Non è una manovra coraggiosa

di Gianmaria Vianova – 7 novembre 2018 lintellettualedissidente.it

Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Il governo giallo-verde ha scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici.

Abbiamo di fronte una legge di bilancio senza dubbio diversa, ma diversa non è automaticamente sinonimo di coraggioso. È innegabile che in un’epoca di austerità fare deficit rappresenti un atto rivoluzionario, di questo alla Conte’s Squadva dato atto. In termini di rapporti comunitari hanno optato per la strada meno battuta, ovvero prendersi un po’ di flessibilità con la forza senza intavolare una trattativa da Banco dei Pugni in via preliminare. Come già detto, quella sul deficit è una battaglia fuori tempo: non ci sono alleati nell’eurozona e i modelli di Bruxelles – che per quanto onirici fanno ancora testo – chiudono la porta in faccia alla politica fiscale espansiva. C’è da sudare, si sta sudando. Sul piano dialettico l’Italia ha deciso di far leva sulla disobbedienza civile che tanto spopola nel dibattito interno. Dato che la crescita rallenta e il ciclo economico positivo (ebbene sì, positivo) si sta esaurendo, bisogna adottare una politica fiscale espansiva e disattendere la traiettoria di rientro concordata dai precedenti governi. Ma resta una via transitoria e clandestina. Non essendo autorizzata viaggia in un universo parallelo, una sorta di dibattito politico privo di prassi e consuetudini: è indecifrabile.

Ciò che invece è decifrabile, perché composto da cifre per l’appunto, è la Legge di bilancio. Deficit al 2,4%, un valore del tutto contenuto e prossimo alla “ragazzata”, che però si è trasformato in un’apparente crociata eroica. Questo governo è diverso, le promesse le mantiene: sì, giusto, giustissimo. Ma anche qui non c’è nulla di coraggioso: la manovra rischia di vincere una battaglia, quella delle europee di maggio, e di disinteressarsi della guerra, ovvero la crescita e la sopravvivenza alla prossima crisetta economica (che sta arrivando, solo che non se ne percepiscono i passi).

L’ultimo Def di Padoan prevedeva il pareggio di bilancio nel 2020 e un surplus nel 2021, con un saldo primario superiore e prossimo al 4%. Il Governo Conte ha optato per un rientro decisamente più soft.

Crisetta? Sì, crisetta. Un po’ perché quando si sale per troppo tempo poi è pure naturale scendere, un po’ perché i primi sintomi li stiamo appurando proprio in questi giorni. L’economia dell’Eurozona non andava così piano dal 2014, facendo segnare solo un + 0,2% nel terzo trimestre 2018. L’Italia non se la passa meglio: l’Istat ha certificato l’immanenza del Pil nello stesso trimestre, un bello 0% che non promette nulla di buono per la fine dell’anno e per il 2019.

Pare che la spinta sul Pil della congiuntura economica ultra-favorevole si sia esaurita. La crescita tendenziale del Pil, ovvero negli ultimi 365 giorni, è scesa allo 0,8%.

Ecco che va quindi attuandosi un meccanismo perverso, per il quale nel caso in cui il Pil non dovesse crescere quanto preventivato il governo dovrebbe ridurre il deficit onde evitare un aumento del rapporto debito/Pil. È il sistema tolemaico dell’economia contemporanea: il rapporto debito/Pil sta al centro e il resto gli gira attorno. Ma come è chiaro a tutti, una stretta alla spesa pubblica non solo non previene un aumento del rapporto, ma certamente non ha un impatto positivo sulla crescita del Pil (molto probabilmente sarebbe recessivo).

Lo stesso Istat (“Prospettive per l’economia italiana nel 2018”, 22 maggio 2018) ammoniva dolcemente che quest’anno sarebbe dovuta essere la domanda interna la componente fondamentale della crescita del Pil, e che si segnalava già allora un leggero rallentamento: un +1,5%, laddove la domanda estera netta avrebbe invece fatto segnare un sonoro 0%. Ergo mentre nel 2017 furono le esportazioni a darci un colpo di acceleratore, a questo giro dovremo sostenerci sulle nostre gambe. La domanda interna va stimolata, punto.

Nei piani del governo si prevede una crescita reale dell’1,5% nel 2019, ma i guai potrebbero arrivare già da un non scontato +1,2% nel 2018.

I commentatori, di diversa estrazione, hanno deriso il governo riportando il dato della crescita nominale prevista, ovvero +3,1%, un valore che nel continente hanno fatto registrare solo i deflazionati spagnoli. Inutile dire che tra nominale e reale vi sia l’inflazione di mezzo, e che anch’essa sia da considerare all’interno della “regola del debito”, la formula magica per far scendere il rapportone debito/Pil. Però attenzione, è vero: la crescita rischia di essere davvero troppo fiacca. In questi termini la politica espansiva del governo è più che giustificata, ma la vera domanda è se questa sia la manovra che ci serve in questo momento.

Sappiamo che qualcosa intorno ai 15 miliardi di euro verrà destinato a reddito di cittadinanza e superamento della Fornero, mentre alla voce investimenti il valore si ferma a 3,5. Della flat tax solo una timida ombra, con quel regime dei minimi allargato che non consta nemmeno in 1 miliardo, mentre ottimo è il segnale con l’Ires più clemente al 15% sugli utili reinvestiti. Ovviamente si sarà notato che la manovra dei gialloverdi punta tutto sui trasferimenti e sulla spesa corrente: moltiplicatore basso ed incerto, larghi margini di inefficienza. Anche qui, vincere la battaglia elettorale rimandando la vera guerra sui paradigmi economici con l’Ue: al turbo preferiamo sedili più comodi, così arriviamo alle europee di maggio e poi si vedrà.

L’elettore gialloverde è un più assiduo frequentatore di social rispetto alla media, questo risulta dall’analisi di “Sociometr1ca” pubblicati il 25 ottobre.

L’elettore filo-governativo è un animale social(e). Deve difendersi dall’attacco dei “competenti”, ovvero quella opposizione (?) all’angolo non tanto dal 4 marzo, quanto dal 4 dicembre 2016, capace solo di lamentarsi che il calabrone, nonostante la sua struttura, riesca a volare. L’elettorato gialloverde è fidelizzato, difende a spada tratta l’operato dei propri partiti, ma è anche una fetta di popolazione fortemente disillusa e recuperata in corner. La loro pazienza è più che limitata, e sullo smartphone appena appena dopo Felicità di Al Bano e Romina ci sono i Joy Division (tutto Unknown Pleasures, Ian Curtis scalpita).

Salvini e Di Maio sono politici/youtuber, vivono la loro carriera a stretto contatto con il popolo, abbastanza vicino da beccarsi qualche pugno in un battito di ciglia. Da buoni youtuber, quindi, la fidelizzazione la coltivano, adottando la strategia Nutella tanto cara ad un loro predecessore, Matteo Renzi: prendere la spesa pubblica maggiorata e spalmarla sulla massima superficie possibile, per far in modo che il calore raggiunga tutti coloro che devono essere raggiunti. Bello, per carità, ma lontano anni luce da una analisi di ottimizzazione vincolata che sarebbe stata alquanto gradita in questa difficile congiuntura economica di transizione. A questa razionalità viene preferita una spregiudicata strategia comunicativa sui social, che non è cambiata di un millimetro nonostante il passaggio dall’opposizione al governo. Per poter annunciare tanto ed essere credibili, le promesse vanno mantenute in qualche maniera. Alimentare le condivisioni di un elettorato decisamente propenso a spargere il verbo.

Joy Division, She Lost Control. She, lei, l’Italia. Pietra miliare del Gothic Rock, la band inglese si distingueva per atmosfere non proprio nazional-popolari. L’elettorato italiano, in quanto a morale, non va molto lontano.

Non è una manovra coraggiosa. Non la è. Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Si è scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici. Reddito di cittadinanza per tamponare povertà e Neet (senza convogliare tutti quei miliardi di euro in un progetto più lungimirante, misurato e programmato) e una Quota 100 che, oltre ad adempiere alle promesse elettorali, spera di sostituire ogni nuovo pensionato con un nuovo giovane lavoratore.

Occhio alla logica: i giovani sostituiscono i nuovi pensionati, ma la somma dei posti di lavoro totali non cambia. Cosa ci sia di sinistra in entrambi gli atti è un’impresa capirlo, dato che sono per definizione entrambe “supply-side”, ovvero agiscono sul lato dell’offerta. Adattare l’Italia ad una immancabile decrescita, abdicando al proprio dovere di dar una spinta al volano dell’economia reale. Fatalismo imperante. Certo, poi beneficiari del reddito e nuovi pensionati dovranno pur mangiare e spendere quel denaro, ma tra la tradizionale propensione al risparmio degli italiani e i moltiplicatori timidi sarebbe intellettualmente disonesto parlare di boom economico. Per ogni euro di deficit sono stati stimati solo 35 centesimi di Pil. Non bene. Un 2,4%, preso così, non basta a renderti un keynesiano provetto.

Quello tra Unione Europea e Italia è un gioco delle parti: davvero credevate che Moscovici & Co si sarebbero ammutoliti di fronte alla nostra impertinenza? Andiamo, anche loro hanno delle apparenze da salvare.

Si corre il rischio che i calcoli si rivelino pessimistici e invece riescano a stimolare con successo la crescita italiana, ma è bene comprendere che dopo le elezioni europee, su cui si è fatto all-in, potrebbe non cambiare nulla sul versante del rigore. Se la congiuntura dovesse precipitare e l’eurozona non cambiare paradigma, potremmo trovarci con un Paese dal deficit ampliato ai limiti dei trattati senza averci guadagnato nulla, se non spesa corrente. Ciò dal piano politico è molto probabile, visto che “l’internazionale sovranista” non va oltre al tema migranti e, se non smantellerà le istituzioni a maggio, continuerà ad essere terrorizzata da un eventuale burden sharing del debito italiano.

Il giocattolo dell’eurozona è al limite estremo della decadenza, con Mario Draghi che ha una paura folle di chiudere i rubinetti (tanto che si vocifera di un nuovo Ltlro) e una divergenza tra centro e periferia ormai impossibile da chiudere (i tassi reali in Germania sono sotto al -2%). Il peso politico di Bruxelles è ai minimi storici e non si può permettere una strategia suicida sull’Italia, ma non può nemmeno lasciar correre questo 2,4% senza battere ciglio. È naturale, andava messo in conto. Non si è sbagliato ad ampliare la casa, quanto l’arredamento. Una manovra con investimenti e defiscalizzazioni mirate sarebbe stata più efficace e, soprattutto, inattaccabile dai tanto “sapienti e razionali” burocrati dell’Ue. Proibire ad un Paese come l’Italia un piano simile sarebbe stato un KO tecnico agli occhi tutto il continente. Si sarebbe potuto così mettere anche del fieno in cascina, non in termini di riduzione del debito ma di crescita economica, azionando le giuste leve. Dare più ascolto ad un ministro che nel Governo Conte pare un alieno: Paolo Savona. Il coraggio, infatti, emerge quando si compiono azioni politicamente dolorose per un bene superiore che si paleserà nel lungo termine. No, non l’austerità Cottarelliana. La crescita, solida e duratura. Ma il problema del lungo termine, oltre al fatto che saremo tutti morti, è che ci sarà sempre una elezione nel breve termine.

Voluntary, a Milano indagati per riciclaggio 18 manager banca svizzera PKB – Procura

Reuters.com 7.11.18

(Reuters) – Diciotto manager della banca svizzera PKB, con sede a Lugano, sono indagati dalla procura di Milano per riciclaggio e frode fiscale in relazione alla voluntary disclosure di 198 clienti a partire dal 2015.

Lo ha detto il procuratore capo di Milano Francesco Greco, spiegando che i manager sono perlopiù residenti in Italia ma con centro di interesse in Svizzera.

Oggi la Guardia di Finanza ha perquisito i domicili dei manager italiani e sta effettuando un’ispezione informativa presso Cassa Lombarda, controllata italiana di PKB. Entrambe le banche operano nel private banking.

In una nota PKB prende atto dell’apertura dell’indagine e afferma di ritenere che “la banca e i suoi collaboratori abbiano sempre operato nel rispetto delle normative vigenti, considerando che da tempo la banca dispone della licenza di Lps in Italia”. In base alla regolamentazione europea la licenza della libera prestazione di servizi (Lps) consente, con alcuni vincoli, a un soggetto finanziario extra-Ue di operare in un Paese Ue.

Non è stato possibile al momento ottenere un commento da Cassa Lombarda.

I manager, in base all’indagine condotta dal pm Elio Ramondini, raccoglievano in Italia denaro che sapevano essere frutto di evasione fiscale e lo portavano in Svizzera nelle casse della PKB, ha spiegato Greco.

“Abbiamo analizzato un milione e mezzo di contatti telefonici e mappato tutta l’attività di questi manager, verificando l’esistenza di una stabile organizzazione occulta” ha detto Greco.

L’inchiesta è partita dalla documentazione presentata all’Agenzia delle Entrate da 198 clienti italiani, residenti tra Milano e provincia, per lo più imprenditori e professionisti che hanno aderito alla voluntary disclosure. Nel complesso hanno dichiarato le loro disponibilità estere per 409 milioni di euro.

L’attenzione, ha spiegato poi Greco, si è concentrata su una cinquantina di clienti di PKB (non indagati perché hanno fatto la voluntary), i quali hanno riferito dell’esistenza di una rete di ‘relationship manager’ impegnati a procacciare clienti in Italia e ad aiutarli a evadere il fisco.

Uno schema molto simile, ha ricordato il magistrato, era emerso nell’ambito dell’indagine su Credit Suisse. In quella occasione era stato scoperto dagli inquirenti una sorta di ‘manuale dell’evasore’, con una dettagliata serie di istruzioni ai funzionari per aggirare le indagine, come non usare telefonini o pc aziendali, non portare in Italia nessun documento collegabile alla banca o non restare più di tre giorni in uno stesso hotel. 

L’attività dei manager di PKB sarebbe stata agevolata dalla controllata Cassa Lombarda. 

Quella su PKB non è l’unica indagine aperta sulla banche a Milano. “Stiamo monitorando diverse banche e non ci fermiamo qui” ha detto Greco.

Sotto osservazione, in particolare, ci sono le modalità con cui un istituto di credito fornisce ai clienti ‘consigli’ su come aggirare il fisco. “L’Agenzia delle Entrate – ha detto il procuratore – ha ricostruito una banca dati dei 130 mila cittadini italiani che hanno aderito alla ‘voluntary disclosure’ e c’è una lista di 250 banche estere dove sono stati depositati i soldi. La Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate hanno condotto operazioni molto importanti in questi anni e anche molto coraggiose perché, grazie a loro, alcuni soggetti che non hanno pagato le tasse in nessuna parte del mondo hanno cominciato a pagare”.

Lo scorso febbraio Finma, l’autorità svizzera di vigilanza sui mercati, ha detto che PKB ha ampiamente infranto le regole sul riciclaggio in attività legate ai gruppi brasiliani Petrobras e Oderbrecht. Il procuratore generale svizzero ha aperto un’indagine penale contro la banca per non aver prevenuto l’attuazione di possibili crimini.

Cassa Lombarda: conferma perquisizioni in indagine Procura Mi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Cassa Lombarda è stata raggiunta oggi da un decreto di perquisizione informatica emesso dalla Procura della Repubblica di Milano, nell’ambito di un’indagine penale che non la vede direttamente coinvolta. 

In una nota, la banca privata dichiara di prestare “massima collaborazione alle Autorità Inquirenti” e ribadisce “di aver sempre operato nel rispetto delle normative vigenti”. 

La lente degli inquirenti riguarda invece la controllante Pkb, che a sua volta – tramite un comunicato – ha preso atto “dell’apertura di un’indagine nei confronti suoi e di alcuni suoi dipendenti da parte della procura di Milano”. 

L’inchiesta, secondo quanto dichiara l’istituto luganese, tende a “valutare le modalità operative della banca sul mercato italiano negli anni passati e non riguarda la clientela”. 

“Riteniamo che la banca e i suoi collaboratori abbiano sempre operato nel rispetto delle normative vigenti, considerando che da tempo dispone della licenza di Lps in Italia”, si legge ancora nella nota. 

L’indagine si inserisce in una più ampia verifica dell’operato delle banche estere in Italia in base ai dati raccolti attraverso le procedure di voluntary disclosure. 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 07, 2018 13:24 ET (18:24 GMT)

Banco Bpm: Castagna conferma ipotesi cessione piattaforma Npl fino a 8,6 mld

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Confermiamo l’ipotesi di cessione della piattaforma di gestione degli Npl insieme ai crediti deteriorati in un ammontare superiore a 3,5 mld e fino a un massimo di 8,6 mld”. 

Lo ha detto il ceo di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, intervenendo nella conference call con gli analisti a commento dei risultati trimestrali. 

Il gruppo è interessato a valutare ogni possibile opportunità di accelerazione del piano di derisking. In tale contesto ha avviato il progetto ‘Ace’ individuando alcune potenziali controparti (rappresentate dalla cordata DoBank, Fortress e Spaxs, da quella costituita da C.Fondiario ed Elliot e da quella costituita da Christofferson Robb & Company Davidson Kempner e Prelios) che stanno completando le rispettive attività di due-diligence sui portafogli dei crediti deteriorati. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 07, 2018 12:45 ET (17:45 GMT)

BANCAROTTA, DENIS VERDINI CONDANNATO A 4 ANNI E 4 MESI

rainews.it 7.11.18

Denis Verdini è stato condannato dal tribunale di Firenze a 4 anni e 4 mesi di reclusione per bancarotta nell’ambito del processo relativo al fallimento di una società di costruzioni di Campi Bisenzio, i cui titolari, Ignazio e Marco Arnone, padre e figlio, avevano rapporti con l’ex senatore di Ala quando era presidente del Credito cooperativo fiorentino.

Ignazio Arnone è stato condannato a 3 anni e 4 mesi, menmtre il figlio Marco a 2 anni e 4 mesi.

L’accusa, sostenuta dal pm Luca Turco, aveva chiesto sei anni per Verdini e un anno e tre mesi per gli altri due imputati. La vicenda riguarda il passaggio di denaro dagli Arnone al Ccf da cui avevano ricevuto in appalto lavori edili per la sede di viale Belfiore a Firenze. Parte dei proventi furono dirottati dagli Arnone al Ccf per ridurre la loro l’esposizione debitoria.

Verdini è intervenuto con una dichiarazione spontanea per giustificare la linearità del suo operato, ricordando che i fatti sono avvenuti mentre la era in corso alla banca un’ispezione di Banca d’Italia e un successivo commissariamento, e sottolineando che “i lavori erano stati assegnati a clienti di vecchia data della banca, furono fatti e la banca li pagò”.

Secondo l’accusa si trattò invece di un’operazione “studiata a tavolino”.

Lo scorso 13 settembre l’ex senatore di Ala è stato condannato dal Tribunale di Firenze, in primo grado, a 5 anni e 6 mesi per il crac della Società toscana edizioni, che editava ‘il Giornale della Toscana’. La vicenda giudiziaria della Ste e del Giornale della Toscana è collegata all’altro procedimento che a Firenze ha coinvolto Verdini: il crac del Credito cooperativo fiorentino, fallita nel 2012 e di cui l’ex senatore fu presidente dal 1990 al 2010. Per la bancarotta della Ccf in appello Verdini è stato condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione.

Consumatori: quando a pagare è la banca

infovercelli24.it 7.11.18

 

Una serie di importanti risultati ottenuti nei tribunali italiani dal team di professionisti di ‘Sdl Centrostudi Spa’, che riequilibrano il gioco delle parti tra istituti di credito, poteri forti, correntisti e consumatori

Di Loreto

Il vizio, non solo di forma ma anche di fatto, in termini di denari incassati illecitamente e dunque non dovuti, si annida copioso e pericoloso nei contratti bancari, e nell’intricata e fitta tela burocratica che spesso li avvolge.
Diventa dunque necessario, perché il rapporto tra i soggetti sia equo, approfondirne bene la natura, gli effetti e gli sviluppi attraverso l’ausilio e il corretto impiego di tutta una serie di strumenti di analisi e verifica che possono, anche, ribaltare i ruoli dare/avere attualmente in essere. Riducendo, in buona parte dei casi, anche le pretese creditizie in giudizio da parte di banche, finanziarie e affini.
Come testimonia il caso recentissimo di un onesto cittadino che a Milano, grazie all’azione producente dell’avvocato Marchetti, ha potuto risparmiare ben oltre 60mila euro su una pratica di leasing, stipulando un nuovo accordo transattivo più equo e vantaggioso.
Ma c’è di più. L’avvocato Erika Mazzarano, stimato Legale convenzionato con ‘SDL’, grazie a una sentenza favorevole emessa dalla VI Sezione del Tribunale di Milano, ha consentito a un assistito dalla famosa azienda bresciana leader nella lotta a banche e Fisco ingiusti di recuperare ben 252.892,47 euro indebitamente richiesti e sottratti.
Dulcis in fundo, nel bolognese un gruppo di società clienti SDL riconducibili a un’unica famiglia di imprenditori che hanno scelto di avvalersi delle efficaci perizie econometriche marchiate ‘SDL’ hanno promosso una causa alla banca usuraria. Avevano un debito complessivo del gruppo societario per 7 milioni di euro, felicemente conclusosi definendo le numerose cause con un’unica scrittura privata transattiva con l’esborso di 2 milioni di euro e generando dunque un risparmio di ben 4 milioni e mezzo di euro. Segno che il lavoro onesto, artigianale, costantemente aggiornato ed efficiente paga nel tempo.
Peccato che, spesso, le banche colpevoli, all’atto della sconfitta in Tribunale, pretendano nelle scritture di accordo stringenti e vessatorie clausole di riservatezza che impediscono all’opinione pubblica desiderosa di giustizia a verità di conoscere i nomi e cognomi degli istituti di credito e dei relativi manager responsabili dei disastri alle vite e ai conti correnti dei cittadini.

Banche, Vigilanza europea Bce: l’italiano Enria è il nuovo capo

firstonline.info 7.11.18

Enria ha vinto il testa a testa finale con l’irlandese Donnely e sale così alla guida della Vigilanza bancaria della Bce – Enria è un falco moderato e non farà alcuno sconto alle banche italiane ma per il nostro Paese è motivo di orgoglio avare due alti rappresentanti ai vertici della Bce.

Banche, Vigilanza europea Bce: l’italiano Enria è il nuovo capo

Dopo un serrato testa a testa nel Consiglio Direttivo della Bce con l’irlandese Shannon Donnely, l’italiano Andrea Enria, già capo dell’Eba (l’Autorità bancaria europea) e alto dirigente della Banca d’Italia è il nuovo capo della Vigilanza bancaria della Bce. Ora la sua nomina passa al vaglio del Parlamento e del Consiglio Europeo. L’incarico dura quattro anni.

Per quasi un anno, gli italiani al vertice della Bce saranno perciò due: Mario Draghi, che sarà presidente ancora per un anno, e Enria. Questo però non prevede nessuno scontro per le banche italiane perchè Enria è considerato un falco, anche se moderato.

Al di là del trattamento che la nuova Vigilanza della Bce riserverà alle banche italiane e che Enria gestirà sicuramente in modo molto professionale ed imparziale, la nomina di Enria è motivo di orgoglio per l’Italia, tanto più se si considera che è avvenuta in un momento in cui il Governo italiano si è di fatto isolato dai parner europei per aver sfondato re regole comunitario con la manovra di bilancio.

Pernigotti: presenta istanza per cassa integrazione straodinaria

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Pernigotti, azienda attiva nella produzione e commercializzazione di prodotti dolciari come praline, cioccolata, torroni, uova di Pasqua e preparati per la gelateria, con sede e stabilimento a Novi Ligure, ha presentato istanza di ammissione alla procedura di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs) per 100 dipendenti nel periodo compreso tra il 3 dicembre 2018 e il 2 dicembre 2019, a seguito della parziale cessazione dell’attività aziendale. 

Le cause di tale decisione risiedono nella situazione di crisi che Pernigotti sta attraversando, determinata dal calo dei volumi di vendita e dal correlato decremento del fatturato che l’azienda non è riuscita a contrastare nonostante le azioni finora implementate a sostegno del business. 

Il piano, preannunciato dalla società ieri alle Organizzazioni Sindacali e alla Rsu di Pernigotti, prevede interventi sia di carattere economico che di carattere organizzativo. I primi consisteranno nell’immediata cessazione di attività inefficienti che hanno finora impattato negativamente sul conto economico dell’azienda e sul fabbisogno finanziario di breve e medio periodo. La seconda tipologia di interventi riguarderà la riorganizzazione di alcune attività al fine di ottenere una maggiore efficienza e di conseguenza impatti positivi sia sul risultato economico che sui flussi di cassa. 

Nel dettaglio saranno ridefinite iniziative commerciali, verranno centralizzate le attività amministrative e di backoffice e si procederà alla cessazione delle attività produttive presso lo stabilimento di Novi Ligure. 

A garanzia della salvaguardia di un brand storico come Pernigotti, l’azienda continuerà nella distribuzione e commercializzazione dei prodotti alimentari, mentre procederà all’individuazione di partner eccellenti a cui affidare la produzione dei propri articoli, avendo cura di salvaguardare la qualità e l’attenzione alle materie prime che da sempre caratterizzano l’offerta del brand Pernigotti. 

L’azienda intraprenderà tutte le azioni necessarie a limitare quanto più possibile le conseguenze sociali di questo piano. Pertanto l’azienda esplorerà e valuterà tutte le ipotesi, adoperandosi affinché il personale possa essere ricollocato presso aziende operanti nel medesimo settore o terzisti durante o al termine del periodo di CIGS, nel pieno rispetto della procedura. 

alb 

alberto.chimenti@mfdowjones.it 

 

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November 07, 2018 11:49 ET (16:49 GMT)

Bankitalia: titoli pubblici in portafogli famiglie ai minimi da 1950

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La discesa dei tassi d’interesse degli ultimi anni è tra le motivazioni della caduta al 7% del peso dei titoli nella ricchezza finanziaria degli italiani, dal 30% del 1990. Oggi la quota dei titoli è al livello minimo da quando sono disponibili le statistiche (1950). 

E’ quanto emerge da uno studio di Bankitalia sulla ricchezza delle 

famiglie italiane. L’incidenza dei titoli, bassa negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, era successivamente cresciuta, a causa dell’aumento del debito pubblico, passato dal 55% del Pil nel 1980 al 111% nel 1993: i risparmiatori erano così diventati i primi detentori di titoli pubblici, sostituendosi alla detenzione tradizionale da parte delle banche. Dal 1996 il ruolo guida dei titoli pubblici si è perso progressivamente, in favore delle emissioni di titoli bancari. 

I depositi bancari e postali- inclusivi del circolante – costituiscono il 31% della ricchezza finanziaria; rappresentano la forma principale di investimento per le famiglie. È un dato ricorrente nella storia italiana, se si fa eccezione per i periodi di forti rialzi della Borsa, quando le azioni/partecipazioni sono diventate il primo strumento: è stato questo il caso all’apice della bolla delle dot.com, e dell’intervallo 2005-2007, prima della crisi finanziaria globale 

Il 24% della ricchezza delle famiglie comprende sia azioni quotate sia azioni e partecipazioni non quotate, da sempre rilevanti in Italia, data la diffusione delle piccole imprese non quotate o a capitale non azionario, la cui proprietà è mantenuta dalle famiglie che le gestiscono. Azioni e partecipazioni avevano un peso consistente all’inizio degli anni Sessanta, quando arrivarono a toccare il 35% delle attività finanziarie. 

I fondi comuni, introdotti in Italia nel 1983, con un forte ritardo rispetto all’esperienza storica di altri paesi, pesano oggi per il 12% del totale della ricchezza finanziaria delle famiglie. I fondi avevano raggiunto la massima incidenza sulla ricchezza – 18% – alla fine della bolla del mercato azionario del 1995-2000. 

Gli strumenti assicurativi e pensionistici privati sono al massimo storico del 23% del totale della ricchezza finanziaria, in virtù di una crescita costante, iniziata negli anni Novanta, in occasione delle prime riforme del sistema pensionistico pubblico. Fino ad allora le riserve tecniche assicurative e i fondi pensione non avevano superato il 10% della ricchezza finanziaria. Pur essendo cresciuti a un tasso annuo medio superiore alle due cifre tra il 1995 e il 2016, i fondi pensione alla fine del 2017 pesavano meno del 4% della ricchezza delle famiglie, mentre le polizze assicurative del ramo vita erano pari a circa il 16%. Quasi il 4 per cento della ricchezza era rappresentata da fondi per il trattamento di fine rapporto di lavoro (TFR). Le riserve assicurative del ramo danni pesavano per meno dell’1% . 

In sintesi, il calo della componente obbligazionaria nella ricchezza delle famiglie si è accompagnato a una ricomposizione verso i prodotti del risparmio gestito. L’aggregato – che include fondi comuni e strumenti assicurativi e pensionistici – ha raggiunto il 35% del portafoglio delle famiglie, superando ormai da anni i valori toccati all’apice del ciclo favorevole della Borsa del 1995-2000. 

pev 

eva.palumbo@mfdowjones.it 

 

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November 07, 2018 12:13 ET (17:13 GMT)

Berkshire Hathaway: Warren Buffett potrebbe comprare anche Goldman Sachs ma non fa più shopping. Un avvertimento?

Il rifiuto di fare shopping è tanto più inquietante se si considera il mantra del guru di Omaha: “Abbiate paura quando gli altri sono avidi e avidi quando gli altri …

Berkshire Hathaway, il colosso americano fondato da Warren Buffett, ha appena annunciato un risultato di bilancio di tutto rispetto, con utili di quasi $7 miliardi. Buffett stesso continua a sedere su una montagna di cash per un valore superiore a $100 miliardi.

Berkshire-Buffett si conferma tuttavia un caso curioso, spiega Simon Black, autore della newsletter SovereignMan.com:  questo perchè, fa notare Black, il gigante ha “soldi a sufficienza per acquistare qualsiasi azienda desideri, in qualsiasi posto nel mondo”. Ma, “nonostante questo, l’unico shopping rilevante che Buffett ha fatto nel corso dell’ultimo trimestre è stato acquistare i titoli della stessa Berkshire Hathaway”.

“Qualcuno potrebbe dire che questo è un segnale che dimostrerebbe che il titolo Berkshire sia incredibilmente sottovalutato”. Tuttavia, l’opinione dell’autore della newsletter è che “è chiaro che Buffett, semplicemente, non riesce a trovare niente che al momento valga la pena di comprare“.

Con quei $100 miliardi di cash, il guru di Omaha potrebbe acquistare ognuna delle 451 società che fanno parte dei 500 gruppi più grandi degli Stati Uniti. Come “Nike, Starbucks, Goldman Sachs”.

Così come potrebbe decidere di puntare su un gruppo non quotato in borsa (a tal proposito, l’ultima volta fu quando rilevò Precision Castparts nel 2016, per $32 miliardi).

Invece, oltre a procedere al buyback azionario dei titoli Berkshire Hathaway, sta piuttosto vedendo azioni, come quelle di USG e IBM. E la riflessione di Simon Black porta il sito zerohedge a sentenziare che praticamente quello di Warren Buffett sia un avvertimento su come tutte le azioni siano diventate, ormai, troppo costose.

Tanto più che viene ricordato il mantra di Buffett: “Abbiate paura quando gli altri sono avidi e avidi quando gli altri hanno paura”.

Rifiutandosi di fare shopping, Buffett ha semplicemente deciso di rimanere fedele al suo mantra? Sicuramente, il numero di chi ritiene che i mercati abbiano corso troppo nei mesi precedenti sta aumentando e i risultati delle elezioni midterm Usa potrebbero fomentare nuovi timori, visto che un Congresso diviso a metà renderà più incerto l’iter legislativo delle riforme che il presidente Donald Trump ha in mente. Rendendo di conseguenza più incerti, secondo alcuni analisti, gli stessi investitori.