Fincanteri: Bono, così ricostruirò Ponte Morandi (Mi.Fi.)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Fincantieri si scalda in vista della ricostruzione del ponte Morandi a Genova. Venerdì 23 il gruppo guidato dall’amministratore delegato Giuseppe Bono ha infatti presentato in cordata con Salini Impregilo e Italferr una proposta preliminare al commissario Marco Bucci. In questa intervista a ClassCnbc lo stesso Bono, fa il punto sulla vicenda e, più in generale indica le attuali priorità per il suo gruppo. 

Domanda. Come andrà a finire a Genova? 

Risposta. La decisione non spetta a noi. C’è il commissario e c’è il decreto. Siamo stati invitati a presentare una manifestazione di interesse e lo abbiamo fatto. Siamo interessati alla ricostruzione del ponte Morandi, lo facciamo con spirito di servizio verso il Paese, perchè si tratta di una infrastruttura che varrà 100-200 milioni. Tenete presente che la nostra ultima nave valeva 1 miliardo. Insomma, lo facciamo per dare un contributo, non per speculare, perché pensiamo che nei momenti difficili il Paese debba mettere in campo le migliori competenze e per dimostrare al mondo che sappiamo reagire nei momenti complicati. 

D. E per quanto riguarda invece il ponte per la viabilità alternativa sul Polcevera? 

R. In questo caso ci è stato richiesto gratuitamente un progetto. Lo abbiamo fatto e siamo disponibili anche a costruirlo. Non sostituisce il Morandi, ma è un ponte che consente di migliorare la viabilità, quindi è utile oggi e domani. 

D. Quanto tempo ci vorrà? 

R. È un ponte piccolo. Potremmo realizzarlo in pochi mesi. 

D. Capitolo Stx: a nove mesi dalla firma che cosa rappresenta per Fincantieri la conquista dei cantieri di Saint-Nazaire? 

R. Vogliamo creare un player europeo in grado di competere a livello mondiale. Stx è stata un’opportunità che abbiamo colto nel settore navi da crociera. Eravamo già leader di mercato , con Stx lo siamo ancora di più. 

D. Che cosa vi porta ? 

R. Avremo più flessibilità; loro hanno infrastrutture produttive che in Italia non abbiamo, perché da noi i cantieri sono più piccoli. 

Inoltre noi e i francesi sul mercato estero spesso ci confrontiamo. 

D. A che punto siete per l’intesa finale? Che cosa manca? 

R. Per Stx manca solo il pronunciamento dell’Antitrust. Purtroppo l’ho detto tante volte e lo ripeto: la vera palla al piede dell’Europa è questa. Un progetto industriale deve essere fatto nei tempi in cui è stato concepito, altrimenti può capitare che quando hai le autorizzazioni a realizzarlo non ci siano più le condizioni. 

D Con questi ritardi il progetto è a rischio? 

R. No, questo no, perché ora per fortuna sia noi che loro abbiamo lavoro per tanti anni. Però in una situazione di mercato diversa avrebbe potuto creare problemi. 

D. Rispetto all’inizio dell’anno e al clima in cui era nato questo progetto, l’Italia è oggi più isolata in Europa. Questo sta pesando anche sullo sviluppo della Airbus dei mari? 

R. Per quanto ci riguarda non ho avvertito problemi. La politica ha tempi diversi dall’industria. Noi viaggiamo con decisioni immediate, ma con realizzazioni e archi temporali molto lunghi. La politica ragiona su periodi più brevi. Ma non avvertiamo difficoltà, tant’è che abbiamo firmato l’accordo con Naval Group alla presenza delle ministre della Difesa di Italia e Francia. 

D. Però tra Roma e Parigi spesso sale la tensione. Teme che alcuni aspetti degli accordi possano essere rimessi in discussione? 

R. No, anzi. Noi siamo ancora più soddisfatti perché fino a qualche tempo fa l’Italia sembrava solo terra di conquista, sembrava fossimo tornati al Medioevo. Con questa operazione abbiamo contribuito a spostare l’asse, abbiamo fatto capire che l’Italia può fare questi passi. Spero che altre aziende italiane ci seguano. Per quanto riguarda la Cina invece si tratta di una cosa diversa. Perchè a mio parere il mercato bisogna muoverlo, a volte forzarlo. 

D. Quindi il vostro ultimo accordo firmato a Shanghai per vendere navi da crociera e realizzare un bacino è una forzatura? 

R. Direi che è una spinta, un movimento. Le navi da crociera si fanno in Europa e la Cina ha programmato di sviluppare il mercato delle crociere. L’Europa al momento non può soddisfare questa domanda perchè non ha impianti produttivi per farlo, e comunque non ha persone a sufficienza. Pensi che per esigenze di produzione stiamo portando in Europa, in Romania, maestranze dal Vietnam. La Cina è un mercato che vuole crescere e per noi diventa un’opportunità. 

D. A tutti i costi ? C’èchi e’ preoccupato che i cinesi alla fine le navi se le faranno da soli, ma con il nostro know how. 

R. Penso che siano obiezioni speciose che non guardano la realtà. Le tecnologie ormai sono accessibili quasi a tutti. I cinesi sono i primi produttori mondiali di grandi navi, come portacontainer o petroliere, e non è che non abbiano le tecnologie necessarie per fare navi da crociera. Forse ci impiegherebbero più tempo e soldi, ma le costruirebbero. 

D. Quindi i prossimi concorrenti di Fincantieri saranno cinesi ? 

R. Penso di no. È una visione distorta. Io, per esempio, sono rimasto stupito della quantità di auto tedesche che circolano a Shangai e Pechino. Mi hanno spiegato che i grandi marchi tedeschi hanno aperto fabbriche nel Paese per soddisfare la domanda interna, senza importare nemmeno un’auto. 

D. È questo il modello che vi ha ispirato? 

R. Sì, nella nostra industria il vero valore aggiunto è l’organizzazione. Una nave da crociera è come una città; serve capacità organizzativa per mettere insieme tutte le ditte e farle lavorare insieme. Per avere queste capacità passeranno 20 o 30 anni. 

D. I vostri margini sono migliorati, ma il mercato guarda sempre con molta attenzione la redditività. Da dove arriverà la crescita nel 2019? 

R. Innanzitutto stiamo vivendo un boom nel mercato delle crociere. Gli armatori si fanno la guerra per accaparrarsi la costruzione delle navi. Per noi è un vantaggio in termini di prezzi e volumi. Inoltre abbiamo allargato ulteriormente la clientela. Ormai siamo unici al mondo a produrre per tutte le società più importanti. Per questo ci siamo attrezzati: ad esempio in Romania il cantiere che lavorava sull’offshore è stato riconvertito su blocchi di navi da crociera. Questo ci ha consentito di concentrare in Italia la parte a maggiore valore aggiunto, come l’allestimento. Tutto questo ci fa prevedere un aumento della redditività anche in questo segmento. Non sarà del 20%, ma viaggeremo ai massimi livelli. 

D.E il settore militare ? 

R. Stiamo andando bene in Italia e all’estero: negli Stati Uniti stiamo arrivando alla 15esima nave. Abbiamo pagato uno scotto iniziale ma poi abbiamo messo a posto il cantiere. Inoltre sul navale il gap tecnologico è a nostro vantaggio, credo che sia uno dei pochi settori nei quali l’Europa è più avanti rispetto agli Stati Uniti. 

D. Non la preoccupa che i budget della Difesa siano sotto pressione, anche in Italia? 

R. In realtà registriamo in molti paesi richieste per ampliamento o costituzione di flotte. 

D. L’offshore, più legato a petrolio e gas, continua invece a soffrire. 

R. Abbiamo scelto di mantenere in piedi le competenze sull’offshore perché pensiamo che prima o poi si riprenderà. Certo, i margini di una volta non torneranno. 

D. Come vanno i conti rispetto al piano industriale ? 

R. Abbiamo presentato un piano con una crescita dichiarata del 50% e l’incremento di marginalità e redditività redditività sarà evidente. Inoltre abbiamo cominciato a distribuire dividendi e li confermiamo anche per prossimi anni. Infine ricordo che siamo un’azienda che non consuma cassa, abbiamo cash flow positivo. 

D. Quindi? 

R. Quindi vorrei fare io una domanda agli investitori: ma quale azienda può dire oggi con certezza: tra dieci anni ci sarò ancora? Noi possiamo. 

D. Ma intanto anche Fincantieri paga in borsa il rischio-Italia. 

R. Negli ultimi giorni mi pare che si vada verso un maggiore realismo, ma bisogna che la smettiamo di rincorrerci uno con l’altro. Siamo un grande Paese, che ha tanti problemi, che dobbiamo risolvere noi. Pensare che altri risolvano problemi per conto nostro è sbagliato, come è sbagliato che aziende che vanno male aspettino un cavaliere bianco per salvarsi. Nessuno regala mai niente: se ti dà qualcosa, la paghi. 

D. Restate una delle poche grandi industrie del Paese. Perché le imprese italiane non crescono di dimensione? 

R. In Italia su 550 miliardi di esportazioni 450 sono dovuti all’industria manifatturiera, che però per più del 90% è costituita da pmi. Questo pone due problemi. Innanzitutto esportiamo componenti, ed è evidente che un componente inserito in un prodotto complesso vale più del prezzo a cui lo abbiamo venduto singolarmente. Noi lo vediamo ogni giorno sulle navi. Se facessimo prodotti più complessi, avremmo un vantaggio superiore come paese. Inoltre dobbiamo agevolare la successione in favore del management nelle imprese familiari, mentre oggi ad acquistare sono spesso i fondi. 

D. Nella manovra del governo gialloverde però di tutto questo non c’è nulla. 

R. Ovvio che chi governa il Paese lo fa con una sua idea. Io dico cosa è necessario per l’industria. I fenomeni sociali li deve governare la politica. Per me queste sono priorità, ma non posso dire che quelle sociali non lo siano. 

D. Abbiamo parlato del futuro di Fincantieri , ma lei come vede il suo? 

R. Chiudo con battuta un po’ macabra: sono un lettore accanito di libri, li compro in maniera compulsiva e non so più dove metterli. Pensavo di leggerli durante la pensione, ma ho fatto un calcolo e mi ci vorrebbero 25 anni se andassi in pensione domani. Quindi ho detto a mia moglie: compra due bare, una per me e una per i miei libri. Scherzi a parte, resterò al mio posto fino a quando sarà utile al Paese, come spero di aver dimostrato di saper fare in questi anni. 

red/fch 

 

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November 26, 2018 02:14 ET (07:14 GMT)