Carige, l’ombrello di Intesa Sanpaolo, le incognite del Fondo e il rischio Bail-in

startmag.it 14.11.18

Quali sono i piani di Carige? I nuovi vertici non avevano detto che era tutto ok? Perché Malacalza si sfila dall’intervento? E cosa faranno davvero le grandi banche come Intesa Sanpaolo e Unicredit per Carige attraverso il Fondo interbancario? 

Conversazione di Start Magazine con Carlotta Scozzari, giornalista di economia e finanza, già a Finanza&Mercati, a Repubblica, al Messaggero e ora a Business Insider Italia. Scozzari segue da tempo le vicissitudini di Carige e ha anche scritto l’anno scorso il libro “La vera storia della Carige di Genova”.

Scozzari, ma i nuovi vertici non avevano detto che era tutto ok e che i loro piani non contemplavano aumenti di capitale o altro? Che cosa è successo in poche settimane?

Dalla scorsa estate, sia a seguito dell’uscita di alcuni consiglieri sia a seguito della durissima lettera della Bce di fine luglio, era diventato evidente che la banca avesse un nuovo problema di carenza patrimoniale da risolvere. Allora si pensava che, per colmare il deficit entro la fine dell’anno come da richieste della Bce, potessero bastare i 200 milioni di emissione obbligazionaria subordinata preventivati dall’ex amministratore delegato, Paolo Fiorentino. Ora, invece, si è scoperto che ce ne vogliono ben 400.

Tutta colpa delle ispezioni della Bce?

L’ispezione della Bce potrà anche essere stata severa ma la banca continua a fare i conti con il problema dei crediti deteriorati. Ora il nuovo ad, Fabio Innocenzi, e il presidente, Pietro Modiano, operando al loro arrivo ingenti svalutazioni e scaricando di fatto tutta la colpa su chi c’era prima, ci dicono che è stata fatta pulizia totale nella banca. Questo però a patto che vadano in porto l’emissione obbligazionaria e il successivo aumento di capitale da 400 milioni che servirà per rimborsarla o per convertire i bond in azioni.

Perché Malacalza si tira indietro? Non era ll dominus che ha vinto in assemblea ed espresso i nuovi vertici?

La famiglia Malacalza, prima azionista al 27,56%, nella scorsa assemblea dei soci di settembre era riuscita a sconfiggere gli avversari, ossia Raffaele Mincione e Gabriele Volpi, nominando la maggioranza del consiglio di amministrazione, tra cui il nuovo ad Innocenzi e il presidente Modiano. Ora, con la decisione a sorpresa dei Malacalza di non sottoscrivere nemmeno una porzione dell’emissione obbligazionaria, come invece era parso stessero per fare, sembra quasi che almeno per il momento abbiano deciso di non appoggiare il piano di salvataggio firmato da Innocenzi e Modiano, o comunque di non collaborare con loro. Eppure, in occasione dell’assemblea di settembre, Davide Malacalza aveva assicurato: “Faremo la nostra parte”, lasciando la strada aperta anche a un nuovo aumento di capitale. Si vedrà se la famiglia che vive a Genova cambierà idea. Innocenzi e Modiano sembrano fiduciosi a riguardo.

Che cosa farà di preciso il Fondo interbancario? E tutte le maggiori banche aiuteranno Carige? O qualcuna nicchia?

Lo Schema volontario del Fondo interbancario, cui partecipano le principali banche italiane (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi, Banco Bpm, Mps…), sottoscriverà 320 milioni di obbligazioni subordinate che serviranno a rimettere in sicurezza la situazione patrimoniale di Carige per la fine dell’anno, come da richieste della Bce. In un secondo momento, secondo gli auspici dei vertici della banca, al Fondo interbancario subentreranno gli attuali azionisti insieme con eventuali nuovi soci se non addirittura un compratore. Non mi aspetto che le altre banche italiane facciano i salti di gioia per mettere in sicurezza Carige, ma temo che in questo momento non ci siano altre alternative se non quella ben più drastica di aprire l’ombrello del bail-in, applicato per la prima volta in Italia in maniera rigorosa.

Ieri su Business Insider Italia hai citato un report di Equita non troppo tranquillizzante. Che cosa dice sulle modalità di intervento del Fondo interbancario?

Gli analisti di Equita sottolineano che il Fondo interbancario verrebbe interamente rimborsato in caso di adesione piena all’aumento di capitale, mentre in caso contrario scatterebbe la conversione del subordinato in azioni. Tuttavia, ed è qui che viene fuori l’inghippo, per statuto il Fondo non può superare il 50% del capitale. Conseguentemente, nello scenario di bassa adesione all’aumento di capitale, una parte dell’obbligazione in mano al Fondo non potrebbe essere convertita in capitale. E ciò potrebbe rappresentare un problema molto rilevante.