Case per poveri che vivono in macchina di Carlo Alberto Morosetti

scenarieconomici.it 3.11.18

Questa volta ci occupiamo di poveri e case in Italia e nel resto del mondo, sì, perché come sanno bene i lettori di Scenari Economici, il numero di chi è diventato povero, specie nei paesi del G-20 è aumentato negli ultimi anni, a causa della crisi finanziaria e degli effetti perversi della globalizzazione sulla ripartizione della ricchezza.

Una crisi di diseguaglianza direbbero i massimi esperti oggi in materia, l’eco- nomista francese Thomas Picketty e quello inglese Anthony B. Atkinson. Ma anche il nostro professor Rinaldi su questo ha detto più volte cose sacrosante. Non ultimo nel corso di un dibattito piuttosto acceso in televisone durante la trasmissione Coffee Break di La7 con il vicedirettore di Democratica, Mario Lavia.

Il nodo del dibattito verteva sul reddito di cittadinanza, sul quale Rinaldi sottolineava come in Italia ci sia una fascia della popolazione che è
davvero in enorme disagio, è quella che ha pagato il prezzo più alto delle politiche di austerity. Uno Stato ha il sacrosanto dovere di andare in supporto di queste persone, sostiene Rinaldi, perché c’è gente che non ha i soldi per mangiare. Se si va a vedere alla Caritas, c’è la fila di italiani che prima lavoravano e adesso non più.

Insomma in attesa delle riforme, a queste persone si dia almeno un minimo di vita dignitosa, come sta scritto nella Costituzione, che qui viene invocata solo quando fa comodo.

L’art.1 dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, quindi tende alla piena occupazione, mentre negli ultimi anni sono state fatte politiche per uccidere il lavoro. Lo Stato ha l’obbligo di aiutare queste persone.

E rincarando la dose con tanto di documento Istat, Rinaldi, in un altro dibattito televisivo questa volta a In Onda, sempre su La7, con l’eurodeputato Gualtieri, ha fatto anche qualche cifra relativa al 2017, oltre cinque milioni i poveri censiti dall’istituto di statistica e di questi tanti, troppi con famiglia a carico sono costretti a vivere in macchina, perché hanno perso persino il tetto sotto il quale vivevano prima della crisi. Vi lascio immaginare le conseguenze. L’esigenza di avere un casa, che va di passo con quella di avere un lavoro, è il presupposto della dignità umana, sancita dalla nostra Carta Costituzionale.

E qui ci permettiamo di sposare un progetto concreto, come fa spesso il nostro blog, di recente dal blog di Beppe Grillo, che sembra interessante e percorribile anche dal governo italiano.
Nasce dalla constatazione che tra le tante necessità fondamentali degli esseri umani ci sono cibo, acqua e naturalmente un rifugio in cui cercare protezione. Nonostante ciò, circa 1,2 miliardi di persone nel mondo vivono in condizioni inadeguate e non hanno una casa in cui potersi sentire protetti.
E qui arriva la soluzione possibile evocata da Grillo:
Una start up tipografica americana con sede ad Austin nel Texas ha un nuovo approccio all’edilizia che prevede la costruzione di edifici stampati in 3D con tecniche al tempo stesso economiche e rapide da implementare.

Con questo metodo è possibile stampare una costruzione in cemento a singolo piano di circa 60 metri quadrati. Le operazioni di costruzione hanno una durata dalle 12 alle 24 ore, molto meno rispetto a un edificio convenzionale. Secondo i piani della compagnia, che sta lavorando ad un progetto concreto: le prime cento case verranno costruite l’anno prossimo a El Salvador in collaborazione con New Story, un’associazione nonprofit che si occupa proprio di soluzioni d’abitazione a basso costo.
La società sta al momento realizzando i primi test di abitabilità installando sensori per il monitoraggio della qualità dell’aria, e intende abbattere il prezzo di costruzione dai 10 mila dollari necessari oggi fino a 4 mila dollari per un’intera costruzione abitabile: “È molto più economica di una casa americana convenzionale”, ha spiegato Jason Ballard, uno dei fondatori della startup. La casa viene realizzata con la stampante Vulcan, procedura che ottimizza ovviamente i costi.

Attraverso questa tecnica ICON ha ammesso di essere in grado di realizzare abitazioni di un massimo di 75 metri quadrati, mediamente le case americane (prendendo come riferimento gli appartamenti di New York) sono grandi circa 80 metri quadrati. Nella prima costruzione di ICON troviamo un salotto, una stanza da letto, un bagno e un portico curvo. Quella di ICON non è la prima casa stampata in 3D, ma punta ad essere la migliore ad oggi disponibile.
Le altre, secondo Ballard, “sono stampate in un magazzino o sembrano la capanna di Yoda”, mentre quella di ICON somiglia molto più da vicino ad una casa realizzata con metodi tradizionali. La startup ha inoltre preferito il cemento alla plastica perché altrimenti si sarebbero presentati “alcuni problemi” e, una volta che la progettazione della casa verrà completata, la compagnia sposterà la stampante Vulcan a El Salvador per cominciare i lavori di costruzione.

Lavori che produrranno un quantitativo minimo di rifiuti, riducendo anche il costo delle operazioni. Non appena sarà provata la tecnologia, ICON intende spostare la produzione delle case negli Stati Uniti, per una soluzione che risolve un problema (quello della mancanza di abitazioni per i più poveri), ma ne crea un altro, soprattutto dal punto di vista dei lavoratori e delle associazioni che ne difendono i diritti. La costruzione via stampa 3D potrebbe però superare di molto i confini americani.
La tecnologia dietro la casa non è nuova. L’anno scorso, Apis Cor, azienda con sede a San Francisco, ha stampato una casa molto più grande in 24 ore usando materiali quasi identici. Quella casa è costata poco più di $ 10.000. All’epoca, la società vantava la prima stampante 3D mobile al mondo, in grado di essere facilmente spo- stata.

Il co-fondatore di ICON, Jason Ballard, ha dichiarato che la stampante 3D dell’azienda può essere spostata soltanto da due persone, con alcune altre che assistono alla costruzione. Ha anche detto che l’energia e il livello di comfort della casa superano gli standard di costruzione tradizionali, grazie a materiali e modelli speciali. “Potrebbe essere infatti la soluzione per tutti i tipi di case”, conclude Ballard, anche quelle extraterrestri e, aggiungiamo noi, persino per gli “extraterrrstri italiani” costretti purtroppo nel 2018 a dormire in macchina con la loro prole!

Carlo Alberto Morosetti

“Il Belgio ha finanziato gli scafisti libici”. Inchiesta scuote il Paese

politicamentescorretto.info 3.11.18

“Il Belgio ha finanziato gli scafisti libici”. Inchiesta scuote il Paese

Gli interessi delle obbligazioni della Libia, congelate dopo la morte di Gheddafi e presenti anche nelle banche di Bruxelles, sarebbero stati elargiti e forse usati per comprare armi“

Gli scafisti trafficanti di esseri umani sarebbero stati finanziati dal governo federale belga. Lo afferma un’inchiesta della Rtbf, la radio-televisione belga di lingua francese, che ha indagato sul caso dei fondi congelati all’ex leader Muhammar Gheddafi, citando anche fonti “vicine agli agenti segreti” che hanno chiesto l’anonimato. L’indagine ha riguardati le fonti di finanziamento delle milizie libiche, che dallo scoppio della guerra civile non hanno mai avuto difficoltà ad acquistare armi.

Dopo la morte di Gheddafi nel 2011, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto il blocco delle azioni e delle obbligazioni libiche. In Belgio questi asset sono stati congelati in quattro banche: BNP Paribas Fortis (43 milioni), ING (376 milioni), KBC (869 milioni) e soprattutto Euroclear Bank (12,8 miliardi). Tuttavia, alcuni anni dopo, secondo Rtbf, gli interessi e i dividendi di questi beni sono stati distribuiti normalmente e già nel 2012 tra i tre e i cinque miliardi di euro di interessi e dividendi avevano lasciato conti belgi, senza che si sappia esattamente cosa sia successo a questi soldi.

La fonte vicina ai servizi segreti ha detto che alcuni aerei diretti in Libia sarebbero stati fermati all’aeroporto di Ostenda carichi di armi, lanciando il sospetto che i soldi siano stati usati per acquistare quegli armamenti. “Questo è un potenziale finanziamento ad una guerra civile per sette anni. La guerra civile ha causato una grave crisi migratoria “, ha affermato la fonte. In Parlamento le domande dei deputati non hanno avuto risposta soddisfacente e si è puntato il dito contro il ministro Didier Reynders, perché secondo il parlamentare Georges Gilkinet era lui che aveva il potere di decidere sul destino di quei fondi.

fonte EuropaToday

E’ MATEMATICA CHE A SALVINI INTERESSI CHE TUTTO PEGGIORI (in una semplice pagina).

comedonchisciotte.org 3.11.18

DI PAOLO BARNARD

paolobarnard.info

Il Populismo è un movimento di pura REAZIONE (esasperazione, rabbia, scelte radicali anche quando dissennate) a quella che viene percepita come una MINACCIA esterna (la nazione nemica o i predatori globalisti come l’UE e Soros o i migranti), infatti esso è sempre NAZIONALISMO (la patria, i confini, l’identità di razza e cultura, la nostra moneta ecc.).

Ne consegue che per definizione il Populismo è UNO STATO D’EMERGENZA.

Ne consegue che esso richiede l’uomo forte capace di guidare le masse nell’EMERGENZA.

Ne consegue che il CARBURANTE stesso che alimenta la vita e l’avventura politica di quell’uomo forte è proprio una miscela di:

MINACCIA + STATO D’EMERGENZA + REAZIONE NAZIONALISTA.

Ne consegue che come se quello specifico carburante viene meno, così scompare la centralità per il popolo del Populismo e dell’uomo forte Populista.

Ne consegue che se Salvini lavorasse davvero a politiche di benessere strutturale per le famiglie e aziende italiane, questo equivarrebbe a un suo suicidio politico. Salvini ambisce febbrilmente a divenire leader dei Populismi europei, quindi egli non ha nessun interesse, ma neppure di striscio, che i disastri dell’Eurozona e i problemi di migrazione si risolvano davvero. Perché risolverli, appunto, equivale all’esaurimento del CARBURANTE di MINACCIA + STATO D’EMERGENZA + REAZIONE NAZIONALISTA che lo ha creato e che oggi gli regala tutto il potere che ha. E’ matematica che a Salvini interessi risolvere nulla, anzi, che gli interessi che tutto peggiori.

Infatti Salvini sta governando nella Spesa Pubblica a totale favore e in totale sottomissione alla UE, le sue misure di spesa sono abbagli di spiccioli, non sfiderà mai davvero Bruxelles con Deficit al livello del dramma nazionale, e sui migranti ha scientificamente scartato qualsiasi soluzione sistemica al problema. E’ matematica che a Salvini interessi risolvere nulla, anzi, che gli interessi che tutto peggiori.

THINK.

 

Paolo Barnard

Fonte: http://www.paolobarnard.info

Lin: https://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2115

2.11.2018

In California, le vendite domestiche stanno crollando come se fosse di nuovo il 2008

zerohedge.com 3.11.18

Scritto da Michael Snyder tramite il blog The Economic Collapse,

Ciò che sale deve alla fine venire giù … 

Per anni, il mercato immobiliare californiano è stato all’avanguardia di “Housing Bubble 2” quando abbiamo visto i prezzi delle case nello stato salire a livelli assolutamente assurdi. 

In effetti, è andata così male che una casa bruciata nella Silicon Valley è stata venduta  per $ 900.000  all’inizio di quest’anno, e una casa condannata a Fremont è stata venduta  per $ 1,2 milioni . Ma ora le cose sono cambiate in un modo importante.  I mercati immobiliari più caldi dell’intero paese hanno aperto la strada durante il crollo di “Housing Bubble 1”, e ora sembra che la stessa cosa sarà vera per il sequel.

Secondo  CNBC , il numero di case nuove ed esistenti vendute nel sud della California era calato del 18% a settembre rispetto a un anno fa …

Il numero di case e condomini nuovi ed esistenti venduti durante il mese è  crollato di quasi il 18%  rispetto a settembre 2017, secondo CoreLogic. Quello è stato  il ritmo più lento di settembre dal 2007 , quando la crisi nazionale delle abitazioni e dei mutui stava colpendo.

Le vendite stanno cadendo su base annua per gran parte di quest’anno, ma questo è stato il calo annuo più grande per qualsiasi mese  in quasi otto anni . È stato anche più del doppio del calo annuale registrato ad agosto.

Questi numeri sono sconcertanti.

Ed è interessante notare che le vendite di nuove case vengono colpite  ancora più duramente  delle vendite di case esistenti …

Le vendite di case di nuova costruzione stanno soffrendo più delle vendite di case esistenti, probabilmente perché meno sono in costruzione rispetto ai livelli di produzione storici. Anche le case di nuova costruzione hanno un prezzo molto alto. Le vendite di case di nuova costruzione sono state inferiori del 47% rispetto alla media di settembre risalente al 1988, mentre le vendite di case esistenti sono state del 22% inferiori alla media a lungo termine.

Un tempo, la contea di San Diego era un mercato immobiliare molto caldo, ma ora il mercato si è completamente trasformato.

In effetti, la contea ha registrato il minor numero di vendite di case in un mese  dall’ultima crisi finanziaria …

Una combinazione di rapidi aumenti del tasso ipotecario e diminuzione della convenienza, le vendite di case della contea di San Diego sono  crollate del 17,5% al ​​livello più basso degli 11 anni del  mese scorso, nel primo segno significativo che uno dei mercati immobiliari più caldi del paese potrebbe essere ad una svolta, il tracker immobiliare CoreLogic ha  riferito  martedì.

A settembre, 2.942 case sono state vendute nella contea, in calo rispetto alle 3.568 vendite dello scorso anno. Questo è stato il numero più basso di vendite per il mese  dall’inizio della crisi finanziaria,  quando 2.152 venduti nel settembre 2007.

E si può sostenere che le cose stanno precipitando ancora più rapidamente nel nord della California.

Nella zona della Baia di San Francisco, le vendite di case nuove ed esistenti sono diminuite del  19%  a settembre su base annua …

Le vendite di case nella zona della Baia di San Francisco sono in calo da mesi, ma a settembre gli acquirenti si sono ritirati in un modo ancora più grande.

Le vendite di case nuove ed esistenti sono crollate di circa il 19% rispetto a settembre 2017, secondo CoreLogic. Ha segnato il ritmo di vendita più lento di settembre dal 2007 e il doppio del calo annuale registrato ad agosto.

Se sta realmente accadendo una nuova crisi immobiliare  , questi sono esattamente i tipi di numeri che ci aspetteremmo di vedere. Se hai ancora bisogno di qualcosa di più convincente, qui ci sono ancora più angoscianti numeri dal mercato immobiliare californiano  che Mish Shedlock ha recentemente condiviso …

  • Il mercato immobiliare californiano ha registrato il suo più grande calo delle vendite anno su anno da marzo 2014 e si è mantenuto al di sotto del punto di riferimento delle vendite a 400.000 livelli per il secondo mese consecutivo di settembre, indicando che il mercato sta rallentando dal momento che molti potenziali acquirenti mettono in attesa i loro piani di proprietà .
  • Le vendite di case unifamiliari esistenti sono state pari a 382.550 a settembre con un tasso annuo destagionalizzato, in calo del 4,3% da agosto e del 12,4% rispetto a settembre 2017.
  • Il prezzo a casa mediana dello stato di settembre è stato di $ 578.850, in calo del 2,9% da agosto, ma del 4,2% da settembre 2017.
  • Le inserzioni attive in tutto lo stato sono aumentate per il sesto mese consecutivo, aumentando del 20,4 percento rispetto all’anno precedente.
  • L’inventario ha raggiunto il livello più alto in 31 mesi, con l’indice di inventario invenduto che ha raggiunto 4,2 mesi a settembre.
  • Le vendite da inizio anno a settembre sono diminuite del 3,3%.

Naturalmente una cosa simile sta accadendo anche sulla costa orientale. A questo punto, le cose si sono raffreddate così tanto a New York che viene chiamato  “mercato di un acquirente” …

I costosi immobili di New York City sono diventati un “mercato per gli acquirenti”, suggeriscono nuovi dati, caratterizzati da offerte lowball e un aumento del numero di immobili che rimangono sul mercato più a lungo.

Gli ultimi dati di Warburg Realty  mostrano che tra le case dai prezzi più alti, New York City sta vivendo un “grande cambiamento” che riflette un mercato di raffreddamento, il che non si vede da quasi dieci anni.

“Offre il 20% e il 25% al ​​di sotto dei prezzi richiesti, un fenomeno visto per l’ultima volta nel 2009”, ha scritto il fondatore e CEO di Warburg Realty, Frederick W. Peters, nel  rapporto che esamina le condizioni immobiliari della città.

In ultima analisi, non è un mistero come siamo arrivati ​​a questo punto.

Durante l’era di Obama, la Federal Reserve ha spinto i tassi di interesse fino al pavimento per anni, e questo ha fatto sì che “Housing Bubble 2” diventasse ancora più grande della bolla immobiliare originale.

Ora la Federal Reserve ha alzato in modo aggressivo i tassi di interesse, e questo sta facendo scoppiare la bolla che hanno creato in primo luogo.

Quindi se vuoi dare la colpa a qualcuno per questo casino, dai la colpa alla Federal Reserve.   La Federal Reserve ha creato enormi “boom” e “busti” sin da quando è stata creata nel 1913, e si spera che il popolo americano sarà indignato abbastanza dopo questo “giro” successivo per iniziare a chiedere un vero cambiamento.

Ho chiesto l’abolizione della Federal Reserve  per anni , e ci sono molti altri là fuori che vogliono anche tornare a un sistema finanziario di libero mercato.

La storia ha dimostrato che i mercati liberi funzionano molto bene una volta che si tolgono le catene, e come nazione abbiamo un disperato bisogno di ritornare ai valori e ai principi su cui questa nazione è stata fondata.

Che cosa sta facendo la General Electric per schivare la domanda: “Quando GE presenterà il fallimento?”

zerohedge.com 3.11.18

Scritto da Wolf Richter tramite WolfStreet.com,

La grandine dei downgrade a due notch non aiuta.

Lupo qui : Le azioni di General Electric [ GE ] sono scese di oltre il 3% questo splendido venerdì mattina, scambiando a $ 9,20. Se chiudessero a questo livello, avrebbero segnato un nuovo minimo di chiusura di nove anni. Le azioni sono in calo del 52% da inizio anno:

La chiusura più bassa dagli anni ’90 è stata di $ 6,66 il 5 marzo 2009, durante la crisi finanziaria. Ricordo bene: la mattina dopo, l’amministratore delegato Jeff Immelt era a CNBC, di proprietà della NBC, che all’epoca era di proprietà di GE. E Inmelt stava ipotizzando che le azioni della GE sulla stazione televisiva di GE gli avessero concesso un enorme intervallo di tempo, e il prezzo delle azioni, mostrato in modo visibile sullo schermo, si aggiornava con ogni parola che pronunciava.

Immelt era anche nel  Consiglio di amministrazione della Fed di New York , che a quel tempo stava implementando la zuppa alfabetica della Fed di  programmi di salvataggio  per banche, società industriali con divisioni finanziarie, fondi del mercato monetario, banche centrali estere (linee di swap in dollari), e simili. Ciò includeva un pacchetto di salvataggio per GE sotto forma di prestiti a breve termine, senza il quale GE avrebbe potuto avere difficoltà a fare buste paga perché il credito si era congelato e GE era stata dipendente dal prendere a prestito nel mercato cartaceo aziendale per soddisfare i suoi bisogni, e all’improvviso non poteva ‘t. Immelt è stato coinvolto in queste decisioni di salvataggio e sapeva cosa avrebbe ottenuto GE, ma non ha menzionato nulla su CNBC.

Ora Immelt è scomparso da GE (si è dimesso nel 2017 “prima del previsto”), e se n’è andato dalla Fed di New York ( dimesso nel 2011  “a causa delle crescenti richieste in questo momento”), e CNBC non appartiene più a GE, e il nuovo amministratore delegato sta tentando furiosamente di mantenere l’intera sciarada a spirale completamente fuori controllo sperando di essere in grado di schivare la domanda: “Quando riempire file GE per bancarotta?”

Di seguito sono alcune delle cose che GE sta facendo per evitare quel destino.

Di  Leonard Hyman e Bill Tilles  per  WOLF STREET :

General Electric – una volta la più formidabile azienda manifatturiera del mondo e ora uno dei conglomerati più mal gestiti del mondo – ha subito più indignazioni finanziarie questa settimana : i suoi rating obbligazionari sono stati colpiti da declassamenti a due livelli due-notch: oggi da Fitch Ratings, da A a BBB + a causa del “deterioramento di GE Power”; e all’inizio di questa settimana da Moody’s, da A2 a BAA1. Ciò segue una mossa simile da parte di Standard & Poor’s all’inizio di ottobre.

Le agenzie di rating hanno anche declassato il programma di commercial paper (CP) della società, una forma di prestito a breve termine. Moody’s ha tagliato le valutazioni CP di GE da P-1 a P-2. I nuovi rating CP inferiori impediscono efficacemente GE di emettere ulteriori CP. Tuttavia, GE mantiene ancora l’accesso ad altri veicoli di finanziamento a breve termine finanziati con le banche. Ma ancora, non una buona occhiata.

Anche questa settimana, GE ha praticamente eliminato il suo dividendo trimestrale, tagliandolo da 12 cent a un penny. Un titolo tematizzato di Halloween potrebbe leggere “Boston Slasher colpisce ancora”. Un anno prima il consiglio di amministrazione di GE ha votato per tagliare il suo dividendo da 24 cent a 12 centesimi.

A nostro avviso, la precedente riduzione del dividendo è stata meglio anticipata rispetto a quella più recente. Perché il frettoloso bisogno di un taglio la scorsa settimana? Probabilmente per motivi di conservazione del contante. GE ha bisogno di 3,9 miliardi di dollari in contanti risparmiati all’anno per soddisfare esigenze finanziarie come 5 miliardi di dollari richiesti per un fondo pensione sottofinanziato e 3 miliardi di dollari per sostenere la capitalizzazione del braccio finanziario di GE (o ciò che rimane di esso).

GE richiede anche considerevoli liquidità per ritirare il debito esistente. Uno degli obiettivi finanziari dichiarati da GE è quello di migliorare i rapporti debito-EBITDA (guadagni prima di interessi, tasse, deprezzamento e ammortamento) a 2,5 volte entro il 2020. Nel clima attuale, potremmo fare riferimento a questo come segnale di virtù. Tranne che qui l’obiettivo principale di GE è mantenere i suoi rispettabili rating delle obbligazioni investment-grade.

L’onere del debito che il management di GE sta attualmente affrontando deriva da una strategia di indebitamento pesante per fusioni e acquisizioni nell’ultimo decennio. Il più grande (e probabilmente il peggiore) è stato l’acquisto del produttore francese di apparecchiature elettriche Alstom nel 2015, in cui GE ha superato la rivale di Siemens. GE ha pagato il miglior dollaro proprio mentre il mercato delle apparecchiature elettriche ha iniziato una brusca scivolata. Questa acquisizione è stata recentemente svalutata di $ 22 miliardi, riflettendo le prospettive piuttosto sottomesse per la generazione di energia globale. Parliamo della maledizione del vincitore.

Per raccogliere liquidità e semplificare la propria attività, GE ha organizzato la vendita di GE Transportation (locomotive, motori elettrici e sistemi di propulsione per attrezzature minerarie, ecc.), Piani per dismettere la propria attività di servizi petroliferi Baker Hughes e intende effettuare la ricollocazione (mantenendo il controllo) la sua divisione di servizi sanitari redditizi.

La divisione energia sarà suddivisa in due attività: turbine a gas e tutto il resto. Quest’ultimo sforzo strategico è probabilmente quello che più si trova nella misura in cui è di circa due decenni troppo tardi. Una vera casa costruita da Edison avrebbe snocciolato le organizzazioni fossili vs rinnovabili e avrebbe permesso ai mercati di risolvere il problema.

Come ha fatto GE a entrare nel caos attuale e come è riuscito a perdere il punto di svolta in un business che era solito dominare? Nonostante i recenti commenti denigratori sui casi studio di Harvard, riteniamo che questo sia qualcosa che i professori delle scuole di business potrebbero voler esaminare. Ma è storia. Per coloro che lavorano nel settore dell’energia, gli acquirenti e gli utenti dell’attrezzatura, qual è il messaggio?

In primo luogo, la produzione di turbine a gas per la generazione di energia elettrica è diventata un oligopolio. Tre fornitori dominano il mercato: Mitsubishi Hitachi (in netto vantaggio), Siemens, e infine GE. Gli oligopolisti quasi per definizione tendono a rispettarsi a vicenda, il che significa che non si impegnano in qualcosa che assomiglia a una concorrenza robusta. Ma con una prospettiva aziendale incerta, potrebbero essere riluttanti a investire più denaro nelle loro attività. Un effetto quasi immediato è una riduzione della spesa in ricerca e sviluppo che crea una sorta di anello di feedback che alla fine indebolisce il posizionamento del prodotto contro la nuova tecnologia.

I produttori potrebbero obiettare che l’attività si ridurrà al minimo, che si verificherà un’inversione di tendenza. E i ricavi derivanti dalla manutenzione delle apparecchiature esistenti forniranno comunque un flusso costante di attività. Non siamo in disaccordo con questi pronostici. Le energie rinnovabili non forniranno ogni nuovo chilowatt di capacità e le turbine a gas saranno comunque necessarie per il backup delle energie rinnovabili.

Ma dobbiamo anche essere consapevoli che a lungo termine la concorrenza per le turbine a gas non proviene da fonti rinnovabili, ma da dispositivi di memorizzazione come le batterie. In termini di allocazione del capitale, scommetteremmo sul fatto che c’è molto più denaro che insegue le tecnologie di immagazzinamento dell’energia di quanto non stiano inseguendo gli investimenti nella tecnologia delle turbine a gas.

GE, sotto la sua nuova gestione e il nuovo CEO, Lawrence Culp, potrebbe risorgere come un conglomerato manifatturiero ben gestito dopo aver pagato gli obblighi di debito e rinforzando i suoi obblighi pensionistici. I gruppi aeronautici e sanitari (anche dopo la disposizione di alcune azioni) sono grandi e redditizi. E Baker-Hughes, nonostante il suo status indefinito, potrebbe ancora sorprendere al rialzo a seconda dei prezzi energetici globali.

Tuttavia, Power, nonostante il suo declino a livello mondiale, è ancora la principale attività di GE. Una nuova gestione potrebbe riuscire a far crescere il business delle turbine a gas (o forse meglio gestirne il lento declino). Ma per noi il taglio del dividendo simboleggia il ruolo di svanire di GE in un business che ha letteralmente creato.  Di  Leonard Hyman e Bill Tilles  per  WOLF STREET

La crisi finanziaria era un decennio fa. Ma le sue conseguenze ci perseguitano ancora. Leggi …  Mi è stato chiesto: “Come e quando avverrà la prossima crisi finanziaria?”  
 

Che cosa combina la Confindustria di Boccia con Di Maio e Salvini? L’analisi del prof. Berta

startmag.it 3.11.18

I rapporti fra la Confindustria presieduta da Francesco Boccia e il governo M5s-Lega analizzati da Giuseppe Berta, storico dell’economia

Pubblichiamo qui di seguito la terza parte di un estratto dell’articolo che Giuseppe Berta, che insegna storia economica alla Bocconi, ha scritto per l’Annuario del lavoro 2018 sulla politica di Confindustria.

Il volume, che racconta e commenta quanto accaduto nel corso dell’anno nel mondo del lavoro, è in corso di preparazione da parte del giornale web Il Diario del Lavoro e uscirà solo a metà dicembre

La prima parte si può leggere qui

La seconda parte si può leggere qui

Ad accentuare quel senso d’isolamento, che rendeva difficile la vita del suo gruppo dirigente romano, interveniva poi un altro fattore da non trascurare: la sollecitazione da parte delle territoriali affinché il centro confederale le sostenesse nella loro azione di contrasto di alcuni degli orientamenti del governo gialloverde. Su questo versante, spiccava in particolare la questione degli investimenti infrastrutturali. Era nota a tutti l’avversione coltivata per anni e anni dal MoVimento 5Stelle nei confronti delle grandi opere, Tav e Terzo Valico in primis. I pentastellati si erano spesi senza risparmio proprio per l’opposizione alla Tav Torino-Lione in Valle di Susa, anche quando questa era andata allo scontro aperto con le forze dell’ordine a presidio dei cantieri. In cambio di questo sostegno, i 5Stelle avevano canalizzato un consenso diffuso verso i 5Stelle nell’area no-Tav e anche in quella antagonistica dei centri sociali di Torino (i cui portavoce siedono persino nel consiglio comunale del capoluogo piemontese e rientrano nella maggioranza della sindaca Chiara Appendino).

Appena costituito il governo, i no-Tav piemontesi sembravano ricevere un ulteriore avallo dalle parole del Ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, che comunicava subito la sua intenzione di sospendere i lavori della Torino-Lione in attesa dei risultati del lavoro di una commissione ministeriale, che, sulla base dell’analisi di costi e benefici, si sarebbe dovuta pronunciare sull’opportunità o meno di procedere al completamento della linea ferroviaria ad alta velocità. Ciò metteva immediatamente in allarme le associazioni locali degli imprenditori (con l’Unione Industriale di Torino in prima fila), da sempre fautrici dell’opera, ritenuta indispensabile per una moderna piattaforma logistica che non tagliasse fuori il Nord Ovest dagli assi principali di comunicazione. Di fronte all’atteggiamento del Ministro, palesemente riluttante a dar seguito ai lavori della Tav, e alla richiesta del presidente della Regione Piemonte di garantire subito il finanziamento ulteriore dei cantieri dell’opera, le territoriali del Nord indicevano per settembre un convegno a Torino a supporto della Tav, cui assicurava la sua partecipazione il presidente Boccia.

Era un’altra sfida al governo e alla sua anima grillina. Ma forse, sotto sotto, c’era anche la volontà di dividere l’esecutivo, la cui altra anima, quella leghista, s’era sempre schierata a favore delle grandi opere, soprattutto nel Nord. D’altronde, il presidente del Veneto, Luca Zaia, continuava a dar voce allo spirito localista della Lega, mentre invocava a sua volta il completamento di infrastrutture cospicue come la Pedemontana, anche in questo caso con l’argomento che era essenziale per l’economia del Nord-Est.

Probabilmente entro questa cornice, prendeva forma l’idea che Confindustria, per spezzare la cortina di isolamento che l’avvolgeva, potesse stringere un accordo con un partito come la Lega, che raccoglieva un consenso articolato e diffuso nel mondo delle aziende settentrionali. In fondo, si pensava che Matteo Salvini – peraltro spinto da valutazioni e calcoli esclusivamente politici – avrebbe potuto essere condizionato da sollecitazioni nordiste che affioravano nelle parole di Zaia come in quelle di alcuni rappresentanti territoriali dell’associazionismo imprenditoriale, quali per esempio Marco Bonometti, industriale bresciano di rilievo, il quale più volte si dirà stupito e irritato dalla piega presa dal governo col Decreto Dignità e, in seguito, col Documento di economia e finanza (Def), causa dell’esasperazione dei rapporti con l’Unione Europea.

È più che probabile che Boccia e i suoi collaboratori, riflettendo sulla specificità della collocazione della Lega (partito ancora espressione del Nord e dei suoi ceti produttivi, costretto a un’alleanza, che a molti pareva innaturale e incongrua, coi pentastellati, i quali hanno nel Mezzogiorno la base elettorale più grande), abbiano pensato che si potesse compiere un’apertura di credito nei confronti di Matteo Salvini, ricevendone per contraccambio una maggiore attenzione. Così come non è da escludere che a spingere Confindustria in questo senso fosse stato anche il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti, un uomo con una grande dimestichezza con la business community del Nord, anche lui interessato a riprendere i contatti col sistema confindustriale.

Peccato che Boccia desse rapidamente seguito a quest’apertura di dialogo con la Lega nella maniera più incauta. Parlando a un’assemblea di imprenditori veneti alla fine di settembre, dirà che Confindustria riponeva tutta la sua fiducia nella Lega e confidava nella sua azione politica. Scandita così, questa dichiarazione verrà presa né più né meno che come un inusuale endorsement nei riguardi di un partito il quale, fin lì, non aveva proprio fatto nulla di concreto per meritarsi il plauso di Confindustria. Ne nasceranno reazioni a catena, che si ripercuoteranno negativamente su Boccia.

La prima e la più indispettita sarà quella di Carlo Calenda, in procinto di avviare un giro di presentazioni per l’Italia del suo libro-manifesto Orizzonti selvaggi (Milano, Feltrinelli, 2018), in cui l’ex ministro voleva coinvolgere uomini del sistema associativo confindustriale, probabilmente per guadagnarsi qualche attestato di stima in vista della prossima campagna per le elezioni europee del maggio 2019. In uno dei suoi tweet veementi, Calenda se la prenderà senza mezzi termini contro il gesto così insolito di chi aveva stabilito di gettare Confindustria nell’arena politica promuovendo così una stagione di inedito collateralismo politico.

In realtà, Calenda forzava un po’ la situazione: era vero, Boccia aveva operato un affondo maldestro alla ricerca di un facile effetto di consenso perché parlava in Veneto, una regione in cui si poteva anche criticare il comportamento della Lega di governo a Roma, ma senza coltivare l’idea di staccarsene localmente (proprio in quei giorni un sondaggio indicava nel 48% il consenso potenziale dell’elettorato che la Lega manteneva nel Nord Est). Dunque, Boccia aveva più che altro puntato a una facile e immediata captatio benevolentiae, che però non avrebbe smosso Salvini dalle proprie posizioni, mentre avrebbe invece suscitato il risentimento di un centrosinistra indispettito per quello che giudicava un voltafaccia strumentale e spregiudicato. In fondo, Confindustria nella passata legislatura aveva portato a casa i benefici degli incentivi di Industria 4.0, per merito di Calenda, e quelli del Jobs Act grazie a Renzi. Ora pareva aver dimenticato quel passato recente.

A sua volta piccato sul vivo, Boccia reagiva assai male alla critica che gli aveva mosso Calenda e, con un altro tweet, gli replicava rivolgendogli pesanti apprezzamenti che coinvolgevano la sfera personale. L’ex ministro badasse a se stesso, gli diceva in sostanza il presidente di Confindustria, perché non era stato nemmeno capace di condurre in porto l’ipotesi di un incontro coi maggiorenti del Pd per fissare una pur minimale linea di accordo. Un rilievo simile non poteva che far precipitare lo scontro, trasformandolo in una pessima diatriba personale e contribuendo allo scadimento della qualità del confronto politico, che cessava di investire il terreno delle idee per diventare sterile polemica. Così, Boccia era riuscito ad alienarsi gli ambienti del Pd, senza per questo fare un passo di più nella considerazione dei leghisti o del governo gialloverde.

(3.continua)

La Bce come una bad bank? Cosa hanno detto (davvero) Savona, Di Maio e Salvini

econopoly.ilsole24ore.com 31.10.18

Forse, ai più le recenti dichiarazioni del ministro Savona sono parse ininfluenti. Essendosi abituata alle frasi shooting di questo esecutivo, la gente, verosimilmente, per un naturale processo di assuefazione o – perché negarlo? – avendo riconosciuto cieca fiducia a taluni capipopolo, ha trascurato il vero significato di certe parole e le ha lasciate ‘circolare’ incondizionatamente. Anche i media, di fatto, le hanno riprese con una certa leggerezza. “Calmierare lo spread è compito della Banca Centrale”, ha detto Paolo Savonadurante un’intervista a SKY TG24 (25 ottobre 2018).

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La tecnica delle frasi shooting (definizione dello scrivente) è di recente acquisizione; la sua genesi può essere fissata nell’ultima trionfale campagna elettorale di Lega e M5S. Essa consiste nello ‘sparare nel mucchio’ mediante i cosiddetti atti commissivi, cioè promesse, le quali, diversamente da quanto accadeva nel passato, devono generare scandalo e indicare sempre un nemico.

Qual è la vera novità? Il più delle volte, questi atti linguistici violano palesemente lo stato di diritto e, soprattutto in economia, finanza e politica economica, denunciano un eccesso di incultura. Ebbene? Un esempio concreto: il 26 giugno scorso, Il vicepremier Luigi Di Maioha detto: “La mafia è un atteggiamento prima di tutto, prima ancora che un’organizzazione criminale. Questo atteggiamento lo vediamo nelle organizzazioni criminali, che Nico De Masi ha denunciato come imprenditore, ma lo vediamo anche in organizzazioni che non sono criminali. Lo vediamo in alcuni atteggiamenti delle banche perché ci sono sentenze che riconoscono l’usura delle banche”. Dunque, di fatto, Di Maio ignora la letteratura del TUB (il Testo Unico Bancario) e tante altre cose. È probabile, per carità. Ma la sua cultura non è il nostro focus.

Quanto è grave mettere mafia e banche sullo stesso piano? Qualche mese dopo, il 26 ottobre, il suo pari grado, Matteo Salvini, recita esattamente il contrario. Si badi bene! Non solo il contrario di ciò che ha detto Di Maio, ma anche il contrario di ciò che s’è sbandierato in campagna elettorale: “Sosterremo le banche, costi quel che costi!”. Se questo comportamento linguistico fosse stato assunto da altri rappresentanti politici, da Berlusconi a Renzi, si sarebbe gridato allo scandalo. Eppure, con loro non accade, anzi tanto più si contraddicono e sbagliano, quanto più la gente si eccita. Perché? Anzitutto, perché le frasi shooting, come le abbiamo definite, sono già esse stesse scandalose. In quanto al resto, proviamo a rispondere attraverso un elenco di valutazioni circostanziali.

1. ‘Andare contro’ qualcosa e qualcuno fa sognare, risveglia l’identità collettiva e la voglia di riscatto.

2. Se la povera gente non riesce ad arrivare alla fine del mese, figuriamoci cosa possa pensare delle previsioni a medio-lungo termine fatte da politici ed economisti, cosicché si getta a capofitto su contenuti da consumare subito.

3. Qualcosa di simile accade nel mondo delle piccole imprese finite in rovina. In genere, nessun imprenditore è disposto ad ammettere di avere commesso degli errori o di non saper leggere quel bilancio che ha firmato alla cieca per anni; di conseguenza, la colpa del suo fallimento è o delle banche o del governo. Se, per giunta, arriva qualcuno in grado di urlare alla nazione le sue ragioni, egli non può esimersi dal supportarlo.

4. Dal punto 3 si ricava immediatamente una considerazione: ciascuno di noi tende ad estendere il disagio personale al disagio del paese e, siccome un popolo è fatto, in gran parte, da persone che hanno naturali difficoltà economiche, il populismo predatorio ha avuto la meglio su qualsivoglia forma di ragionevolezza.

5. Le ‘sparate’ non hanno quasi mai né testa né coda, per dirla in parole povere; sono delle vere e proprie categorie vuote, entro le quali ciascuno può immaginare di dire la propria perché la vaghezza è tale che manca quasi sempre un substrato scientifico-economico.

6. Qualcuno, per caso, s’è mai premurato di spiegare al popolo come stanno davvero le cose? L’educazione finanziaria ed economico-sociale in Italia non s’è mai fatta, è vero, ma è mancata principalmente nel periodo in cui ce n’era maggiore bisogno, il periodo dell’austerità, e soprattutto non è stata fatta da chi avrebbe dovuto farla per ontologia politica. Come scrive l’autorevole cronista parlamentare Ettore Maria Colombo: “Il PD dovrebbe preoccuparsi di fare opposizione, invece pensa solo al congresso e non è secondo a nessuno per scissioni e divisioni”.

Sulla base di questo chiarimento basilare dei ‘metodi d’informazione’, è ora possibile tornare all’enunciato del ministro per gli Affari Europei: “Calmierare lo spread è compito della Banca Centrale”. Anzitutto, per sgomberare il campo da equivoci grossolani è bene dire che calmierare lo spread non è un compito della BCE. Dunque: ciò che ha detto Savona è falso. E non è escluso che il ministro abbia forzato il linguaggio appositamente. Certo, la BCE potrebbe farsene carico, è vero, ma è altrettanto vero che, se così facesse, si trasformerebbe in un soviet supremo e violerebbe il libero mercato.

Lo spread è, sì, un differenziale tra titoli di stato, ma deve essere l’espressione chiara e inequivocabile di un mercato libero in cui gli investitori possano scegliere se reputare affidabile o meno un paese e se puntare su un’asset class, anziché su un’altra. Gli interventi di politica monetaria della BCE sono sempre da considerare come ‘stimoli, aiuti o regole di consociazione’, non come obblighi per investitori e consumatori. Se decidiamo di acquistare BTp o negoziarli, la componente di rischio rientra nell’esercizio delle nostre facoltà intellettuali tanto quanto l’opportunità di guadagnare di più a causa degli errori di manovra di un governo. Tra le altre cose, l’interferenza massiccia di una banca centrale ci condurrebbe alla violazione di un altro principio comunitario: l’indipendenza degli organismi sovranazionali.

Qualche obiettore potrebbe invocare in fretta e furia la stabilità finanziaria tra i compiti della BCE a sostegno della tesi del ministro, ma s’imbatterebbe in un clamoroso errore. Se un governo sceglie il deficit e l’indebitamento strutturale come elementi di politica economica, in pratica non sta facendo altro che indebolire la propria contabilità e accrescere la propria esposizione finanziaria; di conseguenza, punta deliberatamente all’instabilità finanziaria, non altrimenti che se un figlio dicesse al padre: “Papà, ho speso tutto e sono indebitato fino al collo. Adesso, devi aiutarmi”. Il padre potrebbe chiedere, a quel punto, per cosa abbia speso tutto il denaro. “Per una casa?”, “Per avviare un’attività?”. Qualora il figlio rispondesse dicendo che i soldi sono serviti solo a garantirgli un certo tenore di vita, il padre avrebbe tutto il diritto di non soccorrerlo. Se questo figlio, pur essendo così indebitato, avesse ancora opportunità di rivolgersi a una banca, questa per concedergli il denaro gli chiederebbe un ‘premio’ di rischio più alto, per così dire. In altri termini, applicherebbe uno spread superiore a quello che avrebbe applicato a un cliente meno esposto.

Lo spread non è nato a caso, tirato fuori dal cilindro magico di un prestigiatore della finanza. Anzi, è stato il prezzo che s’è pagato per la crisi globale del periodo di fuoco 2008-2011, allorché gli investitori, in buona sostanza, non s’accontentarono più del normale profitto garantito dai titoli di Stato, ma cominciarono legittimamente a chiedere un premio, per l’appunto, in funzione del rischio. Deve essere chiaro tuttavia che, prima d’allora, la moneta unica aveva garantito differenziali minimi proprio perché i paesi dell’Eurozona erano considerati affidabilissimi. Il default sistemico, come alcuni onestamente ricorderanno, causò un innalzamento fino a 574 punti e le dimissioni del governo Berlusconi.

Le implicazioni di una frase come quella di Savona sono molto più complicate di quanto, sulle prime, si possa immaginare, soprattutto se teniamo conto della politica non convenzionale rappresentata dal Quantitative Easing. In pratica, la Banca Centrale ha acquistato ‘abbondantemente’ titoli di stato facendone aumentare il prezzo e diminuire il rendimento, ha iniettato liquidità nelle banche stimolando l’impiego verso imprese e famiglie e ora, cioè dopo aver attuato questa politica monetaria… Che cosa dovrebbe fare? Calmierare lo spread? Cerchiamo di capirci! Dovrebbe farsi garante dell’equilibrio del mercato, limitandosi a controllarne prezzi e stabilità, cioè dovrebbe farlo in linea teorica, ma, di fatto, dovrebbe fare qualcosa di simile a quanto segue: comprare i titoli – per quel che ne resta –, ‘rinfrescare’ i bilanci delle banche e, nello stesso tempo, dovrebbe ridurre i rendimenti. La BCE, in pratica, dovrebbe diventare una specie di bad bank gestita da un politburo?

Speriamo che il ministro voglia chiarire questa affermazione, altrimenti ci tocca pensare che voglia solo fare un regalo alle banche. Non che in questo momento non ne abbiano bisogno, ma far passare il messaggio così spudoratamente è anzitutto inelegante. Vuoi vedere che le parole di Salvini (“Sosterremo le banche, costi quel che costi”) non erano poi così peregrine e insensate? Di certo, dalle parti di Casaleggio non mancano le entrature nel mondo dei banchieri, dei lobbisti o del famigerato Bilderberg, anche se la gente non lo sa o fa finta di non saperlo.

Lo spread, lo spritz, lo splash

ilpensieroforte.it 31.10.18 Roberto Pecchioli

Un’altra ragazza drogata, stuprata e uccisa da un’orda di africani clandestini. E’ accaduto nel centro di Roma, in mezzo al degrado più bestiale, nell’indifferenza più sconcertante. Una sedicenne già dipendente dalla droga, con la famiglia sfasciata, disposta a troppo per una dose, ridotta a preda degli istinti peggiori dei rifiuti umani che frequentava. Non è la prima, non sarà l’ultima, una società ridotta in polvere ha fatto splash, generazioni lasciate a se stesse, padri e madri svaniti, istituzioni assenti, le pulsioni elementari elevate a sistema di vita.

Una civilizzazione debosciata eterodiretta dalle forze del profitto è al capolinea tra gli eccessi. Con Pamela, Desirée e l’inevitabile prossima vittima si dissolve nel nulla una venerabile civiltà. I colpevoli di atti efferati che destano legittima paura sono spesso stranieri. Un fallimento dei sogni multiculturali unito alla disfatta di una politica migratoria dissennata, frutto di accordi riservati con i circoli globalisti. I governi antinazionali hanno accettato di trasformare l’Italia in un accampamento a spese dei cittadini. Un altro splash, l’evidenza di essere ostaggi di classi dirigenti di venduti. Ne è simbolo Jean Claude Juncker, il signore dello spritz, politico di lungo corso di un paradiso fiscale.

La risposta della casta al caso Desirée è grottesca: il presidente della Camera dei Deputati ha la soluzione. Ci vuole più amore, ha dichiarato senza arrossire. Probabilmente ha esagerato con lo spritz, o, da buon napoletano, con il limoncello. Da parte sua, Matteo Salvini ha promesso più ruspe. Per carità, le invochiamo anche noi: il primo gesto dopo un’alluvione è togliere il fango. Tuttavia le ruspe possono solo spostare i detriti, ma rimangono aspirine somministrate a un malato terminale. Se l’Italia, l’Occidente hanno fatto splash occorre ribaltare tutto. C’è da rovesciare le politiche, ristabilire valori di riferimento: una rivoluzione che ridia ai popoli le chiavi del proprio destino.

Altrove, nelle officine degli stessi che hanno prodotto il deserto morale, si gioca un’altra partita, decisiva per il futuro prossimo dell’Italia. A Bruxelles, a Francoforte nella Banca Centrale Europea, negli ambulacri degli speculatori usurai che si fanno chiamare mercati, hanno deciso che la legge di bilancio del governo italiano non va bene. Armano contro di noi il potere del denaro, impugnano una pistola chiamata spread. Il rischio è grosso. Lo schieramento è assai folto. Ne fa parte la Banca Centrale, l’intera cupola europoide e, vergognosamente, l’apparato mediatico nazionale al completo.

Nulla di strano, l’intelligenza con il nemico – in altri tempi si chiamava tradimento – è un’antica abitudine del Bel Paese. I tifosi dello spreadabbondano tra le opposizioni, le stesse che millantano di perseguire il bene dell’Italia (no, del “paese”). Qualcuno confonde spritz e spread. Il presidente di Confindustria Boccia è l’autore della battuta migliore. Secondo il capo degli industriali Mario Draghi avrebbe “salvato l’Italia”. Notizia non pervenuta agli italiani che non bevono spritz, consapevoli che i miliardi iniettati nel sistema dalla BCE hanno aiutato le banche non i governi, le imprese e i cittadini.

Un grande italiano misconosciuto, Giacinto Auriti, sostenitore della proprietà popolare della moneta, usava dire che solo chi ama la sua gente è degno di governarla. Finanzieri e industriali sono programmaticamente senza patria, ma non scorgiamo amore per l’Italia nei vertici politici della repubblica succedutisi da almeno quarant’anni.

Auriti fu il primo a comprendere che la perdita dell’emissione monetaria a favore del sistema finanziario ci avrebbe trascinato nella povertà.

La realtà è che l’UE sta giocando, per suo conto e in nome della diarchia franco tedesca, una partita la cui posta è il mantenimento dell’austerità “ideologica”. All’Italia è vietato difendere i confini, sostenere la sua industria, diversificare l’approvvigionamento dei prodotti energetici. Da oggi, il suo governo non può redigere una libera legge di bilancio. Il ruolo dell’esecutivo diventa residuale, vani i programmi politici e le elezioni.

Un filo d’acciaio unisce fatti apparentemente tanto diversi. Non proteggiamo i nostri figli dai paradisi artificiali, dalla violenza, finanche dallo stupro e dall’omicidio, accarezziamo i carnefici. Non abbiamo educato e poi difeso Pamela e Desirée, accettiamo senza fiatare invasione e degrado, applaudiamo chi lavora contro i nostri interessi. E’ un’Italia ubriaca, amica del nemico. Regrediti all’istinto, signorini soddisfatti senza identità, intenti a barattare gli ultimi scampoli di dignità insieme a pezzi di economia.

Nel frattempo, Roma capoccia del mondo infame esorcizza il dramma di Desirée con grottesche manifestazioni dell’ANPI, sindacati “de sinistra” e progressisti metropolitani il cui bersaglio non è la violenza, lo stupro o l’omicidio, bensì il governo, i razzisti e il solito Salvini. Al telegiornale hanno esibito un partigiano novantenne. Povero vecchio, non diciamogli che questo è precisamente il mondo costruito da quelli come lui, compresa la ripugnante alleanza tra gli orfanelli rossi e i signori dello spread.

Sono i tuoi fratelli, figli e nipoti, vecchio partigiano, ad avere tracciato il percorso. L’esperienza aveva insegnato all’umanità di questo spicchio di mondo come tenere sotto un pur precario controllo la sua natura tenebrosa di animale predatore: il mito, il rito, le prescrizioni, l’autorità. Il vaso di Pandora del materialismo, dell’utile, ha svelato all’uomo contemporaneo gli orribili segreti della sua origine brutale.

La Manovra delle Banche del Popolo

phadtidio.net 28.10.18

Mentre i nostri scappati di casa contano disperatamente i giorni mancanti alle elezioni europee, cioè al momento in cui gli altri paesi manderanno a Strasburgo propri rappresentanti col mandato imperativo di proteggerli dai pericolosi accattoni sovrani italiani, si moltiplicano spifferi, rumours e boatos di correzioni alla “manovra del Popolo”. Seguirle tutte è improbo e soprattutto inane, ma non possiamo non rilevare alcuni cortocircuiti che sarebbero perfetti per un remake nazionale di Cinico TV, interpretato da attori non professionisti scelti tra sessanta milioni di ostaggi.

Il 2 novembre verranno resi noti i risultati dello stress test sulle banche condotto dalla European Banking Authority (EBA) sulla base dei bilanci a fine 2017, che per l’Italia sono quanto di più obsoleto esista. Avanti con lo spoiler: non ci saranno criticità, visto anche che nella (limitata) lista di banche italiane analizzate non ci saranno MPS  Carige, i due maggiori anelli deboli della catena. Vi omaggio anche di un vaticinio: poiché non vi saranno criticità immediate qualche saltimbanco, tra governo, maggioranza e stampa, dirà che tutto va bene e che si è trattato del solito terrorismo psicologico contro il nostro prestigioso esecutivo.

Ciò non cambierà di una virgola la realtà, fatta di una stretta creditizia in atto, e che sarà sempre più visibile nelle prossime settimane. Ieri il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenendo a Firenze alla festa del Foglio e premettendo che le banche sono tutte o quasi “ancora solide” (e che quindi dallo stress test non emergeranno problemi), ha aggiunto che se vi fosse esigenza di puntellare una o più banche fragili lo stato interverrebbe, stante la natura sistemica degli istituti. Ma non ha svelato come, per evidenti motivi.

In precedenza, il vice premier e bisministro Luigi Di Maio aveva precisato che “ci sono tanti modi per ricapitalizzare le banche”, e che comunque non verrebbero usati soldi dei contribuenti. Sarebbe assai interessante capire che significa. Possiamo azzardare? Forse emissione di nuovi Monti o Tremonti Bond, a tasso penalizzante, per supportare gli indici patrimoniali delle banche che hanno perso l’accesso al mercato?

Boh, sarebbero comunque strumenti emessi ad un penalty rate molto pesante per il conto economico della banca coinvolta, come ha mostrato la triste storia di MPS. Quest’ultima è già pubblica per circa il 70%, quindi molti nostri patrioti ed editorialisti potranno finalmente vivere una condizione “tedesca” di salvataggio pubblico di banca pubblica, e lenire la loro incoercibile invidia debitorum per i crucchi ed il loro sistema bancario semi-pubblico.

Oddio, in quel caso ci sarebbe pure un discreto aumento del debito pubblico ma non si può avere tutto, nella vita. Un’alternativa potrebbe essere la cosiddetta ricapitalizzazione precauzionale, in cui lo stato entra nel capitale della banca periclitante. In questo caso il bilancio pubblico avrebbe al passivo emissione di Btp per finanziare la ricapitalizzazione ed all’attivo il valore dell’equity della banca soccorsa. Anche qui ci avvicineremmo alla situazione “tedesca”, finalmente! Non è chiaro come assistere MPS che pubblica lo è già, però.

Ma se Di Maio ha detto che per ricapitalizzare una banca “ci sono tanti modi”, e senza attaccarsi al portafoglio dei contribuenti, sarà sicuramente così. Anche se, a dirla tutta, Di Maio ha anche detto che non si può rallentare la rivoluzione in atto nella Penisola per colpa di 7-8 banche che hanno difficoltà in borsa. Leggo che qualche genio della finanza punterebbe a fusioni tra morticini bancari, che poi è quello che alcuni si erano messi in testa di fare nel tragico interludio tra la nascita di Atlante ed il collasso delle due banche venete, punteggiato da solenni pronunciamenti etnico-psichiatrici del tipo “impossibile fondere Vicenza e Montebelluna, la ‘ggente non lo accetterebbe mai!”. Ecco, ragazzi, l’esito dell’aggregazione di due o più morti resta sempre un morto, solo di dimensioni maggiori e per il quale servirà una bara più grande.

Mentre attendiamo che i nodi giungano al pettine, non scordiamo la radice del problema: l’aumento dello spread, che darà il colpo di grazia a realtà già molto indebolite e ne (ri)manderà in crisi altre che erano in una assai faticosa convalescenza, oltre ad abbattersi sull’economia italiana con il primo credit crunch sovrano della storia. Però avremo da ingannare il tempo, con una commissione parlamentare sulle banche nuova di zecca (dove il termine zecca ha un suo perché polisemantico), allargata ai misfatti delle agenzie di rating, dove nuovi contest di rutto libero e nuovi superconsulenti patriottici e fidanzati assortiti troveranno finalmente modo di esprimersi. In pochi hanno intuito che far esplodere lo spread per salvare le banche è in realtà un astutissimo espediente per poter indagare a vasto raggio sui salvataggi bancari che verranno.

Quindi, in sintesi: facciamo esplodere lo spread inventandoci richieste di “riforme” della Bce che monetizzi incondizionatamente il nostro deficit; le banche stringono il credito; le sofferenze bancarie aumentano nuovamente; le banche tornano in crisi e perdono l’accesso al mercato per ricapitalizzarsi; promettiamo di proteggerle “costi quel che costi” dall’aumento dello spread che abbiamo provocato. Tanto, la colpa è altrui. Ma resistete, maggio è vicino. Tu chiamali, se vuoi, coglioni.

Deutsche Bank, Barclays e Société Générale. Ecco le banche estere che piangono dopo gli stress test Eba-Bce

startmag.it 3.11.18

Ecco i risultati pessimi degli stress test Eba-Bce per banche estere come Deutsche Bank, Barclays e Société Générale. Tutti i dettagli e i confronti

Gli stress test “promuovono” le quattro maggiori banche italiane, che escono con un capitale al di sopra dei minimi, anche se l’esame non prevedeva alcuna soglia e partiva dai risultati di fine 2017 quando il settore era in pieno recupero e non affrontava ancora il caro spread. Deutsche Bank fa peggio sia di Ubi Banca che di Banco Bpm, le più deboli fra le italiane.

ECCO I RISULTATI DEGLI STRESS TEST EBA-BCE

E’ il risultato degli stress test condotti da Eba e Bce su 48 banche europee e appena pubblicati, che ora saranno usati da Francoforte che avrebbe rilevato per Carige un capitale regolamentare Cet1 non solo inferiore all’8% in precedenza usato come soglia minima, ma anche sotto il 5,5% di Basilea. (qui l’approfondimento di Start Magazine sulle banche italiane)

GLI ESITI PER LE BANCHE ITALIANE

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi e Banco Bpm passano con coefficienti patrimoniali Cet1, calcolati con un regime transitorio dei nuovi standard Ifrs9, rispettivamente a 10,4, 9,34%, 8,32% e 8,47%, anche se Unicredit e Bpm risultano fra le 25 banche europee che nello scenario avverso dovrebbero “ridurre” la distribuzione di dividendi. (qui l’approfondimento di Start Magazine sui risultati di Intesa Sanpaolo con il commento di Carlo Messina).

COME PIANGONO DEUTSCHE BANK E NON SOLO

Deutsche Bank, il colosso tedesco in difficoltà e messo sotto sforzo da uno scenario più severo sui rischi di mercato, ne esce con un Cet1 ‘sul filo’, all’8,14%, anche se meglio delle previsioni degli analisti. Barclays è la peggiore dopo la tedesca Norddeutsche Landesbanken (7,07%) con il suo 7,28% e neanche la francese Societé Générale fa bene (7,61%).

CAPITOLO CET1

Se invece si guarda al Cet1 in regime ‘fully loaded’, cioè all’applicazione immediata degli Ifrs9 che comporterà una graduale stretta alla gestione dei rischi, viene intaccata Ubi (7,46% ma nella media Ue) ma soprattutto Banco Bpm che ne esce con un Cet1 al 6,67%, appena un gradino sopra Barclays (6,37%) risultata la peggiore in assoluto. Non brillante nemmeno l’inglese Lloyds (6,80%) mentre Deutsche resta sempre all’8,14%.

COME FUNZIONA LO STRESS TEST

Questo scenario, nei test pubblicati oggi dall’Eba, è più duro rispetto a due anni fa. Per l’Italia prevedeva una caduta del Pil del 2,7% in tre anni, un tasso di disoccupazione che fra il 2018 e il 2020 sale fino al 12,7%, una caduta dei prezzi immobiliari e uno shock dei rendimenti dei titoli di Stato di oltre un punto percentuale. Per le banche tedesche un conteggio piu’ rigoroso dei rischi di mercato.

I PARAMETRI PATRIMONIALI

A tradurre i numeri in requisiti patrimoniali, chiedendo aumenti di capitale o cessioni di attività, sarà ora la Banca centrale europea che incorporerà gli stress test di oggi nel suo Srep (Processo di revisione e valutazione prudenziale), il quale arriverà sul tavolo dei banchieri a gennaio. E che non solo, stando a indiscrezioni, avrebbe rilevato un capitale inferiore al minimo del 5,5% per Carige. Ma terrà conto di più ampi parametri, incluso quanto avvenuto in Italia, in particolare del balzo dello spread e della caduta della Borsa, nel corso del convulso 2018, mentre la ‘fotografia’ dell’Eba si ferma a dicembre 2017. Un potenziale problema per alcuni istituti italiani, data la loro forte esposizione ai titoli di Stato deprezzati che intacca, come rilevato da Mario Draghi, il capitale.

I COMMENTI DI UBI BANCA E BANCO BPM

Se la Bce e la Bank of England notano la “solidita’” delle banche rispetto al passato, Banco Bpm rileva che i risultati dello stress test “sono ancora piu’ soddisfacenti se si tiene conto” che l’esame “e’ stato svolto in un momento peculiare per il gruppo” e che le regole “non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche gia’ completate in relazione al piano di fusione”. Ubi Banca parla di un “impatto in ipotesi di scenario avverso migliore della media del campione europeo analizzato” e sottolinea che “lo stress test 2018 si basa sui dati a fine 2017, che non riflettono ancora i benefici attesi dall’implementazione del Piano Industriale” e della progressiva riduzione dei crediti deteriorati.