Eni, Enel, Terna e non solo. Cosa succede se le aziende del Tesoro lasciassero Confindustria?

startmag.it 5.11.18

Come escludere che domani il governo in carica o un altro che gli assomigli e che ne erediti le attitudini e gli umori non possa troncare di colpo il legame associativo ancora esistente fra Confindustria e i gruppi pubblici come Eni, Enel, Terna e non solo? L’analisi del prof. Giuseppe Berta, storico dell’economia

Pubblichiamo qui di seguito la quarta parte di un estratto dell’articolo che Giuseppe Berta, che insegna storia economica alla Bocconi, ha scritto per l’Annuario del lavoro 2018 sulla politica di Confindustria.

Il volume, che racconta e commenta quanto accaduto nel corso dell’anno nel mondo del lavoro, è in corso di preparazione da parte del giornale web Il Diario del Lavoro e uscirà solo a metà dicembre

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Di lì a breve, Confindustria avrebbe peraltro cercato di ristabilire le opportune distanze coll’esecutivo, intanto alle prese col tormentone del Def, le devastanti polemiche con Bruxelles, il giudizio dei mercati finanziari, temuto e nello stesso tempo disprezzato. L’occasione sarà quella del consueto seminario di previsione indetto dal suo Centro Studi per l’analisi delle tendenze del 2019, alla presenza del Ministro dell’economia Giovanni Tria, nell’occhio del ciclone per le sue incertezze tra gli inviti perentori dell’Unione Europea a rispettare i vincoli di stabilità e le robuste sollecitazioni di Salvini e di Maio a operare senza curarsene. In quella sede, si dirà che il Pil dell’Italia per il nuovo anno non poteva crescere di molto e si indicherà un valore, lo 0,9%, assai divergente dalla stima del governo (+1,5%) e più prossimo invece alle stime del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea. Insomma, in quel frangente Confindustria aveva cura di allinearsi alle posizioni di autorità come la Banca d’Italia e gli altri organismi che si stavano dando da fare per gettare molta acqua del fuoco degli entusiasmi (veri o di facciata) del Governo Conte-Salvini-Di Maio.

Boccia l’avrà fatto per correggere il tiro rispetto alla dichiarazione temeraria pro Lega di pochi giorni prima? O semplicemente avrà voluto far emergere la continuità delle posizioni di una Confindustria che valuta i governi dai fatti? Certo, non poteva bastare a sottrarre alle accuse di una certa erraticità di giudizio un’associazione imprenditoriale sottoposta a tanti elementi di stress, all’interno come all’esterno, e a spinte centrifughe. Boccia sapeva di aver contro una parte rilevante delle associazioni del Nord, che non avevano mai condiviso la sua politica e che già guardavano avanti alla sua successione.

Così come era consapevole del fatto che i guai del “Sole-24 Ore” non erano affatto finiti e non ci voleva molto a pronosticare il ripetersi di situazioni critiche. Col governo non vi erano stati miglioramenti significativi e restava sospesa una delle minacce che Boccia temeva di più, la disdetta delle imprese pubbliche dell’adesione Confindustria. Se ciò si verificasse, si tratterebbe di una replica, in una ben diversa cornice storica, di quanto accadde a metà degli anni Cinquanta, quando Amintore Fanfani, anche per dotare di una base economica autonoma la Democrazia cristiana post-degasperiana, fece votare dal Parlamento lo “sganciamento” dell’Iri da Confindustria, con una svolta che fece scalpore nell’opinione pubblica (“L’andazzo è agli sganciamenti”, commentò con un’esplicita vena critica Luigi Einaudi).

Il governo gialloverde è ancora tentato dall’ipotesi di utilizzare la fetta di economia pubblica che ricade sotto il suo controllo per conferire delle risorse autonome alla propria politica economica (ammesso che si possano definire così le pulsioni un po’ dirigiste e un po’ autarchiche che attraversano l’esecutivo).

Nello stesso tempo, non gli dispiacerebbe compiere un gesto di sfregio altamente simbolico nei confronti degli ex poteri forti(che lo sono sempre meno…) e “salotti buoni” della borghesia imprenditoriale. Salvini e Di Maio (ma già prima lo stesso Renzi) sono campioni di quell’opera di “disintermediazione” che è già progredita a lungo in questi ultimi anni e ostentano di non credere più all’utilità dei corpi intermedi e, più in generale, degli strumenti, delle sedi e dei meccanismi di mediazione.

Salvini perché crede di poter parlare in modo diretto ai ceti produttivi (e fin qui i sondaggi paiono dargli ragione) e sa che nelle regioni del Nord non esiste alternativa all’offerta politica della Lega, a causa del drastico ridimensionamento subìto da Pd e Forza Italia. Di Maio perché persuaso da sempre dagli argomenti della Casaleggio e Associati secondo cui il futuro sta nella “democrazia del web”, la quale non sa proprio che farsene dei corpi intermedi.

A riprova si rammenti che né Confindustria né sindacati sono mai stati consultati su temi-chiave del Def come le pensioni, un fatto in un certo senso clamoroso rispetto alla prassi in voga solo qualche anno fa. Come escludere, allora, che domani il governo in carica o un altro che gli assomigli e che ne erediti le attitudini e gli umori non possa troncare di colpo il legame associativo ancora esistente fra i gruppi pubblici e Confindustria?

Per questa Confindustria, per la Confindustria che ha eletto Vincenzo Boccia con le modalità che sono state ricordate, si tratterebbe di un trauma forse irrecuperabile. Non solo per il drenaggio di risorse che provocherebbe (potrebbe sussistere ancora la pesante struttura di viale dell’Astronomia senza i contributi delle imprese pubbliche?), ma per il venir meno di un modello consolidato. Un modello fondato sulla contiguità con la politica e con i governi, con la continua ricerca di una posizione stabile per Confindustria all’interno dell’arena politica italiana, per le infinite possibilità di intese, esplicite e sotterranee, che hanno concorso a definire delle brillanti carriere per i rappresentanti del sistema associativo.

Al contempo, tale trauma potrebbe dare a Confindustria una possibilità di rilancio, garantendole, come dire? una seconda vita, tale da riportare l’associazione imprenditoriale alle sue radici e farla tornare a essere l’espressione diretta delle forze e delle componenti più vitali del mondo industriale italiano. Ne verrebbe fuori una Confindustria espressione del “capitalismo imprenditoriale” (per usare l’espressione dell’economista americano William J. Baumol), che è oggi appannaggio delle imprese medie e intermedie, il vero punto di forza di un modello produttivo che deve essere ancora riconosciuto e valorizzato appieno. Una svolta così radicale, anche se imposta da circostanze esterne, darebbe una chance a Confindustria per ricostruire la propria efficacia rappresentativa e per recuperare una voce autorevole. Essa parlerebbe certamente a nome di una realtà assai più circoscritta nei suoi confini, meno vasta ma altresì meno eterogenea e più compatta. E le conferirebbe il grado di autonomia indispensabile per recitare quel ruolo autonomo di un autorevole soggetto economico e di politica economica nel senso pieno del termine di cui oggi, entro una crisi dell’Italia in via di inasprimento, si avverte l’assenza.

(4.fine)

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