Banco di Napoli, la lettera dei principi azionisti: «A noi 75 milioni»

ilmattino.it 23.11.18

Un risarcimento di 75 milioni di euro. È questa la richiesta e che i due fratelli principi della famiglia Windisch Graetz di origine austriaca, Mariano Hugo e Manfred, hanno presentato al ministero dell’Economia e finanze. Sono i primi, tra gli azionisti del Banco di Napoli spa nel 1996, ad avere avviato un’azione civile dopo che la Sga (società di gestione attività) ha recuperato oltre il 90 per cento dei crediti allora definiti «deteriorati». Soci privati con 7,5 milioni di azioni, acquistate attraverso quattro società, per un valore allora di 30 miliardi di lire. Possedevano, quando le azioni furono azzerate dall’assemblea, l’un per cento delle quote sociali.
 
Il principe Mariano Hugo, 63 anni, fondatore e proprietario tra l’altro del Gruppo birraio Prinz Bräu-Wofsbräu, fu con il fratello Manfred il primo azionista privato del Banco di Napoli trasformato in spa. Le quote più consistenti, per il 71 per cento, erano in possesso della Fondazione Banco di Napoli. La legge del 1996, approvata per salvare lo storico istituto di credito napoletano dai disavanzi di bilancio corrente, prevedeva l’azzeramento delle azioni, il versamento dallo Stato di 2000 miliardi, lo scorporo dei crediti difficili acquistati, per 6 miliardi e 272 milioni dalla Sga, creata apposta per recuperare quei soldi che, tutti insieme, avevano un valore di 8 miliardi e 98 milioni. Più di quanto furono pagati. La legge prevedeva che, alla fine della sua attività fissata in 5 anni, la Sga avrebbe dovuto fare i conti e gli azionisti avrebbero potuto ottenere in proporzione l’eventuale attivo dei crediti recuperati. Cosa mai avvenuta, anche dopo che la Sga ha chiuso la sua mission principale lo scorso anno. E anche dopo che, nel 2016, la stessa Sga è stata acquistata dal ministero dell’Economia e finanze, che ha esercitato un diritto di pegno sulla proprietaria Intesa-San Paolo, pagando appena 600mila euro. Si legge nella citazione dei principi, che si sono affidati allo studio dell’avvocato romano Roberto Aloisio: «La Sga ha recuperato i crediti incagliati in un tempo 4 volte maggiore di quello stabilito dalla legge…Oggi la liquidità della Sga ammonta a circa 500 milioni di euro e terminerà probabilmente il suo mandato con 700 milioni di euro in cassa». Quei soldi sono finiti per legge nel fondo Atlante due, destinato a garantire le perdite del Monte dei Paschi, della Popolare di Vicenza e di Veneto banca. Presupposto della citazione dei due principi è la loro precedente impugnazione dell’assemblea che 22 anni fa decise l’azzeramento delle azioni. Su quanto avvenne allora, si legge nell’atto: «il rappresentante del ministero del Tesoro esercitò il diritto di voto al solo fine di recuperare la somma precedentemente stanziata a titolo di finanziamento, pari a 283 miliardi, non considerando affatto le ragioni e gli interessi della Fondazione Banco di Napoli, degli azionisti privati e dello stesso Banco di Napoli».

I principi sono convinti che la delibera dell’assemblea dei soci del 1996, che attuò quanto stabilito dalla cosiddetta legge per il salvataggio del Banco di Napoli, sia stata illegittima, anche se formalmente regolare, danneggiando i soci privati. E si legge nel loro atto di citazione: «La grave illegittimità delle deliberazioni si fondava su una situazione patrimoniale che non aveva tenuto conto dell’avviamento, quale elemento che concorre a determinare il valore dell’azienda, privando in tal modo gli azionisti (estromessi dalla società) di un consistente valore facente parte del patrimonio sociale». La storia rivista a tutto tondo, approfondendo quanto accadde sul Banco di Napoli. Escluso, nel calcolo del valore dell’istituto di credito dai 500 anni di storia, furono allora l’altissimo numero di sportelli, le sedi di filiali sparse al centro-nord come all’estero. Insomma, i due principi lamentano, come soci privati di allora, l’estromissione forzata da decisioni e riparti. Una scelta diversa è stata fatta, anni dopo, per altre banche in difficoltà del centro-nord. La storia successiva è nota: il Banco venduto alla Bnl-Ina per 61 miliardi, con l’esclusione dall’asta, per una questione formale, del Mediocredito centrale, che di miliardi ne aveva offerti 400. Due anni dopo, Bnl-Ina riuscirono a vendere il Banco di Napoli a 6000 miliardi. Una plusvalenza enorme, ossigeno per la Bnl. Così la citazione collega quella storia al presente: «I diritti al corrispettivo del 1996 si uniscono alle violazioni del 2016. Dal decreto legge del 1996 alla legge del 2016».

«La Sga, divenuta di proprietà del ministero, non ha provveduto più al pagamento del corrispettivo spettante agli azionisti privati, previsto dall’articolo 2 della legge del 1996» si legge nell’atto. Aggiungendo: «Trasferendo i 500 milioni di euro al Fondo Atlante, si è chiaramente manifestata l’intenzione di non volere adempiere gli obblighi assunti nel 1996». Nel documento, notificato lo scorso anno al ministero e alla Sga, si parla di «palese inadempienza dolosa dello Stato e del ministero». Da qui la doppia richiesta: risarcimento danni per 35 milioni, con una quantificazione finale, aggiungendo gli interessi, di 75 milioni. La richiesta «in subordine» è il riconoscimento dell’ammontare della quota che spetta ai due principi dal recupero dei famosi crediti difficili. Una strada avviata, su cui il ministero oppone i risultati dei primi 5 anni di attività della Sga, con 3,7 miliardi di passivo, risanati allora da Bankitalia. Sempre in attivo furono invece i successivi 17 anni. I due principi Windish Graetz sono stati i primi. Chi si prepara a seguirli è la Fondazione Banco di Napoli. I giudici chiamati a fare i conti con la storia economico-finanziaria di una delle maggiori istituzioni meridionali fatta scomparire. Una storia, probabilmente, da riscrivere.