Non è una manovra coraggiosa

di Gianmaria Vianova – 7 novembre 2018 lintellettualedissidente.it

Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Il governo giallo-verde ha scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici.

Abbiamo di fronte una legge di bilancio senza dubbio diversa, ma diversa non è automaticamente sinonimo di coraggioso. È innegabile che in un’epoca di austerità fare deficit rappresenti un atto rivoluzionario, di questo alla Conte’s Squadva dato atto. In termini di rapporti comunitari hanno optato per la strada meno battuta, ovvero prendersi un po’ di flessibilità con la forza senza intavolare una trattativa da Banco dei Pugni in via preliminare. Come già detto, quella sul deficit è una battaglia fuori tempo: non ci sono alleati nell’eurozona e i modelli di Bruxelles – che per quanto onirici fanno ancora testo – chiudono la porta in faccia alla politica fiscale espansiva. C’è da sudare, si sta sudando. Sul piano dialettico l’Italia ha deciso di far leva sulla disobbedienza civile che tanto spopola nel dibattito interno. Dato che la crescita rallenta e il ciclo economico positivo (ebbene sì, positivo) si sta esaurendo, bisogna adottare una politica fiscale espansiva e disattendere la traiettoria di rientro concordata dai precedenti governi. Ma resta una via transitoria e clandestina. Non essendo autorizzata viaggia in un universo parallelo, una sorta di dibattito politico privo di prassi e consuetudini: è indecifrabile.

Ciò che invece è decifrabile, perché composto da cifre per l’appunto, è la Legge di bilancio. Deficit al 2,4%, un valore del tutto contenuto e prossimo alla “ragazzata”, che però si è trasformato in un’apparente crociata eroica. Questo governo è diverso, le promesse le mantiene: sì, giusto, giustissimo. Ma anche qui non c’è nulla di coraggioso: la manovra rischia di vincere una battaglia, quella delle europee di maggio, e di disinteressarsi della guerra, ovvero la crescita e la sopravvivenza alla prossima crisetta economica (che sta arrivando, solo che non se ne percepiscono i passi).

L’ultimo Def di Padoan prevedeva il pareggio di bilancio nel 2020 e un surplus nel 2021, con un saldo primario superiore e prossimo al 4%. Il Governo Conte ha optato per un rientro decisamente più soft.

Crisetta? Sì, crisetta. Un po’ perché quando si sale per troppo tempo poi è pure naturale scendere, un po’ perché i primi sintomi li stiamo appurando proprio in questi giorni. L’economia dell’Eurozona non andava così piano dal 2014, facendo segnare solo un + 0,2% nel terzo trimestre 2018. L’Italia non se la passa meglio: l’Istat ha certificato l’immanenza del Pil nello stesso trimestre, un bello 0% che non promette nulla di buono per la fine dell’anno e per il 2019.

Pare che la spinta sul Pil della congiuntura economica ultra-favorevole si sia esaurita. La crescita tendenziale del Pil, ovvero negli ultimi 365 giorni, è scesa allo 0,8%.

Ecco che va quindi attuandosi un meccanismo perverso, per il quale nel caso in cui il Pil non dovesse crescere quanto preventivato il governo dovrebbe ridurre il deficit onde evitare un aumento del rapporto debito/Pil. È il sistema tolemaico dell’economia contemporanea: il rapporto debito/Pil sta al centro e il resto gli gira attorno. Ma come è chiaro a tutti, una stretta alla spesa pubblica non solo non previene un aumento del rapporto, ma certamente non ha un impatto positivo sulla crescita del Pil (molto probabilmente sarebbe recessivo).

Lo stesso Istat (“Prospettive per l’economia italiana nel 2018”, 22 maggio 2018) ammoniva dolcemente che quest’anno sarebbe dovuta essere la domanda interna la componente fondamentale della crescita del Pil, e che si segnalava già allora un leggero rallentamento: un +1,5%, laddove la domanda estera netta avrebbe invece fatto segnare un sonoro 0%. Ergo mentre nel 2017 furono le esportazioni a darci un colpo di acceleratore, a questo giro dovremo sostenerci sulle nostre gambe. La domanda interna va stimolata, punto.

Nei piani del governo si prevede una crescita reale dell’1,5% nel 2019, ma i guai potrebbero arrivare già da un non scontato +1,2% nel 2018.

I commentatori, di diversa estrazione, hanno deriso il governo riportando il dato della crescita nominale prevista, ovvero +3,1%, un valore che nel continente hanno fatto registrare solo i deflazionati spagnoli. Inutile dire che tra nominale e reale vi sia l’inflazione di mezzo, e che anch’essa sia da considerare all’interno della “regola del debito”, la formula magica per far scendere il rapportone debito/Pil. Però attenzione, è vero: la crescita rischia di essere davvero troppo fiacca. In questi termini la politica espansiva del governo è più che giustificata, ma la vera domanda è se questa sia la manovra che ci serve in questo momento.

Sappiamo che qualcosa intorno ai 15 miliardi di euro verrà destinato a reddito di cittadinanza e superamento della Fornero, mentre alla voce investimenti il valore si ferma a 3,5. Della flat tax solo una timida ombra, con quel regime dei minimi allargato che non consta nemmeno in 1 miliardo, mentre ottimo è il segnale con l’Ires più clemente al 15% sugli utili reinvestiti. Ovviamente si sarà notato che la manovra dei gialloverdi punta tutto sui trasferimenti e sulla spesa corrente: moltiplicatore basso ed incerto, larghi margini di inefficienza. Anche qui, vincere la battaglia elettorale rimandando la vera guerra sui paradigmi economici con l’Ue: al turbo preferiamo sedili più comodi, così arriviamo alle europee di maggio e poi si vedrà.

L’elettore gialloverde è un più assiduo frequentatore di social rispetto alla media, questo risulta dall’analisi di “Sociometr1ca” pubblicati il 25 ottobre.

L’elettore filo-governativo è un animale social(e). Deve difendersi dall’attacco dei “competenti”, ovvero quella opposizione (?) all’angolo non tanto dal 4 marzo, quanto dal 4 dicembre 2016, capace solo di lamentarsi che il calabrone, nonostante la sua struttura, riesca a volare. L’elettorato gialloverde è fidelizzato, difende a spada tratta l’operato dei propri partiti, ma è anche una fetta di popolazione fortemente disillusa e recuperata in corner. La loro pazienza è più che limitata, e sullo smartphone appena appena dopo Felicità di Al Bano e Romina ci sono i Joy Division (tutto Unknown Pleasures, Ian Curtis scalpita).

Salvini e Di Maio sono politici/youtuber, vivono la loro carriera a stretto contatto con il popolo, abbastanza vicino da beccarsi qualche pugno in un battito di ciglia. Da buoni youtuber, quindi, la fidelizzazione la coltivano, adottando la strategia Nutella tanto cara ad un loro predecessore, Matteo Renzi: prendere la spesa pubblica maggiorata e spalmarla sulla massima superficie possibile, per far in modo che il calore raggiunga tutti coloro che devono essere raggiunti. Bello, per carità, ma lontano anni luce da una analisi di ottimizzazione vincolata che sarebbe stata alquanto gradita in questa difficile congiuntura economica di transizione. A questa razionalità viene preferita una spregiudicata strategia comunicativa sui social, che non è cambiata di un millimetro nonostante il passaggio dall’opposizione al governo. Per poter annunciare tanto ed essere credibili, le promesse vanno mantenute in qualche maniera. Alimentare le condivisioni di un elettorato decisamente propenso a spargere il verbo.

Joy Division, She Lost Control. She, lei, l’Italia. Pietra miliare del Gothic Rock, la band inglese si distingueva per atmosfere non proprio nazional-popolari. L’elettorato italiano, in quanto a morale, non va molto lontano.

Non è una manovra coraggiosa. Non la è. Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Si è scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici. Reddito di cittadinanza per tamponare povertà e Neet (senza convogliare tutti quei miliardi di euro in un progetto più lungimirante, misurato e programmato) e una Quota 100 che, oltre ad adempiere alle promesse elettorali, spera di sostituire ogni nuovo pensionato con un nuovo giovane lavoratore.

Occhio alla logica: i giovani sostituiscono i nuovi pensionati, ma la somma dei posti di lavoro totali non cambia. Cosa ci sia di sinistra in entrambi gli atti è un’impresa capirlo, dato che sono per definizione entrambe “supply-side”, ovvero agiscono sul lato dell’offerta. Adattare l’Italia ad una immancabile decrescita, abdicando al proprio dovere di dar una spinta al volano dell’economia reale. Fatalismo imperante. Certo, poi beneficiari del reddito e nuovi pensionati dovranno pur mangiare e spendere quel denaro, ma tra la tradizionale propensione al risparmio degli italiani e i moltiplicatori timidi sarebbe intellettualmente disonesto parlare di boom economico. Per ogni euro di deficit sono stati stimati solo 35 centesimi di Pil. Non bene. Un 2,4%, preso così, non basta a renderti un keynesiano provetto.

Quello tra Unione Europea e Italia è un gioco delle parti: davvero credevate che Moscovici & Co si sarebbero ammutoliti di fronte alla nostra impertinenza? Andiamo, anche loro hanno delle apparenze da salvare.

Si corre il rischio che i calcoli si rivelino pessimistici e invece riescano a stimolare con successo la crescita italiana, ma è bene comprendere che dopo le elezioni europee, su cui si è fatto all-in, potrebbe non cambiare nulla sul versante del rigore. Se la congiuntura dovesse precipitare e l’eurozona non cambiare paradigma, potremmo trovarci con un Paese dal deficit ampliato ai limiti dei trattati senza averci guadagnato nulla, se non spesa corrente. Ciò dal piano politico è molto probabile, visto che “l’internazionale sovranista” non va oltre al tema migranti e, se non smantellerà le istituzioni a maggio, continuerà ad essere terrorizzata da un eventuale burden sharing del debito italiano.

Il giocattolo dell’eurozona è al limite estremo della decadenza, con Mario Draghi che ha una paura folle di chiudere i rubinetti (tanto che si vocifera di un nuovo Ltlro) e una divergenza tra centro e periferia ormai impossibile da chiudere (i tassi reali in Germania sono sotto al -2%). Il peso politico di Bruxelles è ai minimi storici e non si può permettere una strategia suicida sull’Italia, ma non può nemmeno lasciar correre questo 2,4% senza battere ciglio. È naturale, andava messo in conto. Non si è sbagliato ad ampliare la casa, quanto l’arredamento. Una manovra con investimenti e defiscalizzazioni mirate sarebbe stata più efficace e, soprattutto, inattaccabile dai tanto “sapienti e razionali” burocrati dell’Ue. Proibire ad un Paese come l’Italia un piano simile sarebbe stato un KO tecnico agli occhi tutto il continente. Si sarebbe potuto così mettere anche del fieno in cascina, non in termini di riduzione del debito ma di crescita economica, azionando le giuste leve. Dare più ascolto ad un ministro che nel Governo Conte pare un alieno: Paolo Savona. Il coraggio, infatti, emerge quando si compiono azioni politicamente dolorose per un bene superiore che si paleserà nel lungo termine. No, non l’austerità Cottarelliana. La crescita, solida e duratura. Ma il problema del lungo termine, oltre al fatto che saremo tutti morti, è che ci sarà sempre una elezione nel breve termine.

Voluntary, a Milano indagati per riciclaggio 18 manager banca svizzera PKB – Procura

Reuters.com 7.11.18

(Reuters) – Diciotto manager della banca svizzera PKB, con sede a Lugano, sono indagati dalla procura di Milano per riciclaggio e frode fiscale in relazione alla voluntary disclosure di 198 clienti a partire dal 2015.

Lo ha detto il procuratore capo di Milano Francesco Greco, spiegando che i manager sono perlopiù residenti in Italia ma con centro di interesse in Svizzera.

Oggi la Guardia di Finanza ha perquisito i domicili dei manager italiani e sta effettuando un’ispezione informativa presso Cassa Lombarda, controllata italiana di PKB. Entrambe le banche operano nel private banking.

In una nota PKB prende atto dell’apertura dell’indagine e afferma di ritenere che “la banca e i suoi collaboratori abbiano sempre operato nel rispetto delle normative vigenti, considerando che da tempo la banca dispone della licenza di Lps in Italia”. In base alla regolamentazione europea la licenza della libera prestazione di servizi (Lps) consente, con alcuni vincoli, a un soggetto finanziario extra-Ue di operare in un Paese Ue.

Non è stato possibile al momento ottenere un commento da Cassa Lombarda.

I manager, in base all’indagine condotta dal pm Elio Ramondini, raccoglievano in Italia denaro che sapevano essere frutto di evasione fiscale e lo portavano in Svizzera nelle casse della PKB, ha spiegato Greco.

“Abbiamo analizzato un milione e mezzo di contatti telefonici e mappato tutta l’attività di questi manager, verificando l’esistenza di una stabile organizzazione occulta” ha detto Greco.

L’inchiesta è partita dalla documentazione presentata all’Agenzia delle Entrate da 198 clienti italiani, residenti tra Milano e provincia, per lo più imprenditori e professionisti che hanno aderito alla voluntary disclosure. Nel complesso hanno dichiarato le loro disponibilità estere per 409 milioni di euro.

L’attenzione, ha spiegato poi Greco, si è concentrata su una cinquantina di clienti di PKB (non indagati perché hanno fatto la voluntary), i quali hanno riferito dell’esistenza di una rete di ‘relationship manager’ impegnati a procacciare clienti in Italia e ad aiutarli a evadere il fisco.

Uno schema molto simile, ha ricordato il magistrato, era emerso nell’ambito dell’indagine su Credit Suisse. In quella occasione era stato scoperto dagli inquirenti una sorta di ‘manuale dell’evasore’, con una dettagliata serie di istruzioni ai funzionari per aggirare le indagine, come non usare telefonini o pc aziendali, non portare in Italia nessun documento collegabile alla banca o non restare più di tre giorni in uno stesso hotel. 

L’attività dei manager di PKB sarebbe stata agevolata dalla controllata Cassa Lombarda. 

Quella su PKB non è l’unica indagine aperta sulla banche a Milano. “Stiamo monitorando diverse banche e non ci fermiamo qui” ha detto Greco.

Sotto osservazione, in particolare, ci sono le modalità con cui un istituto di credito fornisce ai clienti ‘consigli’ su come aggirare il fisco. “L’Agenzia delle Entrate – ha detto il procuratore – ha ricostruito una banca dati dei 130 mila cittadini italiani che hanno aderito alla ‘voluntary disclosure’ e c’è una lista di 250 banche estere dove sono stati depositati i soldi. La Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate hanno condotto operazioni molto importanti in questi anni e anche molto coraggiose perché, grazie a loro, alcuni soggetti che non hanno pagato le tasse in nessuna parte del mondo hanno cominciato a pagare”.

Lo scorso febbraio Finma, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati, ha detto che PKB ha ampiamente infranto le regole sul riciclaggio in attività legate ai gruppi brasiliani Petrobras e Oderbrecht. Il procuratore generale svizzero ha aperto un’indagine penale contro la banca per non aver prevenuto l’attuazione di possibili crimini.

Cassa Lombarda: conferma perquisizioni in indagine Procura Mi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Cassa Lombarda è stata raggiunta oggi da un decreto di perquisizione informatica emesso dalla Procura della Repubblica di Milano, nell’ambito di un’indagine penale che non la vede direttamente coinvolta. 

In una nota, la banca privata dichiara di prestare “massima collaborazione alle Autorità Inquirenti” e ribadisce “di aver sempre operato nel rispetto delle normative vigenti”. 

La lente degli inquirenti riguarda invece la controllante Pkb, che a sua volta – tramite un comunicato – ha preso atto “dell’apertura di un’indagine nei confronti suoi e di alcuni suoi dipendenti da parte della procura di Milano”. 

L’inchiesta, secondo quanto dichiara l’istituto luganese, tende a “valutare le modalità operative della banca sul mercato italiano negli anni passati e non riguarda la clientela”. 

“Riteniamo che la banca e i suoi collaboratori abbiano sempre operato nel rispetto delle normative vigenti, considerando che da tempo dispone della licenza di Lps in Italia”, si legge ancora nella nota. 

L’indagine si inserisce in una più ampia verifica dell’operato delle banche estere in Italia in base ai dati raccolti attraverso le procedure di voluntary disclosure. 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 07, 2018 13:24 ET (18:24 GMT)

Banco Bpm: Castagna conferma ipotesi cessione piattaforma Npl fino a 8,6 mld

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Confermiamo l’ipotesi di cessione della piattaforma di gestione degli Npl insieme ai crediti deteriorati in un ammontare superiore a 3,5 mld e fino a un massimo di 8,6 mld”. 

Lo ha detto il ceo di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, intervenendo nella conference call con gli analisti a commento dei risultati trimestrali. 

Il gruppo è interessato a valutare ogni possibile opportunità di accelerazione del piano di derisking. In tale contesto ha avviato il progetto ‘Ace’ individuando alcune potenziali controparti (rappresentate dalla cordata DoBank, Fortress e Spaxs, da quella costituita da C.Fondiario ed Elliot e da quella costituita da Christofferson Robb & Company Davidson Kempner e Prelios) che stanno completando le rispettive attività di due-diligence sui portafogli dei crediti deteriorati. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 07, 2018 12:45 ET (17:45 GMT)

BANCAROTTA, DENIS VERDINI CONDANNATO A 4 ANNI E 4 MESI

rainews.it 7.11.18

Denis Verdini è stato condannato dal tribunale di Firenze a 4 anni e 4 mesi di reclusione per bancarotta nell’ambito del processo relativo al fallimento di una società di costruzioni di Campi Bisenzio, i cui titolari, Ignazio e Marco Arnone, padre e figlio, avevano rapporti con l’ex senatore di Ala quando era presidente del Credito cooperativo fiorentino.

Ignazio Arnone è stato condannato a 3 anni e 4 mesi, menmtre il figlio Marco a 2 anni e 4 mesi.

L’accusa, sostenuta dal pm Luca Turco, aveva chiesto sei anni per Verdini e un anno e tre mesi per gli altri due imputati. La vicenda riguarda il passaggio di denaro dagli Arnone al Ccf da cui avevano ricevuto in appalto lavori edili per la sede di viale Belfiore a Firenze. Parte dei proventi furono dirottati dagli Arnone al Ccf per ridurre la loro l’esposizione debitoria.

Verdini è intervenuto con una dichiarazione spontanea per giustificare la linearità del suo operato, ricordando che i fatti sono avvenuti mentre la era in corso alla banca un’ispezione di Banca d’Italia e un successivo commissariamento, e sottolineando che “i lavori erano stati assegnati a clienti di vecchia data della banca, furono fatti e la banca li pagò”.

Secondo l’accusa si trattò invece di un’operazione “studiata a tavolino”.

Lo scorso 13 settembre l’ex senatore di Ala è stato condannato dal Tribunale di Firenze, in primo grado, a 5 anni e 6 mesi per il crac della Società toscana edizioni, che editava ‘il Giornale della Toscana’. La vicenda giudiziaria della Ste e del Giornale della Toscana è collegata all’altro procedimento che a Firenze ha coinvolto Verdini: il crac del Credito cooperativo fiorentino, fallita nel 2012 e di cui l’ex senatore fu presidente dal 1990 al 2010. Per la bancarotta della Ccf in appello Verdini è stato condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione.

Consumatori: quando a pagare è la banca

infovercelli24.it 7.11.18

 

Una serie di importanti risultati ottenuti nei tribunali italiani dal team di professionisti di ‘Sdl Centrostudi Spa’, che riequilibrano il gioco delle parti tra istituti di credito, poteri forti, correntisti e consumatori

Di Loreto

Il vizio, non solo di forma ma anche di fatto, in termini di denari incassati illecitamente e dunque non dovuti, si annida copioso e pericoloso nei contratti bancari, e nell’intricata e fitta tela burocratica che spesso li avvolge.
Diventa dunque necessario, perché il rapporto tra i soggetti sia equo, approfondirne bene la natura, gli effetti e gli sviluppi attraverso l’ausilio e il corretto impiego di tutta una serie di strumenti di analisi e verifica che possono, anche, ribaltare i ruoli dare/avere attualmente in essere. Riducendo, in buona parte dei casi, anche le pretese creditizie in giudizio da parte di banche, finanziarie e affini.
Come testimonia il caso recentissimo di un onesto cittadino che a Milano, grazie all’azione producente dell’avvocato Marchetti, ha potuto risparmiare ben oltre 60mila euro su una pratica di leasing, stipulando un nuovo accordo transattivo più equo e vantaggioso.
Ma c’è di più. L’avvocato Erika Mazzarano, stimato Legale convenzionato con ‘SDL’, grazie a una sentenza favorevole emessa dalla VI Sezione del Tribunale di Milano, ha consentito a un assistito dalla famosa azienda bresciana leader nella lotta a banche e Fisco ingiusti di recuperare ben 252.892,47 euro indebitamente richiesti e sottratti.
Dulcis in fundo, nel bolognese un gruppo di società clienti SDL riconducibili a un’unica famiglia di imprenditori che hanno scelto di avvalersi delle efficaci perizie econometriche marchiate ‘SDL’ hanno promosso una causa alla banca usuraria. Avevano un debito complessivo del gruppo societario per 7 milioni di euro, felicemente conclusosi definendo le numerose cause con un’unica scrittura privata transattiva con l’esborso di 2 milioni di euro e generando dunque un risparmio di ben 4 milioni e mezzo di euro. Segno che il lavoro onesto, artigianale, costantemente aggiornato ed efficiente paga nel tempo.
Peccato che, spesso, le banche colpevoli, all’atto della sconfitta in Tribunale, pretendano nelle scritture di accordo stringenti e vessatorie clausole di riservatezza che impediscono all’opinione pubblica desiderosa di giustizia a verità di conoscere i nomi e cognomi degli istituti di credito e dei relativi manager responsabili dei disastri alle vite e ai conti correnti dei cittadini.

Banche, Vigilanza europea Bce: l’italiano Enria è il nuovo capo

firstonline.info 7.11.18

Enria ha vinto il testa a testa finale con l’irlandese Donnely e sale così alla guida della Vigilanza bancaria della Bce – Enria è un falco moderato e non farà alcuno sconto alle banche italiane ma per il nostro Paese è motivo di orgoglio avare due alti rappresentanti ai vertici della Bce.

Banche, Vigilanza europea Bce: l’italiano Enria è il nuovo capo

Dopo un serrato testa a testa nel Consiglio Direttivo della Bce con l’irlandese Shannon Donnely, l’italiano Andrea Enria, già capo dell’Eba (l’Autorità bancaria europea) e alto dirigente della Banca d’Italia è il nuovo capo della Vigilanza bancaria della Bce. Ora la sua nomina passa al vaglio del Parlamento e del Consiglio Europeo. L’incarico dura quattro anni.

Per quasi un anno, gli italiani al vertice della Bce saranno perciò due: Mario Draghi, che sarà presidente ancora per un anno, e Enria. Questo però non prevede nessuno scontro per le banche italiane perchè Enria è considerato un falco, anche se moderato.

Al di là del trattamento che la nuova Vigilanza della Bce riserverà alle banche italiane e che Enria gestirà sicuramente in modo molto professionale ed imparziale, la nomina di Enria è motivo di orgoglio per l’Italia, tanto più se si considera che è avvenuta in un momento in cui il Governo italiano si è di fatto isolato dai parner europei per aver sfondato re regole comunitario con la manovra di bilancio.

Pernigotti: presenta istanza per cassa integrazione straodinaria

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Pernigotti, azienda attiva nella produzione e commercializzazione di prodotti dolciari come praline, cioccolata, torroni, uova di Pasqua e preparati per la gelateria, con sede e stabilimento a Novi Ligure, ha presentato istanza di ammissione alla procedura di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs) per 100 dipendenti nel periodo compreso tra il 3 dicembre 2018 e il 2 dicembre 2019, a seguito della parziale cessazione dell’attività aziendale. 

Le cause di tale decisione risiedono nella situazione di crisi che Pernigotti sta attraversando, determinata dal calo dei volumi di vendita e dal correlato decremento del fatturato che l’azienda non è riuscita a contrastare nonostante le azioni finora implementate a sostegno del business. 

Il piano, preannunciato dalla società ieri alle Organizzazioni Sindacali e alla Rsu di Pernigotti, prevede interventi sia di carattere economico che di carattere organizzativo. I primi consisteranno nell’immediata cessazione di attività inefficienti che hanno finora impattato negativamente sul conto economico dell’azienda e sul fabbisogno finanziario di breve e medio periodo. La seconda tipologia di interventi riguarderà la riorganizzazione di alcune attività al fine di ottenere una maggiore efficienza e di conseguenza impatti positivi sia sul risultato economico che sui flussi di cassa. 

Nel dettaglio saranno ridefinite iniziative commerciali, verranno centralizzate le attività amministrative e di backoffice e si procederà alla cessazione delle attività produttive presso lo stabilimento di Novi Ligure. 

A garanzia della salvaguardia di un brand storico come Pernigotti, l’azienda continuerà nella distribuzione e commercializzazione dei prodotti alimentari, mentre procederà all’individuazione di partner eccellenti a cui affidare la produzione dei propri articoli, avendo cura di salvaguardare la qualità e l’attenzione alle materie prime che da sempre caratterizzano l’offerta del brand Pernigotti. 

L’azienda intraprenderà tutte le azioni necessarie a limitare quanto più possibile le conseguenze sociali di questo piano. Pertanto l’azienda esplorerà e valuterà tutte le ipotesi, adoperandosi affinché il personale possa essere ricollocato presso aziende operanti nel medesimo settore o terzisti durante o al termine del periodo di CIGS, nel pieno rispetto della procedura. 

alb 

alberto.chimenti@mfdowjones.it 

 

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November 07, 2018 11:49 ET (16:49 GMT)

Bankitalia: titoli pubblici in portafogli famiglie ai minimi da 1950

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La discesa dei tassi d’interesse degli ultimi anni è tra le motivazioni della caduta al 7% del peso dei titoli nella ricchezza finanziaria degli italiani, dal 30% del 1990. Oggi la quota dei titoli è al livello minimo da quando sono disponibili le statistiche (1950). 

E’ quanto emerge da uno studio di Bankitalia sulla ricchezza delle 

famiglie italiane. L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55% del Pil nel 1980 al 111% nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche. Dal 1996 il ruolo guida dei titoli pubblici si è perso progressivamente, in favore delle emissioni di titoli bancari. 

I depositi bancari e postali- inclusivi del circolante – costituiscono il 31% della ricchezza finanziaria; rappresentano la forma principale di investimento per le famiglie. È un dato ricorrente nella storia italiana, se si fa eccezione per i periodi di forti rialzi della Borsa, quando le azioni/partecipazioni sono diventate il primo strumento: è stato questo il caso all’apice della bolla delle dot.com, e dell’intervallo 2005-2007, prima della crisi finanziaria globale 

Il 24% della ricchezza delle famiglie comprende sia azioni quotate sia azioni e partecipazioni non quotate, da sempre rilevanti in Italia, data la diffusione delle piccole imprese non quotate o a capitale non azionario, la cui proprietà è mantenuta dalle famiglie che le gestiscono. Azioni e partecipazioni avevano un peso consistente all’inizio degli anni Sessanta, quando arrivarono a toccare il 35% delle attività finanziarie. 

I fondi comuni, introdotti in Italia nel 1983, con un forte ritardo rispetto all’esperienza storica di altri paesi, pesano oggi per il 12% del totale della ricchezza finanziaria delle famiglie. I fondi avevano raggiunto la massima incidenza sulla ricchezza – 18% – alla fine della bolla del mercato azionario del 1995-2000. 

Gli strumenti assicurativi e pensionistici privati sono al massimo storico del 23% del totale della ricchezza finanziaria, in virtù di una crescita costante, iniziata negli anni Novanta, in occasione delle prime riforme del sistema pensionistico pubblico. Fino ad allora le riserve tecniche assicurative e i fondi pensione non avevano superato il 10% della ricchezza finanziaria. Pur essendo cresciuti a un tasso annuo medio superiore alle due cifre tra il 1995 e il 2016, i fondi pensione alla fine del 2017 pesavano meno del 4% della ricchezza delle famiglie, mentre le polizze assicurative del ramo vita erano pari a circa il 16%. Quasi il 4 per cento della ricchezza era rappresentata da fondi per il trattamento di fine rapporto di lavoro (TFR). Le riserve assicurative del ramo danni pesavano per meno dell’1% . 

In sintesi, il calo della componente obbligazionaria nella ricchezza delle famiglie si è accompagnato a una ricomposizione verso i prodotti del risparmio gestito. L’aggregato – che include fondi comuni e strumenti assicurativi e pensionistici – ha raggiunto il 35% del portafoglio delle famiglie, superando ormai da anni i valori toccati all’apice del ciclo favorevole della Borsa del 1995-2000. 

pev 

eva.palumbo@mfdowjones.it 

 

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November 07, 2018 12:13 ET (17:13 GMT)

Berkshire Hathaway: Warren Buffett potrebbe comprare anche Goldman Sachs ma non fa più shopping. Un avvertimento?

Il rifiuto di fare shopping è tanto più inquietante se si considera il mantra del guru di Omaha: “Abbiate paura quando gli altri sono avidi e avidi quando gli altri …

Berkshire Hathaway, il colosso americano fondato da Warren Buffett, ha appena annunciato un risultato di bilancio di tutto rispetto, con utili di quasi $7 miliardi. Buffett stesso continua a sedere su una montagna di cash per un valore superiore a $100 miliardi.

Berkshire-Buffett si conferma tuttavia un caso curioso, spiega Simon Black, autore della newsletter SovereignMan.com:  questo perchè, fa notare Black, il gigante ha “soldi a sufficienza per acquistare qualsiasi azienda desideri, in qualsiasi posto nel mondo”. Ma, “nonostante questo, l’unico shopping rilevante che Buffett ha fatto nel corso dell’ultimo trimestre è stato acquistare i titoli della stessa Berkshire Hathaway”.

“Qualcuno potrebbe dire che questo è un segnale che dimostrerebbe che il titolo Berkshire sia incredibilmente sottovalutato”. Tuttavia, l’opinione dell’autore della newsletter è che “è chiaro che Buffett, semplicemente, non riesce a trovare niente che al momento valga la pena di comprare“.

Con quei $100 miliardi di cash, il guru di Omaha potrebbe acquistare ognuna delle 451 società che fanno parte dei 500 gruppi più grandi degli Stati Uniti. Come “Nike, Starbucks, Goldman Sachs”.

Così come potrebbe decidere di puntare su un gruppo non quotato in borsa (a tal proposito, l’ultima volta fu quando rilevò Precision Castparts nel 2016, per $32 miliardi).

Invece, oltre a procedere al buyback azionario dei titoli Berkshire Hathaway, sta piuttosto vedendo azioni, come quelle di USG e IBM. E la riflessione di Simon Black porta il sito zerohedge a sentenziare che praticamente quello di Warren Buffett sia un avvertimento su come tutte le azioni siano diventate, ormai, troppo costose.

Tanto più che viene ricordato il mantra di Buffett: “Abbiate paura quando gli altri sono avidi e avidi quando gli altri hanno paura”.

Rifiutandosi di fare shopping, Buffett ha semplicemente deciso di rimanere fedele al suo mantra? Sicuramente, il numero di chi ritiene che i mercati abbiano corso troppo nei mesi precedenti sta aumentando e i risultati delle elezioni midterm Usa potrebbero fomentare nuovi timori, visto che un Congresso diviso a metà renderà più incerto l’iter legislativo delle riforme che il presidente Donald Trump ha in mente. Rendendo di conseguenza più incerti, secondo alcuni analisti, gli stessi investitori.

 

Dossier: il mistero dell’energia gratuita che ci tengono nascosta

politicamentescorretto.info 7.11.18

Marconi ideò un raggio che fermava i mezzi a motore. Mussolini lo voleva, il Vaticano lo bloccò. Da quelle ricerche altri scienziati crearono l’alternativa a petrolio e nucleare. Nel 1999 l’invenzione stava per essere messa sul mercato, ma poi tutto fu insabbiato.
di Rino Di Stefano, da rinodistefano.com
L’energia pulita tanto auspicata dal presidente Obama dopo il disastro ambientale del Golfo del Messico forse esiste già da un pezzo, ma qualcuno la tiene nascosta per inconfessabili interessi economici.
Ma non solo. Negli anni Settanta, infatti, un gruppo di scienziati italiani ne avrebbe scoperto il segreto, ma questa nuova e stupefacente tecnologia, che di fatto cambierebbe l’economia mondiale archiviando per sempre i rischi del petrolio e del nucleare, sarebbe stata volutamente occultata nella cassaforte di una misteriosa fondazione religiosa con sede nel Liechtenstein, dove si troverebbe tuttora. Sembra davvero la trama di un giallo internazionale l’incredibile storia che si nasconde dietro quella che, senza alcun dubbio, si potrebbe definire la scoperta epocale per eccellenza, e cioè la produzione di energia pulita senza alcuna emissione di radiazioni dannose. In altre parole, la realizzazione di un macchinario in grado di dissolvere la materia, intendendo con questa definizione qualunque tipo di sostanza fisica, producendo solo ed esclusivamente calore.
UNA SCOPERTA PER CASO
Come ogni giallo che si rispetti, l’intricata vicenda che si nasconde dietro la genesi di questa scoperta è stata svelata quasi per caso. Lo ha fatto un imprenditore genovese che una decina d’anni fa si è trovato ad avere rapporti di affari con la fondazione che nasconde e gestisce il segreto di quello che, per semplicità, chiameremo “il raggio della morte”. E sì, perché la storia che stiamo per svelare nasce proprio da quello che, durante il fascismo, fu il mito per eccellenza: l’arma segreta che avrebbe rivoluzionato il corso della seconda guerra mondiale. Sembrava soltanto una fantasia, ma non lo era. In quegli anni si diceva che persino Guglielmo Marconi stesse lavorando alla realizzazione del “raggio della morte”. La cosa era solo parzialmente vera. Secondo quanto Mussolini disse al giornalista Ivanoe Fossati durante una delle sue ultime interviste, Marconi inventò un apparecchio che emetteva un raggio elettromagnetico in grado di bloccare qualunque motore dotato di impianto elettrico. Tale raggio, inoltre, mandava in corto circuito l’impianto stesso, provocandone l’incendio. Lo scienziato dette una dimostrazione, alla presenza del duce del fascismo, ad Acilia, sulla strada di Ostia, quando bloccò auto e camion che transitavano sulla strada. A Orbetello, invece, riuscì a incendiare due aerei che si trovavano ad oltre due chilometri di distanza. Tuttavia, dice sempre Mussolini, Marconi si fece prendere dagli scrupoli religiosi. Non voleva essere ricordato dai posteri come colui che aveva provocato la morte di migliaia di persone, bensì solo come l’inventore della radio. Per cui si confidò con papa Pio XI, il quale gli consigliò di distruggere il progetto della sua invenzione. Cosa che Marconi si affretto a fare, mandando in bestia Mussolini e gerarchi. Poi, forse per il troppo stress che aveva accumulato in quella disputa, nel 1937 improvvisamente venne colpito da un infarto e morì a soli 63 anni.
La fine degli anni Trenta fu comunque molto prolifica da un punto di vista scientifico. Per qualche imperscrutabile gioco del destino, pare che la fantasia e la creatività degli italiani non fu soltanto all’origine della prima bomba nucleare realizzata negli Stati Uniti da Enrico Fermi e da i suoi colleghi di via Panisperna; altri scienziati, continuando gli studi sulla scissione dell’atomo, trovarono infatti il modo di “produrre ed emettere sino a notevoli distanze anti-atomi di qualsiasi elemento esistente sul nostro pianeta che, diretti contro una massa costituita da atomi della stessa natura ma di segno opposto, la disgregano ionizzandola senza provocare alcuna reazione nucleare, ma producendo egualmente una enorme quantità di energia pulita”.
Tanto per fare un esempio concreto, ionizzando un grammo di ferro si sviluppa un calore pari a 24 milioni di KWh, cioè oltre 20 miliardi di calorie, capaci di evaporare 40 milioni di litri d’acqua. Per ottenere un uguale numero di calorie, occorrerebbe bruciare 15mila barili di petrolio. Sembra quasi di leggere un racconto di fantascienza, ma è soltanto la pura e semplice realtà. Almeno quella che i documenti in possesso dell’imprenditore genovese Enrico M. Remondini dimostrano.
LA TESTIMONIANZA
“Tutto è cominciato – racconta Remondini – dal contatto che nel 1999 ho avuto con il dottor Renato Leonardi, direttore della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, con sede a Vaduz, capitale del Liechtenstein. Il mio compito era quello di stipulare contratti per lo smaltimento di rifiuti solidi tramite le Centrali Termoeletriche Polivalenti della Fondazione Internazionale Pace e Crescita. Non mi hanno detto dove queste centrali si trovassero, ma so per certo che esistono. Altrimenti non avrebbero fatto un contratto con me. In quel periodo, lavoravo con il mio collega, dottor Claudio Barbarisi. Per ogni contratto stipulato, la nostra percentuale sarebbe stata del 2 per cento. Tuttavia, per una clausola imposta dalla Fondazione stessa, il 10 per cento di questa commissione doveva essere destinata a favore di aiuti umanitari. Considerando che lo smaltimento di questi rifiuti avveniva in un modo pressoché perfetto, cioè con la ionizzazione della materia senza produzione di alcuna scoria, sembrava davvero il modo ottimale per ottenere il risultato voluto. Tuttavia, improvvisamente, e senza comunicarci il perché, la Fondazione ci fece sapere che le loro centrali non sarebbero più state operative. E fu inutile chiedere spiegazioni. Pur avendo un contratto firmato in tasca, non ci fu nulla da fare. Semplicemente chiusero i contatti”.
Remondini ancora oggi non conosce la ragione dell’improvviso voltafaccia. Ha provato a telefonare al direttore Leonardi, che tra l’altro vive a Lugano, ma non ha mai avuto una spiegazione per quello strano comportamento. Inutili anche le ricerche per vie traverse: l’unica cosa che è riuscito a sapere è che la Fondazione è stata messa in liquidazione. Per cui è ipotizzabile che i suoi segreti adesso siano stati trasferiti ad un’altra società di cui, ovviamente, si ignora persino il nome. Ciò significa che da qualche parte sulla terra oggi c’è qualcuno che nasconde il segreto più ambito del mondo: la produzione di energia pulita ad un costo prossimo allo zero.
Nonostante questo imprevisto risvolto, in mano a Remondini sono rimasti diversi documenti strettamente riservati della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, per cui alla fine l’imprenditore si è deciso a rendere pubblico ciò che sa su questa misteriosa istituzione. Per capire i retroscena di questa tanto mirabolante quanto scientificamente sconosciuta scoperta, occorre fare un salto indietro nel tempo e cercare di ricostruire, passo dopo passo, la cronologia dell’invenzione. Ad aiutarci è la relazione tecnico-scientifica che il 25 ottobre 1997 la Fondazione Internazionale Pace e Crescita ha fatto avere soltanto agli addetti ai lavori. Ogni foglio, infatti, è chiaramente marcato con la scritta “Riproduzione Vietata”. Ma l’enormità di quanto viene rivelato in quello scritto giustifica ampiamente il non rispetto della riservatezza richiesta.
Il “raggio della morte”, infatti, pur essendo stato concepito teoricamente negli anni Trenta, avrebbe trovato la sua base scientifica soltanto tra il 1958 e il 1960. Il condizionale è d’obbligo in quanto riportiamo delle notizie scritte, ma non confermate dalla scienza ufficiale. Non sappiamo da chi era composto il gruppo di scienziati che diede vita all’esperimento: i nomi non sono elencati. Sappiamo invece che vi furono diversi tentativi di realizzare una macchina che corrispondesse al modello teorico progettato, ma soltanto nel 1973 si arrivò ad avere una strumentazione in grado di “produrre campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti, in modo da colpire qualsiasi materia, ionizzandola a distanza ed in quantità predeterminate”.
IL VIA DAL GOVERNO ANDREOTTI
Fu a quel punto che il governo italiano cominciò ad interessarsi ufficialmente a quegli esperimenti. E infatti l’allora governo Andreotti, prima di passare la mano a Mariano Rumor nel luglio del ’73, incaricò il professor Ezio Clementel, allora presidente del Comitato per l’energia nucleare (CNEN), di analizzare gli effetti e la natura di quei campi magnetici a fascio. Clementel, trentino originario di Fai e titolare della cattedra di Fisica nucleare alla facoltà di Scienze dell’Università di Bologna, a quel tempo aveva 55 anni ed era uno dei più noti scienziati del panorama nazionale e internazionale. La sua responsabilità, in quella circostanza, era grande. Doveva infatti verificare se quel diabolico raggio avesse realmente la capacità di distruggere la materia ionizzandola in un’esplosione di calore. Anche perché non ci voleva molto a capire che, qualora l’esperimento fosse riuscito, si poteva fare a meno dell’energia nucleare e inaugurare una nuova stagione energetica non soltanto per l’Italia, ma per il mondo intero. Tanto per fare un esempio, questa tecnologia avrebbe permesso la realizzazione di nuovi e potentissimi motori a razzo che avrebbero letteralmente rivoluzionato la corsa allo spazio, permettendo la costruzione di gigantesche astronavi interplanetarie.
Il professor Clementel ordinò quindi quattro prove di particolare complessità. La prima consisteva nel porre una lastra di plexiglas a 20 metri dall’uscita del fascio di raggi, collocare una lastra di acciaio inox a mezzo metro dietro la lastra di plexiglass e chiedere di perforare la lastra d’acciaio senza danneggiare quella di plexiglass. La seconda prova consisteva nel ripetere il primo esperimento, chiedendo però di perforare la lastra di plexiglass senza alterare la lastra d’acciaio. Il terzo esame era ancora più difficile: bisognava porre una serie di lastre d’acciaio a 10, 20 e 40 metri dall’uscita del fascio di raggi, chiedendo di bucare le lastre a partire dall’ultima, cioè quella posta a 40 metri. Nella quarta e ultima prova si doveva sistemare una pesante lastra di alluminio a 50 metri dall’uscita del fascio di raggi, chiedendo che venisse tagliata parallelamente al lato maggiore.
Ebbene, tutte e quattro le prove ebbero esito positivo e il professor Clementel, considerando che la durata dell’impulso dei raggi era minore di 0,1 secondi, valutò la potenza, ipotizzando la vaporizzazione del metallo, a 40.000 KW e la densità di potenza pari a 4.000 KW per centimetro quadrato. In realtà, venne spiegato a sperimentazione compiuta, l’impulso dei raggi aveva avuto la durata di un nano secondo e poteva ionizzare a distanza “forma e quantità predeterminate di qualsiasi materia”.
Tra l’altro all’esperimento aveva assistito anche il professor Piero Pasolini, illustre fisico e amico di un’altra celebrità scientifica qual è il professor Antonino Zichichi. In una sua relazione, Pasolini parlò di “campi magnetici, gravitazionali ed elettrici interagenti che sviluppano atomi di antimateria proiettati e focalizzati in zone di spazio ben determinate anche al di là di schemi di materiali vari, che essendo fuori fuoco si manifestano perfettamente trasparenti e del tutto indenni”.
In pratica, ma qui entriamo in una spiegazione scientifica un po’ più complessa, gli scienziati italiani che avevano realizzato quel macchinario, sarebbero riusciti ad applicare la teoria di Einstein sul campo unificato, e cioè identificare la matrice profonda ed unica di tutti i campi di interazione, da quello forte (nucleare) a quello gravitazionale. Altri fisici in tutto il mondo ci avevano provato, ma senza alcun risultato. Gli italiani, a quanto pare, c’erano riusciti.
L’INSABBIAMENTO
In un Paese normale (ma tutti sappiamo che il nostro non lo è) una simile scoperta sarebbe stata subito messa a frutto. Non ci vuole molta fantasia per capire le implicazioni industriali ed economiche che avrebbe portato. Anche perché, quella che a prima vista poteva sembrare un’arma di incredibile potenza, nell’uso civile poteva trasformarsi nel motore termico di una centrale che, a costi bassissimi, poteva produrre infinite quantità di energia elettrica.
Perché, dunque, questa scoperta non è stata rivelata e utilizzata? La ragione non viene spiegata. Tutto quello che sappiamo è che i governi dell’epoca imposero il segreto sulla sperimentazione e che nessuno, almeno ufficialmente, ne venne a conoscenza. Del resto nel 1979 il professor Clementel morì prematuramente e si portò nella tomba il segreto dei suoi esperimenti. Ma anche dietro Clementel si nasconde una vicenda piuttosto strana e misteriosa. Pare, infatti, che le sue idee non piacessero ai governanti dell’epoca. Non si sa esattamente quale fosse la materia del contendere, ma alla luce della straordinaria scoperta che aveva verificato, è facile immaginarlo. Forse lo scienziato voleva rendere pubblica la notizia, mentre i politici non ne volevano sapere. Chissà? Ebbene, qualcuno trovò il sistema per togliersi di torno quello scomodo presidente del CNEN. Infatti venne accertato che la firma di Clementel appariva su registri di esame all’Università di Trento, della quale all’epoca era il rettore, in una data in cui egli era in missione altrove. Sembrava quasi un errore, una svista. Ma gli costò il carcere, la carriera e infine la salute. Lo scienziato capì l’antifona, e non disse mai più nulla su quel “raggio della morte” che gli era costato così tanto caro. A Clementel è dedicato il Centro Ricerche Energia dell’ENEA a Bologna.
C’è comunque da dire che già negli anni Ottanta qualcosa venne fuori riguardo un ipotetico “raggio della morte”. Il primo a parlarne fu il giudice Carlo Palermo che dedicò centinaia di pagine al misterioso congegno, affermando che fu alla base di un intricato traffico d’armi. La storia coinvolse un ex colonnello del Sifar e del Sid, Massimo Pugliese, ma anche esponenti del governo americano (allora presieduto da Gerald Ford), i parlamentari Flaminio Piccoli (Dc) e Loris Fortuna (Psi), nonché una misteriosa società con sede proprio nel Liechtenstein, la Traspraesa. La vicenda durò dal 1973 al 1979, quando improvvisamente calò una cortina di silenzio su tutto quanto.
Erano comunque anni difficili. L’Italia navigava nel caos. Gli attentati delle Brigate Rosse erano all’ordine del giorno, la società civile soffocava nel marasma, i servizi segreti di mezzo mondo operavano sul nostro territorio nazionale come se fosse una loro riserva di caccia. Il 16 marzo 1978 i brigatisti arrivarono al punto di rapire il Presidente del Consiglio Nazionale della Dc, Aldo Moro, uccidendo i cinque poliziotti della scorta in un indimenticabile attentato in via Fani, a Roma. E tutti ci ricordiamo come andò a finire. Tre anni dopo, il 13 maggio 1981, il terrorista turco Mehmet Alì Agca in piazza San Pietro ferì a colpi di pistola Giovanni Paolo II.
E’ in questo contesto, che il “raggio della morte” scomparve dalla scena. Del resto, ammesso che la scoperta avesse avuto una consistenza reale, chi sarebbe stato in grado di gestire e controllare gli effetti di una rivoluzione industriale e finanziaria che di fatto avrebbe cambiato il mondo? Non ci vuole molto, infatti, ad immaginare quanti interessi quell’invenzione avrebbe danneggiato se soltanto fosse stata resa pubblica. In pratica, tutte le multinazionali operanti nel campo del petrolio e dell’energia nucleare avrebbero dovuto chiudere i battenti o trasformare da un giorno all’altro la loro produzione. Sarebbe veramente impossibile ipotizzare una cifra per quantificare il disastro economico che la nuova scoperta italiana avrebbe portato.
Ma queste sono solo ipotesi. Ciò che invece risulta riguarda la decisione presa dagli autori della scoperta. Infatti, dopo anni di traversie e inutili tentativi per far riconoscere ufficialmente la loro invenzione, probabilmente temendo per la loro vita e per il futuro della loro strumentazione, questi scienziati consegnarono il frutto del loro lavoro alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che l’11 aprile 1996 venne costituita apposta, verosimilmente con il diretto appoggio logistico-finanziario del Vaticano, a Vaduz, ben al di fuori dei confini italiani. In quel momento il capitale sociale era di appena 30mila franchi svizzeri (circa 20mila Euro). “Sembra anche a noi – si legge nella relazione introduttiva alle attività della Fondazione – che sia meglio costruire anziché distruggere, non importa quanto possa essere difficile, anche se per farlo occorrono molto più coraggio e pazienza, assai più fantasia e sacrificio”.
A prescindere dal fatto che non si trova traccia ufficiale di questa fantomatica Fondazione, se non la notizia (in tedesco) che il primo luglio del 2002 è stata messa in liquidazione, parrebbe che a suo tempo l’organizzazione fosse stata costituita in primo luogo per evitare che un’invenzione di quella portata fosse utilizzata solo per fini militari. Del resto anche i missili balistici (con quello che costano) diventerebbero ben poca cosa se gli eserciti potessero disporre di un macchinario che, per distruggere un obiettivo strategico, necessiterebbe soltanto di un sistema di puntamento d’arma.
Secondo voci non confermate, la decisione degli scienziati italiani sarebbe maturata dopo una serie di minacce che avevano ricevuto negli ambienti della capitale. Ad un certo punto si parla pure di un attentato con una bomba, sempre a Roma. Si dice che, per evitare ulteriori brutte sorprese, quegli scienziati si appellarono direttamente a Papa Giovanni Paolo II e la macchina che produce il “raggio della morte” venisse nascosta per qualche tempo in Vaticano. Da qui la decisione di istituire la fondazione e di far emigrare tutti i protagonisti della vicenda nel più tranquillo Liechtenstein. In queste circostanze, forse non fu un caso che proprio il 30 marzo 1979 il Papa ricevette in Vaticano il Consiglio di Presidenza della Società Europea di Fisica, riconoscendo, per la prima volta nella storia della Chiesa, in Galileo Galilei (1564-1642) lo scopritore della Logica del Creato. Comunque sia, da quel momento in poi, la parola d’ordine è stata mantenere il silenzio assoluto.
LE MACCHINE DEL FUTURO
Qualcosa, però, nel tempo è cambiata. Lo prova il fatto che la Fondazione Internazionale Pace e Crescita non si sarebbe limitata a proteggere gli scienziati cristiani in fuga, ma nel periodo tra il 1996 e il 1999 avrebbe proceduto a realizzare per conto suo diverse complesse apparecchiature che sfruttano il principio del “raggio della morte”. Secondo la loro documentazione, infatti, è stata prodotta una serie di macchinari della linea Zavbo pronti ad essere adibiti per più scopi. L’elenco comprende le SRSU/TEP (smaltimento dei rifiuti solidi urbani), SRLO/TEP (smaltimento dei rifiuti liquidi organici), SRTP/TEP (smaltimento dei rifiuti tossici), SRRZ/TEP (smaltimento delle scorie radioattive), RCC (compattazione rocce instabili), RCZ (distruzione rocce pericolose), RCG (scavo gallerie nella roccia), CLS (attuazione leghe speciali), CEN (produzione energia pulita).
A quest’ultimo riguardo, nella documentazione fornita da Remondini si trovano anche i piani per costruire centrali termoelettriche per produrre energia elettrica a bassissimo costo, smaltendo rifiuti. C’è tutto, dalle dimensioni all’ampiezza del terreno necessario, come si costruisce la torre di ionizzazione e quante persone devono lavorare (53 unità) nella struttura. Un’ìntera centrale si può fare in 18 mesi e potrà smaltire fino a 500 metri cubi di rifiuti al giorno, producendo energia elettrica con due turbine Ansaldo . C’è anche un quadro economico (in milioni di dollari americani) per calcolare i costi di costruzione. Nel 1999 si prevedeva che una centrale di questo tipo sarebbe costata 100milioni di dollari. Una peculiarità di queste centrali è che il loro aspetto è assolutamente fuorviante. Infatti, sempre guardando i loro progetti, si nota che all’esterno appaiono soltanto come un paio di basse palazzine per uffici, circondate da un ampio giardino con alberi e fiori. La torre di ionizzazione, dove avviene il processo termico, è infatti completamente interrata per una profondità di 15 metri. In pratica, un pozzo di spesso cemento armato completamente occultato alla vista. In altre parole, queste centrali potrebbero essere ovunque e nessuno ne saprebbe niente.
Da notare che, secondo le ricerche compiute dalla International Company Profile di Londra, una società del Wilmington Group Pic, leader nel mondo per le informazioni sul credito e quotata alla Borsa di Londra, la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, fin dal giorno della sua registrazione a Vaduz, non ha mai compiuto alcun tipo di operazione finanziaria nel Liechtenstein, né si conosce alcun dettaglio del suo stato patrimoniale o finanziario, in quanto la legge di quel Paese non prevede che le Fondazioni presentino pubblicamente i propri bilanci o i nomi dei propri fondatori. Si conosce l’indirizzo della sede legale, ma si ignora quale sia stato quello della sede operativa e il tipo di attività che la Fondazione ha svolto al di fuori dei confini del Liechtenstein. Ovviamente mistero assoluto su quanto sia accaduto dopo il primo luglio del 2002 quando, per chissà quali ragioni, ma tutto lascia supporre che la sicurezza non sia stata estranea alla decisione, la Fondazione ufficialmente ha chiuso i battenti.
Ancora più strabiliante è l’elenco dei clienti, o presunti tali, fornito a Remondini. In tutto 24 nomi tra i quali spiccano i maggiori gruppi siderurgici europei, le amministrazioni di due Regioni italiane e persino due governi: uno europeo e uno africano. Da notare che, in una lettera inviata dalla Fondazione a Remondini, si parla di proseguire con i contatti all’estero, ma non sul territorio nazionale “a causa delle problematiche in Italia”. Ma di quali “problematiche” si parla? E, soprattutto, com’è che una scoperta di questo tipo viene utilizzata quasi sottobanco per realizzare cose egregie (pensiamo soltanto alla produzione di energia elettrica e allo smaltimento di scorie radioattive), mentre ufficialmente non se ne sa niente di niente?
Interpellato sul futuro della scoperta da Remondini, il professor Nereo Bolognani, eminenza grigia della Fondazione Internazionale Pace e Crescita, ha detto che “verrà resa nota quando Dio vorrà”. Sarà pure, ma di solito non è poi così facile conoscere in anticipo le decisioni del Padreterno. Neppure con la santa e illustre mediazione del Vaticano.
Quale giornalista professionista che si è occupato di questa incredibile storia, mi sento in dovere di pubblicare alcuni documenti che possano provare al lettore l’attendibilità delle notizie che ho esposto. Si tratta della relazione tecnica di cui sono venuto in possesso. Una relazione, sia ben chiaro, che non dimostra affatto la realtà di quanto la Fondazione Internazionale Pace e Crescita asserisce nella sua documentazione, ma soltanto l’esistenza dei contenuti citati nell’articolo. E’ chiaro, infatti, che la reale consistenza dei fatti dovrebbe essere verificata dai fisici e certamente non da un giornalista la cui responsabilità resta quella di informare nel modo più serio e professionale possibile.
RELAZIONE TECNICO-SCIENTIFICA DELLA FONDAZIONE INTERNAZIONALE PACE E CRESCITA [PDF, 4,62 MB]
RELAZIONE ILLUSTRATIVA DELLA FONDAZIONE INTERNAZIONALE PACE E CRESCITA [PDF, 13,5 MB]
IL CONTRATTO DI E. M. REMONDINI [PDF, 1,24 MB]
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INTERVISTA AL TESTIMONE
«Dissero che il segreto non doveva finire nelle mani dei militari»
Enrico Remondini non è un uomo di molte parole. La sua esperienza con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita, a undici anni di distanza, è ormai un ricordo tra i risvolti della memoria. Alcuni mesi di lavoro, vissuti anche con un certo entusiasmo, poi i contatti si sono chiusi lasciandogli, oltre ad una certa perplessità per il modo in cui sono stati interrotti, anche un velo di amarezza. Aveva condiviso, ammette, i fini umanitari della Fondazione; per cui non comprendeva, e non comprende ancora oggi, il motivo per cui l’operazione non sia stata portata a termine. Soprattutto, però, gli è rimasta dentro una fortissima curiosità: quanto c’era di vero in quello che gli avevano detto?
Signor Remondini, come e quando è entrato in contatto con la Fondazione Internazionale Pace e Crescita?
“Fu nei primi mesi ndel 1999, mi pare, e in modo del tutto fortuito. Mi trovavo a Lugano per lavoro e un amico me ne parlò. Non era una notizia di dominio pubblico, per cui ero incuriosito. In seguito il mio amico mi fece incontrare il direttore della Fondazione, il dottor Renato Leonardi, e a lui chiesi se potevo collaborare con loro”.
Non furono dunque loro a cercarla…
“No, fui io che ne feci richiesta. In un primo tempo pensavo di poter lavorare nelle pubbliche relazioni, ma ben presto mi resi conto che a loro non interessava quel settore. Leonardi, invece, mi chiese di fare alcune traduzioni e, a questo riguardo, mi diede diversi documenti. Gli stessi che adesso, non esistendo più la Fondazione, ho deciso di rendere pubblici”.
La sua collaborazione si fermò alle traduzioni?
“No, successivamente decisi di instaurare un rapporto più imprenditoriale. Per cui venni presentato al professor Nereo Bolognani, presidente della Fondazione. Ci incontravamo a Milano, nella hall di un albergo vicino alla stazione centrale. Fu lui a spiegarmi che le centrali polivalenti della Fondazione erano in grado di smaltire in modo ottimale un certo tipo di scorie. Soprattutto di tipo metallico. Per cui, insieme ad un mio amico, mi feci dare un mandato dalla Fondazione stessa per procurare questo tipo di scorie. Fu un periodo molto breve, perché riuscimmo a prendere contatti con uno solo dei nominativi che ci erano stati forniti. Si trattava di una grossa acciaieria italiana che aveva problemi per lo smaltimento delle scorie metalliche. Noi ci facemmo consegnare un campione e lo passammo a Bolognani perché lo facesse esaminare e ci dicesse se l’affare poteva essere avviato. Ma accadde qualcosa prima di avere l’esito di quelle analisi…”.
E cioè?
“La moglie di Bolognani morì di un brutto male e per qualche tempo non riuscimmo a metterci in contatto con lui. Pensavamo che, dopo un certo periodo, si sarebbe ripreso e avremmo continuato la normale attività lavorativa. Ma le cose non andarono così. E’ probabile, direi quasi certo, che contemporaneamente a quel lutto avvenne anche qualche altro cambiamento interno alla Fondazione. Comunque sia, nonostante avessimo un mandato firmato in tasca, non riuscimmo più a metterci in contatto con loro. Tutto quello che so è che Bolognani, dopo la morte della moglie, si era trasferito da Roma, dove abitava. Ma ignoro dove. Provai anche a chiamare Leonardi, a Lugano, ma fu inutile. Una volta riuscii anche a parlargli, ma era molto evasivo e non volle dirmi nulla. In seguito venni a sapere che la Fondazione era stata messa in liquidazione”.
Eppure lei aveva lavorato per loro, avrà avuto anche delle spese. Gliele hanno mai rimborsate?
“No, e non gliele ho mai chieste. Ripeto, abbiamo preso solo un contatto, per cui si trattava di poca cosa. Non mi è sembrato che ne valesse la pena. Tra l’altro, avevo sempre avuto un buon rapporto con loro e non volevo rovinarlo per così poco”.
Tuttavia nei suoi confronti non hanno mostrato molta chiarezza. Ha mai provato a farsi dire qualcosa in più circa la loro attività? Dopotutto, visto che contattavano industrie ed enti pubblici, non si può dire che il loro segreto non fosse divulgato…
“Sì, una volta ho avuto una conversazione di questo tipo con Bolognani. Devo dire che era una persona molto corretta e molto religiosa. Mi spiegò che lo scopo della Fondazione era quello di evitare che una scoperta scientifica come quella che loro gestivano finisse nelle mani dei militari, diventando causa di morte. Poi aggiunse che un giorno, quando Dio vorrà, questo segreto verrà reso pubblico”.
E le basta?
“No, però capisco il fine. E per molti versi lo condivido”.
R.D.S.
AI LETTORI
Confucio, celebre filosofo cinese, diceva che prima di scrivere bisogna sedersi, raccogliere le idee, rifletterci sopra e quindi pensare a come esporre il proprio pensiero. Poi, finalmente, si può cominciare a mettere nero su bianco quanto intendiamo comunicare per iscritto. Ciò vale tanto per i professionisti della penna, come il sottoscritto, quanto per chiunque altro. Ma molti, purtroppo, non seguono i saggi consigli di Confucio. Anzi, si mettono di fronte ad un foglio di carta (o a un video) e tirano giù qualunque cosa passi loro per la testa. Ne sono un buon esempio certi lettori del “Giornale” che in questi giorni, dopo aver letto il mio articolo sull’energia, hanno preso d’assalto il sito Internet del quotidiano, gridando allo scandalo per quello che avevano letto. Visto che quanto avevo scritto non corrispondeva a quanto loro sapevano, semplicemente non poteva essere vero. Ovviamente non tutti sono stati così avventati, molti altri si sono incuriositi e hanno chiesto chiarimenti. Ma è ai primi che adesso voglio rivolgermi. Le accuse più frequenti sono state “scemenze, cazzate, non si possono scrivere cose di questo tipo, sono tutti si dice”, eccetera. Nessuno di questi signori si è domandato, invece, perché un autorevole quotidiano nazionale come “Il Giornale” abbia pubblicato un articolo di questo tipo. La verità è che tutto quanto è stato detto nell’articolo in questione, viene da un’ampia documentazione originale della “misteriosa” Fondazione Internazionale Pace e Crescita di Vaduz, nel Liechtenstein. Per la precisione da 30 documenti autentici (relazioni tecnico-scientifiche, piani industriali, relazioni illustrative, planimetrie), per un totale di 86 pagine. Nessun “si dice” o presunte illazioni, ma soltanto la fedele trascrizione di quanto è scritto in quei documenti. Ciò, però, non significa che io, come giornalista, o “Il Giornale” stesso, abbiamo sposato e avallato quelle notizie. Riportare dei fatti non vuol dire affatto assumersene la paternità. Siamo cronisti e, in quanto tali, portiamo a conoscenza dei lettori le notizie che riteniamo più interessanti e curiose. Ma ci limitiamo a riportarle, non certo a inventarcele e farle nostre. E il caso della Fondazione, come chiunque può notare, è davvero strano e insolito. Tanto più che la Fondazione non è il parto di una fantasia malata, bensì pura realtà.
Mi devo invece scusare per un paio di refusi contenuti nel pezzo. E mi riferisco a Pio XII invece di Pio XI e alle tre parole che sono saltate vicino al nome di Moro: la frase giusta era “il Presidente del Consiglio Nazionale della Dc, Aldo Moro”. Per il resto, tutto era come doveva essere.
Ovviamente, dopo aver pubblicato questo pezzo, era doveroso sentire l’altra campana, quella della scienza ufficiale. A questo riguardo, vi comunico che ho provveduto personalmente a portare la documentazione scientifica, relativa alla Fondazione Internazionale Pace e Crescita, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare affinché la esamini e ne esprima un giudizio. Quando avrò il risultato, sarà mia premura renderlo pubblico.
Con questo spero di aver dissipato ogni dubbio circa la mia personale serietà e quella del “Giornale” che ha ospitato l’articolo. “Giornale”, per inciso, nel quale ho trascorso 26 anni della mia vita professionale e con il quale continuo ad essere legato con un contratto di collaborazione in esclusiva.
Se poi ci sarà qualcuno che, nonostante tutto, vorrà continuare a scrivere sciocchezze nei miei confronti, si accomodi pure. Come dicevano gli antichi greci, contro la stupidità neanche gli Dei possono nulla. Figurarsi i giornalisti, compresi quelli che si sforzano di essere sempre seri e corretti.
R.D.S.
«Così l’Italia lavorò al raggio che crea energia dal nulla»
Alcuni documenti provano gli esperimenti fatti dallo scienziato Clementel negli anni 70. Ma ora nessuno può vedere il prodotto di quegli studi
di Rino Di Stefano – rinodistefano.com
(Il Giornale, Domenica 26 Settembre 2010)
Nell’Inverno del 1976 il governo italiano autorizzò il professor Ezio Clementel, presidente del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), ad effettuare una serie di esperimenti per verificare l’efficacia di una misteriosa macchina che emetteva un fascio di raggi in grado di annichilire la materia, producendo grandi quantità di energia. Giulio Andreotti aveva appena formato il suo terzo governo, un monocolore Dc che si reggeva sull’astensione di Pci, Psi, Psdi, Pri e Pli, dopo le elezioni del 20-21 giugno che avevano visto la vittoria di Dc e Pci.
La lettera con cui il professor Clementel inviava la sua relazione sulle prove da eseguirsi, è datata 26 novembre 1976 e indirizzata all’avvocato Loris Fortuna, Presidente della Commissione Industria, presso la Camera dei Deputati, in piazza del Parlamento 4, a Roma. Il socialista Fortuna era il deputato incaricato dal Presidente del Consiglio per seguire il lavoro di Clementel.
La relazione è composta da cinque facciate. Nella seconda, quella che segue la lettera di accompagnamento, c’è l’elenco delle cinque prove richieste dal protocollo, con i relativi dettagli. In sostanza, si trattava di far forare al fascio di raggi emesso dalla macchina, lastre di acciaio inox e alluminio poste a diverse distanze dall’obiettivo della macchina stessa. Nelle tre facciate successive, viene calcolata la potenza del raggio. In un altro documento di due facciate, il professor Clementel scrive di suo pugno, siglandole in calce, le sue conclusioni relative alla valutazione delle prove effettuate, all’energia e alla potenza del fascio, alla natura del fascio stesso.
Scrive il professor Clementel: “L’energia del fascio impiegato è stimabile tra i 150.000 e i 4 milioni di Joule (il joule è l’unità di misura dell’energia n.d.r.); i numeri dati corrispondono all’energia necessaria per fondere rispettivamente vaporizzare 144 grammi di acciaio inox. Una valutazione più precisa sarà forse possibile al termine delle analisi metallurgiche in corso per uno dei campioni di acciaio inox. Poiché, come risulta dalle prove, il fascio è quasi certamente di tipo impulsato, con durata degli impulsi minore di 0,1 secondi, occorrerebbe una esatta conoscenza di tale durata per poter determinare la potenza del fascio. Si può comunque dare una stima del limite inferiore della potenza in gioco, assumendo una durata dell’impulso pari a 0,1 secondi. Con tale valore, si ha una potenza totale del fascio di 1500 Kw/cmq nel caso della fusione del metallo; nel caso della vaporizzazione del metallo la potenza totale del fascio salirebbe a 40.000 Kw e la densità di potenza a 4000 Kw/cmq”.
IL DOCUMENTO
PROVE?
In alto, la pagina di presentazione e poi la pagina più importante del documento che il presidente del Comitato per l’Energia Nucleare, Ezio Clementel (ritratto nella foto in basso), spedì al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, per ragguagliarlo circa le prove che erano state fatte di una macchina che produce energia da un misterioso raggio. In basso la doppia pagina del Giornale del 6 luglio scorso quando ci siamo occupati per la prima volta del raggio che dà energia gratis. Il nostro articolo di quel giorno ha creato molto rumore, soprattutto su Internet. Con questa puntata raccontiamo gli sviluppi di una storia che presenta molti lati oscuri e anche per questo è molto affascinante.
E poi conclude: “Circa la natura, del fascio, le semplici prove effettuate non consentono una risposta sufficientemente precisa, anche se vi è qualche indicazione che porterebbe ad escludere alcune fra le sorgenti più comuni, quali ad esempio getto di plasma, fasci di particelle cariche accelerate, fasci di neutroni, eccetera. In ogni caso, anche nell’ipotesi non ancora escludibile di fascio laser, le energie e soprattutto le potenze in gioco, si porrebbero al di là dei limiti dell’attuale tecnologia. Si può in ogni caso escludere che si tratti di fasci di anti-particelle o di anti-atomi”.
Il professor Clementel fece fare delle riprese di quelle prove sulla misteriosa macchina e i filmati, insieme alla relazione, sono giunti integri fino a noi. Nelle scene in bianco e nero si vedono distintamente la macchina e la lastra di acciaio inox verso cui è diretto il fascio di raggi. Un attimo e un grande bagliore avvolge l’acciaio; quando le fiamme si diradano, appare il grosso foro sulla lastra
Il ritrovamento di questa documentazione a 34 anni di distanza, prova due cose. La prima è che nel 1976 la macchina che produce energia con un fascio di raggi, esisteva. La seconda è che quegli esperimenti, autorizzati dal governo, conferiscono un primo grado di attendibilità al dossier della Fondazione Internazionale Pace e Crescita di Vaduz, nel Liechtenstein, l’organizzazione che si proclamava proprietaria della fantastica tecnologia. Ma è proprio così? La Fondazione era realmente il soggetto che disponeva di questo macchinario? Non proprio.
Per saperne di più, abbiamo cercato la risposta a Civitella d’Agliano, un caratteristico borgo medioevale tra le colline di Lazio e Umbria, in provincia di Viterbo, dove si trova il villino dell’ingegner Aristide Saleppichi, uno dei primi tecnici a occuparsi della costruzione e dello sviluppo della misteriosa macchina. Saleppichi, ex direttore dello stabilimento Montedison di Terni, ha due lauree: una in ingegneria industriale meccanica e una in fisica. Ma non solo. L’ingegnere, che oggi ha 91 anni e mantiene una invidiabile e lucidissima mente, fa parte del gruppo che da quarant’anni gestisce la macchina. Secondo lui, il fatto che proprio adesso si cominci a parlare del misterioso macchinario, non è casuale. “Vede, io ho un concetto un po’ teologico degli avvenimenti – spiega – La fisica cammina. Ad un certo punto il Signore ci dice quando dobbiamo scoprire alcune cose. E’ come se qualcuno ci desse da mangiare un poco per volta. Questo dunque, potrebbe essere il momento giusto per affrontare l’argomento”.
Ed è proprio per fornire un chiarimento sulla vicenda, che l’ingegnere ha organizzato una riunione in casa sua tra lo staff di questo gruppo e il cronista che vi parla. “Quella tecnologia appartiene solo a noi. E, per essere più precisi, a Rolando Pelizza, colui che ha materialmente costruito la macchina a Chiari, in provincia di Brescia. – esordisce Pietro Panetta, ex imprenditore di Roma e portavoce di Pelizza – La Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che si vantava di disporre di questa tecnologia, è stata costituita da un nostro conoscente, il professor Nereo Bolognani. Lo abbiamo avvertito a più riprese che, senza il nostro consenso, non poteva continuare su quella strada. Alla fine, lo abbiamo minacciato di azioni legali e allora lui, nel 2002, ha messo in liquidazione la Fondazione” .
Risolto il mistero della Fondazione, resta quello di chiarire chi sono coloro che adesso si attribuiscono la proprietà della tecnologia in questione. Di certo, il nome di Rolando Pelizza non è estraneo alla cronaca. Infatti fu proprio lui a finire sul banco degli imputati, insieme all’ex colonnello del Sid Massimo Pugliese, al processo di Venezia voluto dal giudice Carlo Palermo per traffico internazionale di armi. Pelizza venne subito assolto, Pugliese si beccò 2 anni e 8 mesi. Ricorse in appello e fu a sua volta assolto perché “il fatto non costituisce reato”. Sempre per la cronaca, il colonnello Pugliese trascorse il resto della sua vita intentando cause contro il giudice Palermo, l’allora Presidente del Consiglio De Mita e gli ex ministri Colombo (Finanze) e Zanone (Difesa) chiedendo 9 miliardi di lire di risarcimento. Inascoltato in Italia, si rivolse persino alla Corte di Strasburgo. Ciò premesso, vediamo adesso chi sono e cosa pretendono gli amici di Pelizza.
Tutto cominciò oltre 50 anni fa
Signor Panetta, quando e come nasce l’invenzione di questa macchina.
“L’origine del progetto risale al 1958, ma soltanto nel 1972 si ebbe la prima manifestazione sulla materia. Infatti, il fascio di raggi era diretto verso il materiale da trattare: investito, in una frazione di secondo l’oggetto subiva un processo di annichilimento, generando calore”.
L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, da noi consultato, afferma che, alla luce delle nostre attuali conoscenze scientifiche, una simile macchina non sta né in cielo né in terra, anche se in linea di principio non sarebbe impossibile. Lei che cosa risponde?
“Questo è ciò che loro sanno. Ma la realtà è diversa. E lo dimostrano le prove fatte dal compianto professor Clementel, con la collaborazione di Pelizza. Nei fatti, un grande fisico teorico, quasi per ispirazione divina, ha intuito il mezzo per far interagire la materia. E si è dedicato interamente alla stesura del progetto”.
Di chi sta parlando?
“Certamente non di Pelizza, che ha soltanto aiutato questo fisico a costruire la macchina. Lo chiamava “il professore”. Ha imparato da lui a gestirla, frequentandolo per oltre quindici anni. Da solo non avrebbe mai avuto né la preparazione né la capacità per arrivare a tanto”.
Dica di chi si tratta, allora.
“Mi dispiace, ma non posso fare nomi. Non sono autorizzato a farlo. Tutto quello che posso dire è che occorsero circa dieci anni, e arriviamo così al 1981, per riuscire a controllare il fascio di raggi”.
Va bene, allora ci può mostrare questa prodigiosa macchina: può farci assistere ad una prova?
“No, mi dispiace. Nessuno può vederla. Solo a suo tempo, quando avremo definito certe trattative che abbiamo in corso a livello mondiale, potremo mostrarla. E in quell’occasione parlerà anche Pelizza. Ma non prima”. Ma il gruppo collegato a Pelizza, che sta per creare una Fondazione, è davvero l’unico a conoscere i segreti della misteriosa tecnologia? A quanto pare, non proprio. Da anni, infatti, qualcun altro si sta interessando attivamente a questi problemi. Ma come si è formato questo secondo filone di ricerca? “Per caso – risponde l’ingegnere elettronico milanese Franco Cappiello -. Fu verso la fine degli anni Novanta che conobbi il colonnello Pugliese, allora nel pieno della sua campagna giudiziaria contro giudici e politici. Un giorno, forse sentendo la fine vicina, mi raccontò tutta la storia della macchina e mi regalò la documentazione di cui era in possesso.
C’erano i disegni e i piani di costruzione, aveva conservato tutto. Mi diede anche qualche indicazione utile sul come costruire un prototipo. E fece appena in tempo, perché morì nel 1998. Così, da quel momento, mi sono dedicato anima e corpo alla macchina e, dopo avere studiato bene il fenomeno, posso dire che la base scientifica di questa scoperta non manca davvero. A mio avviso, si tratta di un generatore di energia a trasporto positronico (i positroni sono antiparticelle degli elettroni, dotate di carica positiva n.d.r.). L’energia che fornisce è termica e completamente priva di radioattività”. Cappiello, però, si rende conto che una scoperta scientifica, per essere giudicata tale, deve essere studiata ed esaminata da scienziati veri.“Ed è per questa ragione – afferma – che ho chiesto l’aiuto di una equipe di ricercatori dell’Università di Pavia. Questi scienziati, guidati da un’autorità come il professor Sergio P. Ratti, studieranno tutti gli aspetti di questa macchina. Ci tengo comunque a chiarire che recentemente ho instaurato una fruttuosa collaborazione con Rolando Pelizza”.
Le domande degli scienziati
Difficile immaginare uno scienziato più illustre del professor Ratti per studiare la funzionalità della macchina. Docente di Fisica Sperimentale all’Università di Pavia, oggi in pensione, Sergio P. Ratti è uno degli scienziati italiani più conosciuti al mondo e una della massime autorità in fatto di positroni.
Professor Ratti, come è giunto alla decisione di dirigere le ricerche sulla macchina che dà energia?
“Confucio diceva che la scienza è scienza quando sa separare ciò che conosciamo da ciò che crediamo di conoscere. Nel caso specifico, si tratta di accertare se questo macchinario sia in grado o meno di liberare positroni dal vuoto assoluto. Dunque faremo tutte le prove necessarie, adottando i dovuti accorgimenti, per verificare se questo possa realmente accadere. Nelle opportune condizioni, l’esperimento deve essere ripetibile. Altrimenti non si parlerebbe di scienza”.
Che cosa intende quando parla di accorgimenti?
“Mi riferisco alla legge 626 sulla sicurezza del lavoro. Qualora si ottenesse l’annichilimento di 500 grammi di ferro, dove andrebbero a finire i residui? Nei polmoni dei presenti? E’ quindi tassativo, tanto per fare un esempio, che il locale in cui vengono svolti gli esperimenti sia dotato di uno specifico sistema di ventilazione, con filtri per l’aria. E dovranno essere presenti anche tutti gli altri dispositivi di sicurezza attiva e passiva”.
Avete già i locali adatti?
“Ho inoltrato una richiesta in questo senso al rettore dell’Università di Pavia. Attendo una risposta”.
Da un punto di vista scientifico, questa scoperta potrebbe cambiare la fisica come oggi la conosciamo. Secondo lei, come potrebbe essere accolta una novità di questo genere?
“Ha presente che cosa accadde a Galileo quando parlò delle sue conclusioni sul moto della terra intorno al sole? Il problema è che, prima di parlare di scoperta scientifica, si devono avere tutte le prove del caso. Quello che posso dire è che ho consultato diversi miei colleghi in giro per il mondo, e ho avuto risposte interessanti. Uno, decisamente molto importante che lavora all’Università di Harvard, mi ha confermato che, in linea di principio, potrebbe essere. Insomma, bisogna studiare il fenomeno nel modo più serio e corretto possibile. Quanto alle conclusioni, vedremo a tempo debito”.

Tusk avverte: serio rischio di uscita della Polonia dalla UE

sputniknews.com 7.11.18

Donald Tusk

La Polonia è vicina a lasciare l’Unione Europea (Polexit) per le divergenze con Bruxelles. Questa opinione è stata espressa dal presidente del Consiglio d’Europa, il politico polacco Donald Tusk, citato dal quotidiano britannico Express.

Esiste “un rischio molto serio” che la Polexit possa verificarsi “per caso”, ha osservato.

Secondo Tusk, il leader del partito al governo in Polonia Jaroslaw Kaczynski gioca al limite e può provocare l’uscita del Paese dalla UE con il più semplice errore.

“Temo che la volontà dell’Europa di tenere la Polonia ad ogni costo possa essere inferiore rispetto al caso della Gran Bretagna, quindi la situazione, a mio parere, è molto molto seria”, ha concluso Tusk.

La questione di un’eventuale uscita dall’Unione Europea viene regolarmente dibattuta in Polonia per le critiche di Bruxelles alle riforme implementate da Varsavia. La Commissione Europea è particolarmente insoddisfatta della riforma di giustizia del partito di governo. A Bruxelles ritengono che le leggi adottate violino i principi dello stato di diritto e trasferiscano all’esecutivo il potere giudiziario.

Alla fine dello scorso anno la Commissione Europea ha avviato una procedura contro Varsavia che potrebbe privarla del diritto di voto nel Consiglio dell’Unione Europea. Ad agosto le autorità europee avevano intimato il governo polacco di correggere la riforma giudiziaria in linea con i requisiti della UE.

Inoltre Bruxelles è scontenta della riluttanza della Polonia di farsi carico dei migranti.

JPMorgan Gold-Spoofer ammette “Manipolazione dei mercati dei metalli preziosi” per anni

zerohedge.com 6.11.18

C’è stato un tempo in cui la menzione più semplice della manipolazione dell’oro nei media “rispettabili” era sufficiente per avere un marchio perpetuo teorico della cospirazione con una fattoria di carta stagnola sul retro. Questo è stato approssimativamente coincidente con un momento in cui Libor, FX, mutui e manipolazione del mercato obbligazionario erano considerati impensabili, quando si riteneva che i commercianti ad alta frequenza “fornissero liquidità”, o quando si diceva che il mercato azionario non fosse manipolato dalla Fed, e quando i media sempre confusi, sempre pronti a prendere concetti finanziari “complicati” al valore nominale fissato da un istituto autonomo, non hanno mai osato mettere in discussione nulla.

Ora è cambiato …

In quello che potrebbe essere il primo grande trader di lingottieri che viene pulito, un ex trader di metalli preziosi di JPMorgan ha ammesso di aver ingaggiato uno schema di spoofing di sei anni che ha frodato gli investitori in contratti futures su oro, argento, platino e palladio .

John Edmonds, 36 anni, di Brooklyn, New York, si è dichiarato colpevole sotto il sigillo il 9 ottobre nel distretto del Connecticut a frodi su merci, cospirazione per commettere frodi telematiche, manipolazione dei prezzi delle materie prime e spoofing . Come nota la Giustizia in una dichiarazione:

” Dal 2009 al 2015, John Edmonds si è impegnato in uno schema sofisticato per manipolare il mercato dei contratti future su metalli preziosi per il proprio guadagno, collocando ordini che non sarebbero mai stati destinati a essere eseguiti“, ha detto il procuratore generale Benczkowski. 

“La Divisione Criminale si impegna a perseguire coloro che minano la fiducia del pubblico investitore nell’integrità dei nostri mercati delle materie prime attraverso lo spoofing o qualsiasi altra condotta illegale”.

Come abbiamo notato in precedenza, le menti curiose non chiedono solo come viene manipolato il mercato dell’oro, ma in realtà forniscono risposte .

FBI Assistant Director in carica Sweeney. ha spiegato che “con la sua dichiarazione di colpevolezza, Edmonds ha ammesso che intendeva introdurre informazioni materialmente false e fuorvianti nei mercati delle materie prime”.

” Cospirando con i suoi partner commerciali per effettuare ordini di spoofing, ha palesemente tentato di trarre profitto da un mercato ingiusto che ha contribuito a creare. L’FBI continuerà a collaborare con i nostri partner per assicurare che i mercati finanziari restino condizioni di parità per tutti gli investitori “.

Edmonds ed i suoi colleghi commercianti di metalli preziosi della Banca ordinarono regolarmente ordini di contratti futures su metalli preziosi con l’intento di cancellare quegli ordini prima dell’esecuzione (gli Ordini di Spoof) , ammise. 

Questa strategia commerciale era destinata a iniettare informazioni di liquidità e di prezzo materialmente false e fuorvianti nei mercati dei contratti a termine su metalli preziosi collocando gli Ordini di spoofing per ingannare gli altri partecipanti al mercato sull’esistenza dell’offerta e della domanda. 

Gli Ordini parodia miravano a spostare artificialmente il prezzo dei contratti futures sui metalli preziosi in una direzione favorevole a Edmonds e ai suoi co-cospiratori presso la Banca, a scapito degli altri partecipanti al mercato. 

Ammettendo la sua colpevolezza, Edmonds ha ammesso di aver appreso questa ingannevole strategia di trading da parte di più importanti trader della Banca, e ha personalmente implementato questa strategia centinaia di volte con la conoscenza e il consenso dei suoi diretti superiori.

La giustizia descrive una tale “parodia” avvenuta il 12 ottobre 2012

“Edmonds ha eseguito consapevolmente lo schema e l’artificio trasmettendo e facendo trasmettere a un server CME Group un’offerta di vendita di circa 402 contratti futures in argento (” Ordine di spoofing “), con l’intento, al momento dell’iscrizione dell’offerta, di annullare l’offerta prima che potesse essere eseguita, che rappresentava fraudolentemente lo stato del mercato, in modo che Edmonds potesse acquistare circa 6 contratti futures d’argento ad un prezzo inferiore a quello di mercato.

Lo “Spoof Order” di Edmond ha indotto gli altri partecipanti al mercato a reagire e scambiare a prezzi, quantità e tempi in cui altrimenti non avrebbero negoziato, ma per l’ordine di spoiler di EDMONDS. “

 

Tuttavia, non è come se la “manipolazione” si fermasse mai: uno sguardo all’azione dei prezzi “dispari” quasi ogni giorno intorno al tempo della Fix londinese chiarisce, è tutto fuorché un mercato “normale” …

Daremo al procuratore americano Durham l’ultima parola (tenendo presente il grafico precedente):

“L’indagine sulle pratiche commerciali ingannevoli da parte di altri soggetti coinvolti in questo schema è in corso.”

Il DoJ conclude la sua dichiarazione con quanto segue: “Le persone che credono di essere una vittima in questi casi dovrebbero visitare il sito web del Testimone delle vittime di frode   per ulteriori informazioni.”

Quando la Liretta batte l’Eurone: la Pernigotti, comprata dai turchi, chiude a Novi Ligure e si trasferisce il Turchia, 100 licenziamenti. Grazie Europa.

scenari economici. It 7.11.18

Un bel pezzo di storia dolciaria italiana se ne va: la Pernigotti, con sede a Novi Ligure (AL) c chiude e licenzia i 100 dipendenti rimasti, 50 addetti alla produzione e 50 amministrativi. La notizia è riportata da La Stampa

La Pernigotti nasce con l’Italia, nel 1860, ed era specializzata nella produzione dei cioccolatini alla nocciola i famosi “Gianduiotti”. Fondata nel 1860 diventa società nel 1868, per poi incorporare anche la Sperlari di Cremona. Nel 2013 è stata comprata dal gruppo turco Tokos, che ora trasferisce in quel paese completamente la produzione. Per fortuna che l’euro doveva proteggerci, in realtà è stato solo l’ultimo cappio per  l’industria italiana

In realtà la società era stata svuotata già poco a poco con una tecnica tipica delle acquisizioni straniere di asset italiani e la produzione nostrana era rimasta concentrata soprattutto sui preparati per gelati di cui ora se ve va un know how di qualità . Rimarrà solo il marchio che, a questo punto sarà prodotto solo là con nocciole turche, alla faccia della produzione piemontese di “Tonda Gentile”. Un colpo all’occupazione di una zona già martoriata dalla crisi dell’Ilva, che ha un suo impianto a Novi e da altre crisi incrociate. Ormai nell’area non resta che l’Outlet di Serravalle che vende roba in gran parte di produzione estera, e tanti, molti, troppi ruderi. Percorrere la Via Postumia e la Via Emilia da Novi Ligure a Piacenza è uno spettacolo che alterna centri commerciali spess vuoti a ruderi industriali abbandonati,  residuati di una guerra persa.

Piange Confidustria, che non ha fatto nulla, piange il sindaco di Novi , che non ha fatto nulla. Piangono tutti, nessuno agisce, e le aziende chiudono e vengono portate via.

Fallimento delle banche venete: la Commissione speciale del Consiglio regionale del Veneto ha esaminato la relazione finale

Ilnordestquotidiano.it7.11.18

Negro: «iIl testo finale va al Consiglio regionale che potrà consegnarla anche alla Commissione speciale d’inchiesta del Parlamento». Guadagnini: «inquietante quanto è emerso». 

 
Fallimento delle banche venete

La Commissione speciale d’inchiesta sui gravi fatti riguardanti il fallimento delle banche venete, istituita in seno al Consiglio regionaledel Veneto, presieduta da Giovanna Negro (Veneto Cuore Autonomo), e vicepresidente Antonio Guadagnini (Siamo Veneto), ha esaminato la sua relazione finale.

Come stabilito con deliberazione n. 205 del 21 dicembre scorso, i commissari sono stati chiamati a valutare i fatti emersi dopo la chiusura dei lavori della precedente Commissione speciale d’inchiesta che aveva concluso il proprio compito con la Relazione finale votata dal Consiglio regionale del Veneto il 12 luglio 2016. Tra i compiti attribuiti a questa Commissione d’inchiesta, i cui poteri erano soprattutto conoscitivi, l’acquisizione di datie informazioni riguardanti l’attività svolta dalle autorità di vigilanza nell’esercizio delle proprie funzioni su Banca Popolare di Vicenzae Veneto Banca, specie con riguardo all’attività svolta da Banca d’Italia negli anni che hanno preceduto la crisi, nonché le audizioni, tra gli altri, degli ex amministratori degli Istituti, di conoscitori e studiosi del fenomeno, dei rappresentanti dei comitati dei correntisti, azionisti e obbligazionisti, delle associazioni dei consumatori più rappresentative a livello regionale e dei rappresentanti sindacali dei dipendenti.

«Il nostro obiettivo è stato fotografare con lealtà quello che è successo nella situazione di BancaPopolare di Vicenza e di Veneto Banca e lo abbiamo fatto in una relazione di 280 pagine che descrive puntualmente quello che è successo. Non ci siamo mai tirati indietro – afferma la presidente Negro – come commissari, né tanto meno nella Relazione finale e la consegniamo coscienti di aver fatto un ottimo lavoro: ora la parola passa al Consiglio regionale che potrà esaminare la Relazione e consegnarla alla Commissione parlamentare sulle banche che avrà più poteri di quella veneta e alla quale i cittadini potranno chiedere ulteriori risposte. Oggi la politica ha scritto una buona pagina, perché abbiamo fatto luce su fenomeni che nessuno fino ad ora aveva avuto il coraggio di affrontare».

«È inquietante il quadro emerso nel corso dei lavori della Commissione – aggiunge il vicepresidente Guadagnini – e mi riferisco all’operato degli organi di vigilanza, in particolare di Bankitalia, che hanno responsabilità importanti sull’esito finale, ovvero sulfallimento delle due banche popolari venete, due istituti che erano fondamentali per il nostro territorio. La Commissione ha svolto un lavoro importante per il territorio del Veneto, perché daremo delle risposte grazie alla ricostruzione della verità dei fatti e costituirà una base importante per i lavori della Commissione bicamerale che partirà presso il Parlamento nazionale. Da ultimo, quando si parla di soci che sono stati depredati, non si fa riferimento a gente sprovveduta che ha dato i propri soldi in mano a dei “poco di buono”: i soci devono essere risarciti per un danno ingiusto che hanno subito non avendo nessuna responsabilità, danno che è stato provocato da agenti esterni a quelli della Banca. Chi ha sbagliato deve pagare, per una questione di giustizia».