Dimon (JP Morgan): non vogliamo comprare banche europee

Elena Dal Maso milanofinanza.it 2.11.18

Jamie Dimon

All’indomani della notizia che un ex manager di JP Morgan, Douglas Braunstein, ha investito 620 milioni di dollari per salire al 3,1% di Deutsche Bank  con il suo fondo Hudson Executive Capital, la Germania ha iniziato a chiedersi se dietro all’operazione non ci sia di fatto una delle banche più forti al mondo, JP Morgan. E lo ha chiesto direttamente al suo amministratore delegato, Jamie Dimon, unico manager ai vertici di un colosso finanziario ad aver resistito allo tsunami del 2008.

Anche perché Braunstein è stato convinto dal consulente strategico di Deutsche Bank , il fondo Cerberus Capital Management, il cui presidente Matt Zames è un ex vertice sempre di JP Morgan. A questo punto Handelsblatt online, il maggior sito tedesco di finanza, ha incontrato ieri a Berlino Jamie Dimon per capire meglio la strategia degli americani in Europa, a partire dalla Germania.

Ne è scaturita un’intervista sul settore bancario dell’Eurozona. Nella quale Dimon, 62 anni, in procinto di lasciare le redini del suo gruppo nel 2023 (ma non di ritirarsi in pensione), ha chiarito prima di tutto che JP Morgan non intende esporsi per Deutsche Bank , anche se il gruppo di Francoforte oggi capitalizza solo 18 miliardi di euro e viaggia a notevole sconto (il Santander, per esempio, ha una capitalizzazione di mercato di oltre 66 miliardi). Dimon ha risposto che una mossa del genere “non avrebbe senso per noi. Se di acquista un gruppo per consolidarlo si rischia di uccidere il paziente. Ci vorrebbero miliardi per unire le due realtà”. E la ristrutturazione porterebbe a forti conseguenze sul fronte sociale.

Però Dimon ha sottolineato che l’Europa ha bisogno di “muoversi verso una garanzia comune dei depositi. L’Unione Europea dovrebbe permettere alle sue banche di crescere oltre confine per diventare più forti e importanti. E anche l’economia generale migliorerebbe”. Il consolidamento nel settore finanziario a questo punto avrebbe un senso importante perché porta ad una diversificazione degli attivi nei vari Paesi con banche che sono soggette ad una regolamentazione comune, quella della Bce, ha aggiunto Dimon. Che ha poi specificato: “non conviene però chiudersi al proprio interno per crescere”, ha senso un’ondata di M&A transnazionale.

“Si avrebbero benefici dall’effetto di scala: avere 1000 filiali in un Paese e altre 1000 in un’altra nazione e così via, confidando in un sistema comunitario di regole, può far generare fino al 30% di costi in meno dalle sinergie”, un dato da tenere in considerazione, ha aggiunto Dimon. Sul tema dell’Italia, del progetto di bilancio presentato a Bruxelles e della conseguente bocciatura, Dimon ha detto che l’equazione è semplice: “le banche di un Paese sono stabili se è stabile il governo”. Quando i debiti dello Stato diventano troppo pesanti “le banche non ce la fanno. Questo rapporto fra Stato e banche è più stretto di quanto le persone non credano”.

Diversi capi economisti di banche d’affari hanno scritto nell’ultimo mese che entro la metà del 2019 diventerà evidente l’inizio della recessione negli Usa, a causa del conflitto sui dazi di Washington con la Cina in primis (a meno che il presidente Donald Trump non arrivi a un accordo con il suo omologo Xi Jinping entro fine novembre). Sul tema, Dimon ha voluto specificare ad Handelsblatt che esiste differenza fra recessione crisi finanziaria. La seconda si è vista nel 1929 e nel 2008, “mentre le recessioni sono strutturali, arrivano ogni cinque-dieci anni in media. Ma questo fa parte del ciclo economico mondiale”.

Oggi gli analisti di Berenberg, commentando la trimestrale appena pubblicata di Deutsche Bank , hanno scritto che il gruppo di Francoforte ha ridotto di 100 miliardi di euro l’esposizione dei derivati in bilancio, con l’effetto di abbassare il rischio complessivo della banca ma anche i ricavi per il 2018. Questa sera dopo la chiusura delle borse europee usciranno gli stress test dell’Eba su 49 istituti e per la prima volta terranno in considerazione anche il livello 3 degli asset, ovvero i derivati e la leva finanziaria.

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