Addio Banco di Napoli, giù il sipario su secoli di storia e potere

ilmattino.it Gigi Di Fiore 9.11.18

Napoli perde il Banco di Napoli, addio dopo 479 anni

Manca poco, ormai. Le ragioni della finanza e del mercato prendono il sopravvento sull’identità: dal 26 novembre il Banco di Napoli scomparirà. Se ne va una fetta di storia del Mezzogiorno, iniziata nel 1463 durante il regno aragonese di Alfonso I quando le operazioni bancarie, con prestiti, pegni, circolazione di monete, erano curate da opere pie religiose. La lunga storia, che ha superato i quattro secoli, è raccontata dai documenti custoditi nel grande archivio della Fondazione Banco di Napoli in via dei Tribunali. Dai primi banchi aragonesi, si passa al Monte di Pietà nel vicereame spagnolo, nell’era felice di don Pedro da Toledo.

C’ERA UNA VOLTA
È il 1539 e il Monte della Pietà nasce da un’intuizione di alcuni aristocratici, mossi da sentimenti di beneficenza verso i poveri ridotti alla fame da prestiti ottenuti con oggetti dati in pegno. Li mise assieme il vicentino Gaetano Thiene, proclamato santo nel 1671, fondatore dell’ordine religioso dei chierici regolari. Era a Napoli per fondare una sede del suo ordine all’ospedale Incurabili. Il Monte di pietà prestava denaro su pegno a interessi bassi. Fino a dieci ducati non si applicavano interessi. La prima sede del Monte di Pietà era alla Giudecca, vicino l’attuale piazza Nicola Amore. Al Monte di Pietà guardavano i sei Banchi allora impegnati nelle attività economico-finanziarie cittadine: il Banco di Santo Spirito, nato nel 1562 in via Toledo vicino la chiesa omonima, che finanziava gli istituti di assistenza alle giovani ragazze; il Sacro monte dei Poveri, fondato nel 1563 in via dei Tribunali per prestare denaro alle famiglie dei carcerati della Vicaria; il Banco della Santissima Annunziata, costituito nel 1587 per sostenere l’ospedale e l’orfanotrofio omonimi; il Banco di Santa Maria del popolo, creato nel 1589 di fronte la chiesa di San Lorenzo per i bisogni economici degli ammalati ricoverati all’ospedale Incurabili; il Banco di Sant’Eligio, voluto nel 1592 dai commercianti di piazza Mercato; il Banco di San Giacomo, che nel 1597, nella chiesa in piazza Municipio, sosteneva economicamente gli spagnoli venuti a Napoli. Dall’unione di questi Banchi cittadini sarebbe nato il Banco di Napoli. Un riferimento economico-finanziario per gli artigiani, i nobili, i commercianti e i poveri della città. Il principale strumento cartaceo di pagamento dei Banchi erano le fedi di credito, che divennero la fonte principale delle transazioni in monete d’oro o d’argento. Erano gli antenati degli assegni e delle cambiali. Anche le fedi di credito venivano girate con la firma e contenevano in dettaglio il motivo del pagamento. Con le fedi di credito si acquistavano grano, case, servizi, opere d’arte, pubbliche e private, commissionate. Artisti, commercianti, edifici, statue, quadri, chiese, lavori, prestiti: i movimenti di denaro descritti nelle fedi di credito raccontano la storia di Napoli. E nel 1647, durante la rivolta di Masaniello, furono devastati proprio i banchi di pegno, con scempio di monete e fedi di credito.
 
I BORBONE E I FRANCESI
Passati i due secoli di vicereame spagnolo, passata la breve parentesi del vicereame austriaco, a Napoli venne il tempo dei Borbone. L’ingresso del re Carlo è nel 1734. Napoli diventa capitale di un regno autonomo. Con i loro prestiti, i Banchi finanziarono le iniziative della nuova dinastia. Furono gli anni della costruzione del teatro San Carlo, della reggia di Caserta, delle ristrutturazioni nelle regge di Capodimonte e largo di Palazzo, l’attuale piazza Plebiscito. A Carlo successe il terzo figlio Ferdinando IV, che visse gli anni e le conseguenze della rivoluzione francese nel 1789. I guadagni dei Banchi subirono contraccolpi, tanto che Ferdinando IV decise di riunirli in un unico istituto. Nacque così il Banco Nazionale di Napoli. Era il 1794. Era l’istituto di credito del regno, la cassa dei pagamenti ed i prestiti di attività economiche e opere pubbliche.

Tempi di rivoluzioni, tempi anche di giacobini e di francesi. È il decennio di re Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo, con Ferdinando IV a Palermo. Nel 1806, Giuseppe Bonaparte è re di Napoli con la benedizione del fratello, l’imperatore Napoleone. Divide in due il Banco Nazionale di Napoli. Crea il Banco di San Giacomo e Vittoria, con sede nel palazzo dei ministeri (l’attuale palazzo San Giacomo), istituto di credito di corte, che è anche tesoreria per gli interventi pubblici e le spese dei ministeri. L’altra metà è il Banco dei Privati, istituto di credito riservato ai sudditi. La sede è nel palazzo dell’antico Monte di Pietà in via San Biagio dei Librai. Quando però arriva Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, ci ripensa e riunisce di nuovo il Banco. Nel 1809 nasce così il Banco delle Due Sicilie, con due sezioni e due sedi: il servizio pubblico resta a palazzo San Giacomo e quello privato in via San Giacomo dei Librai. Sono due grandi filiali dello stesso istituto di credito nazionale. È in quegli anni che, dopo quasi 4 secoli viene decretata la fine giuridica dei vecchi Banchi di pegno.

LE DUE SICILIE
È il 1816, quando Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia decide di riunire i due regni formalmente divisi per costituire le Due Sicilie. Un anno prima, con la sconfitta di Napoleone, i Borbone erano tornati nella loro capitale. Ferdinando divenne primo delle Due Sicilie e mantenne la struttura del Banco voluta da Murat. Vi aggiunse, però, una terza sezione: la cassa di sconto, che gestiva le cambiali dei privati. Dal 1818 al 1820, la cassa di sconto passò da tre milioni e mezzo di ducati a 25 milioni e mezzo, finanziando più operazioni e diventando lo strumento dello sviluppo delle Due Sicilie. Tempi di re, tempi anche di rivolte. Come nel 1848, quando sul trono c’è Ferdinando II. È allora che le filiali di Palermo e Messina si distaccano dal Banco delle Due Sicilie, creando il Banco Regio dei Domini al di là del Faro. È il progenitore del Banco di Sicilia.

Tempi di re, sia furbi sia ingenui. Come Francesco II, l’ultimo re di Napoli. Il padre Ferdinando II aveva spostato i suoi depositi personali nelle banche inglesi. Francesco, per amore della sua Napoli e del suo regno, riporta quei risparmi nel Banco delle Due Sicilie. Quando si spostò a Gaeta per l’ultima resistenza contro i garibaldini e l’esercito regolare piemontese, il re lasciò tutto a Napoli. Era convinto che sarebbe ritornato. Fu un gioco, per le due gestioni dittatoriali garibaldine e per le quattro luogotenenze piemontesi, impossessarsi anche di quei depositi sul Banco. In quel momento, il Banco delle Due Sicilie aveva 200 milioni di lire in depositi e 78 milioni in riserve d’oro, che garantivano l’emissione di moneta cartacea. Garanzie inesistenti nelle Banche degli altri Stati preunitari.

L’UNITÀ D’ITALIA
Il regno d’Italia, che Vittorio Emanuele II di Savoia prese per sé e per i suoi eredi il 17 marzo 1861, eliminò il monopolio del Banco nelle ex Due Sicilie. Viene liberalizzata la concorrenza, consentendo alla Banca nazionale del regno d’Italia (fusione tra la Banca di Genova e la Banca di Torino, nonché progenitrice della Bnl) di aprire filiali nel Mezzogiorno. Nel 1863, erano cinque gli istituti di credito autorizzati ad emettere moneta. C’era anche l’ex Banco delle Due Sicilie diventato Banco di Napoli nel 1861 dopo l’unificazione. Tra gli istituti di credito che emettevano moneta, solo il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia erano pubblici. Soltanto nel 1926, in era fascista, la Banca d’Italia divenne l’unica legittimata ad emettere moneta.

IL VENTENNIO
L’era fascista trova un Banco di Napoli ricco. Nel 1926, nei depositi c’erano un miliardo di lire di forzieri oro. Una somma enorme. E 21 anni prima, a sancire una storia antica, era stato depositato lo stemma araldico del Banco con i simboli di 4 degli antichi Banchi pubblici napoletani. Fu il Banco di Napoli ad essere autorizzato, per concessione governativa, a raccogliere le rimesse degli emigrati negli Stati Uniti. La ricchezza di ritorno del sudore dei poveri cristi una volta briganti e ora emigranti. Prima della concessione, per spedire i soldi in Italia quei meridionali dovevano pagare commissioni da usura che riducevano di molto i loro guadagni. E, per gli emigranti meridionali, nel 1909 il Banco di Napoli apre la sua filiale a New York, con agenti in tutte le località statunitensi dove vivevano italiani. Di pari passo, in Italia il Banco divenne anche credito agrario e fondiario.

Quando il fascismo compie il suo salto di qualità, decidendo il controllo dell’informazione, costringe i fratelli Scarfoglio a vendere il quotidiano Il Mattino, il più diffuso e venduto a Napoli, ad un gruppo vicino al partito. Il denaro necessario viene prestato dal Banco. Quei soldi non vengono restituiti e il quotidiano diventa così di proprietà della banca. E l’espansione continua, con tre filiali nei territori coloniali africani. Dalle 75 filiali nel 1926, il Banco arriva a 200 nel 1940. Ed è il fascismo che, nel 1939, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, realizza la prestigiosa sede di via Toledo in stile neoclassico, che sostituì i vecchi locali di palazzo San Giacomo.

IL DOPOGUERRA
Tempo di ricostruzione, tempo di ritorno alla vita. Il Banco resta proprietario del Mattino, con una società di gestione, la Sem, che nomina primo direttore del dopoguerra Giovanni Ansaldo. La causa con gli Scarfoglio, che vorrebbero indietro la testata, è vinta dall’istituto di via Toledo. È il Banco a finanziare le attività edilizie e gli investimenti a Napoli e nel sud, affiancando anche la Cassa per il Mezzogiorno. Ed è il Banco ad assicurare i fondi per realizzare l’Alfa sud a Pomigliano, o per la ristrutturazione del San Carlo e per il teatro Mercadante. Vengono aperte filiali ovunque, nord compreso, alcune in bellissimi palazzi storici come a Milano e Padova. Negli anni 80 del secolo scorso, il Banco di Napoli arriva a 500 filiali. Nel 1988, ne aveva anche a Buenos Aires, Francoforte, Hong Kong, Londra, New York, Parigi, Madrid. E uffici di rappresentanza a Bruxelles, Los Angeles, Zurigo, Sofia, Mosca. Un centro pensante e potente, di storia, identità e finanza, con cervello e cuore a Napoli.

La Prima Repubblica fa i suoi guasti. L’amministratore Ferdinando Ventriglia, in sella dal 1983, uomo abile, capace e con consolidati rapporti di potere con tutti i partiti, viene chiamato «re Ferdinando». Il Banco di Napoli può decidere di tenere in vita attività economiche, finanziare opere pubbliche e progetti. Quando muore Ventriglia, arrivano gli ispettori della Banca d’Italia e certificano crediti a rischio per 16mila 568 miliardi di lire. È il 1995, quattro anni prima c’era stata la separazione tra Banco di Napoli spa e Fondazione Banco di Napoli che ha l’obiettivo di curare l’attività culturale e benefica dell’istituto, acquisendo anche la proprietà del Mattino.

Per i crediti a rischio e in pieno clima di tangentopoli, in Parlamento viene sollecitato il fallimento del Banco. Viene approvata una legge per il salvataggio con la costituzione di una bad bank, la Sga, che nel 1997 acquista i crediti a rischio per soli 60 miliardi di lire, pari ad uno sconto di 12442 miliardi. La Sga ha il compito di recuperare quei crediti, mentre l’intero attivo del Banco di Napoli, compreso l’enorme patrimonio immobiliare e le partecipazioni, viene rilevato dalla Banca nazionale del lavoro e dall’Istituto nazionale assicurazioni per soli 60 miliardi di lire pari, oggi, ad appena 29 milioni di euro. Due anni dopo, la Bnl cederà le sue quote all’Istituto San Paolo di Torino per 6000 miliardi di lire. Una bella plusvalenza. In quel momento, il Banco di Napoli possiede 731 sportelli, in prevalenza al sud, 53 attività esattoriali, tre filiali all’estero. C’è anche la prestigiosa agenzia a Montecitorio. Nel 2003, si scoprirà che i famosi crediti a rischio non lo erano poi tanto: ne vengono recuperati oltre l’80 per cento per circa 700 milioni di euro. Un miracolo, mentre il patrimonio del Banco viene dismesso e venduto, il Mattino ceduto, le filiali chiuse, i dipendenti ridimensionati. Dopo la cessione, il Banco di Napoli perde il suo marchio ovunque, tranne che al sud. Quando il San Paolo Imi si fonde con Banca intesa, anche il Banco di Napoli diviene controllata dell’importante gruppo bancario italiano. La perdita graduale dell’identità prosegue. La ricchezza del Banco di Napoli si perde in mille rivoli, mentre quel nome e quel simbolo restano nel cuore dei napoletani legati alla loro banca. L’incorporazione fa scomparire l’identità, anche se, almeno in Campania, il nome resterà all’ingresso delle agenzie. Come per tante altre istituzioni e simboli cittadini, chi decide è ormai lontano da Napoli.