T’amo e t’odio, cose da fidanzati litigiosi

 di: Rita Pennarola lavocedellevoci.it

Fidanzati affetti da incompatibilità, ma saldamente uniti dal comune intento di sancire con il matrimonio l’assemblaggio delle rispettive doti, per far confluire l’usufrutto della somma di due ricchezze in un unico patrimonio. E’ la storia di lui e lei, in questo caso di lui e lui perché il riferimento è all’“Incompiuto” Di Maio e al “Ce l’aveva duro”. Sfiorano la rissa a pugni e calci, a conclusione di un litigare a volte finto, messo in scena per il pubblico dei rispettivi fan e molto più spesso autentico, per non soccombere al protagonismo dell’alleato-rivale. Purtroppo per la democrazia sotto attacco, nella scazzottatura quotidiana ha la meglio il valpadano del Carroccio, eletto dagli italiani suggestionati dall’ingannevole mito del “Ci vuole un uomo forte, di polso, decisionista”. Di Maio e associati provano a competere con pari furore, ma soccombono. E’ successo con il clamoroso getto della spugna per la sconfitta della Trans Adriatic Pipeline (Tap) che li ha sputtanati. Potrebbe succedere con il Treno ad alta Velocità (Tav), con il sì leghista per gli inceneritori e il no dei grullini. È successo in tema di migranti, con lo stop alle prescrizioni dopo il primo grado, eccetera. A tendere l’elastico, con l’obiettivo di spezzarlo, è il reparto d’assalto della Lega, galvanizzato dalla progressiva crescita di consensi, confermata dai sondaggi. Non a caso le voci di dentro, per il momento in sordina, suggeriscono di mettere il timbro “scaduto” sul contratto di governo. Non è fortuito il riaffacciarsi di Di Battista con un’intervista via skipe nella fase poco convincente della leadership di Di Maio. Non sono insignificanti le contestazioni delle defaillance dell’esecutivo di governo inanellate da ministri frinfrillacchi (Toninelli, Lezzi, Bonafede). E’ pericolosamente in crescita il mal di pancia per le contestazioni interne dei ribelli anti decreto sicurezza, contrari alla spartizione di incarichi rilevanti e di una fetta in crescendo della base.

L’Espresso, in edicola oggi domenica 18 novembre, pubblica il glossario delle volgarità che infiorano il turpiloquio della politica in vertiginoso degrado etico. Citiamo di seguito le più sconce, che pronunciate a vari intervalli, escono dalla memoria, messe in disparte dalle nuove che sopraggiungono con crescente spregiudicatezza.

Merita la pole position il “puttane” di Di Battista affibbiato ai giornalisti. Dal Sudamerica, dove ha vissuto un anno sabatico, interviene sul caso Raggi, la sindaca di Roma processata e assolta da una sentenza caritatevole del tribunale per fatti che sussistono, ma di cui la poverina – così racconta il magistrato – non era a conoscenza, la sindaca contestata per inefficienza e incapacità.

Di Battista: “Giornalisti puttane”. Il secondo epiteto dispregiativo è “pennivendoli”. Alessandro elogia il padre Vittorio, tenacemente fascista, prossimo a essere indagato per offese a Matterella e si autodefinisce puttano, dal momento che lavora lui stesso come giornalista per il “Fatto Quotidiano” giornale quasi ufficialmente organo dei 5Stelle. Di Maio, si associa (caso Raggi) “…quelli che si autodefiniscono giornalisti, ma che sono infimi sciacalli, corrotti intellettualmente. Anche Di Maio è giornalista pubblicista. Autogol anche di Grillo. Chiama gli italiani analfabeti (“il 45% non capisce quello che gli si dice”). Sono quelli che non hanno capito perché hanno votato per il Movimento? Di Maio: “Assassini” (ce l’aveva con Piero De Luca, il figlio del governatore della Campania). Toninelli propone di punire i “facinorosi”, cioè i migranti salvati dalla nave Diciotti. Di Battista ai dem, accusati di aver abolito l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori: “Ma andate a fanculo”. Paragone, giornalista ex Rai: “Nel giornalismo ci sono tante Puttane”. Non lo dice, ma sottintende “escluso me”). Ingiurie da trivio della Taverna, senatrice pentastellata. In parlamento: “Merde, schifosi, siete delle merde, dovete morire.

Il bestiario pubblicato dall’Espresso, alle pagine 19-23, è ricco di insulti e affini utili a capire il lato scurrile del governo gialloverde. Da non perdere.

Sono numerose le immagini di Salvini con indosso la divisa di poliziotto. Impegnato in selfie così conciato, il ministro dell’Interno ha dimenticato di far corrispondere agli agenti della Polizia Ferroviaria le indennità di scorta per servizi a lungo percorso, che coprono le spese di vitto e alloggio. Straordinario esempio di ambigua contraddizione.

Molteplici problemi di root si trovano dietro i problemi economici dell’Italia

zerohedge.com 17.11.18

Tramite Global Macro Monitor,

Grande sinossi dei problemi economici e politici dell’Italia da parte del FT.

Il PIL pro capite in ritardo nel paese è tutto ciò che devi sapere per capire la causa del conflitto politico e l’ascesa del populismo italiano di sinistra-destra.

Siamo rimasti sorpresi dal grafico sulla gioventù istruita in Italia, che è un’altra spiegazione del perché il populismo abbia messo radici in Italia.

La sfida rimane per il governo italiano: come far uscire l’Italia dalla trappola lenta o senza crescita che è stata catturata in tutto questo secolo.

L’ultima indagine economica condotta dall’OCSE in Italia ha dimostrato che, contrariamente all’esperienza della maggior parte degli stati membri dell’organizzazione, la produttività tra le aziende più efficienti in Italia è in declino anche più veloce di quella meno produttiva. 

Il governo di coalizione italiano sostiene che i suoi piani di spesa contribuiranno ad alimentare la crescita. Ma molti degli esperti consultati dal FT sostengono il contrario: che gli alti livelli del debito già annullano la crescita attirando fondi per la carta governativa che altrimenti andrebbero verso investimenti più produttivi.

Andrea Arman e l’odioamore per i grillini, Il Foglio: faide e ambizioni dei (capi dei) risparmiatori azzerati di BPVi e Veneto Banca

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 18.11.18

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Delle lotte di Andrea Arman, presidente e non padre ma padrone del Coordinamento Banche di don Enrico Torta, lui dice, per i risparmiatori vittime di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Bancaabbiamo riferito più volte così come abbiamo cercato di capire cosa c’è dietro la sua alternanza repentina di sentimenti che passano dall’adulazione del governo del cambiamento (lui, nella foto con Gianluigi Paragone, fu candidato dal M5S alle ultime politiche ma non convinse neanche i suoi associati visto che non fu eletto) alla sua demonizzazione se non soddisfa tutte le richieste magari anche sue personali e non tutte proprie della gran parte dei veri risparmiatori.

Come esempio della prima fase, direbbe un qualche analista, il 4 ottobre scorso, giorno di S. Francesco, lo ricordano i suoi fan, l’estensore della Bibbia terrena di don Torta santifica Alessio Villarosa dopo un incontro al Mef ma soprattutto, è la sua ossessione, criminalizza le altre associazioni non sue seguaci.

Franco Rocchetta e Andrea Arman al tempo dei bond dela Repubblica VenetaMa il 3 novembre Arman si scatena contro governo e M5S in un assalto all’arma bianca, una vera e propria abiura, dopo una nuova escalation di trasformazioni da dottor Jekyll a mister Hyde, quando proprio quel governo sembra accedere alle richieste dei risparmiatori azzerati ma non può consegnare a lui il vessillo del vincitore visto che sono state più le difficoltà da lui frapposte a rafforzare l’impalcatura della legge 205 che non le proposte costruttive che ora hanno portato pentastellati e leghisti vicino al completamento per lo meno delle mura e del tetto: per interni ed arredamenti c’è ancora un po’ di tempo una volta che i diseredati verranno accolti sotto un tetto.

Di dubbi sulla doppia personalità di Arman è da tempo che ne avanziamo documentandoli: l’uomo deciso nelle piazze ma mite e acculturato nei convegni si trova coinvolto in una vicenda di assunta ma inquietante violenza con un altro amico che sarebbe diventato, al solito, ex per non averlo assecondato: “Giovanni Dalla-Valle e Andrea Arman, dopo un evento pro vittime banche venete scontro legale tra ex amici. Lo psichiatra accusa di tentato omicidio l’avvocato, che non risponde. E don Torta non pacificherebbe“; l’odierno difensore dei soci truffati dalle banche invitava a sottoscrivere sicurissimi bond della costituenda Repubblica Veneta; l’avvocato difensore dell’onestà veneta fu sospeso per tre mesi dall’Ordine degli avvocati di Treviso (che mai ha risposto, perché?, alle nostre Pec al riguardo della notizia qui allegata) per fatti di usura non punibili penalmente all’epoca ma sanzionati per infrazione alle norme deontologiche; e, dulcis in fundo, il danneggiato direttamente dall’azzeramento del valore delle sue azioni della Banca Popolare di Vicenza pretende dal governo del cambiamento, prima del suo niet e del nuovo attacco, che la soglia di ristoro si innalzi a 750.000 euro dopo averci costretto ad informare i lettori e, soprattutto, i suoi “crociati” che Andrea Arman «mentre pubblicamente piange per le 7.000 azioni BPVi, ricevute secondo Francesco Celotto, che ne valuta il danno in non più di 70.000 euro, dal padre come concambio low cost ai tempi dell’acquisizione della “sua” Banca Piva alla BPVi, privatamente sta ancora festeggiando per le 8.000 azioni, della stessa provenienza, che, stando ai libri soci della fu Popolare di Vicenza presso la Procura di Vicenza, ha venduto nel 2012, esattamente il 30 ottobre 2012, al prezzo massimo di 62.50 euro ognuna…».

Altre vicende “strane” si potrebbero raccontare oltre a quelle riscontrate  e prima riportate ma prima si dovrebbero approfondire, come fa sempre chi vi scrive che ha subito violenze mediatiche per fatti poi non rivelatisi degni neanche di una richiesta di rinvio a giudizio ma rimasti nell’immaginario collettivo così tanto che poco tempo fa ho dovuto querelare, poiché dava per certi quei fatti mai avvenuti, Lorenzo Cracco, un associato di Noi che credevamo nella BPVi, il cui presidente Luigi Ugone, su “mandato” di don Torta, provò anche ad impedire fisicamente una nostra conferenza stampa (qui il nostro esposto) , e che con Arman è tra i “promotori” del governo del cambiamento salvo ora rivoltarglisi contro solo perché non asservito ai loro sconosciuti disegni.

Disegni sconosciuti che ieri, però, almeno in parte e per uno di questi due leader alla Sansone (col prete di Dese a benedirli) ha rivelato Valerio Valentini su Il Foglio con questo titolo tutto fuorché ambiguo: “Gli appetiti dei “truffati” delle banche irretiti dal M5s. Andrea Arman e l’odioamore per i grillini. Faide e ambizioni dei risparmiatori rimasti scottati dal fallimento delle banche venete, sedotti e abbandonati da Di Maio“.

Non sappiamo quanto sarà contento di questa, apparente, pubblicità negativa Luigi Di Maio, che ha dovuto ricevere l’altro giorno chi, irato, gli rinfacciava “voti di scambio“, ma di certo, se il vice premier e il suo sottosegretario del Mef ora sapranno meglio soppesare il loro interlocutore a giorni alterni, magari ringraziando i giornalisti che provano a far loro aprire gli occhi, l’ira potrebbe essere molto più funesta per Arman, che vede svelato, non solo da noi, il suo mortale tallone: l’egocentrismo che sfocia, secondo Il Foglio, nella richiesta di prebende personali, alla Bramini…

Leggete e riflettete tutti, dai soci azzerati ai politici considerati degli “usa e getta” per certe personalissime ambizioni.

Gli appetiti dei “truffati” delle banche irretiti dal M5s
Andrea Arman e l’odioamore per i grillini. Faide e ambizioni dei risparmiatori rimasti scottati dal fallimento delle banche venete, sedotti e abbandonati da Di Maio 

di Valerio Valentini, da Il Foglio del 17 novembre

Per lui che sognava uno scranno a Montecitorio, un post su Facebook, seppure sulla bacheca di Luigi Di Maio, non può certo bastare. “Ma è l’inizio di un dialogo che finora non c’è stato”, spiega Andrea Arman l’avvocato trevigiano, classe ’59, presidente del Coordinamento Don Torta, l’associazione dei risparmiatori rimasti scottati dal fallimento delle banche venete che ora, dopo avere visto dissolversi le sue velleità da parlamentare, spera quantomeno di far valere il malcontento di cui si è fatto portavoce per ottenere un qualche incarico.

Ed è così che, a seconda dei giorni e delle contingenze, Arman amplifica o silenzia la protesta dei suoi corregionali travolti dal crac di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, con intenti che non è detto che non siano nobili – fare in modo che i “truffati” ottengano il massimo possibile in termini di risarcimento – ma che di certo non sono solo quelli dichiarati. Elogi e scudisciate sapientemente bilanciati, nei confronti dei grilloleghisti. “C’è tanta buona volontà, in questo governo”, ci garantisce. “Ma c’è anche una notevole inesperienza mista a superficialità”. E non a caso una manciata di giorni prima d’essere ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Chigi dal vicepremier grillino, lo stesso Arman era sbottato contro il sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, durante un incontro al Mef: “Non ascoltate nemmeno chi vi ha portato i voti”. Il tutto ripreso col cellulare e fornito in pasto al Moloch della stampa.

D’altronde i voti glieli aveva portati davvero, Arman. Lui che, indipendentista con un passato nella Liga veneta, dopo aver perso quasi 700 mila euro come azionista della Popolare di Vicenza, il 4 marzo aveva accettato di candidarsi nel collegio uninominale della sua Montebelluna sotto le insegne del M5s. A chiederglielo, in una riunione improvvisata al termine di un convegno a Mestre, nel dicembre del 2017, era stato proprio il capo grillino. A lui, infatti, Arman confessò il suo progetto: “Stiamo mettendo su una lista coi truffati delle banche di tutta Italia”. E fulminea, allora, la proposta di Di Maio e Gianluigi Paragone, che s’accingeva ad arruolarsi nella truppa grillina: “Uniamo le forze: dateci una decina di nomi e io ve li candido negli uninominali”, disse Di Maio. Delegato a gestire la trattativa fu David Borrelli, potente europarlamentare veneto già in rotta di collisione col M5s e presente pure lui all’incontro.

Solo che le cose si complicano subito: di gente da accontentare, di associazioni da irretire e voti da accalappiare, Di Maio ne ha troppi, e insomma i posti liberi scarseggiano. Si va avanti due mesi: quando si arriva al dunque, della decina di collegi promessi ne restano appena quattro, e tutti pessimi. Perché in Veneto è scontato il trionfo della Lega: e infatti anche Arman prende meno della metà dei voti della salviniana Ingrid Bisa. E poi c’è chi, come Angiolino Cirulli, “vittima di Banca Etruria”, viene offerto come vittima sacrificale nel collegio romano di Paolo Gentiloni. Ma è quando, alla vigilia della definizione delle liste, dall’uninominale di Castelfranco Veneto scompare il nome di Giuliano Giuliani, altro attivista del Don Torta, per far spazio a Eva Liberalato, avvocato 44enne ben voluta da Riccardo Fraccaro, nella Marca deflagra la rabbia. Ma Arman non demorde, sa che il tempo della contrattazione arriverà. E arriva, infatti. All’incontro con Villarosa e Massimo Bitonci, l’altro sottosegretario, leghista, al Mef, l’8 novembre scorso, ci arriva agguerrito. “Ci convocate a cose già fatte, ci proponete un ristoro del 30 per cento del perduto e ci obbligate a rinunciare a ogni azione legale contro le banche fallite? E’ una truffa”. Bitonci e Villarosa parlano di un errore tecnico: “E’ scomparsa una parte del testo in corso d’opera”. Arman non ci sta. “Le ‘manine’? S’intrufolano solo nelle tasche degli sprovveduti”, dice ora al Foglio. “La verità è che ci hanno provato. O che, peggio, non hanno il controllo della macchina ministeriale”. Ieri è arrivato l’emendamento leghista che pone, in parte, rimedio al guaio. “E’ qualcosa, ma ancora tutto troppo nebuloso”, ci dice Arman. Che nel frattempo, però, forse un obiettivo l’ha centrato: nel gran tourbillon di associazioni e comitati di “truffati”, quasi tutti in guerra con tutti gli altri, l’interlocutore privilegiato del governo, ora, pare essere proprio lui. Qualcuno, a Montebelluna, già lo paragona a Sergio Bramini, l’imprenditore brianzolo fallito e adottato da Di Maio prima come simbolo delle vittime dello stato, poi come consulente al Mise. Il problema è che Bramini è finito presto per lamentarsi: “Usato e dimenticato dai gialloverdi, col contratto che mi è stato fatto non mi resta in tasca un euro”. E anche questo, a Montebelluna, lo tengono ben presente

Il gatto e la volpe sono in società

Ascanio Modena Altieri – 18 novembre 2018 lintellettualedissidente.it

Le bordate giungono rispettivamente da Draghi e Mattarella: il dissenso e il cambio di rotta, sembrano non poter avere ancora vita facile.

Gli ammonimenti si srotolano da nordiche lande europee: Mario Draghi da Francoforte, ha nuovamente fatto notare come i paesi con un alto debito debbono stare molto attenti a non aumentarlo, scordandosi forse delle progressive crescite d’esso dall’esecutivo Monti in poi, considerato il fatto che il riferimento era neanche troppo velatamente rivolto all’Italia. Inoltre, il presidente della BCE ha sottolineato come il mettere in discussione sia le regole europee – i famosi vincoli riformabili per certuni – che la moneta unica – quella da cui non si può uscire a detta degli stessi – aumenterebbe il differenziale fra BTP e Bund tedeschi ed ingigantirebbe il rischio di instabilità fiscale, soprattutto se lo Stato in questione è vulnerabile agli shock. Fra presunti contagi e nazioni sotto stress, neanche stessimo parlando di un lazzaretto, appare chiara la volontà della massima istituzione europea, essendo questa fondata sulla moneta e non sulla politica comune, di mettere a tacere ogni possibile malcontento e libera opinione; le finanziarie saranno espansive? Si vuole aumentare il rapporto deficit/pil al 2,4%? Non si continua con la svendita dei gioielli di famiglia? La mannaia spread e gli investitori internazionali saranno lì, pronti a colpire.

Ad aumentare il valore fattuale delle parole pronunciate da Draghi, si aggiunge Mattarella in quel di Stoccolma, nella civilissima e triste Svezia, ove come perfetto secondino dell’UE attua una operazione di “persuasione morale”. La legge finanziaria, in aperto disappunto con i diktat dell’Unione, potrebbe persino non essere firmata al momento dell’arrivo al colle, come alcuni dei satrapi che accompagnano Mattarella hanno riferito ai cronisti: il sì non è scontato dunque. Il PdR, deluso dalla evidente rottura fra Roma e Bruxelles, decide di vestire nuovamente i panni del capo d’opposizione e si spreca in un lugubre memento: questa linea dura da parte dell’Italia va a cozzare con gli articoli 97 – in merito ai rapporti con l’UE – e il celebre 81, riguardante l’asfissiante six pack e l’oramai famigerato pareggio di bilancio. Sostanzialmente se sforiamo – pure da parametri non scritti come il già citato 2,4% – ci ritroviamo i commissari in casa. Venissero pure, non si assicura una gioiosa accoglienza. Non soddisfatto, Mattarella in visita all’Università di Lund, ha dato un colpo al cerchio ed uno alla botte: ha riconosciuto dei limiti insiti nel progetto comunitario europeo, con specifico riferimento al contorto trattato di Lisbona, una creatura ibrida, un percorso non concluso, una realtà divenuta matrigna e considerata malamente dai popoli del nostro continente. In uno stralcio di discorso, Mattarella sembra aver centrato il bersaglio:

Con le sue istituzioni, le sue regole e procedure, l’UE viene percepita da una parte come estranea se non avversa e, al più, come una sorta di fiera delle opportunità alla quale attingere secondo spicciole convenienze, senza né anima né scopo

Non poteva fermarsi a questa considerazione perfettamente logica e condivisibile? Aggiungendo magari la palese impossibilità di riformare questa costruzione? No, anzi, ha aggiunto che tali idee hanno corto respiro e che non considerano tutto ciò che di positivo – e non scontato stavolta – abbiamo conquistato. Se da una parte troviamo il perentorio banchiere ammonitore, dall’altra troviamo un falso alleato di Stato, conscio del disastro in cui ci troviamo ma per nulla intenzionato a svincolarci. Da Draghi e Mattarella non ci si poteva aspettare diversamente, tuttavia alcuni dati permangono chiari: più si è contrari a qualcosa che fisiologicamente verrebbe considerato come un male, più questo ci eroderà la salute. Bisogna esser pacati – succubi – nei rapporti con la UE, mantenere un atteggiamento dignitoso – sudditanza – nei confronti di tale istituzione irreversibile, apparentemente modificabile solo nei momenti di maggior climax. Dobbiamo intrattenere un dialogo – tacere – con la commissione, soprattutto in questi frangenti, con il rischio di una procedura di infrazione. Noi altri, che detestiamo l’impossibilità di scegliere, che consideriamo idiote le inevitabilità storiche e le minacce fatte passare per consigli, preferiamo uscire dal ventre del Leviatano con un certo trambusto, anziché aspettare di essere lentamente digeriti. Sognatori sì, scemi mai.

Così Paolo Savona sballotta Juncker, Paesi Bassi e Austria

startmag.it 18.11.18

Che cosa ha scritto oggi il ministro degli Affari europei, Paolo Savona

“I Paesi Bassi e l’Austria si sono espressi a favore di una doverosa procedura di infrazione; se i primi avessero accompagnato la richiesta con l’impegno di riassorbire l’inaudito surplus di bilancia corrente che sottrae crescita all’Unione, e se l’Austria avesse svolto in questo frangente con più equilibrio il suo ruolo istituzionale di Presidenza di turno dell’Ue, forse avrebbero favorito il dialogo”.

CHE COSA HA SCRITTO PAOLO SAVONA SUL SOLE 24 ORE

E’ quanto scrive tra l’altro Paolo Savona oggi in un intervento sul Sole 24 Ore a proposito della procedura di infrazione Ue che riguarda l’Italia. Ma il ministro degli Affari europei, nell’intervento pubblicato sul quotidiano confindustriale diretto da Fabio Tamburini, critica direttamente anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

LA PROPOSTA DEL GOVERNO ITALIANO ALL’UE

“La via del dialogo – ha scritto Savona – è stata già indicata dal Governo italiano fin dall’inizio di settembre nel documento intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Esso propone di costituire a Bruxelles un Gruppo di lavoro ad alto livello che invii il messaggio ai cittadini europei che l’Unione sta esaminando i modi per completare l’architettura e le politiche europee, con un respiro più ampio dei negoziati oggi in corso sul tema”.

LA STOCCATA DI SAVONA A JUNCKER

Le risposte al documento italiano? Ha chiosato il ministro degli Affari europei: “Il dialogo può essere avviato in forme diverse, utili e razionali, come quello avviato dall’ottima e paziente (nei miei confronti) collega francese Loiseau, che nella sua risposta al documento del Governo mi ha indicato i punti sui quali si poteva discutere. Una pari cortesia, non meno apprezzata, mi è stata usata da altri colleghi europei. Altri, compreso il Presidente Juncker, si sono trincerati in un silenzio che voglio rifiutarmi di considerare mancanza di volontà di dialogo sui veri problemi dell’Unione”.

ECCO DI SEGUITO AMPI STRALCI DELLO SCRITTO DEL MINISTRO PAOLO SAVONA PUBBLICATO OGGI SUL SOLE 24 ORE:

La Commissione dichiara di volere il dialogo con il Governo italiano, ma verba volant, scripta manent. Se dialogo si vuole veramente, e noi lo vogliamo, si deve partire dal nobile discorso pronunciato dal Presidente Mattarella in Svezia, da quello che si può considerare il podio dei Premi Nobel, ivi incluso quello della pace. Il quesito è quale risposta deve dare l’Italia a una nuova caduta della crescita, già insoddisfacente, e a una disoccupazione e una povertà insostenibili?

La via del dialogo è stata già indicata dal Governo italiano fin dall’inizio di settembre nel documento intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Esso propone di costituire a Bruxelles un Gruppo di lavoro ad alto livello che invii il messaggio ai cittadini europei che l’Unione sta esaminando i modi per completare l’architettura e le politiche europee, con un respiro più ampio dei negoziati oggi in corso sul tema. Chi continua a ripetere che il Governo intende pilotare l’Italia fuori dall’euro e dall’Unione spera che la situazione peggiori per tentare di recuperare la sconfitta del 4 marzo e si appella al mercato affinché crei ulteriori squilibri, senza dare una risposta ai tre problemi indicati.

La soluzione allo scontro, che doveva essere evitato, passa attraverso una decisione che, come suol dirsi, salvi la faccia di tutte le parti in causa: quella del Governo, che ha indicato una strada per affrontare i tre problemi (caduta della crescita, disoccupazione e povertà), offrendo un luogo di discussione, il citato gruppo ad alto livello; quella della Commissione, che avrebbe dovuto aprire un dialogo diverso dal semplice «rispettate i parametri fiscali»; e quella degli altri Stati Membri che ignorano il problema da affrontare.

Un verba volant è che sarebbero alcuni Stati membri a non volere aprire un dialogo e, quindi, non ci sarebbe spazio per la Commissione di dare avvio alla discussione proposta. I Paesi Bassi e l’Austria si sono espressi a favore di una doverosa procedura di infrazione; se i primi avessero accompagnato la richiesta con l’impegno di riassorbire l’inaudito surplus di bilancia corrente che sottrae crescita all’Unione, e se l’Austria avesse svolto in questo frangente con più equilibrio il suo ruolo istituzionale di Presidenza di turno dell’Ue, forse avrebbero favorito il dialogo.

Il dialogo può essere avviato in forme diverse, utili e razionali, come quello avviato dall’ottima e paziente (nei miei confronti) collega francese Loiseau, che nella sua risposta al documento del Governo mi ha indicato i punti sui quali si poteva discutere. Una pari cortesia, non meno apprezzata, mi è stata usata da altri colleghi europei. Altri, compreso il Presidente Juncker, si sono trincerati in un silenzio che voglio rifiutarmi di considerare mancanza di volontà di dialogo sui veri problemi dell’Unione.

Poiché tutti dichiarano di volere l’Europa unita la strada non può essere se non quella indicata dal Presidente Mattarella nel corso della sua visita in Svezia: dialogare e recuperare l’Esprit d’Europe. L’Italia vuole dialogare. Sta agli altri dimostrare che vogliono occuparsi seriamente del futuro dell’Unione Europea

Una finzione chiamata concessione

Vitalba Azzolini phastidio.net 15.11.18

Il crollo del ponte Morandi ha dimostrato quanto sia necessario un alto livello di attenzione sulle concessioni pubbliche, in particolare su quelle del settore autostradale. Ciò trova da ultimo conferma nell’indagine svolta dall’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) tra il 17 maggio e il 30 settembre 2017, pubblicata il 17 ottobre di quest’anno, tesa a raccogliere dati e informazioni per un “censimento” di tutti i titolari di concessioni non affidate con procedura di evidenza pubblica, ai fini di successivi controlli. Da tale indagine emergono risultanze che lasciano perplessi: considerata l’importanza del tema della qualità e dei prezzi cui i servizi pubblici vengono erogati, è il caso di darne conto.

Ad esempio, per il settore del gas l’Autorità rileva che un numero di concessionari relativamente contenuto fornisce il servizio per un numero elevato di enti locali. Il fenomeno – osserva l’ANAC – sembra da porsi in relazione con l’ingente numero di concessioni scadute nel settore del gas (n. 3.728 su un totale di n. 5.142): nonostante la normativa preveda da tempo che i concessionari vadano individuati mediante procedure ad evidenza pubblica e che le gare siano avviate almeno un anno prima del termine, da diversi anni non ne vengono effettuate e, pertanto, le concessioni sopravvivono con proroghe sistematiche.

La situazione descritta causa “una sorta di dumping e, quindi, il rovesciamento delle norme sulla concorrenza”: pochi gruppi di grandi dimensioni svolgono il servizio di distribuzione del gas, “determinando alcuni monopoli di fatto”. In altri termini, un numero ristretto di soggetti può incidere sulle tariffe applicate agli utenti finali. E “quanto evidenziato per il settore del gas non può essere escluso con riferimento anche ad altri settori”.

L’ANAC sottolinea, inoltre, che i dati dichiarati dai concessionari nel corso dell’indagine, specie nel comparto dell’energia, non sono stati verificati in concreto dai concedenti, alcuni dei quali “non certo secondari per importanza economica ed estensione”: essi si sono limitati a una mera “presa d’atto”, che non attesta una loro puntuale attività di controllo.

Tra i rilievi dell’ANAC ce n’è poi uno in particolare che va posto in risalto, ma serve una premessa: il Codice degli Appalti dispone che i titolari  di concessioni non assegnate con gara affidino una quota pari all’80% dei contratti  di lavori relativi alle concessioni stesse mediante procedure ad evidenza pubblica (art. 177). All’ANAC spettano compiti di controllo anche perché, in caso di sforamento, la percentuale indicata va ripristinata entro l’anno successivo e se lo squilibrio è reiterato per due anni consecutivi viene applicata una penale pari al 10 per cento dell’importo dei lavori che avrebbero dovuto essere affidati con procedura ad evidenza pubblica.

La disposizione contiene una deroga speciale: il limite dell’80% di lavori da mettere obbligatoriamente a gara è ridotto al 60% per i soli concessionari autostradali. Ne consegue che essi possono svolgere in house una percentuale di lavori maggiore rispetto a tutti gli altri concessionari. Come già spiegato un anno fa circa, la deroga a favore di tali soggetti rivela un’incoerenza normativa non di poco conto. Infatti, l’obbligo di assegnare in via concorrenziale i lavori relativi alle concessioni ha lo scopo di recuperare “a valle” il deficit di competizione “a monte”, derivante cioè da concessioni affidate e/o prorogate senza gara: ma proprio per le concessioni autostradali, quasi totalmente affidate e/o prorogate senza gara, il limite di lavori da svolgere in concorrenza è inferiore rispetto a tutti gli altri. La deroga è, dunque, particolarmente inquietante.

E parimenti inquietanti erano le anche stravaganti interpretazioni a proprio favore che i destinatari della citata disposizione volevano fossero date circa le percentuali da rispettare, il computo del periodo necessario al riequilibrio e altro. Le risultanze dell’indagine dell’ANAC aumentano l’inquietudine, se ancora ve ne fosse bisogno. Da esse emerge non solo che vi sono divergenze tra i dati forniti da concedenti e da concessionari circa “valori” e “percentuali” di contratti da affidare con procedure di evidenza pubblica, ma soprattutto che tra i soggetti i quali “hanno dato luogo alle incongruenze più vistose spiccano i concessionari autostradali”. E “il massimo scollamento nei dati esaminati si è verificato con riferimento a quelli dichiarati dal Concessionario ASPI e dal Concedente MIIT” (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti).

Cosa dimostra per l’ANAC tutto questo? Dimostra che “vi è stato sino ad oggi un deficit di controlli sistematici del Concedente sulle attività del Concessionario, dovuto, a seconda dei casi, sia a una scarsa consapevolezza del ruolo sia a schemi di convenzioni troppo risalenti”. In un Paese che aspetta si verifichino disastri – in ogni senso – prima di acquisire sensibilità su regole violate, controlli non effettuati e molto altro, le osservazioni dell’Autorità risultano oltremodo rilevanti.

L’ANAC, in conclusione – sottolineando “la presenza di fenomeni particolarmente gravi di inosservanza o di applicazione distorta della normativa di settore” –  “segnala” la necessità di “un intervento volto a sollecitare l’affidamento tramite procedure ad evidenza pubblica (…) delle concessioni scadute”; ma anche la necessità di richiamare l’attenzione dei concedenti sulla verifica del rispetto dei limiti percentuali suddetti, nonché sulla rivisitazione delle concessioni in essere, “esercitando anche le proprie prerogative di monitoraggio dei rispettivi concessionari”.

Limogreenservice, la startup italiana che sfida Uber

Caterina Maconi wired.it 17.11.18

Si chiama Limogreenservice ed è italiana. Tramite una piattaforma online, propone corse prenotabili fino a massimo tre ore prima. E ha pensato a come ottimizzare i viaggi a vuoto

C’è una nuova startup, nata la scorsa estate, che si sta muovendo nel mondo della noleggio con conducente. Un mondo spesso al centro delle cronache soprattutto a causa della querelle tra i taxisti e Uber. Limogreenservice, questo il nome della startup, entra in gioco proprio qui. “Noi siamo gli anti Uber – spiega l’amministratore delegato, Francesco Artusa – siamo un servizio 100% italiano”. Tutto passa da una piattaforma web, attiva sia per i clienti privati che per le aziende, da dove si possono prenotare le corse. Al portale rispondono gli operatori di noleggio con conducente.

Facciamo un esempio. Dovendo andare da Milano città all’aeroporto di Malpensa, il cliente può prenotare una corsa fino a tre ore prima dell’orario in cui vuole partire. Sul sito, sceglie opzioni come il tipo di auto, il wifi, l’autista in base alla lingua parlata.

Il vettore parte dalla rimessa, come previsto dalla legge, passa a prendere il cliente e lo porta a destinazione. “Il sistema fa solo una prima scrematura geografica in base agli Ncc registrati e al viaggio del cliente”, precisa Artusa.

Nella tratta Milano/Varese il sistema esclude gli Ncc di Como. Nella tratta Como/Milano il sistema esclude gli Ncc di Varese. “In questo modo favoriamo il lavoro di prossimità. Limitiamo i chilometri a vuoto percorsi dai veicoli ed evitiamo fenomeni di concentrazione dell’offerta in pochi siti che lascia scoperta gran parte della richiesta di mobilità in tutte le periferie lombarde e italiane”.

Quando l’autista ha terminato la sua corsa, deve tornare vuoto al garage. “Il servizio Green riempie questa tratta a vuoto”, racconta Artusa. Gli ncc inseriscono nel portale il proprio schedule settimanale. “Per esempio, un ncc di San Donato informa il portale che approssimativamente lascerà un cliente a Malpensa alle 9.30. Un cliente del portale che sta visionando la tratta Malpensa- San Donato, o San Giuliano, ne viene a conoscenza. Il portale lo informa che è disponibile l’opzione Green”. Se la accetta, farà il percorso con il conducente che ha lasciato il cliente a Malpensa. “Si rende anche disponibile a una attesa moderata in caso di imprevisti dovuti al traffico”. In cambio, risparmierà tra il 30 e il 40% rispetto alla tariffa classica.

Quali le maggiori differenze rispetto a Uber? “I passeggeri non possono tracciare il veicolo in tempo reale attraverso il gps”, dice Artusa. Inoltre, è possibile prenotare fino a massimo tre ore prima della corsa ma non in tempo reale. È il sito che in automatico organizza le combinazioni: al cliente che da Malpensa deve andare a Milano, non mostra gli autisti che invece provengono da Como e lì devono tornare. Ma solo quelli sulla strada.

Limogreenservice opera in tutta Italia. Per ora sono un centinaio le aziende Ncc consorziate, per un totale di mille veicoli circa, tutti di proprietà. “Ogni consorziato ha versato una somma di ingresso”, e questo contribuisce a finanziare il progetto. “Sulle altre piattaforme quando il cliente prenota un servizio per cui paga 100 euro, la piattaforma lo rivende sul mercato secondario, tenendosi fino a metà dell’importo. Noi invece non vogliamo che il 30-50% del costo della corsa venga disperso”. Il cliente della startup paga in anticipo con carta di credito direttamente l’azienda che esegue il servizio, ricevendo subito fattura.Tutto il ricavato va all’azienda, niente va al portale.

I nostri obiettivi sono ridurre il numero di veicoli Ncc sulle strade, aumentandone la produttività. Meno traffico, meno inquinamento. Accettiamo solo Ncc con veicoli euro 5 e 6. Abbiamo già in flotta anche Hybrid, Tesla e veicoli per il trasporto disabili”, aggiunge Artusa. Sul medio-lungo termine, oltre a rafforzarsi in Italia, dove cerca sponsor e partner industriali che iniettino nel sistema 100-200 passaggi al giorno che generino piu Green, la startup vorrebbe sbarcare all’estero. L’idea è quella di riprodurre il servizio con partner tedeschi, francesi, spagnoli.

Ma prima – sul breve termine – c’è da affrontare una questione più urgente. Ovvero l’articolo 29 1 quater, che stabilisce che ciascun ncc per ogni servizio deve partire dalla propria autorimessa e farvi ritorno appena concluso il trasporto. Questa disposizione negli ultimi anni era stata sospesa. Dal primo gennaio 2019 tornerà a essere operativa. Se non saranno fatte proroghe o presi provvedimenti, “saremo fuori legge”, conclude Artusa.

Io, ex Bankitalia, dico: ecco cosa può fare la Bce all’Italia

startmag.it 17.11.18

Ecco perché la Bce non può sottrarsi a una valutazione degli effetti di contagio che potenzialmente il caso italiano è suscettibile di provocare. L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia, già ai vertici della Banca d’Italia

Pensavamo di avere risolto il problema della capitalizzazione delle banche dovuto soprattutto all’impatto della crisi. ma il percorso viene ora, quasi improvvisamente, ostacolato dall’allargamento degli spread e dal loro impatto, appunto, sulle banche.

LE TENSIONI NELLA MAGGIORANZA DI GOVERNO

Per la verità, questa volta la maggioranza mostra di avere iniziato a capire che porsi questo problema non significa voler fare un regalo agli istituti o ai «cattivi» banchieri ma è imposto dalla necessità di prevenire il consolidarsi del circolo vizioso tra banche e Tesoro, con gravi conseguenze a catena sulla tutela del risparmio, nonché, più in generale, sulle condizioni di vita dei cittadini.

I RISCHI INCOMBENTI

C’è, dunque, la mano di una certa responsabile attenzione ai rischi incombenti, ma c’è pure l’altra mano che, dando prova di una schisi del decisore, si appresta a incidere con misure fiscali restrittive sulle stesse banche le quali, così, mentre dovrebbero predisporsi ad affrontare impegni strategici rilevanti per il loro futuro, entrano, invece, nell’orbita dei possibili gravi impatti del finanziamento del Tesoro e della stretta fiscale, a meno che su quest’ultima non sopravvengano dei salutari ripensamenti. Ritenere, però, che tutto si esaurisca all’interno delle sole banche è pura illusione, dal momento che il materializzarsi di questi rischi impatterà sicuramente su risparmiatori e prenditori di crediti, su famiglie e imprese.

CHE COSA HA AUSPICATO DRAGHI DELLA BCE

Che fare? Mario Draghi ha detto che occorre abbassare i toni nella «confrontation» con l’Unione europea, non mettere in discussione la permanenza nella moneta unica e adottare politiche adeguate per ridimensionare gli spread. Poi ha precisato che egli resta ancora fiducioso che un compromesso possa raggiungersi tra Governo italiano e Commissione Ue sulla manovra finanziaria. Quanto alle politiche contro l’allargamento dei differenziali, ovviamente espresse così sinteticamente, esse costituiscono, in effetti, un insieme che per ora non trova affatto riscontro adeguato nelle decisioni dell’Esecutivo.

COME HA RISPOSTO DI MAIO

Alle parole di Draghi non si può tuttavia rispondere, come ha fatto il vice premier Luigi Di Maio, sostenendo che gli spread crescono perché si teme un’uscita dell’Italia dalla moneta unica con la conseguente ridenominazione: questo, semmai, è un rischio che può apparire in una lunga prospettiva. Ora, invece, i dubbi nei risparmiatori e negli investitori, nonché nei mercati in genere cominciano a sorgere, purtroppo, sull’affidabilità del debitore, sulla sua capacità di governare gli effetti di una manovra finanziaria che si ritiene fondata, per esempio, su previsioni di crescita irrealizzabili e su di un debito che difficilmente calerà.

LE DIVERGENZE TRA GOVERNO E COMMISSIONE UE

È questo timore che va sconfitto. In questa situazione, poiché entrambe le parti – Governo italiano e Commissione Ue – dicono di voler dialogare dopo la bocciatura del programma di bilancio, allora va chiarito che non può non trattarsi, se dialogo vi sarà, di una interlocuzione per la quale ambedue i soggetti siano indisponibili a mediazioni. Dialogare mantenendo ferme le posizioni dell’Esecutivo italiano, come qualche esponente della maggioranza ha detto, pur dopo i responsi delle agenzie di rating, da ultimo quello di Standard & Poor’s comunque lo si valuti, equivale a non volere affatto il dialogo.

LE FISSAZIONI DELLA COMMISSIONE DI BRUXELLES

Ovviamente considerazioni uguali valgono per i falchi che compongono la Commissione, che, però, non rappresenterebbero la maggioranza. È, dunque, il momento di passare alle scelte concrete. Modificare nelle scadenze le misure che si vogliono introdurre con la legge di bilancio, programmare meglio gli obiettivi di crescita e di produttività, dare un’autonoma evidenziazione alla strategia per il debito non farebbe di certo perdere la faccia alla compagine governativa. Allora si potrebbe riscontrare se la Commissione si attesta su di un rigorismo dannoso, senza muoversi dalle sue posizioni rispondendo con un vieto «non possumus» oppure se coglie l’apertura e decide di avviarsi per la strada del compromesso. Adesso non vi è alternativa a un accordo, per quanto faticoso sia il suo conseguimento. A esso la Bce deve dare il proprio contributo.

CHE COSA PU’ FARE LA BCE

Ma, in questa fase, l’Istituto non potrebbe sottrarsi a una valutazione degli effetti di contagio che potenzialmente il caso italiano è suscettibile di provocare. Draghi vi ha fatto riferimento parlando, tuttavia, di un contagio assai limitato. Naturalmente, occorrerebbe distinguere coerentemente la condizione di non solvibilità da quella di transitoria illiquidità e su questa base imperniare, al di là delle operazioni Omt, gli altri strumenti dei quali genericamente ha parlato Draghi allorché ha detto che con la fine del quantitative leasing non vengono meno gli strumenti di cui dispone la politica monetaria.

LA BCE TRA PASSATO E PRESENTE

Bisogna distinguere, anche perché non ha tutti i torti chi sostiene che a temperare gli spread debbono poter concorrere anche le banche centrali. Quello che avvenne in Italia negli anni novanta con la Banca d’Italia di Antonio Fazio dimostra che a una nettissima riduzione dei differenziali può dare un apporto fondamentale una banca centrale. Governo, Commissione Ue, istituzioni e soggetti economici debbono fare la propria parte. Ma la Bce non si può attestare solo sulla disponibilità alle Omt. Non solo moniti, dunque, da parte della Bce, ma anche un agire concreto, ancorché circoscritto.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

Caso diamanti, il Tar Lazio respinge ricorso di Bpm

Debora Badinelli ilsecoloXIX.it 16.11.18

Chiavari – Caso diamanti, il Tar del Lazio dà ragione ai correntisti. Il tribunale amministrativo ha confermato multe per circa 12 milioni di euro inflitte dall’Antitrust lo scorso anno per pratiche commerciali scorrette a Unicredit, Banco Bpm, Monte dei Paschi di Siena e ai principali venditori di diamanti: “Intermarket diamond business” (Idb) e “Diamond private investment” (Dpi). Con cinque sentenze il tribunale ha giudicato infondati e respinto sia i ricorsi presentati da Idb, Dpi e dalle tre banche. Le multe si riferiscono a due procedimenti per pratiche commerciali scorrette. Per il primo erano state inflitte sanzioni pari, complessivamente, a 9,35 milioni (due milioni per Idb, quattro per Unicredit, 3,35 milioni per Banco Bpm); per il secondo le sanzioni ammontavano a sei milioni: un milione per Dpi, due per Mps e tre milioni per Intesa Sanpaolo, quest’ultimo istituto non ha presentato ricorso. 

L’Antitrust, alla fine di settembre ha chiuso «senza accertare infrazione» il procedimento aperto nei confronti del broker di diamanti “Diamond love bond” e di Ubi Banca, che si sono impegnate «a far venir meno i possibili profili di scorrettezza delle pratiche commerciali oggetto di istruttoria». 

Nel Levante fa discutere soprattutto la sentenza della prima sezione del tar Lazio (presieduta da Carmine Volpe) relativa a Bpm, già Banco di Chiavari e della Riviera Ligure, la cui copertura capillare del territorio, ha fatto sì che gran parte degli acquirenti di diamanti a prezzi gonfiati siano correntisti della banca. Duecento le persone che si sono rivolte allo sportello Adiconsum Cisl di via Vinelli per chiedere aiuto. «Il Tar – spiega l’avvocato di Adiconsum, Luca Torrente – conferma che Bpm, dal 2011 al 2016, dall’operazione ha ricevuto un utile pari a 100 milioni di euro e non può considerarsi estranea alla pratica commerciale scorretta posta in essere in concorso con Idb, ma, anzi, essendo previsto espressamente dai documenti interni che la banca predisponesse un “referente investimenti” incaricato di seguire precise linee guida nella proposizione e raccolta degli ordini di diamanti conferma la piena imputabilità di Bpm».

Ray Dalio sull’economia mondiale chiama lo short

  micidial.it

«Ahò, divertiamoci che è sabato!» Non so se si dice ancora così, ma ai bei tempi questo era il mantra di noi cioffani a fine settimana.

Bene, allora visto che è sabato e che siamo tra “cioffani”, propongo l’analisi di Ray Dalio, il fondatore di Bridgewater Associates, che, per chi ancora non lo sapesse, è la più grande azienda di hedge fund del mondo.

DIVERTIAMOCI!

Su micidial le analisi di Ray Dalio non sono mai mancate – abbiamo persino dedicato un’intera serie al suo velebre video sul funzionamento della macchina economica – e spesso le sintesi che abbiamo proposto sono state copiancollate da altri e più blasonati siti (ovviamente senza chiedercelo). Meglio così, vuol dire che abbiamo individuato il trader più credibile sul mercato mondiale.

Giovedì scorso, il magnate americano ha avvertito gli investitori che il prossimo mercato ribassista potrebbe essere molto doloroso dal momento che la gran parte degli investitori retail non è preparato a questa evenienza.

“Il mondo finanziario in generale sta tirando la carretta da molto tempo”, ha detto Dalio in una discussione al Greenwich Economic Forum nel Connecticut. “Quando c’è una recessione, non penso che ci sia molto da proteggere per gli investitori”.

Dalio non ha individuato i tempi di una brusca flessione o l’inizio di un mercato ribassista, ma ha aggiunto: 

“Ogni investitore dovrebbe avere un mix di asset strategico, ovvero dovrebbe aver costruito un  portafoglio neutrale in un periodo complessivo, e poi capire in esso qual è l’elemento che farà vincere o perdere, e ciò vale in particolare quando arriverà il prossimo mercato orso”.

Le azioni di Borsa si trovano nel mercato rialzista più lungo dalla seconda guerra mondiale.  Considerando il punto più basso della crisi finanziaria, l’indice S&P500 è più che triplicato. Il balzo del mercato in quel periodo è stato favorito dai tassi di interesse storicamente più bassi della Federal Reserve.

Questi bassi tassi hanno creato l’incentivo “a prendere in prestito denaro e comprare azioni”, ha detto Dalio. “Questo è ciò che ha fatto salire il mercato”.

Tuttavia, la Fed è attualmente in procinto di aumentare i tassi. La banca centrale ha aumentato i tassi tre volte quest’anno e si prevede un’escursione di nuovo a dicembre.

I commenti di Dalio arrivano proprio nel momento in cui aumenta la volatilità nel mercato azionario statunitense. L’S&P500 è caduto in una correzione in ottobre, prima di rimbalzare. Le recenti forti scosse giungono quando gli investitori si preoccupano dei più alti tassi di interesse e del commercio globale, nonché di un possibile rallentamento dell’economia globale.

“Devi differenziare – dice Dalio nella sau analisi –  senza che molta beta sia integrata nel portafoglio. Quella sarà l’occasione per distinguere coloro che sono stati in grado di estrarre alfa e quelli che non lo sono stati.”

Semplificando, secondo il gestore americano, dobbiamo verificare quali e quanti titoli abbiamo in portafoglio che si muovono in modo simile al mercato (beta è un valore in finanza che rappresenta il comportamento di un titolo o di un portafoglio in relazione alla volatilità del suo indice ai riferimento o in parole più semplici, la variazione di un titolo rispetto alla variazione del mercato. Per definizione il mercato ha un Beta pari a 1. Gli etf, ad esempio, seguono l’andamento del mercato con beta pari a 1 (semplifico, mi perdoneranno gli addetti ai lavori).

Secondo Dalio, in questa fase è necessario alleggerire le proprie posizioni su titoli finanziari che replicano o tendono a replicare gli indici mondiali  e valorizzare invece quegli investimenti, o prodotti finanziari che storicamente esprimono attitudine a cambiare di valore indipendentemente dall’andamento del mercato generale.

Ma qui ora non ci interessa esaltare o deprimere le nostre capacità di individuare gli “alfa” ed i “beta”. Ray Dalio con questa analisi mostra di essere pessimista sull’andamento delle borse. Ed è uno che non solo se ne intende, ma che addirittura condiziona il mercato, dato il grande peso dei suoi fondi speculativi.

BANCHE E POLITICA/ Bcc, il Governo blocca la svendita incostituzionale

L’imposizione a entrare in un gruppo guidato da una Spa presenta diversi profili di incostituzionalità. Ora il governo mira saggiamente a un intervento correttivo della riforma

18.11.2018 – Paolo Tangailsussidiario.net

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Palazzo Chigi (LaPresse)

Il 9 novembre scorso si è tenuta a Roma l’assemblea ordinaria della Federcasse relativa all’esercizio luglio 2017-giugno 2018. La giornata è iniziata con la trasmissione di un filmato riguardante il periodo della Costituente e con la presentazione dell’articolo 45 della Costituzione: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”.

Successivamente gli interventi hanno parlato con favore della scelta (in realtà è stata una vera e propria imposizione) fatta dalle banche del mondo cooperativo di entrare in un gruppo che viene guidato da una società per azioni.

Queste parole mi hanno lasciato sbalordito: come è possibile che ci si arrampichi su una parete liscia per giustificare gli interventi legislativi che hanno snaturato la natura cooperativa e di mutualità delle banche rappresentate nel consesso? Invero gli stessi interventi si sono basati sull’assunto che in Italia ha prevalso la scelta economica della globalizzazione e, siccome questa indebolisce le forme cooperativistiche e mutualistiche, era necessario modificarne questo modello proiettandolo verso una forma che consentisse alle banche interessate di sopravvivere nel nuovo ordine economico.

Con questa affermazione non ci si accorgeva (ma l’emozione del filmato proiettato all’inizio induceva i partecipanti a non riflettere al riguardo e quindi hanno applaudito) di dichiarare implicitamente che la globalizzazione rappresenta una forma organizzativa della società che contrasta con l’articolo 45 della Costituzione, perché non consente agli organismi costituiti in forma cooperativa e con scopi mutualistici di sopravvivere e che perciò consentire alle banche di credito cooperativo di snaturarsi confluendo in una società per azioni significava proprio entrare in un mondo che fa del profitto la propria ragione di esistere.

Queste riflessioni sulla palese incostituzionalità, peraltro, trovano conforto nelle parole di Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, che in un convegno organizzato a Napoli qualche mese fa dall’Università Parthenope aveva snocciolato tutta una serie di violazioni costituzionali contenute nel combinato disposto dei due provvedimenti legislativi riguardanti le banche in argomento, l’ultimo dei quali approvato con legge 108/2018, anche se in quella occasione non era emerso che la globalizzazione rende impossibile l’esistenza degli organismi di cui è riconosciuta la funzione sociale e dei quali la legge ne deve promuovere e favorire l’incremento.

I profili di incostituzionalità sono diversi:

1) l’obbligo delle banche di credito cooperativo di entrare in un gruppo che a sua volta è guidato da una società per azioni non avente le caratteristiche cooperative a mutualità prevalente snatura gli organismi obbligati a parteciparvi contrastando l’articolo 45 già richiamato;

2) il voto capitario presente nelle banche cooperative non esiste nella capogruppo, per cui la filosofia della capogruppo stravolge il modo di operare in loco rispetto alle determinazioni di maggiore rilevanza economica, che avvengono altrove e che pertanto contrastano con numerosi articoli della Costituzione;

3) la libertà di iniziativa economica delle Bcc orientata da finalità di interesse pubblico verrebbe minata costringendole ad accettare la finalità del profitto della capogruppo e ciò contrasta con quanto protetto dall’articolo 41 della Costituzione; invece si verifica esattamente l’opposto;

4) poiché le banche di credito cooperativo svolgono la loro funzione sociale a livello locale, costringerle in una struttura orientata non solo all’intero territorio nazionale, ma anche sovranazionale, significa violare anche l’ultimo comma dell’articolo 118 della Carta costituzionale che stabilisce “
Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”;

5) l’obbligo imposto alle banche locali di confluire in un gruppo interregionale viola l’articolo 117 della Costituzione, che indica come materie di legislazione concorrente:
quelle relative a casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.
Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. Pertanto questa riforma impone alle Regioni di non poter attuare la loro competenza concorrente, perché le Bcc sarebbero degli organi operativi di gruppi nazionali;

6) la legge abolisce surrettiziamente i richiamati articoli della Costituzione per tutti quei soggetti che volessero procedere alla costituzione di un nuovo organismo bancario improntato ai requisiti della cooperazione e mutualità in sede locale, perché i vincoli posti li proiettano in una dimensione palesemente differente.

Bisogna chiedersi perché il legislatore abbia compiuto tante violazioni quando, se l’interesse fosse stato la salvaguardia della stabilità del sistema delle banche più piccole, si sarebbe potuto intervenire più facilmente in altro modo? Come mai l’apparato della presidenza della Repubblica non è riuscito a rilevare i profili di incostituzionalità rilevati dal presidente emerito della Corte costituzionale?

L’intervento legislativo appare promuovere il trasferimento all’estero della proprietà di queste strutture economiche, così come è avvenuto con la riforma delle banche popolari, che le ha obbligate a perdere la propria natura con la trasformazione in società di capitale al superamento dei volumi minimi di attività.

Al riguardo, mi preme sottolineare che dal punto di vista economico trasferire a non residenti la proprietà delle banche accelera il processo di crisi del sistema economico italiano e questo intervento legislativo estende la contendibilità a tutto il credito cooperativo consentendo alla capogruppo di ricorrere a capitali persino di provenienza estera.

Per questo motivo guardo con favore all’intervento correttivo proposto dall’attuale compagine governativa, che mira a eliminare l’obbligo di adesione al gruppo unico bancario. Tuttavia mi preme evidenziare che esso appare tardivo, a meno che non preveda la nullità delle decisioni prese o quantomeno lo spezzettamento dell’entità della capogruppo in strutture autonome a carattere regionale con governance cooperativa in modo da non sottrarre alle Regioni quelle prerogative che le competono in base alla Costituzione.

Efficace la proposta di far perdere valore alle azioni speculative che incidono sullo spread, neutralizzandone gli effetti per le banche in argomento, attraverso la possibilità di mantenere i titoli in portafoglio senza modificarne la valutazione in funzione dei capricci del mercato. Infatti, se come risparmiatore acquisto dei titoli di Stato per ricavarne una rendita periodica e non sono assolutamente interessato alle fluttuazioni di Borsa di quei titoli, analogamente non si dovrebbe imporre alle banche di rilevare perdite o utili solo perché il mercato è sottoposto a quei capricci di carattere speculativo. Anzi, un maggior grado di libertà dovrebbe essere concesso a tutte le banche, consentendo veramente di incidere nello spuntare le armi ai sostenitori degli spread: un’arma di ricatto, che dovrebbe essere perseguita penalmente.

Infine, un’ultima notazione: per la costituzione di un organismo creditizio vi è un requisito da osservare, occorre un capitale minimo in relazione al piano programmatico di attività presentato all’organo di Vigilanza. L’istruttoria della Banca d’Italia, quindi, deve entrare nel merito e perciò pretendere che il minimo di capitale debba essere graduato in relazione alle caratteristiche e difficoltà del territorio. La serietà del lavoro non deve limitarsi pertanto ai soli requisiti formali. Se qualcuno dovesse essersi limitato al rispetto solo della forma chiaramente ci ritroveremmo a subire gli effetti negativi della fragilità dei nuovi organismi. In questo caso la legge, così come è stata concepita, tende a scaricare sugli organismi sani le mancanze di persone temerarie e di chi non ha preteso la coerenza che la legge allora esistente pretendeva.

SPILLO/ Le aziende decotte tenute a galla dalla Bce

La liquidità immessa nel sistema dalla Bce è anche servita a tenere in vita delle aziende decotte anziché fornire un sostegno alle famiglie

18.11.2018 – Mauro Artibani il sussidiario.net

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Lapresse

L’output Ue, quel potenziale di crescita della zona euro, sembra risalito rispetto ai minimi toccati durante la crisi finanziaria di dieci anni fa, non andando però oltre i valori precedenti la crisi. Che dire: tutte ‘ste politiche monetarie hanno fatto più o meno il minimo sindacale. Sic! Gira in giro pure un report: riferisce come il piano di acquisti di titoli della Bce abbia avuto “effetti trascurabili” sulle disuguaglianze nella ricchezza complessiva e, nel contempo, “considerevolmente contribuito a sostenere le famiglie più deboli”, spingendo i nuclei a basso reddito verso l’occupazione. Sarà vero?

Beh, questo aspetto era stato già messo in rilevo dal presidente Mario Draghi nella conferenza stampa, al termine dell’ultimo Consiglio direttivo. Smentisce che la linea morbida abbia favorito alcuni Stati rispetto ad altri, giammai! A trarne beneficio sono state “le famiglie a basso reddito e con meno liquidità”. L’eurocoin – questo dire lo misura – fornisce in tempo reale una stima sintetica del quadro congiunturale corrente nell’area euro, che sale da 0,52 a 0,54. L’indicatore, si legge, continua a essere sostenuto dal graduale rafforzamento della dinamica dei prezzi.

Hai capito hai! Lo giuro, è stato il Draghi quel portatore sano del vecchio vizio di riconoscere a quegli “intoccabili” delle imprese la generazione della ricchezza. Ha represso la deflazione deflazionando il potere d’acquisto; con la ciambella del liquido monetario ha tenuto a galla le imprese improduttive. Non paghi, quelli del Consiglio Bce hanno confermato l’intenzione di continuare a fornire un forte stimolo monetario. Già, magari per mitigare gli oneri dei debiti sovrani attraverso l’inflazione? Bella no?

Sì, se ne mitiga l’onere con quell’inflazione che, riducendo quel già malmesso potere d’acquisto, rende più poveri; gli Stati dovranno rifare debito per sussidiare questi deboli che lo saranno ancor di più: pressappoco una partita di giro! Beh, a esser pignoli un’inflazione non basta per dopare il ciclo economico ampliando l’output gap. Ce ne vogliono due: la prima con il sostegno alla domanda dei consumatori, artatamente generato per non far scendere i prezzi; la seconda nel rendere possibile uno tsunami di investimenti improduttivi, creati dalla falsificazione del calcolo economico attraverso la soppressione dei tassi d’interesse, buono per salvare aziende decotte e la loro improduttività.

Beh, meglio di così… se non si muore “si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”.

I guai del magnate tra basket e acciaio

Federico Franchini caffè.ch 18.11.18

La parabola di un imprenditore russo dal Ticino a Cantù
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Vive a Paradiso ma è a Cantù che l’arrivo del russo Dmitry Gerasimenko, diventato nel 2015 proprietario unico del pluripremiato club di basket  attraverso la filiale italiana di una società ticinese, aveva acceso la speranza dei tifosi. Tre anni dopo a prevalere è però la rassegnazione. È di questa settimana la notizia che il governo russo ha sequestrato l’acciaieria del magnate e bloccato tutti i conti correnti a lui riconducibili. “Gerasimenko nei guai, Cantù rischia di sparire”, ha titolato la Gazzetta dello sport lo scorso 14 novembre. Lo stesso giorno l’uomo d’affari ha comunicato di voler mettere sul mercato gratis la partecipazione azionaria nel club. 
La vicenda che lega Gerasimenko alla storica squadra di basket ha diversi addentellati ticinesi. Nel 2012, colui che è stato definito il re dell’acciaio è sbarcato a Paradiso per insediare la Red October International Sa. È questa società, presieduta fino al marzo scorso dallo stesso Gerasimenko, che di fatto controlla il club canturino. L’uomo, grande appassionato di pallacanestro, una volta giunto sulle rive del Ceresio ha deciso d’investire nella squadra affidandone le redini alla moglie. 
Ma l’arrivo in Ticino di Gerasimenko non sembra avere a che fare direttamente con la sua passione sportiva. Lugano è infatti un centro importante nel trading internazionale di acciaio, soprattutto russo e ucraino. Negli ultimi anni qui si sono insediate diversi uffici strategici dei principali padroni dell’acciaio dell’est, come gli oligarchi ucraini Igor Kolomoisky o Viktor Pinchuk. La società ticinese di Gerasimenko avrebbe così dovuto essere una sorta di sbocco commerciale di quanto prodotto dall’acciaieria di Volgograd, mille chilometri a sud ovest di Mosca, diventata – secondo il sito russo Rbs – di proprietà della stessa Red October. 
Nell’ultimo decennio questo importante stabilimento ha vissuto però varie peripezie. La fabbrica è andata in crisi, ha ottenuto crediti, accumulato debiti, ottenuto nuovi crediti, in una girandola infinita nel tentativo di rilanciarla e di prenderne il controllo. Gerasimenko è arrivato a Volgograd nel 2011. Nell’agosto 2016, quando già risedeva in Ticino, è stato giudicato in contumacia da un tribunale di Mosca. Il motivo: il presunto coinvolgimento in un caso di appropriazione indebita: un credito di 65 milioni di dollari concesso da una banca per rilanciare proprio l’acciaieria. La notizia rimbalzò a Cantù, ma all’epoca gli ambienti vicini alla squadra di pallacanestro tranquillizzarono: “Si tratta di una vicenda che riguarda fatti compresi tra il 2007 e il 2009 quando Dmitry non possedeva l’acciaieria Red October”, si disse.
Mosca intanto aveva inviato una rogatoria a Berna. Nel novembre 2016 il Ministero pubblico ticinese ha così ordinato l’identificazione e il sequestro di tutte le relazioni bancarie della Red October International. Le autorità cantonali chiesero anche d’interrogare Dmitry Gerasimenko. Ciò che non avvenne: in quei giorni l’imprenditore è stato arrestato (e rilasciato dopo il pagamento di una cauzione) a Cipro su ordine delle autorità russe. 
Nel 2017, la procura ticinese, dopo aver ricevuto un memoriale dal magnate, chiude la vicenda e ordina la trasmissione alla Russia della documentazione bancaria. La società di Paradiso, però, si oppone all’invio dei dati, sostenendo che la rogatoria è incomprensibile e non descriverebbe i legami tra la Red October International e gli eventuali fatti illeciti della procedura penale russa. Una posizione condivisa dal Tribunale penale federale che accoglie il ricorso sconfessando di fatto l’operato della procura cantonale. Procura che, sia detto per curiosità, da quest’anno può contare tra le sue fila, nelle vesti di procuratore, proprio uno dei due avvocati che hanno difeso con successo la società di Dmitry Gerasimenko.

“Il business dei canapai iniziò con questi sotterfugi”

Andrea Bretagna caffè.ch 18.11.18

Il bluff della canapa light visto con gli occhi di chi c’era
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Il rischio di ritrovarsi ai tempi delle operazioni Indoor non è così lontano”. Bruno Ongaro, ex commissario della polizia cantonale, non è sorpreso che dalla cannabis legale si può estrarre in semplici quattro mosse una sostanza stupefacente, come raccontato dal Caffè sul numero scorso. “Già 20 anni fa i canapai vendevano le attrezzature per trasformare il contenuto dei sacchetti – spiega – le scappatoie di oggi mi fanno pensare che la storia si possa ripetere”.
Più cauto il capo del Servizio antidroga (Sad) della Polizia cantonale, il commissario Andrea Lurati. “La grossa differenza – dice – con i canapai dell’inizio anni 2000 sta nel fatto che in questi negozi veniva venduta canapa illegale con Thc elevato, ben maggiore del 10%, mentre oggi il prodotto venduto può contenere una concentrazione massima dell’1%”. Vero è che l’estratto che si ottiene  può raggiungere valori ben più elevati. “Siamo a conoscenza di questa possibilità. Si tratta – dice Lurati – di una novità che deve essere monitorata per valutarne l’impatto sul nostro territorio: in ogni caso, produrre stupefacente costituisce reato ed è illegale”.
Una possibilità, questa, conosciuta anche da Sergio Regazzoni, gerente del primo shop aperto in Ticino, nonché segretario dell’Associazione produttori di cannabis. “È vero che esiste il modo per estrarre dalla canapa light un tenore di Thc superiore ai limiti di legge – spiega – ma il santo non vale la candela: chi è in cerca di una sostanza stupefacente si rivolge direttamente al mercato nero”. Per Regazzoni il motivo è evidente. Il prezzo. “Spendere 200 franchi per 2 canne è un’assurdità, inoltre chi ama la cannabis non usa il butano, che è un gas dannoso per la salute: ha un altro approccio”. Sarà anche così, ma intanto nei canapai vengono venduti tutti i prodotti necessari a procurarsi una sostanza “drogante”. “Non nel mio negozio – specifica Regazzoni – da me il gas butano non è in vendita, così come non utilizzo nomi altisonanti o impropri per chiamare la canapa e attirare dunque più clientela”. Vietare la vendita di queste attrezzature oggi non è comunque possibile. “Si tratta – spiega ancora Lurati – di articoli in libera vendita, all’origine concepiti per scopi leciti: essendo il fenomeno una novità, al momento non abbiamo grandi riscontri sulla vendita di questi kit”. 
Di sicuro per chi opera sul fronte della prevenzione delle dipendenze, come Radix, sarebbe stato meglio non parlare del grande bluff. “In tutta sincerità sarebbe stato meglio non dire che esiste questa tecnica – afferma il responsabile Guido De Angeli – perché si rischia di suscitare curiosità ed emulazione: l’estrazione del Thc con il butano è inoltre pericolosa, data l’alta infiammabilità del gas”. Non parlarne non avrebbe comunque cambiato di una virgola la presenza o meno del fenomeno. Che esiste anche senza i giornali. “In effetti, l’estrazione del Thc dalla canapa è molto praticata in Usa e Canada – dice De Angeli – in Europa si vede meno e crea molta preoccupazione, perché l’effetto che si ricava, essendo molto breve, ma al tempo stesso intenso, crea grande assuefazione”.
La sostanza stupefacente che si ottiene dall’erba legale è dunque pericolosa da realizzare, ma anche da fumare. Una doppia insidia che dovrebbe far riflettere.

an.b.