Il trader Roberto Rivera si rivolge ai procuratori

LILLO ALAIMO Caffe.ch 25.11.18

Il comasco degli 8 milioni sotto sequestro va all’attacco
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Questa è la storia di un procedimento penale da Guinness dei primati. Lo scorso venerdì, il 23 novembre, ha compiuto dieci anni. Dieci anni senza che nemmeno l’inchiesta si sia conclusa. Questa è la storia di un trader italiano che investiva il proprio denaro in un fondo che a sua volta si appoggiava sulla AstonBank di Lugano. Una banca clamorosamente fallita, provocando allora un buco, si disse, di una ventina di milioni di franchi. Questa è la storia di un uomo, il 49enne comasco Roberto Rivera, esperto di strategia finanziaria con modelli matematici, dopo dieci anni al confine della sopportazione. 
Ingessato professionalmente dal procedimento ticinese in corso. Bloccato come i milioni che gli sono stati sequestrati e di cui oggi va ripetendo da tempo ha estrema necessità dopo dieci anni di inattività. Gli furono sequestrati a Lugano circa 3 milioni. Ora quella somma, grazie alle modalità di investimento, è triplicata. I milioni sono 8 se non 9. E recentemente, era la metà di agosto, la Camera dei ricorsi penali (Crp) riconoscendo a Roberto Rivera quel che il codice definisce “denegata giustizia” – e non è la prima volta sebbene niente sia cambiato per lui – ha chiesto al ministero pubblico di dissequestrare, “senza indugio”, circa 5 milioni. Ovvero la somma maturata negli anni del sequestro degli iniziali 3 milioni. 

“Il mio incubo”
Questa è una storia lunga dieci anni. Un’enciclopedia di interrogatori e perizie. Perizie e verbali. Verbali e ricorsi. Ricorsi e decisioni. Decisioni e… esasperazione. Roberto Rivera nei giorni scorsi ha scritto una lunga lettera al procuratore generale ticinese, Andrea Pagani. E ha inviato le sue considerazioni, ma è una richiesta di aiuto, al procuratore della Confederazione, Michael Lauber. “Il 23 novembre sono trascorsi dieci anni dall’inizio di un vero e proprio incubo – scrive il trader comasco -. Come cittadino residente italiano, con conti bancari svizzeri regolarmente dichiarati e tassati in Italia, sono stato coinvolto, oggi così possiamo asserirlo, proditoriamente e strumentalmente in questioni penali dalle quali sono oggettivamente totalmente estraneo. Fin dall’inizio gli unici indizi erano le mie ‘mirabolanti performance’ e i relativi profitti. Poi in seguito replicati anche sotto gli occhi degli inquirenti. E non riconducibili, dopo otto anni di rendimento costante, a mera fortuna”. 
I milioni di rendimento, 5 come detto, a cui fa riferimento Rivera, sono ancora lì. Sotto sequestro nonostante la decisione della Camera dei ricorsi penali. Sono ancora lì, perché contro quella 

Il ricorso del “curatore”
“La sentenza della Crp – ha scritto nel suo ricorso il curatore fallimentare della Aston, l’avvocato Luca Guidicelli – non è proporzionale o commisurata con il reale danno che potrebbe aver patito Rivera dall’eccessiva durata del procedimento penale che lo riguarda. La sentenza della Crp sembra quasi quantificare tale danno nell’utile che egli ha conseguito grazie all’autorizzazione (senza alcun obbligo di legge) concessagli inizialmente dalla magistratura di investire parte della liquidità sequestratagli”. Così motiva l’avvocato Guidicelli il suo ricorso e spiega: “La soluzione può apparire logica, ma se al termine del procedimento penale Rivera fosse effettivamente condannato, alle parte civili potrebbero mancare svariati milioni”. 
Lo scorso agosto la Camera dei ricorsi penali con la sua decisione fece di fatto cadere i reati più pesanti ipotizzati contro Roberto Rivera inizialmente. Secondo quella decisione sembrerebbero restare attuali soltanto le ipotesi di appropriazione indebita e di amministrazione infedele. 
Una lettera lunga quasi cinque cartelle al procuratore generale del Ministero pubblico ticinese e una a quello della Confederazione. “Come sa – scrive Rivera – ho ricevuto ragione ripetutamente dalla Corte dei ricorsi penali per denegata giustizia del ministero pubblico per violazione da parte dello stesso (ndr. il Ministero pubblico) sia del principio di proporzionalità che di quello di celerità. Inoltre la Crp ha praticamente depennato la lunga lista di oltraggiosi reati che mi erano stati ulteriormente ascritti, tra i quali l’istigazione a delinquere, la truffa, la bancarotta fraudolenta e altro”. 
In più passaggi della lettera di Rivera si legge la sua rabbia e la sua esasperazione. Forse più esasperazione che rabbia. Ma ciò nonostante la determinazione a non cedere. Perché secondo lui l’unico evidente scopo di quest’ultima opposizione, quella del liquidatore della Aston, è quello di “prendere tempo e rallentare il procedimento, continuando in quel tentativo di prolungata prostrazione della mia persona per costringermi in qualche modo ad una negoziazione”. 

Il procuratore Gianini
Al centro di questa storia, accanto a Roberto Rivera e oltre al curatore fallimentare della banca, c’è il procuratore pubblico Andrea Gianini. Quest’ultimo ha ereditato l’inchiesta nel 2013 dalla defunta procuratrice Manuela Minotti Perucchi. Gianini è oggi uno dei bersagli, se non il principale, di Roberto Rivera. Nella sua lettera al procuratore generale scrive: “È stato per me deludente dover accettare che mi trovavo coinvolto in un ‘affaire’ dove, durante un interrogatorio, il procuratore Gianini faceva chiara menzione del fatto che il problema ‘non riguarda innocenza o colpevolezza’, ma ‘si tratta di danaro e null’altro. E quando ci sono i soldi di mezzo un accordo si trova sempre’”. 
Sta qui. Proprio qui uno dei punti nodali della storia di Rivera. Il tentativo portato avanti per lungo tempo di applicare un articolo del codice penale, il 53. Se l’autore ha risarcito il danno, dice la legge, l’autorità competente prescinde dal procedimento. Dice così la norma che la procura e il curatore fallimentare hanno cercato in questi anni di far accettare a Rivera. Chiedendogli, di conseguenza, di contribuire a “risarcire” le vittime di quel buco. 
Ma io che c’entro con quel crac, dice di fatto Rivera. “Con la Aston e con quel crac non ho nulla a che fare. Ero dipendente di Lehman dove mi occupavo di cartolarizzazioni. Non ero un gestore né un amministratore, né un broker che operava con denaro di altri… Ero un trader che investiva il proprio denaro. L’applicazione al mio caso di quell’articolo del codice, il 53, è assolutamente impropria. Un ricatto – afferma il trader – travestito di legalità”. E a dimostrazione della sua tesi, nella lettera inviata in questi giorni, Rivera cita anche alcune registrazioni ambientali. Definisce il comportamento del procuratore Gianini “aggressivo e arrogante”. “Il magistrato – scrive Rivera – ha esplicitato un’induzione indebita con fraseggi dal contenuto minatorio e non certo consoni ad un magistrato, in questo caso in palese abuso di potere”. 

Un procedimento anomalo
La lettera di Rivera è l’ennesimo atto di un uomo protagonista della storia penale forse più lunga mai registrata in Ticino. Quantomeno nella storia più recente. Dieci anni senza che l’inchiesta abbia visto la parola fine e sebbene tra agosto e settembre il procuratore pubblico Gianini abbia ripreso una serie di interrogatori, evidentemente sull’onda della decisione della Camera dei ricorsi penali. Il presidente della Crp ha sottolineato nella sua sentenza l’anomalia del procedimento e del sequestro. Lo ha definito sproporzionato e ha detto: “Il fatto che secondo la procura dovrebbero essere allestite non meglio specificate analisi finanziarie, rapporti di polizia e perizie (riguardo a cosa?) non può che dimostrare che l’istruzione non sarà chiusa a breve. Anzi”. 
Che succederà ora? La lettera di Roberto Rivera al procuratore generale entra anche in alcuni dettagli della storia e sui quali il Caffè ritornerà nelle prossime edizioni. Il tribunale federale dovrà decidere sul ricorso del curatore fallimentare della AstonBank e Roberto Rivera spera comunque in un intervento del procuratore generale, Andrea Pagani. “Prendo atto che il titolare della mia inchiesta, Gianini, stia ora lavorando a spron battuto con interrogatori e altro ma… non poteva farlo prima? Perché interroga per la prima volta solo in questi giorni gli ex vertici della banca? Come è possibile che fallita una banca non siano stati interrogati i membri del consiglio di amministrazione?”.

l.a.
(1 – continua)