Cattolica Ass.: Minali, non avviate trattative con Iccrea e Ubi su partnership

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Cattolica Assicurazioni non ha ancora avviato trattative con Ubi B. – con la quale la partnership scadrà nel 2020 – né con Iccrea, avviata nel frattempo a cambiare diametralmente il proprio perimetro in seguito alla riforma delle banche di credito cooperativo. 

“Con Ubi non abbiamo ancora iniziato a parlare”, ha dichiarato questa sera l’a.d. di Cattolica Ass., Alberto Minali. L’accordo con l’istituto lombardo guidato da Victor Massiah, ha aggiunto il capo azienda, “è di ottima qualità; l’operatività è molto buona e stiamo lavorando molto bene”. 

Per quanto riguarda Iccrea, il top manager ha spiegato che “stiamo aspettando la nascita del gruppo per capire come la nostra partnership potrà evolvere. Questo è un percorso che ha i suoi tempi e anche le sue influenze politiche”. 

“Mi pare che Iccrea abbia tuttavia dichiarato in modo molto chiaro che vuole andare verso un gruppo unico”, ha detto ancora Minali. “Questo per noi è molto importante perché lavorare con un soggetto piuttosto che con tante piccole banche di credito cooperativo ci facilità l’operatività. Il gruppo unico è un bel passo verso l’efficenza sia per loro che per noi che siamo distributori”. 

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(END) Dow Jones Newswires

Sovranismo, il modello M5S-Lega sotto attacco

Alessio Mannino – 29 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

Il governo italiano è sotto l’attacco di tecnocrati, speculatori finanziari e oppositori interni. Il motivo? La paura che l’élite europea ha di scomparire sotto i colpi del sovranismo gialloverde: una nuova teoria politica capace d’unire in un solo corpo populismo di destra e di sinistra.

Che cos’è la coerenza in democrazia? Mantenere le promesse fatte ai cittadini, è l’ovvia risposta. Ma la realtà non è ovvia né coerente. Il Movimento 5 Stelle e la Lega sono al governo insieme per una circostanza nient’affatto ovvia e prevedibile, ovvero i risultati delle ultime elezioni e il successivo tramestìo, lungo ben tre mesi, che ha visto scartare tutte le altre combinazioni di maggioranze possibili, per arrivare ad un patto limitato ad alcuni punti (il “contratto”) escludendone altri. Un’alleanza perimetrata, coerentissima sulle parti in comune – che non sono poche e, come vedremo, sono più profonde di quanto si creda – e giocoforza incoerente su quelle parti su cui le idee restano diverse. Anche molto diverse. Quando si dice che la politica è compromesso, s’intende anzitutto – un’altra, fondamentale ovvietà – compromesso con il reale qui e ora, così come si presenta, che ci piaccia o, più spesso, non ci piaccia.

Il Governo Conte con Sergio Mattarella il giorno del giuramento.

E’ da queste premesse se si vuole banali che bisognerebbe partire per non fare i saputelli schizzinosi riguardo alle incoerenze di cui sono accusati entrambi, e in misura maggiore i pentastellati. Immigrazione salvinizzata, Tap, Pedemontana veneta per questi ultimi, o flat tax appena accennata, legislazione sociale e sul lavoro e, stando almeno all’imperioso no che viene dalla Torino della grillina Appendino, anche Tav per i leghisti, fino al macigno moneta unica a cui erano, sia pur con diversi accenti, entrambi avversi: sono le questioni su cui vengono accusati di voltafaccia i due soci di Palazzo Chigi.

Bene, domanda: quale sarebbe l’alternativa? Se esiste, qualcuno alzi la mano e ce la comunichi. Se per unire due forze con storie, caratteristiche e programmi divergenti, l’uno è costretto a cedere via via qualcosa all’altro, è ovvio che doveva andare così. Nel mondo dei sogni del buon massimalista messianico un partito prende il 51% e si mette a realizzare in beata solitudine i suoi piani, sempre che questa incognita chiamata realtà, che riserva sempre un imprevisto dietro l’angolo, glielo lasci fare. Per non parlare di quei poteri, che sono alla luce del sole e nient’affatto segreti, che vanno dalle istituzioni agli interessi economico-finanziari fino ai vincoli internazionali, leggasi Presidenza della Repubblica, burocrazie ministeriali, mercati e Borse, Ue, Bce, Usa-Nato e, non dimentichiamoli mai, i media mainstream.

Luigi di Maio e Matteo Salvini

Dice: ma resta il fatto che così i due movimenti “anti-sistema” (falso: agiscono internamente al sistema per correggerlo, anche potenzialmente in direzione più radicale di quel che pensano loro stessi, ma in ogni caso qui, tecnicamente, di rivoluzionari non ce ne sono), questi barbari che hanno espugnato il fortino romano, insomma questi maleducati al potere tradiscono i loro elettori. Ma chi può essere così finto ingenuo da ritenere seriamente che, nel dover accordarsi con quei presupposti, ed essendo obbligati a gestire l’esistente che proviene da decenni di governi di tutt’altro indirizzo, la totalità perfetta degli impegni elettorali non sarebbe stata in parte sacrificata? Allora son uguali a quelli di prima, son tutti uguali, ribatte il facile critico da bar Sport. Eh no, qua casca l’asino.

Sempre che non si ragioni col metro di immaginifiche rivoluzioni neo-sovietiche o tardo-hippy o fascio-mistiche o dio sa cosa, c’è un abisso tra la linea di fondo di questo governo e tutti coloro che l’hanno preceduto, compresi i vari Berlusconi I,II, III e IV di cui il Carroccio era componente essenziale. E’ ancora abbozzato, in nuce, non del tutto cosciente persino ai suoi protagonisti, figlio dell’improvvisazione a sua volta figlia dell’imprevista situazione in cui si sono trovati, ma c’è ed è operante un filo rosso, anzi gialloverde. Un filo che lega 5 Stelle e Lega sotto la superficie ma anche sopra, nelle clausole comuni, “contrattualizzate” nero su bianco. Questo fil rouge si chiama sovranismo.

Matteo Salvini

La sovranità equivale ad autodeterminazione, che vuol dire libertà di decisione. Pur con tutte le rattristanti manchevolezze e i brutti scivoloni (il condono edilizio di Ischia o certi eccessi sui migranti non si possono vedere), aver fissato come bussola la riappropriazione di sovranità del popolo italiano rappresenta un inedito storico, un vero unicum che non ha eguali. E che apre una prospettiva di medio-lungo periodo completamente nuova per il nostro Paese, che non sarebbe concepibile se il M5S governasse con il Pd, o la Lega con Forza Italia – questi due cadaveri ambulanti della politica nazionale, a cui auguriamo una dignitosa putrefazione. 

E non è necessario essere nazionalisti per constatare la bontà di questa visione: basta avere sinceramente, radicatamente, rabbiosamente a cuore il senso della propria dignità calpestata da un marchingegno di forze, quelle di cui sopra, che non hanno nulla di democratico e popolare, ma costituiscono soltanto l’emanazione di precise volontà che lucrano sulla vita della gente. Avere messo in discussione, come ha fatto Di Maio, la santità intoccabile di quell’uomo probo di Mario Draghi, non è stato un errore: è stato un merito. Tenere duro sulla manovra, come ribadito dal ministro Savona, non è un pericoloso estremismo: è, come minimo, il minimo. Rispondere colpo su colpo agli attacchi della commissione europea di quei diversamente galantuomini di Juncker e Moscovici, come fa quotidianamente Salvini, non è l’impuntatura di uno sfasciacarrozze: è difendere le legittime scelte di uno Stato che tenta di tornare sovrano.

Mario Draghi al Forum Economico Mondiale nel 2012

C’è di più. Quando si legge una dichiarazione attribuita a un alto dirigente del Pd secondo cui le parole di Draghi sullo spread sono parte delle manovre in corso per preparare un governo Pd-Cinque Stelle dopo le europee (Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre), si capisce che l’ipotesi ambita dal caravanserraglio dei soliti poteri è neutralizzare il potenziale dirompente della strana coppia legastellata, cercando di far tornare nel recinto il riottoso M5S sposandolo ad un ricostruito centrosinistra, dato che l’altra opzione, il tradizionale centrodestra, con i forzisti ridotti ormai a quattro gatti spelacchiati, non sarà più realizzabile. Per rompere l’unione dei due populismi la tattica è evidente: dipingere a tinte catastrofistiche l’oggettivo scontro con Bruxelles agitando in continuazione lo spauracchio di un’uscita dall’euro che, con obbligata realpolitik, sia Di Maio che Salvini hanno accantonato proprio per non farsi mettere all’angolo dall’assedio combinato di eurocrati, speculatori finanziari e opposizione interna. 

Ecco perché, ad esempio, il nume di tutti i tecnocrati che oggi va per la maggiore, il prezzemolino Cottarelli, sostiene con puntuta abnegazione che l’Italia non è too big to fail, troppo grande per fare fallimento, ma anzi, fallirà di sicuro in quanto osare contrastare i diktat decimali dell’apparato europeo porta dritto a uscire dalla zona euro (La Stampa, 27 ottobre). Chiaro, no?  E’ un ricatto subdolo e neanche tanto sottile, che nasconde una carta avvelenata: se il governo Conte persiste, gli italiani rischiano la povertà di massa, e questo refrain serve a metterlo sotto pressione; se si piega, l’alleanza si spezza, perché mentre su temi localizzati o avvertiti come non prioritari, come il Tap o una flat tax ancora nebulosa, gli elettori della compagine governativa possono lasciar correre, su quelli centrali come lo scontro di sovranità con l’Ue (o l’anti-immigrazionismo per la Lega, o il reddito di cittadinanza per il Movimento), gli inquilini a Palazzo non possono permettersi di dare segni di debolezza. Pena una mazzata alle urne, e lo sfarinamento del connubio sovranista.

Carlo Cottarelli con il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella nel 2018

Facciamo sommessamente presente che nel Portogallo ribelle anch’esso all’ortodossia dei conti europei, Partito Socialista, Partito Comunista e Bloco de Esquerda (un populismo di sinistra, simile, per capirci, alla Francia Indomita di Mélenchon) governano assieme indovinate come? Avendo stilato un contratto, che lascia fuori le divergenze (i comunisti sono contro la Nato e i socialisti a favore? via il dossier Nato dall’intesa) e tiene dentro le consonanze. Solo che il modello portoghese manda in solluchero le sinistre europee più o meno, de facto, conservatrici, perché imitandolo rientrerebbero in gioco tenendosi stretti i loro dogmi, fra cui c’è questa Unione Europea che piace tanto alle élites ma non piace ai popoli.

Il modello italiano, invece, scardina lo schema destra-sinistra, accomunando populismo di destra e populismo di sinistra. Verso un orizzonte che, se a lungo termine potrebbe vedere i due alleati odierni restare come i due soli concorrenti del futuro, nel medio li vede assieme sotto un minimo comune denominatore: l’impulso sovranista. Che non è poi affatto minimo: potrebbe diventare, se ben elaborato e formulato, una teoria politica che fa da sfondo, ideologia, senso comune ad una nuova epoca, sostituendo il liberalismo decaduto e marcio.

È peggio del ’68?

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Scritto da Patrick Buchanan tramite Buchanan.org,

Sabato, a Pittsburgh, una celebrazione del Sabbath presso la sinagoga Tree of Life è diventata il sito del più grande omicidio di massa di ebrei nella storia degli Stati Uniti. Undici adoratori sono stati uccisi da un sicario razzista.

Venerdì, abbiamo appreso l’identità del criminale impazzito che ha spedito pipe pipe a una dozzina di leader del Partito Democratico, tra cui Barack Obama, Hillary Clinton e Joe Biden.

Dai ristoranti ai corridoi del Campidoglio, in questa stagione elettorale abbiamo assistito a brutti scontri tra radicali di sinistra e senatori repubblicani.

Siamo più divisi di quanto siamo mai stati? La nostra politica è più avvelenata? Stiamo vivendo in quello che Charles Dickens ha definito “il peggiore dei tempi” in America? Oggi è peggio del 1968?

Certamente, l’odio e l’ostilità, la bile e l’amarezza del nostro discorso, sembrano più grandi di 50 anni fa. Ma i tempi sono davvero peggiori?

Il 1968 è iniziato con una delle più grandi umiliazioni della storia della Marina americana. La nave spia americana Pueblo fu dirottata in acque internazionali e il suo equipaggio venne internato dalla Corea del Nord.

Una settimana dopo arrivò l’offensiva del Tet, in cui ogni capitale provinciale del Vietnam del Sud fu attaccata. Un migliaio di soldati americani morirono a febbraio, altri 10.000 nel 1968.

Il 14 marzo, la senatrice anti-guerra Gene McCarthy ha catturato il 42% dei voti nel New Hampshire contro il presidente Johnson.

Con LBJ ferito, Robert Kennedy balzò in corsa, accusando il presidente che aveva promulgato i diritti civili di “dividere il paese” e di sottrarsi agli “impulsi duraturi e generosi che sono l’anima di questa nazione.”Lyndon Johnson, disse Kennedy, sta “richiamando gli impulsi più oscuri dello spirito americano”.

Oggi, RFK è ricordato come “unificatore”.

Con il governatore George Wallace che squarcia Johnson da destra e Kennedy e McCarthy che attaccano da sinistra – e Nixon ha liberato il campo repubblicano con una valanga nel New Hampshire – LBJ annunciò il 31 marzo che non sarebbe corso di nuovo.

Quattro giorni dopo, Martin Luther King, a capo di uno sciopero di spazzini, fu assassinato a Memphis. Cento città statunitensi sono esplose in saccheggi, incendi e sommosse. La Guardia Nazionale è stata chiamata ovunque e le truppe federali si sono affrettate a proteggere Washington, DC, i cui lunghi corridoi sono stati distrutti, per non essere ricostruiti per una generazione.

Prima della fine di aprile, la Columbia University era esplosa nella peggiore rivolta studentesca del decennio. Fu messo giù solo dopo che la polizia di New York fu scatenata nel campus.

Nixon ha definito l’acquisizione da parte dei colossi bianchi e neri della Columbia “la prima grande scaramuccia in una lotta rivoluzionaria per conquistare le università di questo paese e trasformarle in santuari per radicali e veicoli per obiettivi politici e sociali rivoluzionari” .

A giugno, Kennedy, dopo aver sconfitto McCarthy nel cruciale primato della California, fu ferito mortalmente nella cucina dell’hotel dove aveva dichiarato la vittoria. Fu sepolto ad Arlington accanto a JFK.

Nixon, che aveva spazzato via tutte le primarie, fu nominato al primo scrutinio a Miami Beach, e la Convention democratica fu fissata per la fine di agosto.

Tra le due assemblee, il premier sovietico Leonid Brezhnev inviò i suoi eserciti del Patto di Varsavia e centinaia di carri armati in Cecoslovacchia per distruggere la rivolta pacifica nota come “Primavera di Praga”.

Con questa sanguinosa repressione militare dalla rivoluzione ungherese del 1956, Mosca ha inviato un messaggio all’Occidente: non ci sarà ritorno in Europa. Una volta uno stato comunista, sempre uno stato comunista!

Alla convention democratica di Chicago, le migliaia di radicali che erano venuti per scatenare l’inferno si riunivano di notte a Grant Park, di fronte all’Hilton, dove si trovavano i candidati e lo scrittore.

Giorno e notte adescati, i poliziotti di Chicago che difendevano l’albergo, entro la fine della settimana, ne avevano abbastanza. Presto una sera, plotoni di polizia fresca arrivarono e caricarono nel parco clubbing e arrestando decine di radicali mentre le telecamere rotolavano. Si chiamerebbe “rivolta della polizia”.

Quando il signor Abe Ribicoff salì sul podio quella sera, diresse la sua occhiataccia al sindaco Richard J. Daley, accusandolo di usare “tattiche della Gestapo nelle strade di Chicago”. La risposta di Daley dal pavimento era non stampabile.

A settembre, il candidato democratico Hubert Humphrey non ha potuto parlare a una manifestazione senza essere maledetto e gridato.

Descrivendo i radicali che interrompono ogni suo evento, ha detto Humphrey, queste persone “non sono solo dei ciarlatani”, ma “agitatori altamente disciplinati e ben organizzati. … Alcuni sono anarchici e alcuni di questi gruppi si dedicano alla distruzione del Partito Democratico e alla distruzione del Paese “.

Dopo la sua sottile vittoria, Nixon dichiarò che il suo governo avrebbe preso come tema le parole sul cartello di una ragazza che aveva visto nella città di Deshler, nell’Ohio: “Portaci insieme”.

Nixon ci ha provato nei suoi primi mesi, ma non doveva esserlo.

Secondo Bryan Burrough, autore di “Days of Rage, America’s Radical Underground, FBI e Forgotten Age of Revolutionary Violence”, “Durante un periodo di diciotto mesi nel 1971 e nel 1972, l’FBI ha riferito di oltre 2.500 attentati sul suolo americano, quasi 5 al giorno. “

No, 2018 non è il 1968, almeno non ancora.

GE si sta schiantando

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Aggiornamento: stamattina per alcuni brevi momenti, le notizie sugli utili da cucina di Q3 e il taglio dei dividendi di GE hanno spinto la speranza tra tutti gli investitori alla disperata ricerca di un motivo. Ora è passato perché GE è sceso di oltre l’8% e si avvicina alle cifre singole …

Questo è il minimo da marzo 2009, ma le quote GE sono invariate dal 1995 …

* * *

General Electric ha tagliato il dividendo per la seconda volta in meno di 12 mesi – tagliando il dividendo trimestrale da 12 centesimi a un penny – solo la terza riduzione dalla Grande Depressione che salverà GE circa $ 3,9 miliardi l’anno, come riportato guadagni che mancavano le aspettative degli analisti e ha svelato una radicale ristrutturazione della sua travagliata divisione delle apparecchiature di potenza.

I guadagni di GE, che comprendevano anche i piani della compagnia per riorganizzare la sua divisione di potere in difficoltà, furono i primi ad essere segnalati dal nuovo CEO Larry Culp che fu nominato improvvisamente il mese scorso dopo l’uscita di John Flannery, comprendeva anche un acconto non di $ 22 miliardi per la svalutazione per goodwill nella divisione power, che è stata lasciata in bilancio a seguito dell’acquisizione 2015 delle attività energetiche di Alstom e di altre operazioni.

Il Q3 EPS di GE, escludendo tale svalutazione e altri elementi unici, è stato di 14 centesimi, in calo del 33% su base annua e di un grosso mancato rispetto alle previsioni degli analisti di consenso di 20 centesimi. Compresa la svalutazione, GE ha riportato una perdita netta di $ 22,8 miliardi.

Culp ha dichiarato in un comunicato che “dopo le mie prime settimane di lavoro, mi è chiaro che GE è un’azienda fondamentalmente forte con un team di talento e una grande tecnologia, ma i nostri risultati sono lontani dal nostro pieno potenziale. senso di urgenza e aumentare la responsabilità in tutta l’organizzazione per fornire risultati migliori. “

Ha aggiunto che le sue priorità nei suoi primi 100 giorni erano “posizionare le nostre imprese per vincere”, a partire dalla divisione power e tagliando i debiti di GE.

Gli annunci segnano le prime mosse di Culp per ristrutturare la società in difficoltà: Culp deve ancora rivolgersi agli azionisti dopo la decisione del Consiglio di sorprendere l’1 ottobre per estromettere il CEO John Flannery.

Culp ha anche detto che nella sua prima mossa strategica da quando ha assunto il lavoro, suddividerà la divisione di potenza in due unità: un business unificato che combina i gruppi di prodotti e servizi di gas di GE; e una seconda operazione con il portafoglio delle altre attività di GE Power, tra cui vapore, soluzioni di rete, conversione di energia e nucleare. GE Power è stata una delle principali fonti dei problemi della compagnia e ha registrato un calo del 33% nelle vendite del terzo trimestre; Culp eliminerà anche la sua sede centrale.

Ci sono state buone notizie: le vendite di GE Aviation, che sta incrementando la produzione di un nuovo motore per jet commerciali a corpo stretto, sono salite del 12%.

Le azioni sono aumentate dell’1,3 percento a $ 11,30 nel commercio prematrimoniale, anche se c’è ancora molta strada da fare: GE ha perso il 36% quest’anno, raggiungendo un prezzo che si era visto per la prima volta a metà degli anni ’90.

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EVA: una tigre di carta

comedonchisciotte.org 30.10.18

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Non riesco proprio a comprendere che senso abbiano le zuffe sulle “grandi vittorie” dell’Unione Europea o sulle “rovinose cadute” del governo italiano: secondo me, se si vuole ragionare in tal senso, bisogna tenere d’occhio sia il passato (ossia la Storia che ha condotto all’oggi) e sia la diplomazia, ossia i grandi e lenti movimenti delle grandi potenze. Sento parlare dell’Europa come di un consesso invincibile di finanzieri agguerriti e onnipotenti: a mio avviso, non è questa la realtà.

In questi giorni stiamo assistendo allo stato comatoso che precede l’agonia dell’Unione Europea: il disfacimento è evidente, sin dall’incedere claudicante e assente del suo presidente, quel Jean-Claude Juncker che resse, sin dalla sua nascita, l’Eurogruppo, ossia la “associazione” dei Paesi dell’euro all’interno dell’UE. Qui è il nodo dell’involuzione terminale europea.

Osservando lo scenario dall’esterno, la vicenda italiana – se, da un lato, perde senso – dall’altro lo acquista, giacché può essere proprio il detonatore per la sua fine politica, anche se il governo, saggiamente, per adesso lo nega.

Juncker sarà l’ultimo Presidente? Può essere, perché è sotto la sua visione che è maturata la fine, sin da quando blaterava del primato dell’Economia sulla Politica per finire, malato e sconfitto, a governare un’EVA: una Entità di Vuoto Assoluto.

C’è da chiedersi il perché l’UE abbia affidato lo scettro nelle mani di un uomo evidentemente malato, e da molto tempo: Beppe Grillo (1) ha un po’ scherzato sul suo stato di salute, ma un’amica infermiera (proprio nel settore geriatrico) ha sostanzialmente confermato le ipotesi di Grillo. Un mix di farmaci ed alcol in dosi massicce, ingeriti (contemporaneamente, perché alcolizzato) poiché sofferente di qualche malattia ai nervi spinali. Una malattia non da poco – non una sciatica, tanto per capirci – ma qualcosa di più grave, una malattia probabilmente degenerativa che i medici tengono a bada con massicce dosi d’antidolorifici.

Il pover’uomo sembra Eltsin, quando – sceso dall’aereo in Germania – ballò l’inno nazionale tedesco, di fronte ad una platea di politici, militari ed autorità varie esterrefatti. Eltsin, almeno, aveva l’aria più allegra.

Da dove inizia questa storia?

In realtà, la storia dell’UE è un film in due tempi, od episodi: dapprima la fase preparatoria – che vide ben tre presidenze di Jacques Delors – fino a quella di Prodi: fu il periodo nel quale un progetto sballato fu mandato avanti ugualmente, anche se non s’era mai vista la nascita di una entità sovranazionale con poteri politici cementata soltanto da una moneta comune e, dopo l’ingresso dei Paesi dell’Est, nemmeno da quella. Pareva d’associarsi all’ARCI, oppure alla Lega Calcio dilettantistica.

Soltanto dopo, nella fase due, ci s’accorse d’aver consegnato nelle mani di “qualcuno” le proprie vite.

Cos’era successo?

Il progetto politico – per semplicità potremmo definirlo Delors/Prodi – giunse a conclusione con la presidenza Prodi: nel 2002, l’euro divenne la moneta comune. E la politica?

Quella non si era riusciti a rabberciarla in nessun modo: il Parlamento viene tuttora eletto a suffragio universale, ma non decide nulla, non si sa cosa e perché vota, in compenso i ministri sono nominati dai singoli Stati e la Banca Europea gode di ampia autonomia. A quale Nazione è correlata? Non si sa. Vi sembra che una roba del genere possa reggere a fronte degli USA, della Russia e della Cina?

Nel 2005, viene eletto per due mandati Barroso – un uomo insignificante, pronto a qualsiasi compromesso – ma, parimenti, cresce il potere dell’Eurogruppo che non è più un semplice consesso di economisti, bensì diventa il vero deus ex-machina dell’UE. L’Unione Europea abbandona i progetti di sviluppo, quasi nessuno sa che il prossimo anno, in Francia, doveva partire in via sperimentale il primo reattore a fusione e confinamento magnetico…ma la data è stata spostata al 2025, poi chissà…

L’importante è il “passaggio” di Juncker dall’Eurogruppo alla presidenza dell’UE, che ha sancito la fine del progetto europeo, poiché non s’è mai visto che una pletora di banchieri riesca a governare un continente.

La politica viene messa da parte: si distribuiscono ancora fondi per centinaia di miliardi, ma non c’è nessun progetto politico alle spalle. Solo finanziamenti a pioggia e misere alchimie finanziarie: il dramma è tutto qui.

Se n’accorge anche un tizio che queste cose avrebbe fatto meglio a dirle anni prima, ma (colpevolmente) non le disse proprio, ossia Prodi:

È anche ora che i responsabili politici europei si rendano conto che, senza l’Italia, non vanno da nessuna parte.”

Nello stesso articolo (2) si cita Prodi: “chiede all’Europa e ai governi tedeschi di fermare la stampa tedesca e il commissario europeo al bilancio da commenti che offendono la democrazia italiana.”

E’ ovvio che perdere (dopo Brexit…) la terza economia dell’Unione è come perdere un braccio o una gamba, ma non solo: l’Italia ha una posizione geografica centrale all’interno dell’UE, è al centro del Mediterraneo, nel quale gode di una posizione strategica che nessun altro ha. Insomma, senza l’Italia l’UE porterebbe i libri in Tribunale e chiuderebbe bottega: di questo, sono arcisicuro.

Passiamo, quindi, a verificare l’operato del governo. Cosa doveva (poteva) fare?

E’ nato un governo di coalizione senza un accordo politico, bensì un contratto scritto e firmato. Un limite? Certo, ma come si poteva fare altrimenti all’indomani del 4 Marzo 2018?

Mattarella ci provò pure, e il governo Cottarelli incassò lo 0% degli appoggi parlamentari. Se qualcuno fece dei calcoli bislacchi a Bruxelles, dovette accorgersi che l’Italia non è la Grecia – sulla quale si possono anche “sperimentare” le alchimie finanziarie, tanto il popolo paga e tace: la Grecia, sola, non può che inchinarsi – mentre l’Italia non rinuncia al piccolo privilegio, se buttata (o uscita di sua volontà), di trascinarsi dietro tutto l’ambaradan europeo.

Oggi, a otto mesi dalle elezioni, gli scenari non sono cambiati: vi incanta il “successo” di Salvini? Se siete degli appassionati di sondaggi, fate un po’ il conto di quanto valeva e vale (in voti o sondaggi) il vecchio centro destra: grosso modo la stessa cifra. Nessuno, che abbia un minimo di sale in zucca, può credere d’andare ad elezioni (e poi governare) con un patrimonio del 40% dei voti. M5S e Lega sono vicini al 50%.

Questo governo, quindi, è obbligato a restare: questo non significa che sia il non plus ultra!

Al piccolo industriale del Nord non sta bene il sussidio di disoccupazione (RdC) del M5S, come all’elettore di sinistra non sta bene che in finanziaria si facciano condoni anche per chi ha portato l’azienda all’estero.

Ma – e questa è la realtà – la maggioranza degli italiani (che per qualcuno sono solo stupidi, ma ci andrei piano a dare dello stupido a milioni di persone) ha capito che altra strada non c’è. Alternative?

PD: antifascismo, accoglienza e un milione di posti di lavoro.

Berlusconi: zero tasse, ordine, legalità e un milione di posti di lavoro.

PD + Berlusconi: due milioni di posti di lavoro e un sacco di balle.

Per comprendere la faccenda, allora, dobbiamo inquadrare l’aspetto internazionale: è vero che l’Italia, per Trump, è il grimaldello per scassinare la tronfia e grossolana protervia tedesca (già vista in passato due volte), ma non ricamiamoci sopra troppo: è una faccenda secondaria nel gran gioco internazionale.

Il vero gioco è limitare l’ascesa cinese e controllare la crescita della potenza militare russa la quale, per giunta, è al centro di un’alleanza che conta più tre miliardi di persone: lo SCO, o Patto di Shangai. Le economie dello SCO, seppur meno ricche pro capite, superano già oggi in valore economico quelle occidentali. Non è certo una sfida facile per Trump, come non lo è per russi e cinesi: questa è la realtà.

Ora, di fronte a questi grandi numeri, cosa volete che contino le intemperanze dittatoriali di qualche capetto periferico del Lussemburgo, olandese o tedesco? L’importante è che l’Europa segua senza smagliature la Nato, che rimane il cane da guardia USA nel mondo (per ora).

Cosa volete che conti la grande industria automobilistica tedesca, quando è in Cina che si vendono più auto elettriche che in ogni altro posto della Terra! Nell’ultimo anno, la Cina ha investito 21,7 miliardi di euro nella produzione di veicoli elettrici. L’Europa solo 3,2. La vendita di auto elettriche (il futuro) è oramai in Cina al 50% sul totale delle vendite: nel solo 2018, ne sono state vendute (o prenotate) 294.000! (3) (4)

Il futuro è in Oriente e, oggi, non servono nemmeno più tanto i capitali occidentali che, all’inizio della “lunga marcia capitalista” cinese, piovvero a Pechino: oggi, ne hanno in abbondanza.

La “vecchia Europa” è invecchiata non solo sotto l’aspetto demografico: non ha fatto tesoro delle, seppur ingenue, proposte che fece il presidente Wilson alla conferenza di Pace di Versailles nel 1919, un secolo fa!

Smettetela di litigare per quattro linee di confine, per le sponde di un fiume…oggi, si potrebbe parafrasare: smettetela di litigare per un 1,6 o un 2,4%! Ci perderete tutti!

Ma la vecchia Europa ha preferito vestire i panni di un’Entità di Vuoto Assoluto, piuttosto che accettare che uno dei suoi più importanti Stati membri provasse la via keynesiana, all’opposto della solita austerità “targata” Friedman & scuola di Chicago, che non ha dato risultati.

Sono d’accordo con chi sostiene che entrambe le vie sono interne al sistema capitalista e che, di conseguenza, non potranno portare a grandi novità sotto l’aspetto delle maggiori risposte ai mille dubbi dei nostri tempi: energia, ambiente, produzione, robotica, informazione, socialità…

Certo: è vero.

Rispondetemi, però, con franchezza: preso atto del livello medio dell’elettore italiano (o europeo, americano, ecc) ve la sentireste di proporgli la sequela di dubbi sopra esposti sul cosiddetto “sviluppo”?

Sono maturi i tempi per affrontare temi come la decrescita, l’economia circolare, il rapporto uomo/robot…ecc? Sono temi che possono affrontare le persone abituate al confronto, alla critica, ad dibattito: la gran maggioranza, s’accomoda di fronte al Tg1.

Ma, almeno, smetterla di litigare per decimali di bilancio a fronte di qualche miglioramento – considerando l’evidente incapacità di gestire modeste beghe fra piccole tribù che occupano questa o quella penisola europea – ci pare un obiettivo minimo, che si può raggiungere senza strapparsi i capelli. E che può essere compreso da una platea più ampia.

Sarebbe un obiettivo raggiungibile, se a livello europeo si discutesse in termini politici – come sempre è stato nelle trattative diplomatiche – invece che dissertare non di economia (l’economia politica è già scienza accettabile), bensì di bilanci, di previsioni, di “outlook” generati da soggetti privati terzi che nessuno ha nominato e che non si sa a quale titolo decidano le nostre vite.

Qualcuno ha detto che l’Europa ci ha “salvati” dal rischio di una nuova guerra europea o mondiale: non è vero.

Molto probabilmente non ci sarà nessuna guerra sul campo di battaglia, ma ciò che resterà di questa Entità di Vuoto Assoluto avvelenerà le menti ed i cuori per generazioni. Sia maledetto chi ha voluto tutto questo.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2018/10/eva-una-tigre-di-carta.html

29.10.2018

 

(1) http://www.beppegrillo.it/diagnosi-juncker/

(2) http://www.ilgiornale.it/news/ritorno-prodi-prossime-elezioni-referendum-sulleuropa-1534408.html

(3) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/23/auto-elettriche-la-cina-si-muove-tutta-velocita-in-europa-invece-stiamo-arrancando/4443956/

(4) http://www.ecoblog.it/post/175484/auto-elettriche-a-maggio-boom-di-vendite-in-cina

ALITALIA, GUZZETTI: CDP NON DEVE METTERCI UN EURO. LUFTHANSA: DISPONIBILI MA NON CON IL GOVERNO

Rainews.it 30.10.18

Le Fondazioni socie di minoranza di Cassa Depositi e Prestiti ribadiscono la loro contrarietà a un intervento di Cdp in Alitalia. “L’ho detto e lo ripeto, è diventato un ritornello e sul punto siamo rigidissimi: in Alitalia la Cdp non deve mettere un euro per nessuna ragione”, assicura il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, a margine della presentazione del rapporto sul Risparmio. “Siccome sono votazioni con maggioranze qualificate – ha aggiunto Guzzetti – il sistema delle Fondazioni mi ha già dato mandato di dire che noi non voteremo investimenti in Alitalia”. In Cassa depositi e prestiti le Fondazioni possiedono il 15,9% del capitale.

Guzzetti: mi fido di vertici Cassa, non servirà il nostro voto
“Il nuovo presidente (Tononi, ndr) e l’amministratore delegato (Palermo, ndr) ci danno garanzie che tuteleranno i risparmi degli italiani senza costringerci a voti”, aggiunge Guzzetti. Il riferimento al voto è al potere di veto che hanno le Fondazioni sulle decisioni strategiche di Cassa grazie all’alto quorum messo in statuto per tali decisioni.

Lufthansa: partnership possibile ma senza governo azionista
Una partnership con Alitalia “è ancora possibile” ma Lufthansa “non ha in programma di investire nella compagnia insieme al governo” italiano. Lo afferma, secondo quanto riferisce Bloomberg, la compagnia aerea tedesca, che ha presentato oggi i conti trimestrali. Lufthansa “non è interessata” a investire insieme al governo italiano in una compagnia aerea in ristrutturazione, ha detto il ceo di Lufthansa, Carsten Sphor, in conference call con gli analisti.

Banche: Guzzetti, spero superino stress test

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Spero e mi auguro che le nostre banche riescano a superare gli stress test e non entrino in una vicenda di aumento di capitale”. 

Lo ha detto Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri e della Fondazione Cariplo, azionista di Intesa Sanpaolo, parlando a margine della presentazione dell’indagine Ipsos sugli italiani e il risparmio. 

“Io posso parlare di Intesa Sanpaolo che è l’investimento più importanti della fondazione Cariplo, è a posto, ben patrimonializzata, non ha problemi di sofferenze”, ha sottolineato. 

Però, “con lo spread a questi livelli le nostre banche, che detengono volumi importanti di debito pubblico, già oggi hanno difficoltà e questo vorrà dire qualcosa”, ha concluso. 

pev/vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 30, 2018 08:41 ET (12:41 GMT)

Crac Veneto Banca, il processo si allunga

tribunatreviso.geolocal.it 30.10.18 Giorgio Barbieri

La Corte d’Appello di Venezia ha chiesto alla Banca d’Italia nuovi documenti sulla situazione contabile 2017 dell’istituto

VENEZIA.
Nuovo colpo di scena su Veneto Banca. La Corte d’Appello di Venezia ha infatti deciso che è necessario un approfondimento istruttorio per stabilire se l’ex popolare di Montebelluna, al momento della sua messa in liquidazione, era in crisi irreversibile.

Per questo motivo i giudici Mario Bazzo e Paola Di Francesco, chiamati a giudicare la fondatezza del ricorso presentato dall’ex direttore generale Vincenzo Consoli, hanno chiesto alla Banca d’Italia di fornire nuova documentazione in relazione ai crediti che la banca vantava all’epoca della messa in liquidazione.La decisione
Erano stati proprio i legali dell’ex amministratore delegato a puntare l’attenzione in modo particolare sull’ammontare dei prestiti deteriorati, dato che viene da loro contestato perché sarebbe il frutto di una svalutazione eccessivamente prudenziale.

E interrogata su questo specifico aspetto dai giudici veneziani, la Banca d’Italia dovrà rispondere entro il 22 novembre data della prossima udienza. Giovedì scorso infatti l’avvocato Sirio D’Amanzo dello studio Giliberti e Triscornia di Milano e l’avvocato generale della corte d’appello Giancarlo Bonocore hanno spiegato le diverse posizioni.

Con la procura generale che ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado e i legali dell’ex dg che invece hanno chiesto l’annullamento o, in subordine, una perizia tecnica per ricalcolare i numeri che, secondo i giudici fallimentari del tribunale di Treviso stabiliscono come, alla data del 25 giugno 2017 quando è stata messa in liquidazione coatta, l’ex popolare era insolvente con un passivo di 538,6 milioni di euro.
Le conseguenze
Il futuro dell’inchiesta su Veneto Banca è dunque appeso a quanto deciderà la Corte d’Appello di Venezia dopo aver ricevuto l’integrazione richiesta alla Banca d’Italia. Davanti a loro i giudici della Corte d’Appello avranno tre strade: accogliere il reclamo dei difensori di Consoli, respingerlo o disporre un’ulteriore perizia come richiesto dall’ex amministratore delegato.

La loro decisione potrebbe dunque riaprire i giochi sulla questione – tanto complessa quanto ricca di conseguenze giudiziarie – dello stato di insolvenza di Veneto Banca. Perché se gli avvocati del manager avranno successo ci saranno anche conseguenze per l’inchiesta per bancarotta aperta dalla Procura di Treviso all’indomani della dichiarazione di fallimento.

«La liquidazione si chiude con una passività di 538,5 milioni di euro e quindi con una evidentissima e rilevante mancanza di liquidità da destinare ai creditori chirografari», aveva sottolineato in sentenza il tribunale.

Ma i legali dell’ex dg hanno messo in discussione i criteri di liquidazione applicati e conseguentemente il risultato finale del buco milionario. Viene chiamato in causa, tra molti altri elementi, l’effettivo ammontare dei crediti deteriorati.

Il fatto che in appena tre mesi i liquidatori fossero riusciti a riportare in bonis 800 milioni di euro di crediti deteriorati, dimostrerebbe come alcuni calcoli debbano ora essere rivisti. In sostanza ci sarebbe stata una svalutazione eccessivamente prudenziale. Sarà ora Palazzo Koch a stabilire chi ha ragione. —

Veneto Banca “condannata” a pagare

mattinodipadova.geolocal.it 30.10.18

Il Giurì della Consob riconosce un risarcimento di 200 mila euro a Bruno Bandoli che comprò azioni dell’istituto

Aveva acquistato azioni da Veneto Banca in due tranche, investendo 187.932,50 euro pescati tra i propri risparmi. Azioni carta straccia, poi ridotte al valore di zero. Finito nell’esercito dei risparmiatori truffati dalle cosiddette Popolari venete, Bruno Bandoli – già dirigente dell’Università di Padova, una passato a Palazzo Moroni come capo di Gabinetto della giunta Destro e poi dirigente allo Iov – non si è dato per vinto. E ora ha ottenuto giustizia.

L’Acf (Arbitro per le controversie finanziarie) noto come il Giurì Consob – organismo istituito presso la Consob a disposizione degli investitori per risolvere controversie con gli intermediari (banche) senza rivolgersi in tribunale – ha accolto il ricorso presentato da Bandoli (tutelato dall’avvocato Matteo Moschini). E, censurando il comportamento di Veneto Banca, ha riconosciuto un risarcimento di 198.787,48 euro a Bandoli che, mai, si era rassegnato alla sconfitta. E che è sempre stato in prima fila nella mobilitazione dei risparmiatori truffati. Anche la moglie Grazia Barbieri ha ottenuto un provvedimento arbitrale che le riconosce 27 mila euro di risarcimento per aver subito analoghe violazioni.

«L’intermediario (Veneto Banca spa ora fallita) è tenuto a corrispondere al ricorrente un risarcimento danni di 198.787,48 euro, somma comprensiva di rivalutazione e interessi legali… Fissa il termine per l’esecuzione in 30 giorni» si legge nella pronuncia dell’Arbitro presieduto da Giampaolo Eduardo Barbuzzi. Bruno Bandoli, che aveva ricevuto pure rassicurazioni dall’ex amministratore delegato dell’istituto Vincenzo Consoli («La banca è solida e sana… Non c’è da preoccuparsi… Vedrà che ci faremo vivi»), è stato tra i pochi risparmiatori (appena 500) a rivolgersi all’Acf rispetto ai 200 mila truffati dalle Popolari. Una vittoria non solo sulla carta: lo Stato anticiperà il 30 per cento del ristoro come previsto dal decreto “Milleproroghe”; il resto dovrebbe provenire dal “fondo Baretta” (fondo di ristoro per le vittime di reati finanziari) ancora congelato. Fondo che potrebbe essere integrato dai fondi dormienti (conti e depositi mai toccati negli ultimi 20 anni).

Tra il 2011 e il 2014 Bandoli compra azioni di Veneto Banca (previa ammissione a socio al prezzo di 39 mila euro): ai risparmiatori viene dato a intendere che le azioni sono, di fatto, le quote di una società cooperativa (la Banca). Una sorta di grande cassa peota. «Solo dopo abbiamo saputo che si trattava di azioni illiquide», rammenta Bandoli. Impossibile vendere: il prezzo è uguale a zero. Nel ricorso Bandoli accusa Veneto Banca: violati tutti gli obblighi di informazione, come riconosciuto dal Giurì di Consob. Giurì che imputa alla banca trevigiana di non aver messo a disposizione del cliente un set informativo specifico come imposto nel 2009 da una nota di Consob. Anzi, si legge nella decisione dell’Arbitro «(Veneto Banca) ha reso un’informativa generica … e un rinvio alle norme statutarie». Nel suo provvedimento il Giurì fa propri i rilievi di Bandoli «che contesta all’intermediario (l’istituto di credito) di avergli fornito informazioni false circa la sicurezza dell’investimento e la liquidabilità dei titoli…». False a tal punto da scoprire di aver sottoscritto un profilo con rischio medio mentre, come altri risparmiatori, aveva solo manifestato «una volontà di accantonamento del capitale».

«Sono contento ma non felice… In questi anni ho visto elusi i più elementari controlli da parte degli organismi di vigilanza. E così la gente non ha più fiducia nel sistema bancario», commenta Bandoli. Che, ora, guarda al futuro sempre agguerrito. «Serve attivare quanto prima la nuova commissione parlamentare d’inchiesta affinché proponga strumenti per ridare fiducia a risparmiatori e imprese ma anche inasprisca le pene in materia di reati finanziari», rileva. «Serve assicurare con i prossimi provvedimenti del Governo l’effettiva disponibilità dei fondi dormienti». Per quanto riguarda il fondo di ristoro per i truffati delle banche venete la dotazione finanziaria votata dal governo Gentiloni era di 100 milioni in quattro anni, «oggi il fondo è magicamente lievitato a un miliardo e mezzo senza disturbare la finanza nazionale ed europea». Non solo. A Treviso c’è l’inchiesta su Veneto Banca. «Ho trasmesso una querela alla procura trevigiana e istanza di costituzione di parte civile», precisa. «Mi resta il rammarico che finora le indagini siano orientate alla contestazione dei soli reati di ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio piuttosto che al reato di associazione a delinquere». —

Varoufakis: “Soros ha telefonato a Tsipras nel 2015 e ha richiesto [My Sacking]”

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

George Soros, miliardario “filantropo” che fa nemici e influenza persone in tutto il mondo, un po ‘di più dal suo sordido background di burattini è stato esposto questa settimana mentre i suoi sforzi di successo per far licenziare un ministro delle finanze di una nazione dell’Unione europea sono stati messi sotto i riflettori di fatto cospirativo imbarazzante.

Il famigerato ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha affermato lunedì che è stato Soros a chiedere che sia stato licenziato dal governo greco nel 2015.

Come riporta KeepTalkingGreece.com, in un’intervista con Skai TV privata , l’ex ministro e fondatore di DiEM25 ha detto che George Soros ha telefonato ad Alexis Tsipras nel luglio 2015 e ha chiesto che venisse licenziato.

“Soros ha raccolto il telefono su di me solo una volta. Quando ha contattato Tsipras nel luglio 2015 e ha chiesto la mia espulsione “, ha detto Varoufakis.

Ha aggiunto che il suo “contatto” con Soros era limitato a questa unica telefonata.

Allo stesso tempo, ha attaccato il ministro della Difesa Panos  Kammenos  che recentemente ha sostenuto che Soros aveva finanziato l’accordo Prespes – e apparentemente aveva attaccato anche Varoufakis.

“Kammenos ha detto di me che ero un dipendente di Soros”, ha detto l’ex ministro delle finanze.

Dicendo che Kammenos è un populista di estrema destra come Orban, Salvini e altri, l’ex ministro ha sottolineato che “quando vogliono offuscare la reputazione e l’onore di qualcuno, tutti questi neofascisti usano il nome di Soros”.

Questa tendenza mostra antisemitismo e antiebraismo perché “Soros è di origine ebraica”, ha detto l’ex ministro.

Descrivendo Soros come una figura “controversa” Varoufakis ha detto che il miliardario “ha fatto alcune cose buone ma anche alcune strane”.

Dopo l’intervista, Varoufakis ha postato su Twitter che ha raccontato l’incidente con Soros per intero nel suo libro “Adulti nella stanza”.

Come conclude con ottimismo KeepTalkingGreece, mentre non abbiamo letto il libro di Varoufakis, ci chiediamo se abbia scritto anche quale tipo di potere Soros avesse sul governo greco SYRIZA-ANEL per poter richiedere la sua rimozione dal governo.

Bper: rinvia piano a 2019, su tavolo dossier Arca e Sardegna (Sole)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si fanno più lunghi i tempi per la presentazione del nuovo 

piano industriale di Bper. Lo scrive Il Sole 24 ore spiegando che 

l’attuale incertezza sui mercati e le incognite sul punto di atterraggio 

del Def impongono alla banca emiliana di prendere ancora tempo e andare 

oltre la data dell’8 novembre, dead line che peraltro era già slittata 

rispetto a quella, precedentemente prevista, di inizio settembre. 

A Modena, spiega il giornale, per la diffusione delle linee guida si 

starebbe ragionando su due possibili finestre: o metà dicembre, in 

occasione della definizione del budget 2019 o, più probabilmente, nella 

prima decade del prossimo febbraio, in concomitanza con l’approvazione del 

bilancio 2018. 

In realtà il piano industriale al 2021 oramai è pronto. I cardini sono 

stati definiti con gli advisor e i contenuti affinati nel corso delle 

scorse settimane. Sul tavolo c’è un’accelerazione sul fronte dell’asset 

management, del wealth e del private banking così da rafforzare la 

redditività. Oltre alla razionalizzazione dei costi e della rete, poi, è 

in vista un’ulteriore pulizia degli attivi, con nuove 

maxi-cartolarizzazioni per far scendere l’Npe ratio sotto al 10% entro il 

2020. Certo è che oggi, complice l’instabilità del mercato, appare 

azzardato pensare di presentarsi agli investitori con un piano industriale 

(credibile) con un orizzonte a tre anni. Troppe le incognite 

che gravano sull’Italia e le difficoltà oggettive nel fissare alcune 

coordinate previsionali. Dal tax rate atteso – su cui oggi pesa 

l’incertezza relativa a misure fiscali contenute nella legge di bilancio 

bocciata da Bruxelles- ai costi per il funding, variabile che è legata a 

doppio filo a uno spread a dir poco volatile. Insomma, se è vero che 

qualche mese in più potrebbe aiutare a diradare un po’ di nebbia, è anche 

vero che, con più tempo a disposizione, la banca guidata da Alessandro 

Vandelli potrebbe trovare la quadra su tre dossier cruciali che da tempo 

sono sul tavolo, dall’acquisto di Arca alle minorities in Sardegna fino 

all’incorporazione di Unipol Banca. 

Su fronte Arca, in particolare, c’è fiducia di arrivare a chiudere il 

deal entro fine anno. Bper e B.P.Sondrio, che rispettivamente detengono il 

32,7% e 21,137% della Sgr, nei mesi scorsi hanno presentato un’offerta per 

il rimanente 40% agli enti in liquidazione di Popolare Vicenza e Veneto 

Banca. Il processo, complice anche l’attuale fase di mercato, sembra 

andare a rilento, ma le due banche azioniste sono ritenute in pole 

position rispetto agli altri fondi di private equity che si sarebbero 

presentati al tavolo. Possibile dunque che ci sia spazio per un ultimo 

affinamento sui numeri, e che a cascata, entro fine anno, si arrivi alla 

firma del deal. 

In parallelo, Bper sta trattando l’acquisto del 49% delle azioni della 

controllata Banco di Sardegna, oggi in mano alla fondazione omonima. I 

contatti tra la Sardegna e Modena sono avviati da tempo, sebbene l’accordo 

-da realizzare tramite swap azionano- sia reso più complesso dall’attuale 

condizione di mercato. Certo è che il raggiungimento dell’accordo con la 

Fondazione consentirebbe a Cagliari di salire nell’azionariato e a Modena 

di consolidare il proprio Cet1 ratio. Un prerequisito, questo, per poi 

procedere all’incorporazione di Unipol Banca, che nel frattempo si è 

liberata della zavorra degli Npl. Avere le spalle più larghe potrebbe 

permettere di gestire con più serenità uno scambio che potrebbe essere 

pagato con un mix di aseet, tra cui azioni. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 30, 2018 03:50 ET (07:50 GMT)

Astaldi: dopo le banche bussa ai fondi (Mess)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Astaldi prosegue la stesura del piano concordatario e accelera i tempi per beneficiare della nuova finanza ponte in prededuzione: accanto alle banche sono spuntati i fondi di investimento. 

Lo scrive Il Messaggero spiegando che ieri si sarebbe riunito il cda per fare il punto sullo stato di avanzamento del progetto anche rispetto alle trattative in corso con Salini Impregilo. Sulla finanza-ponte quantificata in 150 milioni necessaria da molti mesi a supportare l’attività corrente, sono state contattate le principali banche del gruppo: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Bnp Paribas, Credit Agricole, B.Mps, Bper, Banco Bpm: quasi tutte hanno subordinato l’erogazione a una bozza avanzata del piano. 

Rothschild, che con EY assiste Astaldi nelle grandi manovre, avrebbe sondato anche Apollo e Lonestar, i due fondi che abitualmente sono pronti a questi finanziamenti, sia pure a condizioni più onerose. 

Siccome il general contractor romano è in concordato con riserva ed è gestito dal cda affiancato dai commissari Stefano Ambrosini, Vincenzo Ioffredi e Francesco Rocchi, devono essere questi ultimi ad autorizzare l’intervento. Entro fine settimana Paolo Astaldi dovrebbe presentare un beauty contest con le varie proposte. Riguardo al piano, si lavora al nuovo assetto supportato da un aumento di capitale: dovrebbe essere di 300 milioni come nella versione in bonis. Quanto a Salini si negozia il perimetro che sia sostenibile rimasto al core business. Qualche banca percepisce però che all’interno di Salini ci sarebbe un confronto dialettico. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 30, 2018 04:00 ET (08:00 GMT)

Manovra: terreni gratis e mutui fino a 200.000 euro a tasso zero per queste famiglie

Tra le misure “per favorire la crescita demografica” contenute nell’ultima bozza della manovra, c’è anche quella di affidare i terreni in concessione gratuita per 20 anni a tutte le famiglie a cui nasca il terzo figlio nel 2019, 2020 o 2021. 

Alle famiglie che acquistino la prima casa vicino ai terreni viene inoltre contemplata la concessione di mutui fino a 200mila euro a tasso zero.

Tra le altre novità della legge di bilancio del governo M5S-Lega, stando a quanto riporta l’Ansa, c’è anche una imposta al 15% (flat tax) per gli insegnanti su quanto percepito da lezioni private e ripetizioni. 

Mentre ammontano a 4,2 miliardi per il prossimo triennio i fondi per i rinnovi della P.a.

Finanza: Tria studia un altro salva banche (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Prima di partire per l’India, Giuseppe Conte, ha voluto fare il punto su banche e manovra, con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Il presidente del Consiglio, si legge su MF, ha chiesto al ministro dell’Economia di delineare possibili scenari di intervento a sostegno degli istituti nel caso l’allargarsi dello spread tra i titoli decennali italiani e tedeschi dovesse andare fuori controllo. Ormai da giorni esponenti del governo non nascondono la preoccupazione per un differenziale che si mantiene stabilmente attorno a quota 300 punti base. Livelli che per stessa ammissione di Tria non potranno essere mantenuti troppo a lungo senza rischi per il sistema del credito e soprattutto per la sua parte più debole. 

L’eventuale intervento, comunque, secondo i 5 Stelle, non dovrà ripercorrere la strada della ricapitalizzazione pubblica seguita con il Monte dei Paschi di Siena o il modello utilizzato per il salvataggio della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. D’altronde i 5 Stelle hanno sempre criticato quelle operazioni, ottenendo anche un cospicuo successo su questi temi e il loro elettorato è già scottato dalle marce indietro rispetto alla realizzazione del gasdotto Tap e alla mancata chiusura dell’Ilva di Taranto. Pensano piuttosto alla concessione di garanzie pubbliche o di incentivi alle aggregazioni tra gli istituti. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

October 30, 2018 03:06 ET (07:06 GMT)

Magaldi: coraggio, e l’Italia non sarà più preda di stranieri

Giorgio Cattaneo libreidee.org 30.10.18

Vietato farsi intimorire dagli spaventapasseri a guardia dell’euro-bunker, ormai assediato da più parti: un po’ di fegato, e gli ometti del racket finanziario smetteranno di abbaiare. Juncker, Dombrovkis, Moscovici, Oettinger: «I frontman di queste istituzioni europee sono personaggi molto friabili e molto deboli: per fronteggiarli basta avere un po’ di forza, un po’ di dignità e un po’ di schiena diritta». Gioele Magaldi incoraggia il governo Conte: non si lasci intimidire dalle minacce di questi personaggi, peraltro «in scadenza», e per giunta di caratura modesta: «Non è che abbiano grande autorevolezza e prestigio per potersi imporre». Insiste, il presidente del Movimento Roosevelt: «Bisogna rompere il loro paradigma: occorre avere un po’ di coraggio, e poi si scopre, come nella vicenda del Mago di Oz, che la grande magia in realtà è fatta di cartapesta». Soltanto illusionismo, «giocato più sulla paura di chi è soggetto al timore di questa magia che non sulla forza reale di chi, questa magia, la costruisce». Forza e coraggio, dunque, di fronte ai ventilati sfracelli finanziari per il deficit al 2,4%, peraltro già smentiti da Standard & Poor’s, segno di «probabili ripensamenti in corso» nella cabina di regia del potere neoliberista, non più così granitico. «Si tratta di restare sereni e tranquilli», visto che in palio c’è l’Italia: finora, il nostro paese è stato regolarmente depredato, in modo programmatico. Ecco il punto: questo film deve finire.

«Bisogna abbandonare lo stile consueto dell’Italia», sottolinea Magaldi nella diretta web-streaming “Magaldi Racconta”, su YouTube, con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «L’Italia – dichiara Magaldi – ha ricevuto un ruolo: quello di essere una Gioele Magaldipreda, pur essendo un paese forte e importante sul piano politico ed economico». Una preda: bottino da saccheggiare. Temi e rivelazioni che lo stesso Magaldi, massone progressista, ha concentrato nel bestseller “Massoni” (Chiarelettere), che svela ad esempio il ruolo della P2 di Gelli come terminale locale della potente superloggia sovranazionale “Three Eyes”, espressione della supermassoneria neo-feudale più reazionaria, incubatrice della globalizzazione universale fondata sulle privatizzazioni, sulla confisca dei diritti democratici e sulla precarizzazione del lavoro. L’Italia? Azzoppata dalla strategia della tensione affidata a operatori come Gladio, poi assaltata con la tabula rasa di Tangentopoli che aprì la strada al superpotere eurocratico. Risultato: declino industriale e svendita dei gioielli di famiglia. «La verità è che è stato disegnato per l’Italia un ruolo subalterno. Nessun altro grande paese sarebbe mai stato trattato così, e questo – aggiunge Magaldi – è stato fatto con la complicità delle classi dirigenti, centrodestra e centrosinistra, di questi ultimi decenni».

Adesso, ribadisce il presidente del Movimento Roosevelt, «si tratta di cambiare passo». E naturalmente, aggiunge, «i media e tutta la filiera di cortigiani politici e burocratici continuano a muoversi come se l’Italia fosse ancora un’espressione geografica, più che un’entità statuale democratica e repubblicana, dotata di una sua dignità». Ringhia, l’establishment spiazzato dal governo gialloverde: «Tutti quelli che sono abituati a fare i proconsoli di poteri apolidi e predatori masticano amaro, e tutti i giorni propinano a reti unificate questa canzone stonata sull’Italia, sul governo populista e cialtrone che non vuole rispettare i patti. Ma è una menzogna: i patti verso la democrazia e verso la dignità del popolo – scandisce Magaldi – li hanno violati quelli che hanno spacciato questa pessima costruzione europea per il grande sogno di Altiero Spinelli e di altri illustri europeisti, da Victor Hugo a Mazzini e Garibaldi». Loro, gli usurpatori dell’ipotesi-Europa (in realtà mai nata), oggi prendono nota: persino le grandi testate, ovvero «il mondo finanziario che conta», iniziano a fare dei distinguo, sull’Italia. Dicono: ma chi l’ha detto Steve Mnuchinche questa manovra è inaccettabile? Chi l’ha detto che quelle del governo Conte sono le proposte di una “cicala” che vuole mettere in crisi il risparmio, la tenuta dei conti, il futuro delle nuove generazioni?

«E’ un segnale importante – rileva Magaldi – il fatto che queste voci inizino a venire da mondi che si sono troppo spesso allineati al coro globale, intonato al contenimento e quindi anche alla devastazione dell’economia italiana». Wall Street non è unanime nel suo giudizio sull’Italia, il governo Usa si mostra indulgente verso Conte, lo stesso Steve Mnuchin (il ministro del Tesoro di Trump) dichiara che la strada del “deficit spending” è la via maestra, intrapresa anche dagli States. Cattive notizie, insomma, per gli euro-tecnocrati che vorrebbero spegnere sul nascere il timido tentativo dei gialloverdi, la loro piccola insubordinazione sul rigore di bilancio. Peccato, aggiunge Magaldi, che Lega e 5 Stelle si limitino al piccolo cabotaggio intorno al deficit, rinunciando a fare da battistrada – come Italia – nel chiedere una drastica riforma dell’Unione, basata sulla richiesta di una vera Costituzione Europea, finalmente democratica. Non mancano gli ultra-pessimisti, che ritengono irriformabile l’Ue: «Sono frange comunque minoritarie, a livello di consenso: la maggioranza dei cittadini è delusa dal modo in cui l’Unione è gestita, ma certo resta favorevole all’idea di una integrazione europea». E quelli che vorrebbero farla finita, con Bruxelles? «Secondo me sbagliano, magari in buona fede», dice Magaldi: «Senza accorgersene, fanno il gioco degli avversari: gli uni dicono che l’Ue non può cambiare, gli altri sostengono che non deve cambiare. Risultato: ragionando così, niente cambierà».

Magaldi propone un altro approccio: «Andiamo oltre la moderazione del governo Conte, in questa fase». Lo dice «agli amici del governo, alla maggioranza gialloverde» che nel futuro prossimo, alle europee e poi in Italia, dovrà affrontare un quadro politico mutevole. «Io dico: facciamo partire dall’Italia una radicale trasformazione del progetto europeo. Cioè: andiamo verso una Costituzione politica, a fondamento dello stare insieme in Europa. E’ un dogma di fede, l’irriformabilità di un’Unione nata male? Sembra speculare al dogma di quel potere, che oggi ci ripete che non si può cambiare nulla». L’Europa, Magaldi la ritiene «riformabilissima», gettando a mare «lo spirito compromesso con cui è stata costruita questa Ue, economicistica e tecnocratica». Storia: «I padri di questa costruzione post-democratica sono Jean Monnet e Richard Coudenhove-Kalergi. Monnet era un ex massone progressista, Kalergi un uomo ambivalente che prima ancora della Seconda Guerra Mondiale aveva radunato attorno al progetto paneuropeo personalità anche progressiste, non chiarendo però quale fosse la sua idea di Richard Coudenhove-KalergiEuropa». E poi invece, di concerto con Monnet, proprio Kalergi «ideò e diede avvio a un progetto neo-feudale, quasi una sorta di nuovo Sacro Romano Impero».

Un dominio pre-democratico, «dove il potereimperiale fosse nelle mani di alcune oligarchie apolidi, coi loro terminali (come vassalli e valvassori) incarnati in burocrati chiamati a occupare posti non elettivi di gestione della governance». E tutto, a partire dalla costituzione della Ceca (la comunità dell’acciaio e del carbone) è stato svolto in modo unilaterale, economicistico. Spinelli e gli europeisti, invece, volevano «qualcosa di armonioso, da costruire insieme ai cittadini, non al di sopra dei cittadini». Una Costituzione da scrivere insieme, «coinvolgendo la popolazione in consultazioni e referendum su ciascuno dei suoi articoli». Di Costituzione Europea si è parlato anni fa, ma poi non si è fatto nulla: «Ci sono solo dei trattati, in quella che è una posticcia costruzione continentale dove, mai come adesso, le nazioni sono una contro l’altra armate. E’ veramente una gabbia, dis-utile per l’interesse popolare ma utile per gli oligarchi globali». Rinunciare all’Europa e distruggere tutto per tornare alle nazioni? Falso problema, secondo Magaldi: «Che sia globale, europea, nazionale, regionale o locale, la governance non cambia se il paradigma che la ispira non è democratico». Un esempio? I nostri Comuni: «Sono strangolati dal Patto di Stabilità, voluto in sede Altiero Spinellieuropea ma discendente da una visione neoliberista che pervade tutte le istituzioni politiche e economiche internazionali più importanti».

Proprio il Patto di Stabilità «strangola le possibilità di intervento dei Comuni su un livello che è quello locale». In un mondo «ormai globalizzato perché interconnesso», si può scegliere «che tipo di globalizzazione si vuole». Disconettersi? Impossibile: le economie sono collegate, ogni decisione ha ripercussioni ovunque. «Puoi scegliere però come governarle, queste dinamiche: in nome della finanzae dei mercati, dell’interesse dei pochi a scapito dei moltissimi, oppure con un metodo finalmente democratico». Perché preoccuparsi se la governance è europea, italiana, regionale o cittadina? «Preoccupiamoci che a tutti i livelli vi sia una metodologia democratica», ovvero «che vi sia la primazia della politica sull’economia e sulla finanza, e la primazia della sovranità del popolo su qualunque altra forma di sovranità o di potere privato». Quel che conta, chiosa Magaldi, è che comunque il governo gialloverde abbia almeno manifestato la volontà di invertire la rotta suicida e autolesionistica degli ultimi decenni. Un possibile inizio, si spera, per cominciare a imporre la percezione di un’altra Italia, non più terra di conquista e facile preda, grazie alla complicità del vecchio establishment “collaborazionista”, al servizio di potentati economici stranieri.

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