Bloomberg – Ashoka Mody: il bilancio italiano non è folle come sembra

Di Saint Simon – Ottobre 28, 2018

vocidallestero.it 28.10.18

Su Bloomberg, è il turno del noto economista Ashoka Mody di promuovere la manovra presentata dal governo italiano e rigettata dalla Commissione Europea. L’Italia, secondo Mody, autore del recente “Euro-tragedia: il dramma dell’euro in nove atti” (di cui abbiamo parlato qui, qui e qui), ha bisogno di uno stimolo fiscale, anche perché l’economia mondiale sta peggiorando più velocemente di quanto credano gli analisti. La rigidità della Commissione Europea rischia di portarla in un vicolo cieco politico – perché le sanzioni che minaccia all’Italia non troveranno mai il placet del Consiglio Europeo – e allo stesso tempo di scatenare una nuova crisi economica e politica europea, poiché con le sue dichiarazioni sta mettendo sotto pressione il già fragile sistema bancario italiano. Bene farebbero i commissari europei a rivedere velocemente le loro posizioni, chiude Mody.

di Ashoka Mody, 26 ottobre 2018

I leader europei sono intervenuti duramente contro l’Italia a causa del programma italiano per aumentare la spesa, al fine di stimolare la crescita ed aiutare i poveri. Quello che non riescono a riconoscere è che un piccolo stimolo potrebbe essere proprio quello di cui l’economia italiana ha bisogno.

La previsione è che l’economia globale stia peggiorando più velocemente di quanto gli analisti pensino. Un rallentamento in Cina ha colpito il commercio globale, le esportazioni europee stanno rallentando, e il sentiment delle imprese dell’eurozona è in forte calo. Tutto questo non può che avere conseguenze sull’Italia, dove la produzione industriale sta a malapena crescendo e una recessione potrebbe essere imminente.

Questo è il contesto nel quale si dovrebbe valutare il dibattito sempre più stridente tra Roma e Bruxelles. Il nuovo governo italiano, guidato dal partito di destra della Lega e dal movimento anti-establishment Cinque Stelle, ha proposto uno stimolo fiscale che l’anno prossimo causerà un aumento del deficit di bilancio al 2,4% del PIL. La Commissione Europea ha respintoil piano come irresponsabile, scatenando un confronto che ha incluso un episodio in cui un eurodeputato italiano ha sbattuto una scarpa sul tavolo all’Europarlamento e un crudo scambio di parole su Twitter. In mezzo alla discordia, i rendimenti sui titoli di stato italiani a 10 anni hanno continuato a salire.

Tuttavia se l’economia italiana è in stallo, lo stimolo fiscale può essere l’unico mezzo per evitare una pericolosa recessione, che potrebbe gettare l’Italia in una crisi ingestibile. Quello che è sicuro è che l’insistenza della Commissione Europea a che l’attuale governo italiano onori l’impegno del suo predecessore a ridurre il deficit di bilancio è del tutto irragionevole. L’austerità peggiorerà la congiuntura negativa e quindi aumenterà l’onere del debito pubblico (espresso in percentuale sul PIL). Questo, a sua volta, aggraverà piuttosto che attenuare le tensioni sui mercati.

Entrambe le parti dovrebbero concentrarsi invece sulla dimensione dello stimolo, perché possa essere gestibile, e sul modo migliore di spendere i soldi. L’Italia si trova di fronte a dei vincoli stringenti: il rapporto debito-PIL del paese, circa al 132%, è già estremamente alto. È quindi cruciale che la spesa aggiuntiva non spinga il deficit di bilancio oltre l’obiettivo governativo del 2,4%. A questo fine, il governo deve mitigare le sue proiezioni di crescita eccessivamente ottimistiche e, allo stesso modo, ridurre alcune delle sue spese, per evitare che il disavanzo finisca con l’essere più grande di quanto pianificato in termini di PIL.

Relativamente a come spendere il denaro, la raccomandazione classica – ovvero che il denaro dovrebbe essere investito in infrastrutture o in altri investimenti a lungo termine – potrebbe non essere una priorità immediata. Il governo italiano ha fatto per lungo tempo avanzi di bilancio (escludendo gli interessi sul debito), in periodi nei quali la crescita è stata lenta e la crisi finanziaria ha rovinato segmenti considerevoli della popolazione. Come hanno notato economisti del Fondo Monetario Internazionale, questo costante “stringere la cinghia” crea una domanda repressa di tagli alle tasse o di spesa pubblica per alleviare il malcontento sociale. Il sostegno finanziario alle famiglie a basso reddito, per esempio, potrebbe essere particolarmente efficace, perché il denaro andrebbe a persone che è più probabile che lo spendano.

La guerra di parole tra la Commissione Europea e il governo italiano non porta da nessuna parte. In linea di principio, la commissione può imporre sanzioni pecuniarie se l’Italia ignora le sue raccomandazioni, ma persino la cancelliera tedesca Angela Merkel ha riconosciuto che farlo serve soltanto a “portare all’insolvenza in modo particolarmente veloce”. In ogni caso, queste sanzioni sono destinate al fallimento politico: i capi di governo che formano il Consiglio Europeo, che deve autorizzare qualsiasi azione, non imporrano sanzioni per paura che in futuro possa toccare al proprio paese.

Le politiche vaghe e incostanti del governo hanno causato preoccupazione nei mercati. Detto questo, anche le dure dichiarazioni dei funzionari della Commissione Europea sull’Italia hanno fatto salire il costo del credito. Qualcuno potrebbe vederlo come un utile strumento di pressione per tenere l’Italia al suo posto, ma è come giocare col fuoco in una polveriera. Rendimenti crescenti e prezzi dei titoli pubblici in discesa portano altra tensione sulle già fragili banche italiane, che detengono grandi quantitativi di titoli di stato. Le sofferenze del sistema bancario, a loro volta, possono richiedere salvataggi che peggiorano ulteriormente le finanze pubbliche. Un rallentamento dell’economia globale peggiorerà soltanto questa dinamica, spingendo le fragili banche e le finanze pubbliche in una spirale negativa.

In un ambiente così pericoloso, l’incapacità di praticare una discussione costruttiva potrebbe precipitare in un disastro economico e politico. D’altra parte, cambiare la narrativa per dare legittimità ad un modesto stimolo italiano riassicurerà gli investitori e calmerà i mercati. I funzionari europei dovrebbero riconsiderare la loro posizione velocemente.

IL GRANDE BLUFF DEI MOSCOVICI E JUNKER CON L’ITALIA

controinformazione.it 29.10.18 Luciano Lago

Avevamo scritto, non più tardi di qualche giorno fa, che la UE è una “Tigre di Carta” nei sui atteggiamenti minacciosi contro l’Italia. Come volevasi dimostrare anche giornali esteri, altamente autorevoli ed espressione del mondo finanziario anglo USA, ci confermano questa tesi nel criticare decisamente l’atteggiamento della Commissione Europea nei confronti dell’Italia.

Non per caso Bloomberg, Financial Times e Wall Street Journal, sono usciti con editoriali estremamente critici verso la caparbia ottusità dei tecno burocrati dell UE ed hanno a loro volta giustificato e persino sostenuto le buone ragioni del Governo Conte.
La considerazione di fondo è quella che l’Europa sia troppo esposta con l’Italiaper permettersi di fare la “faccia dura” con il Governo italiano.

Non tutti sanno che le banche francesi e tedesche hanno in gioco con l’Italia più di $ 400 miliardi e perderebbero di molto se, in una trattativa che porti alla rottura, il paese dovesse lasciasse l’unione monetaria. In sostanza le minacce fatte da Moscovici e Junker, sono in realtà un manovra orchestrata per intimorire e ricattare ma di fatto sono un grosso Bluff.

I leader europei sono impegnati in una situazione di stallo con l’Italia, nel tentativo di costringere il governo “populista” a rinunciare al suo piano di spesa che, secondo loro, romperebbe lo schema di budget previsto dalla Commissione. Tuttavia non è chiaro fino a che punto possono andare. L’interrogativo è quello per cui ci si domanda se potrebbero loro, personaggi in cerca di rielezione, correre il rischio di spingere l’Italia fuori dall’unione monetaria?

I giornali britannici sostengono che, a giudicare dalle esposizioni delle banche francesi e tedesche, di cui soprattutto la Commissione cura gli interessi, questi hanno un forte incentivo a cercare un compromesso con il governo “populista” italiano.

Per capire il comportamento di Francia e Germania, i due membri più influenti della zona euro, bisogna verificare come si sono regolate le loro banche in altre situzioni.
Quando, ad esempio, le rivelazioni sulla cattiva gestione fiscale della Grecia hanno innescato una crisi nel 2010, le banche francesi e tedesche detenevano circa $ 115 miliardi in vari investimenti greci , secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali. Ciò ha dato ai loro governi ampi motivi per offrire alla Grecia la linea di apparente sostegno finanziario di cui il paese aveva bisogno per sopravvivere.

Resta il fatto che, cinque anni dopo, quando un nuovo governo di sinistra cercò di ribellarsi contro l’austerità che avevano imposto, le loro esposizioni si erano ridotte a meno di $ 8 miliardi – e si dimostrarono molto più disposti a lasciare che la Grecia terminasse la sua parabola di spolpamento finanziario.
Allora non ci furono più preoccupazioni, i loro soldi erano stati messi al sicuro con il contributo di altri paesi fra cui l’Italia.

I crediti delle banche nazionali verso l’Italia, miliardi di dollari

Quindi occorre considerare quanto hanno in ballo oggi le banche francesi e tedesche in Italia e si scopre che hanno un sacco di soldi. A giugno, le istituzioni francesi hanno investito circa 316 miliardi di dollari in investimenti italiani, secondo la BRI. È molto più di quanto non abbiano mai avuto in Grecia. I crediti delle banche tedesche verso l’Italia, pari a $ 91 miliardi, erano minori ma ancora significativi.

La manovra economica del governo italiano che prevede di aumentare il deficit di bilancio al 2,4% del prodotto interno lordo rappresenta una minaccia per le banche, perché indebolisce i prezzi dei titoli di stato e mette in questione le controparti italiane. Tuttavia uno stallo che alla fine ha dovesse sospingere l’Italia fuori dall’unione monetaria sarebbe molto peggio, con una probabile e brusca svalutzione di tutte le partecipazioni italiane nelle banche franco-tedesche. Probabilmente il miglior risultato può essere una tregua che permetta all’Italia di fare un po ‘di stimolo della domanda interna in cambio di una credibile promessa di essere più frugale nel lungo periodo.

Conte con Junker

Naturalmente, mantenere a galla le banche non è l’unica ragione per cui l’Italia deve rimanere nell’euro. L’uscita della terza economia continentale dell’Europa minaccerebbe l’esistenza stessa dell’unione monetaria. Resta il fatto che, per indovinare quali sarebbero le mosse dei leader europei, risulta molto utile sapere dove sono i soldi.

L’altra ragione di non arrivare ad un punto di rottura è quella di non esporsi con gli altri paesi che hanno, anche questi, un forte contenzioso con la UE e ne contestano le restrittive politiche economiche impostate al dogma del neoliberismo e dell’austerità.

Paesi come la Polonia, l’Ungheria e gli altri del gruppo di Visegrad manifestano una sempre maggiore insofferenza verso gli organismi come la Commissione Europea, tanto che, una eventuale rottura con l’Italia, sarebbe uno stimolo per arrivare ad altre rotture clamorose.

Questo i leader europei e le oligarchie di potere che contano nella UE, di sicuro non se lo possono permettere e non lasceranno che accada.

La guerra dell’Europa in Italia è suicida

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Scritto da Jeff Spross tramite TheWeek.com,

L’Italia e l’Unione europea sono in  procinto di una sorte.  Il nuovo governo italiano vuole aiutare i suoi cittadini dopo anni di macerazione economica. E l’Unione europea è assolutamente intenzionata a fermarli, tutto nel nome della disciplina del bilancio neoliberale.

È uno spettacolo sorprendente, che rivela la stupidità senza fondo e l’autodistruttività della leadership europea.

L’Italia è stata duramente colpita dal crollo economico globale del 2008 e dalla conseguente crisi della zona euro. Il tasso di disoccupazione italiano ha raggiunto il picco del 13% e, dopo anni di sofferenze sotto le misure di austerità imposte dall’UE, la disoccupazione italiana  si aggira ancora intorno al 10% . Non sorprendentemente, gli italiani si sono finalmente stanchi di questo stato di cose; a giugno, si ribellarono eleggendo  una strana coalizione  di populisti di sinistra e di destra per governare il loro governo.

Quel nuovo governo ha prontamente proposto un bilancio nazionale ambizioso, tra cui un reddito minimo garantito, la cancellazione dei tagli previsti per il sistema pensionistico pubblico italiano, una serie di tagli alle tasse e altro ancora. Inutile dire che questo massiccio pacchetto di spesa, insieme a riduzioni delle entrate fiscali, richiederebbe maggiori deficit . L’Italia prevede un divario tra spesa e entrate fiscali del 2,4% del PIL nel 2019.

Perché questo? Molto semplicemente, il governo italiano vuole ridurre la povertà e offrire ai suoi cittadini un po ‘di aiuto dato che la loro economia continua a arrancare. Ma è anche una buona politica macroeconomica: con la disoccupazione al 10% e il calo del PIL – da quasi $ 2,4 trilioni nel 2008 a $ 1,9 trilioni di oggi – l’Italia sta chiaramente soffrendo di un grosso deficit nella domanda aggregata. Il modo per risolvere questo è che il governo spende più di quanto non le tasse; nello specifico, da spendere in programmi che portano denaro nelle mani dei consumatori. Gli italiani avrebbero successivamente speso quei soldi in più, che a loro volta avrebbero creato più posti di lavoro.

I signori tecnocratici dell’Unione europea non sono favorevoli a questo piano, per usare un eufemismo.

Le norme dell’UE vietano ai paesi membri di far registrare deficit superiori al 3% del PIL. Questa è già una limitazione folle, ma l’Italia cade comunque nei suoi limiti. La complicazione è questa: alla Commissione europea è  stato dato il potere  di controllare i bilanci dei paesi membri dell’UE nel 2013. E il carico di debito totale dell’Italia è già intorno al  132% del PIL . Inoltre, a luglio, il Consiglio dei ministri dell’UE ha  formulato una raccomandazione vincolante in base alla  quale l’Italia ha ridotto il disavanzo strutturale dello 0,6 per cento del PIL. (Un deficit strutturale è il deficit di bilancio escludendo gli effetti del ciclo economico e altri eventi una tantum.) Invece, il budget pianificato in Italia aumenterà il disavanzo strutturale dello 0,8% del PIL.

Metti tutto insieme e la Commissione europea ha concluso che i piani dell’Italia sono “in grave inadempienza agli obblighi di politica di bilancio stabiliti nel patto di stabilità e crescita”. La commissione vuole che l’Italia riduca il budget al tavolo da disegno o faccia multe e sanzioni.

Il Consiglio dei ministri dell’UE  è composto da funzionari degli Stati membri dell’UE – in qualche modo equivalenti ai segretari di gabinetto qui negli Stati Uniti. La Commissione europea, nel frattempo, è un organo direttivo i cui membri sono nominati dal Parlamento europeo. (È il Parlamento europeo che opera come fanno generalmente gli organi legislativi democratici, con le nazioni membri dell’UE che eleggono i loro rappresentanti.) Perché, esattamente, a parte l’esistenza delle regole bizantine dell’UE, queste persone dovrebbero parlare al governo democraticamente eletto dell’Italia abbandonare il suo piano e imporre più austerità ai suoi cittadini?

Come spesso accade, la risposta è denaro.

Se il governo italiano controllava la propria moneta, la sua banca centrale poteva semplicemente acquistare il debito pubblico creato dai suoi deficit e mantenere bassi i tassi d’interesse. Ma l’Italia è membro dell’Unione monetaria dell’eurozona. E la fornitura di euro è controllata dalla Banca centrale europea (BCE), che a sua volta controlla le banche centrali nazionali nella zona euro. Il sistema della BCE ha tutti i tipi di regole e limiti per quando può acquistare il debito emesso dai paesi membri della zona euro e quanto può comprare.

Ciò lascia agli investitori privati ​​il ​​compito di fornire al governo italiano gli euro extra necessari per coprire i propri deficit. Non sorprende che le turbolenze politiche li rendano insignificanti, quindi i tassi di interesse sul debito italiano stanno aumentando.

Ma i crescenti tassi di interesse dell’Italia sono il risultato di scelte politiche arbitrarie o incorporate nella struttura della governance dell’UE o applicate dai tecnocrati in carica dell’UE. La BCE  potrebbe semplicemente incaricare  la banca centrale italiana di iniziare a fornire euro freschi e utilizzarli per acquistare il debito italiano, sostenendo così la spesa pubblica in deficit. L’unico limite economico difficile su questo tipo di politica è il tasso di inflazione. Ora, quella percentuale  è di circa il 2% , che è il posto che piace alla BCE. Ma affinché l’aiuto monetario all’Italia inizi effettivamente a innalzare l’inflazione, non solo la disoccupazione in Italia deve prima scendere drasticamente, ma la disoccupazione in  tutta l’area dell’euro  dovrebbe prima crollare drasticamente.

In breve, l’Unione europea e la BCE hanno tutti uno spazio enorme per aiutare la spesa in deficit dell’Italia a riparare se stessa, senza svantaggi economici. Semplicemente non vogliono farlo.

L’Italia, nel frattempo, sembra pronta a giocare a pollo con i suoi maestri europei. “Queste misure non sono destinate a sfidare Bruxelles o i mercati, ma hanno bisogno di risarcire il popolo italiano per molti torti”, ha detto il vice primo ministro italiano Luigi Di Maio  all’inizio di questo mese . “Non esiste un piano B perché non ci ritireremo”.

La Commissione europea non è mai arrivata al punto di respingere un bilancio di un membro dell’UE prima. Ha tempo fino al 29 ottobre per decidere se prendere formalmente quel passo. Se lo fa, e la lotta che ne deriva distrugge le fondamenta del moderno progetto europeo, la dirigenza dell’UE non avrà nessuno se non se stessa da incolpare.

Safilo G.: nuovo finanziamento da 150 mln

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Gruppo Safilo ha stipulato un nuovo contratto di finanziamento di 150 mln, composto da una linea Term Loan di 75 mln e una Revolving Credit Facility di pari ammontare, entrambe con scadenza 30 giugno 2023, con un pool di banche composto da Banca Imi, Bnp Paribas Succursale Italia e Unicredit in qualità di banche arranger, da Bnp Paribas Succursale Italia, Intesa Sanpaolo e Unicredit in qualità di banche finanziatrici e da Unicredit in qualità di banca agente. 

Il finanziamento, si legge in una nota, potrà essere parzialmente sindacato ed esteso fino a un ammontare massimo di 200 mln a seguito dell’eventuale coinvolgimento di nuove banche finanziatrici. 

glm 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 29, 2018 06:04 ET (10:04 GMT)

Unipol Banca: Cimbri, Bper possibile opzione per fusione (Rep)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Bper è una delle possibili opzioni” per una fusione con Unipol Banca. Lo ha detto in un’intervista ad Affari & Finanza di Repubblica, Carlo Cimbri, amministratore delegato del gruppo Unipol, che è entrato nel capitale di Bper con un 15% e potrebbe salire fino alla soglia del 20%. 

“Unipol Banca, ripulita dal peso degli Npl, è un’ottima banca, e ho sempre detto che potremmo venderla o farla confluire in un altro gruppo bancario. Stiamo perseguendo la seconda strada, perché vogliamo dare alla gente che ci lavora una prospettiva solida. Oggi Unipol Banca è un contributore positivo di qualunque gruppo in cui possa confluire, e grazie alla pulizia degli Npl è tra gli istituti coni migliori indicatori di solidità. Bper è una delle possibili opzioni”. Tuttavia, ha continuato il top manager, in Bper, “il nostro ruolo rimarrà quello di essere azionisti importanti ma non oltre. Non intendiamo consolidare integralmente Bper, per intenderci. Ci possono essere sinergie nel reciproco interesse, ma non vogliamo ricreare un conglomerato finanziario di banca e assicurazione”. 

Nel settore bancario, ha continuato Cimbri, “ci siamo mossi in due direzioni. La prima era quella di consolidare il rapporto esistente di distribuzione dei nostri prodotti. Visti i bassi valori che oggi tutti i titoli hanno in Borsa, ci siamo mossi a fini difensivi. La seconda di 

ottenere vantaggi da un investimento finanziario. Noi pensiamo che Bper abbia un potenziale di sviluppo, in parte compresso dagli Npl, su cui sta lavorando e sui quali auspichiamo più intensità. Una banca che pulisce i suoi crediti può crescere e diventare un potenziale attore nelle aggregazioni che inevitabilmente ci saranno”, ha concluso. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 29, 2018 04:44 ET (08:44 GMT)

C.Fondiario: atteso a ore ok Bankitalia a controllo Elliott (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si avvia alle battute finali la partita per il controllo di Credito Fondiario da parte del fondo Elliott. Secondo quanto hanno riferito due fonti a MF-Dowjones è atteso in queste ore il via libera di Banca d’Italia – sentita la Bce – per salire a circa l’80% del capitale dell’ex Fonspa. 

Attualmente il fondo che fa capo al finanziere americano Paul Singer, a seguito del recente aumento di capitale da 100 mln riservato, detiene il 40% dei diritti di voto della società guidata dal d.g. Iacopo De Francisco e presieduta da Panfilo Tarantelli e oggi focalizzata sul mercato dei non performing loans e dei crediti unlikely to pay. 

Elliott è sempre più protagonista delle cronache finanziarie italiane degli ultimi anni. Basti ricordare lo scontro con Hitachi su Ansaldo Sts (giunto oggi a conclusione con l’accordo per cedere alla società giapponese il 31,794% detenuto nell’azienda genovese) o la partita a scacchi giocata su Telecom Italia (dove il fondo di Singer ha imposto un board che vede la maggioranza di consiglieri indipendenti) fino alla rivoluzione portata al Milan di cui è diventato proprietario dopo essere subentrato a Mister Li che non era riuscito a onorare gli impegni. Ora il fondo si troverà alle prese con una partita non scontata: quella che vede come protagonista l’istituto di credito romano rilanciato negli scorsi anni da Tages. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 29, 2018 04:47 ET (08:47 GMT)

Poste I.: fa marcia indietro su partita ramo Rc Auto (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Poste italiane fa marcia indietro sulla partita del ramo Rc Auto. La frenata sul debutto del gruppo postale guidato da Matteo Del Fante nelle settore delle polizze auto era già nell’aria da settimane, come riportato nei giorni scorsi da MF-MilanoFinanza. 

La compagnia in pratica aveva avviato una riflessione che l’aveva portata a ripensare la strategia su questo fronte. Alla fine ha deciso che la cosa migliore da fare in questo momento era quella di concentrarsi sullo sviluppo di altri rami Danni, con il welfare in prima linea e Poste Assicura che in pochi mesi ha rivisto completamente la gamma prodotti, investendo molto in tecnologia. 

Il progetto Rc Auto era quindi stato accantonato nei fatti, ma ora sarebbe arrivato anche lo stop definitivo, perché nei giorni scorsi, secondo quanto risulta a MF-MilanoFinanza, sarebbe stata inviata una lettera alle compagnie assicurative che erano state chiamate a partecipare alla gara per diventare partner di Poste Italiane nel ramo Rc Auto, annunciando lo stop alla gara. In competizione c’erano le big del mercato tra cui compagnie di primo piano quali Generali, Unipol e Allianz. Del resto la partita faceva gola, vista la potenza di fuoco distributiva del gruppo guidato da Del Fante, che può contare su oltre 13 mila uffici postali, quelli che in pochi anni hanno consentito a Poste Italiane di ottenere la leadership nel ramo vita con Poste Vita. Già più volte in passato il gruppo postale aveva valutato un possibile debutto nel ramo del rischio civile auto. 

red/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 29, 2018 04:15 ET (08:15 GMT)

Banche: piano anti-spread, da Chigi a Mef rete sicurezza (stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

A Palazzo Chigi sono fiduciosi sulla settimana che si apre, parlano di “segnali positivi dagli Stati Uniti”, alcuni movimenti ben precisi di grandi hedge funds americani sui nostri titoli di Stato, fondi che hanno libertà massima di investimento (e di speculazione) e che in questo momento starebbero dando una mano al Paese. Ma non per questo gli uffici della presidenza del Consiglio hanno smesso di lavorare a varie ipotesi di prevenzione e intervento, di carattere legislativo e finanziario, in stretto contatto con la Ragioneria dello Stato, gli uffici del Mef, e anche il Quirinale, nel caso in cui la situazione economica italiana dovesse peggiorare. E una rete di contatti istituzionali, che ovviamente include Bankitalia, a monitorare da vicino la situazione. 

L’indicazione del premier Giuseppe Conte, scrive il Corriere della Sera, è stata quella di preparare diversi scenari e diversi tipi di piani di intervento nel caso in cui fosse necessario. In primo luogo per salvaguardare le banche italiane: le misure di cui ha parlato senza scendere nei dettagli il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sono già abbozzate in numerose scrivanie, ventagli di ipotesi su cui il presidente del Consiglio ha un’interlocuzione costante sia con il Mef che con la presidenza della Repubblica. 

Se lo spread dovesse salire a livelli insostenibili sono possibili ricapitalizazioni con prestiti obbligazionari o con altri strumenti, su autorizzazione di Bruxelles, o anche senza, se si manifestasse una crisi di sistema grave e urgente. Per le coperture le strade sono diverse: usare diversi fondi dormienti che attualmente stanno nei conti della Ragioneria generale dello Stato, o addirittura i conti dormienti privati, che attualmente ammonterebbero a più di un miliardo di euro. Esistono simulazioni anche a costo zero, come l’attivazione di una garanzia dello Stato su tutti i depositi bancari, per 12 mesi, una misura che fu presa, senza poi usarla, da Tremonti, nel 2008: uno strumento pubblico di garanzia eccezionale per ristabilire la fiducia e aiutare il riassorbimento di capitali da parte degli istituti di credito. 

Anche la leva fiscale, prosegue il giornale, è entrata nel ventaglio di ipotesi: basterebbe una norma che cambia, anche di una piccola percentuale, il prelievo sulle banche, per consentire una rivalutazione dei loro asset, una misura che potrebbe essere presa subito per essere attuata anche nel medio periodo. Non è solo il governo a muoversi, anche Bankitalia nelle ultime settimane ha effettuato stress test e monitoraggi sulle prime dieci banche italiane: la situazione più delicata è quella del Credito Valtellinese, che non reggerebbe a lungo con uno spread che supera i 370 punti base, quella più solida di Intesa Sanpaolo, che potrebbe addirittura reggere uno spread, ovviamente in modo provvisorio, ma persino di 820 punti base. 

Ovviamente tutto questo dipende anche dall’andamento dei mercati, dall’interlocuzione in corso con la Commissione di Bruxelles. Anche in questo caso, sul fronte della manovra, Conte ha dato indicazioni precise ai suoi uffici: alcune norme della legge di bilancio potrebbero diventare dei collegati legislativi, essere espunte, sparire dal confronto con la Commissione, o essere approvate per entrare in vigore più tardi di quanto deciso. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 29, 2018 03:58 ET (07:58 GMT)

LE FIGARÒ: COMMISSIONE UE SPINGE ITALEXIT

 scenarieconomici.it 28.10.18

I FRANCESI DI LE FIGARÒ SONO CONVINTISSIMI CHE LA REAZIONE DELLA COMMISSIONE UE AL MURO ITALIANO È QUELLA DI TRATTARE COME I GRECI UN POPOLO CHE, INVECE, È GIÀ PRONTO, NEL SILENZIO, PER USCIRE DALL’EURO E SBERTUCCIARLI

Questo il tweet che circola in Francia:

Très bonne analyse de @ohanasteve dans @FigaroVox sur l’erreur que commet la Commission en pensant qu’elle pourra imposer le modèle grec à
l’Italie, qui prépare silencieusement une sortie de l’euro… – avec des économistes comme @AlbertoBagnai.

Ad maiora

Il Canada ha raccolto informazioni bancarie segretamente da 500.000 canadesi senza la loro conoscenza

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

A quanto pare, i giganti della tecnologia della Silicon Valley non sono le uniche istituzioni che raccolgono di nascosto enormi quantità di dati sensibili da ignari consumatori. Venerdì, il Global Times canadese ha pubblicato un rapporto che espone un programma di raccolta dati lanciato di recente da StatCan, l’agenzia di ricerca economica del governo canadese, che l’agenzia ha introdotto per aiutarlo a raccogliere dati più accurati sulle abitudini di spesa dei consumatori. L’agenzia ha chiesto alle nove maggiori banche canadesi di consegnare tutti i record delle transazioni e le informazioni finanziarie identificative sensibili (compresi i numeri di assicurazione sociale del cliente) per 500.000 canadesi selezionati casualmente. L’agenzia raccoglierà e scricchiolerà questi dati come parte della sua ricerca statistica e quindi, alla fine dell’anno, produrrà un nuovo elenco di 500.000 canadesi e eseguirà tutte le stesse operazioni con i loro dati.

Statcan

Dopo essere stato chiamato da Global News, l’agenzia ha spiegato che i dati sarebbero stati resi anonimi poco dopo essere stati compilati (il che significa che tutte le informazioni identificative, come i SIN dei consumatori, sarebbero state rimosse).

“I canadesi dovrebbero sapere che non stiamo accedendo a tutti i dati sui pagamenti per tutti i canadesi: si tratta di un piccolo campione relativo al numero totale di famiglie”, ha affermato. “Il nostro accesso a questi dati è consentito sia dalla legge sulla privacy che dalla legge sulla statistica.”

Ma non è esattamente vero. Il fatto che non divulgasse pubblicamente il piano ha lasciato alcuni canadesi a disagio. Dato che il Canada ha una popolazione di circa 20 milioni di persone, la probabilità che le informazioni di un individuo siano raccolte. Per essere sicuri, l’agenzia ha detto in una lettera al commissario per la privacy in Canada che i dati sarebbero stati utilizzati solo a fini statistici. Ma un ex regolatore della privacy che ha parlato con GN ha detto di essere “scioccata” nell’apprendere il programma.

L’ex commissario per la privacy dell’Ontario, Ann Cavoukian, ha detto di essere rimasta scioccata dall’iniziativa e ha affermato che la capacità di un’agenzia governativa di costruire un enorme database di informazioni bancarie personali solleva seri problemi di privacy.

“La maggior parte delle persone sarebbe sorpresa e devastata se pensasse che tutte le informazioni finanziarie, le bollette e l’attività fossero accessibili in forma identificabile da Statistics Canada o da qualsiasi ramo del governo”, ha affermato. “I documenti medici e finanziari sono i dati personali più sensibili esistenti”.

Come spiega il corrispondente politico principale di Global Times in un editoriale che critica il programma di raccolta surrettizia di StatCan, l’agenzia ha lungamente lottato per raccogliere dati accurati sulle abitudini di spesa dei canadesi impiegando uno staff di intervistatori che telefona ai canadesi ogni giorno e chiede loro delle loro abitudini di spesa. Supponiamo che l’agenzia volesse determinare quanti soldi ha speso su iTunes tutti i maschi medi canadesi di età compresa tra i 24 ei 50 anni. Bene, il suo staff di 1.000 intervistatori chiamerebbe migliaia di cittadini canadesi con questo profilo demografico e chiederà loro.

Ma c’è un problema lampante qui: chi ricorda esattamente quanti soldi hanno speso per le app e i download di musica per iPhone in un dato mese? E poche persone hanno il tempo, o la volontà, di controllare i loro registri delle carte di credito e di condividere determinati importi in dollari. E anche se alcuni lo facessero, come l’agenzia verificherà se fossero veritieri?

Ma se StatCan volesse sapere cosa il mese medio di un uomo di 50 anni con un gatto che vive nella periferia di Ottawa spende in download di musica dall’Apple Store di Apple ogni mese, dovrebbe convincere me e altri uomini con queste caratteristiche a partecipare a un sondaggio – un sondaggio che potrebbe essere fatto per telefono, per posta o online.

In effetti, Statistics Canada impiega l’equivalente di circa 1.000 persone come “intervistatori”, che passano tutto il giorno a chiedere ai canadesi e alle aziende giornaliere le loro attività, così tutto ciò che facciamo può essere contato.

Per gran parte dei dati importanti sulla nostra economia e sulle spese delle famiglie – su cui si basano molte importanti decisioni, come i tassi di interesse e i livelli di tassazione – Statistics Canada fa molto affidamento sui sondaggi.

Ma i sondaggi hanno un problema di accuratezza. Ti ricordi quanto hai speso per la spesa lo scorso aprile? Lo scorso mese? Quanto burro hai consumato? Quante volte ti sei riempito alla pompa di benzina? Potresti avere risposte approssimativamente accurate a queste domande, ma probabilmente non sono così precise come vorrebbero uno scienziato dei dati.

Inoltre, StatCan ha lo stesso problema che hanno i sondaggisti: le persone di questi tempi semplicemente non vogliono rispondere al telefono o andare online per un lungo sondaggio.

Quindi StatCan ha ideato un piano per migliorare l’accuratezza e l’efficienza della sua raccolta di dati.

Di conseguenza, i ricercatori di StatCan hanno avuto un’altra idea: dare da mangiare a un programma per computer nell’enorme database dell’agenzia di 20 milioni o più “famiglie”. Quel database sputerà un elenco di 500.000 membri “familiari”, che insieme creano un campione rappresentativo dell’intero paese. La lista avrebbe gli stessi rapporti tra uomini e donne, francesi di lingua inglese e inglesi e Calgari per gli Haligoniani che esistono realmente nel paese.

Il campione rappresentativo dovrebbe anche essere scelto a caso, e su tale elenco dovrebbe essere il nome di ogni persona, il loro numero di assicurazione sociale, la data di nascita, l’indirizzo di casa e il sesso. Avresti una possibilità su 20 di essere su questa lista.

Ma poi, il prossimo anno e l’anno successivo, verrà stilato un nuovo elenco. Alla fine, le probabilità di farlo sulla lista migliorerebbero drasticamente per milioni di canadesi.

Una volta che la lista è stata generata, quei 500.000 nomi saranno dati, sotto severi controlli sulla privacy, a ciascuna delle nove maggiori banche e società di carte di credito del Canada. Poiché la tua banca o la tua compagnia di carte di credito probabilmente conoscono anche il tuo nome, il SIN, la data di nascita e così via, ogni istituto finanziario è in grado di redigere il proprio elenco di clienti che si trovano anche nella lista StatCan.

Le maggiori banche canadesi temono che il programma di raccolta di StatCan possa ispirare i canadesi a fare bancarotta con istituti finanziari non soggetti alla raccolta. E anche se StatCan ha promesso di anonimizzare i dati, resta il fatto che nessuna istituzione è immune agli hacker, per timore di tutte le agenzie governative. E ora che gli hacker sanno che StatCan possiede questo inestimabile tesoro di dati personali sensibili, non saremmo sorpresi nell’apprendere che qualcuno, da qualche parte, proverà a rubarlo.

Leggi i documenti che dettagliano le attività di raccolta di StatCan qui sotto:

391812140 di Zerohedge su Scribd

https://www.scribd.com/embeds/391823743/content?start_page=1&view_mode=scroll&access_key=key-cPpTS7E0NsT1cSekbfUM&show_recommendations=true

La NATO sta preparando per la guerra nell’Artico?

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Brian Cloughley tramite Counterpunch.org,

Il Daily Mail della Gran Bretagna   è uno straccio stridulo che viene comprato ogni giorno da oltre un milione di persone che sono d’accordo con la sua posizione secondo cui la maggior parte degli stranieri è inferiore agli inglesi. Due anni fa la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha  riferito  che la  posta  e alcuni altri articoli si appellavano a “terminologia offensiva, discriminatoria e provocatoria”, e il presidente della Commissione ha osservato che “il referendum sulla Brexit sembra aver portato ad un ulteriore aumento” “sentimento”.

L’ economista molto rispettato ha   osservato che “non sorprende che il  Daily Mail  diffonda più bugie legate all’UE di chiunque altro” e che il suo sito web “guadagna 225 milioni di visitatori ogni mese”, il che è sorprendente e inquietante, date le sue campagne di bigottismo e intolleranza.

The  Mail  conosce i suoi lettori e dice loro cosa vogliono sentire, e uno dei suoi obiettivi è la Russia, che regolarmente maligna e rimprovera.

Il 23 ottobre  una storia principale ha  osservato con approvazione che il 25 ottobre “circa 50.000 soldati daranno il via alle più grandi esercitazioni militari della NATO dalla Guerra Fredda in Norvegia, una massiccia dimostrazione di forza che ha già conquistato la vicina Russia . Trident Juncture 18, che durerà fino al 7 novembre, è finalizzato all’allenamento dell’alleanza per mobilitare rapidamente la difesa di un alleato sotto attacco. “ La sesta flotta statunitense  dichiarò  che tra le altre principali manovre per le manovre, la portaerei Harry S Truman e il missile guidato i cacciatorpedinieri dell’ottavo gruppo Carri Strike si sono trasferiti per dominare il Mar di Norvegia per la prima volta dal 1991.

Secondo la  US Air Forces Europe,  Trident Juncture  è parzialmente finanziata dalla  European Deterrence Initiative , e gli aerei da combattimento F-16 e gli Stratotanker KC-135 sono schierati per operare da una base aerea in una Svezia neutrale, non NATO.

Tutto ciò si accorda con la linea del governo britannico secondo cui la Russia è una minaccia per il Regno Unito, che è una contesa farsesca, ma serve a scatenare il fervore patriottico, che vince voti e vende giornali.

Nel giugno 2018 il  quotidiano londinese  Sun pubblicò  il titolo  “La Gran Bretagna invierà aerei da caccia RAF Typhoon in Islanda per contrastare l’aggressione russa” e da allora il ministro della Difesa britannico, Gavin Williamson,  ha affermato  che “il Cremlino continua a sfidarci in ogni dominio . “(Williamson è l’uomo  che ha dichiarato  nel marzo 2018 che” Francamente la Russia dovrebbe andare via – dovrebbe tacere “, che è stata una delle espressioni più giovanili degli ultimi anni).

Il  29 settembre è stato  riferito che Williamson era preoccupato per “una crescente aggressione russa” nel nostro cortile “, e che il governo stava elaborando una” strategia di difesa dell’Artico “con 800 commando schierati in una nuova base in Norvegia. In  un’intervista  “Williamson ha evidenziato la riapertura della Russia delle basi dell’era sovietica e il” tempo maggiore “dell’attività sottomarina come prova che la Gran Bretagna aveva bisogno di” dimostrare che siamo lì “e” proteggere i nostri interessi “.”

Il signor Williamson non ha indicato quali “interessi” potrebbe avere il Regno Unito nella regione artica, dove non ha territorio.

Gli otto paesi con territorio a nord del circolo polare artico sono Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti. Hanno interessi legittimi nella regione che  è il doppio della superficie  di Stati Uniti e Canada messi insieme. Ma la Gran Bretagna non ha una sola rivendicazione per l’Artico. Neppure uno tenue come l’Islanda,  basato sul fatto che  il Circolo Polare Artico passa attraverso l’isola di Grimsey, a circa 25 chilometri a nord della costa settentrionale dell’Islanda.  Le isole Shetland della Gran Bretagna, la sua terra più settentrionale, sono 713 km (443 miglia) a sud del Circolo Polare Artico.

Quindi, perché il Regno Unito dichiara di avere “interessi” nell’Artico e che la regione è “nel nostro cortile”? Come può sentirsi minacciato?

L’  Arctic Institute ha  osservato, nel febbraio 2018, che i “nuovi documenti di strategia artica” della Russia si concentrano sulla prevenzione del contrabbando, del terrorismo e dell’immigrazione clandestina invece di bilanciare il potere militare con la NATO. Queste priorità suggeriscono che gli obiettivi di sicurezza della Russia nell’Artico hanno a che fare con la salvaguardia dell’Artico come base strategica di risorse. . . In generale, i documenti approvati dal governo sembrano essere passati da un tono deciso che evidenzia la rivalità della Russia con la NATO a un tono meno aggressivo basato sulla sicurezza dello sviluppo economico “.

E lo sviluppo economico è tutto qui . Il 28 settembre  è stato riferito che  “una nave da carico con bandiera danese ha attraversato con successo l’Artico russo in un viaggio di prova dimostrando che lo scioglimento dei ghiacci potrebbe potenzialmente aprire una nuova rotta commerciale dall’Europa all’Asia orientale.” Ovviamente è nella migliore economia interessi dell’Unione europea e della Russia che la rotta sia sviluppata per il transito commerciale. Per fare questo è necessario evitare conflitti nella regione.

Allora, qual è il tuo problema, ministro della Difesa Williamson?

A gennaio la  Cina ha descritto la  sua strategia artica, “impegnandosi a lavorare più a stretto contatto con Mosca in particolare per creare una controparte marittima artica – una” via della seta polare “ – verso la rotta” una cintura, una strada “verso l’Europa. Sia il Cremlino che Pechino hanno ripetutamente dichiarato che le loro ambizioni sono principalmente commerciali e ambientali, non militari. “Non potrebbe essere chiaro che Russia e Cina vogliono che l’Artico sia una redditizia rotta commerciale mercantile, mentre  continuano le esplorazioni per petrolio, gas e depositi minerali.

Come  sottolineato da  Sabena Siddiqi  nell’Asia Times , “Avendo una partecipazione importante nel progetto di gas naturale liquefatto Yamal in Russia, che fornirebbe circa quattro milioni di tonnellate di GNL all’anno, lo sviluppo di queste regioni ha senso anche per la Cina, e i suoi interessi convergono con quelli della Russia. Una volta che la rotta artica è pienamente operativa, il progetto Yamal può raddoppiare la quota della Russia del mercato globale del GNL. Lo scongelamento dell’Artico ha anche dato alla Russia un maggiore accesso ai minerali e ad altre risorse preziose in questa regione “.

Indovina chi non vuole che la Russia e la Cina prosperino?

Sviluppare l’Artico richiede pace e stabilità. Sarebbe impossibile cogliere i benefici della nuova rotta marittima e potenzialmente di enormi risorse energetiche e minerali se dovesse esserci conflitto. È ovviamente nel miglior interesse della Russia e della Cina che ci sia tranquillità piuttosto che confronto militare.

Ma il Ministro della Difesa britannico  insiste  sul fatto che ci deve essere un accumulo militare da parte del Regno Unito nell’Artico “Se vogliamo proteggere i nostri interessi in quello che è effettivamente il nostro cortile”. È  sostenuto  dalla Commissione Difesa del Parlamento che afferma che ” La rinnovata attenzione della NATO sul Nord Atlantico è benvenuta e il governo va congratulato con la leadership che il Regno Unito ha dimostrato su questo tema “.

La NATO è sempre alla ricerca di scuse per indulgere in azioni militari (come il suo blitz aereo di nove mesi che ha  distrutto la Libia ), e la sua Trident Juncture focalizzata sull’Artico   è ancora un altro fandango militare conflittuale progettato per aumentare la tensione.

L’alleanza militare USA-NATO si sta preparando per la guerra nell’Artico e sta deliberatamente provocando la Russia conducendo enormi manovre hi-tech sempre più vicine ai suoi confini. Ma il Pentagono e il suo ufficio distaccato a Bruxelles dovrebbero stare molto attenti.

SCONTRO UE-ITALIA/ 1. Bruxelles vuole la mega-patrimoniale per ripagare il debito

Oggi riaprono le contrattazioni dopo il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. In realt, tuttavia, il nostro paese è di fatto sotto ricatto della politica più che dei mercati

Pierre Moscovici, commissario agli Affari europei (LaPresse)Pierre Moscovici, commissario agli Affari europei (LaPresse)

Quello che era stato indicato come “il giorno del giudizio” è passato, ma Standard & Poor’s non ha declassato l’Italia come si pensava, pur avendo cambiando da stabile a negativo il suo outlook. Alla riapertura dei mercati è improbabile vedere particolari effetti negativi sui Btp. Tuttavia, “chi specula o meglio chi scappa dai titoli italiani, lo fa perché sa che il vero rischio risiede nella divergenza dagli accordi europei e nella confrontation continua con i leaders di Bruxelles e Francoforte”, ci dice Chris Foster, esperto di mercati finanziari, che in questa intervista ci spiega anche quale sia la vera misura che le istituzioni europee vogliono dall’Italia.

Rispetto alla sua precedente intervista, in cui aveva spiegato perché non comprerebbe Btp, la situazione non è migliorata, tuttavia nemmeno i giudizi delle agenzie di rating sembrano aver dato il via al sell-off, all’attacco visto nel 2011… Si sta aspettando il momento propizio della fine del Qe?

La fine del Qe non è un precipizio, visto che già ora i mercati la scontano. Il Qe ha obiettivi di politica monetaria e non è concepito per prevenire attacchi speculativi di credito o impedirli nel caso dei paesi deboli come l’Italia. Ciò che ha aiutato l’Italia e verrà a mancare è la certezza di un flusso di acquisti costanti e rilevanti nel tempo. Sapendo che c’è un “natural buyer” sul mercato, la Bce, la scommessa al ribasso è meno interessante, ma non impossibile. Senza Qe mancherà una rete naturale di protezione, ma non c’è un abisso dietro l’angolo.

Proviamo a immaginare uno scenario estremo simile a quello del 2011-2012: di fronte alla fiammata dello spread arriva un Governo “tecnico” o “di responsabilità”, e viene varata una manovra che accontenta l’Europa: potremmo poi dire che il problema europeo è risolto? Gli “speculatori” non avrebbero comunque un’occasione ravvicinata (le elezioni di maggio) per scommettere sulla fine del progetto europeo?

Io credo che un rating di BBB come appena affermato da Standard & Poor’s già rappresenti negativamente molti scenari possibili, incluse elezioni europee che ribaltano alcuni equilibri preesistenti in Europa. A pochi interessa davvero la sostenibilità finanziaria del debito su 10-15 anni. Chi specula o meglio chi scappa dai titoli italiani, lo fa perché sa che il vero rischio risiede nella divergenza dagli accordi europei e nella “confrontation” continua con i leaders di Bruxelles e Francoforte. Con la conseguenza che un Paese come l’Italia è di fatto sotto ricatto della politica oltre che dei mercati.

Sarebbe a dire?

I mercati reagiscono in modo strutturale ai problemi di seria divergenza da standard europei, non alle dichiarazioni quotidiane del governo italiano, le quali generano soprattutto confusione per la loro sconcertante banalità, incongruenza e superficialità. Quindi agli investitori interessa soprattutto come Bruxelles e Bce reagiscono alle sparate italiane. A scanso di equivoci, preferirei ribadire: la speculazione nel caso italiano è in buona parte amplificata dal caos comunicativo del governo e dall’assoluta assenza di basi economiche di ogni affermazione dei due leader della coalizione. Inoltre la fuga dai Btp di investitori stranieri e non, che vedono un avvicinamento del “non investment grade” (cioè un gradino sotto BBB-) è definibile speculazione o è frutto di una strategia di miglioramento del proprio portafoglio? Forse non tutti i venditori “speculano”. Comprereste le obbligazioni di un’azienda che ha un executive committee composto dai membri del governo italiano e con un regulator del proprio business tanto ostile quanto la Commissione europea? Anche una azienda sanissima verrebbe penalizzata da tale situazione.

Cosa succederebbe sui mercati se si arrivasse a un accordo tra questo Governo e l’Europa o se invece non si arrivasse a tale accordo?

I Btp oggi vengono trattati come un prodotto di credito e non come “risk free sovereign”. Ogni forma di accordo anche al ribasso alleggerirebbe la pressione che oggi si traduce in tassi eccessivi rispetto a paesi come Francia e Spagna. Vorrebbe dire un calo dello spread molto importante, verso 200 punti base. Unico vero caveat: ci sono elevatissime probabilità che la crescita globale per l’anno prossimo sia largamente sovrastimata. Bisognerà fare i conti anche con quello, altro che  giocare a sovrastimare il già minuscolo impatto del reddito di cittadinanza.

Abbiamo già passato quello che potremmo definire il punto di non ritorno, per cui è impossibile pensare che la situazione sui mercati possa tornare come prima con un’eventuale “retromarcia” del Governo sulla manovra?

Come dicevo, è una questione politica. Non so quanto Bruxelles sia intenzionata ad abbassare i toni. Qualche decimale di riduzione della componente strutturale del debito non cambia nulla di fondamentale. Aiuterebbe di sicuro però anche il solo “signalling effect”, cioè il messaggio che non c’è intenzione da nessuna delle due parti di andare in fondo alla partita di poker. Se Bruxelles manda un messaggio di pacificazione, si dimenticherà in fretta il 2,4 o il 2,7% di deficit/Pil, con calo di volatilità almeno per molti mesi. 

“L’Italia non vuole uscire dall’euro”, dicono gli esponenti del Governo italiano. Quanto può essere ritenuta credibile questa affermazione dagli investitori e quanto potrebbe invece essere plausibile il fatto che siano altri paesi a non voler più condividere la moneta unica con un Paese “ribelle” come l’Italia?

Per quello che vedo della politica italiana, nessun leader è al momento in grado di traghettare l’Italia fuori dall’Euro senza passare attraverso un default disastroso. E l’Italia ha troppa net wealth per “giocare” su questi temi. Lo avrebbe potuto fare la Grecia che non aveva nulla da perdere e non lo ha fatto, figuriamoci l’Italia. Credo che l’elettorato medio di Salvini non accetterà di rischiare di bruciare tre generazioni di risparmi e benessere, mentre l’elettorato medio di M5s potrebbe avere qualche incentivo in più and andare fino alla fine del bluff pokeristico con l’Ue. Per questo non credo che questo governo possa gestire una vera crisi senza crollare sui temi chiave.

Ormai di fatto è la Bce il vero soggetto europeo che viene ascoltato sui mercati. Quanto sarà importante – e che conseguenze potrebbe avere – la corsa alla successione di Draghi?

Beh, si ascolta soprattutto la Bce anche perché da Berlino risuonano solo messaggi confusi e non coordinati. Hanno molti problemi interni e la Merkel è scomparsa da questo dibattito. Riguardo alla leadership della Bce, il flusso di rumors, speculazioni politiche e commenti inappropriati genererà volatilità sui mercati con l’Italia al centro del problema, ma in realtà chiunque prenda il posto di Draghi non avrà come obiettivo quello di affondare l’Italia. Magari di metterla in condizioni di maggiore vulnerabilità per non correre il rischio che le politiche dell’attuale governo possano raccogliere troppi consensi interni e nella Ue. Meglio segnalare quindi ai paesi membri che ogni avventura politica “non conforme” alle linee guida politiche e economiche non può che finire nella crisi e nella distruzione di ricchezza.

Dovendo essere specifici, che misura concreta vogliono ottenere le istituzioni Ue dall’Italia se, come lei dice, qualche decimale sulla manovra di fatto è irrilevante?

Sempre il solito tema caro ai tedeschi: una mega patrimoniale one-off e una struttura fiscale con forte e stabile tassazione della ricchezza e tassa di successione. Il tema che ricorrerà sarà ancora quello: ridurre drasticamente il debito. E i soldi per ridurre il debito italiano sono già in Italia, non a Francoforte. I soldi per ripagare il debito italiano sono già in Italia, non a Francoforte.

(Lorenzo Torrisi)

SPY FINANZA/ Il piano della Lega per far pace con l’Ue e rompere con M5s

Nonostante le apparenze, tra Lega e M5s i rapporti non sono buoni e il Carroccio potrebbe approfittare di due situazioni per egemonizzare l’esecutivo Conte 

Matteo Salvini (Lapresse)Matteo Salvini (Lapresse)

Permettetemi una premessa, non brevissima ma doverosa, rispetto al vero argomento del pezzo. Perché comincio a pensare che la stragrande maggioranza dei commentatori economici italiani fosse assente, quando all’università spiegavano l’importanza della lettura disaggregata di un dato macro composto. Erano malati o disattenti, chi lo sa. O, forse, semplicemente sono pigri. Perché vi assicuro, è una gran rottura. Molto più semplice prendere il dato fornito dal Bea statunitense e riportarlo così com’è, limitandosi al commento di rito: ottimo, discreto, pessimo. Prendete la lettura del Pil americano del terzo trimestre diffusa venerdì, un bel +3,5%, in calo rispetto al +4,2% del secondo trimestre ma più del 3,3% atteso dagli analisti. E, comunque, anni luce dagli anemici indici di crescita europei. Direte voi, allora è vero che l’economia Usa va come un treno? Formalmente, sì. Ovvero, non andando a vedere le componenti di quel dato, negarne la forza sarebbe pregiudizievole. O semplicemente stupido. Ma quando si ha voglia di fare il proprio lavoro e si perde tempo con le componenti disaggregate e si scopre che un contributo pari al 2,07% – pari al 59% del dato ufficiale – è garantito dall’aumento delle scorte, come ci mostra il grafico, qualche dubbio sulla natura del momentum economico Usa a me viene.

Non so a voi, calcolando che si tratta di un’economia basata al 70% sui consumi. Soprattutto, quando gli investimenti fissi (CapEx) sono totalmente piatti (-0,04%), mentre import ed export sottraggono al dato finale rispettivamente il -1,34% e il -0,45%. Insomma, tra CapEx e commercio netto, l’economia Usa si è realtà contratta per l’1,83%. Cosa significa, volendo vedere la realtà per com’è e depurando quindi il dato ufficiale delle componenti negative? Semplice, il mega stimolo fiscale di Trump è ormai nello specchietto retrovisore della crescita economica. Urge nuovo stimolo, magari quello già promesso dal Presidente alla classe media in vista del voto di mid-term del 6 novembre. In compenso, sapete quale altra voce ha garantito un plus al dato ufficiale? Il +0,31% di contributo al Pil della voce Food Service Chains: in parole povere, ristoranti e fast-food. Gli americani, insomma, stanno mangiando fuori casa come non ci fosse un domani, perché il dato è solo frazionalmente distante dal +0,36% del secondo trimestre, la lettura maggiore dal 1999, come ci mostra il grafico. Ovvero, da prima dell’esplosione della bolla tech.

E il Nasdaq cosa sta facendo in questo periodo? Signori, non è sintomo di benessere diffuso, è il classico last hurrah prima dell’arrivo della crisi vera, quasi un festeggiamento fra l’irresponsabile e il malinconico del picco raggiunto dall’economia e dalle equities. E attenzione, perché il dato ci dice dell’altro, se messo in relazione al calo di clientela denunciato dalle cosiddette catene same-store di McDonald (tipo Burger King, Wendys, Chick-fil-A, Kfc e Taco Bell), giustificato dall’aumento dei prezzi e dalla competizione sempre più dura. Motivo? L’aumento della paga oraria, strombazzato da tutti i media come una grande conquista sociale dopo l’esempio dato da Amazon (il quale si è prontamente e silenziosamente rifatto, tagliando il programma di bonus) e che, ovviamente, i soggetti meno in grado di reggere il mercato scaricano sui clienti, alzando i costi. Et voilà, il miracoloso +3,5% del Pil del terzo trimestre è servito. Un po’ diverso da come vi era stato sbrigativamente comunicato dai media mainstream, cosa dite? Ora, terminata la doverosa premessa sull’economia Usa, veniamo a questo: perché come per la narrativa a stelle e strisce, anche qui da noi vi stanno raccontando un film che non esiste.

Questo grafico dovete stamparvelo nella testa, rappresenta il recente trend storico del nostro spread sul Bund e la linea Maginot di emergenza per le nostre banche, quota 400, tracciata in diretta televisiva a Porta a porta la scorsa settimana dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Vi avevo detto che era l’ufficializzazione della fine dei 5 Stelle: bene, lo confermo. Pensate che attaccando Mario Draghi, il buon Di Maio avesse nel mirino davvero il numero uno della Bce? O chi, invece, qualche giorno prima aveva per primo lanciato l’allarme sul rischio ricapitalizzazione per i nostri istituti legato allo spread alto da Bruno Vespa, scoperchiando il vaso di Pandora di una demarcazione totale dentro al Governo su un tema a dir poco dirimente e in piena contrapposizione con la Commissione Ue sulla manovra? Mettete in fila quanto accaduto solo negli ultimi giorni e traete da soli la conclusioni.

Prima Giorgetti, poi Draghi, già di per sé un uno-due di quelli che ti lasciano al tappeto, visto che il sottofondo in onda è quella dei titoli bancari che continuano a schiantarsi a Piazza Affari. E poi? «Salveremo le nostre banche, costi quel che costi», ha dichiarato venerdì il ministro Salvini, rimangiandosi mesi e mesi di retorica sull’Europa “dei banchieri” e sui governi precedenti che hanno salvato le banche nottetempo per decreto e lasciato in miseria gli esodati, limitandosi alle salvaguardie: di fronte alla realtà, si cambia idea in fretta. Il ministro Di Maio, invece, dopo l’improvvida uscita contro Mario Draghi ha voluto raddoppiare, dicendo che per le banche non sarà stanziato «nemmeno un euro», visto che a suo modo di vedere ci sono diverse modalità per ricapitalizzare gli istituti che ne abbiamo bisogno.

Quali altre modalità? Non si sa. Tipico dei 5 Stelle. I quali, poi, hanno dovuto ingoiare a strettissimo giro di posta altri due colpi da knock-out: prima l’aperta polemica del ministro Costa contro il condono per le abitazioni abusive di Ischia contenuto nel decreto per Genova e poi l’ennesima marcia indietro rispetto alle promesse elettorali, con il via libera ufficiale alla costruzione del gasdotto Tap, decisione che ha già scatenato le ire degli elettori grillini pugliesi, i quali hanno chiesto le dimissioni di tutti gli eletti nei collegi della Regione e posto la ministra Lezzi di fronte alla dura realtà.

Il ministro Di Maio, non stanco di figuracce, ha voluto aggiungere la terza in pochi giorni: «Ho scoperto delle penali da pagare in caso di rinuncia solo dopo essere diventato ministro»: come mai allora la battaglia anti-Tap è stata fra le più rumorose della campagna elettorale? Come mai un calibro come Alessandro Di Battista, prima di andarsene per il semestre sabbatico Oltreoceano, si era speso personalmente e in maniera molto decisa sulla materia, dicendo che quei tubi non sarebbero mai arrivati a Melendugno e che li avrebbero bloccati e smantellati in due settimane? Se si sposa una battaglia a quei livelli, la materia andrebbe conosciuta bene. E sapere l’eventuale costo delle penali in caso di rinuncia – nel caso esistano davvero, questione che l’ex ministro Calenda ha messo pubblicamente in dubbio – non è proprio un cavillo per topi da biblioteca. Anzi, è prioritario per chi strombazza il suo “no” deciso e il ricorso – come criterio unico e universale di giudizio per tutte le opere pubbliche, più o meno cantierate – al rapporto costi-benefici, cosa ne dite?

Signori, sta per cambiare tutto. Drasticamente. E dopo la pagliacciata di Standard&Poor’s, classico caso di un colpo al cerchio e uno alla botte e il regalo di Moody’s (entrambi gentili cadeau degli Usa al Governo amico), appare sempre più chiara una dinamica duplice. Primo, la Lega, per quanto rivendichi rapporti con la Russia sempre più stretti e sul piano anche ideale, ha un patto più o meno scritto con gli Usa: non a caso, il ministro Salvini ha recentemente fatto visita all’ambasciatore statunitense, si dice proprio per rassicurarlo dopo alcune sue uscite troppo filo-Putin e anti-sanzioni durante la trasferta moscovita. E, soprattutto, il Dipartimento di Stato Usa all’inizio dell’estate aveva fatto sapere per via ufficiale – e con tanto di tweet al riguardo – che il gasdotto Tap era di fondamentale importanza per l’indipendenza energetica italiana ed europea proprio dalla Russia, anche come contrasto a Nord Stream 2. Detto fatto, il ministro Salvini si era sempre detto favorevole all’opera. E, soprattutto, oggi l’opera si farà. Ufficialmente. Con timbro del premier Giuseppe Conte, uno che con Donald Trump ha un rapporto privilegiato e nonostante l’enorme scorno politico-elettorale per i Cinque Stelle. Il cui consenso, sta cominciando a sciogliersi come neve al sole.

E la seconda parte della dinamica in atto, prevede altre due mosse. Primo, portare lo scompiglio interno al Movimento di Grillo, fino a mettere apertamente in discussione la leadership di Luigi Di Maio e indebolirne il potere contrattuale in sede di Consiglio dei ministri. Secondo, attendere il 10 novembre. Perché al netto della manifestazione di sabato contro la giunta di Virginia Raggi tenutasi a Roma, segnale decisamente allarmante visto che in piazza c’era la stessa “gggente” che i grillini millantano di rappresentare, quel giorno si saprà se la sindaca verrà condannata per la vicenda Marra. Se sì, le sue dimissioni appaiono molto probabili, non fosse altro in ossequio al codice morale e di comportamento degli amministratori a 5 Stelle, vista anche la già lunga sequela di voltafaccia del Movimento sui punti fermi da quando è al potere. A quel punto le urne anticipate saranno pressoché certezza per la capitale e il ministro Salvini vede la conquista di Roma di un suo candidato – diretto o di coalizione – come lo scacco matto che ancora manca alla sua ascesa apparentemente inarrestabile a leader incontrastato del centrodestra nazionale.

Cadrà il Foverno? Forse no. Anzi, quasi certamente no. Ma certamente cadranno i veti 5 Stelle sulla Manovra, ciò che vuole Giorgetti e insieme a lui anche l’ala più dialogante e raziocinante dell’esecutivo, si pensi al duro attacco contro l’ambiguità di una parte di alcuni ministri sulla questione euro ed Europa lanciato dal ministro Moavero alla festa de Il Foglio nel weekend o la difesa a spada tratta della Bce fatta dal ministro Tria allo stesso uditorio. A quel punto, il dialogo con la Commissione Ue potrà essere riannodato e certi toni andranno in soffitta, così come certe personalità di governo e parlamentari troppo ingombranti e francamente impresentabili nella loro patetica sete di notorietà, a rischio del ridicolo personale (obiettivo in molti casi già ampiamente raggiunto e superato) e del default tecnico del Paese.

Di fatto, come auspicato da Mario Draghi nella conferenza stampa dopo il board di giovedì scorso, il dialogo fra Roma e Bruxelles troverà nuova linfa e rinnovata fiducia. E attenzione, perché dietro l’angolo c’è la mina antiuomo più letale per i grillini. Il reddito di cittadinanza, infatti, non è inserito in Manovra, ma in un collegato e, salvo battere con un record storico una consuetudine ormai cristallizzata delle nostre dinamiche parlamentari, l’esame e il voto di tale testo solitamente non ci mettono meno di quattro, cinque mesi. Il che significa che i 780 euro non partiranno dal 1 gennaio, bensì più tardi. Forse dopo le Europee, a meno di blitz parlamentari al limite del regolamento. I quali, però, potrebbero di colpo non trovare i numeri, se l’alleato leghista dovesse non essere d’accordo. E in tal senso, vi invito – se non lo avete già fatto – a leggere l’intervista pubblicata ieri dal Sussidiario.net al sottosegretario ai Trasporti, il leghista Siri.

Attenzione ai colpi di coda dei grillini feriti, perché il loro grado di irresponsabilità è ormai noto e potrebbero tentarle tutte, prima di accettare la dura realtà dell’inizio della loro parabola altrettanto meteoricamente discendente e il ritorno all’alveo naturale dell’opposizione nichilista e iconoclasta per postura demagogica. E la questione banche è dannatamente seria e urgente, ancorché non ancora da allarme rosso: che sia su questo argomento di importanza sistemica per la tenuta del Paese che possa nascere una maggioranza trasversale e alternativa?

Carpeoro: S&P, l’America è con l’Italia (cioè contro Draghi)

libreidee.org 29.10.18

Il verdetto di Standard & Poor’s è un segnale importante, perché vuol dire che c’è una frattura, all’interno delle Ur-Lodges reazionarie, e che l’America non segue completamente l’Europa e la linea Draghi, di sconfessione del governo italiano, ma furbescamente si posiziona a metà strada: non toglie all’Italia l’etichetta di paese dal rating ancora accettabile, ma in compenso cambia le previsioni, nel senso che ci vede nero (quindi, un colpo al cerchio e uno alla botte). Sta di fatto, però, che gli ambienti finanziari americani non solo completamente allineati a quelli europei, e questo è un segnale da registrare. Un segnale non necessariamente positivo, ma nemmeno negativo come quelli degli ambienti finanziari europei. Ne è consapevole, il nostro governo? Non ci mettono molto, a capirlo, se il loro unico neurone funziona. Poteva andare peggio, dite? No: “doveva” andare peggio, perché il “fratello” Draghi non se l’aspettava, questa botta. La sovragestione non è granitica, quei poteri discutono e litigano, hanno interessi diversi. Poi, l’Italia ha lanciato un messaggio giusto: perché, prima di questo giudizio, Conte è andato da Putin. Era un modo per non far emettere a Standard & Poor’s una sentenza negativa.

Un verdetto totalmente negativo avrebbe avuto, come conseguenza, di far salire ulteriormente lo spread, o comunque di non farlo salire quanto sarebbe salito in caso di verdetto negativo. Un aiutino al governo? Per certi aspetti sì, ma è un aiutino Gianfranco Carpeorobasato sulle menzogne. Lo spread stesso è una menzogna. Soprattutto, vorrei contestare ufficialmente, a Draghi, di essere un bugiardo. Se rivelo pubblicamente la sua identità massonica, è perché lui stesso è venuto meno alle regole della massoneria. Tutti quelli che stanno facendo questa operazione sono dei bugiardi: lo spread non può incidere sui risparmi degli italiani, che sono in euro, e l’euro non si è mai svalutato in vita sua. Quindi la smettano, di mentire. Quella sullo spread è una manipolazione, anche mediatica. Con Berlusconi gli era pure andata bene. Allora la cosiddetta opinione pubblica si allarmò molto. Questa volta lo spauracchio dello spread farà presa quasi solo nell’elettorato del Pd? Be’, le iniziative giudiziarie allora intraprese nei confronti di Berlusconi mi sembrano di entità ben diversa, rispetto a quelle nei confronti di Conte, Salvini e Di Maio. All’epoca avevano creato il terreno, per la capitolazione.

Dove porterà l’asse con Putin? Innanzitutto, Putin si è prestato ad aiutarci lanciando il segnale. Poi, vedremo dove questo potrà portare. Standard & Poor’s è un organo occulto del governo americano. E’ un organo di governo, non un’entità indipendente come si vorrebbe far credere: ha sempre fatto quello che conviene al governo statunitense. Attraverso S&P, è come se il governo americano dicesse: attenzione, l’Italia appartiene alla Nato, quindi non possiamo permettere che l’emergenza induca gli italiani a stringere legami forti con i russi, quindi vediamo di fare qualcosa che non crei all’Italia una situazione straordinariamente difficile, costringendola poi a dichiararsi alleata di Putin in tutto e per tutto. Trump e Putin? Hanno interessi comuni e interessi opposti. I loro rapporti sono molto controversi. Putin ha avuto interesse che Trump venisse eletto, anche perché Trump ha fatto un dispetto a tutti i partiti americani: era odiato dagli stessi conservatori, di cui pure fa Conte con Putinparte. Dopodiché, candidandosi, Trump aveva fatto un accordo sulla base della previsione di non essere eletto (non di esserlo: non se l’aspettava neanche lui, l’elezione). Poi lo scenario è cambiato, e adesso Trump deve difendersi anche da un’accusa di connivenza con i russi sulla sua elezione, quindi Trump e Putin devono anche mostrarsi ostili – ma la loro non è un’ostilità profondissima.

Se lo stesso spread può essere considerato un’applicazione della sovragestione, un altro caso di sovragestione è quello della Banca Centrale Europea – che non è un organo politico né un organo democratico, eppure governa l’Europa. Sempre a proposito di sovragestione: vi chiedete che fine ha fatto l’Isis? E’ dormiente, prima o poi si sveglierà. Certo, ieri l’Isis è stato usato per finalità oscure, di potere, e oggi non sta avvenendo. L’Isis resta uno strumento: e la sovragestione non lo usa, uno strumento, quando non le serve. Sarebbe “utile”, da parte di qualcuno, rispolverare lo strumento degli attentati terroristici, magari per colpire l’Italia anche da quel lato? Secondo me, no: perché oggi il pericolo, per l’establishment, sono i partiti cosiddetti sovranisti, ed eventuali attentati targati Isis li aiuterebbero. Piuttosto, consiglio al governo di non toccare i servizi segreti. Ho sentito parlare di rimozioni e sostituzioni, ma sarebbero un errore. Da anni, i servizi italiani sono leali verso lo Stato e straordinariamente efficienti: ci hanno risparmiato decine di attentati, lavorando per la nostra sicurezza quotidiana.

(Gianfranco Carpeoro, dichiarazioni rilasciate nel corso della conversazione con Fabio Frabetti di “Border Nights” durante la diretta in web-streaming “Carpeoro Racconta”, il 27 ottobre 2018 su YouTube).