Handelsblatt – Ministro delle finanze francese: “serve un impero Europeo”

Di Henry Tougha – Novembre 14, 2018 vocidallestero.it

Il giornale tedesco Handelsblatt riprende le uscite del ministro francese Le Maire sulla presunta necessità di un “impero europeo”. L’articolo evidenzia bene la dinamica franco-tedesca: la Francia è fortemente orientata alla costruzione di questo “impero”, tramite il quale pensa forse di riaffermare il proprio potere, mentre la Germania, dopo avere sfruttato l’integrazione europea a proprio esclusivo vantaggio, è reticente a offrire qualsiasi contributo. Inutile dire che troviamo delirante il presupposto stesso del discorso di Le Maire: “oggi contano gli imperi” è una trita petizione di principio, vera nella stessa misura in cui nei secoli, nei millenni —dalla Guerra Fredda alla Roma antica — hanno sempre “contato” gli imperi… e i relativi imperialismi, come nel caso europeo abbiamo già visto, in modo eclatante, in Grecia. Ma se l’élite europea gioca così a carte scoperte sulle proprie intenzioni, perché la nostra sedicente sinistra resta ancora schierata a difesa di un progetto dichiaratamente “imperialista”?

Handelsblatt, 12 novembre 2018

Va sempre bene celebrare l’unità europea durante i memoriali per i caduti delle guerre mondiali. Ma la vera unità – politica, finanziaria e militare – è ancora assente nell’Unione europea, secondo il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire. In un’intervista esclusiva all’Handelsblatt, il ministro afferma che Parigi è più che disponibile al “più Europa”, e la palla ora passa alla corte di Berlino.

Per resistere a Cina e Stati Uniti, secondo Le Maire,l’Unione europea dovrebbe diventare “un pacifico impero”. E nonostante a causa della loro storia bellica alcuni tedeschi possano trovare poco allettante il suo discorso sull’impero, Le Maire spiega che “utilizzo questa espressione perché, nel mondo di domani, tutto dipenderà dal potere … il potere tecnologico, economico, finanziario, monetario, culturale – che sarà decisivo. L’Europa non può più mostrarsi timida nell’utilizzo del proprio potere”.

Le Maire non arriva a dire che i politici tedeschi hanno fatto il doppio gioco sull’unità europea, ma pone una scadenza: “Ne abbiamo parlato a lungo, adesso è tempo di prendere una decisione. Le decisioni verranno prese il 4 dicembre, al prossimo incontro dei ministri dell’economia e delle finanze. Non posso immaginare nienete di diverso”.

Tutti sanno che ci vuole fegato per opporsi all’amministrazione Trump”, ha detto Le Maire. “Il popolo europeo ne ha avuto abbastanza del balbettio di Bruxelles. Ora vuole l’azione”.

L’America prima, la Cina seconda

Uno degli esempi più eclatanti e recenti della mancanza di potere europeo si è avuto rispetto alle ultime sanzioni americane verso l’Iran. Nonostante la promessa di proteggere le aziende tedesche e di altri paesi europei che fanno affari in Iran, e di evitare la completa disintegrazione del cosiddetto accordo iraniano, la UE ha fallito nella sua intenzione.

Stiamo facendo ritirare le banche iraniane dalla nostra rete”, ha confermato Gottfried Leibbrandt, amministratore delegato di Swift, la rete internazionale di pagamenti con sede in Belgio. Al Business Forum franco-tedesco di Parigi del fine settimana Leibbrandt ha affermato: “Non tutte le banche iraniane, ma quasi tutte”.

Questo rende molto difficile per le aziende europee commerciare con le loro controparti iraniane. Per risolvere il problema Le Maire ha detto che l’Europa andrà avanti con una speciale “società veicolo”, un’istituzione finanziaria che permetterà alle aziende europee di commerciare con l’Iran rimanendo protette dalle sanzioni americane. Ma il punto è molto più ampio del solo Iran: l’Europa deve evitare che siano gli Stati Uniti a decidere dove le aziende europee debbano commerciare.

Geoffrey Roux de Bezieux, presidente del MEDEF, un’ importante rete francese di imprenditori, ha lamentato il fatto che il governo tedesco non sta fornendo alcuna risposta concreta ai suggerimenti pro-europei, come quelli avanzati da Le Maire. La Cina voleva entrare nel mercato UE, ma ha fatto in modo di proteggersi, e anche gli Stati Uniti stanno diventando più protezionisti. Anche la UE deve diventare più forte.

Le Maire si è anche detto d’accordo con le critiche americane sul fatto che l’Europa sia “troppo timida” nel difendersi dalle acquisizioni cinesi della sua tecnologia. L’Europa deve cooperare con gli Stati Uniti per frenare la politica commerciale di Pechino, ha detto il ministro. L’accesso asimmetrico al mercato, gli abusi di proprietà intellettuale e i sussidi statali sono particolarmente preoccupanti, ha detto. Una regolamentazione più restrittiva verso l’acquisizione di aziende europee dall’estero sarebbe un’opzione per proteggere meglio la tecnologia interna, ha detto Le Maire. Una decisione su tale regolamentazione dovrebbe arrivare entro dicembre, ha aggiunto.

Google tax

Una cosiddetta “tassa digitale” è un altro esempio di ciò su cui l’Europa potrebbe mostrare unità e difendere i propri poteri sovrani. La misura, fortemente sostenuta dalla Commissione europea e dal governo francese, tasserebbe le entrate delle grosse aziende digitali. “È normale che le multinazionali usano i dati personali e ci guadagnino senza pagare le tasse? Perché la creazione di valore tramite l’utilizzo dei dati dovrebbe essere esentasse, mentre qualsiasi panificio e piccola-media impresa le paga?” ha detto Le Maire.

Chiamata talvolta “GAFA tax”, per l’impatto che avrebbe su Google, Apple, Facebook e Amazon, l’imposta del 3 percento ha ricevuto un tiepido sostegno dal governo tedesco, ma è stata osteggiata dalle imprese tedesche. Il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz ha pure manifestato i suoi dubbi, ma è aperto all’idea di una imposta sulle vendite digitali a partire dal 2021, se i paesi industrializzati non riescono a concordare una imposta minima sulle aziende a livello globale.

Il rafforzamento dell’eurozona è un’altra priorità nella lista di Le Maire per imporre l’Europa come potenza globale. “Se una nuova crisi economica e finanziaria dovesse scoppiare domani e coinvolgere l’Europa, l’eurozona non sarebbe in grado di rispondere adeguatamente”, ha detto. Stabilire un bilancio comune per la zona euro, che servirebbe a sostenere i paesi in tempo di crisi, è cruciale a questo scopo, ha detto Le Maire. “Un bilancio europeo è parte di questo progetto perché aiuterebbe a riallineare le economie e a farle uscire più rapidamente dai tempi di crisi”.

Ma anche qui la Germania ha puntato i piedi, temendo che questo significhi fare dei trasferimenti fiscali ai paesi economicamente più deboli dell’eurozona. Un fondo di assicurazione dell’eurozona per la disoccupazione, proposto da Scholz, è stato ben presto cassato dal ministro dell’economia Peter Altmaier lo scorso mese.

Senza il sostegno tedesco su tutte queste questioni, Le Maire troverà difficile trasformare l’Europa in un “impero”. L’accordo franco-tedesco è stato il motore dell’integrazione europea, e senza di esso l’Europa è impotente.

SONDAGGIO COLDIRETTI-IXE’: ”58% DEGLI ITALIANI CONTRO LA UE E PER IL 63% LA UE DANNEGGIA IL MADE IN ITALY” (ADDIO UE)

ilnord.it 14.11.18

Cresce in Italia la diffidenza e il rancore nei confronti dell’Unione europea, con quasi sei italiani su dieci (58%) che si sentono maltrattati dalle politiche comunitarie rispetto agli altri Paesi. Solo una sparuta minoranza del 7% ritiene che l’Ue abbia un occhio di riguardo per l’Italia.

E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixè, effettuata in occasione della bozza di accordo tecnico raggiunto tra Ue e Gran Bretagna, presentata all’incontro su Brexit, bilancio dell’Unione e agricoltura.

Se a spingere il distacco inglese è stata soprattutto la diffidenza verso gli euroburocrati, invece sul rapporto tra gli italiani e l’Europa pesa il fatto che, sottolinea la Coldiretti, l’Italia è contributore netto del bilancio Ue con un disavanzo di 37,7 miliardi di euro nel periodo 2010-2016, ovvero l’Italia ha versato nelle casse della Ue quasi 38 miliardi in più di quanto la Ue abbia dato all’Italia in termini di aiuti all’economia a tutti i livelli.

“Il risultato è che – precisa la Coldiretti – c’è un evidente squilibrio che penalizza i conti economici del Paese e che la Brexit rischia di aggravare”.

A spingere il sentimento di rivalsa e di rifiuto dei cittadini italiani nei confronti dell’Unione europea, spiega l’indagine, c’è proprio il fatto che quasi la metà degli italiani (46%) è convinta a ragione di essere in credito rispetto alla Ue, con una percentuale ben superiore a chi ritiene di essere in debito (19%) e a chi considera che il rapporto tra dato e ricevuto sia in pari (26%).

Ad alimentare il rigetto degli italiani per la Ue sono le politiche di Bruxelles che per un 43% degli italiani sono decise dai Paesi più forti a cui si aggiungono il 37% degli italiani convinti che a decidere sono soprattutto le lobby finanziarie ed economiche, fatto anche questo vero.

E non manca chi tra gli italiani addebita le grandi contraddizioni della Ue alla burocrazia (12%), mentre appena il 3% è convinto che a contare in Europa siano i cittadini degli stati che vi appartengono.

Peraltro, due italiani su tre (il 63 per cento) ritengono che le politiche dell’Unione Europea sul cibo danneggino il Made in Italy a tavola, mentre solo il 10% crede che l’agroalimentare tricolore stia beneficiando delle scelte comunitarie.

“La netta maggioranza degli italiani ritiene dunque – spiega Coldiretti – che la regolamentazione comunitaria e le recenti scelte in materia di trattati internazionali non siano adeguate a garantire la qualità, la sicurezza ma anche il rispetto delle tradizioni enogastronomiche della penisola”.

Coldiretti ovviamente punta l’indice sul comparto agroalimentare e lo sottoliena il nuovo presidente, Ettore Prandini, eletto pochi giorni fa: “Per questo è necessario che il nostro Paese si batta contro ulteriori tagli nel nuovo bilancio europeo a carico della Politica agricola comune (Pac) che aggraverebbe la condizione di pagatore netto del nostro Paese”.

Prandini, sottolinea che a pagare il conto della Brexit “non deve essere l’agricoltura che è un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione deve affrontare, dai cambiamenti climatici all’immigrazione alla sicurezza. C’è l’esigenza di ‘riequilibrare’ invece la spesa facendo in modo – spiega – che la Pac possa recuperare con forza anche il suo antico ruolo di sostegno ai redditi e all’occupazione agricola per salvaguardare un settore strategico per la sicurezza e la sovranità alimentare e per contribuire alla crescita dell’intera economia europea”.

Secondo Prandini “vanno ribaltati anche gli attuali parametri per l’assegnazione delle risorse. L’Italia dovrebbe incassare di più se si tiene conto della ricchezza prodotta per ettaro con il valore aggiunto per ettaro nazionale che è più del doppio della media Ue a 28, oltre il triplo di Germania e Regno Unito, il 58% in più rispetto al valore aggiunto spagnolo e il 153% in più dei cugini francesi. La maggiore flessibilità prevista dalla proposta di riforma Pac dovrebbe favorire – spiega ancora il presidente di Coldiretti – una strategia a livello nazionale che risarcisca quei settori che finora non hanno visto un centesimo”.

“Per la Coldiretti oltre al mantenimento del budget, con la nuova Pac la Ue deve puntare su nuovi criteri per tener conto della capacità dell’azienda agricola di creare occupazione e mantenere vitale l’economia nei territori rurali, investire sui giovani e rendere più efficaci ed efficienti gli strumenti per affrontare le crisi, migliorare la lotta alle pratiche commerciali sleali. Una Pac infine che – conclude Prandini – deve vincere l’omologazione e valorizzare la qualità e la distintività dell’agroalimentare”.

Redazione Milano

Duro colpo ai vini italiani. La UE cancella la l’indicazione delle origini delle uve

quelsi.it 13.11.18

Un altro duro colpo per il made in Italy, e in particolare per i vini italiani. Una modifica del regolamento UE n. 607/2009, permette che nelle etichette dei vini varietali (non DOC o IGT) venga indicato solo il paese di vinificazione o spumantizzazione, e non già il paese di origine dei vitigli internazionali utilizzati (quali Chardonnay, Merlot, Cabernet, Sauvignon e Shiraz).

La Coldiretti ha denunciato il pericolo di questa modifica al regolamento, poiché – come riporta ANSA – «in questo modo sarà possibile fare in “laboratorio” vino italiano usando vini o mosti provenienti da altri Paesi, come la Spagna, per essere poi venduto specie sui mercati esteri sotto la copertura di simboli e marchi tricolori ma senza alcun legame con i vigneti ed il territorio nazionale. Una situazione che alimenta le speculazioni in atto sulla vendemmia 2018, con ingiustificate riduzioni a due cifre dei prezzi del vino riconosciuti ai produttori giustificato con l’aumento della produzione che in realtà quest’anno è il linea con la media del decennio

Il governo dia la prelazione ai privati cittadini italiani per l’acquisto del patrimonio immobiliare dismesso per volere EU!

  scenarieconomici .it

14.11.18


Molto bene la risposta italiana all’EU, che voleva privatizzazioni ed austerità: appunto, a Bruxelles volevano privatizzazioni e privatizzazioni hanno avuto, “peccato” abbiano ottenuto solo immobili di stato, magari di provincia, di cui discuteremo sotto.

Certamente l’EU si incazzerà come un puma. Motivo? Loro, i franco-tedeschi, volevano mettere le mani sulla spiagge italiane [da sempre il sogno degli investitori tedeschi abituati a fare le vacanze sul Mar Baltico], su ENEL, su ENI, su Leonardo-Finmeccanica…. Ed invece nisba, nada, nicht, nulla! Solo immobili vecchi magari nel centro di Canicattì. Certo, i tedeschi da quando è partito l’euro vogliono viaggiare in prima (classe), non si accontentano più.

Detto questo ritengo giusta la mossa governativa – ossia la strategia – ma sbagliata la tattica: infatti secondo chi scrive  E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO CHE NELL’ALIENAZIONE DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE ITALIANO CI SIA LA CLAUSOLA DI PRELAZIONE PER I CITTADINI ITALIANI!

Ossia, visto che tali immobili sono stati pagati con le tasse dei padri e dei nonni, se lo Stato vende deve permettere agli italiani di comprare – ossia dare la prelazione agli italiani – in modo che se c’è da fare un affarone lo facciano i nostri. E NON gli stranieri, soprattutto francesi e tedeschi che negli ultimi mesi hanno cristallinamente dimostrato di essere dei veri avvoltoi, essendo interessati a che l’Italia NON esca dalla crisi, anzi vada in recessione. Per poi poterci strangolare col debito e comprare a termine – qualche annetto – per un tozzo di pane i nostri asset (che un governo invece venduto certamente metterebbe in vendita per pochi spiccioli, ndr; notasi che non ho detto Gentiloni, Monti, Renzi o Letta, no, non l’ho detto…).

Insomma, trattasi della tragica ricetta greca, ricetta che era già belle che pronta prima delle elezioni (che nei desiderata della sinistra europeista e di Berlusconi non dovevano permettere alcuna maggioranza); se non fosse che i gialloverdi hanno poi deciso – con sostegno americano – di cambiare strada evitando il suicidio economico l’Italia sarebbe già in svendita. Per inciso la cd. ricetta greca sarebbe stata la stessa che il mite Cottarelli impose alla Grecia (si, è stato proprio lui, fatto salvo poi incolpare il suo capo, Blanchard, giuro, vedasi i suoi tweet) e che oggi Bruxelles vorrebbe anche per l’Italia. Anche se, nel mentre, lo stesso FMI ha dovuto riconoscere che è stato fatto un errore in Grecia, che le ipotesi erano sbagliate e per questa ragione le misure austere volute da Francia e Germania invece di far scendere il debito lo hanno fatto salire! Solo per poi scusarsi dicendo, ci spiace ma ormai il danno è fatto, non possiamo farci più nulla….

Da manicomio (anzi, forse addirittura da galera, che dite?)

Combattre pour l’Europe…. (traduzione della locandina in francese: “Con i tuoi camerati europei sotto il segno delle SS tu vincerai!”)

Come vedete la dose di malafede di cui è intrisa questa sporca faccenda – e che puzza tanto di neocolonialismo intraeuropeo – è fuori dal comune. In tutto questo ancora non riesco ancora a capacitarmi come soggetti che si definiscono italiani (parlo di giornalisti, giudici, politici, opinion makers, borghesia vendidora ecc.) e che comunque, in caso di vittoria degli europeisti sarebbero comunque chiamati a pagare pesantemente di tasca loro – e dei rispettivi figli – per restare nell’euro da schiavi del debito, possano supportare questa EUropa asimmetrica che ogni giorno di più sta implementando il disegno di egemonia economica sul vecchio continente di cui al regime di Vichy. A cui il duo Merkel-Macron sembrano fare il verso.

MD

MONNEZZA D’ORO / TRAFFICI TOSSICI, PERCHE’ SI SONO PERSI 30 ANNI ?

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Anche i bambini delle classi elementari ormai sanno che uno degli affari principali della camorra, da anni e anni, è quello dei rifiuti.

Ebbene, il 14 novembre Il Corriere del Mezzogiorno– costola partenopea del Corsera – e Repubblica Napoli hanno il coraggio di titolare: “L’ombra dei clan sui rifiuti, venti indagati”, e “Il grande affare dei rifiuti, inchiesta della procura su appalti e smaltimento”.

Come scoprire, dopo trent’anni, neanche l’acqua calda, ma appena tiepida.

Al centro dell’inchiesta i soliti amministratori locali (soprattutto del Casertano), piccoli faccendieri, ovviamenti camorristi, titolari di società private e pubbliche per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.

Lo stesso, identico copione cominciato “ufficialmente” a Napoli nel 1990, quando il Comune – all’epoca assessore alla monnezza era il Psi Antonio Cigliano – approvò e varò la privatizzazione del servizio di raccolta per i vari quartieri della città, suddivisi in lotti, assegnati a consorzi d’imprese, consorzi nei quali dominavano le sigle della camorra: un gioco da ragazzi, questo lotto a me, quello a te, la torta allora miliardaria venne subito spartita, tanto per ingrassare meglio i business della malavita organizzata e lasciare la città ugualmente sporca.

Quel modello killer è stato man mano adottato dalla gran parte dei comuni dell’hinterland, già infestati dalla camorra, che regolarmente esprimeva i suoi consiglieri comunali. Altri giochetti da ragazzi aggiudicarsi lotti e appalti e spartirsi tutto il territorio del densissimo hinterland provinciale, popolato da ben 92 comuni, per oltre la metà dei casi – nel corso degli anni – sciolti per camorra o sotto i riflettori della Dda.

L’arresto di Francesco Schiavone detto Sandokan

Negli anni ancora seguenti è stata la volta della regolare infiltrazione camorristica nelle partecipate comunali addette appunto al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, spesso e volentieri dei piccoli grandi colossi, in grado di macinare monnezza e milioni di euro con estrema facilità.

Ora il copione si ripete. E – incredibile ma vero – la fonte principale di “illuminazione” per gli inquirenti sono nientemeno che le dichiarazioni rese da Nicola Schiavone, lo zio di Francesco Schiavone, alias Sandokan.

La prima verbalizzazione di Francesco Schiavone, però, è di oltre vent’anni fa, risale al 1976, in una caserma dei Carabinieri a Castello di Cisterna: presente alla verbalizzazione anche l’allora colonnello Vittorio Tommasone (tornato alla ribalta delle cronache per il caso Cucchi).

Come mai quel preziosissimo verbale d’interrogatorio rimase ad ammuffire nei cassetti quando poteva essere utilissimo per individuare e stroncare sul nascere quegli affari? Vi erano indicati i luoghi precisi degli sversamenti tossici, i nomi dei clan, le imprese coinvolte. Perchè non venne utilizzato subito, non solo per allargare le indagini ma soprattutto per assicurare alla patrie galere quei malavitosi che hanno avvelenato la Campania per due decenni e passa?

Quatto anni fa Schiavone riprende a parlare, si trova in una località protetta ma decide di vuotare il sacco con diversi giornalisti; e riparla con i magistrati. Dopo qualche mese cade “incidentalmente” da un pero del suo orto. Nessuna inchiesta ha accertato le modalità della caduta.

Così come nessuna inchiesta se ne è mai fregata di far luce sulla stranissima morte del magistrato, Federico Bisceglia, che più tutti si era esposto sul fronte dei traffici d’oro della monnezza: con lui stava verbalizzando di nuovo anche Schiavone. Il magistrato muore in un incidente stradale sulla Salerno-Reggio Calabria, la dinamica del sinistro fa acqua da tutte le parti, una donna che viaggiava con lui passerà due giorni in ospedale e non verrà mai fatta verbalizzare.

I misteri della monnezza dorata che oggi lorsignori “scoprono”…

Fire Spa: acquista portafoglio sofferenze da B. Sant’Angelo

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Fire Spa ha acquistato da Banca Sant’Angelo un portafoglio di crediti classificati in sofferenza, per un ammontare di 131,1 mln, costituito da posizioni unsecured. 

Come si legge in una nota, si tratta della prima operazione ad essere compiuta in queste dimensioni da un servicer indipendente. 

“L’iniziativa si inserisce nel piano strategico di Gruppo a medio termine” – ha commentato Claudio Manetti, Amministratore delegato della società messinese – “Vediamo nella gestione del credito deteriorato, di natura bancaria, e soprattutto in questo momento, un’opportunità di consolidamento sul mercato. Fermo restando il nostro intento di continuare ad operare principalmente come servicer, l’acquisto di portafogli ci permette di alimentare l’attuale volume di Asset Under Management (7,5 mld euro al 31/12/2017) e, agendo sia da investitore che da servicer, di applicare appieno le strategie di recupero e gestione che riteniamo possano garantire ritorni sostenibili. Lo spazio di opportunità si è creato anche perché le banche del territorio sono rimaste sostanzialmente tagliate fuori da altre iniziative istituzionali promosse per l’off-loading dei crediti deteriorati. Agendo direttamente o con fondi partner, non escludiamo di replicare l’operazione, su portafogli di taglio simile, con altre banche locali con le quali siamo già in contatto”. 

com/lpg 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 14, 2018 13:11 ET (18:11 GMT)

Crolla in Borsa Carige: i Malacalza impegnati a ricapitalizzarla dopo aver “mollato” la Omba di Quartesolo per problemi di… cassa

Redazione Economica VicenzaPiù 14.11.18

ArticleImage

Non c’è pace per Carige (la banca il cui socio di riferimento è la famiglia Malacalza nota a Vicenza per aver appena “mollato” la Omba di Torri di Quartesolo per “problemi di cassa” e da tempo in campo per varie e consistenti ricapitalizzazioni dell’Istituto genovese, ndr). La banca ligure, che lunedì ha annunciato i conti dei nove mesi, chiusi con quasi 190 milioni di rosso dopo rettifiche sui crediti per oltre 200 milioni, e un rafforzamento patrimoniale da 400 milioni, ieri ha di fatto dimezzato la propria capitalizzazione. Se fino a venerdì scorso la banca valeva poco più di 200 milioni a Piazza Affari, il titolo per tutta la giornata di ieri non è riuscito a fare prezzo e ha chiuso con un tonfo del 48,6%, portando la capitalizzazione a poco più di 100 milioni.

Appena lo scorso anno Carige aveva realizzato un aumento di capitale da circa 400 milioni, di cui di fatto ha già bruciato il 75%. Il cda della banca, che emetterà prossimamente un bond subordinato su cui si aprirà il paracadute dello Schema Volontario del Fondo Interbancario di Garanzia, che porterà alla sottoscrizione di 320 milioni di debito subordinato in attesa dell’aumento vero e proprio, si riunirà giovedì. “Ubi interverrà al salvamento di Carige attraverso il fondo Interbancario, ma non lo farà direttamente come istituto di credito”, ha precisato in serata da Brescia il consigliere delegato di Ubi Victor Massiah ricordando “che le banche intervengono in questa situazione con soldi privati”.

TIM, lo sfogo di Amos Genish silurato: ‘un putsch contro di me, con Elliott il caos’

finanzaonline.com 14.11.18

L’ormai ex AD: “Non conosco le intenzioni del governo, al di là delle dichiarazioni pubbliche. So che vogliono una sola rete, come me, del resto. Ho spinto molto per avviare …

“Un putsch contro di me”. Così a La Stampa l’ormai ex amministratore delegato di TIM, Amos Genish, sfiduciato ieri dal cda del gruppo quando si trovava tra l’altro neanche proprio nei paraggi, ma in Corea. Il titolo TIM oggi si conferma tra i peggiori in Borsa, cede -3,5% circa a 0,51 euro (l’azione ha testato il minimo dell’anno a 0,4771 lo scorso 26 ottobre).

Non si sono comportati da gentiluomini. È stata una mossa sorprendente e contraria alla corporate governance: non si aiuta l’immagine dell’azienda se si allontana il ceo in questa maniera” ha detto Genish commentando quello che, effettivamente, agli occhi di molti nei mercati è apparso come un golpe finanziario.

“Mentre ero nel mezzo di un viaggio di lavoro in Asia per parlare di 5G, e dopo che il presidente mi aveva assicurato che non ci sarebbe stato un cda, tranquillizzandomi per le indiscrezioni di segno avverso che circolavano, ecco che ne convocano la riunione e fanno un vero putsch sovietico ai miei danni. Non c’era un’emergenza, potevano aspettare venerdì. Evidentemente, ci sono dei motivi per cui si sono sentiti a loro agio nel farlo mentre ero via. Con un preavviso di dodici ore”.

Un Amos Genish amareggiato?

“Più che altro preoccupato – ammette a La Stampa – Elliott non conosce il settore delle Tlc come lo conosco io, non ha piena consapevolezza delle sfide che ci attendono. L’ultima cosa che farebbe bene alla Tim è uno spezzatino. Non funzionerebbe. Creerebbe uno scenario di caos. Loro credono di avere la soluzione rapida per risolvere i problemi. Io dico che non è così”.

E sui legami tra il governo M5S-Lega e il fondo Elliott? Amos Genish, qui, non si è sbottonato più di tanto

Non conosco le intenzioni del governo, al di là delle dichiarazioni pubbliche. So che vogliono una sola rete, come me, del resto. Ho spinto molto per avviare delle collaborazioni in tal senso, con Open Fiber e non solo. Il problema è chi debba controllare la rete. Si sceglie Tim? Oppure si fa un vero ‘deconsolidamento’ come vorrebbe Elliott?”.

Genish ritiene che l’opzione migliore sia la prima:

“E’ la soluzione migliore per l’Italia, anche se non ho avuto la possibilità di discuterne col governo. Il quale dovrebbe ragionare sulle incognite dal punto di vista finanziario – la parte più rilevante del debito è legata alla Netco – e occupazionale -, il numero dei dipendenti della ServiceCo potrebbe rivelarsi difficile da sostenere. Quando se ne renderà conto, non potrà che ripensarci”.

In ogni caso, “gli americani di Elliott hanno condotto una campagna segreta per molto tempo cercando di destabilizzare me e la società. Hanno interferito col mio lavoro e la mia capacità di manager. Se guardiamo le decisioni prese e quelle no è evidente che il board non mi ha mai sostenuto. Il punto interrogativo sulla mia permanenza ha complicato il quadro. Il contesto ostile ha permeato di disfunzioni l’ambiente societario. Se qualcuno è da biasimare per come vanno le cose, o per come non sono andate, è il consiglio”.

Per il dopo Amos Genish opzione Altavilla

La frattura finale con il fondo Elliott è avvenuta nella giornata di ieri, martedì 13 novembre, che sarà ricordato come il giorno che ha sancito la fine dell’era Genish.

Con una mossa che l’ex AD ha definito per l’appunto da putsch sovietico, il cda ha revocato con decisione assunta a maggioranza e con effetto immediato tutte le deleghe conferite al consigliere Amos Genish, dando mandato al Presidente Fulvio Conti di finalizzare ulteriori adempimenti in relazione al rapporto di lavoro in essere con lo stesso.

A questo punto, l’attesa è per la riunione del cda convocata per il prossimo 18 novembre: sarà in quell’occasione che sarà nominato il nuovo numero uno di TIM.

Ieri fonti vicine al fondo americano hanno riportato la posizione di Elliott, secondo cui “Genish ha avuto l’opportunità di creare valore e Elliott lo ha supportato”. Tuttavia, il fondo non sarebbe stato soddisfatto dei risultati visto che “nella realtà non sono stati fatti reali progressi e, al contrario, (Amos Genish) ha dimostrato di rappresentare un impedimento per la creazione di valore”.

Da segnalare che il fondo Elliott detiene una partecipazione in TIM pari all’8,65% .

“Durante il suo mandato (di Genish), il rendimento per gli azionisti è stato pari a -33,5%. Per questa ragione il consiglio ha deciso di lasciarlo andare. Genish ha fatto parte dello screditato regime di Vivendi e sebbene non fossimo stati preventivamente informati di questa decisione del consiglio, sosteniamo la revoca. Il Consiglio di amministrazione ha ora l’opportunità di fare la cosa giusta e di agire nel migliore interesse di tutti gli stakeholder, adottando le proposte del piano di Elliott per la creazione di valore”.

Ma la creazione di valore, per gli azionisti di TIM, c’è stata sotto l’egida degli americani del fondo Elliott? Non proprio, se si considera che in data 6 settembre, quando ormai si parlava di giorni contati per Amos Genish, facendo un po’ di conti emergeva che, da quando il fondo Elliott aveva preso le redini della compagnia telefonica, il titolo aveva lasciato sul terreno più di un terzo del suo valore, sprofondando anche ai minimi in cinque anni.

Tanto che i francesi di Vivendi non avevano risparmiato critiche, definendo “disastrosa” la gestione del gruppo da quando il controllo del cda era passato da loro al fondo americano di Paul Singer.

“Le performance in borsa sono drammatiche”, aveva detto Vivendi, riferendosi al -35% in Borsa dal ribaltone dell’assemblea del 4 maggio, giorno considerato TIM Day storico. 

Intanto, Il Sole 24 Ore scrive che, in pole position a prendere il posto di Genish e dunque a prendere le redini di TIM ci sarebbe l’ex numero due di FCA, Alfredo Altavilla, “affiancato da un direttore generale di matrice interna”.

Tale carica potrebbe essere ricoperta dall’ex ceo di Tim Brasil, Stefano De Angelis, considerato il favorito. Ma si fanno anche i nomi di candidati interni come il cfo Piergiorgio Peluso e Lorenzo Forina, direttore business & top clients.

Amos Genish ha pagato posizioni su rete TIM

Certo, Genish ha pagato le sue posizioni sulla separazione della rete.

L’ex AD si è sempre mostrato contrario, infatti, alla perdita di controllo dell’infrastruttura da parte della società. Qualche giorno fa si era così espresso:

“Tim è favorevole alla creazione in Italia di un singolo network di Rete per evitare inutili duplicazioni di investimenti infrastrutturali e siamo aperti a possibili collaborazioni con Open Fiber. L’azienda rimane convinta che Tim rimanga il soggetto tenuto a controllare la Rete in Italia, come avviene in tutti gli altri Paesi. Solo mantenendo il controllo della Rete potremo garantire gli attuali livelli di investimenti e occupazionali. Ogni tentativo di separazione proprietaria della Rete non porrebbe solo a rischio il futuro aziendale di Tim, ma anche lo sviluppo digitale del Paese”.

Lo spin-off invece è una misura caldeggiata dal fondo Elliott, il cui piano ha sempre previsto la cessione della rete fondendola con Open Fiber con il modello rab, la remunerazione degli investimenti sulla base di dati coefficienti come avviene per le società energetiche Terna e Snam. In base a tale modello, Tim non potrebbe però detenere il controllo della rete.

Oggi Il Sole 24 Ore spiega come mai l’ipotesi spin-off piaccia al fondo attivista:

“Fonti vicine al dossier, in ottica finanziaria, stimano che dalla divisione di Tim in due società, una per i servizi e l’altra per la rete, si possa sprigionare un valore ben superiore a quello che oggi la Borsa assegna all’intero gruppo, con la capitalizzazione complessiva che supera di poco i 10 miliardi e la sola capitalizzazione delle azioni ordinarie che è inferiore agli 8 miliardi”.

L’articolo de Il Sole 24 Ore di Antonella Olivieri prosegue:

Togliendo tutto il resto – Inwit, Tim Brasil, rete – la ServiceCo, l’ipotetica società dei servizi, produce oggi 4,2 miliardi di Ebitda. Applicando un multiplo di 5 volte, si ottiene un enterprise value (valore d’impresa, fatto della somma di capitalizzazione di Borsa più indebitamento netto) di 21 miliardi. Supponendo che dei 25 miliardi di indebitamento netto attuale, 12 vadano a gravare sulla società dei servizi, si otterrebbe un valore dell’equity, cioè della capitalizzazione di Borsa, dell’ordine di 9 miliardi. Col modello Rab (regulatory asset base), invece, la società della rete potrebbe avere un enterprise value compreso nel range di 16-25 miliardi che, nell’ipotesi teorica che si faccia carico di tutti i 13 miliardi di indebitamento netto residuo, esprimerebbe una capitalizzazione compresa tra 3 e 12 miliardi”.

La somma delle sole due componenti citatesarebbe quindi superiore all’attuale capitalizzazione”.

Askanews fa notare inoltre che Elliott non vuole farsi sfuggire l’occasione di una separazione che permetterebbe, secondo le stime avanzate dal fondo nei mesi scorsi, di tagliare il debito da 25 a 12 miliardi di euro e di garantire “un dividendo stabile”. La separazione delle rete ex Telecom, secondo Elliott realizzerebbe “fino a 7 miliardi di euro” in valore che adesso è “inespresso”.

Il Sole 24 fa tuttavia notare come la realtà sia molto più complicata, laddove ricorda che “il problema oggi è un debito di circa 30 miliardi, con tassi in crescita e dei flussi di cassa in calo”. Tutto ciò, a fronte dello spettro licenziamenti di 20.000 dipendenti e il no dei sindacati allo spezzatino.

Spezzatino che secondo Genish è il perno attorno a cui ruota la strategia del fondo Elliott:

“Possiamo chiederci se (il mio siluramento) non sia tutto dovuto alle due filosofie che animano Tim. Una è quella di chi vuole lo spezzatino della società per vendere i diversi pezzi, come Elliott ha sempre dichiarato dall’inizio. L’altra è di chi, come me, immagina un gruppo industriale integrato orientato al pieno sfruttamento del potenziale tecnologico a partire dal 5G. Questi approcci si sono scontrati sin dall’inizio. Era impossibile lavorare. Elliott mi ha sempre promesso sostegno a parole e non lo ha mai fatto“.

Ecco il cappio finanziario consigliato dalla Germania all’Italia. Report Deutsche Bank

startmag.it 14.11.18

Che cosa suggerisce il capo economista di Deutsche Bank all’Italia

In Germania c’è chi evoca la Troika per l’Italia. Forse non nelle condizioni sperimentate dalla Grecia, ma poco ci manca.

CHE COSA CONSIGLIA DEUTSCHE BANK ALL’ITALIA

A delineare un intervento dell’Esm (il fondo Salva Stati) nell’economia italiana è stato il capo economista della Deutsche Bank, non proprio l’ultimo degli arrivati.

L’EDITORIALE SUL FINANCIAL TIMES

Nel suo editoriale pubblicato dal Financial Times, David Folkerts-Landau invita l’Europa e il Belpaese a trovare un “grande accordo”. Resta da capire a favore di chi, visto che la soluzione ideata sarebbe quella di mettere Roma nelle mani dell’European Stability Mechanism.

CHE COS’È L’ESM INVOCATO DA DEUTSCHE BANK PER L’ITALIA

Il Meccanismo di Stabilità Europea è un fondo creato nel 2011 per sostituire il precedente Efsf e garantire la stabilità finanziaria dell’area euro. In sostanza interviene quando un Paese è in difficoltà, gli presta i soldi e lo pone sotto la sua ala. Avendo assunto la veste di “organizzazione intergovernativa” (tipo il Fmi), nel caso in cui una Capitale decidesse di chiederne l’aiuto (l’adesione è volontaria), allora l’Esm potrà imporre le famose “riforme”. “I prestiti dell’Esm- si legge nel sito – sono subordinati all’attuazione di programmi di riforma macroeconomica elaborati dalla Commissione europea, in collegamento con la Banca centrale europea e, se nel caso, con il Fondo monetario internazionale”. In pratica una variante petalosa della Troika.

ECCO LE TESI DEL CAPO ECONOMISTA DELLA DEUTSCHE BANK

Per Folkerts-Landau Italia e Ue dovrebbero arrivare a un compromesso. Da una parte il Belpaese “deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza riforme strutturali” e dall’altra “l’Europa deve riconoscere che la soluzione al peso del debito non è l’austerità totale”. Il pericolo (per la Germania) è che una “irresponsabile” battaglia tra Bruxelles e Roma produca una “crisi del debito sovrano”. E che l’Italia si trascini nel baratro altri Stati.

L’ANALISI DELL’ECONOMISTA TEDESCO

L’economista ammette che le politiche lacrime e sangue del passato hanno “abbassato il tenore di vita in misura sufficiente a radicalizzare l’elettorato italiano”. E che “gli sforzi di riforma si sono fermati perché non possono essere attuati contemporaneamente all’austerità”. Come rimediare allora? Aumentando il deficit, come propone il governo italiano? No. Per Folkerts-Landau maggiori spese porteranno a “disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito”. Ma la risposta non è neppure generare ulteriore austerità.

IL PIANO FINANZIARIO CONSIGLIATO ALL’ITALIA

La soluzione dunque sarebbe quella di “ridurre” i rendimenti dei titoli di Stato di Roma. In che modo? I privati non accetterebbero mai, dunque occorre “coinvolgere” l’Esm, “finanziando il riacquisto di parte del debito ad alto costo”. Il capo economista delle Deutsche Bank si dice certo che il combinato disposto di Esm e nuove riforme “alla fine aumenterà i tassi di crescita del Paese dai loro attuali livelli anemici”. Risollevando l’economia nostrana.

OBIETTIVI E COSTI

Già, ma a quale costo? Quello di perdere sovranità e capacità di scelta? Il ragionamento di Folkerts-Landau è razionale, per carità: ridurre gli interessi sul debito (ovvero lo spread) e avere così risorse da spendere “senza aumentare debito e deficit”. Già, ma a quale prezzo? Quello di garantire “che le riforme siano adottate”, scrive Folkerts-Landau. Tradotto: gettarsi al collo il cappio dell’Ue e magari del Fmi.

LE REGOLE DA RISPETTARE

Infatti, secondo le regole statutarie, l’Esm per fare acquisti nel “mercato primario di obbligazioni o altri titoli emessi dallo Stato” (fino al 50% dell’importo finale) pone le stesse “condizioni” di un programma di aiuti. Dunque una sorta di commissariamento. Mentre per fare acquisti nel mercato secondario (che possono avvenire anche senza l’avvio di un programma di aggiustamento) serve che la “situazione economica e finanziaria del Paese sia fondamentalmente solida”. Domanda: la nostra lo è? E, comunque, ci sarebbero delle “condizioni politiche specifiche” da rispettare. Solo un altro modo per dire che a comandare sarebbe Bruxelles.

Confindustria, ecco come Montanino (ex Fmi) critica il rapporto Fmi sull’Italia

startmag.it 14.11.18

Ecco il tweet a sorpresa di Andrea Montanino, economista, capo dell’ufficio studi di Confindustria, già direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, con cui critica il rapporto di ieri del Fmi sull’Italia

I like @IMFNews reports, but this is an unfair view of Italy. What about its current account surplus, highly technological and productive middle-size companies, private savings?

Rischio di recessione, crescita in calo e pericolo nel medio-periodo da uno spread troppo alto che potrebbe portare a un impatto negativo sulla crescita. È l’allarme lanciato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nella relazione che anticipa l’articolo IV. Critiche anche alla misura quota 100 sulle pensioni.

Ecco tutti i dettagli.

COME ANDRA’ LA CRESCITA DELL’ITALIA SECONDO IL FMI

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che la crescita dell’Italia sarà “di circa l’1% nel 2018-2020 e diminuirà da allora in poi”. Lo si legge in un rapporto preparatorio. “Il deficit complessivo del 2019 è previsto al 2,75% del Pil. Per il 2020-2021 è stimato al 2,8-2,9% a meno che non ci sia ampio sostegno politico per attivare la clausola di salvaguardia sull’Iva o per trovare misure compensative”. Cosa questa, spiega il Fmi, che “si è però rivelata difficile da attuare in passato”.

LA MANOVRA DEL GOVERNO SECONDO IL FMI

La manovra avrà un “impatto incerto” sulla crescita dei prossimi due anni e “un effetto probabilmente negativo sul medio termine”, afferma il Fondo monetario internazionale, rilevando che la spinta espansiva verrebbe frenata dalle ricadute dello spread sui titoli di Stato, se restasse ai livelli attuali. Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo.

I RISCHI RECESSIONE

Il Fondo Monetario Internazionale mette poi in guardia l’Italia dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

DOSSIER PENSIONI E QUOTA 100

I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, afferma il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

COME COMBATTERE LA POVERTA’

“L’Italia ha bisogno di un moderno e garantito schema di reddito minimo indirizzato ai poveri, uno schema che eviti la dipendenza dal welfare e i disincentivi al lavoro e che non sia a tempo limitato”, scrive il Fondo Monetario Internazionale, nel ricordare che “le autorità italiane stanno disegnando un programma di reddito di cittadinanza”, i tecnici del Fondo ricordano che mentre i dettagli delle misure devono ancora essere finalizzati, “suggeriamo di stabilire benefici a livelli che non distorcano gli incentivi a trovare lavoro regolare”.

Banche: Di Maio, nessuna tutela per Bankitalia e Consob

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“La nostra scelta è semplice e chiara: nessuna tutela per Bankitalia, Consob e banche. Il governo salva solo i risparmiatori. Su questo non si fanno passi indietro, sia chiaro”. 

Lo ha scritto su Facebook il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ricordando di averlo “ribadito ieri ad Andrea Arman, il presidente delle associazioni dei cittadini truffati dalle banche venete. Nel corso del nostro incontro abbiamo deciso come procedere anche in futuro con un solo obiettivo comune: soddisfare i risparmiatori truffati”. 

“La tutela del risparmio è sancita dalla Costituzione e che la cultura del risparmio è un tratto distintivo dell’Italia da nord a sud, quindi stiamo dando slancio alla Carta costituzionale e ai diritti dei cittadini. Se qualcuno pensa di creare divisioni tra noi e i risparmiatori ha sbagliato di grosso: il nostro interesse è quello di lavorare con le associazioni e la loro piena disponibilità ci dà ancora più forza nel portare avanti la nostra battaglia comune. Nessun altro governo aveva messo a disposizione dei truffati una cifra così alta e noi siamo orgogliosi di farlo”, ha concluso. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 14, 2018 03:44 ET (08:44 GMT)

Manovra rimane così com’è ma con tecnica di persuasione. Parola chiave: privatizzazioni

Con le privatizzazioni fino all’1% del Pil, l’esecutivo giallo verde punta ora a incassi pari a 18 miliardi solo nel 2019. La misura viene considerata uno strumento “per accelerare la …

Il governo M5S-Lega tira dritto, nessun dietrofront né sul Pil né sui saldi: nella lettera con cui l’Italia ha risposto all’ultimatum Ue sulla manovra, una tattica di persuasione tuttavia c’è e porta il nome di “privatizzazioni”. E’ questa la variazione più consistente contenuta nell’impianto della legge di bilancio, che per il resto, a dispetto dei desiderata di Bruxelles, è rimasta invariata. Target sul deficit-Pil confermato al 2,4%, livello fumo negli occhi per la Commissione europea; target sul Pil del 2019 confermato all’1,5%, nonostante gli avvertimenti secondo cui la stima sarebbe troppo rosea, arrivati da diverse istituzioni.

Spunta però un maxi piano di privatizzazioni, il cui obiettivo finale è quello di far scendere il rapporto debito-Pil fino al 126% del 2021″.

Nella missiva all’Ue inviata dal ministro dell’economia Giovanni Tria, si legge di fatto che “il governo ha deciso di innalzare all’1% del Pil per il 2019 l’obiettivo di privatizzazione del patrimonio pubblico”.

Maggiori dismissioni di immobili pubblici, dunque, rispetto a quanto previsto dalla stessa Nota di aggiornamento al Def, in cui si parlava di incassi da privatizzazioni per lo 0,3% del Pil l’anno per il 2019 e 2020, per un valore di 10 miliardi circa in due anni.

Con le privatizzazioni fino all’1% del Pil, l’esecutivo giallo verde punta ora a incassi pari a 18 miliardi solo nel 2019. La misura viene considerata uno strumento “per accelerare la riduzione del rapporto debito/pil e preservarlo dal rischio di eventuali shock macroeconomici”. 

Gli incassi costituiscono un margine di sicurezza” e consentiranno di raggiungere una discesa del rapporto debito-pil “più marcata e pari a 0,3 punti quest’anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,4 nel 2021 portando il rapporto dal 131,2% del 2017 al 126,0 del 2021”.

Il vicepremier pentastellato e ministro per lo Sviluppo economico Luigi Di Maio ha comunque assicurato che le dismissioni “non includono i gioielli di famiglia”, ma solo beni immobili di ordine minore.

Un’altra novità riguarda le clausole di spesa o, anche, di salvaguardia, per rassicurare l’Ue sul fatto che quel target sul deficit-Pil al 2,4% non sarà sforato.

Tria ha scritto che “l’indebitamento netto sarà sottoposto a costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’aumento delle entrate e delle spese”.

Il governo M5S-Lega ha rispettato il termine di scadenza fissato a ieri, 13 novembre, per l’invio della risposta all’ultimatum Ue sulla manovra, che era stata bocciata, senza apportare alcuna modifica ai saldi e al Pil.

Tria conferma l’impegno del governo “ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali”.

“Il governo resta fiducioso sulla possibilità di conseguire gli obiettivi di crescita”, sottolineqando che “la manovra è stata costruita sulla base del quadro tendenziale, e non tiene conto della crescita programmata. Questa impostazione prudenziale introduce nella legge di Bilancio un cuscinetto di salvaguardia, che previene un deterioramento dei saldi di bilancio anche nel caso in cui gli obiettivi di crescita non siano pienamente conseguiti”.

“La normativa nazionale prevede una serie di presidi che obbligano il governo a riferire tempestivamente alle Camere qualora si determinino scostamenti rispetto” agli obiettivi di deficit e indebitamento netto “assegnando tra l’altro al ministero dell’Economia e delle finanze, il compito di assicurare il monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica”.

Il ministero è tenuto inoltre “a verificare che l’attuazione delle leggi avvenga in modo da non recare pregiudizio al conseguimento degli obiettivi concordati e ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali”.

“Grazie all’espansione fiscale, alle riforme introdotte, al rilancio degli investimenti, e alla riduzione del carico fiscale sulle piccole imprese la manovra consentirà di conseguire un tasso di crescita superiore a quello tendenziale e di recuperare parzialmente il divario rispetto agli altri Paesi europei. Il governo resta fiducioso sulle possibilità di conseguire gli obiettivi di crescita contenuti nel quadro programmatico del documento di programmazione”.

Il governo conferma il reddito di cittadinanza e quota 100, tra i cavalli di battaglia del contratto M5S-Lega. Nella lettera è contenuta inoltre la richiesta di una maggiore flessibilità per eventi eccezionali per le spese che dovranno essere affrontate per la rete viaria a seguito della tragedia del Ponte di Genova e per il contrasto al dissesto idrogeologico.

Banco Bpm: oggi offerte per sofferenze e piattaforma (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Banco Bpm raccoglierà oggi le offerte vincolanti per il 

progetto Ace, vale a dire la cessione di un portafoglio di crediti 

deteriorati fino a otto miliardi di euro di valore nominale ed 

eventualmente anche della piattaforma di gestione. 

All’appello, si legge su MF, sono attese tre proposte da parte della 

cordata Texas Pacific Group, Christofferson Robb & Company, Daidson 

Kempner e Prelios (affiancati da Mediobanca), di quella 

doBank-Fortress-Illimity e del tandem Credito Fondiario-Elliott. 

I pretendenti dovrebbero esprimere una valutazione su tre differenti 

perimetri: quello complessivo, di poco superiore a otto miliardi, quello 

più piccolo (3,5 mld) e uno a scelta. 

Il prezzo dovrà inoltre tenere conto di una serie di scenari differenti 

che hanno reso particolarmente complesso il lavoro dei bidder. Difficile 

fare previsioni alla vigilia, ma fonti vicine al dossier parlano di 

valutazioni prudenti, vicine al 20% del valore nominale del portafoglio. 

Prezzo figlio non soltanto dell’accurato lavoro di due diligence, ma anche 

del maggiore premio per il rischio richiesto dagli investitori nel mercato 

dei distressed asset italiani. 

red/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

November 14, 2018 02:32 ET (07:32 GMT)