Gli italiani non temono più lo spread

di Pablo Mileni – 31 ottobre 2018 lintellettualedissidente.it

Storia recente del legame tra spread e consenso politico.

Dopo giorni di attesa venerdì Standard and Poor’s, l’ultima delle grandi agenzie di rating a valutare il debito sovrano italiano, ha confermato il rating a BBB, modificando però l’outlook da stabile a negativo: non c’è stato un declassamento nell’immediato, ma potrebbe esserci in futuro. Altrettanto impazientemente si è attesa la reazione dei mercati in apertura lunedì, sotto osservazione, ovviamente, anche lo spread. Insomma, oggigiorno la politica deve fare i conti quasi quotidianamente con quanto accade nei mercati finanziari. Questo è ancora più vero per l’attuale Governo che opera una politica del cambiamento e che come tale è naturale che generi incertezza sul futuro.

Il governo Conte è nato sotto la stella dello spread. Ovunque si diriga, lo spread è lì che aleggia. E a causa dell’attenzione mediatica che gli viene data, nell’immaginario comune questo giudizio a 3 lettere è diventato una sorta di indicatore della bontà delle manovre del governo. Per non subire l’effetto marea dello spread, che ci dà l’idea di annaspare continuamente, cerchiamo di fare ordine su quanto accaduto durante l’attuale legislatura e in particolare proviamo a chiederci: quali avvenimenti hanno contribuito al rialzo dello spread da 120-130 punti base del post-elezioni agli attuali 311; quali sono le conseguenze di uno spread persistentemente elevato sull’economia italiana; come gli aumenti di spread hanno influito sul consenso ai partiti di governo.

Il Governo Conte con Sergio Mattarella il giorno del giuramento.

Incertezza e tensioni

È sempre difficile stabilire la direzione del nesso causale tra incertezza e tensioni (politica, mediatica, economica, etc.), ma se volessimo capire cosa ha generato l’aumento dello spread dalle elezioni del 4 marzo ad oggi queste due parole non potrebbero essere escluse dalla nostra trattazione.

Spread BTP Italia/BUND 10 Anni (Teleborsa.it)

L’incertezza ha regnato nel percorso di formazione del governo: compare una bozza di contratto di governo 5Stelle-Lega che prevede l’uscita dell’euro, subito poi smentita; il Presidente Mattarella è costretto a dare più tempo affinché i partiti trovino un’intesa sul premier; una volta riuscita, la rosa di governo non viene approvata per l’assegnazione al Professor Savona del MEF; lo spettro dell’ennesimo governo tecnico si concretizza, ma non ottiene la fiducia del Parlamento. Tutto questo accade tra il 16 e il 30 maggio, periodo in cui lo spread più che raddoppia: da 130 punti base a 265. Il 1° giugno il governo politico appena formatosi presta giuramento e lo spread si abbassa, ma nei giorni e mesi successivi non sarà più clemente.

Per comprendere, invece, come la tensione nei rapporti tra Governo e altri attori abbia influito sull’andamento dello spread, basta osservare quanto accaduto in questo mese di ottobre; dai 234 punti base del 27 settembre siamo ai 311 di martedì. Con il brusco rialzo iniziale coincidono i lavori sulla nota di aggiornamento al DEF che prevede un rapporto deficit/PIL giudicato eccessivo da diverse istituzioni (Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di bilancio, Corte dei Conti), poi il declassamento del debito sovrano italiano da parte di Moody’s ad un gradino dal livello “spazzatura”, la bocciatura del bilancio programmatico ad opera della Commissione UE per la prima volta nella storia ventennale dell’eurozona.

Luigi Di Maio e Giovanni Tria

Banche sotto stress

Il sistema bancario è senza dubbio la prima vittima di uno spread costantemente elevato: il deprezzamento dei titoli di stato complicherebbe l’erogazione del credito per le banche più solide, ma potrebbe costringere quelle più fragili ad aumenti di capitale per rispettare i limiti di patrimonializzazione imposti dalla Vigilanza. Inoltre, per gli istituti bancari reperire risorse tramite emissione di obbligazioni sarebbe più oneroso, poiché la loro esposizione al rischio di default dello stato italiano aumenterebbe e quindi il premio al rischio richiesto sarebbe maggiore. Insomma, la situazione non è delle più semplici e le prospettive non sembrano le più floride.

Da un lato, a fine dicembre terminerà il quantitative easing, l’operazione di acquisto di titoli di stato da parte della BCE che ha garantito una certa stabilità dello spread (non bisogna neanche trascendere in allarmismi innecessari, come ha scritto sul Sole 24 ore di sabato il presidente dell’associazione bancaria italiana Patuelli: “la Bce e le Banche centrali nazionali manterranno lo stock complessivo di titoli di Stato acquistati progressivamente fino a fine dicembre 2018, anche dopo tale data e, man mano che scadranno dei titoli, ne compreranno dei nuovi per confermare e conservare a lungo l’ingente quota progressivamente acquisita di titoli di ciascun Stato e, quindi, anche dell’Italia”). Dall’altro, i nostri partner europei, si sa, non sembrano particolarmente collaborativi.

A giugno, nelle dichiarazioni di Meseberg, Francia e Germania hanno avanzato l’ipotesi di ristrutturazione del debito sovrano per i paesi che richiedono aiuti: se il debito pubblico di un Paese è dichiarato “non sostenibile”, per accedere agli aiuti bisognerebbe sottoporsi ad una ristrutturazione del debito. In un’ottica preventiva, potrebbe trovare attuazione il disegno di diversi economisti francesi e tedeschi, messo nero su bianco in un documento del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, riguardante l’introduzione di coefficienti di ponderazione del rischio dei titoli di stato nei bilanci bancari. Per comprendere le dimensioni di ciò di cui si sta parlando, se tali misure dovessero essere introdotte, le 5 maggiori banche italiane, in quanto esposte per 144 miliardi di euro a titoli di stato italiani sarebbero costrette ad accantonare 2 miliardi, ossia circa la metà di quello che l’intero sistema bancario italiano dovrebbe vincolare. È evidente che uno scenario del genere è politicamente irrealizzabile, ma quello che qui si vuole sottolineare è la rigidità di alcuni, i soliti, stati membri.

Emmanuel Macron e Angela Merkel

Il popolo non trema

Al di là delle congetture e delle previsioni che si possono fare sul caso, non bisogna commettere l’errore di perdere il contatto con la terra. Bisogna anche chiedersi come ha risposto e continua a rispondere il paese alle minacce dello spread (venerdì 19 ottobre, guarda caso, lo spread ha raggiunto il massimo storico degli ultimi 5 anni) e alle bocciature delle manovre del governo che giungono da più parti. I più recenti sondaggi (SWG, Demopolis, Euromedia, Piepoli) attribuiscono ai partiti di governo il 60% dei consensi circa. Tralasciando l’affidabilità del dato puntuale, ciò che rileva è che, nonostante l’elevata tensione mediatica sull’operato del governo, la maggior parte del paese continua a sostenerlo. E la ragione è molto meno contro-intuitiva di quanto si pensi.

Da un lato, le varie istituzioni che hanno cassato le manovre del governo soffrono non tanto di un deficit di democraticità – come spesso si dice – il quale è intrinseco ad alcune di esse in quanto non elette (Bankitalia, INPS, per esempio) ed è bene che sia così, ma di credibilità, prime su tutte agenzie di rating e UE. Le agenzie di rating Moody’s e Standard and Poor’s gonfiarono il rating di mutui ipotecari tossici negli anni che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008-2009 e furono costrette a pagare sanzioni pari a, rispettivamente, 864 milioni e 1,37 miliardi di dollari.

Giuseppe Conte riceve la campanella da Paolo Gentiloni, suo predecessore, durante il passaggio delle consegne

L’UE ha imposto politiche di austerità come reazione alla crisi finanziaria ritenendo che bassi livelli di debito pubblico sarebbero stati in grado di evitarla, eppure il debito pubblico continua a crescere e il benessere delle persone non è miglioratoDall’altro, c’è una base elettorale che è disposta a pagare anche a caro prezzo la propria riaffermazione, una base elettorale che non teme lo spread né tantomeno la sua retorica. E d’altro canto è logico: basta avere un po’ di realismo per capire che il risparmio privato di un paese è, da sempre, concentrato nelle mani di una minoranza e che la porzione di questa minoranza che vota i partiti di governo è infima. In altre parole, chi tra gli elettori di 5Stelle e Lega è direttamente interessato a fluttuazioni dello spread è una minoranza di una minoranza. 

Quindi la leva psicologica dello spread non ha effetto sul consenso, perlomeno nel breve periodo, peraltro in un paese dove l’8,4% della popolazione è in povertà assoluta – non può acquistare i beni e servizi essenziali alla vita – e il 15,6% in povertà relativa, ossia la cui spesa è minore o uguale alla spesa media per consumi pro-capiteLa leva psicologica dello spread è inefficace se nello stesso paese nell’arco di meno di 20 anni l’ascensore sociale da che era immobile solo per il 2% della popolazione passa ad esserlo per il 97%. I dati parlano chiaro: la porzione della popolazione italiana che ha visto invariato o diminuito il proprio reddito era del 2% tra il 1993 e il 2005, tra 2005 e 2014 è passata ad essere del 97%Chi può allora dire quanto durerà ancora l’immunità dei partiti di governo ad un rovesciamento nei consensi? Si è visto che ci sono i presupposti affinché la fiducia del corpo elettorale rimanga ancorata ai suoi rappresentanti, ma la crescente tensione mediatica potrebbe ripercuotersi su di essa. Forse ogni tanto sarebbe più saggio parlare della sostenibilità del clima sociale, oltre che di quella dello spread.