Abuso e tentata concussione: 9 indagati

Ilcentro.it Maurizio Cirillo 1.11.18

Vasto. Favori nella vendita di un ramo aziendale della Puccioni: rischiano il processo 7 funzionari e due imprenditori

VASTO. Un’inchiesta appena conclusa dalla Procura di Vasto travolge i vertici dell’Agenzia delle entrate. Rischiano il processo sette tra alti dirigenti e funzionari dell’Agenzia, accusati di concorso in abuso d’ufficio e, due di loro, anche di tentata concussione, per aver favorito una società nella vendita di un ramo aziendale. Insieme a loro anche due amministratori di società, Mario Puccioni e Antonella Mansi. La tentata concussione pesa in capo all’ex direttore dell’Agenzia delle entrate della Regione Abruzzo, Federico Monaco (oggi alla Direzione centrale dei servizi fiscali), e all’ex direttore provinciale di Chieti, Roberto Nannarone. I due devono rispondere anche di concorso in abuso d’ufficio insieme con Gianni Guerrieri(all’epoca direttore centrale dell’Omise, l’Osservatorio del mercato immobiliare e dei servizi estimativi dell’Agenzia delle entrate di Roma); Marco Mastrodicasa, responsabile dell’ufficio legale regionale dell’Agenzia; Vincenzo Smorto, direttore di Chieti; Silvio Susi e Tiziana Capaldo, funzionari di Chieti.
L’INCHIESTA. Coordinata direttamente dal procuratore capo di Vasto,Giampiero Di Florio, che come si vede va a coinvolgere personaggi di primo piano dell’Agenza delle entrate, ruota attorno a una valutazione ritenuta volutamente errata dall’accusa, del ramo aziendale che la società Puccioni cedeva alla società Hadry Tanks (amministrata dallo stesso Puccioni e da Mansi): società che si occupa dello stoccaggio e commercializzazione di acido solforico e fosforico. Il prezzo della cessione veniva stabilito in 8 milioni di euro (di cui 4.140.000 per l’avviamento, 1.100.000 per attrezzature e impianti, e 2.760.000 per l’immobile). Ma nel febbraio del 2015 il direttore dell’Agenzia di Chieti, ufficio di Vasto, Maurizio Franceschini, va a scompigliare tutte le carte notificando alle parti un avviso di rettifica, con il quale il suo ufficio rivede la stima del ramo d’azienda il cui valore economico complessivo viene fatto salire a 19 milioni e mezzo di euro, rettificando il solo valore immobiliare (portandolo da 2 milioni e 700mila a 14 milioni euro e 300mila circa). Da qui i presunti reati contestati agli indagati. «Nannarone, previa intesa con Monaco», si legge nel capo di imputazione, «si presenta presso la sede di Vasto e, abusando della sua qualità, compiva atti idonei e diretti a costringere il direttore Franceschini ad annullare l’avviso di accertamento per far conseguire indubbi vantaggi patrimoniali agli amministratori della Hadry Tanks, senza fornire alcuna giustificazione, senza addurre alcuna spiegazione plausibile, esibendo documenti comprovanti un eventuale errore di valutazione a riguardo, affermando semplicemente che “la perizia era sbagliata”. E nei giorni successivi, per telefono, Nannarone avrebbe riferito a Franceschini “che aveva ricevuto a sua volta», come prosegue l’accusa, “pressioni dal vicepresidente di Confindustria che, essendo toscano, era vicino all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi”, reiterando l’illegittima e indebita pretesa di annullamento dell’atto». Una sorta di millantato credito per far credere a un eventuale interessamento di personaggi che invece erano all’oscuro di tutto e nulla avevano a che fare con la vicenda in questione. E visto che Franceschini non aveva ceduto alle loro pressioni, Monaco e Mastrodicasa, in pendenza del giudizio della Commissione tributaria di Chieti, richiedevano all’Omise, e dunque a Guerrieri, un parere sulla stima «con la finalità di “assicurare un’efficace difesa degli interessi erariali nella controversia in questione”». 
VALUTAZIONE E PARERE. A Roma veniva costituita un’apposita Unità nazionale di valutazione di cui faceva parte anche Guerrieri, che rendeva il proprio immediato parere «fondandosi su criteri di stima», come sostiene l’accusa, «inesatti e comunque non rispettosi sia del dato normativo di riferimento sia dell’effettiva consistenza del ramo d’azienda» e calcolava il valore complessivo in 9 milioni e 680 mila euro. Parere che l’Agenzia di Chieti depositava alla Commissione tributaria chiudendo il cerchio, visto che la commissione accoglieva parzialmente i ricorsi, “determinando, in assenza di Ctu, in 8 milioni e 757 mila euro il valore del ramo d’azienda”. Adesso gli indagati avranno 20 giorni di tempo per rispondere all’avviso di conclusione delle indagini, poi la Procura andrà avanti con l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.

Eni, Enel, Terna e non solo. Cosa succede se le aziende del Tesoro lasciassero Confindustria?

startmag.it 5.11.18

Come escludere che domani il governo in carica o un altro che gli assomigli e che ne erediti le attitudini e gli umori non possa troncare di colpo il legame associativo ancora esistente fra Confindustria e i gruppi pubblici come Eni, Enel, Terna e non solo? L’analisi del prof. Giuseppe Berta, storico dell’economia

Pubblichiamo qui di seguito la quarta parte di un estratto dell’articolo che Giuseppe Berta, che insegna storia economica alla Bocconi, ha scritto per l’Annuario del lavoro 2018 sulla politica di Confindustria.

Il volume, che racconta e commenta quanto accaduto nel corso dell’anno nel mondo del lavoro, è in corso di preparazione da parte del giornale web Il Diario del Lavoro e uscirà solo a metà dicembre

La prima parte si può leggere qui

La seconda parte si può leggere qui

La terza parte si può leggere qui

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Di lì a breve, Confindustria avrebbe peraltro cercato di ristabilire le opportune distanze coll’esecutivo, intanto alle prese col tormentone del Def, le devastanti polemiche con Bruxelles, il giudizio dei mercati finanziari, temuto e nello stesso tempo disprezzato. L’occasione sarà quella del consueto seminario di previsione indetto dal suo Centro Studi per l’analisi delle tendenze del 2019, alla presenza del Ministro dell’economia Giovanni Tria, nell’occhio del ciclone per le sue incertezze tra gli inviti perentori dell’Unione Europea a rispettare i vincoli di stabilità e le robuste sollecitazioni di Salvini e di Maio a operare senza curarsene. In quella sede, si dirà che il Pil dell’Italia per il nuovo anno non poteva crescere di molto e si indicherà un valore, lo 0,9%, assai divergente dalla stima del governo (+1,5%) e più prossimo invece alle stime del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea. Insomma, in quel frangente Confindustria aveva cura di allinearsi alle posizioni di autorità come la Banca d’Italia e gli altri organismi che si stavano dando da fare per gettare molta acqua del fuoco degli entusiasmi (veri o di facciata) del Governo Conte-Salvini-Di Maio.

Boccia l’avrà fatto per correggere il tiro rispetto alla dichiarazione temeraria pro Lega di pochi giorni prima? O semplicemente avrà voluto far emergere la continuità delle posizioni di una Confindustria che valuta i governi dai fatti? Certo, non poteva bastare a sottrarre alle accuse di una certa erraticità di giudizio un’associazione imprenditoriale sottoposta a tanti elementi di stress, all’interno come all’esterno, e a spinte centrifughe. Boccia sapeva di aver contro una parte rilevante delle associazioni del Nord, che non avevano mai condiviso la sua politica e che già guardavano avanti alla sua successione.

Così come era consapevole del fatto che i guai del “Sole-24 Ore” non erano affatto finiti e non ci voleva molto a pronosticare il ripetersi di situazioni critiche. Col governo non vi erano stati miglioramenti significativi e restava sospesa una delle minacce che Boccia temeva di più, la disdetta delle imprese pubbliche dell’adesione Confindustria. Se ciò si verificasse, si tratterebbe di una replica, in una ben diversa cornice storica, di quanto accadde a metà degli anni Cinquanta, quando Amintore Fanfani, anche per dotare di una base economica autonoma la Democrazia cristiana post-degasperiana, fece votare dal Parlamento lo “sganciamento” dell’Iri da Confindustria, con una svolta che fece scalpore nell’opinione pubblica (“L’andazzo è agli sganciamenti”, commentò con un’esplicita vena critica Luigi Einaudi).

Il governo gialloverde è ancora tentato dall’ipotesi di utilizzare la fetta di economia pubblica che ricade sotto il suo controllo per conferire delle risorse autonome alla propria politica economica (ammesso che si possano definire così le pulsioni un po’ dirigiste e un po’ autarchiche che attraversano l’esecutivo).

Nello stesso tempo, non gli dispiacerebbe compiere un gesto di sfregio altamente simbolico nei confronti degli ex poteri forti(che lo sono sempre meno…) e “salotti buoni” della borghesia imprenditoriale. Salvini e Di Maio (ma già prima lo stesso Renzi) sono campioni di quell’opera di “disintermediazione” che è già progredita a lungo in questi ultimi anni e ostentano di non credere più all’utilità dei corpi intermedi e, più in generale, degli strumenti, delle sedi e dei meccanismi di mediazione.

Salvini perché crede di poter parlare in modo diretto ai ceti produttivi (e fin qui i sondaggi paiono dargli ragione) e sa che nelle regioni del Nord non esiste alternativa all’offerta politica della Lega, a causa del drastico ridimensionamento subìto da Pd e Forza Italia. Di Maio perché persuaso da sempre dagli argomenti della Casaleggio e Associati secondo cui il futuro sta nella “democrazia del web”, la quale non sa proprio che farsene dei corpi intermedi.

A riprova si rammenti che né Confindustria né sindacati sono mai stati consultati su temi-chiave del Def come le pensioni, un fatto in un certo senso clamoroso rispetto alla prassi in voga solo qualche anno fa. Come escludere, allora, che domani il governo in carica o un altro che gli assomigli e che ne erediti le attitudini e gli umori non possa troncare di colpo il legame associativo ancora esistente fra i gruppi pubblici e Confindustria?

Per questa Confindustria, per la Confindustria che ha eletto Vincenzo Boccia con le modalità che sono state ricordate, si tratterebbe di un trauma forse irrecuperabile. Non solo per il drenaggio di risorse che provocherebbe (potrebbe sussistere ancora la pesante struttura di viale dell’Astronomia senza i contributi delle imprese pubbliche?), ma per il venir meno di un modello consolidato. Un modello fondato sulla contiguità con la politica e con i governi, con la continua ricerca di una posizione stabile per Confindustria all’interno dell’arena politica italiana, per le infinite possibilità di intese, esplicite e sotterranee, che hanno concorso a definire delle brillanti carriere per i rappresentanti del sistema associativo.

Al contempo, tale trauma potrebbe dare a Confindustria una possibilità di rilancio, garantendole, come dire? una seconda vita, tale da riportare l’associazione imprenditoriale alle sue radici e farla tornare a essere l’espressione diretta delle forze e delle componenti più vitali del mondo industriale italiano. Ne verrebbe fuori una Confindustria espressione del “capitalismo imprenditoriale” (per usare l’espressione dell’economista americano William J. Baumol), che è oggi appannaggio delle imprese medie e intermedie, il vero punto di forza di un modello produttivo che deve essere ancora riconosciuto e valorizzato appieno. Una svolta così radicale, anche se imposta da circostanze esterne, darebbe una chance a Confindustria per ricostruire la propria efficacia rappresentativa e per recuperare una voce autorevole. Essa parlerebbe certamente a nome di una realtà assai più circoscritta nei suoi confini, meno vasta ma altresì meno eterogenea e più compatta. E le conferirebbe il grado di autonomia indispensabile per recitare quel ruolo autonomo di un autorevole soggetto economico e di politica economica nel senso pieno del termine di cui oggi, entro una crisi dell’Italia in via di inasprimento, si avverte l’assenza.

(4.fine)

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Finto Made in Italy: la Ducati (VW) fa costruire i telai in Vietnam. Chiude la Verlicchi (BO)

scenari economici. It 5.11.18

Per un pugno, anzi un pugnetto, di dollari, la Ducati fa chiudere un’antica realtà della motociclistica bolognese. La Verlacchi, gloriosa azienda bolognese produttrice di telai chiude. Dopo aver perso l’appalto per la fornitura dei telai della Scrambler, realizzato in Vietnam con maschere italiane, l’azienda bolognese ha perso l’appalto pr la realizzazione della Multistrada. L’offerta della Verlicchi per un telaio non verniciato era di 70 dollari a pezzo, mentre quello dell’azienda vietnamita è stato di ben 7 (sette) dollari più basso . In totale, per circa 10 mila pezzi, la Ducati risparmierà circa 70 mila dollari annui, circa il valore di tre moto. Naturalmente tutto questo al lordo  dei viaggi dei dirigenti in Vietnam per verificare le qualità del produttore e le sue tecniche costruttive, che sicuramente all’azienda di Borgo Panigale saranno costati nulla (???), mentre per andare a discutere il contratto ed a fare le relative verifiche alla Verlicchi sarebbe bastato prendere un motorino, neanche una moto. Invece, con una scelta veramente poco lungimirante, si distrugge un fattore critico di successo storico per esternalizzarlo e distruggerlo, salvo che domani questa società Vietnamita potrebbe costruire telai per i concorrenti Ducati, magari utilizzando il know how ottenuto dalla società del gruppo VolksWagen.

Come fa notare Motociclismo siamo tutti più poveri, perchè si disperderanno capacità e conoscenze, ed il Governo dovrebbe intervenire anche a tutela di questo made in Italy, magari modificando le norme del Made in Italy, ma anche delle immatricolazioni, per favorire il più possibile i piccoli produttori artigianali ed il mantenimento e lo sviluppo delle conoscenze tecniche . Inoltre nei contributi MISE bisogna considerare maggiormente la ricaduta locale di eventuali nuove aziende: la Honda quando si installò in Val di Sangro fece anche grossi investimenti umani per creare un indotto di qualità, indicatore di una volontà di effettuare una localizzazione permanente, non occasionale. Honda ha creduto nell’Italia, l’esatto contrario di quanto fatto la Ducati. Dovremmo ricordarcelo tutti.

Finanza: l’Acri va a Nordovest (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Nel suo messaggio d’addio alla Giornata del Risparmio Giuseppe Guzzetti è volato molto più in alto delle manovre in corso per la sua successione al vertice dell’Acri; partita che resta comunque saldamente nelle sue mani, così come la scelta del nuovo presidente della Fondazione Cariplo e l’assestamento della governance di Intesa Sanpaolo , tutte allineate in primavera. 

Quando tuttavia, scrive Milano Finanza, l’84enne avvocato lombardo ha chiesto a tutti in presenti all’Angelicum di Roma, compreso il ministro dell’Economia Giovanni Tria, di resistere ai “veleni” che insidierebbero la stessa democrazia italiana, i destinatari sono parsi anche tutti i presidenti di Fondazione, schierati al completo. Il futuro leader dell’Acri non potrà essere un nome divisivo, “di parte”: dovrà essere invece un presidente nel quale si riconoscano tutti i campanili, ma soprattutto tutte le anime di una rete politico-finanziaria tutt’altro che marginale nella democrazia italiana del 2018. L’erede di Guzzetti naturalmente dovrà possedere almeno parte delle sue doti di «primo lobbysta» di un sistema che ha già conosciuto momenti di confronto duro con la politica, primo fra tutti quello che vide l’Acri respingere il tentativo di controriforma condotto da Giulio Tremonti e Umberto Bossi all’avvio del governo Berlusconi-2. La situazione degli Enti si presenta comunque frammentata. Prima di tutto c’è una visione diversa tra le Fondazioni “grandi” (nella classificazione Acri sono 18 su 88) e le “medie e piccole”. Le prime detengono quote piccole ma ancora importanti nelle grandi banche (Intesa Sanpaolo , Unicredit, Ubi e Banco Bpm ), mentre i piccoli enti sono ancora proprietari di piccole casse, anche dopo i crash di Carige e Mps . Alcuni enti hanno poi esplorato diversificazioni strategiche degli investimenti in utilities e infrastrutture. Quasi tutte le Fondazioni tengono ancora le politiche erogative nel solco del welfare sussidiario, aprendo solo in modo graduale alle azioni di sviluppo economico del territorio (ricerca tecnologica, incubatori imprenditoriali, politiche attive del lavoro qualificato ecc.). 

Un altro elemento da non sottovalutare è quello geografico. Le Fondazioni del Nord controllano ormai circa i tre quarti dei 39 miliardi di patrimonio contabile aggregato del sistema, mentre quelle del Centro e del Sud stanno perdendo sempre più peso. 

red/lab 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 05, 2018 02:22 ET (07:22 GMT)

F. Cariverona: Mazzucco, per Unicredit guardiamo ai risultati (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La difesa dell’italianità in Unicredit? È un tema che per le grandi fondazioni appartiene al passato e che sarebbe irrealistico cavalcare oggi. Il presidente della Fondazione Cariverona Alessandro Mazzucco ha un approccio pragmatico alla gestione della conferitaria. Dopo l’ultimo aumento di capitale da 13 miliardi l’ente si è diluito all’1,8% della banca che oggi considera come un investimento puramente finanziario. Nessuna interferenza sulla governance quindi, ma ancora forte attenzione ai risultati che Cariverona monitora trimestre per trimestre. Ecco perché Mazzucco non ha preclusioni su un’eventuale integrazione transfrontaliera, purché crei valore reale per i soci e i territori: “Non vedo ragioni per opporsi in via pregiudiziale a un’ipotesi di aggregazione, qualora per Unicredit si presentasse un’opportunità di partnership giudicata valida dal top management e dal board: credo sia una posizione da manuale per un grande azionista istituzionale com’è Cariverona”, spiega il presidente. 

Domanda. Quindi l’italianità di Unicredit non è più un valore da difendere? 

Risposta. Negli ultimi vent’anni la nostra Fondazione ha promosso la nascita e poi la crescita e il consolidamento di Unicredit . Ha partecipato a ripetuti aumenti di capitale: l’ultimo nel 2017, chiesto in termini particolarmente impegnativi dal ceo Jean Pierre Mustier. Restiamo il primo socio italiano di Unicredit , ma siamo ben consapevoli che l’italianità è una nozione datata per un polo bancario paneuropeo, catalogato come banca sistemica della autorità di vigilanza internazionali. 

D. Se ci sarà una fusione uscirete dal capitale? 

R. È una prospettiva che finora non è stata presa in considerazione dagli organi di governo della Fondazione e che, nel caso, richiederà le valutazioni più approfondite. Voglio però ricordare che abbiamo portato la quota entro il limite previsto dal protocollo Acr-Mef. Quel documento confermava l’indirizzo strategico delle autorità sul progressivo disimpegno delle fondazioni dalle banche conferitarie. È un approccio che ho sempre condiviso: da quando ho assunto la presidenza dell’ente ho sempre dichiarato che la partecipazione in Unicredit è di natura finanziaria. 

D. Prevede un impegno maggiore su Banco Bpm , altra vostra partecipata? 

R. Abbiamo sostenuto il Banco Popolare aderendo all’aumento di capitale propedeutico alla fusione con Bpm . Per il futuro valuteremo con attenzione i ritorni dell’investimento prima di prendere qualsiasi decisione. 

D. I mercati finanziari stanno attraversando una fase di forti turbolenze, che colpiscono in particolare i titoli italiani. Che ne pensa? 

R. Registro ogni giorno le fluttuazioni della borsa e in particolare del titolo Unicredit . In aggiunta il peggioramento dello spread condiziona in modo negativo gli sforzi di tutti gli attori del Paese in direzione della ripresa: lo ha ricordato anche il governatore Visco alla Giornata del Risparmio. Non posso non condividere la preoccupazione di chi non intravede una reale concentrazione di impegni sulla crescita. L’assistenzialismo non può mai essere considerato un investimento: tanto meno se finanziato a ulteriore debito pubblico. 

D. Come l’andamento della borsa condiziona le grandi scelte patrimoniali della Fondazione? 

R. Le nostre scelte d’investimento non sono dettate dall’attesa di profitto a breve termine. L’attività istituzionale della fondazione richiede una redditività sostenibile nel periodo medio-lungo: cioè nell’orizzonte delle nostre erogazioni, sempre più a supporto di piani poliennali. Per questo il criterio strategico della nostro asset management è anzitutto la diversificazione, per mantenere nel tempo una soddisfacente combinazione rendimento-rischio. 

D. Come procedono i vostri progetti nel settore infrastrutturale? 

R. Cariverona detiene da tempo una quota nell’Aeroporto di Verona, per il quale auspica da sempre una crescita adeguata, al servizio delle ambizioni del suo territorio. Ma supportiamo anche le strategie della Fiera di Verona, di cui la fondazione è importante azionista. E teniamo d’occhio ogni situazione interessante: Verona è una storica piattaforma logistica per i flussi commerciali fra Nord Europa e Mediterraneo e fra Italia ed Est Europa. 

D. La recente Giornata del Risparmio è stata l’ultima presieduta da Giuseppe Guzzetti. Quale giudizio dà dei suoi anni alla guida dell’Acri? 

R. Estremamente positivo. È stato ed è un uomo di grande lungimiranza che ha costruito nell’Acri la rappresentanza delle nuove Fondazioni di origine bancaria. Per vent’anni ne ha saputo guidare la evoluzione di competenze e di visione politica accompagnando il cambiamento dei tempi, non rinunciando mai ad una visione proiettata nel futuro. 

D. Quali sono le sfide che attendono l’Acri e le sue fondazioni? 

R. Il tema del consolidamento della categoria è emerso da tempo. Sarà prioritario ripensare a fondo gli equilibri fra le dimensioni degli enti e i territori di loro competenza. In secondo luogo gli enti locali dovranno accettare le sfide e le logiche di un rapporto nuovo con le fondazioni: imperniato sulla progettualità strutturata, finalizzata alla crescita dei territori, che è il fondamento del loro benessere. So che può sembrare provocatorio, ma le risorse di conoscenza dei territori e di consulenza attiva e qualificata al loro tessuto socioeconomico possono rivelarsi più preziose delle risorse finanziarie erogate. 

red 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 05, 2018 02:23 ET (07:23 GMT)