Salvataggi bancari: il Fondo non basta

Rony Hamaui lavoce.info 27.11.18

L’ennesimo salvataggio di una banca italiana (Carige) è avvenuto senza clamore, sotto la regia della Banca d’Italia. Dalla vicenda si ricavano alcune considerazioni su assicurazione dei depositi, meccanismi europei di risoluzione e ruolo dello stato.

Così si salva Carige

Il salvataggio di Carige è avvenuto senza clamore, come vuole la miglior prassi. La regia è rimasta saldamente nelle mani di Banca d’Italia; i protagonisti sono stati le banche italiane, mentre il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) ha offerto la scena. Tutti hanno lavorato secondo una trama in larga parte già stata sperimentata lo scorso anno per il salvataggio delle banche del Centro. Tuttavia, il copione è stato migliorato in più punti. Vediamo come.

Quando le autorità di vigilanza hanno capito che la banca genovese aveva bisogno di un ennesimo aumento di capitale, che in questo momento il mercato difficilmente avrebbe sottoscritto, è partito l’allarme. Prima che fossero avviate procedure di insolvenza si è pensato di mobilitare lo Schema volontario di intervento dell’Fitd, costituito nel novembre del 2015, per rispondere alle obiezioni della Commissione europea, che non vedeva di buon grado un intervento diretto del Fondo, perché considerato alla stregua di un aiuto di stato. Quest’ultimo, infatti, è regolato da una legge (il Dl n. 30/2016), che recepisce una direttiva europea (la Directive on Deposit Garantee Schemes del 2014), e obbliga tutte le banche a parteciparvi. Allo Schema, invece, hanno volontariamente aderito all’ultima chiamata alle armi l’84 per cento delle banche consorziate nel Fitd, che rappresentano il 96,1 per cento dei depositi protetti. Pur avendo una contabilità e una governance distinta, si serve delle strutture del Fitd, con cui condivide anche il presidente (Salvatore Maccarono). Strutture simili esistono anche in Germania e Austria con ampie capacità d’azione nei casi in cui è vietato utilizzare denaro pubblico: banche solventi, il cui default non comporta rischi sistemici.

Lo Schema è intervenuto per la prima volta nel 2016 a favore della banca Tercas con 265 milioni di euro e successivamente nelle Casse di risparmio di Cesena, Rimini e San Minato, con 784 milioni. Queste ultime sono poi state cedute al Credit Agricole Cariparma nell’estate del 2017.

Perché le banche italiane si erano fatte carico di un simile fardello, rischiando anche di rafforzare un potenziale concorrente? Per il semplice motivo che un intervento di garanzia dei depositi sarebbe costato molto di più (per le sole Carim e Carismi l’onere era stato stimato in 2,7 miliardi) e avrebbe minato la stabilità e la credibilità dell’intero sistema bancario italiano.

Anche nel caso di Carige la tutela dei depositi coperti dal Fondo interbancario sarebbe costata molto al sistema: 9,2 miliardi. Così, ancora una volta, le banche hanno accettato di salvare un istituto in difficoltà. In questo caso, invece di intervenire direttamente sul capitale e poi di cambiare il vertice, si è deciso di sostituire subito il presidente, l’amministratore delegato e una buona parte del consiglio e di procedere alla sottoscrizione di un bond subordinato Tier 2 con un meccanismo di conversione per un ammontare di 320 milioni. Altri 80 milioni del bond potranno essere sottoscritti dai privati. Nel frattempo, il consiglio di Carige ha deliberato un aumento di capitale per 400 milioni, che tuttavia non ha alcuna certezza di essere sottoscritto dal mercato o dai principali azionisti. Fra il 2014 e il 2017 Carige ha già avuto ricapitalizzazioni per 2,7 miliardi, mentre oggi la sua capitalizzazione in borsa non supera i 100 milioni. Ove l’aumento di capitale non venisse completamente sottoscritto, le obbligazioni verrebbero convertite in azioni ordinarie, in modo da garantire comunque un’adeguata capitalizzazione alla banca.

In altri termini, da una parte si offre al mercato la possibilità di ricapitalizzare la banca, dall’altra si garantisce che in ogni caso sarà messa in salvo. Ovviamente nessuno sa con certezza se l’ennesimo aumento di capitale sarà sufficiente, ma comunque il sistema bancario italiano, ancora una volta, si è fatto carico del salvataggio di una banca che necessariamente dovrà finire nelle mani di un istituto più solido.

Regia pubblica necessaria

L’eleganza del meccanismo proposto non deve esimerci da almeno alcuni commenti sulla vicenda. Primo, i sistemi di assicurazione sui depositi nazionali si dimostrano deboli e inefficienti anche per salvare una banca di piccole-medie dimensioni. È probabile, infatti, che se il sistema bancario italiano fosse stato chiamato a garantire i depositanti di Carige avrebbe messo in dubbio la sua stessa stabilità. Tuttavia, è ragionevole temere che anche un’assicurazione di dimensione europee, come previsto dal terzo pilastro dell’Unione bancaria, risulterebbe insufficiente a garantire i depositanti di una grossa banca in crisi. Secondo, al di là dei meccanismi di risoluzione messi in piedi dal regolatore europeo negli ultimi anni, nessuno ha interesse a far fallire una banca, neppure i sui concorrenti più agguerriti. Terzo, la giustificazione del regolatore europeo nel vietare l’intervento dei governi nel salvataggio delle banche, in termini di aiuti di stato, sembra a questo punto una foglia di fico. È ben più ragionevole pensare che le remore europee servano a salvaguardare i bilanci pubblici e in prima istanza a lasciare che il mercato trovi soluzioni ragionevoli. Quarto, il mercato sembra però avere bisogno comunque di una regia pubblica, come una banca centrale, per coordinare qualsiasi intervento.