Tassi in crescita sui mutui per lo spread? Ecco perché è una frottola

startmag.it 16.11.18

L’analisi di Giuseppe Liturri

Il 13 novembre deve essere stata una giornata difficile per chi, al Sole 24 Ore, ha autorizzato il titolo in prima pagina ‘Mutui, tassi in crescita per colpa dello spread, salito a quota 300’. Quel titolo è rapidamente diventato il manganello agitato strumentalmente dalle mani dell’opposizione e l’oggetto di un tam-tam mediatico all’insegna della paura.

Ma, come purtroppo spesso accade a certi titolidel Sole, anche questa volta quel titolo esce malconcio dalla prova dei fatti.

La cosa paradossale è che, senza addentrarsi in ricerche, è già il contenuto dell’articolo a svelare la completa fallacia del titolo. Infatti, questo aumento dei tassi attivi delle banche, di cui parlano da settimane ma di cui non c’è comunque traccia nei dati Bankitalia fino al 30/9, pare giustificato dall’aumento dei costi di raccolta. Già avvenuto? No, ‘in prospettiva’ le minusvalenze sui BTP in portafoglio alle banche potrebbero indebolirne il capitale e costringerle a pagare tassi più alti sull’emissione dei nuovi bond bancari. Quindi ci sono almeno un paio di condizionali, prima che l’aumento dello spread si trasmetta effettivamente sui tassi attivi. Detto che nulla può accadere ai mutui in corso, poiché quelli a tasso fisso tali restano, e quelli a tasso variabile sono parametrati all’Euribor che è piatto da mesi, la relazione monocausale del Sole non regge nemmeno per i nuovi mutui perché:

1) le banche da tempo sono alle prese con un restringimento della forbice tassi attivi/passivi, con i primi in rilevante calo grazie alla abbondante liquidità ed alla concorrenza tra banche. Oggi tale forbice si è ridotta (dati ABI/Bankitalia) a soli 187 punti base. Quindi, da tempo, molto prima che lo spread salisse a 300, le banche hanno bisogno di migliorare quei margini. Inoltre, dal 2016 la BCE ha richiesto alle nostre banche un imponente piano di dismissione dei crediti in sofferenza e ciò determina decine di miliardi di perdite e di accantonamenti (le sofferenze nette sono scese dal 2016 da €88 a €40 miliardi) e la conseguente necessità di ripristinare la redditività, via aumento tassi.

2) Il costo della raccolta bancaria non cresce per colpa dello spread. Potrebbe accadere ma anche per altre cause, ovviamente taciute. Infatti, la raccolta bancaria tramite obbligazioni è in calo a doppia cifra da oltre 5 anni, tanto che oggi rappresenta solo il 12% della raccolta complessiva. Si deve ricordare che con l’entrata in vigore del bail-in dal gennaio 2016, questi titoli (pur con diverso grado di vulnerabilità per ciascuna tipologia) sono i primi ad essere aggrediti. Inoltre, dal gennaio 2019 le banche dovranno dotarsi di un ‘cuscinetto’ (MREL è l’acronimo per i feticisti) costituito da obbligazioni subordinate assoggettabili a bail-in. EBA (il regolatore europeo delle banche) e Bankitalia ritengono molto difficile la stima dell’impatto di queste nuove regole, ma concordano sul fatto che ci sarà e sarà significativo. Dopo le perdite inflitte ai detentori di obbligazioni subordinate di Banca Etruria, è ragionevole pensare che il rischio del bail-in, debba essere premiato con tassi più alti?

3) Infine, l’aumento dei tassi, in un intervallo oscillante tra 5 e 20 punti base, riguarda soprattutto i mutui a tasso fisso e, anche in questo caso, c’entra poco con lo spread. Infatti, l’aumento dell’IRS (parametro base per i mutui a tasso fisso) è in atto da tempo, pur restando su minimi storici, ed è attribuibile a fattori tecnici. In aggiunta, soprattutto nell’ultimo anno le banche hanno ridotto parecchio lo spread sull’IRS per motivi commerciali ed ora devono semplicemente recuperare.

Chiaro ora perché lo spread sui BTP influisce poco sui tassi dei mutui, se comparato con altre cause molto più rilevanti? Parliamo della pagliuzza, mentre la trave colpisce da tempo le banche.