Sovranismo, il modello M5S-Lega sotto attacco

Alessio Mannino – 29 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

Il governo italiano è sotto l’attacco di tecnocrati, speculatori finanziari e oppositori interni. Il motivo? La paura che l’élite europea ha di scomparire sotto i colpi del sovranismo gialloverde: una nuova teoria politica capace d’unire in un solo corpo populismo di destra e di sinistra.

Che cos’è la coerenza in democrazia? Mantenere le promesse fatte ai cittadini, è l’ovvia risposta. Ma la realtà non è ovvia né coerente. Il Movimento 5 Stelle e la Lega sono al governo insieme per una circostanza nient’affatto ovvia e prevedibile, ovvero i risultati delle ultime elezioni e il successivo tramestìo, lungo ben tre mesi, che ha visto scartare tutte le altre combinazioni di maggioranze possibili, per arrivare ad un patto limitato ad alcuni punti (il “contratto”) escludendone altri. Un’alleanza perimetrata, coerentissima sulle parti in comune – che non sono poche e, come vedremo, sono più profonde di quanto si creda – e giocoforza incoerente su quelle parti su cui le idee restano diverse. Anche molto diverse. Quando si dice che la politica è compromesso, s’intende anzitutto – un’altra, fondamentale ovvietà – compromesso con il reale qui e ora, così come si presenta, che ci piaccia o, più spesso, non ci piaccia.

Il Governo Conte con Sergio Mattarella il giorno del giuramento.

E’ da queste premesse se si vuole banali che bisognerebbe partire per non fare i saputelli schizzinosi riguardo alle incoerenze di cui sono accusati entrambi, e in misura maggiore i pentastellati. Immigrazione salvinizzata, Tap, Pedemontana veneta per questi ultimi, o flat tax appena accennata, legislazione sociale e sul lavoro e, stando almeno all’imperioso no che viene dalla Torino della grillina Appendino, anche Tav per i leghisti, fino al macigno moneta unica a cui erano, sia pur con diversi accenti, entrambi avversi: sono le questioni su cui vengono accusati di voltafaccia i due soci di Palazzo Chigi.

Bene, domanda: quale sarebbe l’alternativa? Se esiste, qualcuno alzi la mano e ce la comunichi. Se per unire due forze con storie, caratteristiche e programmi divergenti, l’uno è costretto a cedere via via qualcosa all’altro, è ovvio che doveva andare così. Nel mondo dei sogni del buon massimalista messianico un partito prende il 51% e si mette a realizzare in beata solitudine i suoi piani, sempre che questa incognita chiamata realtà, che riserva sempre un imprevisto dietro l’angolo, glielo lasci fare. Per non parlare di quei poteri, che sono alla luce del sole e nient’affatto segreti, che vanno dalle istituzioni agli interessi economico-finanziari fino ai vincoli internazionali, leggasi Presidenza della Repubblica, burocrazie ministeriali, mercati e Borse, Ue, Bce, Usa-Nato e, non dimentichiamoli mai, i media mainstream.

Luigi di Maio e Matteo Salvini

Dice: ma resta il fatto che così i due movimenti “anti-sistema” (falso: agiscono internamente al sistema per correggerlo, anche potenzialmente in direzione più radicale di quel che pensano loro stessi, ma in ogni caso qui, tecnicamente, di rivoluzionari non ce ne sono), questi barbari che hanno espugnato il fortino romano, insomma questi maleducati al potere tradiscono i loro elettori. Ma chi può essere così finto ingenuo da ritenere seriamente che, nel dover accordarsi con quei presupposti, ed essendo obbligati a gestire l’esistente che proviene da decenni di governi di tutt’altro indirizzo, la totalità perfetta degli impegni elettorali non sarebbe stata in parte sacrificata? Allora son uguali a quelli di prima, son tutti uguali, ribatte il facile critico da bar Sport. Eh no, qua casca l’asino.

Sempre che non si ragioni col metro di immaginifiche rivoluzioni neo-sovietiche o tardo-hippy o fascio-mistiche o dio sa cosa, c’è un abisso tra la linea di fondo di questo governo e tutti coloro che l’hanno preceduto, compresi i vari Berlusconi I,II, III e IV di cui il Carroccio era componente essenziale. E’ ancora abbozzato, in nuce, non del tutto cosciente persino ai suoi protagonisti, figlio dell’improvvisazione a sua volta figlia dell’imprevista situazione in cui si sono trovati, ma c’è ed è operante un filo rosso, anzi gialloverde. Un filo che lega 5 Stelle e Lega sotto la superficie ma anche sopra, nelle clausole comuni, “contrattualizzate” nero su bianco. Questo fil rouge si chiama sovranismo.

Matteo Salvini

La sovranità equivale ad autodeterminazione, che vuol dire libertà di decisione. Pur con tutte le rattristanti manchevolezze e i brutti scivoloni (il condono edilizio di Ischia o certi eccessi sui migranti non si possono vedere), aver fissato come bussola la riappropriazione di sovranità del popolo italiano rappresenta un inedito storico, un vero unicum che non ha eguali. E che apre una prospettiva di medio-lungo periodo completamente nuova per il nostro Paese, che non sarebbe concepibile se il M5S governasse con il Pd, o la Lega con Forza Italia – questi due cadaveri ambulanti della politica nazionale, a cui auguriamo una dignitosa putrefazione. 

E non è necessario essere nazionalisti per constatare la bontà di questa visione: basta avere sinceramente, radicatamente, rabbiosamente a cuore il senso della propria dignità calpestata da un marchingegno di forze, quelle di cui sopra, che non hanno nulla di democratico e popolare, ma costituiscono soltanto l’emanazione di precise volontà che lucrano sulla vita della gente. Avere messo in discussione, come ha fatto Di Maio, la santità intoccabile di quell’uomo probo di Mario Draghi, non è stato un errore: è stato un merito. Tenere duro sulla manovra, come ribadito dal ministro Savona, non è un pericoloso estremismo: è, come minimo, il minimo. Rispondere colpo su colpo agli attacchi della commissione europea di quei diversamente galantuomini di Juncker e Moscovici, come fa quotidianamente Salvini, non è l’impuntatura di uno sfasciacarrozze: è difendere le legittime scelte di uno Stato che tenta di tornare sovrano.

Mario Draghi al Forum Economico Mondiale nel 2012

C’è di più. Quando si legge una dichiarazione attribuita a un alto dirigente del Pd secondo cui le parole di Draghi sullo spread sono parte delle manovre in corso per preparare un governo Pd-Cinque Stelle dopo le europee (Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre), si capisce che l’ipotesi ambita dal caravanserraglio dei soliti poteri è neutralizzare il potenziale dirompente della strana coppia legastellata, cercando di far tornare nel recinto il riottoso M5S sposandolo ad un ricostruito centrosinistra, dato che l’altra opzione, il tradizionale centrodestra, con i forzisti ridotti ormai a quattro gatti spelacchiati, non sarà più realizzabile. Per rompere l’unione dei due populismi la tattica è evidente: dipingere a tinte catastrofistiche l’oggettivo scontro con Bruxelles agitando in continuazione lo spauracchio di un’uscita dall’euro che, con obbligata realpolitik, sia Di Maio che Salvini hanno accantonato proprio per non farsi mettere all’angolo dall’assedio combinato di eurocrati, speculatori finanziari e opposizione interna. 

Ecco perché, ad esempio, il nume di tutti i tecnocrati che oggi va per la maggiore, il prezzemolino Cottarelli, sostiene con puntuta abnegazione che l’Italia non è too big to fail, troppo grande per fare fallimento, ma anzi, fallirà di sicuro in quanto osare contrastare i diktat decimali dell’apparato europeo porta dritto a uscire dalla zona euro (La Stampa, 27 ottobre). Chiaro, no?  E’ un ricatto subdolo e neanche tanto sottile, che nasconde una carta avvelenata: se il governo Conte persiste, gli italiani rischiano la povertà di massa, e questo refrain serve a metterlo sotto pressione; se si piega, l’alleanza si spezza, perché mentre su temi localizzati o avvertiti come non prioritari, come il Tap o una flat tax ancora nebulosa, gli elettori della compagine governativa possono lasciar correre, su quelli centrali come lo scontro di sovranità con l’Ue (o l’anti-immigrazionismo per la Lega, o il reddito di cittadinanza per il Movimento), gli inquilini a Palazzo non possono permettersi di dare segni di debolezza. Pena una mazzata alle urne, e lo sfarinamento del connubio sovranista.

Carlo Cottarelli con il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella nel 2018

Facciamo sommessamente presente che nel Portogallo ribelle anch’esso all’ortodossia dei conti europei, Partito Socialista, Partito Comunista e Bloco de Esquerda (un populismo di sinistra, simile, per capirci, alla Francia Indomita di Mélenchon) governano assieme indovinate come? Avendo stilato un contratto, che lascia fuori le divergenze (i comunisti sono contro la Nato e i socialisti a favore? via il dossier Nato dall’intesa) e tiene dentro le consonanze. Solo che il modello portoghese manda in solluchero le sinistre europee più o meno, de facto, conservatrici, perché imitandolo rientrerebbero in gioco tenendosi stretti i loro dogmi, fra cui c’è questa Unione Europea che piace tanto alle élites ma non piace ai popoli.

Il modello italiano, invece, scardina lo schema destra-sinistra, accomunando populismo di destra e populismo di sinistra. Verso un orizzonte che, se a lungo termine potrebbe vedere i due alleati odierni restare come i due soli concorrenti del futuro, nel medio li vede assieme sotto un minimo comune denominatore: l’impulso sovranista. Che non è poi affatto minimo: potrebbe diventare, se ben elaborato e formulato, una teoria politica che fa da sfondo, ideologia, senso comune ad una nuova epoca, sostituendo il liberalismo decaduto e marcio.