles come espressione degli impegni politici assunti nei confronti dei propri elettori e che esso sia necessario per aumentare la crescita e ridurre la povertà e il disagio sociale. Inoltre, il governo sostiene che gli investimenti infrastrutturali e le riforme amministrative miglioreranno sensibilmente il clima imprenditoriale e saranno una leva per gli investimenti privati. Pertanto, non vi è al momento l’intenzione di modificare il DPB, nonostante qualche allusione alla possibilità di tenere i programmi di spesa sotto i livelli-obiettivo, nel caso le condizioni finanziarie dovessero peggiorare ulteriormente.

In assenza di modiche del DPB, è probabile che la Commissione avvii una procedura per deficit eccessivo (PDE) per il mancato rispetto della regola di riduzione del debito. Per l’Italia, la Commissione aveva fino ad oggi considerato soddisfatta tale regola, nonostante il rapporto tra debito e Pil non scendesse a una velocità adeguata, grazie al rispetto del Patto di Stabilità; pertanto, l’abbandono del percorso di convergenza dall’obiettivo di medio termine sul disavanzo strutturale implica anche il venire meno del rispetto della regola sul debito, conducendo quindi direttamente all’apertura di una procedura per deficit eccessivo. Qualcuno mormora che la Commissione abbia intenzione di accelerare il processo per ottenere una decisione già al Consiglio europeo di dicembre. Ciò potrebbe, secondo l’articolo 126 del TFEU, portare a possibili sanzioni per Italia anche prima delle elezioni europee di maggio.

Purtroppo, gli andamenti recenti e prevedibili dell’economia e dei mercati finanziari non contribuiscono a rafforzare la credibilità del DPB italiano. La crescita del PIL si è già fermata nel terzo trimestre del 2018 e la maggior parte dei previsori si aspetta che l’economia italiana si fermi o vada in recessione nei prossimi due trimestri. Inoltre, mentre cala la fiducia degli investitori, lo spread fra i titoli di stato italiano decennali e i bund tedeschi si allarga. Gli investitori potrebbero essere ulteriormente destabilizzati dall’accelerazione della PDE da parte della Commissione. Le agenzie di rating stanno rivalutando la situazione: Moody’s ha già declassato i titoli italiani di un punto (a Baa3, un punto più alto di “spazzatura”) e S&P ha mantenuto il rating ma declassato l’outlook in negativo. Il costo del finanziamento per le banche sta aumentando e c’è la concreta possibilità di una nuova stretta del credito, essendo le banche costrette ad aumentare il loro capitale per far fronte alle perdite emergenti sui loro (vasti) portafogli di titoli di debito pubblico.

Poiché la Commissione ha chiarito che non accetterà l’attuale DPB – anche a seguito dell’incapacità di ridurre minimamente il debito pubblico rispetto al PIL nella scorsa legislatura – la questione rilevante è se il governo intenda davvero sfidare le regole europee al punto da mettere in discussione la sua appartenenza all’eurozona (e l’Unione), o se stia solo sondando il terreno per vedere quanto lontano può andare prima di ritirarsi dall’orlo del precipizio.

Alcune dichiarazioni di influenti membri del governo non sono incoraggianti. Ad esempio, il Ministro per gli Affari europei Savona ha recentemente ribadito in pubblico il suo punto di vista per cui l’Italia non vuole uscire dall’euro, ma resta da vedere se saranno le posizioni europee a spingerci fuori. Tuttavia, sembra tuttora probabile che il governo scelga la via del compromesso con le istituzioni europee, mentre i due partiti della coalizione cercheranno di approfittare delle “richieste oltraggiose” provenienti dall’Europa per accrescere il loro consenso elettorale. Certamente, se si dovesse aggravare la crisi di fiducia dei mercati finanziari e dovesse riapparire lo spettro di una perdita di accesso ai mercati per i titoli pubblici italiani, allora il ritorno alla ragione da parte del governo italiano potrebbe dover passare per una “fase Syriza” – quando nel 2015 la chiusura delle banche costrinse il governo greco a tornare a Bruxelles e accettare dure condizioni economiche – e, probabilmente, per una crisi di governo. Il problema in questo scenario è che – a differenza del novembre 2011 quando la pressione dei mercati portò alle dimissioni del governo Berlusconi e alla sua sostituzione con Mario Monti – oggi non esiste un’alternativa politica per formare un governo più sensibile alle richieste della Commissione.

°°°°Questa è la traduzione italiana del Commentary dell’autore pubblicato ieri dal CEPS a Bruxelles e dalla LUISS SEP a Roma

Chi è Steve Bannon

 

Steve Bannon (LaPresse)

Steve Bannon è attualmente uno dei personaggi del mondo mediatico e politico Usa più influenti e di cui, da qualche mese a questa parte, maggiormente si discute. Salito alla ribalta per essere lo “stratega” di Donald Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali americane del 2016, Bannon oggi appare molto popolare anche in Europa. Con il suo The Moviment tenta di proporre la propria visione futura della politica, considerata sovranista e populista, nel vecchio continente.

Steve Bannon nasce a Norfolk, una località della Virginia, nel 1953. La sua è una tipica famiglia della “working class” americana: suo padre infatti lavora come operaio presso una società che si occupa di posare cavi telefonici. La sua famiglia è irlandese e Bannon cresce con un’educazione fortemente cattolica. Viene descritto come un adolescente non particolarmente discolo, al contempo però appare molto ambizioso negli studi. Riesce infatti, nonostante non sempre le condizioni economiche della famiglia glielo permettano, a pagare il proprio percorso universitario e nel 1976 si laurea presso la Virginia Tech in pianificazione urbanistica. 

Ma a quel punto la sua carriera, universitaria e professionale, prende altre pieghe tralasciando le sue competenze in materia urbanistica e, sul finire degli anni ’70, Bannon decide di arruolarsi in Marina.

L’esperienza all’interno della Marina Militare e gli studi ad Harvard

Secondo diverse testimonianze, l’arruolamento presso la Marina Militare è la prima vera svolta nella vita di Steve Bannon. Questa esperienza gli consente di conoscere diversi persone e di iniziare ad avere una precisa fisionomia nel suo pensiero politico, che subito vira verso una linea conservatrice. Ma non solo: l’esperienza in Marina, dove svolge il compito di ufficiale di complemento sul cacciatorpediniere USS Paul F. Foster, gli consente di implementare i suoi studi. Bannon si concentra, a livello universitario, su quelle che sembrano due importanti passioni: la politica e l’economia.

Consegue infatti un master in Studi sulla Sicurezza nazionale presso la Georgetown University e, nel 1985, ottiene un Master in Business Administration ad Harvard. 

Steve Bannon e la carriera all’interno di Goldman Sachs

Congedatosi dalla Marina a metà anni ’80, nel 1987 fa il suo ingresso nel mondo finanziario venendo ingaggiato dal colosso bancario Goldman Sachs. Qui inizia a fare carriera, assumendo importanti ruoli nel ramo della pianificazione finanziaria. 

Ma nei primi anni ’90 Steve Bannon scopre un altro “amore”: quello della produzione cinematografica e televisiva. Si ha notizia del suo lavoro come produttore nel film, diretto da Sean Penn, “Il lupo solitario”, uscito nelle sale cinematografiche nel 1991. Seguono diversi documentari proiettati sia nei cinema che nel piccolo schermo: si tratta, per lo più, di pellicole dove emerge il suo punto di vista conservatore e dove iniziano a trasparire le sue idee politiche.

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Bannon, in particolare, si rende conto della potenzialità del suo progetto: i documentari che prendono in esame tematiche neo conservatrici acquistano sempre maggior successo. Da qui, e siamo già nei primi anni 2000, arriva la svolta di entrare nel mondo dell’editoria e del giornalismo.

L’incontro con Andrew Breitbart

Cruciale in tal senso è l’incontro con un giovane ed ambizioso editore californiano, Andrew Breitbart. I due si conoscono, affermano i ben informati, nel 2004. Breitbart, al contrario di Bannon, non ha origini umili e proviene da una famiglia adottiva molto ricca: suo padre è un commerciante ebreo proprietario di un importante ristorante, sua madre invece lavora nell’ambito finanziario. Breitbard è stato abbandonato molto piccolo dai genitori biologici che, come da lui stesso dichiarato tempo dopo, sembrerebbero essere di origine irlandese. Adottato già in tenera età, Breitbart viene cresciuto negli ambienti ebraici di Los Angeles e questo non è un dettaglio da poco per la sua formazione, considerando in seguito le sue posizioni filo israeliane e profondamente conservatrici. 

Nel 2004 Breitbart ha intenzione di lanciare un nuovo sito web d’informazione, con un’idea all’epoca tanto controversa quanto innovativa: creare un aggregatore di notizie, specie di quelle che a volte non trovano spazio nei media tradizionali. Breitbart appare ambizioso e con il potenziale economico per affrontare il progetto, Steve Bannon ne condivide sia le basi giornalistiche che ideologiche. È così che nasce nel 2005 Breitbart News, Bannon entra subito nel consiglio di amministrazione della società ed appare come uno dei più importanti sostenitori del progetto. Nel giro di pochi anni, Breitbart News ottiene un successo quasi insperato negli Usa e diventa un riferimento non solo per chi sostiene le posizioni più conservatrici, ma anche per chi va alla ricerca di notizie diverse da quelle passate nel cosiddetto “mainstream”. 

Il progetto di Breitbart News è sorretto, oltre che dal fondatore e da Bannon, anche dall’amico d’infanzia di Andrew Breitbart, ossia l’ebreo di origini russe Larry Solov. Il progetto ha così tanto successo da attirare l’interesse della famiglia Mercer, una delle più ricche degli Usa ed impegnata per le cause vicine ai conservatori. La fondazione dei Mercer, trainata da Bob Mercer (fondatore e Ceo di Renaissance Technologies), entra quindi nella società di Breitbart ed impone Steve Bannon come direttore. Da questo momento, è il 2011, Steve Bannon e la famiglia Mercer diventano sempre più vicini. 

La direzione di Breitbart e la trasformazione del progetto da parte di Bannon

Nel marzo del 2012 avviene un fatto tanto tragico quanto improvviso: a causa di un infarto, ad appena 43 anni muore Andrew Breitbart. Forte del ruolo della famiglia Mercer e del suo appoggio, Steve Bannon diventa il successo di Breitbart alla guida del progetto dell’omonimo sito di informazione. E da subito lo stesso Bannon imprime la propria linea al sito d’informazione. La redazione diventa molto più grande con l’aggiunta di nuovi collaboratori e vengono aperte nuove sedi: oltre a quella centrale di Los Angeles, una redazione viene aperta in Texas ed una a Londra, successivamente un’altra viene inaugurata a Gerusalemme. 

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Ma non sono queste le uniche novità. Breitbart inizia a scrivere propri contenuti, non è più soltanto un aggregatore di notizie e vengono ospitati sempre più editoriali di chiara impronta conservatrice. Nel giro di pochi anni, Breitbart News diventa punto di riferimento per la cosiddetta “Alt – right” americana. Dal Tea Party ai movimenti che si richiamano alla destra statunitense, in tanti iniziano a vedere Breitbart come un sito su cui fare affidamento. Bannon, dal canto suo, afferma che il suo sito d’informazione ha come obiettivo quello di scardinare l’informazione ufficiale, offrendo ai lettori la possibilità di reperire notizie che non vengono diffuse nei media più tradizionali. “Vogliamo essere come l’Huffington Post della vera destra”, ripete più volte Bannon nel corso degli anni della sua direzione di Breitbart. Non mancano riferimenti contro le élite, l’establishment sia democratico che repubblicano, e contro gran parte dei media americani. 

L’incontro tra Bannon e Trump

Sono queste le basi che avvicinano Steve Bannon e Donald Trump. Il tycoon newyorkese ad inizio 2015 sembra ancora indeciso sul da farsi in vista del 2016. In tanti consigliano all’imprenditore di lasciar perdere la corsa per le presidenziali, anche se la fine degli otto anni di Obama potrebbe aprire inedite chance di vittoria. Steve Bannon sarebbe dietro alla scelta di Trump di rompere gli indugi e provare a correre per la Casa Bianca. Non a caso, nel promuovere la sua candidatura, il tycoon inizia ad utilizzare lo stesso linguaggio di Bannon: cominciano ad esserci profonde critiche all’establishment, ai media tradizionali, la corsa di Trump viene presentata come “indipendente” prima ancora che interna ai Repubblicani. 

Di fatto si ha un’unione delle due principali caratteristiche del pensiero e dell’operato di Bannon come leader di Breitbart News: da un lato le idee conservatrici, dall’altro la guerra contro i partiti tradizionali e le rispettive élite. Trump in questo modo non è soltanto il candidato di riferimento della destra ultra conservatrice, ma anche di chi ha intenzione di esprimere un voto anti sistema. Le forze economiche di Trump si uniscono a quelle della famiglia Mercer, con Bannon che grazie a Breitbart porta avanti le idee del “trumpismo” lungo tutto il 2016. 

Il ruolo di “stratega” di Trump e la repentina cacciata dalla Casa Bianca

Steve Bannon diventa quindi tra i principali collaboratori di Donald Trump durante la campagna elettorale, dalle primarie repubblicane fino alla sfida contro Hillary Clinton. “America First” e “Make America great again”, sono alcuni degli slogan di successo di Trump, in cui è evidente lo zampino conservatore ed anti establishment di Steve Bannon. Si inizia a vedere quindi nel direttore di Breitbart News lo stratega di Trump. Un ruolo non soltanto di consigliere politico, ma anche di tramite tra il candidato repubblicano e la famiglia Mercer, la quale nel 2013 lancia tra le altre cose anche la società Cambridge Analytica, la stessa destinata poi ad essere travolta dallo scandalo dei dati venduti a Facebook nel 2018. “Senza i Mercer Trump non avrebbe potuto vincere”, sostiene Bannon a distanza di qualche anno. 

E la storia di quel 2016 è ben nota: Donald Trump vince le primarie repubblicane ed ottiene la nomination. Per la politica americana è un terremoto: per la prima volta, in funzione anti Trump, si hanno alleanza trasversali tra repubblicani e democratici. Il senatore McCain e la famiglia degli ex presidenti Bush senior e Bush junior, sono soltanto alcuni dei più eclatanti casi di storici esponenti repubblicani che sostengono apertamente Hillary Clinton, moglie dell’ex presidente Bill Clinton e candidata del Partito Democratico. La candidatura di Trump appare quasi più indipendente che repubblicana, ma su di essa convergono le simpatie di una buona fetta dell’elettorato deluso della parte più povera degli Stati Uniti. Operai, classe media, conservatori e tanti altri settori votano in massa per Trump. Le sue parole anti establishment, la critica alla globalizzazione, la prospettiva di favorire una ri localizzazione delle aziende scappate all’estero, al pari di una lotta senza quartiere all’estremismo islamico e ad una promessa di una politica estera più “isolata” per gli Usa, sono le carte vincenti del tycoon newyorkese. 

Dietro questo programma, vi è molto più che una semplice impronta di Bannon. Anche l’avvicinamento alla Russia di Putin sarebbe opera del Ceo di Breitbart. Non a caso, nell’inchiesta Russiagate su presunte intromissioni di Mosca nelle elezioni Usa, Bannon compare spesso e più volte è comparso dinnanzi al procuratore. Nel novembre 2016 arriva quindi la consacrazione: Donald Trump batte Hillary Clinton e diventa nuovo presidente. Al suo fianco sembra inamovibile Steve Bannon, che diventa capo stratega della Casa Bianca e consigliere anziano del presidente. 

Ma, contrariamente ai pronostici post campagna elettorale, l’avventura di Bannon a Washington dura molto poco. Fatale, secondo gli analisti americani, sia un carattere considerato eccessivamente egocentrico mal digerito da Trump, sia soprattutto gli asti e gli attrici con una parte della famiglia dello stesso presidente. Ci sarebbe Ivanka Trump, assieme al marito Jared Kushner, dietro il definitivo divorzio decretato il 18 agosto 2017 tra Steve Bannon e Donald Trump. 

Steve Bannon sbarca in Europa con “The Movement” 

Finita l’avventura alla Casa Bianca, Bannon si getta nuovamente a tempo pieno nella direzione di Breitbart. Ma anche in questo caso l’esperienza dura poco: nel gennaio 2018 infatti, esce sul sito un articolo dal titolo “Fire and Fury”, nel quale si criticano aspramente Ivanka Trump e Jared Kushner. La famiglia Mercer non vuole rompere definitivamente i legami ed i rapporti con la famiglia Trump, dunque Bannon appare come vittima sacrificale di questo intreccio. L’ex stratega del presidente dà le dimissioni da direttore di Breitbart il 9 gennaio 2018. 

È a questo punto che Steve Bannon decide di sbarcare nel Vecchio continente. Assieme al politico belga Mischael Modrikamen fonda “The Movement“, un movimento nato con l’intento di aggregare tutte le forze sovraniste ed anti europeiste. Steve Bannon vuole portare in Europa le idee che hanno portato negli Usa al trionfo di Trump, con l’obiettivo di creare un ponte tra le due sponde dell’atlantico legate dal filo del sovranismo. La sua visita recente compiuta in Europa appare soltanto il primo passo. Nel vecchio continente Bannon ha incontrato Le Pen, Salvini, Orban, così come i leader dei Democratici Svedesi, di Alternative for Deutschland, del Partito delle Libertà olandese ed altri movimenti che sembrano convergere con The Movement (Guarda il reportage su The Movement). 

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I capisaldi di queste alleanze sembrano essere quelli del superamento delle entità sovranazionali, tornando invece a puntare sulla sovranità dei singoli Stati, al pari del contrasto all’immigrazione clandestina, alla salvaguardia dei confini ed alla lotta all’Islam radicale. Nei giorni scorsi Modrikamen ha affermato l’intenzione di organizzare nel prossimo mese di gennaio una convention di The Movement: l’obiettivo di Bannon, in tal senso, sembra essere quello di creare una forte alleanza tra i gruppi cosiddetti “sovranisti – populisti” in vista delle elezioni europee della primavera del 2019. 

DOPO AVER DISTRUTTO LA GRECIA LA LAGARDE ORA PUNTA ALL’ITALIA

politicamentescorretto.info 27.10.18

Nelle scorse settimane il Fondo Monetario Internazionale ha più volte criticato la manovra economica del governo italiano, con Poul Thomsen, capo del dipartimento europeo dell’Fmi, che ha invitato Roma a ” rispettare le regole dell’Unione europea con la sua legge di bilancio del 2019 e costruire un buffer di liquidità per attutire la prossima crisi economica” e la direttrice Christine Lagarde che ha dichiarato di sperare in “una distanza” tra la “retorica” del governo italiano, che allarma Bruxelles, e “le cifre finali” del bilancio del Paese.

Proprio Christine Lagarde, nei prossimi mesi, potrebbe essere chiamata a un ruolo di maggiore visibilità nel contesto dell’economia internazionale. Negli ultimi tempi eventi come la crisi commerciale sino-americana, il crollo del valore delle valute di diversi Paesi in via di sviluppo (Turchia, Iran, Pakistan, Argentina) e i rischi per una nuova, grande crisi sistemica generata dalle disfunzionalità del mercato bancario non sono stati bilanciati da un’adeguata capacità di reazione da parte del Fmi.

Intrappolato nella ristretta area ideologica che ha sempre influenzato la sua azione, fondata sulla concessione di aiuti a Paesi in difficoltà in cambio di riforme strutturali draconiane nel sistema economico, sociale e previdenziale, il Fmi ha proposto le prime, timide aperture a politiche in sostegno alla domanda nel 2016, ma senza che ciò producesse sostanziali cambiamenti. E il timore per un mancato cambio di direzione dell’ente guidato dalla Lagarde rende necessario considerare con dovuta cautela il suo recente interesse per il nostro Paese.

Tra l’11 e il 12 ottobre il governo Conte ha ricevuto reprimende da tutti e tre le istituzioni costituenti la famosa “Troika” vista in azione in Grecia: il fatto che Jean-Claude Juncker,presidente della Commissione europea, e Mario Draghi, direttore della Bce, fossero in completo disaccordo con la manovra italiana era però prevedibile. Meno che critiche della stessa intensità arrivassero anche da oltre Atlantico, sede Fmi. Segno che l’allineamento di intenti tra Bce, Commissione e Fmi nei confronti dell’Italia appare simile a quello che caratterizzò il caso greco nel 2011.

Il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio ha ironizzato sottolineando che all’elenco dei critici della manovra italiana manca “solo la Nasa e qualche ente di qualche altro pianeta”. In ogni caso, la situazione è da tenere monitorata: spiace vedere in questo contesto oppositori del governo italiano di diversa estrazione, dall’ex presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem alla giornalista del Corriere Maria Teresa Meli, invocare il commissariamento del Paese da parte dei custodi dell’austerità senza preoccuparsi di cosa ciò costituirebbe per un Paese che ha già sperimentato, in forma non completa, il rigore imposto da Mario Monti, Elsa Fornero e i tecnici loro accoliti tra il 2011 e il 2013. Il caso greco insegna che la Troika significherebbe, per l’Italia, la rovina.

I disastri del Fmi della Lagarde nella Grecia distrutta dall’austerità

Nel giugno scorso la Troika ha definitivamente tolto la Grecia dal commissariamento economico e finanziario in cui era stata vincolata dal 2011 in avanti. Proprio nel momento in cui la Lagarde ascese alla guida del Fmi, la Troika ampliò la sua esposizione nei confronti di Atene.

“Giunta al Fmi nel 2011, Lagarde esaminò alla lente il Paese di Platone. ‘È in bancarotta’, pontificò”, scrive La Verità. Con l’ Ue, decisero di togliergli la sovranità e governarlo loro. Il torchio è durato sette anni”. Ora, “la Grecia è tornata padrona di sé stessa e ha scoperto che dall’orlo, dove stava prima, era finita nel baratro”.

E di baratro è giusto parlare guardano la dimensione della macelleria sociale imposta al Paese ellenico: “Rispetto a quando stava male e Christine la prese in cura, la Grecia ha perduto il 25% del Pil, un quarto dei 5 milioni di abitanti è in povertà assoluta, 500mila sono emigrati, la disoccupazione è al 22% (43%, tra i giovani), il debito pubblico, che era al 140%, è oggi al 180 sul Pil”.

Atene si è impegnata a spalmare il rimborso dei suoi debiti su un lasso di tempo smodatamente lungo, destinato a protrarsi fino al 2060. Mettere preventivamente in conto quarant’anni di ulteriore austerità significa abdicare a ciò che resta della sovranità politica ed economica del Paese. La svendita di asset pubblici più grande della storia europea (compagnie energetiche, aeroporti, autostrade e così via) non contribuirà ad alleviare una sofferenza oramai indicibile e la perdita di una generazione, distrutta assieme al tessuto sociale del Paese.

Solo di recente l’Fmi ha dichiarato errate le stime effettuate in Grecia nel 2010, quando aveva imposto a 0,5 il cosiddetto moltiplicatore fiscale che, come si può leggere sul blog di Alberto Bagnai, “esprime l’impatto che una manovra di spesa pubblica avrà sul Pil. Moltiplicatore di 0.5 significa che un aumento di spesa pubblica di un euro incrementa il Pil di 0.5 euro, e naturalmente (moltiplicando per meno uno), che una diminuzione di spesa pubblica di un euro decrementa il Pil di 0.5 euro”.

Nella realtà, il moltiplicatore per la Grecia si è dimostrato essere addirittura triplo, come confermato da un crollo del Pil superiore al 25%. La tecnica tiranna, si dirà. Una tecnica che vorremmo si tenesse a lungo lontana dai lidi italiani.

L’articolo Dopo aver distrutto la Grecia
la Lagarde ora punta all’Italia
 proviene da Gli occhi della guerra.

Il figlio del rifugiato aggiusta i conti con Salvini

BERNARDO DE MIGUEL elpais.com 27.10.18

Il commissario europeo per l’Economia, Pierre Moscovici, conosce in prima persona la sofferenza causata dalla deriva autoritaria

Pierre Moscovici, questo martedì a Strasburgo.Pierre Moscovici, questo martedì a Strasburgo. VINCENT KESSLER REUTERS

 

“Un cretino, un provocatore e un fascista, e posso aggiungere altri aggettivi.” Il gergo imperscrutabile di Bruxelles ha acquisito questa settimana una chiarezza sconosciuta per bocca del commissario europeo dell’Economia, Pierre Moscovici (Parigi, 1957). Il veterano politico francese ha portato avanti senza troppo eufemismo contro l’eurodeputato della Lega italiana che martedì ha sfregato la sua scarpa fatta in Italia sui giornali della Commissione europea nella sede del Parlamento europeo. Il reato simbolico si è verificato pochi minuti dopo che la Commissione europea ha respinto il progetto di bilancio presentato dal governo di coalizione tra 5 stelle e legaperché è considerato incompatibile con le regole comunitarie. Una decisione senza precedenti seguita da una raffica senza precedenti e sormontata da una tempesta nei social network a favore e contro Moscovici.

A 61, Moscovici godere di questo immerso fama digitale con un’emozione quasi adolescenziale, il risultato di due caratteristiche che coloro che vi hanno trattati considerano di rilievo: un certo egocentrismo che non si adatta male con la vita pubblica in cui ha intrapreso quarant’anni fa ( dalla mano del socialista Lionel Jospin, che diventerà primo ministro) e una capacità di mantenere la vitalità dietro il calendario. Solo cinque mesi fa era un padre per la prima volta dopo essersi sposato nel 2015 con Marine Charlie Pacquot, 22 anni più giovane di lui. Il ragazzo si chiama Giuseppe, un nome che indica esattamente le origini della famiglia Moscovici.

Ed è che il figlio di un rifugiato ebreo che scampato persecuzione fascista in Romania lo ha toccato la responsabilità di affrontare il governo italiano, dominata da un gran lunga – destra, Matteo Salvini , che ha negato la porta di accesso alle imbarcazioni con migranti salvato in mare. La migrazione e la xenofobia sono state attraversate molte volte nella storia dell’Europa. Spesso, molto forte. E nel vortice corrente di queste due correnti, scontro istituzionale tra Moscovici e Salvini è pubblicizzato come una vera e propria partita rancore. E non solo budget.

Il francese si trova di fronte alla battaglia, sapendo che altri governi o ultranazionalisti ultracatholic, come l’Ungheria e la Polonia, Salvini attendono una vittoria che si aprirà la strada ad un’Europa monocromatica, dubbioso cristiana e democratica. Proprio l’opposto di ciò che rappresenta la traiettoria di Moscovici.”Non commettere errori Coloro che invocano costantemente l’esclusività delle radici cristiane dell’Europa sono spesso eredi di correnti politiche in precedenza volevano un’Europa senza ebrei e ora. Che vogliono un non – musulmano”, ha accusato Moscovici in un articolo pubblicato in piena crisi europea di rifugiati .

Moscovici conosce in prima persona la sofferenza causata da derive autoritarie.Suo padre, l’eminente antropologo e sociologo francese Serge Moscovici, è stato espulso dalla scuola superiore nel suo paese natale, la Romania, le leggi antisemite del 1934. Fuggì da Bucarest poco prima del grande pogrom del 1941 e dopo sette anni di esodo sono arrivati ​​a Parigi . In Francia ha studiato con una “borsa di studio per rifugiati”, il primo passo che lo ha portato al vertice delle scienze sociali nel suo paese ospitante.

Anche la madre del commissario veniva dall’est. Famoso psicoanalista, Marie Bromberg era di origine polacca. Moscovici visse con lei dopo il divorzio della coppia. La morte di entrambi è avvenuta dopo l’arrivo di Moscovici alla Commissione europea, nel novembre 2014. E come in tante altre circostanze personali, il commissario ha appena tradito le emozioni durante il suo lavoro professionale. Discreti e riservati, quelli che lo hanno trattato nell’arena politica gli assicurano che è riluttante a mescolare i sentimenti con i dischi e che quasi mai commenta qualcosa di personale nei recessi degli incontri di lavoro.

Anche il suo profilo politico è rimasto sempre un po ‘indietro rispetto alle sue apparenti possibilità. È arrivato molto in alto (ministro delle finanze e degli affari europei, deputato nazionale ed europeo, commissario europeo …), ma ha sempre resistito al vertice. Gli mancava la segreteria generale del partito socialista.Sognò la Presidenza della Repubblica, ma alla fine si limitò a sostenereDominique Strauss-Kahn , prima, e François Hollande, più tardi. E fino a poche settimane fa sperava di diventare il candidato dei socialisti europei alla presidenza della Commissione europea nel 2019, ma si è appena dimesso perché non ha nemmeno il chiaro sostegno del suo partito in Francia.

È definito come “di sinistra, centro-sinistra, piuttosto”, in un riorientamento che sembra essere sempre più vicino a La República en Marcha di Emmanuel Macron. Un animale politico al centro, il suo futuro sembra molto aperto quando il mandato scadrà a Bruxelles (novembre 2019). Il movimento verso il movimento Macron sembra difficile per una persona con una tradizione familiare e una sinistra personale (come un giovane appartenente alla Lega Rivoluzionaria Comunista), ma non nasconde la sua intenzione di continuare a svolgere un ruolo importante nella politica francese ed europea. La recente paternità, ha riconosciuto, aggiunge un’altra dimensione alla lotta politica che vuole combattere contro il populismo e il nazionalismo, incarnata da figure come Salvini, l’ungherese Viktor Orbáno il polacco Jaroslaw Kaczynski. “Devo dimostrare a mio figlio che possiamo lasciargli un mondo migliore”, ha detto in un’intervista in una dichiarazione così inaspettata che ha sorpreso tutti. 

A Bruxelles è accompagnato da un alone di duro ed esigente nei rapporti di lavoro. E una reputazione come un buon comunicatore che, con l’invidia di altri oratori, lo rende praticamente immune agli slittamenti verbali che ogni politico può subire. È stato conciato insieme ai grandi della politica francese alla fine del XX secolo (da François Mitterrand, verso il quale mantiene un atteggiamento critico, a Jacques Chirac, durante il periodo di convivenzadella presidenza conservatrice con governo socialista). E a Bruxelles ha giocato un ruolo importante nel XXI secolo, con una presenza di rilievo nella stesura del trattato costituzionale frustrato e come commissario all’Economia in alcuni dei momenti più critici della crisi nella zona euro. Nel Lides with Greece ha raccolto uno dei suoi più grandi nemici recenti: Yanis Varoufakis . L’ex ministro delle finanze greco lo accusa di cercare di ingraziarsi se stesso con Atene e nel contempo rispettare gli orientamenti di Berlino.

Moscovici si adatta con apparente indifferenza critica come quelle di Varoufakis.Ed è attribuito un sangue freddo e una faccia da poker che anche gli incontri più esaltati dell’Eurogruppo (i ministri dell’Economia dell’Eurozona) sono riusciti a cambiare. Gli incontri ufficiali lo hanno portato da un capo all’altro dell’Europa e dai cinque continenti. E nonostante l’agenda, prova a prendere tempo per conoscere i luoghi più importanti della città che visiti. Lettore duro, la sua formazione passò attraverso l’Università di Scienze Politiche e l’inevitabile Scuola Nazionale di Amministrazione(ENA). Si dichiara appassionato di sci e surf. E i suoi gusti musicali puntano al rock, con David Bowie e Eric Clapton tra i suoni della testa. A un anno dalla fine del suo mandato a Bruxelles, vorrebbe lasciare in eredità a suo figlio un’Europa secolare, multiculturale e diversificata. Ma comincia a temere che Giuseppe non vedrà il suo continente ideale se gli stivali di cretini e fascisti calpestano i valori fondamentali dell’UE.

Vino, pane e lavanderie ecco la ndrangheta 2.0

ANDREA BERTAGNI caffe.ch 28.10.18

Le infiltrazioni nel mercato legale della cosca calabrese
Immagini articolo
Fa denaro a palate. Infilandosi nell’economia legale. Nel tessuto economico. Come la vera imprenditoria. Solo che è marcia. Violenta. Deviata. È l’’ndrangheta 2.0 del nuovo millennio che, alla droga e alle armi, preferisce il business delle pescherie, dei porti marittimi, delle auto rubate, delle lavanderie industriali, dei prodotti vinicoli e caseari, delle discoteche, delle scommesse legali, dei panifici, delle onoranze funebri, dei campeggi, dei reperti archeologici e persino dei centri d’accoglienza dei migranti. Una corsa ai soldi che non conosce confini. E dalla Calabria raggiunge la Lombardia, la Germania, la Svizzera, il Ticino. 
Perché, come ha evidenziato la procura di Catanzaro con l’operazione Stige, oggi la ‘ndrangheta non può̀ più̀ essere vista in maniera parcellizzata come un insieme di cosche locali, di fatto scoordinate, i cui vertici si riuniscono saltuariamente (pur se a volte periodicamente), ma come un “arcipelago” che ha una sua organizzazione coordinata ed organi di vertice dotati di una certa stabilità e di specifiche regole. “A riprova del vincolo che lega gli affiliati dei vari locali distaccati con il resto dell’organizzazione – scrive il magistrato Nicola Gratteri – essi, a cadenze periodiche devono pagare una vera e propria ‘tassa’ a favore del vertice del sodalizio, denominato Crimine o Provincia, che pur non intervenendo direttamente nella concreta attività̀ criminale gestita in autonomia dai singoli locali di ‘ndrangheta, svolge indiscutibilmente un ruolo incisivo sul piano organizzativo, innanzitutto attraverso la tutela delle regole basilari dell’organizzazione”. Succede così che gli appartenenti a una cellula locale calabrese operino con noncuranza in Germania e in Svizzera nello smercio di grossi quantitativi di vino imposti a ristoratori tedeschi e ticinesi. Tutto questo nel massimo riserbo. Emblematica a questo riguardo è la conversazione in cui un ‘dranghetista residente in Germania, citando un episodio relativo a una lite tra due cittadini italiani dimoranti a Melsungen, si lamenta che uno dei due ha estratto una pistola per strada. “…questa pagliacciata qua … cacci la pistola per la strada?!… Melsungen deve essere una chiesa… qua ci sono amici nostri che vanno e vengono… e qua non devono cominciare a rompere il c. con queste cacatine…”.
Niente deve fermare il business, insomma. Neppure a Lugano. Dice un altro mafioso intercettato dalla polizia. “…siamo andati in Svizzera … quando siamo arrivati… siamo andati a Lugano… abbiamo trovato a uno che ha assaggiato il vino… noi siamo andati e abbiamo portato un cofano di vino giusto così per regalarlo … per farlo vedere …Quel vino là è fatto proprio di vino … non è roba fatta …. Hai capito com’è?… infatti sono un milione di bottiglie e sono finite…”. L’etichetta in questione, “Zu Lorenzu”, in effetti è reale. Ma prodotto e imbottigliato in Calabria dall’organizazzione. Peccato che non è voluto, ma imposto. Anche a chi non ne fa richiesta. “Sedici locali sono nostri – spiega un affiliato a un altro, parlando della Svizzera – e poi il resto sono in società”.
L’imprenditoria ‘ndranghetista arriva anche a minacciare chi vuole aprire una gelateria vicino a quella di un aderente alla cosca. “Digli di pensare a Duisburg – dice un mafioso a un intermediario – così poi si rende conto della fine che fa”. Una macchina da guerra in piena regola. “L’altro giorno sono passato dalla Svizzera – confida un altro intercettato dalla polizia – ho fatto Chiasso… in Germania invece ci sono tre città che dobbiamo girare palmo a palmo…”. 
Che si tratti di vino, pane o pesce la tecnica è sempre la stessa. Imporre i propri prodotti a prezzi esorbitanti. E instaurare un regime di monopolio. Che strozza gli esercenti.

abertagni@caffe.ch