Se si ferma anche la Lombardia siamo perduti

econopoly.ildole24ore.com 20.11.18

La Banca d’Italia ha presentato il rapporto sull’andamento congiunturale della Lombardia. Emerge come rispetto al ritmo frizzante del 2017 e dei primi mesi del 2018, si stia attraversando una fase di incertezza. Il direttore della sede di Milano Giuseppe Sopranzetti ha usato parole felpate come “momento di passaggio”, “spartiacque”, per indicare se le nuvole che si intravedono all’orizzonte – guerra dei dazi, calo del commercio internazionale, variabili politiche nazionali – sono da considerarsi transitorie come un temporale estivo o sono il primo segno di un calo duraturo dell’attività economica.

La produzione industriale, dopo i primi due trimestri 2018 positivi, ha segnato una battuta d’arresto nel terzo (-0,4%). La decelerazione è stata più marcata per le piccole imprese, focalizzate per lo più sul mercato domestico. Il quadro rimane positivo ma l’indagine a campione effettuata da Bankitalia rileva da parte delle imprese lombarde una previsione per il 2019 di stabilità (e non più di crescita) degli investimenti. Un ulteriore dato preoccupante è il calo del fatturato nel settore del commercio al dettaglio (-1%, fonte: Unioncamere, Confindustria, Regione Lombardia, UCR).

La sede della Banca d'Italia a Milano

La sede della Banca d’Italia a Milano

Gli imprenditori lombardi sono parecchio inviperiti. Carlo Bonomi di Assolombarda ha parlato in modo chiaro: “Sembra che il governo voglia affossare il Nord”. Marco Bonometti, tosto industriale di Brescia, in ottobre aveva espresso i suoi timori: “Se l’impresa continua a essere un problema per il governo, c’è il rischio reale che si torni nel tunnel della crisi ed è giusto che i cittadini e le famiglie lo sappiano”. Il presidente degli industriali bresciani Giuseppe Pasini pochi giorni fa ha lamentato che “la politica non ci ascolta” e ha diffuso i risultati di un sondaggio tra gli associati (al 92% Pmi): l’80% giudica negativamente le azioni fin qui prospettate dal governo: politica economica, decreto dignità (“introdurre misure assistenzialistiche è l’ultima cosa da fare”), infrastrutture, sistema pensionistico e quota 100.

L’italiano sente che le cose stanno peggiorando ed entra in letargo, consuma meno e risparmia di più, in attesa di tempi migliori. Siccome ha paura di tornare povero, è avverso al rischio e si mantiene liquido. Non a caso i depositi bancari sono cresciuti in modo considerevole: hanno raggiunto quasi 198 miliardi € (+3,8% sui 12 mesi). E così fanno le imprese, che accumulano sui conti correnti risorse precauzionali (295 miliardi €, +18,3%)

All’inaugurazione dell’anno accademico il rettore della Bocconi Gianmario Verona ha sostenuto che “I motori della nuova rivoluzione industriale sono competenza e imprenditorialità”. Pochi minuti dopo il ministro per il Sud Barbara Lezzi, in coerenza con il rettore (sic!), ha dichiarato che i termovalorizzatori della Lombardia andranno chiusi perché inquinanti. Evidentemente, molto meglio le balle di rifiuti giacenti a pagamento sui terreni della camorra. Non si può non rimanere basiti dalla voragine esistente tra chi ha studiato e lavora sodo e diversi ministri, che hanno raggiunto vette di incompetenza memorabili.

Al termine della presentazione Sopranzetti ha ribadito quanto sia importante la fiducia, “il carburante per alimentare la ripresa”. E ha ricordato quanto scrisse il governatore Ignazio Visco nelle Considerazioni finali del maggio scorso: “Bisogna avere sempre presente il rischio gravissimo di disperdere in poco tempo e con poche mosse il bene insostituibile della fiducia: la fiducia nella forza del nostro paese che […] è grande, sul piano economico e su quello civile; la fiducia nella solidità del nostro risparmio […], la fiducia nel nostro futuro, da non disperdere in azioni che non incidono sul potenziale di crescita dell’economia, ma rischiano di ridurlo”.

Il governo ce la sta mettendo tutta per distruggere la fiducia nel nostro paese. In modo pervicace, insiste in tutti i modi possibili per allontanare gli investitori esteri, far crescere lo spread (non solo con la Germania, ma con Spagna e Portogallo; abbiamo lo stesso spread col Bund dell’Ungheria), per impaurire gli italiani, bloccare gli imprenditori che intendono investire in nuovi progetti, far innervosire ogni giorno chiunque abbia un po’ di razionalità.

Fino a quando?

Twitter @beniapiccone

Debito aggregato e avanzo primario. Vi racconto due balle all’italiana

Davide Giacalone formiche.net 20.11.18

Lo spread non è una superstizione, ma una realtà. Rispecchia il rischio che l’investitore ritiene di correre comprando titoli del debito pubblico italiano. O, se si preferisce, quanto può chiedere in più per prestare i propri soldi all’Italia. Al livello in cui si trova comporta un progressivo dissanguamento. Senza dimenticare che siamo ancora sotto l’effetto dell’espansione monetaria indotta dalla Banca centrale europea. Abbiamo i calcoli al rene, ma anche dell’antidolorifico in vena. Cosa succederà quando il farmaco diminuirà o dovesse mancare?

Il governo italiano e le forze che lo sostengono rispondono che: a. l’Italia non ha finanza allegra, perché da molti anni in avanzo primario; b. il debito aggregato, pubblico più privato, è inferiore a quello di altri europei. Vere entrambe le cose, che scrivo e dico da molti anni. La cosa curiosa è che quando le sostieni ti dicono che sei “servo” di chi governa in quel momento, salvo poi passare al servizio di quelli che te lo dicevano, il che tradisce un tragico errore: sia il governo attuale che quelli precedenti suppongono siano dei meriti, invece sono colpe.

Dal 1992 siamo in avanzo primario (salvo il 2009). Vale a dire che prima di pagare gli interessi sul debito pubblico lo Stato spende meno di quel che incassa. Ma da tempo lungamente precedente e poi sempre siamo in deficit. Vale a dire che dopo avere pagato gli interessi lo Stato ha speso più di quel che ha incassato, dovendo così contrarre nuovo debito. Dov’è il merito? Da una parte si evidenzia il peso micidiale di un debito spropositato, che ci ha impedito di spendere di più quando sarebbe stato necessario (come altri hanno fatto), e un deficit che è rimasto tale anche quando la spesa per interessi è notevolmente diminuita, grazie all’euro prima e alla Bce poi. Ciò indica che il Paese perde costantemente e progressività capacità di crescita, competitività, sicché l’accumularsi di deficit e debito supera il cumularsi dell’incremento del pil. Meno di tutti gli altri Ue.

Un Paese che non ha fatto riforme necessarie, che ha un sistema formativo incapace di generare quel che serve alla produzione, la peggiore giustizia d’Europa, la più alta spesa pensionistica e via elencando, ma che s’incaponisce a sostenere che facendo più deficit riuscirà a crescere di più, quando l’evidenza dei fatti dimostra non solo il contrario, ma che quel veleno uccide la crescita. Anche perché la spesa premia le rendite e la fiscalità, per tenersi in equilibrio, toglie risorse a chi produce. Follia.
Vero che il patrimonio degli italiani supera largamente il debito pubblico, ma se lo si dice, anche solo dicendolo, si suggerisce quel che poi ci si offende se lo deducono altri: usate il patrimonio per abbassare il debito. La patrimoniale. E se il debito pubblico è assai più alto della media Ue, mentre quello privato è più basso, significa che le risorse finanziarie le ciuccia via lo Stato, togliendole al sistema produttivo e agli investimenti familiari. Una perversione che genera miseria.

Non bastasse questo, il risparmio degli italiani rende ancora perché è significativamente investito all’estero, grazie a intermediari. Tutto regolare, nulla di riprovevole, salvo il fatto che finanzia la crescita di altri e non la nostra. Ha senso supporre di riportarne una parte (una parte) a casa se si consente alle aziende di crescere dentro i confini, il che comporta meno fisco, meno vincoli, più formazione adeguata, giustizia tempestiva, meno burocrazia e così andando. Siccome ci muoviamo in direzione esattamente opposta (monumentale l’errore della prescrizione) si pensa di rimediare spezzando le gambe a chi delocalizza, così promuovendo le diseconomie e asfissiando la crescita. Quelle due bandiere, l’avanzo primario e il basso debito privato, sono la segnalazione dei nostri problemi. Siccome le sventolano supponendo siano la soluzione c’è poco da stupirsi se l’effetto è deprimente.

CAIRO INCIAMPA SULLA PIETRA NERA.

andreagiacobino.com 20.11.18

Brutto colpo per Urbano Cairo, editore de “Il Corriere della Sera”. Secondo quanto riporta stasera il “Financial Times” il megafondo di private equity Blackstoneguidato da Stephen Schwarzman ha avviato una causa presso il tribunale di New York nei confronti di Rcs Media Group in relazione alla proprietà della sede del gruppo editoriale. Il colosso del private equity accusa il presidente e ceo di Rcs Cairo di aver cercato di “estorcere denaro” sostenendo falsamente che il suo gruppo controlla ancora gli immobili che Allianzha accettato di acquistare quest’anno per una cifra doppia rispetto a quella sborsata da Blackstone nel 2013. Tuttavia l’accordo è stato bloccato dalle rivendicazioni di Cairo a nome di Rcs. Allianz ha notificato a Blackstone che non intende completare l’acquisto fino a che la disputa non sarà stata risolta.

Nella sua denuncia, Blackstone sostiene che ogni sforzo fatto per indurre Cairo a recedere dalle proprie rivendicazioni sono state “inutili”. Sempre secondo il quotidiano inglese, dopo che sono emerse notizie circa le trattative per la vendita degli immobili ad Allianz, Cairo ha scritto a Blackstone sostenendo che la vendita da parte di RCS fatta nel 2013 al gruppo di private equity è stata fatta in condizioni di stress finanziario e dunque è nulla in base alla legge italiana. La divisione real estate di Blackstone ha acquistato gli immobili per 120 milioni di euro nel 2013 e ha investito negli anni seguenti in opere di ammodernamento.
Man mano che Rcs ha ridotto le sue operazioni e lasciato vacanti alcune parti della proprietà, Blackstone ha affittato questi spazi a società quali Loro Piana e UBI Banca. Secondo quanto si legge nel ricorso, Blackstone considera il timing della lettera di Cairo del 13 luglio “non è una coincidenza”. La lettera in sè viene definita “falsa, maliziosa e estorsiva e mira chiaramente a negare il diritto dei ricorrenti a reclamare la proprietà degli immobili”.
Dopo che Blackstone ha notificato a Rcs la propria intenzione di presentare una denuncia a New York se Rcs non fosse tornata sui suoi passi, Rcs si è rivolta al tribunale di Milano per chiedere un arbitrato contro Blackstone. Blackstone accusa Rcs di interferenza indebita e chiede al tribunale di New York di riconoscere la sua proprietà degli immobili. Qualora Allianz dovesse rinunciare all’acquisto, Blackstone è pronta a chiedere danni compensatori e punitivi anche per il danno di immagine subito.

ESISTE ANCORA IL REATO DI AGGIOTAGGIO?

scenarieconomici.it 20.11.18

Questa è la signor Nouy, dimettanda resposnabile della sorveglianza del eistema bancario all’interno della BCE. I Commenti di base politica sulla solidità degli istituti di credito da parte dei tecnici sono sempre fuoritono, ma quando vengono fatti in questo modo dalla responsabile dei controlli, colei che nulla ha visto e che nulla vede in mezza Europa, sarebbero risibili, se non fossero forieri di movimenti  di mercato, tanto più sensibili in questo momento di deleveraging sul rischio.

Ci chiediamo se :

  • sia scomparso il reato di aggiotaggio e di turbativa del mercato;
  • non sia meglio sceglier dei funzionari che non parlino se non di temi di loro stretta spettanza, e nei luoghi e tempi opportuni, o non colgano l’occasione per fare un cosa che evita molti errori, stare zitti.

L’Interpol sta diventando un problema

ilpost.it 20.11.18

Da tempo si parla di come i regimi autoritari manipolino l’organizzazione: ora si sta scegliendo il nuovo presidente e probabilmente sarà un funzionario del governo russo

In questi giorni è in corso a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, l’87esima assemblea generale dell’Interpol, l’Organizzazione internazionale della polizia criminale. All’incontro stanno partecipando più di mille delegati provenienti da 195 paesi, tra cui 40 ministri e 85 capi di polizia. La questione più importante di cui si sta discutendo è la nomina del nuovo presidente, cioè colui che sostituirà il cinese Meng Hongwei, arrestato lo scorso settembre dalle autorità cinesi durante un viaggio da Lione, in Francia, in Cina. Meng era sparito per diversi giorni fino a che, il 7 ottobre, dalla Cina era arrivata la notizia che era stato arrestato per corruzione: lo stesso giorno l’Interpol aveva detto di aver ricevuto le sue dimissioni con effetto immediato.

Le circostanze che hanno portato all’arresto di Meng erano sembrate fin da subito molto sospette e avevano fatto parlare di nuovo della mancanza di trasparenza nell’Interpol e del ruolo predominante che i regimi autoritari hanno all’interno dell’organizzazione.

Un “clima di paura”
L’Interpol, che ha sede a Lione, in Francia, è nata nel 1923 con l’obiettivo di far collaborare le polizie dei vari stati membri per localizzare e arrestare criminali, o presunti tali, in giro per il mondo. Bisogna specificare che non è l’Interpol a emanare mandati di arresto internazionale ma le polizie degli stati membri e, in alcuni casi, l’ONU o un tribunale internazionale, che segnalano all’Interpol un individuo condannato o sospettato di avere compiuto un crimine. Lo strumento più noto usato dall’Interpol è la cosiddetta “red notice”, cioè la richiesta di localizzare, arrestare ed estradare un criminale o sospetto tale, a cui si aggiungono altre sette “notice”, ciascuna associata a una particolare richiesta. Oltre a queste c’è la cosiddetta “diffusion”, che è meno formale della “notice”, ma che richiede comunque l’arresto o la localizzazione di una persona soggetta a un’indagine della polizia.

Proprio “red alert” e “diffusion” sono diventate negli ultimi anni tra gli strumenti più utilizzati dai regimi autoritari per perseguire individui a fini politici. Per dare un’idea dell’espansione del fenomeno basti pensare che le prime sono passate da 1.378 nel 2003 a 13.048 nel 2017, mentre le seconde solo dal 2016 al 2017 sono quasi raddoppiate, passando da 26.645 a 50.530. Jago Russell, che è capo di Fair Trials International, un gruppo con sede a Londra che si occupa della difesa dei diritti umani, sostiene che questi strumenti abbiano permesso ad alcuni governi di creare “un clima di paura”, impedendo a dissidenti e attivisti politici di sentirsi al sicuro all’estero.

A preoccupare è soprattutto il sistema dei reclami per contestare le varie “notice“. A occuparsene infatti è la Commissione per il controllo dei dati, un organo che dovrebbe essere teoricamente imparziale ma che, come racconta il Financial Times, sembra tutt’altro che indipendente e trasparente. Ne fanno parte infatti i rappresentanti di cinque soli paesi – Russia, Angola, Moldavia, Argentina e Finlandia – e i reclami possono essere fatti solo via posta cartacea.

Le interferenze politiche nell’Interpol
Lo scorso aprile l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, organizzazione nata nel 1949 che non ha niente a che fare con l’UE, ha lodato l’Interpol per alcune sue riforme, ma l’ha anche accusata di essere utilizzata da alcuni stati “per perseguire obiettivi politici”. Critiche simili sono state fatte negli Stati Uniti, in particolare rivolte verso la Russia, che tra le altre cose è uno dei paesi membri della Commissione per il controllo dei dati. Louise Shelley, docente alla George Mason University, in Virginia, ed esperta di diritto internazionale e crimine transnazionale, ha detto al Financial Times: «Le persone che lavorano nell’Interpol si rendono conto che [l’Interpol] sta diventando un’organizzazione sempre più politicizzata. Tutto è iniziato con gli stati autoritari più piccoli, ma ora riguarda anche alcuni dei più potenti stati al mondo, che ne stanno abusando sempre di più».

Un caso che mostra bene questo potere dei regimi autoritari è quello di Bill Browder, un finanziere che negli Stati Uniti guidò una campagna molto dura contro il regime russo e il cui lavoro portò nel 2012 all’approvazione al Congresso statunitense di una legge chiamata Magnitsky Act, volta a limitare l’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini russi accusati di violazione dei diritti umani, e rendere pubblici i loro nomi.

Nel maggio del 2018, mentre si trovava in Spagna, Browder fu prelevato dalla sua stanza d’albergo da due poliziotti che stavano applicando un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti emanato dalla Russia. Browder, si leggeva nel mandato, era accusato di avere finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016 con soldi ottenuti in Russia senza pagare le tasse. Browder fu liberato poche ore dopo, ma non era la prima volta che la Russia tentava di arrestarlo usando l’Interpol. Browder teme ancora oggi che la storia possa ripetersi: «Se c’è un caso che mostra come l’Interpol non funzioni è il mio. L’Interpol non è soggetta a nessuna giurisdizione, è totalmente immune a qualsiasi contestazione».

Cosa potrebbe cambiare nell’Interpol 
Quello di Browder è uno dei molti casi che negli ultimi anni hanno fatto dubitare dell’imparzialità dell’Interpol. Prima di lui era toccato a Dogan Akhanli, uno scrittore tedesco nato in Turchia che aveva criticato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan: Akhanli era stato arrestato in Spagna in seguito a una richiesta fatta all’Interpol da parte del governo turco. Prima ancora c’era stato il caso che aveva coinvolto Nikita Kulachenkov, considerato vicino a Alexei Navalny, l’oppositore più conosciuto del presidente russo Vladimir Putin, arrestato a Cipro nel 2016 per un furto da 1 euro e 40 centesimi.

Secondo Jürgen Stock, che è segretario generale dell’Interpol dal 2014, l’organizzazione non ha alcun problema di interferenze politiche e ha sempre operato «in buona fede e con regole chiare». Stock ha comunque assicurato che l’organizzazione sta lavorando per migliorare il suo servizio, promettendo per esempio di intensificare il lavoro della Commissione per il controllo dei dati con l’istituzione di una task force con il compito di controllare se una richiesta di arresto sia dettata da motivi politici o meno. Nonostante tutte queste promesse, restano ancora molte preoccupazioni sul futuro dell’organizzazione, a partire dalla scelta del successore di Meng, che verrà annunciato  il 21 novembre al termine dei lavori dell’assemblea generale.

Il timore maggiore è che venga eletto come nuovo presidente Alexander Prokopchu, attuale vicepresidente e funzionario del ministero dell’Interno russo. L’incarico di presidente è più di garanzia e controllo che operativo – ad occuparsi della gestione quotidiana è il segretario generale dell’organizzazione – ma la nomina di Prokopchu sarebbe comunque un segnale molto negativo, dicono molti critici dell’attuale gestione. La nomina di Prokopchu sembra molto probabile e il rischio connesso ad essa è che l’Interpol diventi sempre di più uno strumento nelle mani dei regimi autoritari per colpire, senza troppe difficoltà, la libertà degli avversari politici anche al di fuori dei confini nazionali.

Non c’è Intesa con Profumo

Stefano Rizzi lospiffero.com 20.11.18

Il grande vecchio della finanza bianca Guzzetti dopo aver allettato il presidente della Compagnia di San Paolo con la promessa della guida di Acri pare abbia modificato i suoi piani. Sul tavolo la sostituzione di Gros-Pietro alla presidenza della banca

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Guardare a Francesco Profumo papabile successore di Giuseppe Guzzetti all’Acri per vedere le manovre del grande vecchio della finanza bianca lombarda sulla presidenza di Intesasanpaolo. L’avviso ai naviganti nelle acque della finanza è noto da un po’, ma le recenti e sibilline dichiarazioni del numero uno della potente associazione delle fondazioni di origine bancaria e le casse di risparmio hanno riattivato più di un sensore.

A chi gli ha chiesto se l’attuale presidente della Compagnia di San Paolo potrebbe essere il suo erede all’Acri Guzzetti, pochi giorni fa in Piemonte per la fusione della Fondazione Cassa di Risparmio di Bra nella Fondazione CR Cuneo, ha risposto senza titubanza che sì, Profumo “è una persona più che adeguata per fare il presidente dell’Acri”.

Solo un’attestazione di stima o qualcosa di più, tanto da poter indurre l’ottantaquattrenne banchiere a rivedere i suoi propositi di cedere lo scettro dell’Acri a Matteo Melley, presidente della Cassa di Risparmio de La Spezia?

Se concreta, questa seconda ipotesi rimanda direttamente tutto al Piemonte, la regione che per tradizione esprime il presidente della banca, tradizione confermata dal fatto che su quella poltrona siede il torinese Gian Maria Gros-Pietro. E che, invece, Guzzetti vorrebbe a breve occupata dal lombardo Paolo Andrea Colombo.

Un risiko, tutto sommato semplice: far digerire a Torino e al Piemonte la perdita della presidenza della banca, ormai sempre meno loro e sempre più lombardizzata nei vertici e nel management apicale, offrendo in cambio quella dell’Acri a un torinese d’adozione come il savonese Profumo.

Una delle letture date in questi giorni, dopo le parole di Guzzetti che si è speso anche per dire che il presidente della Fondazione Cr Torino Giovanni Quaglia è fuori dalla partita avendo “già avuto questo importante riconoscimento nel comitato di supporto di Cdp”, affida a Profumo un ruolo ulteriore oltre a quello di possibile successore di Guzzetti: quello di facilitatore del passaggio da Gros-Pietro a Colombo, come nei piani dell’ottuagenario banchiere con solide sponde, in questa operazione, sul fronte leghista.

Guzzetti avrebbe superato una certa irritazione per la mossa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti sull’anticipo delle elezioni provinciali in Lombardia visto il peso di questi enti nella nomina del successore dello stesso Guzzetti al vertice di Fondazione Cariplo, dove pare essere destinato con la benedizione della Lega Giovanni Gorno Tempini, attualmente alla guida della Fondazione Fiera di Milano e non più rinnovabile.

Riallacciati i mai in realtà sfilacciati rapporti col Carroccio, Guzzetti avrebbe per la nomina di Colombo a Intesa Sanpaolo più che un viatico ancora una volta da Giorgetti. L’unico, non irrilevante, ostacolo sta a Torino.

Sarà facile far accettare la perdita di quella carica alla città e alla regione? Digerirebbero l’ennesimo scippo Sergio Chiamparino – che pare non goda di infinita stima da parte di Guzzetti, il quale lo ha sempre ritenuto estraneo al suo mondo anche quando presiedeva la Compagnia di San Paolo – e Chiara Appendino, che di queste cose probabilmente dovrà parlarne a Roma e forse ancor più proprio a Milano?

Se il compito di Profumo fosse, come pare, anche quello di spianare la strada tracciata da Guzzetti a Colombo per sostituire Gros-Pietro, basterebbe a chi dovrebbe dirgli di sì, sapere che sarebbe lui a percorrerla verso l’ennesima poltrona?

Spread, Nouy (Bce): incrociamo le dita per le banche italiane

ilmessaggero.it 20.11.18

«Finora non credo che lo spread abbia raggiunto un livello di seria preoccupazione per le banche, ma non sappiamo cosa porta il futuro», e «sarebbe molto triste» se le banche italiane, che «hanno fatto molti sforzi» per ripulire i bilanci, «fossero colpite dalle conseguenze del dibattito politico»: lo ha detto il capo della supervisione unica della Bce, Daniele Nouy.

«Apparentemente i mercati sono sensibili sull’Italia in relazione agli obiettivi di bilancio e ci sono state reazioni che si sono riflesse sui prezzi delle azioni in particolare sui titoli bancari: finora non c’è stata diffusione di questi effetti in altre giurisdizioni, non possiamo sapere che cosa avverrà in futuro, quanto dureranno le discussioni, con quale risultato, abbiamo già visto una volta che i problemi delle banche greche cominciarono con le discussioni politiche… teniamo le dita incrociate», ha proseguito Nouy sul caso italiano all’Europarlamento nel corso dell’audizione presso la commissione problemi economici e monetari.

«Non spetta a me intervenire sugli aspetti di bilancio, ma quello che posso dire è che l’aumento degli spread ha un impatto sul settore bancario non solo sul capitale ma anche sui costi di finanziamento», ha detto Andrea Enria, presidente Eba e destinato a diventare capo della vigilanza unica Bce, dopo l’uscita a fine mese della francese Nouy. Enria ha spiegato che «come autorità di vigilanza dovremo concentrarci sui piani di finanziamento delle banche per garantire che siano solidi anche in caso di scenari avversi a livello del debito sovrano».

Diamanti, un investimento che non brilla: ecco perché

tviweb.it 20.11.18 Umberto Baldo

di Umberto Baldo

Un adagio molto usato dalle nostre nonne, ora lo si sente citare meno, recitava “Chi va piano va sano e va lontano”. Si tratta a mio avviso del proverbio che meglio descrive come funzionano le cose in Italia. Il nostro è il Paese della “lentezza”. Tutto si stempera nel tempo, che scorre inesorabile quando si parla di “funzione pubblica”, dai tempi di realizzazione delle opere pubbliche alla giustizia. E’ da decenni che sentiamo i nostri politici prometterci “mirabolanti” rivoluzioni nella pubblica amministrazione, ma le cose poi restano sempre uguali, tristemente uguali. E’ evidente che si tratta di una “tassa occulta”, forse la più pesante, imposta a noi cittadini, ed al nostro tessuto produttivo in particolare, ma la cosa sembra non turbare Lor Signori. Questo è un Paese che ama le file, che ama la carta, che ama i timbri, che ama le autorizzazioni inutili, che ama i “ricorsi”, che crea sempre nuove Autority; che oltre a tutto, per tornare al proverbio, non è vero che ci portano “lontano”, bensì sempre più in coda alle classifiche internazionali. Per venire ad un esempio concreto, negli ultimi 15 anni alcune Banche hanno “favorito” alcune società specializzate nel “piazzare diamanti” a risparmiatori ansiosi di entrare nel business delle “lacrime degli dei”. Il collocamento di diamanti come “beni di investimento” ai clienti bancari è esploso durante la crisi finanziaria del 2008 grazie a un vuoto legislativo, in base al quale la vendita di pietre preziose non era considerata un “investimento finanziario”, bensì una mera operazione commerciale. In assenza nel contratto dell’indicazione di un rendimento, o di un impegno di riacquisto, Consob e Bankitalia avevano le mani legate, ed hanno solo potuto osservare impotenti il crescere del fenomeno.

Dopo le multe milionarie inflitte nel 2017 dall’ Antitrust alle Banche interessate per “le modalità di offerta dei diamanti (…) gravemente ingannevoli e omissive” (è in corso anche un’inchiesta per truffa), in ordine sparso gli Istituti bancari hanno tutti più o meno dichiarato la volontà di restituire integralmente ai clienti le somme a suo tempo investite in diamanti.

Ma nonostante la buona volontà conclamata, non risulta siano ad oggi molti i correntisti che siano rientrati dall’investimento. Il problema è che sul mercato quelle gemme valgono un terzo o un quarto del prezzo al quale furono collocate ai risparmiatori. E di conseguenza la restituzione totale del prezzo pagato all’atto dell’acquisto comporterebbe per le banche una perdita secca, e si sa che con questi chiari di luna i banchieri sono poco propensi ad aumentare le poste passive dei bilanci aziendali.

Quindi è prevedibile che il ristoro, ammesso che prima o poi avvenga, avrà tempi biblici, come usa nel Belpaese.

Lo schema della vendita prevedeva che intervenissero tre soggetti: il cliente-correntista, la società che commerciava i diamanti, ed un dipendente della Banca. La presentazione dell’ “affare” e il relativo perfezionamento del contratto di vendita/acquisto avveniva però sempre nei locali della Banca, per cui i clienti erano legittimamente indotti a pensare, come è avvenuto, che a vendergli le pietre fosse di fatto la Banca, che di fatto ai loro occhi diventava garante dell’investimento.

Evidentemente nessun si preoccupava di specificare al cliente che si trattava di una transazione speculativa, e che non era garantita la salvaguardia del capitale investito. Che poi si sarebbe rivelata comunque una bufala, dato che i diamanti valevano molto, ma molto meno del prezzo pagato all’acquisto.

Quindi è evidente che a spingere il business fossero le pingui commissioni riconosciute alle Banche dalle società “diamantifere”.

Anche a non voler essere maliziosi a tutti i costi, si scopre però che non è che nelle Banche tutti abbiano agito in buona fede. Domenica 18 novembre Il Gazzettino ha dedicato al tema un’intera pagina, riportante anche qualche testimonianza. Di queste rivelazioni basta leggere questo breve passaggio di un funzionario ora in pensione: “… Quello che mi stupisce è il fatto che la gente oggi non si precipiti in banca o dall’avvocato per chiedere la restituzione di somme talvolta ingenti. Venivano a rompere l’anima per chiedere chiarimenti sull’estratto conto se c’era un errore di tre euro, mentre a fronte della perdita di un patrimonio tacciono e continuano a riporre fiducia nella banca. Mi è capitato di sentire una signora anziana che commentava con un’amica: Hai visto che la Gabanelli non è più a Report? In banca mi hanno spiegato perché; aveva raccontato che le banche con i diamanti truffano la gente. Ma l’hanno mandata via perché, invece, la mia banca mi ha detto che non è vero e che posso stare tranquilla”.

Il punto sta proprio in quel “posso stare tranquilla” che deriva dalla fiducia che la signora ha nella propria banca, dalla quale non si aspetta “bidoni”, bensì proposte di investimento convenienti ed adatte al proprio profilo di rischio.

Negli ultimi anni alcune Banche si sono distinte in attività poco etiche, per usare un eufemismo, nei confronti di clienti ed azionisti. Molti veneti stanno ancora leccandosi le ferite delle note vicende che hanno interessato Popolare Vicentina e Veneto Banca. E molti sono anche coloro che sono stati convinti ad entrare nel business diamantifero. 

La vicenda “diamanti” costituisce un altro tassello, sia pure meno devastante, della storia finanziaria recente, e non ha sicuramente contribuito a migliorare la reputazione delle Banche fra i cittadini.

LE OLIGARCHIE EUROPEE PRONTE ALLA NUOVA “TRAPPOLA” PER L’ITALIA

controinformazione.info 20.11.18

Bruxelles, – Dopo il “Fondo Salva Stati” della UE che costrinse l’Italia (governo Monti) a versare circa 64 miliardi per “salvare” le banche francesi e tedesche che erano fortemente indebitate con la Grecia, i tecno burocrati della UE hanno predisposto un nuovo meccanismo per mettere alle strette il “recalcitrante” governo italiano.
“Voi italiani non volete sottostare alle direttive di Bruxelles? Non vi volete sottomettere alla disciplina di Bilancio dettata dai funzionari della UE? Bene allora sarete esclusi dalla possibilità di accedere ai finanziamenti di eventuali nuovi fondi dell’Eurozona”. Quindi i rischi per i vostri titoli di Stato aumenteranno e di conseguenza i tassi di interesse sul debito. Vi saccheggeremo come abbiamo fatto con la Grecia.7

Riforma dell’Esm, l’Eurogruppo prepara una trappola per l’Italia

Bruxelles,  – Questo il punto potenzialmente molto dannoso per l’Italia nell’agenda della riunione straordinaria dell’Eurogruppo che si svolgerà oggi a Bruxelles, nell’ambito della discussione sulle riforme previste per “approfondire” l’Unione monetaria: è la riforma delle “clausole di azione collettiva” (Cacs) per eventuali casi di ristrutturazione del debito sovrano di uno Stato membro. Se approvata, farebbe molto probabilmente aumentare i premi di rischio per i titoli di Stato, e quindi i costi del finanziamento pubblico, con impatto destabilizzante in particolare sui paesi più indebitati (e sul loro sistema bancario).

Una vera e propria trappola, nascosta in una oscura modifica tecnica nell’ambito della riforma dell’Esm, il Fondo salva Stati. Si tratta di un rischio nuovo e non ancora abbastanza denunciato dalla stampa “mainstream”, che ha attribuito invece fin troppa attenzione, negli ultimi giorni, a un elemento già noto e presente da tempo nella discussione sulla riforma dell’Unione monetaria: la condizione, prevista dall’intesa franco tedesca, che uno Stato membro debba essere in regola con la disciplina di bilancio per poter accedere ai finanziamenti di eventuali nuovi fondi dell’Eurozona.

Questa “condizionalità” è già presente, ad esempio, nel meccanismo del Fondo salva Stati per l’assistenza ai paesi in difficoltà.
Le clausole di azione collettiva sono state adottate per tutti i titoli di Stato emessi dai paesi dell’Eurozona a partire dall’inizio del 2013, in virtù di un obbligo introdotto dal trattato che ha istituito l’Esm. Si tratta, in sostanza, di prescrizioni riguardanti il tipo di maggioranza qualificata necessaria, nella platea dei detentori di titoli di Stato di un determinato paese, per procedere alla ristrutturazione del suo debito sovrano. Queste disposizini servono a evitare che una piccola minoranza di detentori di titoli, cercando di strappare condizioni migliori, possa bloccare una

Moscovici con Junker

ristrutturazione, ritenuta necessaria per un debito ormai ritenuto insostenibile.

Per approvare la ristrutturazione del debito sono necessarie oggi due diverse maggioranze qualificate: i 2/3 dell’insieme dei detentori di tutti i tipi titoli, e contemporaneamente almeno il 50% dei detentori di ogni singolo tipo di titolo, se la consultazione avviene per iscritto; se invece i “bondholder” vengono convocati in un’assemblea, le maggioranze qualificate sono del 75% per l’insieme dei titoli e dei 2/3 per ogni tipo di titolo.

Le modifiche prospettate alle clausole di azione collettiva, volute dalla Bundesbank e promosse dall’asse franco tedesco fin dal vertice di Mesenberg del giugno scorso, comporterebbero in sostanza una semplificazione del sistema, passando dall’attuale approvazione a doppia maggioranza (“dual limb CACs”) a un’approvazione a maggioranza unica (“single limb CACs)”, con l’eliminazione della consultazione specifica per ogni diverso tipo di titolo di Stato.

Secondo diversi osservatori, tuttavia, questo giro di vite, diminuendo le salvaguardie di cui dispongono i detentori di titoli e irrigidendo tutto il processo di ristrutturazione, comporterebbe inevitabilmente un aumento del premio di rischio soprattutto per i titoli di Stato dei paesi più indebitati. Una cosa di cui certamente non ha bisogno l’Italia, già sottoposta alla pressione dell’aumento dello spread a causa delle tensioni fra il governo e l’Ue. (askanews)

Nota: L’Italia ha dovuto salvare con propri fondi le banche francesi e tedesche nel 2011 grazie al Governo Monti, fiduciario dei potentati finanziari.Quando sarà la volta del Governo italiano ad avere necessità di ottenere l’accesso ai fondi europei per interventi straordinari, allora gli saranno negati tali fondi per non essersi uniformato alle regole stabilite (guarda caso) da Berlino e dai suoi vassalli di Bruxelles. Chiaro quindi che i tedeschi e i tecno burocrati della UE hanno adottatto il vecchio motto napoletano: “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato a dato…..”.
Qualcuno ci aveva avvertito che il sistema euro sarebbe stata una “trappola” ma Prodi, D’Alema, Ciampi, Veltroni e compagnia cantante ci dicevano che l’Italia sarebbe diventata finalmente un “paese moderno”, non ci devi far caso se gli usurai ti mettono la corda al collo.

DEUTSCHE BANK SOSPETTATA DI AVERE RICICLATO 150 MILIARDI DI DOLLARI DI SOLDI SPORCHI, CROLLA IN BORSA (-50% DA GENNAIO

Ilnord.it 20.11.18

FRANCOFORTE – Le azioni della Deutsche Bank sono calate bruscamente oggi alla Borsa di Francoforte per i forti timori degli investitori sugli effetti dallo scandalo del riciclaggio di denaro sporco nei confronti della danese Danske Bank.

Alle 16.10 italiane, il titolo cedeva il 4,60% a 8,17 euro, in un mercato in calo del 2%, e dopo che il valore era caduto fino quasi del 6% all’inizio della sessione, a 8,05 euro, il suo minimo storico.

Le azioni di Deutsche Bank hanno perso quasi la metà del valore da gennaio. Il coinvolgimento della banca tedesca è stato reso noto sulla scia di fonti finanziarie.

Deutsche Bank da parte sua ha dichiarato oggi di non avere “alcuna conoscenza di un’indagine” delle autorità finanziarie tedesche al riguardo, “né ha ricevuto una richiesta formale di fornire informazioni”, ha detto in una nota inviata ad Afp.

Secondo le rilevazioni dall’ex capo dell’unità di Danske Bank che si occupava delle operazioni finanziarie nei Paesi Baltici, Howard Wilkinson, Deutsche Bank sarebbe responsabile del transito di 150 miliardi di dollari del denaro che sarebbe stato riclicato, circa due terzi del totale contestato all’istituto danese. Una somma colossale riciclata che – se fosse provato nel futuro processo penale a carico dei vertici di Danske Bank – avrebbe conseguenze catastrofiche per Deutsche Bank che potrebbero arrivare fino al ritiro della licenza bancaria.

Il caso Danske Bank  è iniziato un po’ in sordina quando il 5 settembre 2017 il quotidiano britannico Guardian piubblicò un’inchiesta giornalistica su vasto scandalo di fondi in arrivo dall’Azerbaigian. Si trattava, secondo il quotidiano, di tre miliardi di dollari fra denaro riciclato e soldi pagati a “eminenti europei”, fra cui giornalisti, politici e accademici per fare da megafono agli interessi di Baku, il cui governo e’ fortemente criticato per le violazioni dei diritti umani. Si era trattato di ben 16mila transazioni coperte – di vero e proprio riciclaggio –  compiute tra il 2012 e il 2014. Questo giro di denaro era passato attraverso una rete di societa’ britanniche, come sottolineava il Guardian. Ed è in questo scandalo che è stata coinvolta per la prima volta la danese Danske Bank, attraverso i cui conti sono state fatte passare alcune delle somme riciclate. L’istituto danese ha cercato di tamponare “la falla” accertando che effettivamente era avvenuto il “riciclaggio di denaro e altre pratiche illegali” assicurando di aver adottato una serie di contromisure per evitare il ripetersi di questi casi.

Ma era solo la punta dell’iceberg.

Alcuni mesi dopo, ed esattamente il 4 luglio 2018, le agenzie stampa internazionali rilanciavano la seguente notizia: “Si allarga lo scandalo per le accuse di riciclaggio rivolte contro Danske Bank, che oggi ha allargato le recenti perdite a Copenhagen con un -2%. Secondo Bill Browder, il fund manager che ha lanciato una campagna contro il Cremlino per violazione dei diritti umani, le operazioni di riciclaggio che coinvolgerebbero l’istituto di credito danese attraverso le sue operazioni in Estonia sarebbero pari a 8,3 miliardi di dollari, oltre il doppio di quanto stimato in precedenza. Un’accusa che rischia di peggiorare la situazione di Danske Bank in Borsa, fra responsabilità legali e danni alla reputazione, oltre a mettere ulteriormente sotto i riflettori il ruolo degli stati baltici nel riciclaggio di fondi russi dopo il caso della Lettonia. Anders Meinert Jorgensen, responsabile della divisione compliance del gruppo, ha dichiarato che “è troppo presto per tirare conclusioni sulla portata del potenziale riciclaggio in Estonia”.

Pochi giorni dopo, arriva questa notizia-bomba dagli Stati Uniti: “Le autorita’ americane indagano su Danske Bank in merito alle accuse di riciclaggio di denaro dalla Russia e da altri paesi dell’ex Unione Sovietica. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali il Dipartimento di Giustizia, il Tesoro e la Sec stanno esaminando le transazioni di Danske in Estonia. Operazioni in cui sarebbe state coinvolte Deutsche Bank e Citigroup”. Ecco, quindi, che entra nel mirino delle indagini per riciclafggio internazionale il colosso bancario tedesco.

E il 4 ottobre 2018, un mese e mezzo fa, ecco un ulteriore clamoroso sviluppo: “Anche il dipartimento di giustizia Usa ha avviato una indagine sul presunto vasto riciclaggio di denaro russo alla Danske Bank, la più grande banca danese, già sotto inchiesta a Copenhagen. L’istituto finanziario sospetta che alcuni dei suoi dipendenti della filiale estone abbiano aiutato migliaia di clienti, spesso oligarchi, ad aggirare i controlli anti riciclaggio per circa 9 anni, facendo entrare in Europa circa 233 miliardi di dollari dalla Russia e da altre ex repubbliche sovietiche. Il dipartimento di giustizia Usa ha il potere di multare le banche straniere – spesso per centinaia di milioni di dollari – per la violazione delle norme anti riciclaggio, in aggiunta alle sanzioni previste dai Paesi in cui operano” – lo scriveva l’Ansa.

E’ evidente che non bastino alcuni impiegati e dirigenti “infedeli” per ciclare la colossale somma di oltre 230 miliardi di dollari, così come è grottesco pensare che questo oceano di denaro sporco sia transitato sui conti di una banca danese e ora si apprende anche col sospetto di Deutsche Bank senza che i vertici del gigante bancario tedesco ne sapessero nulla.

Redazione Milano

Il nemico della Gran Bretagna non è la Russia ma la sua stessa classe dirigente. Un rapporto dell’ONU lo conferma

Comedonchisciotte.org 20.11.18

DI JOHN WIGHT

rt.com

Mentre la classe politica inglese è lacerata a causa della Brexit, una crisi molto più grave continua a colpire i milioni di vittime dell’austerity voluta dai conservatori.

Un devastante rapporto delle Nazioni Unite sulla povertà nel Regno Unito evidenzia in modo incontrovertibile che il vero nemico del popolo britannico è la sua stessa classe politica che negli ultimi anni ha fatto di tutto per convincerlo che è colpa della Russia.

Il Professor Philip Alston, nella sua veste di incaricato speciale delle Nazioni Unite per l’estrema povertà e i diritti umani, ha trascorso due settimane in giro per il Regno Unito per verificare l’impatto di otto anni di uno dei più radicali programmi di austerità tra le economie avanzate del G20 adottato in risposta al crollo finanziario del 2008 e alla conseguente recessione globale.

Quello che ha riscontrato è l’evidenza di una guerra sistematica, intenzionale, concertata e brutale condotta dall’ala destra del partito conservatore contro la classe più povera e vulnerabile della società britannica, guerra che ha coinvolto la vita di milioni di persone che non erano responsabili del crollo finanziario ma che sono state costrette a pagarne il prezzo.

Si legge nell’introduzione del rapporto:“… Appare profondamente ingiusto e contrario ai valori britannici che così tante persone vivano in povertà. Ciò è di assoluta evidenza per chiunque apra gli occhi e veda l’impressionante moltiplicarsi dei banchi alimentari con le lunghe code all’esterno, le persone che dormono in strada, l’aumento dei senzatetto, il senso di profonda disperazione che porta perfino il Governo a costituire un apposito Ministero per la prevenzione dei suicidi con il compito di indagare a fondo gli inauditi livelli di solitudine e isolamento raggiunti”.

Sebbene cittadino del Regno Unito, rispettosamente mi dissocio dall’affermazione degli intellettuali che una tale carneficina sociale ed economica sia “contraria ai valori britannici” (mentre, al contrario, essa risulta perfettamente conforme ai valori del partito conservatore, un sistema politico nella cui ideologia la deumanizzazione dei poveri e della classe operaia è centrale), mentre è invece calzante l’osservazione che ciò appare ovvio “a chiunque apra gli occhi”.

Poiché è vero che oggi in ogni città e in ogni centro abitato in Inghilterra è impossibile camminare in qualunque direzione per più di un minuto senza incrociare dei senzatetto che chiedono l’elemosina. E il fatto che circa 13.000 di loro siano ex soldati, reduci dalle varie avventure militari del paese degli ultimi anni, chiamati al servizio di Washington, qualificale mere banalità spacciate dal governo e dai politici per apprezzamento e rispetto delle truppe e del loro “sacrificio” come ipocrita spazzatura.

Complessivamente, nel Regno Unito vivono attualmente in povertà 14 milioni di persone, cifra che corrisponde a un quinto della popolazione. Quattro milioni di loro sono bambini, mentre – secondo il Professor Alston – un milione e mezzo di persone sono in totale indigenza, cioè non in grado di soddisfare le elementari necessità della vita.

E questo è ciò che la classe dirigente della quinta maggiore economia del mondo, un paese che si atteggia sulla scena mondiale a pilastro della democrazia e dei diritti umani, considera progresso.

I valori responsabili di aver creato uno scenario sociale tanto cupo sono compatibili con il 18° e non con il 21° secolo. Sono la prova concreta che la rete delle scuole private elitarie – Eton, Harrow, Fettes College, ecc. – nelle quali i responsabili di questa carneficina umana sono stati inculcati con la convinzione del diritto acquisito per nascita a stabilire l’etica che li definisce, sono i focolai inglesi dell’estremismo.

Professor Alston: “La compassione dell’Inghilterra per coloro che soffrono è stata sostituita da un approccio punitivo, gretto e spesso insensibile apparentemente volto a instillare disciplina dove serve di meno, a imporre un ordine rigido alle vite di quelli meno in grado di affrontare il mondo di oggi, privilegiando il proposito di indurre una cieca acquiescenza in luogo di una genuina preoccupazione di migliorare il benessere degli appartenenti ai livelli più bassi della società britannica”.

Questa è la barbarie, spacciata per intervento correttivo, che si accompagna all’economia capitalistica del libero mercato. E’la stessa barbarie responsabile di aver precipitato la Russia post sovietica in un abisso economico e sociale durato un decennio negli anni ’90; e sono questi i valori che hanno spinto 14 milioni di persone nel Regno Unito nello stesso abisso economico e sociale nei nostri tempi.

L’austerità, va sottolineato, non è e non è mai stata una risposta economica praticabile alla recessione in una determinata economia.

C’è invece un club ideologico, gestito a vantaggio del grande e ricco business in modo da assicurare che il prezzo pagato per la c.d. recessione economica gravi esclusivamente su quelli meno in grado di sostenerlo, vale a dire i poveri e i lavoratori. E’una guerra di classe, confezionata e presentata come legittima politica governativa.

Comunque, nel caso dell’Inghilterra nel 2018, si è trattato di una guerra diversa da ogni altra poiché, come evidenzia il rapporto del Professor Alston, uno schieramento di questa guerra ha sparato tutti i colpi e l’altro schieramento li ha subiti tutti.

Con la stagione natalizia imminente, la portata della sofferenza umana in tutto il Regno Unito assicura che le elaborate campagne pubblicitarie che ci invitano a fare acquisti e indulgono a speranze e sentimenti – annunci che descrivono il sogno della classe media di benessere materiale – assumono il carattere di una provocazione.

Secondo un vecchio detto, quando scoppiano le guerre il governo ti dice chi è il nemico; quando scoppiano le rivoluzioni combatti per te stesso.

Nell’austerità, in Gran Bretagna, chi è il nemico non è mai stato chiaro.

John Wight ha scritto per una varietà di giornali e siti web, tra cui Independent, Morning Star, Huffington Post, Counterpunch, London Progressive Journal e Foreign Policy Journal.

Fonte: http://www.rt.com

Link: https://www.rt.com/op-ed/444375-uk-un-extreme-poverty/

19.11.2018

Tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da Maria Grazia Cappugi

Lo spread sfonda a 340 punti e il governo se ne frega

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

La prospettiva di una bocciatura bis della manovra sottoposta al giudizio della Ue, con lettera di accompagnamento che nega ogni revisione dei dati su deficit e pil, provoca lo sfondamento dello spread a quota poco al di sotto dei 340 punti base e sono immediate le ripercussioni sulla vendita dei buoni del tesoro italiani, mai così in basso. In apertura ne sono stati acquistati per la modestissima cifra di mezzo miliardo con rendimento del 3,7%, punta massima dal febbraio del 2014. L’impennata dello spread misura la pessima affidabilità che i mercati assegnano al nostro Paese. Immediato il contraccolpo su piazza Affari e sulle banche una raffica di vendite. Sospesa la quotazione del banco Bpm, in ribasso di oltre quattro punti. Il Ftse Mib, acronimo di Financial Times Stock Exchange Milano, cioè il più significativo indice azionario della Borsa italiana, registra un preoccupante calo dell’21,4% e la bocciatura della Commissione Ue complicherà il rapporto tra Roma e i mercati. Intervistato da Fazio, l’economista Cottarelli, quando lo spread stazionava su quota 300 ha commentato con la prudenza dei saggi che eravamo sull’orlo del baratro, ma ancora fuori. Oggi lo confermerebbe? E comunque ammetterebbe che è in pericolosa salita il rischio per prestiti e mutui. L’Abi, Associazione bancaria italiana, lancia l’allarme sulle conseguenze di uno spread così alto. Le associate continuano faticosamente a sostenere l’economia, ma se il differenziale dei bond tra Italia e Germania rimasse così alto o peggio dovesse ancora crescere, se prendesse consistenza la sciagurata ipotesi dell’uscita dalla Comunità, gli effetti ricadrebbero sul sistema bancario e sull’intero paese: erosione del capitale delle banche, aumento dei tassi sui prestiti e loro diminuzione, minori investimenti, calo del risparmio, aumento del costo del debito e ricaduta negativa sul Pil che è già in fase negativa. Spia dei conti in rosso della nostra economia è il passivo degli investimenti di Buoni del Tesoro italiani all’estero.

Conte si astiene da analisi e commenti, Di Maio dichiara “tiriamo dritto”, Salvini ripete con sfrontata tracotanza “Me ne frego” e Tria è ormai ben dentro il ruolo di ammortizzatore, incudine che riceve colpi di martello dal suo governo e dalla Ue. Peggio di così…

Cresce l’onda del dissenso nei confronti del vertice pentastellato e diventa clamorosa fronda interna, alimentata dal mal di pancia di venti deputati che contestano la subordinazione di Di Maio al diktat imposto da Salvini con il voto di fiducia per approvare il Decreto Sicurezza. I contestatori hanno manifestato esplicitamente dubbi e ostilità al decreto firmando una lettera che chiede di rivederlo: “Riteniamo che il testo abbia molte criticità, che si rifletteranno pesantemente sulla vita dei cittadini. Un testo che non trova, in molte sue parti, presenza nel contratto ed è, in parte, in contraddizione col programma M5S”. Giudizio inequivocabile, contro una proposta che, secondo i firmatari, restringe i diritti per i richiedenti asilo e si oppone alla protezione umanitaria.

STRAGE DEL SANGUE INFETTO / LA SENTENZA DI NAPOLI SLITTA AD APRILE

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

In base al calendario stilato dal presidente, Antonio Palumbo, il pm Lucio Giuglianoterrà la sua requisitoria il 21 gennaio 2019, poi sarà la volta delle arringhe dei legali delle parti civili, in prima fila Stefano Bertone edErmanno Zancla, nonché l’avvocatura dello Stato; quindi parleranno i legali degli imputati, ossia funzionari o ex funzionari del gruppo Marcucci e il legale dell’ex numero uno al Ministero della Sanità tra fine anni ’80 e inizio ’90, Duilio Poggiolini, grande amico di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

Tirate le somme, la sentenza non verrà pronunciata prima di aprile.

Un processo che ha largamente superato i 20 anni di vita. Morte “continua”, invece, per i parenti che hanno visto i loro padri, madri o figli morire per una trasfusione di sangue infetto o per l’assunzione di emoderivati killer. Appena otto le parti civili in aula a Napoli: ma le stime parlano di migliaia di vittime, un’atroce cifra che potrebbe arrivare a 5 mila. Un esercito di morti senza uno straccio di giustizia.

Le aziende leader europee (tra cui quelle del gruppo Marcucci) che importavano sangue soprattutto dagli Stati Uniti erano ben consapevoli di comprare partite spesso e volentieri infette: si trattava di sangue proveniente dalla carceri americane, in particolare dell’Arkansas. Lo sapevano bene le autorità di controllo a stelle e strisce (e anche canadesi), che regolarmente lo comunicavano alle aziende di importazione-lavorazione, come, appunto, quelle del gruppo toscano, oligopolista nel settore degli emoderivati, oggi battente bandiera “Kedrion”. 

Quindi, tutti sapevano: e se ne fottevano ampiamente di pazienti e cittadini, pur di cumulare montagne di profitti. Tanto è vero che le prime imputazioni parlavano di “omicidio doloso plurimo”, di “strage”, per poi man mano ammorbirsi in “omicidio colposo plurimo”. 

Il processo è cominciato nel 1998 a Trento, per poi passare, nel 2004, a Napoli, e giacere tra carte e scartoffie per oltre 10 anni (molte delle quali, anche importanti, perse nel corso del trasloco o trafugate nei sotterranei del centro direzionale di Napoli); e quindi iniziare nella primavera del 2016. 

Nel corso dell’ultima udienza che si è svolta il 19 novembre, sono stati presenti i consulenti tecnici nominati dal tribunale per sciogliere una serie di interrogativi. Hanno presentato una prima perizia circa un anno fa, del tutto lacunosa, con riferimenti bibliografici tratti soprattutto dagli studi del primo teste presente al processo, Piermannuccio Mannucci, un ematologo milanese in palese conflitto di interessi perchè ha lavorato anche per il gruppo Marcucci. 

Le parti civili e i legali della difesa hanno presentato ulteriori questi ai periti, che risponderanno all’udienza del 10 dicembre. E l’anno nuovo si apre con la fondamentale requisitoria del pm Giugliano, il quale nel corso del processo non ha brillato per una particolare incisività: “non un centravanti d’attacco, piuttosto uno stopper di difesa”, hanno commentato non pochi avvocati del foro di Napoli. “Il fatto non sussite – aggiungono – saranno le parole con le quali chiederà l’assoluzione degli imputati. Vogliamo scommettere?”. 

Staremo a vedere. 

Tre centesimi e sette

comedonchischiotte.org 20.11.18

DI MIGUEL MARTINEZ

kelebeklerblog.com

Penso che le notizie più brutte dell’anno siano quelle che vengono dalla Francia in queste ore.

Perché riguardano qualcosa che va alla radice stessa della nostra vita.

Riassumiamo.

Gli scienziati ci dicono che siamo sull’orlo di una catastrofe planetaria, indotta dai cambiamenti climatici, a loro volta indotti da come la specie umana sta trasformando il pianeta, e che l’unica speranza sia prendere subito misure drastiche.

Le previsioni e le statistiche precise su un argomento come il sistema climatico del pianeta Terra lasciano il tempo che trovano, e spesso si rivelano errate: le correzioni che arrivano peggiorano sempre le previsioni. Da cui possiamo dedurre che probabilmente il rischio è più alto di quanto previsto dal più pessimista degli scienziati.

Questo è un fatto che prescinde dalle opinioni personali di ciascuno di noi sui grandi temi della vita. Possiamo credere ai matrimoni gay o alla purezza della razza, il rischio è uguale.

Per affrontare questo inaffrontabile mostro, il governo francese ha avuto una geniale pensata: salviamo il mondo aumentando di sette centesimi il prezzo al litro del gasolio e di trequello della benzina.

Sette e tre centesimi.

Lascio immaginare l’impatto che ciò potrà avere sulla trasformazione del clima planetario.

Ma la gente non è scema, ed evidentemente intuisce che questa ridicola mossa va contro il senso intero della vita cui siamo stati educati sin da piccoli.

Vi ricordate le vignette di Charlie Hebdo, e la gente di apparente buon senso che diceva ai musulmani, “ma basta non guardarle, che male vi fanno?”

Il male che fanno è che minano alla base un consenso sul significato del mondo.

E i francesi hanno reagito contro i Sette e i Tre Centesimi, esattamente come alcuni musulmani hanno fatto contro le vignette di Charlie Hebdo.

Mettere in dubbio che gasolio e petrolio siano un bene significa mettere in crisi l’intera base della nostra civiltà.

E tra l’altro, un’intera struttura urbanistica basata sulla creazione di zone con funzioni distinte collegate tra di loro da linee auto.

Basta girare per il centro di Parigi, dove vedi solo Uomini Rosa, e prendere poi il treno e attraversare le periferie, dove vedi invece Uomini Bruni e Uomini Neri.

Senza trasporti non c’è globalizzazione.

La misuretta di Macron offende poi immagino quel ceto medio che si è fatto la casetta suburbana sul modello statunitense.

Leggo che il 73% dei francesi si schiera dalla parte dei manifestanti.

E probabilmente hanno ragione: bisognerebbe studiare a lungo questa storia, con molti più dati di quelli che ho io – sospetto che dietro ci sia una storia di prevaricazione della città sulla provincia, e tanti risentimenti che esplodono insieme, che a prima vista non hanno a che fare con il prezzo della benzina.

Un fatto interessante è che nessun politico ha osato contestare la misura di Macron: Marine Le Pen e la destra si sono messe a cavalcare la protesta dopo, e nemmeno con troppa convinzione. E questo ci dà un’idea del curioso ruolo di ciò che chiamiamo Destra, che si trova a difendere il motore, l’essence stessa della globalizzazione.

E’ chiaro che qui c’è qualcosa che sta succedendo in tutto l’Occidente, per cui le esplosioni popolari non hanno bisogno di essere innescate da qualcuno: e colpisce, nel vedere le foto dei manifestanti, la grande prevalenza di capelli bianchi, il simbolo supremo dell’Occidente oggi (a partire da chi scrive, ovviamente).

Sicuramente è stato un genio a inventare il simbolo della protesta, ma sarà stato dimenticato nel caos generale.

Nella protesta, una tragica ironia.

Un morto e quattrocento feriti, quasi tutti provocati da automobilisti che volevano farsi strada lo stesso e non sopportavano di essere bloccati da gente che solidarizzava con loro.

L’Uomo Medio a Rotelle non ha amici.

Gilles Châtelet:

“Il fatto è che c’è bisogno di molto spazio, di tanti sacrifici ed energie, di mutilazioni e di cadaveri affinché l’”uomo medio” diventi auto-mobile e si ritenga nomade. E’ per questo che tutte le amministrazioni che si pretendevano fedeli alla voce della modernità […] si sono sempre considerate le vestali zelanti della carretta, dell’uomo medio a rotelle, considerato l’incarnazione del “dinamismo” della società civile. Così, ogni autostrada è anzitutto un’autostrada sociale, e ciò che si può definire il petrol-nomadismo della carretta si trasforma spesso in petainismo a rotelle: l’automobile è anzitutto il lavoro, la famiglia, e l’idiozia montata su quattro ruote.

Immaginate i nostri milioni di piccoli rinoceronti stipati in uno dei grandi budelli del reverendo Moon [che aveva proposto un sistema di tunnel e autostrade intercontinentali]! Sbraitano forse la loro “libertà”, e da vicino hanno l’aria un po’ ringhiosa delle loro carrozzerie, ma visti dall’alto del “grande alambicco”, formano una massa fluida perfettamente docile, che chiede solo una cosa: avanzare senza problemi.”

E’ come in Germania, dove tutti sono bravi a mettere la plastica nel contenitore giusto (senza avere la minima idea della fine che farà dopo), ma la grande maggioranza si schiera con l’industria automobilistica.

Il guaio è che il cambiamento climatico non è causato da qualche specifica attività, che si possa modificare.

Cioè, non è che tu passi dall’automobile Euro 5 alla categoria Euro 6, ma fai gli stessi chilometri, e abbiamo risolto.

La catastrofe incombente non è l’esito di invasioni di Unni o di pesti bubboniche.

Anzi, la cosa terrificante è che la prima volta da qualche centinaio di milioni di anni che si rischia l’estinzione, è nel momento in cui gli esseri umani hanno pensato di poter organizzare razionalmente il mondo, con miriadi di illuminati progetti.

La catastrofe incombente non è contro la nostra civiltà; è anzi l’effetto dell’intero modo in cui è impostata la civiltà in cui viviamo, e quindi ogni tentativo di affrontare il disastro – sette centesimi alla volta – porta inevitabilmente a rivolte che i governi basati sul consenso elettorale non sono in grado di affrontare.

Ma a pensarci, nemmeno quelli dittatoriali hanno alcun interesse a farlo.

E’ un secolo e mezzo – niente sul piano storico, ma molto più della memoria di qualunque essere umano – che sappiamo che il senso della vita è la crescita, e l’unico dubbio è se bisogna spartirsi la cuccagna subito – la Sinistra – o se bisogna meritarsela con la fatica – la Destra.

Ci hanno fatto una testa così sui Nimby quelli che osavano dire che loro non volevano accettare nel proprio orticello i rifiuti prodotti dall’arricchimento degli altri.

Ma oggi assistiamo a un fenomeno inverso.

La Decrescita c’è e non si scappa; ma nessuno vuole essere il primo a smettere di crescere.

Nemmeno di sette centesimi.

Miguel Martinez

Fonte: ttp://kelebeklerblog.com

Link: http://kelebeklerblog.com/2018/11/18/sette-e-tre-centesimi/

18.11.2018

Perché si cela una mazzata all’Italia nel patto Merkel-Macron su conti statali e debito pubblico

  startmag.it 20.11.18

Che cosa può nascondere per l’Italia il patto Francia e Germania al centro dei lavori dell’Eurogruppo. Il commento di Gianfranco Polillo

Dopo la vicenda un po’ burlesca dei termovalorizzatori (se ne farà uno in ogni provincia o si chiuderanno quelli della Lombardia?) un’altra tegola rischia di abbattersi sul governo giallo verde. E riguarda le prospettive europee. I lavori dell’Eurogruppo, che si sono appena conclusi, sono riservati, per non dire segreti. Al termine della riunione solo generiche assicurazioni da parte dei principali protagonisti. Ed ecco allora il ministro delle Finanze tedesche, Olaf Scholz, esultare, al termine della seduta: “Il 90-95 per cento del lavoro è fatto, resta ancora una parte cruciale da fare ma nel complesso è un successo”.

Sembrerebbe, quindi, che il treno della riforma del bilancio europeo sia partito, senza incontrare resistenze. “Sono stato felice di vedere – ha aggiunto il ministro tedesco nella conferenza stampa tenuta insieme al collega francese Bruno Le Maire – che nessuno è stato offeso dalla proposta franco-tedesca ma al contrario tutti sono stati d’accordo e c’è stato un dibattito molto cooperativo”. Quindi anche l’Italia non sembrerebbe aver posto obiezioni. Ed allora le prese di posizione nettamente contrarie di Matteo Salvini?

Riavvolgiamo il nastro. Il nodo del contendere era l’istituzione di un bilancio dell’Eurozona, la cui finalità doveva essere quella di aiutare i Paesi membri a realizzare le riforme indispensabili per conseguire una crescita più sostenuta. Riforme in genere costose dal punto di vista politico e sociale, a causa del loro impatto su abitudini consolidate. Avere a disposizione maggiori risorse può essere, quindi, lo strumento indispensabile per oliare giunture da tempo ossificate e promuovere i necessari processi di cambiamento. In passato erano i singoli Stati nazionali a realizzare progetti simili, com’era avvenuto in Germania con le riforme del mercato del lavoro, portate avanti da Peter Hartz. In quel caso le maggior risorse derivavano dalla possibilità di fare un deficit di bilancio anche superiore al 3 per cento del Pil, senza incorrere nei rigori della Commissione europea.

Che Bruxelles pensi di razionalizzare l’intero sistema, appostando a bilancio una cifra di 22,2 miliardi da redistribuire ai Paesi più virtuosi è cosa buona e giusta. Salvo naturalmente un giudizio finale sull’eventuale consuntivo. La coda del diavolo è nei dettagli. Da queste provvidenze – ma anche questo ha una sua logica – saranno esclusi quei Paesi che non rispettano le prescrizioni indicate dalla stessa Commissione, in sede d’esame dei programmi nazionali. A rigore, quindi, l’Italia dovrebbe essere fuori, essendo candidata ad essere l’imputato principale del delitto di violazione della “regola del debito”. Si spiega pertanto la dura reazione di Matteo Salvini: porremo il veto. Ma così, stando almeno alle dichiarazioni rese, non sembrerebbe essere stato.

Nel labirinto degli specchi, che caratterizza i lavori della Commissione, è difficile cogliere i punti di caduta delle discussioni in corso. Specie se il contesto è ancora estremamente fluido. Inoltre l’Italia si trova esposta su più fronti. Deve far digerire – se mai ci riuscirà – la “manovra del popolo” che a Bruxelles è vista come il fumo negli occhi. Forse aprire un altro fronte di scontro, prima di conoscere quali saranno le decisioni sull’eventuale procedura d’infrazione, non conveniva. Questo spiegherebbe le dichiarazioni sibilline di Scholz. In che cosa consiste esattamente “la parte cruciale” che resta da fare? Incorpora le riserve italiane? O altro? Visto che su un tavolo parallelo si sta anche discutendo di rinegoziazione dei titoli del debito pubblico.

Com’è noto i titoli aventi durata superiore ad 1 anno sono caratterizzati dalla cosiddetta clausola CAC’s (class actions). Sulla scorta degli avvenimenti greci, ogni rinegoziazione delle originarie clausole di emissione deve essere sottoposta ad una trattativa tra l’Ente emittente ed i suoi creditori. Trattandosi di titoli a larga diffusione, le attuali regole prevedano che la controparte privata sia costituita dalla maggioranza dei relativi possessori. L’eventuale trattativa, che può riguardare le scadenze, i livelli di interesse, l’abbattimento del capitale – l’hair cut – fino a giungere alla ridenominazione in valuta locale, nel caso di exit, è portata avanti da una maggioranza qualificata, che può escludere i possessori retail. Quei risparmiatori cioè che, spesso in modo inconsapevole, hanno seguito le indicazioni della propria banca.

A livello europeo si sta discutendo delle eventuali modifiche delle relative regole. Discussione che ha incontrato l’opposizione del ministro Tria, stando almeno ad informazioni stampa. L’elemento di riservatezza, che circonda queste discussioni, non consente di avere contezza della posta in gioco. Che comunque, nel caso italiano, dato il livello del debito, è rilevante. Per fortuna si tratta ancora di un livello istruttorio. Ma sarebbe comunque opportuno conoscere il dettaglio, onde evitare il bis del “bail in”. Quelle misure passarono nell’assoluta indifferenza generale. Lo stesso Parlamento si limitò a mettere il bollo, salvo poi trovarsi scoperto a seguito dei fallimenti bancari, i cui costi li pagheremo nell’attuale manovra. Evitiamo pertanto gli errori del passato, con una discussione aperta, fuori da circuiti misteriosi.

Come si vede la carne al fuoco è tanta. Si va dalla forse ormai inevitabile procedura d’infrazione, che alimenta il tormentone degli spread (oggi intorno a 330 punti base), all’eventuale esclusione dell’Italia dalle risorse del nuovo bilancio europeo, per giungere fino alle regole che garantiscono il rimborso dei titoli emessi, anche nell’eventualità di un’Italexit. Si può allora dar torto a Renato Brunetta, responsabile economico di Forza Italia, quando sollecita il premier Giuseppe Conte a recarsi in Parlamento per fornire un’adeguata informativa su tutta la vicenda?