Tutti i buchi (finanziari e costituzionali) del taglio alle pensioni d’oro. E perché sarà comunque un flop

startmag.it 20.11.18

Il commento di Michele Arnese e Nicola Giglio sui progetti del governo in materia di pensioni d’oro e sulle ragioni per cui gli interventi falliranno, saranno evanescenti oppure controproducenti

Le ultime novità nella lotta alle cosiddette “pensioni d’oro” sono contenute in un’agenzia dell’Adnkronos. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, ne ha preannunciato il relativo taglio. Da realizzare con decreto legge o semplice emendamento alla manovra. Parla di un contributo di solidarietà per 5 anni, che “dovrebbe portare poco più di 1 miliardo di euro nelle casse dello Stato”. Comprensivi anche dei risparmi derivanti da un “raffreddamento delle indicizzazioni”. Più o meno 200 milioni l’anno.

Nel mirino del governo sono le pensioni superiori a 90 mila euro lorde. Quelle più alte saranno colpite da un taglio dell’8 per cento fino a 130 mila euro. La percentuale diverrà del 12 per cento per lo scaglione fino a 200 mila euro. Quindi del 14 per cento: 200 mila – 350 mila euro, del 16 per cento per quelle fino a 500 mila e del 20 per cento per quelle ancora superiori.

Quali sono le motivazioni che giustificano un simile intervento, oltre quella sorta di Bibbia che è diventato il contratto di governo? Partiamo dai numeri. Secondo i dati Inps (“Statistiche in breve”), nel 2017 i pensionati che hanno percepito una rendita inferiore ai 750 euro mensili sono stati 11.117.947, di cui 6.187.524 non hanno mai versato alcun contributo. Se i 200 milioni annui, posti a carico dei pensionati Paperoni, dovessero servire per rendere migliore la vita dei pensionati più indigenti, l’aumento pro capite, per questi ultimi, sarebbe in media di 18 euro scarsi all’anno. 1,5 euro al mese.

Tutto ciò sfiora il ridicolo, secondo molti addetti ai lavori. La tesi “togliamo ai ricchi per dare ai poveri” è quanto meno esagerata, per usare un eufemismo. Si potrebbe finire qui, se non fossimo davanti ad un nuovo dramma.

Dare 80 euro in media a ciascun pensionato al di sotto del minimo, senza per l’altro raggiungere minimamente la soglia dei 780 euro mensili, costerebbe oltre 10,5 miliardi. Da sommare agli altri 10 del reddito di cittadinanza ed ai 7 della modifica della legge Fornero. Le promesse fatte a piene mani, che rappresentano il contenuto del programma di governo, destinate a rimanere un raccapricciante libro dei sogni.

Se l’intervento sui pensionati d’oro non ha alcuna ragione di natura finanziaria, potrebbe averla dal punto di vista giuridico? L’ultima sentenza della Corte Costituzionale (la n. 173 del 2016) sgombra il terreno. Chiamata a dirimere il precedente del governo Letta (taglio delle pensioni più elevate per finanziare gli esodati), aveva detto: per questa volta passi, ma non ci provate più. Anzi aveva aggiunto: da adesso in poi lo scrutinio di costituzionalità sarà più “stretto”. Concetto che viene ripetuto per ben tre volte nel corpo della stessa sentenza. Valutazione, quindi, che dovrebbe preoccupare non poco lo stesso Presidente della Repubblica, nell’eventualità in cui si dovesse procedere con decreto legge.

Quali le ragioni? La principale è che una deroga “al principio di affidamento in ordine al mantenimento del trattamento pensionistico già maturato” poteva essere consentito solo in casi eccezionali. L’affidamento è un principio cardine di ogni ordinamento democratico, denso di implicazioni che vanno anche oltre lo specifico considerato. Se si può intervenire con legge su accordi liberamente sottoscritti in passato, peggiorandone la portata, quale garanzia si può offrire ai singoli cittadini? Problema che, a quanto risulta, è stato sollevato nei pourparler informali con esponenti governativi da più di un investitore.

“In definitiva, – aveva concluso la Corte – il contributo di solidarietà, per superare lo scrutinio “stretto” di costituzionalità, e palesarsi dunque come misura improntata effettivamente alla solidarietà previdenziale (artt. 2 e 38 Cost.), deve: operare all’interno del complessivo sistema della previdenza; essere imposto dalla crisi contingente e grave del predetto sistema; incidere sulle pensioni più elevate (in rapporto alle pensioni minime); presentarsi come prelievo sostenibile; rispettare il principio di proporzionalità; essere comunque utilizzato come misura una tantum” E non essere ripetuto – aggiungiamo noi – anno dopo anno.

Le basi giuridiche della proposta appaiono quindi essere addirittura più fragili del loro contenuto economico e finanziario. Ed allora perché insistere? Fossimo in Silvio Berlusconi, parleremo di invidia sociale. Ma, in questo caso c’è anche qualcosa in più: è lo sfregio contro una parte dei cittadini italiani – “i parassiti” secondo l’aulico linguaggio di Luigi Di Maio – colpevoli solo di aver pagato regolarmente le tasse e, soprattutto, continuarle a pagare. I dati sono impietosi. Nel 2016, secondo le elaborazioni del Mef, i lavoratori dipendenti (futuri pensionati), con un imponibile superiore a 75 mila euro l’anno, hanno garantito il 26 per cento del gettito Irpef, pur essendo solo il 2,2 per cento dell’intera platea. Il tutto a tasso d’evasione zero, dato lo stretto legame con la contribuzione.

Ed ora? Per le pensioni superiori a 200 mila euro lordi, nel caso di un pensionato romano, a seguito del contributo di solidarietà, l’aliquota marginale, comprensiva di quella nazionale e di quella locale, raggiunge la percentuale del 63,23 per cento del proprio reddito. Per lasciargli solo poco più di un terzo del suo assegno previdenziale (e il principio di proporzionalità?). Il tutto in un Paese che è ancora caratterizzato da livelli di evasione fiscale insostenibili. E dove i condoni, variamente motivati, si susseguono a vantaggio soprattutto si chi non è sottoposto alla regola del “sostituto d’imposta”. Leggi lavoratore dipendente o pensionato. Qual è allora l’etica che ispira la proposta del Governo? Difficile rintracciarla.

Di fronte ad un atteggiamento punitivo non resta allora che organizzarsi sul piano individuale. Secondo i dati Inps, i pensionati residenti all’estero, al 1 gennaio 2018, erano pari a 392.076 persone. Anziani che, non dovendo più lavorare, avevano avuto la possibilità di fissare la loro residenza in Portogallo, Malta, Irlanda, Lussemburgo, Svizzera e via dicendo. Optando per la tassazione in quei luoghi (quasi inesistente), protetti da convenzioni internazionali sulle quali lo Stato italiano difficilmente potrà incidere.

Sarà sufficiente che meno di 2.000 nuovi pensionati si aggiungano a quanti già hanno abbandonato il suolo patrio, per vanificare del tutto le maggiori entrate previste dal Governo giallo-verde. Chissà come andrà a finire…