Non è una manovra coraggiosa

di Gianmaria Vianova – 7 novembre 2018 lintellettualedissidente.it

Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Il governo giallo-verde ha scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici.

Abbiamo di fronte una legge di bilancio senza dubbio diversa, ma diversa non è automaticamente sinonimo di coraggioso. È innegabile che in un’epoca di austerità fare deficit rappresenti un atto rivoluzionario, di questo alla Conte’s Squadva dato atto. In termini di rapporti comunitari hanno optato per la strada meno battuta, ovvero prendersi un po’ di flessibilità con la forza senza intavolare una trattativa da Banco dei Pugni in via preliminare. Come già detto, quella sul deficit è una battaglia fuori tempo: non ci sono alleati nell’eurozona e i modelli di Bruxelles – che per quanto onirici fanno ancora testo – chiudono la porta in faccia alla politica fiscale espansiva. C’è da sudare, si sta sudando. Sul piano dialettico l’Italia ha deciso di far leva sulla disobbedienza civile che tanto spopola nel dibattito interno. Dato che la crescita rallenta e il ciclo economico positivo (ebbene sì, positivo) si sta esaurendo, bisogna adottare una politica fiscale espansiva e disattendere la traiettoria di rientro concordata dai precedenti governi. Ma resta una via transitoria e clandestina. Non essendo autorizzata viaggia in un universo parallelo, una sorta di dibattito politico privo di prassi e consuetudini: è indecifrabile.

Ciò che invece è decifrabile, perché composto da cifre per l’appunto, è la Legge di bilancio. Deficit al 2,4%, un valore del tutto contenuto e prossimo alla “ragazzata”, che però si è trasformato in un’apparente crociata eroica. Questo governo è diverso, le promesse le mantiene: sì, giusto, giustissimo. Ma anche qui non c’è nulla di coraggioso: la manovra rischia di vincere una battaglia, quella delle europee di maggio, e di disinteressarsi della guerra, ovvero la crescita e la sopravvivenza alla prossima crisetta economica (che sta arrivando, solo che non se ne percepiscono i passi).

L’ultimo Def di Padoan prevedeva il pareggio di bilancio nel 2020 e un surplus nel 2021, con un saldo primario superiore e prossimo al 4%. Il Governo Conte ha optato per un rientro decisamente più soft.

Crisetta? Sì, crisetta. Un po’ perché quando si sale per troppo tempo poi è pure naturale scendere, un po’ perché i primi sintomi li stiamo appurando proprio in questi giorni. L’economia dell’Eurozona non andava così piano dal 2014, facendo segnare solo un + 0,2% nel terzo trimestre 2018. L’Italia non se la passa meglio: l’Istat ha certificato l’immanenza del Pil nello stesso trimestre, un bello 0% che non promette nulla di buono per la fine dell’anno e per il 2019.

Pare che la spinta sul Pil della congiuntura economica ultra-favorevole si sia esaurita. La crescita tendenziale del Pil, ovvero negli ultimi 365 giorni, è scesa allo 0,8%.

Ecco che va quindi attuandosi un meccanismo perverso, per il quale nel caso in cui il Pil non dovesse crescere quanto preventivato il governo dovrebbe ridurre il deficit onde evitare un aumento del rapporto debito/Pil. È il sistema tolemaico dell’economia contemporanea: il rapporto debito/Pil sta al centro e il resto gli gira attorno. Ma come è chiaro a tutti, una stretta alla spesa pubblica non solo non previene un aumento del rapporto, ma certamente non ha un impatto positivo sulla crescita del Pil (molto probabilmente sarebbe recessivo).

Lo stesso Istat (“Prospettive per l’economia italiana nel 2018”, 22 maggio 2018) ammoniva dolcemente che quest’anno sarebbe dovuta essere la domanda interna la componente fondamentale della crescita del Pil, e che si segnalava già allora un leggero rallentamento: un +1,5%, laddove la domanda estera netta avrebbe invece fatto segnare un sonoro 0%. Ergo mentre nel 2017 furono le esportazioni a darci un colpo di acceleratore, a questo giro dovremo sostenerci sulle nostre gambe. La domanda interna va stimolata, punto.

Nei piani del governo si prevede una crescita reale dell’1,5% nel 2019, ma i guai potrebbero arrivare già da un non scontato +1,2% nel 2018.

I commentatori, di diversa estrazione, hanno deriso il governo riportando il dato della crescita nominale prevista, ovvero +3,1%, un valore che nel continente hanno fatto registrare solo i deflazionati spagnoli. Inutile dire che tra nominale e reale vi sia l’inflazione di mezzo, e che anch’essa sia da considerare all’interno della “regola del debito”, la formula magica per far scendere il rapportone debito/Pil. Però attenzione, è vero: la crescita rischia di essere davvero troppo fiacca. In questi termini la politica espansiva del governo è più che giustificata, ma la vera domanda è se questa sia la manovra che ci serve in questo momento.

Sappiamo che qualcosa intorno ai 15 miliardi di euro verrà destinato a reddito di cittadinanza e superamento della Fornero, mentre alla voce investimenti il valore si ferma a 3,5. Della flat tax solo una timida ombra, con quel regime dei minimi allargato che non consta nemmeno in 1 miliardo, mentre ottimo è il segnale con l’Ires più clemente al 15% sugli utili reinvestiti. Ovviamente si sarà notato che la manovra dei gialloverdi punta tutto sui trasferimenti e sulla spesa corrente: moltiplicatore basso ed incerto, larghi margini di inefficienza. Anche qui, vincere la battaglia elettorale rimandando la vera guerra sui paradigmi economici con l’Ue: al turbo preferiamo sedili più comodi, così arriviamo alle europee di maggio e poi si vedrà.

L’elettore gialloverde è un più assiduo frequentatore di social rispetto alla media, questo risulta dall’analisi di “Sociometr1ca” pubblicati il 25 ottobre.

L’elettore filo-governativo è un animale social(e). Deve difendersi dall’attacco dei “competenti”, ovvero quella opposizione (?) all’angolo non tanto dal 4 marzo, quanto dal 4 dicembre 2016, capace solo di lamentarsi che il calabrone, nonostante la sua struttura, riesca a volare. L’elettorato gialloverde è fidelizzato, difende a spada tratta l’operato dei propri partiti, ma è anche una fetta di popolazione fortemente disillusa e recuperata in corner. La loro pazienza è più che limitata, e sullo smartphone appena appena dopo Felicità di Al Bano e Romina ci sono i Joy Division (tutto Unknown Pleasures, Ian Curtis scalpita).

Salvini e Di Maio sono politici/youtuber, vivono la loro carriera a stretto contatto con il popolo, abbastanza vicino da beccarsi qualche pugno in un battito di ciglia. Da buoni youtuber, quindi, la fidelizzazione la coltivano, adottando la strategia Nutella tanto cara ad un loro predecessore, Matteo Renzi: prendere la spesa pubblica maggiorata e spalmarla sulla massima superficie possibile, per far in modo che il calore raggiunga tutti coloro che devono essere raggiunti. Bello, per carità, ma lontano anni luce da una analisi di ottimizzazione vincolata che sarebbe stata alquanto gradita in questa difficile congiuntura economica di transizione. A questa razionalità viene preferita una spregiudicata strategia comunicativa sui social, che non è cambiata di un millimetro nonostante il passaggio dall’opposizione al governo. Per poter annunciare tanto ed essere credibili, le promesse vanno mantenute in qualche maniera. Alimentare le condivisioni di un elettorato decisamente propenso a spargere il verbo.

Joy Division, She Lost Control. She, lei, l’Italia. Pietra miliare del Gothic Rock, la band inglese si distingueva per atmosfere non proprio nazional-popolari. L’elettorato italiano, in quanto a morale, non va molto lontano.

Non è una manovra coraggiosa. Non la è. Chiamatela d’orgoglio, di emancipazione, chiamatela elettorale se vi pare, ma non coraggiosa. Si è scelto di far assumere ad un Paese acciaccato una cura a base di analgesici. Reddito di cittadinanza per tamponare povertà e Neet (senza convogliare tutti quei miliardi di euro in un progetto più lungimirante, misurato e programmato) e una Quota 100 che, oltre ad adempiere alle promesse elettorali, spera di sostituire ogni nuovo pensionato con un nuovo giovane lavoratore.

Occhio alla logica: i giovani sostituiscono i nuovi pensionati, ma la somma dei posti di lavoro totali non cambia. Cosa ci sia di sinistra in entrambi gli atti è un’impresa capirlo, dato che sono per definizione entrambe “supply-side”, ovvero agiscono sul lato dell’offerta. Adattare l’Italia ad una immancabile decrescita, abdicando al proprio dovere di dar una spinta al volano dell’economia reale. Fatalismo imperante. Certo, poi beneficiari del reddito e nuovi pensionati dovranno pur mangiare e spendere quel denaro, ma tra la tradizionale propensione al risparmio degli italiani e i moltiplicatori timidi sarebbe intellettualmente disonesto parlare di boom economico. Per ogni euro di deficit sono stati stimati solo 35 centesimi di Pil. Non bene. Un 2,4%, preso così, non basta a renderti un keynesiano provetto.

Quello tra Unione Europea e Italia è un gioco delle parti: davvero credevate che Moscovici & Co si sarebbero ammutoliti di fronte alla nostra impertinenza? Andiamo, anche loro hanno delle apparenze da salvare.

Si corre il rischio che i calcoli si rivelino pessimistici e invece riescano a stimolare con successo la crescita italiana, ma è bene comprendere che dopo le elezioni europee, su cui si è fatto all-in, potrebbe non cambiare nulla sul versante del rigore. Se la congiuntura dovesse precipitare e l’eurozona non cambiare paradigma, potremmo trovarci con un Paese dal deficit ampliato ai limiti dei trattati senza averci guadagnato nulla, se non spesa corrente. Ciò dal piano politico è molto probabile, visto che “l’internazionale sovranista” non va oltre al tema migranti e, se non smantellerà le istituzioni a maggio, continuerà ad essere terrorizzata da un eventuale burden sharing del debito italiano.

Il giocattolo dell’eurozona è al limite estremo della decadenza, con Mario Draghi che ha una paura folle di chiudere i rubinetti (tanto che si vocifera di un nuovo Ltlro) e una divergenza tra centro e periferia ormai impossibile da chiudere (i tassi reali in Germania sono sotto al -2%). Il peso politico di Bruxelles è ai minimi storici e non si può permettere una strategia suicida sull’Italia, ma non può nemmeno lasciar correre questo 2,4% senza battere ciglio. È naturale, andava messo in conto. Non si è sbagliato ad ampliare la casa, quanto l’arredamento. Una manovra con investimenti e defiscalizzazioni mirate sarebbe stata più efficace e, soprattutto, inattaccabile dai tanto “sapienti e razionali” burocrati dell’Ue. Proibire ad un Paese come l’Italia un piano simile sarebbe stato un KO tecnico agli occhi tutto il continente. Si sarebbe potuto così mettere anche del fieno in cascina, non in termini di riduzione del debito ma di crescita economica, azionando le giuste leve. Dare più ascolto ad un ministro che nel Governo Conte pare un alieno: Paolo Savona. Il coraggio, infatti, emerge quando si compiono azioni politicamente dolorose per un bene superiore che si paleserà nel lungo termine. No, non l’austerità Cottarelliana. La crescita, solida e duratura. Ma il problema del lungo termine, oltre al fatto che saremo tutti morti, è che ci sarà sempre una elezione nel breve termine.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...