Chi è Steve Bannon

 

Steve Bannon (LaPresse)

Steve Bannon è attualmente uno dei personaggi del mondo mediatico e politico Usa più influenti e di cui, da qualche mese a questa parte, maggiormente si discute. Salito alla ribalta per essere lo “stratega” di Donald Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali americane del 2016, Bannon oggi appare molto popolare anche in Europa. Con il suo The Moviment tenta di proporre la propria visione futura della politica, considerata sovranista e populista, nel vecchio continente.

Steve Bannon nasce a Norfolk, una località della Virginia, nel 1953. La sua è una tipica famiglia della “working class” americana: suo padre infatti lavora come operaio presso una società che si occupa di posare cavi telefonici. La sua famiglia è irlandese e Bannon cresce con un’educazione fortemente cattolica. Viene descritto come un adolescente non particolarmente discolo, al contempo però appare molto ambizioso negli studi. Riesce infatti, nonostante non sempre le condizioni economiche della famiglia glielo permettano, a pagare il proprio percorso universitario e nel 1976 si laurea presso la Virginia Tech in pianificazione urbanistica. 

Ma a quel punto la sua carriera, universitaria e professionale, prende altre pieghe tralasciando le sue competenze in materia urbanistica e, sul finire degli anni ’70, Bannon decide di arruolarsi in Marina.

L’esperienza all’interno della Marina Militare e gli studi ad Harvard

Secondo diverse testimonianze, l’arruolamento presso la Marina Militare è la prima vera svolta nella vita di Steve Bannon. Questa esperienza gli consente di conoscere diversi persone e di iniziare ad avere una precisa fisionomia nel suo pensiero politico, che subito vira verso una linea conservatrice. Ma non solo: l’esperienza in Marina, dove svolge il compito di ufficiale di complemento sul cacciatorpediniere USS Paul F. Foster, gli consente di implementare i suoi studi. Bannon si concentra, a livello universitario, su quelle che sembrano due importanti passioni: la politica e l’economia.

Consegue infatti un master in Studi sulla Sicurezza nazionale presso la Georgetown University e, nel 1985, ottiene un Master in Business Administration ad Harvard. 

Steve Bannon e la carriera all’interno di Goldman Sachs

Congedatosi dalla Marina a metà anni ’80, nel 1987 fa il suo ingresso nel mondo finanziario venendo ingaggiato dal colosso bancario Goldman Sachs. Qui inizia a fare carriera, assumendo importanti ruoli nel ramo della pianificazione finanziaria. 

Ma nei primi anni ’90 Steve Bannon scopre un altro “amore”: quello della produzione cinematografica e televisiva. Si ha notizia del suo lavoro come produttore nel film, diretto da Sean Penn, “Il lupo solitario”, uscito nelle sale cinematografiche nel 1991. Seguono diversi documentari proiettati sia nei cinema che nel piccolo schermo: si tratta, per lo più, di pellicole dove emerge il suo punto di vista conservatore e dove iniziano a trasparire le sue idee politiche.

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Bannon, in particolare, si rende conto della potenzialità del suo progetto: i documentari che prendono in esame tematiche neo conservatrici acquistano sempre maggior successo. Da qui, e siamo già nei primi anni 2000, arriva la svolta di entrare nel mondo dell’editoria e del giornalismo.

L’incontro con Andrew Breitbart

Cruciale in tal senso è l’incontro con un giovane ed ambizioso editore californiano, Andrew Breitbart. I due si conoscono, affermano i ben informati, nel 2004. Breitbart, al contrario di Bannon, non ha origini umili e proviene da una famiglia adottiva molto ricca: suo padre è un commerciante ebreo proprietario di un importante ristorante, sua madre invece lavora nell’ambito finanziario. Breitbard è stato abbandonato molto piccolo dai genitori biologici che, come da lui stesso dichiarato tempo dopo, sembrerebbero essere di origine irlandese. Adottato già in tenera età, Breitbart viene cresciuto negli ambienti ebraici di Los Angeles e questo non è un dettaglio da poco per la sua formazione, considerando in seguito le sue posizioni filo israeliane e profondamente conservatrici. 

Nel 2004 Breitbart ha intenzione di lanciare un nuovo sito web d’informazione, con un’idea all’epoca tanto controversa quanto innovativa: creare un aggregatore di notizie, specie di quelle che a volte non trovano spazio nei media tradizionali. Breitbart appare ambizioso e con il potenziale economico per affrontare il progetto, Steve Bannon ne condivide sia le basi giornalistiche che ideologiche. È così che nasce nel 2005 Breitbart News, Bannon entra subito nel consiglio di amministrazione della società ed appare come uno dei più importanti sostenitori del progetto. Nel giro di pochi anni, Breitbart News ottiene un successo quasi insperato negli Usa e diventa un riferimento non solo per chi sostiene le posizioni più conservatrici, ma anche per chi va alla ricerca di notizie diverse da quelle passate nel cosiddetto “mainstream”. 

Il progetto di Breitbart News è sorretto, oltre che dal fondatore e da Bannon, anche dall’amico d’infanzia di Andrew Breitbart, ossia l’ebreo di origini russe Larry Solov. Il progetto ha così tanto successo da attirare l’interesse della famiglia Mercer, una delle più ricche degli Usa ed impegnata per le cause vicine ai conservatori. La fondazione dei Mercer, trainata da Bob Mercer (fondatore e Ceo di Renaissance Technologies), entra quindi nella società di Breitbart ed impone Steve Bannon come direttore. Da questo momento, è il 2011, Steve Bannon e la famiglia Mercer diventano sempre più vicini. 

La direzione di Breitbart e la trasformazione del progetto da parte di Bannon

Nel marzo del 2012 avviene un fatto tanto tragico quanto improvviso: a causa di un infarto, ad appena 43 anni muore Andrew Breitbart. Forte del ruolo della famiglia Mercer e del suo appoggio, Steve Bannon diventa il successo di Breitbart alla guida del progetto dell’omonimo sito di informazione. E da subito lo stesso Bannon imprime la propria linea al sito d’informazione. La redazione diventa molto più grande con l’aggiunta di nuovi collaboratori e vengono aperte nuove sedi: oltre a quella centrale di Los Angeles, una redazione viene aperta in Texas ed una a Londra, successivamente un’altra viene inaugurata a Gerusalemme. 

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Ma non sono queste le uniche novità. Breitbart inizia a scrivere propri contenuti, non è più soltanto un aggregatore di notizie e vengono ospitati sempre più editoriali di chiara impronta conservatrice. Nel giro di pochi anni, Breitbart News diventa punto di riferimento per la cosiddetta “Alt – right” americana. Dal Tea Party ai movimenti che si richiamano alla destra statunitense, in tanti iniziano a vedere Breitbart come un sito su cui fare affidamento. Bannon, dal canto suo, afferma che il suo sito d’informazione ha come obiettivo quello di scardinare l’informazione ufficiale, offrendo ai lettori la possibilità di reperire notizie che non vengono diffuse nei media più tradizionali. “Vogliamo essere come l’Huffington Post della vera destra”, ripete più volte Bannon nel corso degli anni della sua direzione di Breitbart. Non mancano riferimenti contro le élite, l’establishment sia democratico che repubblicano, e contro gran parte dei media americani. 

L’incontro tra Bannon e Trump

Sono queste le basi che avvicinano Steve Bannon e Donald Trump. Il tycoon newyorkese ad inizio 2015 sembra ancora indeciso sul da farsi in vista del 2016. In tanti consigliano all’imprenditore di lasciar perdere la corsa per le presidenziali, anche se la fine degli otto anni di Obama potrebbe aprire inedite chance di vittoria. Steve Bannon sarebbe dietro alla scelta di Trump di rompere gli indugi e provare a correre per la Casa Bianca. Non a caso, nel promuovere la sua candidatura, il tycoon inizia ad utilizzare lo stesso linguaggio di Bannon: cominciano ad esserci profonde critiche all’establishment, ai media tradizionali, la corsa di Trump viene presentata come “indipendente” prima ancora che interna ai Repubblicani. 

Di fatto si ha un’unione delle due principali caratteristiche del pensiero e dell’operato di Bannon come leader di Breitbart News: da un lato le idee conservatrici, dall’altro la guerra contro i partiti tradizionali e le rispettive élite. Trump in questo modo non è soltanto il candidato di riferimento della destra ultra conservatrice, ma anche di chi ha intenzione di esprimere un voto anti sistema. Le forze economiche di Trump si uniscono a quelle della famiglia Mercer, con Bannon che grazie a Breitbart porta avanti le idee del “trumpismo” lungo tutto il 2016. 

Il ruolo di “stratega” di Trump e la repentina cacciata dalla Casa Bianca

Steve Bannon diventa quindi tra i principali collaboratori di Donald Trump durante la campagna elettorale, dalle primarie repubblicane fino alla sfida contro Hillary Clinton. “America First” e “Make America great again”, sono alcuni degli slogan di successo di Trump, in cui è evidente lo zampino conservatore ed anti establishment di Steve Bannon. Si inizia a vedere quindi nel direttore di Breitbart News lo stratega di Trump. Un ruolo non soltanto di consigliere politico, ma anche di tramite tra il candidato repubblicano e la famiglia Mercer, la quale nel 2013 lancia tra le altre cose anche la società Cambridge Analytica, la stessa destinata poi ad essere travolta dallo scandalo dei dati venduti a Facebook nel 2018. “Senza i Mercer Trump non avrebbe potuto vincere”, sostiene Bannon a distanza di qualche anno. 

E la storia di quel 2016 è ben nota: Donald Trump vince le primarie repubblicane ed ottiene la nomination. Per la politica americana è un terremoto: per la prima volta, in funzione anti Trump, si hanno alleanza trasversali tra repubblicani e democratici. Il senatore McCain e la famiglia degli ex presidenti Bush senior e Bush junior, sono soltanto alcuni dei più eclatanti casi di storici esponenti repubblicani che sostengono apertamente Hillary Clinton, moglie dell’ex presidente Bill Clinton e candidata del Partito Democratico. La candidatura di Trump appare quasi più indipendente che repubblicana, ma su di essa convergono le simpatie di una buona fetta dell’elettorato deluso della parte più povera degli Stati Uniti. Operai, classe media, conservatori e tanti altri settori votano in massa per Trump. Le sue parole anti establishment, la critica alla globalizzazione, la prospettiva di favorire una ri localizzazione delle aziende scappate all’estero, al pari di una lotta senza quartiere all’estremismo islamico e ad una promessa di una politica estera più “isolata” per gli Usa, sono le carte vincenti del tycoon newyorkese. 

Dietro questo programma, vi è molto più che una semplice impronta di Bannon. Anche l’avvicinamento alla Russia di Putin sarebbe opera del Ceo di Breitbart. Non a caso, nell’inchiesta Russiagate su presunte intromissioni di Mosca nelle elezioni Usa, Bannon compare spesso e più volte è comparso dinnanzi al procuratore. Nel novembre 2016 arriva quindi la consacrazione: Donald Trump batte Hillary Clinton e diventa nuovo presidente. Al suo fianco sembra inamovibile Steve Bannon, che diventa capo stratega della Casa Bianca e consigliere anziano del presidente. 

Ma, contrariamente ai pronostici post campagna elettorale, l’avventura di Bannon a Washington dura molto poco. Fatale, secondo gli analisti americani, sia un carattere considerato eccessivamente egocentrico mal digerito da Trump, sia soprattutto gli asti e gli attrici con una parte della famiglia dello stesso presidente. Ci sarebbe Ivanka Trump, assieme al marito Jared Kushner, dietro il definitivo divorzio decretato il 18 agosto 2017 tra Steve Bannon e Donald Trump. 

Steve Bannon sbarca in Europa con “The Movement” 

Finita l’avventura alla Casa Bianca, Bannon si getta nuovamente a tempo pieno nella direzione di Breitbart. Ma anche in questo caso l’esperienza dura poco: nel gennaio 2018 infatti, esce sul sito un articolo dal titolo “Fire and Fury”, nel quale si criticano aspramente Ivanka Trump e Jared Kushner. La famiglia Mercer non vuole rompere definitivamente i legami ed i rapporti con la famiglia Trump, dunque Bannon appare come vittima sacrificale di questo intreccio. L’ex stratega del presidente dà le dimissioni da direttore di Breitbart il 9 gennaio 2018. 

È a questo punto che Steve Bannon decide di sbarcare nel Vecchio continente. Assieme al politico belga Mischael Modrikamen fonda “The Movement“, un movimento nato con l’intento di aggregare tutte le forze sovraniste ed anti europeiste. Steve Bannon vuole portare in Europa le idee che hanno portato negli Usa al trionfo di Trump, con l’obiettivo di creare un ponte tra le due sponde dell’atlantico legate dal filo del sovranismo. La sua visita recente compiuta in Europa appare soltanto il primo passo. Nel vecchio continente Bannon ha incontrato Le Pen, Salvini, Orban, così come i leader dei Democratici Svedesi, di Alternative for Deutschland, del Partito delle Libertà olandese ed altri movimenti che sembrano convergere con The Movement (Guarda il reportage su The Movement). 

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I capisaldi di queste alleanze sembrano essere quelli del superamento delle entità sovranazionali, tornando invece a puntare sulla sovranità dei singoli Stati, al pari del contrasto all’immigrazione clandestina, alla salvaguardia dei confini ed alla lotta all’Islam radicale. Nei giorni scorsi Modrikamen ha affermato l’intenzione di organizzare nel prossimo mese di gennaio una convention di The Movement: l’obiettivo di Bannon, in tal senso, sembra essere quello di creare una forte alleanza tra i gruppi cosiddetti “sovranisti – populisti” in vista delle elezioni europee della primavera del 2019.