INTESA SAN PAOLO – BANCHE VENETE – PRIMA PARTE

Banche venete, il contratto segreto tra Stato e Intesa

Il testo integrale dell’accordo di vendita della Popolare di Vicenza e Veneto Banca

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Il decreto ribattezzato salva-popolari entra in queste ore in una fase cruciale della sua vita, quello della conversione in legge. L’argomento, a partire dalla complessità del testo che sembra lasciare spazio ad interpretazioni giuridiche le più distanti, sta scatenando una ridda di polemiche, anche di piazza, ma pure di approfondimenti e di analisi. Come quella del Corsera che oggi nell’inserto economico dedica alla controversa vicenda un vero e proprio speciale.

Non mancano poi le stilettate delFatto quotidiano che si concentra sul «contratto segreto» che proprio in relazione al cosiddetto salva popolari venete regola i rapporti tra Stato e Gruppo Intesa. Il testo dell’accordo peraltro è stato pubblicato integralmente dall’analista freelance Costantino Rover (clicca qui per leggere il testo completo) che sul tema ha avviato «una fase di studio che è appena agli inizi».

L’eco della polemica tuttavia oltre a rimbalzare tra palazzo Madama e Montecitorio, dove in queste ore il testo licenziato dal governo è al vaglio delle commissioni, è giunta sino in Piemonte. In una lunga lettera aperta alla stampa, Francesco Bedino, ex presidente di Bene Banca, un piccolo istituto di credito del cuneese, ricostruisce quelli che identifica come gli aspetti opachi che hanno portato a spron battuto alla scrittura di un decreto legge oggi al centro del dibattito. Una ricostruzione che peraltro non tralascia uno strascico polemico anche per una vicenda, quella di Bene Banca, che alcuni mesi fa è venuta ad incrociarsi con quella della BpVi.

Clicca qui per leggere il testo completo del contratto

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La più grande liquidazione coatta della storia spiegata punto per punto

 scritto da  il 28 Giugno 2017
Non sono passati nemmeno due anni da quando scrivevo dell’Eldorado perduto di tanti risparmiatori e clienti del ricco nord-est (e non solo) che mi ritrovo adesso, dopo aver letto la relazione tecnica al decreto legge 99/2017, a descrivere il modo attraverso il quale verrà condotta la più grande liquidazione coatta amministrativa della storia repubblicana.

Sono ormai giorni che tutti i giornali nazionali e gran parte di quelli stranieri ne scrivono. Come noto la saga delle due banche venete si trascina da mesi, dopo che l’ennesimo aumento di capitale andato bruciato, quello di Atlante (creato per evitare che il mancato aumento di capitale sul mercato si trasformasse in un oneroso impegno per Intesa SanPaolo e Unicredit-che ne dovevano garantire il successo – e l’inoptato), aveva aperto un confronto tra le autorità nazionali e quelle europee su come portare definitivamente a soluzione la storia della Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

L’epilogo della storia arriva il 23 giugno scorso, quando il comunicato stampa della Bce annuncia che le due banche sono ormai “failing or likely to fail”, sono cioè in stato di insolvenza perché non rispettavano più i requisiti di capitale stabiliti. La Bce dichiarava inoltre che il Comitato di risoluzione unico – Single Resolution Board (SRB) – non aveva riscontrato rischi sistemici circa lo stato di insolvenza delle due banche e che quindi la risoluzione sarebbe stata condotta dalle autorità italiane, secondo la normativa italiana per la procedura di “liquidazione coatta amministrativa”. Domenica scorsa il Governo ha quindi varato il decreto legge per disciplinare la specifica procedura di liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

Senza dilungarmi troppo sugli aspetti legali della liquidazione e sulle specifiche caratteristiche del decreto, voglio provare a offrire un’idea di quello che dovrebbe essere il percorso attraverso il quale le due banche verranno liquidate, cercando di ipotizzare il costo che lo Stato dovrebbe sopportare.

La liquidazione coinvolge essenzialmente tre soggetti, oltre allo Stato: le banche in liquidazione coatta amministrativa (che ho indicato come V&V in LCA); Intesa SanPaolo, il cessionario, che è la società che acquisirà la parte “sana” del complesso in liquidazione; Società per la Gestione di Attività (SGA), che è la società incaricata di prendere la parte residuale dell’attivo e trattarlo per poterne estrarre il maggior valore possibile.

Partiamo da cosa è rimasto delle due banche venete, dopo questi anni di inazione e soluzioni tampone. L’ultimo documento ufficiale disponibile è il bilancio 2016 dei due gruppi. Raggruppando lo stato patrimoniale consolidato dei due gruppi, e accorpando per semplicità alcune voci di bilancio, ho ricavato il seguente prospetto.

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Questo è l’ultimo documento ufficiale e pertanto, per poter arrivare a ipotizzare una situazione patrimoniale aggiornata, abbiamo bisogno di interpolare questi dati con quelli forniti da Intesa SanPaolo nel recente comunicato stampa e con l’emissione (per 10,1 miliardi di euro) ed il rimborso (per 0,3 miliardi) di prestiti obbligazionari compiuti dalle due banche in questi ultimi mesi.

A meno di variazioni intercorse in questi mesi sulle poste residuali delle attività e sulle passività finanziarie, lo stato patrimoniale aggiornato dovrebbe essere il seguente.

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A questo punto possiamo introdurre il primo passo della liquidazione, quello relativo alla cessione delle parti “sane” a Intesa Sanpaolo. Quest’ultima acquisirà attività finanziarie per 8,9 miliardi, crediti in bonis verso clientela per 30,1 miliardi (dei quali 4 miliardi sono però considerati ad alto rischio, verso clienti con un rating basso, e sui quali Intesa SanPaolo si riserva la possibilità di restituirli alla liquidazione se dovessero deteriorarsi entro 3 anni) e crediti fiscali per 1,9 miliardi. Acquisirà inoltre 37,6 miliardi di passività, distinte in debiti verso la clientela (depositi e conti correnti) per 25,8 miliardi e titoli in circolazione non subordinati per 11,8 miliardi. La differenza tra attivo e passivo, che ho indicato come patrimonio netto di cessione, è di 3,3 miliardi.

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Come noto però, Intesa SanPaolo non acquisirà soltanto questi cespiti, ma avrà tutta una serie di garanzie e contributi prestati dallo Stato per garantire la profittabilità dell’operazione e la neutralità dal punto di vista dei coefficienti patrimoniali. Avrà anche un contributo di 1,285 miliardi per la copertura dei costi di ristrutturazione aziendale e di riduzione del personale che avvierà. Sarà inoltre tenuta indenne dalle cause che fino ad oggi sono state attivate nei confronti delle banche venete e da quelle che si attiveranno su fatti precedenti la cessione. Intesa SanPaolo acquisirà inoltre un altro elemento non presente nel bilancio che abbiamo ricavato, ma che è forse ancora più appetibile degli altri, ed è la raccolta indiretta di circa 23 miliardi di euro (di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito) delle due banche venete.

All’attivo del complesso in liquidazione rimarranno le attività deteriorate e alcune attività residuali (partecipazioni, attività materiali e immateriali). Inoltre, sarà ancora presente la quota dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato e non collocati presso gli investitori. Tale quota, superiore ai 7 miliardi, è presente sia all’attivo che al passivo del complesso in liquidazione, perché sottoscritta direttamente dalle banche venete e utilizzata presso la banca centrale come collaterale per la liquidità. Ho ipotizzato che il prestito sia annullato, con effetto nullo sul saldo patrimoniale, e che il relativo prestito ottenuto dalla banca centrale sia trattato nell’insieme dei rapporti creditori/debitori verso le banche.

A tal proposito, né il decreto legge 99 né il comunicato di Intesa SanPaolo forniscono indicazione di come verranno trattati i rapporti debitori e creditori verso le banche (verso le altre banche e verso la banca centrale). In considerazione delle difficoltà di liquidità incontrate negli ultimi mesi, dovrebbero esser quasi esclusivamente verso la banca centrale. Ho ipotizzato che rimangano in capo al complesso in liquidazione e che il saldo netto (nello schema indicato come debito netto verso le banche), debitorio per una cifra intorno ai 6 miliardi, sia regolato proprio attraverso il finanziamento di Intesa SanPaolo a fronte del cosiddetto “sbilancio di cessione”. Questa parte rimane poco chiara non essendoci indicazioni sia da parte del Governo che da parte di Intesa. A rigor di logica, mancando alle banche venete i requisiti per lo svolgimento dell’attività bancaria, la Banca Centrale dovrebbe aver richiesto il rientro dei finanziamenti. È così probabile che il finanziamento di Intesa, garantito dallo Stato per un importo dai 5,351 ai 6,351 miliardi, possa esser utilizzato proprio a tale scopo.

Ho inoltre ipotizzato che il supporto finanziario offerto dallo Stato a Intesa SanPaolo “a fronte del fabbisogno di capitale generato dall’operazione di cessione, per un importo massimo di 3,5 miliardi” sia quasi interamente coperto dal patrimonio netto di cessione. Il fatto che nel decreto 99 si qualifichi “erogazione al cessionario” solo i 1,285 miliardi relativi alla copertura degli oneri di ristrutturazione e “supporto finanziario” i 3,5 di rafforzamento patrimoniale, potrebbe giustificare questa ipotesi. Anche in questo caso però informazioni precise non ce ne sono.

Il successivo passo della liquidazione prevede l’ingresso della Società per la Gestione di Attività (SGA) controllata dal Governo. Ad essa verranno ceduti i crediti verso la clientela deteriorati ed altre poste marginali. Dalla liquidazione e valorizzazione di tali attivi deriva la possibilità per lo Stato di recuperare le risorse impegnate per lo svolgimento del processo di liquidazione. Il credito verso SGA è iscritto in bilancio del complesso in liquidazione al valore contabile (già al netto delle rettifiche effettuate nel tempo dalle banche venete) ed aggiornato in funzione dell’incremento o del decremento di valore che la gestione SGA sarà in grado di produrre. Nella relazione tecnica pubblicata il 27 giugno lo Stato si aspetta che la SGA riesca sostanzialmente a recuperare l’intero valore contabile dei crediti. Se così fosse, e Intesa non dovesse restituire al complesso in liquidazione parte dei 4 miliardi di crediti in bonis ma ad alto rischio, lo Stato sarebbe in grado di recuperare tutte le somme impiegate nell’operazione.

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Intanto però, alla fine di questa prima fase di liquidazione, ed all’inizio di quello nuovo di valorizzazione degli attivi ceduti a SGA, la perdita generata deriva dal credito che lo Stato viene a maturare a fronte delle erogazioni e del supporto finanziario fornito a Intesa SanPaolo. Tali crediti infatti non vengono a gravare sul cessionario, ma sul complesso in liquidazione, con grado di privilegio rispetto a tutti gli altri.

Nelle ipotesi che ho fatto tale perdita si aggira intorno ai 5 miliardi, portando, già in partenza ad azzerare il valore dei titoli subordinati e delle azioni.

Per i piccoli obbligazionisti, a determinate condizioni, lo Stato (per l’80%) e Intesa (per il 20%) mettono a disposizione le risorse per il rimborso di quanto investito. Per gli attuali azionisti, il fondo Atlante, l’Eldorado non è mai nemmeno iniziato.

Twitter @francelenzi

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INTERVISTA CARLO MESSINA 11 OTTOBRE 2017 VICENZA PIU.COM
INTERVISTA CARLO MESSINA A VICENZAPIU DEL 10.10.18
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Il ministero acquisisce la Sga
e il suo tesoro da 600 milioni: i soldi
aiuteranno le banche del Nord

E’ la società che ha recuperato i crediti inesigibili del crac del Banco di Napoli

Il ministero delle Finanze acquisisce da Intesa Sanpaolo la Sga, la vecchia bad bank del Banco di Napoli, e la mette in campo per sostenere il piano del governo in favore delle banche in difficoltà. Al momento non si sa se la Società per la gestione delle attività, con sede a Napoli e 70 dipendenti, entrerà a far parte del Fondo Atlante (ipotesi che prende corpo con il passare delle ore) oppure se opererà in proprio, o accanto ad altri investitori o soggetti pubblici. Sta di fatto che giusto a vent’anni dal crack del Banco di Napoli, il ministero ha deciso di esercitare il pegno sulle azioni della Sga detenuto proprio in virtù del piano di “salvataggio” dell’istituto di via Toledo. Il decreto sulle banche varato dal governo la scorsa settimana e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 3 maggio, prevede che il Mef rilevi da Intesa Sanpaolo il 100% delle azioni della società per una somma massima di 600 mila euro e che questa possa acquistare sul mercato «crediti, partecipazioni e altre attività finanziarie». Con il passaggio del pacchetto azionario, il governo diventa proprietario a tutti gli effetti della Sga e potrà disporre del suo patrimonio, un tesoro di oltre 600 milioni di euro. La Sga, infatti, non solo ha recuperato (e restituito) quasi tutti i crediti problematici del vecchio Banco (6,4 miliardi di euro rappresentati soprattutto da prestiti a imprese meridionali) ma ha macinato una montagna di profitti con quest’attività. Come ha fatto? Com’è nata e che cos’è di preciso la Sga?

CORRIEREDELMEZZOGIORNO.CORRIERE.IT
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Banche venete a Intesa. Padoan: dallo Stato subito 5,2 miliardi, con le garanzie si arriva a 17

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (Ansa)
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (Ansa)

 

«Il governo ha approvato il dl che consente il salvataggio delle due banche venete e consentirà di rassicurare e stabilizzare la situazione». Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in conferenza stampa a Palazzo Chigi poco dopo il via libera del cdm al decreto legge con cui si dà l’avvio alla liquidazione coatta di Popolare di Vicenza e Veneto banca e alla cessione delle parti good a Banca Intesa. La crisi delle banche venete risale a prima della crisi economica e «ha raggiunto livelli che hanno reso necessario un intervento di salvataggio, per evitare i rischi evidenti a tutti di un fallimento disordinato» ha spiegato Gentiloni. Del nostro sistema bancario «il gruppo Intesa San Paolo, che acquisisce queste banche venete, è un asset tra quelli di maggior valore» ha detto il premier. L’intervento di salvataggio «si indirizza innanzitutto a favore dei correntisti e dei risparmiatori delle due banche, a favore di chi nelle banche lavora, più in generale a favore dell’economia del territorio, uno dei più importanti per il nostro sistema Paese, un’economia che soprattutto per piccole e medie imprese ha in queste banche un riferimento storicamente di grande rilievo» ha concluso Gentiloni.

Spesa immediata da 5,2 miliardi con le garanzie mobilitati fino a 17 miliardi 
L’esborso immediato da parte dello Stato vale 5,2 miliardi, finanziati dal debito aggiuntivo (20 miliardi) già previsto dal decreto di Natale. Di questi 4,78 servono a garantire la neutralità dell’operazione sui capital ratios di Intesa, come chiesto espressamente dalla banca, e altri 400 milioni servono a finanziare garanzie potenziali su rischi futuri fino a 12 miliardi: si tratta di garanzie fino a 6,3 miliardi per la retrocessione di crediti che non risultino in bonis e oltre 4 miliardi per crediti in bonis ma ad alto rischio. I 5,2 miliardi di esborso effettivo comprendono di fatto una quota da oltre un miliardo che sarà utilizzata da Intesa per gestire gli esuberi (si parla di circa 4mila persone) prodotti dall’operazione.

“Le due banche venete continuano a operare di fatto come componenti del gruppo Banca Intesa: non c’è nessuna interruzione, a partire da domani, dell’attività normale di sportello”

Il ministro Pier Carlo Padoan in conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il varo del decreto 

Essendo tratte dal debito una tantum stanziato con il decreto di Natale, queste spese non modificano i saldi di finanza pubblica.

Rimborsi per gli investitori 
Al salvataggio delle banche venete si applica «il burden sharing non il bail in» che prevede la protezione dei correntisti e obbligazionisti senior. In vista anche un meccanismo per indennizzare i piccoli risparmiatori che hanno in portafoglio i circa 200 milioni di subordinati di Vicenza e Montebelluna destinati al burden sharing. Per loro le regole della liquidazione prevedono un indennizzo all’80% , come accaduto pe le 4 banche regionali finite in risoluzione; Intesa, ha però assicurato Padoan, si è impegnata a coprire il 20% che resta.

Nessuna interruzione di attività 
Le due banche venete «continuano a operare di fatto come componenti del gruppo Banca Intesa: non c’è nessuna interruzione, a partire da domani, dell’attività normale di sportello» ha sottolineato Padoan.

“Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori mi dicessero qual era l’alternativa migliore perché io francamente non le vedo. L’unica alternativa era la liquidazione disordinata o spezzatino”

Il ministro Pier Carlo Padoan  

Padoan, non c’erano alternative 
Una strada obbligata quella della liquidazione ordinata ha spiegato Padoan in conferenza. «Di quali alternative stiamo parlando?» ha replicato il ministro. «Vorrei che le persone fanno critiche e dicono che ci sono alternative migliori dal punto di vista del sostegno alle famiglie, a costi inferiori, mi dicessero qual era l’alternativa migliore perché io francamente non le vedo. L’unica alternativa
era la liquidazione disordinata o spezzatino che avrebbe completamente distrutto la capacità operativa delle due banche». 

Il provvedimento, che ora va alla firma del Capo dello Stato per la pubblicazione nell’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale, è essenziale per garantire domani mattina l’operatività degli sportelli delle due Venete, dopo il sostanziale dissesto certificato venerdì dal Meccanismo unico di Vigilanza. In serata è arrivato il via libera della Commissione Europea all’operazione.

Parte la liquidazione ordinata 
Il decreto è arrivato dopo un complicatissimo lavoro di limatura condotto con le autorità europee e i tecnici di Intesa. Oggetto dei negoziati continui è stata in particolare la definizione puntuale del “perimetro segregato” di attività e passività destinate a Intesa; da questo è dipesa infatti la somma di fondi pubblici da destinare all’operazione, e il superamento del rischio di vedersi bocciare ex post dalla UE il meccanismo per incompatibilità con le regole sugli aiuti di Stato.

Il decreto sarà pubblicato oggi in Gazzetta 
Il decreto dirotta verso il finanziamento delle bad Bank una quota dei 20 miliardi di debito pubblico una tantum messi a disposizione dal decreto di Natale: miliardi, si ricorderà, stanziati in vista del l’ipotesi di ricapitalizzazione precauzionale che sta andando in porto per Mps ma che nel caso delle due Venete è inciampata sulla richiesta della Bce di accompagnare l’intervento pubblico con un investimento privato da 1,25 miliardi. Di privati disposti a investire in base al piano messo a punto dalle due banche e dal Tesoro, però, non se ne sono trovati: di qui il piano B con la liquidazione coatta amministrativa disciplinata dagli articoli 80 e seguenti del Testo unico bancario.

In arrivo i due commissarinominati da Bankitalia 
Con il decreto legge la palla passa ora al ministero dell’Economia, che con decreto su proposta di Bankitalia deve sancire la liquidazione dei due istituti. Bankitalia, sempre in giornata, nominerà i due commissari, accompagnati ciascuno da un consiglio di sorveglianza di tre componenti.

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Banche venete, uno spudorato regalo ad IntesaSanPaolo

Ho sentito parlare di regalo ai banchieri. Chi fa questo discorso fa cattiva propaganda“. Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, così come nel caso di Alitalia, ha messo le mani avanti per respingere le critiche che molti – tra cui noi, e tra i primi – hanno sollevato rispetto all’ignobile decreto con cui viene addebitato ai conti pubblici quanto necessario per “salvare” le due banche venete a beneficio esclusivo di IntesaSanPaolo.

Un esborso immediato di 5,2 miliardi, di cui 1,2 per il “fondo esuberi” che dovrà occuparsi di quasi 4.000 dipendenti da licenziare, con “coperture” previste fino a 17. Un punto di Pil, anzi un po’ di più. Quanto dovrebbe crescere l’economia nazionale nell’anno in corso. E questo in un paese che ha appena varato una manovra per rispondere ai diktat dell’Unione Europea, che pretendeva una correzione di almeno lo 0,2% sulle previsioni di spesa. In un paese, insomma, dove il governo – da 25 anni – continua a tagliare spesa sanitaria e pensionistica per ramazzare qua e là qualche centinaio di milioni, ma non batte ciglio quando bisogna “salvare le banche” o aumentare la spesa militare.

A sostegno del governo è intervenuta anche Banca d’Italia tramite il direttore generaleFabio Panetta: “E’ sbagliato dire che lo Stato ci perde. Forse ci guadagna, e se ci perde è in maniera ridotta e quindi capace di sopportarlo“, argomentando che “I 4,8 miliardi di esborso di cassa torneranno indietro con la vendita degli attivi. Lo Stato non ci perde, anticipa una somma e aspetta il rientro“. Il problema è che questi “attivi” sono in realtà crediti deteriorati e “sofferenze” della due banche, che Intesa non vuole assumersi e andranno perciò collocati sul mercato tramite una bad bank; roba che nessuno vuole, con qualsiasi ribasso di prezzo.
Era stato lo stesso ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, ideatore del decreto, ad ammettere che “Lo Stato mette a disposizione subito risorse a Banca Intesa per un totale 4,785 mln in termini di anticipo di cassa, relativi a operazioni necessarie per mantenere la capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale di Banca Intesa a fronte dell’acquisizione di queste banche venete”. Precisando oltretutto che l’intervento avviene «con misure che non impattano sul deficit», ma che tuttavia costerà ai contribuenti italiani in termini di aumento del debito: il rapporto debito/Pil, infatti, peggiorerà dell’un per cento del Pil.

Il gioco di specchi è possibile perché il “fondo salvabanche” da 20 miliardi era compreso nella legge di stabilità varata a Natale, dunque non rappresenta una nuova spesa. Solo che allora quella cifra era posta “a garanzia”, ossia non effettivamente spesa; mentre ora lo è. Anzi lo è già stata stamattina, nella misura appunto di 5,2 miliardi.

Non sarà insomma “un regalo alle banche”, ma una nota emessa in mattinata da BancaIntesa precisa che l’impegno dell’istituto torinese è valido solo se il decreto passerà così com’è, seza alcuna modifica: il contratto di cessione di alcune delle attività di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, infatti, contiene una clausola risolutiva “che prevede l’inefficacia del contratto e la retrocessione alle banche in liquidazione coatta amministrativa del perimetro oggetto di acquisizione, in particolare nel caso in cui il Decreto Legge non fosse convertito in legge, ovvero fosse convertito con modifiche e/o integrazioni tali da rendere più onerosa per Intesa Sanpaolo l’operazione, e non fosse pienamente in vigore entro i termini di legge“.

Il “perimetro” da rispettare è scritto nero su bianco, come involontariamente ammesso dallo stesso Gentiloni quando ha provato a chiarire il meccanismo: “Intesa prende a suo carico una quantità di debiti e prende a proprio vantaggio la parte sana degli attivi che non sono assolutamente sufficienti a pareggiare la parte sana degli attivi, che prende a proprio carico. Questo è il motivo per cui occorre un intervento dello Stato che non è a vantaggio di Intesa ma è solo a pareggio degli oneri”. Appunto: lo Stato interviene a rimborsare Intesa per la differenza tra “parti sane” e “parti malate”, nonostante che il grosso delle “sofferenze” venga scorporato in una bad bank.

Se non è un regalo questo, non si vede cosa potrebbe esserlo.

Una sola cosa, di quelle dette dal governo, risulta vera: “l’effetto domino è stato scongiurato“, in quanto ad essere salvaguardati saranno “i 2 milioni di clienti, le pmi, l’economia del territorio”. Il fallimento avrebbe infatti impattato su un insieme che comprende 50 miliardi di risparmi, 2 milioni di clienti, tra cui 200 mila imprese.

C’erano alternative? Una sola, anche in questo caso. La nazionalizzazione delle due banche. La spesa miliardaria avrebbe avuto in quel caso un senso: si tutelavano risparmiatori, famiglie e imprese esattamente nella stessa misura, ma acquisendo la proprietà degli istituti – ovviamente da risanare – sarebbe state poste le premesse di un guadagno da parte dello Stato e dunque un risparmio futuro per la spesa pubblica.

Così, invece, è solo un’assunzione di debiti al posto dei “privati”, come per Alitalia, Ilva, Etruria, ecc. Dunque, senza alcun dubbio, un regalo a BancaIntesa (che infatti ricorda al Parlamento di “non fare scherzi, altrimenti salta tutto”).

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Carlo Messina blocca i 100 milioni di “elemosina” ai soci più disagiati di BPVi e Veneto Banca: continuano i silenzi degli stessi che rimanevano muti davanti a Gianni Zonin

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù)Sabato 16 Giugno alle 14:57 | 0 commenti

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ArticleImageIn occasione dell’assemblea che ieri, 15 giugno, ha decretato la fusione tra Confindustria Padova e Confindustria Treviso, che così staccano di gran lunga l’ora sorella minore di Vicenza per diventare, insieme, la seconda rappresentanza industriale italiana dopo Assolombarda, Carlo Messina, Ad di Intesa Sanpaolo reduce dall’acquisizone per un euro della parte “buona” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, è tornato sul blocco del fondo di 100 milioni in 5 anni destinato a chi avesse particolari necessità e che ora è congelato perchè alcuni soci hanno chiamato Intesa a rispondere di eventuali indennizzi in quanto subentrante ai due istituti che hanno danneggiato gli azionisti risparmiatori. 

 

Messina ha, quindi, dichiarato: «Io stesso sono stato promotore di quel fondo perché nell’ambito del crac delle due banche sono accadute cose che ritengo di una gravità e una ingiustizia tremenda nei confronti di persone con redditi anche molto bassi. Noi abbiamo già pronti 100 milioni di euro pronti da spendere per sostenere le situazioni di disagio, ma chiaramente fino a quando non viene chiarita la situazione attendiamo. Avevamo previsto di spenderli in 5 anni, l’unica cosa che potremo fare sarà eventualmente spenderli in un anno».

Ricordato che il fondo era fatto non di denaro cash, come parrebbe che Messina volesse far intendere, ma di titoli con vincoli particolari e che prevedeva elargizioni per controvalori non superiori a 15.000 euro pro capite, ci stupisce che dal giorno del blocco nessuna voce si sia levata nei confronti di chi, dopo aver “incassato” le parti buone di due banche e alcuni miliardi, quelli sì cash, dallo Stato per accettare il “regalo”, con una mano fa finta di dare a “persone con redditi molto bassi” colpiti da vicende di “una gravità e una ingiustizia tremenda” ma con l’altra blocca un esborso, ripetiamo di carta e non di cash, che priverebbe l’Istituto di 100 milioni sui 3.5 miliardi incassati dalla Stato (garanzie ulteriormenet miliardarie a parte).

Ci stupisce il silenzio, soprattutto locale, nei confronti di un Messina che “non dà” ma non ci dovrebbe stupire perchè è figlio di quello che ha accompagnato e riverito il sistema incarnato da Gianni Zonin che, addirittura, “ha preso” anche l’anima ai soci risparmiatori che ora sono costretti ad elemosinare da chi ha fatto bingo con la banca che pensavano fosse la loro musìna ma che prima è stata il bancomat degli interessi locali e ora lo è di quelli nazionali.

D’altronde non ci possiamo stupire del silenzio locale attuale perchè, se quello precedente era incoraggiato dai trionfalismi del re del vino, ieri Messina ha anche spiegato i grandi “sacrifici” della sua banca per salvare le due popolari venete: «Ci siamo presi cura di 50 miliardi di euro di risparmi degli italiani, 10 mila persone, di 200 mila aziende e integrato il più rapidamente possibile all’interno della banca questi rami di azienda. Io credo che abbiamo fatto tutto il possibile».

Per fare i propri affari di sicuro.

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 9 Commenti

Con le deroghe al codice civile, le procedure di risoluzione delle banche penalizzano “per principio” subordinati e azionisti. Così l’acquisizione delle banche venete da parte di Intesa si è conclusa con un bel regalo agli azionisti di quest’ultima.

Risoluzioni in deroga al codice civile

Nelle procedure di risoluzione sono tutelati solo i piccoli investitori vittime di vendite fraudolente di subordinati. Le ragioni di tutti gli altri sono invece calpestate con ingiusti e colossali trasferimenti di valore. Ciò avviene in procedure non trasparenti, cui non partecipa nessun rappresentante dei possessori dei titoli coinvolti. Le cessioni di attivo avvengono poi in condizioni molto favorevoli agli acquirenti.

La Costituzione tutela il lavoro come il risparmio. In sede di vendita di aziende in crisi, però, i bandi cercano di salvaguardare l’occupazione, mentre l’attenzione per le ragioni dei risparmiatori è minima o nulla. Quanto alle normative europee, richiedono sì la condivisione degli oneri da parte di obbligazionisti subordinati e azionisti, ma con un trattamento non peggiore di quello che subirebbero con una liquidazione tout-court. Invece le procedure di risoluzione prevedono deroghe alle regole statuite dal codice civile nell’indimostrato assunto che in caso di liquidazione il recupero sarebbe nullo o peggiore.

Tutto ciò si è ripetuto nella recente risoluzione delle due banche venete, cedute a Intesa alle condizioni riepilogate nella tabella 1, lasciando in pancia alle “vecchie banche venete in liquidazione” (tabella 2) crediti deteriorati per 17,6 miliardi, con recupero stimato in 9,1 miliardi, e partecipazioni, immobili e altri beni con recupero stimato in 1,5 miliardi.

Tabella 1 – I termini della cessione a Intesa

Tabella 2 – Le attività e passività (residue) delle “vecchie” banche

Ipotizzando che i costi della procedura e della gestione dei crediti deteriorati possano essere coperti con i proventi della vendita di tutto ciò che non è non performing loans (originariamente stimati dal governo in 1,5 miliardi, ma saranno meno in quanto già la vendita di Bim-Banca intermobiliare ha fruttato meno del previsto), la tabella 3 illustra come variano i soggetti beneficiari dei futuri riparti con o senza deroghe alle normali regole del codice civile. Perché nello schema di risoluzione ci sono due deroghe al codice civile per rimborsare lo stato:

– del costo degli esuberi, posto sulle spalle di obbligazionisti subordinati e azionisti, mente in altre crisi aziendali è stato sostenuto dallo stato senza rivalsa su alcuno, e il costo che lo Stato potrà essere chiamato a sborsare a Intesa se questa attiverà le garanzie [vedasi punto d) tabella 1]

– del “supporto finanziario” concesso a Intesa per 3,5 miliardi [vedasi punto b) tabella 1]

Tabella 3 – Gli scenari di riparto con e senza deroghe al codice civile

Quanto pesa il “supporto finanziario”

Dalla tabella 3 si vede che, senza deroghe al codice civile, una volta rimborsato il finanziamento ponte col 31,2 per cento del valore nominale degli Npl, tutta l’eccedenza sarebbe andata in primo luogo ai subordinati e l’eventuale residuo al Fondo Atlante e ai vecchi azionisti. Con la sola deroga per far rientrare lo stato del costo degli esuberi (applicata solo in questa occasione) sarebbero bastati recuperi superiori al 40,7 per cento per rimborsare i subordinati e poi gli azionisti. Obiettivo di incasso non impossibile, visto che più di metà di questi Npl sono solo “inadempienze probabili”.

Con la deroga per il “supporto finanziario” concesso a Intesa, per prevedere rimborsi ai subordinati, occorrono invece recuperi irrealistici dai crediti deteriorati superiori al 60,58 per cento.

Non si discute l’opportunità dell’intervento di Intesa e la condizione che ha posto di non dover costringere i propri azionisti a un aumento oneroso di capitale (a differenza di Santander-Banco Popular). Ma così facendo, Intesa si è comprata la divisione ex-banche venete non a 1 euro, ossia accollandosi passività pari al valore delle attività ricevute, bensì con un enorme sconto di 3,5 miliardi. Quale impresa è mai riuscita a comprarsi una divisione, che in breve produrrà utili, senza sborsare un euro e anzi ricevendo un contributo altissimo? Lo stato poteva almeno pretendere azioni “speciali” di Intesa, con diritto per alcuni anni solo a una quota degli utili della divisione “ex-banche venete”, senza nessun danno o effetto diluitivo in capo agli attuali azionisti di Intesa. Al rientro con i proventi della liquidazione (e detratto un equo compenso) dall’“investimento forzato” in azioni “speciali”, lo stato avrebbe potuto trasferire le azioni agli obbligazionisti subordinati e magari anche agli azionisti delle vecchie banche. A loro danno, c’è stato invece un ingentissimo e gratuito trasferimento di valore verso gli azionisti di Intesa. Né si è tenuto in alcun conto che il Fondo Atlante, in una sorta di “prima fase” di procedura di risoluzione di fatto, ha versato 3,438 miliardi. Agli effetti della normativa del burden sharing, un azionista aveva quindi già contribuito in misura significativa.

Si è presumibilmente voluto dimostrare alle autorità europee che gli obbligazionisti subordinati e gli azionisti, figli di un dio minore, pagheranno sempre e comunque, anche se ben oltre il lecito.

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IL CONTRATTO CON CUI BANCA INTESA SI IMPOSSESSA DELLE POPOLARI VENETE. IL DOCUMENTO CHE DIMOSTRA LA SOTTOMISSIONE DELLO STATO AI GRANDI POTERI

 

 

 

 

Grazie ad un amico carissimo amante dell’onestà e della correttezza, siamo riusciti ad avere il contratto completo di cessione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza in forma completa. Riteniamo utile analizzare con voi, anche in varie puntate, per poter giungere in profondità, le incredibili clausole contenute, che indicano la sottomissione totale della legge e del governo agli interessi privati di una parte. Parliamoci chiaro: la stabilizzazione del sistema creditizio non c’entra nulla, qui si cancellato il concetto di rischio d’impresa per favorirre in modo assolutamente smisurato una parte, ISP, a danno degli azionisti truffati di VB e BPVI e, in generale della collettività.  Perchè la spesa di quest’operazione, non un salvataggio, ma un regalo, sarà a carico della collettività fin nei più minuti particolari.

Inoltre è facile capire, leggendo i dati, che non si è trattato di una scelta fatta a fronte di una situazione emergenziale, ma di un disegno compiuto, durato almeno un mese e comunque ben prima del ventilato “Interesse” di Intesa per l popolari venete di cui si è parlato ai primi di giugno. Ci sono troppi dettagli che sembrano indicare un lavoro ben calcolato.

 

Non volendovi tediare con 124 pagine di contratto pubblicheremo le parti essenziali.

CHI FIRMA IL CONTRATTO: i commissari liquidatori , tra cui l’ex AD , ora commissario , Fabrizio Viola. Siamo al caso unico in cui un AD di una società in Liquidazione Coatta Amministrativa viene ad essere nominato liquidatore. Per fare un paragone comprensibile come un fallito che viene nominato curatore fallimentare della propria azienda, atto per lo meno inappropriato, anche per permettere allo stesso Viola di poter reagire ad eventuali accuse che comparissero nel procedimento di liquidazione. Si è voluto far strame del diritto e del buon senso , con l’ennesima forzatura, e pensiamo si è dato lavoro ai giudici amministrativi.

LE PREMESSE

Nelle premesse sono indicate , rapidamente, le generalità delle banche in gioco, il fatto che VB e BVI sono dichiarate in liquidazione coatta amministrativa (si parla direttamente di banche LCA) ed il motivo di fondo per cui viene compiuta l’operazione

Cioè a ISP la cosa che interessa è beccarsi il nord est (Voci ci indicano soprattutto il Friuli) e fare soldi. Vi garantiamo che, grazie allo stato, ci riesce BENISSIMO. Chiaramente il benestare della BCE è fra le premesse, non potrebbe essere altrimenti, ma anche il decreto legge del 25 Giugno è fra le premesse, e ne fa parte integrante. Come vedremo meglio andando avanti nel contratto, i denari dello stato sono un INTERESSE ESSENZIALE  per ISP, più della stabilità del sistema bancario.

L’OGGETTO DEL CONTRATTO ED IL CORRISPETTIVO . L’oggetto del contratto sono “certe attività, passità e rapporti giuridici”, mica tutto, solo quello che desidera, giustamente, come al supermercato. Il corrispettivo è, infatti, da caffè in bar di periferia : UN EURO, da dividersi equamente in 50 centesimi per Banca popolare di Vicenza e 50 centesimi per Veneto Banca. Neppure un caffè a testa, forse una bottiglietta d’acqua al discount.

L’ESSENZIALE QUADRO LEGISLATIVO (!!??). Parliamoci chiaro, ISP non è un benefattore, ci mancherebbe, ed interviene solo perchè le leggi dello stato (con la esse minuscola, vista la sudditanza) si piegano al proprio volere. In caso contrario non avrebbe avuto nessun interesse ad acquistare VB e BPVI.

La legge si è piegata , lo stato si è piegato, e sappiamo cosa accade a chi si piega…. Lo capirete molto bene quando leggerete i corrispettivi che ISP HA PERCEPITO per selezionare gli assets, cioè le attività, di BPVI e VB, le garanzie CHE HA PRETESO, fin nei minimi particolari, per portare a termine quest’operazione. Vi anticipaimo che Le cifre sono TALMENTE ELEVATE da permettere la ricapitalizzazione delle due banche, secondo i desiderata della BCE, senza alcun problema, con la sola differenza che , in questo caso, le banche sarebbero rimaste di proprietà dello stato, e non sarebbero state cedute. Invece lo stato ha ricapitalizzato, ma non è padrone di nulla. Francamente ci chiediamo quali strumenti di pressione abbia potuto avere ISP e la dirigenza di VB e di BPVI per ottenere questo risultato, perchè non è possibile piegare lo stato senza mezzi di coercizione pesanti.

Non ci facciamo illusioni che alcuno risponda alla nostra domanda, ma riteniamo che, almeno voi, lettori, dobbiate conoscere cosa sta accadendo.

Restate sintonizzati per le prossime puntate sul contratto.

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L CONTRATTO DI CESSIONE DI BPVI E VB A INTESA SAN PAOLO PARTE TERZA. L’INCREDIBILE GARANZIA “SODDISFATTI O RIMBORSATI”

FABIO LUGANO SCENARIECONOMICI.IT 4.7.18

Oggi affrontiamo il tema della garanzie che lo Stato ha fornito ad Intesa San Paolo (ISP) nella cessione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza:  infatti non è stato sufficiente che ISP si sia scelto cosa e come acquisire, non sono stati sufficienti gli ingenti fondi messi a disposizione della banca di Torino, no, c’è una garanzia su una parte consistente dei crediti ceduti. Un po’ come quando ritirate la macchina dal concessionario ed avete diritto ad almeno 24 mesi di garanzia, solo che, in questo caso, la garanzia è fatta sulla pelle dei contribuenti italiani e dei vecchi azionisti.

Nel frattempo il governo sta accelerando per vedere il decreto approvato senza nessuna modifica, neanche di carattere migliorativo o per maggiore tutela di chi è stato truffato. Alla fine cosa può essere la vita di 200-300 mila risparmiatori e delle loro famiglie se confrontata con il benessere di Intesa San Paolo , che fra l’altro è il maggior partecipante al capitale di Banca d’Italia con 51 mila quote? La Giustizia diventa un fattore perfettamente secondario di fronte alle banche.

Alla cessione naturalmente verrà fatta la solita commissione di esperti per valutare l’attivo ed il passivo. Come già indicato dal decreto lo stato fornisce una garanzia “Soddisfatti o rimborsati” per quanto riguarda attivi e partecipazioni bancarie :

C’è una garanzia oserei dire completa, quello che non piace viene restituito. Nelle procedure fallimentari di solito vale il criterio del “Visto e piaciuto”, cioè si prendono beni nello stato in cui sono, anche per non gravare la procedura di costi ulteriori. Però nei fallimenti non ci sono banche, e soprattutto non c’è Banca Intesa .

Non è questa comunque l’unica garanzia prestata dallo Stato , anche se attraverso le banche liquidate, a Banca Intesa. Infatti c’è anche la garanzia sui crediti High Risk

Lo stato ha dato una garanzia ulteriore a Banca Intesa su una fetta dei crediti IN BONIS , ma definiti di altro rischio. PD vuol dire Probability of deafult, ed indica la probabilità di una eventuale incapacità di far fronte agli impegni da parte del cliente. In questo caso la PD che definisce il “Credito ad alto rischio” è del 4,5% per il clienti privati e di 8% per le aziende. I crediti oltre questo livello di rischio vengono “Garantiti prima chiamata” da parte delle banche in liquidazione e dello stato. Garanzia prima chiamata significa che lo Stato (che, vorrei ricordare, è finanziato da tutti noi, non è un’entità astratta) che in caso uno di questi crediti non venga pagato, e fino ad una concorrenza di quattro miliardi, verrà ritornato alle banche liquidate e rimborsato in toto a ISP , con garanzia totale dello stato.

 

A questo punto mi fermo, ci sarebbero tante altre cose da dire, e magari, avendone il tempo, farò un articolo su cosa sarebbe successo se tutti questi denari e queste garanzie fossero state date alle banche venete e non a ISP. Magari non subito, anche se molti calcoli li ho già fatti. Ammetto di essere stato preso da un po’ di scoramento, perchè non h senso scrivere quando poi gli atti del potere sono guidati alla perversione del diritto a favore di questo e quello, e la giustizia viene a passare in secondo piano

Grazie

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Banche venete in Intesa: ecco che cosa succederà ai clienti

  • –di  ILSOLE24ORE.COM

 

A cinque mesi dall’acquisizione, scatta la migrazione informatica delle due banche Venete sulla piattaforma di Intesa Sanpaolo. Iniziato giovedì pomeriggio, con la chiusura anticipata dei quasi 700 sportelli interessati, il processo durerà fino a domenica sera. E così da lunedì mattina, alla riapertura degli sportelli, i circa 2,2 milioni di clienti delle ex popolari (di cui 200mila imprese) si ritroveranno a tutti gli effetti clienti del gruppo Intesa, con un nuovo Iban e il trasloco automatico delle domiciliazioni. Nell’operazione “Vivaldi”, questo il nome scelto, saranno coinvolti nel complesso circa 3.400 dipendenti, che in questi giorni stanno lavorando per far sì che il processo si concluda senza intoppi. Ad essere interessata dalla ristrutturazione sarà anche la rete delle filiali. Delle 656 agenzie delle due ex popolari, dalla prossima settimana ne verranno chiuse circa 140, che saliranno a 250 nell’arco di un paio di mesi.

Che cosa succede ai clienti
Le comunicazioni alla clientela sono già arrivate nei giorni scorsi. A partire da dopodomani, come detto, tutti i conti correnti avranno nuove coordinate. Di conseguenza, gli accrediti e gli addebiti che perverranno in Intesa Sanpaolo con le vecchie coordinate, compresi quelli continuativi, saranno indirizzati sulle nuove coordinate bancarie. Previa registrazione, i clienti potranno accedere anche alla banca multicanale per operare con il proprio smartphone o, se sprovvisti, attraverso una chiavetta da ritirare in filiale. Per quanto riguarda il deposito titoli, il rapporto verrà trasferito, mentre le carte di debito continueranno a funzionare fino al prossimo 30 marzo, anche se con alcune limitazioni; in particolare, l’importo massimo di prelievo sarà di 250 euro per operazione. Per chi vorrà, sarà possibile sostituirle a partire dall’11 dicembre con le carte Intesa Sanpaolo.

I crediti deteriorati
Il tema vero riguarda i crediti verso le imprese. Perché a Intesa Sanpaolo, come previsto dal decreto dello scorso giugno, passano solo le posizioni in bonis delle due Venete, oltre ad alcune partecipazioni specifiche. Tutto il resto, ovvero l’enorme mole relativa alle partite deteriorate, rimane in capo alla due ex banche in Liquidazione coatta amministrativa. Si tratta di circa 18 miliardi di euro, tra sofferenze e inadempienze probabili, che come concordato devono essere cedute alla Sga, di proprietà del Tesoro, in vista di un loro recupero. Il passaggio tuttavia ancora non è stato formalizzato, anche perché all’appello manca il varo del decreto ministeriale che dovrà cristallizzare la manovra. Nell’attesa del testo, previsto a giorni, e del passaggio formale alla Lca, i crediti deteriorati continueranno a rimanere sulla piattaforma Sec delle due ex banche venete, con Intesa che avrà un ruolo di semplice gestore. 

Il decreto in particolare dovrà definire il perimetro esatto dei crediti trasferiti, e ai 18 miliardi già definiti se ne potrebbe aggiungere una nuova tranche.  Nei giorni scorsi, infatti, si è conclusa la due diligence sul portafoglio crediti delle due banche liquidate per verificare lo stato di salute dei crediti a rischio: a quanto risulta da fonti vicine alle banche in liquidazione, oltre ai 10 miliardi di crediti deteriorati netti (18 lordi) sarebbero emerse nuove sofferenze in misura tale da richiedere l’intera garanzia supplementare da un miliardo prevista a carico dello Stato, che salirebbe così a 6,3 miliardi. Conseguenza, questa, dell’onda lunga della crisi economica che ha peggiorato nel corso dei mesi rapporti che erano in un’area “grigia”. Va detto inoltre che sul tavolo del confronto con il Governo ci sono anche altri 4 miliardi di crediti in bonis ma ad alto rischio, sui quali al pari degli altri sussiste una garanzia statale, che potranno essere restituiti nei prossimi tre anni.

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«Intesa e banche venete: salvataggio? Sabotaggio!»

L’imprenditore vicentino Costalunga: «operazione politica, aziende coi rubinetti chiusi». E critica i colleghi: «i figli in azienda? Zucconi abituati troppo bene. Meglio gli immigrati»

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«Arrabbiato? Sempre di più!». Toni Costalunga ha 72 anni ma la rabbia di un giovane (almeno di quando i giovani erano giovani, cioè ribelli e non mediamente conformisti come adesso). Imprenditore metalmeccanico terzista a capo di un’azienda di 12 dipendenti (e un socio) a San Tomio di Malo, nel Vicentino, è un ribelle anche lui: al diffuso costume di tanti suoi colleghi a lamentarsi mugugnando anzichè esporsi, per esempio. «Ho sempre detto quel che penso pagandone in prima persona il prezzo», tiene difatti a sottolineare con aggiunta di imprecazioni tipicamente venete. Più volte in televisione e sui giornali per questo, accusato di essere «pessimista», si autodefinisce «di destra», e oggi uno spiraglio lo vede: «non ho votato nè la Lega nè il Movimento 5 Stelle,perchè stavolta ho votato più estremo, ma mi pare un buon segno che sia da destra, da Forza Italia, sia da sinistra il governo venga attaccato. Io dico: lasciamoli fare, lasciateli lavorare».

Lei cosa votava prima?
Ho votato Lega per 25 anni, poi basta, perchè ormai erano solo un mucchio di slogan. Ma Salvini sta interpretando quel che vuole il popolo. Più problematico è il M5S, che è succubo di Salvini.

Problematico in che senso? Si riferisce al Decreto Dignità di Di Maio?
Eh, è ministro del Lavoro uno che non ha mai lavorato in vita sua… Mi dicono che sono pessimista, ma in realtà cerco solo di interpretare la realtà così com’è a casa mia, tutto qua.

E com’è la realtà, per lei?
E’ che le banche chiudono i rubinetti, come è successo l’anno scorso alla mia ditta. Ma io me la cavo, mi preoccupano i poveri cristi delle aziendine sottocapitalizzate. Gente bravissima a lavorare, ma che a volte non sa farsi i conti. Secondo me, l’anno prossimo il 40/50% dei piccoli sarà palle in aria.

A lei, dopo una segnalazione alla centrale rischi risalente al 2011, nel 2017 hanno tolto un fido dall’oggi al domani. Eppure si era risollevato, dalla crisi. Com’è andata?
Per un pagamento saltato da parte di un cliente non siamo più riusciti a pagare, ma già nel 2013 eravamo di nuovo in grado di farlo. Non abbiamo mai avuto risposta dalla banca.

Che banca era?
Ubi Leasing. La stessa centrale rischi aveva scritto che non riusciva a capire il perchè del problema, visto che andavamo bene. Alla fine abbiamo transato, ma avremmo potuto farlo anche prima.

Cosa pensa del cosiddetto salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca da parte di Intesa?
Salvataggio? Salvataggio? Sabotaggio! E’ un’operazione politica. E’ un modo per distruggere il Veneto. Vogliono concentrare in un’unica grande banca anche le casse rurale e le Bcc, snaturandone la missione, che era di dare poco a tanti. Ora daranno tanto a pochi.

Lei ha avuto conoscenti e amici imprenditori che si sono suicidati in passato, per i debiti. Ora, che le categorie dicono che la crisi sia passata, sembra che ce ne siano meno…
…meno? Ma cosa dice? C’è l’ordine di non parlarne, una congiura del silenzio! La crisi non è passata, tante aziende hanno chiuso e il Pil cresce meno di tutti, a parte la Grecia. Ultimamente per lavoro ho visitato cinque piccole aziende: una ha chiuso, e una stava chiudendo. Quei suicidi erano per vergogna, cioè per orgoglio. Quanto alle categorie, neanche le bado: sono solo fabbriche di voti. Il fatto è che pur di lavorare, c’è chi ha lavorato sottocosto. No, no, bisogna avere il coraggio di dire che si lavora per guadagnare! Io vado in officina ogni notte quando mi sveglio, alle 2 o alle 3, e torno a casa a un botto (13, ndr). Lo faccio per amore del mio lavoro, ma anche perchè bisogna guadagnare, altrimenti un’azienda non va avanti! Mi dicono che sono matto, a continuare così, con una pensione da 1500 euro. Dopo dieci anni 9 mesi fa sono andato in una trattoria con mia moglie, che mi tengo cara. Io non ho figli… Mi sono adattato alla situazione, dopo che per 7 anni col mio socio abbiamo lavorato a zero guadagno. Ora le cose vanno bene, ma non certo per merito della politica, ma perchè ho avuto un coraggio di ferro, investendo lo stesso e mantenendo la credibilità. Per me la parola data viene prima di tutto.

Troppe tasse e troppa burocrazia sono le cause storiche del malcontento degli imprenditori come lei. E’ cambiato qualcosa, su questi fronti?
Abbiamo sempre costi altissimi ancora prima di cominciare a lavorare un prodotto. Sarà dura, in futuro. Anche perchè non c’è ricambio generazionale nelle imprese. Io l’ho detto, a tanti colleghi: avete fatto un errore madornale a mettere in azienda i vostri figli. Mandateli da me per qualche mese, piuttosto: mi sarei fatto odiare da loro, ma dopo mi avrebbero ringraziato, per la lezione di vita che avrei dato loro. Noi avevamo fame, questi invece no.

Infatti molti ragazzi rifiutano certi lavori, perchè abituato a standard di vita (tempo libero, soprattutto) non sacrificanti.
Ma sono i genitori che hanno sbagliato! Io ho la terza media ripetuta, sono limitato per carità, ma quando vedo questi che vengono mandati all’università… se uno è zuccone resta zuccone!Invece qua pare che siano diventati tutti fenomeni. Le scuole meno sovvenzioni hanno se più bocciano? Dovrebbe essere il contrario! Per forza, poi, nei posti-chiave ci ritroviamo i figli di…

…di papà.
Sì. Benvengano gli extracomunitari, che si sono adattati. C’è da ringraziarli. Ma non puoi però creare lavoro sulla loro pelle, con tutte quelle cooperative. Guardi, un mio ex dipendente senegalese, 16 anni con me e 26 anni in Italia, è tornato nel suo Paese perchè, mi diceva, stufo di essere guardato come un mantenuto, visto che lavorava eccome. Ma in patria non ce l’ha fatta, e mi ha chiesto di riprenderlo. Tanto di cappello a persone così. Io mi considero suo collega di lavoro, e rispetto quelli come lui.

Ma se lei, inteso come appartenente ai piccoli imprenditori, dovesse fare autocritica, cosa direbbe?
Che abbiamo pensato solo al lavoro e trascurato la famiglia. C’era chi tacitava la coscienza aprendo il portafoglio… Ma è vero anche che ci hanno spremuti, e non abbiamo avuto il tempo per pensare…

Pensare, cioè avere un livello culturale tale per cui un imprenditori, poniamo nel cda di una banca, si rendesse non solo conto di quel che firmava, ma avesse anche la coscienza per dire i no che andavano detti. Lei ha fatto parte del board di una banca, com’è stata la sua esperienza?
Sì, ero nel cda di una piccola banca di qui vicino. Lo sono stato dal 1985 al 1994. Una volta, mi ricordo, fui l’unico a volere che fosse messo a verbale la mia contrarietà. Gli altri la pensavano come me, ma non avevano il coraggio di dirlo. Abbiamo visto poi anche nelle popolari: erano tutti leccaculi, senza coglioni. Io mi sono sempre esposto, e ora quando vado a Schio a girare in città tutti mi salutano e ho pochi nemici. Non ho mai chiesto piaceri, altrimenti poi diventi ricattabile. Ho sempre pagato dipendenti e fornitori. Lo Stato invece è stato l’unico ad avanzare soldi da me. Ero arrabbiato. E lo sono sempre. Ancora di più.

Le Venete valgono un regalo da 3,5 miliardi per Intesa

7 Febbraio 2018 :: Beppe Scienza ::ILRISPARMIOTRADITO.IT

Articolo su il Fatto Quotidiano del 7-2-2018 pag. 17

Nella memoria comune è consolidato il ricordo che Intesa abbia comprato Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al prezzo simbolico di un euro. Avrebbe cioè preso in carico debiti e crediti pressoché in equilibrio, con un’operazione presentata come equa. Da parte di Banca Intesa addirittura come una specie di atto eroico per salvare la Patria. Il giornalismo di regime ha annuito con fare compunto.

Però è davvero così? Marco Gallea, docente di materie economiche al Politecnico di Torino, ha rifatto un po’ di conti e da un suo recente articolo su Lavoce.info emerge che la storia va riscritta in modo diverso.

Per cominciare si scopre che 3,5 miliardi dati a Banca Intesa appaiono come una vera e propria liberalità. Non sono un prestito e neppure un aumento di capitale, di per sé possibile anche senza penalizzare gli azionisti di Intesa, che invece così sono gratificati per gli utili della nuova divisione “ex-banche venete” e per la regalia ricevuta.

Indiscutibilmente la risoluzione delle due banche venete contempla pesanti deroghe al codice civile. A carico delle banche in liquidazione sono stati posti non solo il costo degli esuberi, di regola nelle crisi aziendali sostenuto dallo Stato, e le garanzie che Intesa potrà attivare. Ma anche il suddetto supporto finanziario. Dall’analisi di Gallea appare che il reale motivo per cui gli obbligazionisti subordinati rischiano forte di restare con un pugno di mosche è proprio questo, e non una bassa percentuale di recupero dei crediti deteriorati, cosiddetti non performing loan (npl), rimasti in pancia alla banche in liquidazione coatta amministrativa (Lca). La causa risiede proprio in quei 3,5 miliardi graziosamente elargiti a Banca Intesa, senza nulla in cambio, di fatto sulle spalle degli obbligazionisti subordinati (e, al limite, degli azionisti). Ieri Intesa Sanpaolo ha comunicato i conti del 2017, chiuso con un utile di 7,3 miliardi di euro che comprende proprio i 3,5 miliardi assegnati dal Tesoro in seguito all’acquisizione delle banche venete. Una generosità del Governo a carico di altri. Lo insegnava già il Machiavelli: coi soldi altrui sii liberale.

Beppe Scienza

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Intesa ha “un cuore grande come una casa”, FQ: perciò propone una polizza a vita priva di valenze assicurative e con una trasparenza pressoché nulla ai clienti delle banche venete

Di Rassegna StampaLunedi 1 Ottobre alle 01:15 | VICENZAPIU.COM

 
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Anche le banche hanno un cuore. E Banca Intesa Sanpaolo ne ha uno grande come una casa. Per questo si è preoccupata dei clienti arrivati da Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, reduci da innumerevoli patemi d’animo, tanto dal riservare loro un prodotto particolare, denominato Progetto Dedicato. Cosa dice però Laocoonte nell’Eneide di VirgilioTimeo Danaos et dona ferentes (Libro II, 49). Temo i Greci, anche se portano doni, alludendo al cavallo di Troia. Possibile che Banca Intesa faccia un regalo ai suoi clienti?

Guardando da vicino l’offerta non viene proprio voglia di sottoscriverla. Per cominciare è una cosiddetta polizza a vita intera. Che è un tipo di assicurazione ora molto spinto da banche e sedicenti consulenti, ma priva del tutto o quasi di valenze assicurative, con una trasparenza pressoché nulla e altri gravi difetti. Nella fattispecie poi i risparmi sono bloccati per tre mesi. Riscattandoli prima di un anno si paga un 2%. Da quanto realizzato viene tolto l’1,3% annuo e a volte anche di più. Il rendimento garantito è zero, per il caso normale di chi voglia riprendersi i propri soldi prima di morire (e tenendoli fino al decesso la garanzia sale solo allo 0,5% annuo lordo). Insomma, cosa c’è di così speciale?

È grosso modo come quando una banca chiama il cliente, per proporgli un investimento il cui collocamento sta per essere chiuso. In realtà si tratta di una proposta come tante altre e mettere fretta è una pura tecnica di vendita. Se una banca presenta qualcosa come un’occasione, di regola meglio rispondere di no. È il risparmiatore che deve dire cosa vuole comprare, perché le alternative convenienti di regola non vengono proposte, ma anzi ostacolate.

Purtroppo ciò rende tutto molto difficile; e nel dubbio meglio tenere i risparmi liquidi anche a lungo, che metterli in scatole nere.

Per completezza devo però fare una confessione. Anch’io nel 2017 avevo un conto non piccolo alla Banca Popolare di Vicenza, che mi corrispondeva l’1,3% di interesse. Inoltre mi guardai bene dallo svuotarlo, come invece invitava a fare la ditta Altroconsumo, il cui consiglio come al solito applicai al contrario.

Anche quel conto fu spostato a Banca Intesa-Sanpaolo, per cui rientro fra coloro cui Progetto Dedicato è rivolto. Però nessuno mi ha cercato per propormelo. Vedo in questo un apprezzamento sincero, seppure a denti stretti, da parte della banca. Evidentemente hanno intuito che non riuscirebbe a convincermi.

 

di , da Il Fatto Quotidiano.it

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Banche venete ILGIORNALEDIVICENZA.IT 12.4.18
Sga ha preso 
i crediti deteriorati

L’ex sede centrale della BpVi, ora di Intesa Sanpaolo

L’ex sede centrale della BpVi, ora di Intesa Sanpaolo

tutto schermoMILANO.  La Sga-Società per la gestione di attività ha comprato ieri dall’ex “Banca Popolare di Vicenza” e dall’ex “Veneto Banca”, entrambi come noto in liquidazione coatta amministrativa, i crediti deteriorati che con il decreto legge di giugno non sono passati a Intesa Sanpaolo. I portafogli ceduti – spiega una nota – sono costituiti da circa 112 mila posizioni debitorie, e hanno un valore lordo complessivo pari a circa 18 miliardi. I contratti sono stati siglati in base al decreto ministeriale che ha appunto stabilito il passaggio a Sga: annunciato a fine febbraio, è stato emanato il 12 marzo. Il decreto ha istituito rispettivamente all’interno della società Sga il “Patrimonio destinato gruppo Vicenza” e il “Patrimonio destinato gruppo Veneto”. In cambio di questa cessione, specifica ancora la nota, viene creato infatti un credito delle due liquidazioni coatte amministrative nei confronti dei rispettivi “Patrimoni destinati” di Sga, che è «pari al valore di iscrizione contabile dei beni e dei rapporti giuridici ceduti, che verrà periodicamente adeguato al minore o maggiore valore di realizzo». In pratica, i soldi che si riusciranno a recuperare andranno a ristorare chi è in credito nei confronti delle due liquidazioni, a cominciare però dallo stesso Stato che come noto ha sborsato a Intesa 4,8 miliardi per il salvataggio delle due banche, oltre a dover assicurare altre garanzie. La società Sga quindi, società creata vent’anni fa per la ristrutturazione del Banco di Napoli e finita poi nell’orbita del ministero dell’Economia (è anche socio di Carige), «può dunque avviare le attività di gestione dei crediti e degli altri beni e rapporti giuridici acquistati, con l’obiettivo di massimizzarne il valore di recupero nel tempo e contestualmente di ottimizzare la gestione dei rapporti con i debitori». Come noto, i 18 miliardi in ballo si dividono i due tronconi. Il primo, di 9-10 miliardi, è di “sofferenze” da recuperare. Il secondo invece, di 8-9 miliardi, riguarda almeno 25 mila posizioni in utp-unlikely to pay, cioè ”incagli” che potrebbero anche tornare in bonis se Sga, che ha costituito una squadra apposita di 140 persone anche con uomini prestati da Intesa (potranno diventare di più), potrà operare da “banca” e ritrattarne le condizioni. •

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Banche venete, il ‘buco’ sale di 1 miliardo e Padoan lo copre con garanzia pubblica. I contribuenti ringraziano

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