ENIGATE: così impoveriscono l’Africa e la costringono a migrare

 · NOV 2, 2018

Le grandi storie di abuso di potere e corruzione iniziano spesso con una notizia breve e apparentemente insignificante. In questo caso a dare il via è stato un articoletto da me scritto il 1° agosto 2012 sulla testata per la quale lavoravo all’epoca, Il Sole 24 Ore. Allora non avevo consapevolezza che mi avrebbe portato a scrivere un libro-inchiesta su uno scandalo senza eguali.

Secondo l’economista Luigi Zingales, che ha vissuto alcuni dei fatti come membro del Cda di Eni, se le circostanze da me descritte fossero confermate dai tribunali “si tratterebbe del più grave scandalo della storia della Repubblica Italiana”. Si parla infatti dei massimi vertici di Eni, dall’ex ad Paolo Scaroni all’attuale ad Claudio Descalzi.

Ma quella di Enigate è anche una storia avvincente. C’è di tutto: corruzione, intermediazioni segrete, interessi privati in atti aziendali, un complotto che in altri Paesi occidentali sarebbe impensabile. I due consiglieri dell’Eni che sulle vicende in questione avevano sentito il bisogno di rafforzare la governance della compagnia petrolifera, Luigi Zingales e Karina Litvack, sono stati bersagli di una “antinchiesta” orchestrata da un avvocato al servizio dell’Eni per farli apparire pedine di un complotto inteso a delegittimare il vertice operativo della compagnia petrolifera.

Fortunatamente la Procura di Milano, con il supporto di quello che si chiamava Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia Finanza e dal 2018 è il Nucleo di Polizia economico-finanziaria, ha dimostrato che quell’anti-inchiesta era una bufala. La Procura di Milano parla di “un’associazione a delinquere finalizzata a depistare e a delegittimare l’autorità giudiziaria” concepita dal responsabile dell’ufficio legale dell’azienda italiana più internazionale e influente.

Quella di Enigate è però più di una storia di petrolio, nonostante quel campo petrolifero al largo delle coste nigeriane si dice abbia le più grandi riserve non ancora sfruttate dell’intero continente africano. Più di una storia di corruzione, nonostante la società occultamente controllata da un ex ministro del Petrolio nigeriano abbia ricevuto dall’Eni oltre un miliardo di dollari. E più di una storia di depistaggi, nonostante il 6 febbraio 2018 siano state applicate misure cautelari a due avvocati e un sostituto procuratore della Repubblica, e il responsabile dell’ufficio legale dell’Eni sia stato oggetto di un mandato di perquisizione, con l’accusa di aver depistato.

Enigate fa emergere il collegamento tra immigrazione e corruzione internazionale. Perché quel miliardo di dollari sottratto allo Stato nigeriano non è andato a costruire scuole migliori, non è servito a portare elettricità o assistenza sanitaria. Secondo l’ex governatore della Nigerian Central Bank, Lamido Sanusi, tra 2012 e 2013 sono stati sottratti dalle casse del Tesoro nigeriano tra i 12 e i 21 miliardi di dollari di proventi petroliferi. Come sorprendersi se nel 2017 tra le 119.247 persone sbarcate in Italia, il paese di provenienza più rappresentato sia la Nigeria?

Il programma elettorale del ministro dell’Interno Matteo Salvini parlava di combattere i trafficanti di esseri umani che lucrano sulla disperazione della gente. Ma è il momento di domandarci se a lucrare non siamo anche noi. E di guardare alle nostre responsabilità. Con il miliardo pagato dall’Eni a Dan Etete, l’ex ministro del Petrolio nigeriano, dopo essersi comprato aerei, ville e auto blindate, è accusato di aver distribuito centinaia di milioni ai suoi soci nei palazzi del potere. E per via di cleptocrati quali Etete, il sistema-Paese nigeriano sta collassando. A febbraio del 2018 il World Poverty Clock ci ha informato che la Nigeria ha superato l’India ed è ora il Paese con il maggior numero di persone in povertà estrema: quasi 83 milioni, il 42,4 per cento della popolazione.

Nel presentare i conti del 2017, l’ad di Eni Descalzi ha spiegato di aver “superato tutte le aspettative” nella riduzione dei costi di produzione di ogni barile di greggio. Tutto grazie alla ristrutturazione del gruppo da lui implementata che, però, non ha affrontato la governance. Nonostante la società sia sotto inchiesta per corruzione, per Descalzi e la presidente Emma Marcegaglia “la corporate governance di Eni rappresenta un esempio di eccellenza”.

Una radicale revisione della governance dell’Eni non è finora stata priorità neppure del suo azionista di maggioranza, il governo italiano. Anche perché finora nessuno ha pensato di chiedere all’Eni di farsi carico delle centinaia di migliaia di nigeriani che continueranno a bussare alle nostre porte spinti dalla mancanza di prospettive a casa propria.

Le vicende ricostruite in Enigate offrono un’opportunità di cambiamento. La si può ignorare, e perpetrare meccanismi che affamano popolazioni spingendole a fuggire e in Italia consentono a faccendieri vecchi e nuovi di far man bassa di quel poco che resta dei nostri beni nazionali. Oppure si può smettere di sovvenzionare cleptocrati all’estero e di accettare che in Italia aziende di Stato vengano usate dai dirigenti a fini personali.

da Enigate, tangenti miliardarie e depistaggi: il più grande scandalo di corruzione della storia d’Italia
di Claudio Gatti edizioni Paper First

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Enigate – Libro

I documenti esclusivi sulla maxi tangente internazionale dell’ente petrolifero italiano guidato da Scaroni e Descalzi

Claudio Gatti


CASINO’ DI SAINT VINCENT / CHIEDE IL CONCORDATO PREVENTIVO

Il celebre Casinò di Saint Vincent nella bufera. L’amministratore unico della società che lo gestisce, Filippo Rolando, ha appena presentato domanda di concordato preventivo al tribunale di Aosta per via del pesante debito accumulato, pari a 21 milioni di euro. 

In realtà il 99 per cento azionario è controllato dalla Regione. La situazione è molto peggiorata nel corso degli ultimi anni, quando i ricavi si sono praticamente dimezzati, passando dai 96 milioni del 2011 agli attuali 57 milioni.

Gli ultimi giorni sono stati davvero turbolenti. Era stato nominato un nuovo Consiglio d’amministrazione, ma non sapendo che pesci pigliare è durato poco più di due settimane in carica dopo di che ha rassegnato le dimissioni. Ed è arrivato Rolando il quale ha subito chiesto il concordato.

Ben lontani gli anni felici quando il Casinò macinava utili con la pala. Anni però sempre turbolenti, per via delle inchieste gudiziarie che hanno puntato i riflettori sui vari Casinò italiani. In prima fila, of course, quello più rinomato, Saint Vincent. 

42 anni fa saltò per aria il numero uno della procura di Torino, Bruno Caccia. Il processo dura ancora oggi. Sono stati assicurati alle patrie galere alcuni tra i killer, ma non è stata fatta piena luce sui mandanti; e ancor oggi la famiglia chiede giustizia.

Le ‘ndrine sono salite al nord più di 40 anni fa e hanno puntato tutto sul riciclaggio di danaro sporco. Ovvio che il Casinò fosse il bersaglio più facile, per via della grossa liquidità giornaliera gestita. Ma anche le mafie (siciliana e francese) all’epoca hanno drizzato le antenne. 

E il procuratore Caccia era assolutamente intenzionato a far luce su quelle connection miliardarie.   

Sei vessato dalle banche: segui l’esempio di Gigi Pallina

Vincenzo Imperatore lettera43.it 2.11.18

Un piccolissimo imprenditore pugliese sotto pseudonimo ha denunciato le condotte discutibili di un grande istituto di credito construendo un brand e diffondendolo ovunque sul web e sui social network. Un esempio da imitare.

Quanto mi affascinano le storie dei topolini che combattono contro gli elefanti e poi vincono. Affermando diritti che altrimenti verrebbero calpestati. Criticare una banca in modo aspro e pungente (restando nei limiti della continenza) attraverso l’utilizzo di social, blog o siti si può. Il diritto di critica è sancito anche dalla Costituzione che all’articolo 21 recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Lo ha stabilito un giudice in modo specifico risolvendo positivamente una assurda vicenda che ha coinvolto un piccolo imprenditore, destinatario di un’accusa infamante che gli attribuiva ben due capi di imputazione, diffamazione aggravata e tentata estorsione. Niente di sorprendente se il denunciante non fosse stato la più importante banca italiana, Unicredit.

LA RIVOLTA DI UN IMPRENDITORE PUGLIESE A SUON DI SATIRA

Si fa davvero fatica a immaginare un topolino minuscolo che cerca di estorcere qualcosa a un elefante di proporzioni bibliche, ma la vicenda è reale e fortunatamente ha incontrato un magistrato scrupoloso che ha letto carte ed eccezioni proposte dalla difesa per assolvere finalmente e in tempi brevi il malcapitato di turno (vedi foto sottostante).

I fatti risalgono al 2014 ma sono attuali più che mai. Un piccolissimo imprenditore pugliese, R.C., per denunciare le condotte discutibili della Banca, forse anche come antidoto per sdrammatizzare la gravità di una vicenda comunque dolorosa per la sua famiglia e la sua impresa, ha deciso di avviare una battaglia senza precedenti costruendo una sorta di brand contro la banca, diffondendolo ovunque sul web e sui social network ( facebook, linkedin ecc). Da oltre 4 anni tutti i santi giorni pubblica un pensiero, una critica costruttiva, una riflessione ma anche delle vere e proprie mini inchieste, alcune delle quali hanno incassato un discreto successo di visualizzazioni e like. Il tutto sotto il nome di “UsuraUnicredit” e, abbandonando personalismi e sovraesposizioni, utilizzando uno pseudonimo “Gigi Pallina”. E fa specie rilevare come innanzi a un giudice siano state portate a sostegno dell’accusa forme elementari di satira come l’ utilizzo di una pecora munita di elmetto. Insomma, è stata ripristinata la verità e il giusto equilibrio tra chi è degno rappresentante del più alto potere economico e finanziario e chi ha perso quel poco che aveva ma ha conservato grande entusiasmo, senso di rivalsa in chiave costruttiva, fantasia e determinazione. Ingredienti fondamentali di una ricetta che ha propinato una pietanza assolutamente indigesta per la grande banca sistemica che, con tutti i suoi uomini, mezzi, risorse, reti e organizzazione, nulla ha potuto per impedire che in questi anni potesse essere diffuso un vero e proprio anti-brand oramai indelebile sui principali motori di ricerca e social network. Lo stesso Facebook, a suo tempo addirittura interpellato per il tramite di apposita rogatoria internazionale (cfr. foto allegata), non fu disponibile a fornire dati in merito alla vicenda proprio perché negli Stati Uniti non esistono i cosiddetti reati di opinione.

Singolare inoltre come la stessa Unicredit, al fine di limitare l’onda negativa di questa campagna critica avverso la sua gloriosa immagine, si sia impadronita a suo tempo del dominio http://www.usuraunicredit.comlasciandolo ovviamente inattivo e ricorrendo legittimamente alla Wipo (Organismo arbitrale Internazionale sulla proprietà intellettuale) che ha riconosciuto, sembra paradossale, a Unicredit la proprietà intellettuale del sito sull’usura! Soldi sprecati perché i timonieri di questa aggressiva compagna di difesa dei diritti dei consumatori bancari non hanno, nel frattempo, limitato la loro presenza sul web.

UNA FORMA DI PROTESTA EFFICACE E DA IMITARE

Questa storia è un messaggio preciso per tutti gli imprenditori vessati dal sistema bancario. Se ogni imprenditore alle prese con un disservizio o abuso subito a opera della propria banca, restando nei limiti della continenza e dotandosi di un proprio stile, sposasse questa nuova forma di protesta si potrebbe dare vita ad un vero e proprio “esercito invisibile” che le stesse banche, sempre molto attente al rischio reputazionale, potrebbero iniziare a temere.

Oggi Usuraunicredit.com non è più soltanto una pagina, perché racchiude in sé le esperienze, le vicissitudini, le battaglie di oltre 50 imprenditori sparsi per tutta Italia che sostengono la mission. Che non sia l’inizio di una nuova era ? Chissà se la Rete in questo senso possa costituire uno strumento di rivalsa per il bottegaio di periferia contro la banca che perpreta gli abusi bancari? In questo mio lungo e costante viaggio lungo lo Stivale ho raccolto tante storie di persone che si trascinano in una vita infelice, che hanno paura di cambiare qualcosa nella loro esistenza: il timore dell’ignoto è più forte del disagio che provano. In molti casi, sanno già cosa li renderebbe felici ma non hanno la forza di andare in quella direzione perché preoccupati delle conseguenze. A queste persone dico che aver coraggio non significa non aver paura. Significa avere la forza di guardare in faccia la paura e decidere di andare avanti lo stesso. Ma per farlo bisogna riconoscerla.

La rete bucata

Angelo Baglioni la voce.info 2.11.18

Dieci anni fa esplodeva la crisi finanziaria. In “La rete bucata. Le regole e i controlli sulla finanza”, Angelo Baglioni spiega cosa è stato fatto perché non si ripeta. Il quadro non è consolante. Pubblichiamo qui un estratto dell’introduzione al libro.

Una massa di nuove regole

Dieci anni or sono, nel settembre del 2008, falliva la banca americana Lehman Brothers. Fu il momento culminante di una crisi finanziaria di portata storica e dalle conseguenze pesantissime.

La crisi ha avuto origine nel mondo delle banche, nel quale sono emersi vistosi problemi, relativi sia alla loro gestione sia alle regole e ai controlli su di esse. Ora molti si chiedono: in questo decennio, cosa è stato fatto perché quei problemi venissero risolti? Come hanno reagito i responsabili delle regole e dei controlli sulla finanza: hanno dato una risposta efficace, tale da scongiurare il ripetersi di quegli errori? Il sistema finanziario è oggi più sicuro di dieci anni fa?

Questo libro cerca di rispondere a queste domande. Lo fa proponendo un percorso attraverso i principali interventi che sono stati fatti nel campo della regolamentazione finanziaria. La risposta di fondo, che emerge dall’analisi, non è molto consolante. Non che le autorità siano rimaste inoperose di fronte alla crisi. Anzi, la reazione dei regolatori è stata massiccia: essa ha generato una produzione enorme (tuttora in corso) di nuove regole; allo stesso tempo sono nate nuove autorità di controllo. Bisogna riconoscere lo sforzo fatto di mettere in sicurezza il sistema bancario, sotto il profilo del patrimonio e della liquidità. In Europa, l’avvento della vigilanza unica, affidata alla Banca centrale europea, ha rappresentato un passaggio storico. Tuttavia, la reale efficacia della nuova architettura delle regole finanziarie sembra debole: spesso la loro complessità nasconde l’incapacità di incidere sui comportamenti dei soggetti regolati. È come se fosse stata gettata sulle banche una rete fitta, ma piena di buchi: eccezioni, scappatoie, possibilità di manipolazioni, tentativi delle stesse autorità (nazionali) di non applicare le regole europee più sgradite. Da qui il titolo del libro: La rete bucata.

I buchi nella rete

Partiremo con i compensi dei top manager, che spesso destano scalpore per i loro livelli stellari. Il problema principale è che essi contengono una forte componente variabile (premi, azioni, opzioni su azioni) che premia i manager quando ottengono buoni risultati ma non li penalizzano nel caso opposto: questa asimmetria genera un incentivo ad aumentare i rischi della gestione bancaria. La regola che pone un limite alla parte variabile dei compensi manageriali esiste, ma serve sul piatto d’argento la via per eluderla: il limite si applica solo a coloro che sono ritenuti “rilevanti” per il rischio di una banca. E chi decide se un manager è rilevante oppure no? Le banche stesse.

Poi ci occuperemo di quello che è probabilmente il buco più grande nella rete delle regole sulla finanza: i requisiti di capitale. Questi prendono come riferimento l’attivo ponderato per il rischio, che a sua volta viene calcolato da molte banche con sofisticati metodi elaborati da loro stesse: i modelli interni. La scatola nera di questi metodi quantitativi lascia spazio a manipolazioni, tali da rendere poco affidabili i requisiti patrimoniali che li prendono come base. Lo stesso Comitato di Basilea, dove si partoriscono le regole sul capitale, si è reso conto dei problemi creati dai modelli interni ed è recentemente corso ai ripari; tuttavia, le limitazioni all’uso dei modelli interni entreranno in vigore tra diversi anni.

La tutela del risparmio passa anche per la trasparenza: gli investitori dovrebbero ricevere informazioni semplici e sintetiche, che li rendano consapevoli dei rischi che corrono. Ma questo spesso non accade. Le regole di trasparenza non mancano. Il problema è che le autorità seguono spesso un approccio puramente formale. Pensiamo, ad esempio, al prospetto informativo: un documento di centinaia di pagine e ricco di informazioni, ma che nessuno legge proprio per la sua lunghezza e tecnicità. Un altro esempio è la compilazione del profilo di rischio dell’investitore, imposta dalla direttiva Mifid: tutti coloro che hanno fatto questa esperienza sono usciti dalla banca con la netta sensazione di avere partecipato a un rito inutile.

La mancanza di trasparenza ha reso dirompente l’introduzione delle nuove regole europee di gestione delle crisi bancarie, contenute nella direttiva sul bail-in. È vero che le autorità europee hanno commesso l’errore di applicare la direttiva in modo retroattivo: ai titoli già esistenti. Ma in Italia ciò ha creato più problemi che altrove, poiché le banche avevano collocato obbligazioni subordinate agli investitori al dettaglio senza avvertirli della maggiore rischiosità di questi strumenti rispetto alle normali obbligazioni. Lo sconcerto creato dal “salvataggio” di banca Etruria, e delle altre tre banche locali, ha indotto le autorità del nostro paese a ricercare soluzioni caso-per-caso per gli altri dissesti bancari, imbarcandosi in lunghe trattative con le autorità europee per evitare l’applicazione del bail-in. E così la certezza delle regole e la credibilità del nuovo regime di gestione delle crisi si sono perse per strada.

Uno dei fattori determinanti della crisi finanziaria è stata la cartolarizzazione dei prestiti bancari, passata un po’ di moda dopo l’esplosione della crisi. Essa ha inondato i mercati finanziari di prodotti opachi e complessi. Le società-veicolo, create per costruire le operazioni di cartolarizzazione, sono le protagoniste del sistema bancario “ombra”, che sfugge ai controlli a cui sono soggette le banche. L’Unione europea ha adottato (nell’ottobre 2017) un regolamento che punta a rivitalizzare il mercato delle cartolarizzazioni, seppure limitatamente a operazioni che rispettino determinati requisiti di semplicità, trasparenza e standardizzazione. Questa cartolarizzazione di nuova generazione si presenta diversa da quella che ha prodotto gli eccessi del passato, ma non è immune dal suo vizio di fondo: essa riduce l’incentivo delle banche a selezionare accuratamente i debitori.

Angelo Baglioni, La rete bucata. Le regole e i controlli sulla finanza, 2018, Mondadori Università, 13 euro.

Dimon (JP Morgan): non vogliamo comprare banche europee

Elena Dal Maso milanofinanza.it 2.11.18

Jamie Dimon

All’indomani della notizia che un ex manager di JP Morgan, Douglas Braunstein, ha investito 620 milioni di dollari per salire al 3,1% di Deutsche Bank  con il suo fondo Hudson Executive Capital, la Germania ha iniziato a chiedersi se dietro all’operazione non ci sia di fatto una delle banche più forti al mondo, JP Morgan. E lo ha chiesto direttamente al suo amministratore delegato, Jamie Dimon, unico manager ai vertici di un colosso finanziario ad aver resistito allo tsunami del 2008.

Anche perché Braunstein è stato convinto dal consulente strategico di Deutsche Bank , il fondo Cerberus Capital Management, il cui presidente Matt Zames è un ex vertice sempre di JP Morgan. A questo punto Handelsblatt online, il maggior sito tedesco di finanza, ha incontrato ieri a Berlino Jamie Dimon per capire meglio la strategia degli americani in Europa, a partire dalla Germania.

Ne è scaturita un’intervista sul settore bancario dell’Eurozona. Nella quale Dimon, 62 anni, in procinto di lasciare le redini del suo gruppo nel 2023 (ma non di ritirarsi in pensione), ha chiarito prima di tutto che JP Morgan non intende esporsi per Deutsche Bank , anche se il gruppo di Francoforte oggi capitalizza solo 18 miliardi di euro e viaggia a notevole sconto (il Santander, per esempio, ha una capitalizzazione di mercato di oltre 66 miliardi). Dimon ha risposto che una mossa del genere “non avrebbe senso per noi. Se di acquista un gruppo per consolidarlo si rischia di uccidere il paziente. Ci vorrebbero miliardi per unire le due realtà”. E la ristrutturazione porterebbe a forti conseguenze sul fronte sociale.

Però Dimon ha sottolineato che l’Europa ha bisogno di “muoversi verso una garanzia comune dei depositi. L’Unione Europea dovrebbe permettere alle sue banche di crescere oltre confine per diventare più forti e importanti. E anche l’economia generale migliorerebbe”. Il consolidamento nel settore finanziario a questo punto avrebbe un senso importante perché porta ad una diversificazione degli attivi nei vari Paesi con banche che sono soggette ad una regolamentazione comune, quella della Bce, ha aggiunto Dimon. Che ha poi specificato: “non conviene però chiudersi al proprio interno per crescere”, ha senso un’ondata di M&A transnazionale.

“Si avrebbero benefici dall’effetto di scala: avere 1000 filiali in un Paese e altre 1000 in un’altra nazione e così via, confidando in un sistema comunitario di regole, può far generare fino al 30% di costi in meno dalle sinergie”, un dato da tenere in considerazione, ha aggiunto Dimon. Sul tema dell’Italia, del progetto di bilancio presentato a Bruxelles e della conseguente bocciatura, Dimon ha detto che l’equazione è semplice: “le banche di un Paese sono stabili se è stabile il governo”. Quando i debiti dello Stato diventano troppo pesanti “le banche non ce la fanno. Questo rapporto fra Stato e banche è più stretto di quanto le persone non credano”.

Diversi capi economisti di banche d’affari hanno scritto nell’ultimo mese che entro la metà del 2019 diventerà evidente l’inizio della recessione negli Usa, a causa del conflitto sui dazi di Washington con la Cina in primis (a meno che il presidente Donald Trump non arrivi a un accordo con il suo omologo Xi Jinping entro fine novembre). Sul tema, Dimon ha voluto specificare ad Handelsblatt che esiste differenza fra recessione crisi finanziaria. La seconda si è vista nel 1929 e nel 2008, “mentre le recessioni sono strutturali, arrivano ogni cinque-dieci anni in media. Ma questo fa parte del ciclo economico mondiale”.

Oggi gli analisti di Berenberg, commentando la trimestrale appena pubblicata di Deutsche Bank , hanno scritto che il gruppo di Francoforte ha ridotto di 100 miliardi di euro l’esposizione dei derivati in bilancio, con l’effetto di abbassare il rischio complessivo della banca ma anche i ricavi per il 2018. Questa sera dopo la chiusura delle borse europee usciranno gli stress test dell’Eba su 49 istituti e per la prima volta terranno in considerazione anche il livello 3 degli asset, ovvero i derivati e la leva finanziaria.

Russia e Cina sono apparentemente entrambe sotto l’impressione che la guerra con gli Stati Uniti sta arrivando …

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

 

Scritto da Michael Snyder tramite il blog The American Dream,

Potrebbe essere possibile che gli Stati Uniti si stiano dirigendo verso una grande guerra?   Se chiedi alla maggior parte degli americani questa domanda, ti guarderanno come se fossi pazza. Per la maggior parte delle persone in questo paese, la guerra con la Russia o la Cina non è nemmeno lontanamente preoccupante. 

Ma i russi e i cinesi vedono entrambe le cose in modo molto diverso.  Come vedremo in seguito, sia la Russia che la Cina sembrano avere l’impressione che la guerra con gli Stati Uniti stia arrivando e si stanno rapidamente preparando per un simile conflitto.

Iniziamo con la Russia.   Dopo averli ripetutamente schiaffeggiati con sanzioni, demonizzando incessantemente i loro leader e incolpandoli per quasi ogni problema che si possa immaginare, il nostro rapporto con la Russia è il peggiore che sia mai stato.

E quando l’amministrazione Trump annunciò che si stava ritirando dal Trattato sulle Forze Nucleari a Intervallo Intermedio, ciò spinse le cose a un nuovo minimo. In seguito a quell’annuncio, il funzionario russo Andrei Belousov dichiarò coraggiosamente che  “la Russia si prepara alla guerra” …

Ha detto: “Di recente, all’incontro, gli Stati Uniti hanno dichiarato che la Russia si sta preparando per la guerra.

” Sì, la Russia si sta preparando per la guerra, l’ho confermato.

“Ci stiamo preparando a difendere la nostra patria, la nostra integrità territoriale, i nostri principi, i nostri valori, la nostra gente –  ci stiamo preparando per una tale guerra “.

Qui negli Stati Uniti, si parla molto poco di una guerra potenziale con la Russia nei media mainstream, ma in Russia le cose sono molto diverse.  I notiziari russi stanno affrontando costantemente crescenti tensioni con gli Stati Uniti, e il governo russo ha aggiunto benzina a questo fuoco. Ad esempio, il governo russo ha recentemente pubblicato un video di un finto attacco nucleare  contro i loro “nemici” …

I sottomarini russi hanno recentemente effettuato un finto attacco nucleare contro i loro “nemici”. Il governo russo ha diffuso riprese dello sciopero atomico e sta suscitando timori che la terza guerra mondiale si avvicini rapidamente.

Il Ministero della Difesa russo (MoD) ha pubblicato video scioccanti che mostrano una serie di esercitazioni missilistiche nucleari tra cui un sottomarino che effettua un finto colpo atomico. Questi video sono l’ultimo di una serie di escalation di giochi di guerra ordinati dal presidente russo Vladimir Putin,  secondo The Express UK.

Ti darò solo un’ipotesi su chi fosse il nemico principale di quel trapano.

E ciò che il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente dichiarato alla stampa di una potenziale guerra nucleare è  stato estremamente agghiacciante …

Se una nazione decide di attaccare la Russia con armi nucleari, può porre fine alla vita sulla Terra; ma a differenza degli aggressori, i russi sono sicuri di andare in paradiso, ha detto il presidente Vladimir Putin.

“Qualsiasi aggressore dovrebbe sapere che la retribuzione sarà inevitabile e sarà distrutto. E poiché saremo le vittime della sua aggressione, andremo in paradiso come martiri. Cadranno semplicemente morti, non avranno nemmeno il tempo di pentirsi “, ha  detto Putin durante una sessione del Club Valdai a Sochi.

In circostanze normali, Putin non parlerebbe mai così.

Ma questi non sono tempi normali.

Nel frattempo, il presidente cinese Xi Jinping ordina ai suoi militari di concentrarsi sui  “preparativi per combattere una guerra” …

Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato alla regione militare di controllare il Mar Cinese Meridionale e Taiwan di “valutare la situazione che sta affrontando e potenziare le sue capacità in modo da poter gestire qualsiasi emergenza” mentre le tensioni continuano a salire sul futuro del Mar Cinese Meridionale e Taiwan,  mentre le relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino hanno toccato il fondo .

Il Comando del teatro meridionale ha dovuto sopportare una “pesante responsabilità militare” negli ultimi anni, secondo quanto riferito da Xi, durante la visita guidata nella provincia del Guangdong, durante una visita guidata.

“È necessario rafforzare la missione … e concentrare i preparativi per combattere una guerra”, ha  detto Xi. “Dobbiamo prendere in considerazione tutte le situazioni complesse e fare di conseguenza piani di emergenza. “Dobbiamo intensificare gli esercizi di preparazione al combattimento, le esercitazioni congiunte e gli esercizi di confronto per migliorare le capacità dei soldati e la preparazione alla guerra” ha aggiunto il presidente a vita.

Allora, chi sono i cinesi preoccupati di combattere?

Inutile dire che gli Stati Uniti  sono in cima alla lista …

Il presidente ha incaricato l’esercito di far  avanzare l’opposizione alle esercitazioni di “libertà di navigazione” intraprese dagli Stati Uniti, dall’Australia, dalla Francia, dal Regno Unito, dal Giappone e da altri attraverso la via navigabile attraverso la quale le rotte di navigazione arteriosa sono cresciute dalla fine della seconda guerra mondiale .

Le tensioni sul Mar Cinese Meridionale sono in aumento da diversi anni e l’inizio di una guerra commerciale con la Cina nel 2018 non ha certamente aiutato le cose.

A questo punto, anche molti analisti statunitensi possono vedere la scritta sul muro. Per esempio, considera ciò che ha recentemente detto a Steve LeVine il professor Graham Allison di Harvard  …

Ha detto che  se la storia regge, gli Stati Uniti e la Cina sono apparsi in vista della guerra .

Durante il fine settimana, gli ho chiesto un aggiornamento, in particolare  se il pericolo che i due entrassero in guerra sembra essere aumentato .

“Sì”,  ha risposto. La possibilità di guerra è ancora inferiore al 50%, ma  “è reale – e molto più probabile di quanto generalmente riconosciuto”.

Ovviamente non siamo arrivati ​​a questo punto da un giorno all’altro. Le tensioni con la Russia e la Cina stanno bollendo da un bel po ‘e entrambe le nazioni hanno modernizzato rapidamente le loro forze militari. Per ulteriori informazioni su questo, si prega di consultare il mio recente articolo intitolato  “La Russia e la Cina stanno sviluppando sistemi di nuove armi impressionanti mentre si preparano per la guerra contro gli Stati Uniti” .

Purtroppo, la stragrande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti è assolutamente all’oscuro di queste cose.

Ma quelli che servono nell’esercito hanno una comprensione molto migliore, e un recente sondaggio ha rilevato che  circa la metà di loro si aspetta che gli Stati Uniti siano “trascinati in una nuova guerra entro il prossimo anno” …

Quasi la metà di tutte le attuali truppe militari ritengono che gli Stati Uniti saranno presto coinvolti in una grande guerra, un brusco aumento di ansia tra i membri del servizio preoccupato per l’instabilità globale in generale e Russia e Cina in particolare, secondo un nuovo sondaggio del Military Times truppe di servizio.

Circa il 46% delle truppe che hanno risposto al sondaggio anonimo dei lettori del Military Times al momento dicono che credono che gli Stati Uniti saranno coinvolti in una nuova guerra entro il prossimo anno. Questo è un aumento stridente da solo circa il 5% che ha detto la stessa cosa in un sondaggio simile condotto a settembre 2017.

Questi numeri sono stridenti.

Alcune cose importanti devono andare dietro le quinte per passare dal 5 al 46 percento in un solo anno.

Viviamo veramente  in tempi apocalittici e il nostro mondo sembra diventare più instabile ogni giorno che passa.

Dovremmo sperare nella pace, ma in tutta la storia umana la pace non è mai durata a lungo. Le principali potenze globali continuano ad avvicinarsi sempre più al conflitto, e questo è un gioco molto pericoloso da giocare.

277 miliardi di motivi per cui la Francia è così preoccupata per la resa dei conti dell’Italia con Bruxelles

Foto del profilo dell'utente Tyler Durden

Scritto da Don Quijones tramite WolfStreet.com,

… i mega-banchi francesi sono all’apice!

La Francia è stata appena servita con un forte richiamo a una verità scomoda: 277 miliardi di euro di debito del governo italiano – l’equivalente del 14% del PIL francese – sono dovuti alle banche francesi. Dato che il governo italiano è attualmente bloccato in un match lampeggiante esistenziale con la Commissione europea e la BCE sul suo piano di bilancio per il 2019, questo potrebbe essere un grosso problema per la Francia.

Venerdì, il ministro delle finanze francese, Bruno Le Maire, ha  esortato  la commissione a “raggiungere l’Italia” dopo aver respinto il progetto di bilancio 2019 del paese per infrangere le regole dell’UE sulla spesa pubblica. Le Maire ha anche ammesso che mentre il contagio nell’Eurozona era decisamente contenuto, l’Eurozona “non è sufficientemente armata per affrontare una nuova crisi economica o finanziaria”. Come sa bene Maire, una vera crisi finanziaria in Italia si sarebbe estesa all’economia francese , con le banche francesi che servono come principale meccanismo di trasmissione.

La Francia non è l’unica nazione dell’Eurozona con livelli malsani di esposizione al debito italiano, sebbene sia di gran lunga la più esposta.  Secondo  la Banca dei Regolamenti Internazionali, i creditori tedeschi hanno un valore di € 79 miliardi di esposizione al debito italiano e ai creditori spagnoli, € 69 miliardi. In altre parole, considerati nel loro insieme, i settori finanziari della più grande, seconda più grande e quarta economia nell’Eurozona – Germania, Francia e Spagna – detengono oltre 415 miliardi di euro di debito italiano nei loro bilanci.

Mentre l’esposizione dei creditori tedeschi al debito italiano è diminuita negli ultimi anni, quella degli istituti di credito francesi è cresciuta, smentendo la lunga rivendicazione della BCE secondo cui il suo programma di QE contribuirebbe a ridurre il livello di interdipendenza tra i governi e le banche europee.

Se non altro, è successo il contrario: grazie agli instancabili sforzi della BCE per sostenere i mercati obbligazionari dell’Eurozona (facendo “tutto il necessario” per rendere virtualmente prive di rischio le obbligazioni sovrane), le banche sono state in grado di guadagnare un margine ordinario semplicemente -acquistare titoli di stato a rischio ufficialmente zero.

Alcuni anni fa i paesi dell’Eurozona, fiscalmente falchi, come la Germania, i Paesi Bassi e la Finlandia, hanno esercitato pressioni per porre fine a questa pratica rimuovendo lo status privo di rischio di alcune obbligazioni sovrane soggette al rischio. Ma i loro sforzi furono fermamente contrastati da politici e banchieri francesi, italiani e spagnoli, che temevano che una tale mossa avrebbe provocato un caos del mercato.

Oggi, il caos del mercato non è fuori dalle carte. La disputa sul progetto di bilancio italiano sta destabilizzando gli investitori. Ciò si riflette non solo nello spread tra i rendimenti dei titoli decennali italiani e tedeschi, che ha toccato i massimi di quattro anni un paio di settimane fa, ma anche l’indice di break-up di sentix Euro, che in ottobre è  salito al livello più alto  da aprile 2017, principalmente per la forte crescita del sottoindice italiano.

Su una nota più positiva, gli investitori non sembrano ancora temere effetti di contagio negativi, come si evince dal basso rialzo del sottoindice greco e dall’indice per il rischio di contagio, che è addirittura sceso leggermente dal 36% al 33%. In altre parole, gli investitori non temono ancora per la stabilità dell’Eurozona. Ma come sottolinea Bloomberg  , l’esposizione delle banche francesi e tedesche al debito italiano significa che i leader di quei paesi sono fortemente incentivati ​​a cercare un compromesso nell’attuale situazione di stallo sul bilancio del governo italiano.

I partner della coalizione italiana sono perfettamente consapevoli di questo fatto. Sanno che durante la crisi greca del 2010-11, le banche francesi e tedesche detenevano circa $ 115 miliardi di debito greco. Questo è stato sufficiente per convincere i governi francesi e tedeschi del giorno di offrire alla Grecia un parziale salvataggio di obbligazioni, sebbene alla fine alcuni degli obbligazionisti del settore privato abbiano avuto un taglio di capelli grosso come parte dell’accordo.

Tutto ciò è perfettamente inteso dal governo italiano, così come il fatto che le banche francesi, tedesche e spagnole sono ormai troppo esposte al debito italiano per i rispettivi governi, per intrattenere anche l’idea di spingere l’Italia al limite. Questa conoscenza sta alimentando la spacconeria del governo di coalizione, con alcuni legislatori che ora parlano anche di estendere i fondi del governo italiano alle banche italiane in difficoltà se le condizioni economiche continuano a peggiorare.

“A Bruxelles piacerebbe vedere la nostra sconfitta”, ha  detto  Claudio Borghi, capo della Lega in economia e presidente del Parlamento italiano.

“Pensano che ci arrenderemo se causeranno una crisi per le nostre banche. Ma restano ancora 15 miliardi di euro nel fondo di salvataggio bancario dell’era Renzi. Non è una grande situazione, ma siamo ancora relativamente a nostro agio. Alla fine, saranno loro a dover fare marcia indietro. “

Lorenzo Bini-Smaghi, ex membro del consiglio di amministrazione della BCE, non è d’accordo. Crede che gli eventi seguano un copione simile all’inizio della crisi del debito dell’Eurozona nel 2011, quando i crescenti rendimenti obbligazionari hanno causato una massiccia contrazione del credito.

“L’Italia sta andando dritto contro un muro” ,  dice .

“L’economia rischia di cadere nella recessione nel quarto trimestre. Le banche hanno già tagliato i prestiti durante l’estate, non appena gli spread hanno iniziato a salire. Il governo italiano non ha capito questo. Non puoi ancora vedere il muro, ma l’incidente sarà violento. “

Può sembrare una spavalderia da un eurocrate tinto di lana, ma oltre ad essere un ex banchiere centrale, Bini-Smaghi è anche l’attuale presidente della Société Générale, la seconda banca francese, che presumibilmente si riempie di branchie con debito italiano. Come tale, probabilmente ha ancora più da temere da una crisi del debito italiano su larga scala rispetto alla maggior parte.

Ma fuori dall’Italia, i mercati del credito sono ottimisti, e nessuno dice “tutto quello che serve”. Leggi …   La crisi del debito in Italia si infittisce  

Legge bilancio: Ue vede 3%, obbligherà Italia a 5 anni sacrifici (Rep)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Deficit a un passo dal 3%, crescita tagliata di un terzo rispetto alle “generose” previsioni del governo e lancio della procedura Ue per violazione della regola del debito. Che sarà molto più pesante di quanto il gabinetto del premier Giuseppe Conte abbia finora immaginato e terrà il Paese inchiodato per almeno cinque anni a una cura da cavallo per risanare i conti, fino ad azzerare del tutto il deficit. 

Lo scrive Repubblica spiegando che novembre sarà un mese caldissimo sull’asse Roma-Bruxelles, al termine del quale Luigi Di Maio e Matteo Salvini dovranno rendere conto all’opinione pubblica del salato conto che il Paese sarà chiamato a pagare per avere calpestato le regole europee, lasciato correre il deficit della terza nazione più indebitata del pianeta e avere gonfiato i numeri della prima manovra tinta di giallo e verde. 

Il calendario è impietoso e non a caso il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha chiesto al governo di sviluppare un dialogo costruttivo con le istituzioni europee”. Un monito al quale Conte ha risposto assicurando un confronto proficuo e costante con Bruxelles. Peccato che poi Salvini abbia annunciato per l’8 dicembre la piazza contro il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. 

Ad oggi, spiega il giornale, Bruxelles ritiene che l’Italia chiuderà il 2019 al 2,8%, pericolosamente vicino al limite del 3%. Con la “manovra del popolo” che dunque zavorrerà il Paese di circa 32 miliardi di nuovo indebitamento (fino ad oggi si era parlato di 25). E le cose non andranno meglio negli anni successivi. Il governo aveva promesso di far scendere il deficit al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, obiettivi che per Bruxelles saranno lontani anni luce: nel biennio infatti per la Ue il disavanzo resterà inchiodato a un passo dal 3%, con il serio rischio di sfondarlo. E così il 13 novembre scadrà l’ultimatum della Commissione Ue senza che l’esecutivo Conte abbia modificato la manovra e con numeri ancora peggiori di quelli pronosticati da Roma. 

A quel punto Bruxelles sarà costretta a bocciare definitivamente l’Italia e il 21 novembre lancerà l’iter perla procedura d’infrazione che partirà a inizio 2019. Una procedura durissima, che imbriglierà la politica economica del Paese – a prescindere da chi lo governerà – per almeno 5 anni. A carico dell’Italia non sarà aperta una tradizionale procedura per deficit eccessivo, riservata a chi sfonda il limite del 3% di Maastricht, ma (ed è la prima volta dalla nascita dell’euro) una per mancato rispetto della regola del debito, quella che impone di ridurlo tagliando ogni anno il deficit strutturale. Una procedura dalla quale sarà ancor più difficile uscire rispetto a quella classica, tanto che la Commissione deve scegliere tra due obiettivi da imporre all’Italia. Il primo prevede che Roma possa uscire dalla procedura solo rispettando la regola del debito. Introdotta nel 2011 per salvare l’euro dalle politiche forza-leghiste, impone di tagliare di un ventesimo all’anno l’eccedenza del debito rispetto al tetto del 60% fissato da Maastricht. 

Per l’Italia, che viaggia sopra al 130%, sarebbe una sberla da svariate decine di miliardi di tagli all’anno. Un’austerità mai vista prima, politicamente e socialmente insostenibile. Per questo la Commissione alla fine deciderà che per mettere fine alla procedura l’Italia dovrà avere raggiunto il pareggio di bilancio: dovrà avere azzerato il deficit (come la Germania di Schaeuble). Per farlo serviranno almeno 5 anni di nuovi sacrifici (i giallo-verdi hanno vanificato quelli del passato), con Roma che dovrà centrare ogni sei mesi una serie di obiettivi intermedi fissati dalla Ue. Impegni e tagliandi che partiranno già a inizio 2019, dunque con rischio sanzioni già per la prossima estate. 

vs 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 02, 2018 03:32 ET (07:32 GMT)

Assicurazioni: arriva scudo anti spread (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Arriva lo scudo antispread per le compagnie di 

assicurazione ma avrà rigidi paletti a tutela della stabilità patrimoniale 

delle imprese. 

A muoversi, scrive MF, è stata l’Ivass, l’autorità di controllo del 

settore guidata dal direttore della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, che a 

ridosso del ponte di Ognisanti, ha inviato una lettera al mercato che 

sblocca uno strumento particolarmente atteso dalle compagnie in questa 

fase di tensione sui titoli di Stato. Si tratta dei chiarimenti che 

consentiranno alle assicurazioni di applicare la misura transitoria di 

Solvency II sul calcolo delle riserve tecniche. Quando la nuova normativa 

europea è partita, nel 2016, nessuna assicurazione aveva chiesto a Ivass 

di poter utilizzare questo strumento. Allora gli indici di Solvency II del 

settore erano decisamente più alti rispetto al 100% minimo richiesto dalla 

normativa. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 02, 2018 03:18 ET (07:18 GMT)

QUELLA LETTERA DI ROBERTO CALVI A PAPA GIOVANNI PAOLO II OGGI “SANTO”

politicamentescorretto.info 1.11.18

La lettera che Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, morto (assassinato) a Londra nel 1982, scrisse all’allora Papa Giovanni Paolo II, getta un’ombra sull’operato del Vaticano negli anni della guerra fredda. Infatti, sembrerebbe da quello che si legge nella lettera, che molti soldi dello IOR (molti provenienti dalla Mafia e dalla Banda della Magliana) siano stati usati per finaziare movimenti e gruppi “anti-siovetici” in Sud America e nell’Europa dell’Est per accelerare quel processo che ha portato alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Questo portò alla crisi dell’Ambrosiano e al malcontento di molti personaggi di dubbia morale, che hanno visto i propri soldi svanire. Personaggi, si suppone, che per riavere indietro in soldi, non si sarebbero fatti problemi a sequestrare una ragazzina, come potrebbe essere il caso di Emanuela Orlandi, per donarla a qualche alto prelato e usare l’accaduto inseguito come ricatto. I soldi della mafia (e non solo), una volta entrati nelle casse del Vaticano da quanto si suppone, sarebbero stati usati dal Papa o dai suoi rappresentanti, per la “causa polacca”, ma il fine può giustificare i mezzi?

Il banchiere Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, caduto in disgrazia, voleva salvarsi la vita e riacquistare il potere  perso attraverso azioni ricattatorie basate sui documenti in essa contenuti. Calvi decise quindi il 5 giugno 1982 (12 giorni prima di essere impiccato) di scrivere direttamente al Papa – Giovanni Paolo II – affinchè intervenga sul cardinal Marcinkus e sullo Ior, la Banca del Vaticano, azionista del Banco Ambrosiano.

Eccone qui uno stralcio significativo:

Santità, ho pensato molto, molto in questi giorni e ho capito che c’è una sola speranza per cercare di salvare la spaventosa situazione che mi vede coinvolto con lo Ior in una serie di tragiche vicende che vanno sempre più deteriorandosi e che finirebbero per travolgerci irreversibilmente.
Ho pensato molto, Santità, e ho concluso che Lei è l’ultima speranza. Da molti mesi ormai, mi vado dibattendo a destra e a manca, alla disperata ricerca di trovare chi responsabilmente possa rendersi conto della gravità di quanto accaduto e di quanto più gravemente accadrà se non intervengono efficacy e tempestivi provvedimenti essenziali per respingere gli attacchi concentrici che hanno come principale bersaglio la Chiesa e, conseguentemente, la mia persona e il gruppo a me facente capo.
La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza e non pochi altri atteggiamenti di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco o male informata di tutto quanto ha per lunghi anni caratterizzato i rapporti intercorsi tra me, il mio gruppo e il Vaticano.

Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonchè delle colpe commessi dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior, comprese le malefatte di Sindona, di cui ancora ne subisco le conseguenze (Calvi fu ricattato da Sindona, ndr); sono stato io che, su preciso incarico di Suoi autorevole rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che, di concerto con le autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro-Sud America la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarkiste; e sono stato io, infine, che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità a cui ho rivolto sempre il Massimo rispetto e obbedienza”. 

Insomma, Calvi fa una chiamata di correità nei confronti dello Ior, azionista invasive che ha volute che Calvi aiutasse la politica del Papa contro il comunismo, sia in Europa che in Centro America. Le distrazioni di fondi dal Banco saranno scoperte dai liquidatori in svariati miliardi di lire.