Vino, pane e lavanderie ecco la ndrangheta 2.0

ANDREA BERTAGNI caffe.ch 28.10.18

Le infiltrazioni nel mercato legale della cosca calabrese
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Fa denaro a palate. Infilandosi nell’economia legale. Nel tessuto economico. Come la vera imprenditoria. Solo che è marcia. Violenta. Deviata. È l’’ndrangheta 2.0 del nuovo millennio che, alla droga e alle armi, preferisce il business delle pescherie, dei porti marittimi, delle auto rubate, delle lavanderie industriali, dei prodotti vinicoli e caseari, delle discoteche, delle scommesse legali, dei panifici, delle onoranze funebri, dei campeggi, dei reperti archeologici e persino dei centri d’accoglienza dei migranti. Una corsa ai soldi che non conosce confini. E dalla Calabria raggiunge la Lombardia, la Germania, la Svizzera, il Ticino. 
Perché, come ha evidenziato la procura di Catanzaro con l’operazione Stige, oggi la ‘ndrangheta non può̀ più̀ essere vista in maniera parcellizzata come un insieme di cosche locali, di fatto scoordinate, i cui vertici si riuniscono saltuariamente (pur se a volte periodicamente), ma come un “arcipelago” che ha una sua organizzazione coordinata ed organi di vertice dotati di una certa stabilità e di specifiche regole. “A riprova del vincolo che lega gli affiliati dei vari locali distaccati con il resto dell’organizzazione – scrive il magistrato Nicola Gratteri – essi, a cadenze periodiche devono pagare una vera e propria ‘tassa’ a favore del vertice del sodalizio, denominato Crimine o Provincia, che pur non intervenendo direttamente nella concreta attività̀ criminale gestita in autonomia dai singoli locali di ‘ndrangheta, svolge indiscutibilmente un ruolo incisivo sul piano organizzativo, innanzitutto attraverso la tutela delle regole basilari dell’organizzazione”. Succede così che gli appartenenti a una cellula locale calabrese operino con noncuranza in Germania e in Svizzera nello smercio di grossi quantitativi di vino imposti a ristoratori tedeschi e ticinesi. Tutto questo nel massimo riserbo. Emblematica a questo riguardo è la conversazione in cui un ‘dranghetista residente in Germania, citando un episodio relativo a una lite tra due cittadini italiani dimoranti a Melsungen, si lamenta che uno dei due ha estratto una pistola per strada. “…questa pagliacciata qua … cacci la pistola per la strada?!… Melsungen deve essere una chiesa… qua ci sono amici nostri che vanno e vengono… e qua non devono cominciare a rompere il c. con queste cacatine…”.
Niente deve fermare il business, insomma. Neppure a Lugano. Dice un altro mafioso intercettato dalla polizia. “…siamo andati in Svizzera … quando siamo arrivati… siamo andati a Lugano… abbiamo trovato a uno che ha assaggiato il vino… noi siamo andati e abbiamo portato un cofano di vino giusto così per regalarlo … per farlo vedere …Quel vino là è fatto proprio di vino … non è roba fatta …. Hai capito com’è?… infatti sono un milione di bottiglie e sono finite…”. L’etichetta in questione, “Zu Lorenzu”, in effetti è reale. Ma prodotto e imbottigliato in Calabria dall’organizazzione. Peccato che non è voluto, ma imposto. Anche a chi non ne fa richiesta. “Sedici locali sono nostri – spiega un affiliato a un altro, parlando della Svizzera – e poi il resto sono in società”.
L’imprenditoria ‘ndranghetista arriva anche a minacciare chi vuole aprire una gelateria vicino a quella di un aderente alla cosca. “Digli di pensare a Duisburg – dice un mafioso a un intermediario – così poi si rende conto della fine che fa”. Una macchina da guerra in piena regola. “L’altro giorno sono passato dalla Svizzera – confida un altro intercettato dalla polizia – ho fatto Chiasso… in Germania invece ci sono tre città che dobbiamo girare palmo a palmo…”. 
Che si tratti di vino, pane o pesce la tecnica è sempre la stessa. Imporre i propri prodotti a prezzi esorbitanti. E instaurare un regime di monopolio. Che strozza gli esercenti.

abertagni@caffe.ch