Obbligazioni italiane, rally azionari mentre Roma colpisce l’accordo di bilancio con Bruxelles

zerohedge.com 19.12.18

Il gioco del pollo tra Roma e Bruxelles si è concluso in un pareggio.

I funzionari dell’UE hanno confermato mercoledì che, dopo un incontro a Bruxelles con i leader di Roma, le due parti hanno raggiunto un accordo sul deficit del bilancio italiano che consentirà all’Italia di andare avanti con i suoi piani di espansione di benefici sociali e tagli fiscali evitando la minaccia di miliardi di euro in multe. 

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha affermato che l’accordo raggiunto porterebbe a un disavanzo di bilancio previsto per il prossimo anno pari al 2,04% – un numero di precisione ridicolmente ridicolo – del PIL rispetto al 2,4% dei piani originali di Roma.

L’euro è salito, i titoli bancari europei si sono radunati ei rendimenti dei titoli italiani sono diminuiti dopo che i funzionari dell’UE, che avevano incontrato mercoledì il primo ministro Giuseppe Conti e altri funzionari del governo a Bruxelles, hanno confermato che avrebbero abbandonato i loro piani per un “procedimento di debito eccessivo” “contro l’Italia , il processo per punire ufficialmente un membro dell’UE che si trova in violazione delle rigide regole di bilancio del blocco.

Il FTSE MIB è aumentato di oltre l’1%, trainato dalle crescenti quote di banche nazionali (+ 2,9%). I futures sul BTP sono saliti più in alto, mentre il toro della curva è cresciuto con rendimenti che inizialmente sono scesi di 12 punti base in 2 e 5 secondi. L’euro si è radunato come le ansie su uno scenario ‘Italeave’ sbiadito.

MIB
dare la precedenza
Euro

Tuttavia, queste mosse hanno iniziato a svanire dopo che i burocrati europei hanno chiarito che hanno ancora delle riserve sui piani di spesa degli italiani. Ewald Nowotny della BCE ha dichiarato che il bilancio italiano “non è sostenibile”, e il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha detto che il bilancio 2019 proposto dall’Italia “continua a destare preoccupazioni” e che il bilancio “strutturale” italiano per il 2019 sarà effettivamente “zero” (presumibilmente a causa della decisione del governo di abbassare le sue previsioni di crescita dall’1,5% all’1% mentre la crescita vacilla). A causa del precario carico di debiti del paese, c’è un bisogno ‘urgente’ di mettere l’Italia sulla strada della responsabilità fiscale.

Dopo che l’UE ha respinto il budget proposto dagli italiani il mese scorso in quella che è stata una decisione senza precedenti che ha fatto vacillare i mercati del paese, la coalizione populista dominante in Italia ha deciso che sarebbe stata disposta a lavorare a una soluzione negoziata nonostante le precedenti affermazioni che non avrebbe mai ceduto ai burocrati di Bruxelles . All’inizio di questo mese, i rapporti hanno suggerito che gli italiani accetterebbero un deficit del 2,04% invece del 2,4%, in cambio del fatto che l’UE abbandonerà la sua ricerca di sanzioni finanziarie che potrebbero aver portato a una crisi bancaria – o peggio – nella terza più grande economia europea. Dombrovskis ha confermato che questi erano i parametri concordati mercoledì durante un incontro dei leader e dei leader europei da Roma.

Dombrovskis ha detto che spera che il bilancio sarà “la base per una politica di bilancio ed economica equilibrata in Italia”, anche se ha aggiunto che l’accordo “non è l’ideale”. L’Italia “ha urgente bisogno di ripristinare la fiducia nella sua economia per alleviare le condizioni finanziarie e sostenere gli investimenti”.

Mentre gli italiani hanno insistito sul fatto che lo stimolo è essenziale per rilanciare l’economia moribonda d’Italia, Bruxelles ha avvertito che l’onere del debito aggiuntivo non farebbe che aggravare i problemi del paese e che l’Italia sarebbe stata “sonnambula nell’instabilità”. Bruxelles ha detto che continuerà a “monitorare” gli sviluppi a Roma. Mercoledì era stato inizialmente il termine per l’Italia per modificare la proposta di bilancio o affrontare l’inizio formale del PDE, che avrebbe consegnato le scadenze italiane per riparare le proprie finanze o affrontare multe, secondo il Financial Times .

Toninelli: va avanti la procedura per la revoca della concessione ad Aspi

 Francesca Gerosa milanofinanza.it 19.12.18

La procedura per la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia (Aspi), controllata di Atlantia, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova “va avanti. C’è una procedura, ci sono aspetti giuridici”, ha detto questa mattina il ministro dei Trasporti e Infrastrutture, Danilo Toninelli, nel corso della trasmissione Circo Massimo su Radio capital, precisando che “sul piano politico non vorrei mantenere in piedi la concessione a una società che non ha saputo tenere in piedi un ponte”.

Toninelli ha poi spiegato che è ancora prematuro parlare del futuro assetto della concessione. Certo, ha ammesso, in giro per l’Italia ci sono “tratte autostradali Anas, gratuite, gestite benissimo; sfatiamo il mito che solo i privati sappiano fare bene le cose”. Potrebbe, dunque, essere l’Anas a gestire le tratte tolte ad Aspi? “E’ un’ipotesi”, ha ventilato il ministro per poi, però, puntualizzare: “anche se è prematuro dirlo”.

Così come è ancora presto per dire se la caducazione della concessione sarà solo sulle tratte genovesi o su tutte. “Siamo ancora alle valutazioni preliminari. Ci sono processi legali e amministrativi in corso, i nostri studi legali e l’avvocatura dello Stato ci stanno lavorando. La questione è complessa anche perché l’attuale convenzione è estremamente favorevole ad Aspi, ad esempio prevede indennizzo a loro favore anche in caso di revoca legittima”, ha sottolineato. E sul ricorso di Autostrade per l’Italia si è limitato a osservare: “Prendiamo atto. Pensano solo ai soldi”.

In ogni caso per la città di Genova si iniziano a vedere i primi risultati. “Il nuovo ponte sarà completato entro il 2019 e verrà inaugurato a inizio 2020”, ha assicurato Toninelli. L’architetto Renzo Piano sarà il supervisore del progetto di ricostruzione del ponte che è stato affidato alla cordata Salini Impregilo-Fincantieri-Italferr, “la dimostrazione dell’unione di tecnologia e professionalità”, come rimarcato ieri dal sindaco di Genova e Commissario per la ricostruzione, Marco Bucci, nel corso della conferenza stampa in cui ha presentato il decreto per la ricostruzione.

Per quanto riguarda la parte economica, il costo del progetto è di 202 milioni di euro, mentre per la demolizione serviranno 19 milioni. “Il costo è ben al di sotto della cifra ventilata nei giorni scorsi di oltre 400 milioni di euro e in linea con il livello indicato nel decreto Genova: circa 300 milioni di euro”, commentano gli analisti di Banca Imi (rating e target price in revisione su Atlantia), ricordando che, sebbene ad Aspi sia stato vietato di partecipare alla ricostruzione del ponte, è obbligata per legge a pagarla.

Quindi i costi dovrebbero essere interamente sostenuti da Aspi a cui il sindaco scriverà a breve per “la lista delle spese” per la ricostruzione. “La società ha trenta giorni per rispondere. Qualora da Aspi non dovessimo ricevere alcuna risposta, abbiamo già pronto un pool di banche che si sono dette disponibili a finanziare l’opera. Sono convinto che Autostrade farà la sua parte”, ha detto ieri Bucci.

Secondo quanto dichiarato dagli amministratori delegati di Salini Impregilo e Fincantieri, il progetto dovrebbe essere realizzato in spirito di servizio e dunque senza margini di profitto. Mentre a Italferr, società di ingegneria e progettazione del gruppo Fs Italiane, è stato affidato lo sviluppo della progettazione esecutiva della ricostruzione del viadotto. La società ha fatto sapere che inizierà a lavorare nell’immediato alla progettazione esecutiva del nuovo ponte, in modo da rispettare il cronoprogramma e terminare il completamento strutturale dell’opera entro la fine del 2019.

Intanto in borsa Atlantia segna un +0,81% a 18,14 euro, con Mediobanca Securities che ha ribadito il rating neutral e il target price a 23,30 euro, Fincantieri un +2,75% a 0,9535 euro e Salini Impregilo un +1,52% a 1,269 euro. “Il contratto per la ricostruzione del ponte non è particolarmente grande, ma l’aggiudicazione genera buona pubblicità dal momento che la ricostruzione è una questione importante dopo il crollo ad agosto”, sostengono gli analisti di banca Akros che sul titolo Salini Impregilo hanno un rating neutral e un target price a 1,60 euro.

Separatamente ieri Rete Ferroviaria Italiana ha consegnato una nuova tranche di lavori, relativi al Terzo Valico di Genova, al consorzio Cociv, guidato da Salini (ha una quota del 64%): il quinto lotto (su sei complessivi) che ha un valore di 1,508 miliardi di euro su un costo totale del progetto di 6,2 miliardi di euro. L’opera rappresenta circa il 12% del portafoglio ordini del gruppo con un valore di 3,2 miliardi a giugno di quest’anno.

“Una notizia positiva per il titolo, dato che la firma di ieri consente l’avvio di lavori per quasi 1 miliardo di euro in quota Salini”, affermano gli analisti di Fidentiis (rating buy e range di valutazione tra 2,8 e 3 euro su Salini), rammentando che, dopo la recente vendita della divisione P&P di Lane (573 milioni di dollari) e l’impatto negativo del lodo arbitrale del canale di Panama (217 milioni di dollari), l’indebitamento finanziario netto di Salini alla fine dell’anno è previsto a circa 0,8 milioni di euro (1,5 volte il rapporto debito netto/ebitda) o 0,3 miliardi al di sotto del livello del primo semestre 2018.

Legge bilancio: Dombrovskis, 2 mld congelati se salta target deficit

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“C’è una clausola di salvaguardia aggiuntiva pari a 2 miliardi, che scatterebbe nel caso in cui non si rispettassero gli obiettivi di disavanzo di bilancio”. 

Lo ha affermato il vice presidente della Commissione europea,Valdis Dombrovksis. Il Governo italiano, ha spiegato, “ha accettato la clausola di salvaguardia supplementare, che riguarda due miliardi ‘congelati’ di spese per il 2019”, che potranno essere utilizzati “se nel corso dell’anno che l’obiettivo di deficit previsto viene confermato”. 

rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 19, 2018 06:48 ET (11:48 GMT)

Npl: si tratta sulle nuove Gacs (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Le banche chiedono al Tesoro un prolungamento della garanzia pubblica sulle cartolarizzazione oltre la scadenza del prossimo 6 marzo. Una richiesta su cui via XX Settembre avrebbe iniziato a ragionare già in queste ultime settimane dell’anno. 

La garanzia, scrive MF, introdotta nel 2016 dopo una lunga trattativa con Bruxelles, è già stata oggetto di un paio di rinnovi per agevolare la dismissione dei crediti deteriorati. Quasi tutti gli istituti medio-grandi infatti hanno fatto ricorso allo strumento per dismettere importanti portafogli a condizioni di prezzo migliorative rispetto a quelle registrate sul mercato. 

La gacs consente infatti di avere l’investment grade sulla tranche senior della cartolarizzazione, quella più sicura che solitamente viene acquistata dalla banca originator. Proprio questo elemento di convenienza rispetto alle cessioni tout court ha dato una forte accelerazione alla dismissione di crediti deteriorati tra il 2017 e il 2018. Molte banche però non hanno ancora completato il processo di derisking e un rinnovo della garanzia oltre la scadenza del prossimo 6 marzo sarebbe molto utile. Se il Tesoro non ha chiuso la porta alle richieste del sistema, le condizioni della misura potrebbero cambiare rispetto al passato, in particolare in termini di prezzo. Finora la garanzia è costata quanto viene pagata in media sul mercato la protezione dal rischio di default sul debito di emittenti italiani, finanziari e corporate, classificati investment grade. Dal primo al terzo anno viene pagato il cds di riferimento a tre anni. Nel quarto e quinto anno viene pagato il cds di riferimento a cinque anni più un premio, nel sesto e settimo anno si paga il cds a sette anni più un premio e per gli anni successivi vale il cds di riferimento a sette anni. Il paniere oggi è composto tra gli altri dai cds su Ubi, Unicredit , Intesa Sanpaolo , Enel , Acea , Telecom Italia , Finmeccanica e Mediobanca . 

Con l’ultimo rinnovo scattato a settembre sono state introdotte novità proprio su questo paniere: per le richieste pervenute dopo il 6 settembre il corrispettivo della garanzia va infatti calcolato considerando per ciascun cds sia la media semestrale che quella bimestrale. La scelta tra le due dipenderà dalla consistenza della variazione. Oggi a Roma qualcuno pensa di riscrivere il provvedimento per renderlo più penalizzante per gli istituti di credito, ma al momento non è ancora chiaro quale direzione verrà presa. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 19, 2018 02:23 ET (07:23 GMT)

Immobiliare: l’impero di Statuto fa gola a banche e fondi (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Era l’ultimo dei cosiddetti ‘Furbetti del quartierino’, gli immobiliaristi che a metà degli anni Duemila provarono a scalare e stravolgere il sistema bancario italiano e non solo: basti citare l’azzardo nel 2005 di Stefano Ricucci su Rcs Mediagroup contro l’allora potente salotto buono milanese. Ora anche Giuseppe Statuto, dopo Danilo Coppola e Ricucci, è finito nelle maglie della giustizia. 

L’immobiliarista casertano, si legge su MF, è stato arrestato ieri dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma in seguito alle indagini coordinate dalla Procura capitolina. Statuto, in particolare, è finito agli arresti domiciliari su richiesta del gip del tribunale romano (anche il collaboratore Massimo Negrini ha subito la stessa misura cautelare) perché ritenuto responsabile della bancarotta fraudolenta della società Brera srl a lui riconducibile. L’imprenditore, precisa la Gdf, “ha orientato il proprio business, nel tempo, verso la gestione di alberghi di lusso nelle città di Venezia, Milano e Taormina”. Nel dettaglio, dagli approfondimenti investigativi effettuati nel corso degli ultimi mesi è emerso che gli arrestati hanno distratto dal patrimonio della fallita oltre 8 milioni, relativi a un credito vantato verso la società controllante, Michele Amari, trasferendolo fittiziamente a due società con sede in Lussemburgo appartenenti allo stesso gruppo e rendendolo “di fatto irrecuperabile, mediante un complesso intreccio di negozi giuridici fraudolenti, indice dell’elevata professionalità degli indagati”. 

Ora sul mercato ci si interroga su quale sarà il futuro del rilevante patrimonio immobiliare – il valore complessivo sfonda il muro del miliardo di euro – che fa capo all’imprenditore campano. Venire a capo del reticolo di società create nel corso degli anni da Statuto non è facile: un anno fa, il 21 novembre 2017, MF-Milano Finanza ricostruì tutto la sua galassia. Un dedalo di srl e scatole, che fanno capo alla capofila Statuto Lux Holding Re (totale attivo di 395 milioni a fine 2017 con debiti totali per 289 milioni), che possiedono e gestiscono rilevanti proprietà, soprattutto a Milano. Asset di prestigio, in particolare hotel di lusso, che ora fa gola a possibili compratori, leggasi fondi speculativi internazionali. Ma che sono monitorati con attenzione dal sistema bancario italiano. 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 19, 2018 02:11 ET (07:11 GMT)

DOLCETTA CAPUZZO, BATTERIE SPENTE.

andreagiacobino.com 18.12.18

Capolinea per Dicra, la società vicentina che produce ricambi e batterie per auto, moto e camion, controllata da Stefano Dolcetta Capuzzo, già patron della Fiamm(recentemente passata alla giapponese Hitachi), ex vicepresidente di Confindustria (in quanto molto vicino a Paolo Scaroni) ed ex presidente di Banca Popolare di Vicenza. Qualche giorno fa, infatti, il giudice del tribunale di Vicenza Giuseppe Limitone ha dichiarato il fallimento della società nominandone curatore Claudia Favero, che ne era stato commissario quando l’azienda a giugno del 2017 era stata ammessa alla procedura di concordato con riserva. Il fallimento è diventato indispensabile quando l’assemblea dei creditori di poche settimane fa ha bocciato a larga maggioranza il piano concordatario presentato. Dicra, che produce candele e candelette, lampadine, spazzole tergicristalli, filtri aria, filtri olio e filtri carburante, cavi e sonde, motorini di avviamento e alternatori, ha fatturato nel 2017 poco più di 3,2 milioni di euro, in caduta verticale dagli 8,2 milioni dell’anno prima, appesantita da debiti per circa 7 milioni.

FINANZA/ Astaldi, Salini e le due mazzate per le costruzioni made in Italy

La notizia sull’aggiudicazione dei lavori per la ricostruzione del ponte di Genova accende l’attenzione sullo stato di salute del settore delle costruzioni

19.12.2018 – Paolo Annoni il sussidiario.net

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Lapresse

La notizia dell’aggiudicazione dei lavori per la ricostruzione del ponte di Genova ha scalato le prime pagine. Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, la scelta finale non era quella decisa dal commissario Bucci e forse nel processo decisionale sono entrate valutazioni di “sistema”. A proposito di sistema, negli ultimi trimestri il settore delle costruzioni italiano ha dato segnali di fortissima difficolta; il settore è sicuramente un’eccellenza a livello mondiale con alcune delle più iconiche opere infrastrutturali del globo pensate e costruite da menti e mani italiane. L’expertise italiana probabilmente non è estranea a un territorio molto particolare in cui per fare una ferrovia o un’autostrada bisogna bucare montagne e costruire ponti con una frequenza che non ha paragoni nel resto d’Europa oppure perché il mix di montagne, laghi e fiumi ci ha costretti a imparare a fare le dighe e infatti nessuno al mondo ne ha costruite più di noi (in Italia e fuori).

Eppure negli ultimi mesi molte aziende rilevanti e di prestigio sono entrate in situazione di stress finanziario: Condotte, Cmc Ravenna, Astaldi, Trevi e anche Salini negli ultimi giorni ha dato qualche grattacapo come sembra indicare la caduta dei prezzi delle obbligazioni. Un fenomeno di queste dimensioni indica delle componenti sistemiche che trascendano i singoli errori manageriali. I problemi sistemici di una crisi che ha messo in ginocchio un settore strategico per l’economia italiana e che occupa migliaia di persone tra cui moltissimi ingegneri sono sostanzialmente due.

Il primo è una serie di norme dalle procedure di aggiudicazione alla fase dei lavori che ha non solo dilatato moltissimo i tempi che intercorrono tra il finanziamento e la cantierizzazione dell’opera, ma che ha reso la fase esecutiva un campo minato di ricorsi, procedure, riaperture delle gare in caso di fallimento di un’impresa del consorzio, ecc. L’impressione è che l’obiettivo di “evitare mangiatoie”, di “prevenire illeciti” si sia spinto così in avanti da produrre una situazione in cui l’unico risultato possibile è non fare nulla perché nei fatti è l’unica opzione in cui, non facendo niente, non si commette alcun illecito, né alcun errore; la burocrazia è terrorizzata ed evita come la peste qualsiasi decisione rifugiandosi dietro il rispetto di norme che nei fatti uccide i progetti.

A livelli mediatici il contesto è quello in cui se si decide di fare una ferrovia, un’autostrada o una metropolitana nuova significa sicuramente che l’idea è stata partorita da qualche gruppo del malaffare. Sintetizzando ancora più brutalmente “è la mafia che vuole quell’opera” e quindi chiunque la voglia in qualche modo ne è complice. Pare che per l’ultimo progetto di prolungamento di una metropolitana milanese, incredibilmente voluta da tutti, ci possano volere sei/sette anni anche se fosse finanziata oggi. Il cambiamento culturale che serve sarà difficilissimo in un clima che è ancora molto “giustizialista” e in cui l’imprenditore è innanzitutto una sorta di truffatore in potenza.

Il secondo problema è che il mercato italiano è sostanzialmente scomparso dopo la crisi del 2008 perché le risorse destinate alle opere si sono prosciugate. Tutti i grandi gruppi europei, in particolare quelli spagnoli e francesi, hanno come mercato principale quello del proprio Paese, dove tutto ovviamente è più facile. Le nostre imprese si sono trovate nella situazione di dover andare in mercati rischiosi per sostituire un mercato che improvvisamente è venuto meno. Ma fare ponti e dighe non è la stessa cosa che vendere scarpe o maglioni. È un mestiere incredibilmente complesso, difficile e politico e non avere abbastanza lavori domestici che possano dare un flusso stabile e relativamente poco rischioso di ricavi è molto, molto complicato. I gruppi francesi non hanno avuto questo shock e quel mercato, come quello spagnolo, rimangono chiusissimi. Il mercato tedesco non c’è perché i tedeschi non spendono nulla, ma questo è un altro capitolo di un’altra storia. 

FIRENZE / DARIO NARDELLA RIELETTO SINDACO A BOTTE DI TRAMVIE VELOCI & TAV ?

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Firenze si è trasformata in un cantiere in ebollizione. Una sfilza di infrastrutture per i trasporti ne stanno modificando profondamente l’assetto ambientale e urbanistico, con un forte impatto sul delicato tessuto del territorio (e del sottosuolo cittadino). Tramvie veloci, restyling dell’aeroporto, nodo TAV tra le chicche che il sindaco Dario Nardella intende presentare agli elettori su un piatto d’argento in vista del voto amministrativo, e quindi per il rinnovo della sua poltrona, nel prossimo maggio.

Mentre il suo patròn Matteo Renzi presenta con ascolt flop le meraviglie di Firenze per un programma della Nove (è certo più adatto per un quizzone), l’amico Nardella gioca sulle infrastrutture che caratterizzeranno il futuro della città nei prossimi 50 anni. Ma è proprio tutto oro quel che luccica? Andiamo a vedere.

ARRIVANO I COMMISSARI DI TONINELLI

Giorni caldi, questi prenatalizi, perchè sbarca a Firenze la commissione tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (arrivo previsto in città per il 18 dicembre), vale a dire l’USTIF (Ufficio speciale trasporti a impianti fissi). La commissione dovrà fissare a stretto giro il calendario per il collaudo delle due linee di tramvia veloce, la 2 e la 3. Solo dopo potrà arrivare l’ok ministeriale e poi quello della Regione.

Rassicura Nardella: “Abbiamo finito i lavori come promesso. Ora anche la linea 2 è pronta. Per la partenza aspettiamo il timbro finale degli ingegneri del ministro Toninelli. Dal 18 dicembre ci auguriamo che la commissione lavori pancia a terra per consegnare l’opera, ormai finita, a città e regione”.

Il ministro Danilo Toninelli. In apertura Dario Nardella

Evidenti i toni polemici con Toninelli (l’ironia sul ‘pancia a terra’), sospettato di voler rallentare i tempi di avvio, e quindi di far saltare i cronoprogrammi elettorali di Nardella. Che tanto per far intendere aggiunge: “Mi auguro che non ci siano interferenze politiche nell’attività della commissione ministeriale, che non può che essere tecnica, in collegamento con la Regione Toscana e con la società concessionaria. Se ci fossero – mette le mani avanti – sarebbe di una gravità inaudita”. Capito Toninelli? Niente scherzi.

Ma vediamo più da vicino chi ha svolto i lavori, a quanto pare fino ad oggi costati, per le due linee, quasi 400 milioni di euro.

In campo la società Tram Firenze spa, che presenta una complessa struttura azionaria. Le quote maggiori sono detenute dal fondo francese Meridian con il 24,1 per cento e dalla rappresentanza nostrana di un’altra sigla transalpina, Rapt Dev Italia con il 24,9 per cento. La restante metà è suddivisa in quote tra Grandi Lavori Fincosit (14 per cento), Ansaldo Breda (13,5), le francesi Alstom Trasport (6,1) e Alstom Ferrovie (3,8), poi Ansaldo Sts (3,8).

La gestione spetta a Gest, tanto per cambiare anch’essa transalpina. Perciò, le fila del gioco sono tutte in mani ai francesi, a noi le briciole (poco più di un quarto azionario). Che bellezza.

TUTTE LE “IMPRESE”, DA UN CRAC ALL’ALTRO

A questo punto occorre fare un salto indietro, quando l’opera, parecchi fa, è iniziata (il riferimento è alla Linea 2, che conduce dall’aeroporto di Firenze Peretola a Piazza dell’Unità d’Italia; mentre la linea 3 va da Careggi a Santa Maria Novella). Un tragitto che più travagliato non si può, il primo.

Ad iniziare i lavori è un consorzio di imprese fiorentine che all’epoca andavano per la maggiore: Baldassini, Tognozzi e Pontello, unite sotto l’ombrello di BTP e un santo protettore, Denis Verdini. Ma la festa dura poco perchè un’inchiesta sulle opere pubbliche decapita i vertici aziendali e porta le imprese verso il crac.

Ma spunta un salvagente che si chiama “Impresa”, la quale decide di rilevare il ramo lavori di BTP, e nel portafoglio ordini c’è anche la ghiotta Linea 2 del tram veloce tanto voluto dal fresco sindaco di Firenze Matteo Renzi. Il quale viene immortalato al taglio del nastro in compagnia di Raffaele Raiola, napoletano, presidente di “Impresa spa”.

Denis Verdini

Un rapido sguardo all’azionariato di Impresa. A far la parte del leone due giovanotti di belle speranze, Ludovico eMaria Grazia Greco, rampolli di Vincenzo Maria Greco, l’inossidabile faccendiere e storico braccio destro di Paolo Cirino Pomicino fin dai tempi del dopo terremoto del 1980 in Campania, passando per i progetti dell’Alta Velocità e quindi coprire tutto l’arco dei lavori pubblici. Anche Raiola è stato tra i primattori della ricostruzione post sisma, avendo tra l’altro rilevato una patata bollente, la Sorrentino Costruzioni Generali, finita sotto sequestro giudiziario per collusioni camorristiche e molto vicina a ‘O Ministro. Anche Impresa è finita in crac e sotto i riflettori della magistratura gigliata.

Terzo passaggio del testimone e arriviamo a Fincosit Grandi Lavori. Non fa neanche in tempo a metter mano a ruspe e betoniere che da Venezia arriva la doccia fredda: Fincositrecita un ruolo di primo piano nel Consorzio Venezia Nuova, per la realizzazione del Mose, finito anch’esso nel mirino della magistratura lagunare, “una grande tangentopoli”, secondo il pm Carlo Nordio. Quindi anche il presidente di Fincosit finisce in galera e arriva, come “salvatore”, Vito Gamberale.

Ma per poter continuare le opere, tra continui stop and go, occorre rafforzare la struttura del concessionario Tram Firenze spa: per questo l’ingresso massiccio dei francesi che portano oggi a termine i lavori.

Nardella è inarrestabile. Vuole “tramviare” tutta Firenze, per la disperazione di tanti commercianti costretti a chiudere i propri negozi e degli stessi cittadini, obbligati ad acrobazie nel traffico.

“La mia amministrazione – gongola il primo cittadino – intende estendere il sistema tramviario veloce, e per questo siamo in attesa di altri 40 milioni dall’Unione europea”. Fondi, a quanto pare, per allungare le linee su entrambi i versanti: da una parte in direzione Campi Bisanzio e Sesto Fiorentino, dall’altra in direzione Rovezzano e Bagno a Ripoli. Lo start sarebbe previsto per il 2020.

Ecco le ultime parole prenatalizie del sindaco renziano: “Sulle opere infrastrutturali bisogna che il governo non ci blocchi. Non sarebbe un dispetto personale a Nardella, ma allo sviluppo dei prossimi 50 anni della città”.

IL NODO TAV, TRA MONNEZZE TOSSICHE E SIGLE IN CRAC

A chi gli chiede della stazione Foster, uno dei pomi principali della discordia sul fronte dello snodo TAV, Nardella risponde sicuro: “Per la stazione Foster siamo a metà dei lavori, sono stati già investiti 700-800 milioni di euro. Chi potrebbe mai fermare, e con quale logica, adesso i lavori?”.

Il presidente ANAC Raffaele Cantone

E chissenefrega se l’impatto ambientale è devastante, se le ruspe dei Casalesi sono state tra le protagoniste dei lavori e ancora una volta s’è aperta una maxi inchiesta giudiziaria. Bazzecole, pinzellacchere per il primo cittadino ormai tutto proiettato verso la rielezione a maggio. E che trova il tempo, a metà dicembre, di tenere a battesimo la “Festa della Luce” organizzata al Palacongressi di Firenze dal Grande Oriente d’Italia.

Val la pena di ricordare che i lavori per l’Alta velocità a Firenze vennero affidati in prima battuta a Coopsette, poi finita sotto amministrazione controllata. Il testimone è passato a una delle big nazionali, la storica Condotte. Ma anche stavolta il copione drammaticamente si ripete: la società va in concordato preventivo. E’ di giorni fa la notizia che Condotte è stata molto generosa – a botte di consulenze – con la famiglia Renzi.

Intanto aspettiamo di conoscere novità dalla magistratura gigliata, che sei anni fa aveva iniziato ad indagare soprattutto sul fronte del movimento terra, scoprendone di tutti i colori. In particolare che i lavori erano stati affidati ad alcune sigle casertane riconducibili al clan dei Casalesi, le quali avevano provveduto ad interrare vagonate e vagonate di rifiuti tossici.

Come mai nessuno aveva controllato? E’ intervenuta – e in che modo – l’Anac guidata da Raffaele Cantone?

Per saperne molto di più sulle svariate infrastrutture fiorentine (in particolare Tav, Tramvie e Aeroporto) potete andare sul sito di Idra (www.idraonlus.it), un’associazione in campo da ben 24 anni (è nata nel 1994) proprio per la tutela dei territori, in particolare ovviamente quello fiorentino, dalle aggressioni della speculazione. Hanno seguito passo passo le vicende dell’Alta Velocità e continuano a farlo con grande impegno civile.

Banche: Sileoni (Fabi), oggi con Abi strappo difficile da ricucire

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Con la scusa della presentazione di un’analisi tecnica del settore oggi a Milano in Abi si è consumato uno strappo che sarà difficile da ricucire: è una pugnalata alle spalle. L’Abi sostiene che si dovrà passare per il contenimento delle spese di amministrazione e dei costi del lavoro in particolare oltre che per una maggiore diversificazione dei ricavi che risulta però complessa in un contesto economico ancora in lento sviluppo”. 

Lo dichiara in una nota il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni. 

“Noi al contrario – aggiunge Sileoni – siamo convinti che alla distribuzione di importanti dividendi agli azionisti debba corrispondere un adeguato aumento economico ai lavoratori, che la stagione dei tagli al personale è conclusa e che, in un clima come quello che viene costruito dall’indagine odierna di Abi, lo scontro sul rinnovo del contratto sarà inevitabile. Oggi le banche hanno fissato dei paletti, per tentare di condizionare la trattativa del contratto nazionale. Paletti che non trovano giustificazioni né politiche né organizzative né economiche. Se qualcuno cerca di orientare a proprio favore il rinnovo di questo contratto, troverà pane per i suoi denti. E rappresenta una vera vergogna che si sia preferita una dichiarazione unilaterale che doveva e poteva avere un altro contesto ufficiale, quello delle relazioni sindacali in Abi. Infine, il tema delle pressioni commerciali e dell’applicazione dell’accordo di febbraio in Abi, rappresenta il vero tallone d’Achille delle banche che continuano a vendere prodotti rischiosi alla clientela”. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 12:32 ET (17:32 GMT)

B.P.Bari: da Consob sanzione da 170 mila euro

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Consob ha deliberato una sanzione da 170 mila euro nei confronti della Banca Popolare di Bari. 

In base a quanto emerge dal bollettino Consob si tratta di sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni del combinato disposto degli articoli 114, comma 1, e 116 del D. Lgs n. 58/1998, ovvero quelli relativi alle comunicazioni al pubblico e agli strumenti finanziari diffusi tra il pubblico. 

Nello specifico – in base a una delibera del 29 novembre resa nota solo oggi – la banca è stata sanzionata per 40 mila euro per omessa comunicazione al pubblico del processo di determinazione del prezzo dell’azione fissato dal Cda nella seduta del 9 aprile 2014. Un’ulteriore multa da 40 mila euro è relativa all’omessa comunicazione delle modalità di determinazione del prezzo di emissione delle azioni B.P.Bari nell’ambito dell’aumento di capitale del 2014. Infine altri 50 mila euro sono attribuibili alla mancata comunicazione del processo di determinazione del prezzo dell’azione fissato dal Cda nella seduta del 25 febbraio 2015, nonchè dei criteri e delle modalità di determinazione del prezzo di emissione nell’ambito dell’aumento di capitale del 2015, 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 12:35 ET (17:35 GMT)

I partner di Goldman hanno ignorato le “bandiere rosse” pur perseguendo le offerte 1MDB: WSJ

zerohedge.com 18.12.18

Mentre il controllo legale che affronta il famigerato “Vampire Squid” si intensifica (e le azioni della banca languiscono ai minimi di due anni), lentamente ma inesorabilmente, maggiori dettagli sulle scorciatoie di conformità e – in alcuni casi, per pura negligenza – supportate dai dipendenti più anziani di Goldman durante il perseguimento da parte della banca delle offerte obbligazionarie 1MDB che hanno atterrato Goldman al centro di uno dei più grandi scandali finanziari di frodi nella storia, stanno lentamente scagliando.

E nella sua ultima esposizione, il Wall Street Journal , che ha contribuito a esporre lo scandalo nel 2015 con una serie di rapporti rivoluzionari che collegano il denaro in un conto bancario controllato dall’ex primo ministro malese Najib Razak al fondo in bancarotta, ha pubblicato ulteriori dettagli su come I partner di Goldman, che tradizionalmente hanno avuto ampia libertà di operare senza restrizioni, hanno consentito ai principali banchieri della banca del Sud-Est asiatico di elaborare un accordo in cui Goldman avrebbe agito da finanziere e consulente per il fondo, ignorando le preoccupazioni sulla corruzione sollevate dalla conformità della banca Comitato.

Salomone

David Solomon

Le prime indennità sono state fatte durante una riunione di partner senior a Hong Kong nel 2012, dove hanno esaminato l’accordo. Tra le preoccupazioni evidenziate vi era il “controllo da parte dei media” a causa della mancanza di un track record e del potenziale per ottenere la corruzione. 

La spinta di Goldman Sachs Group Inc. nei confronti delle imprese asiatiche e la negligente supervisione dei partner hanno portato la banca a respingere i segnali di pericolo nei suoi rapporti con un fondo di investimento malese corrotto, documenti interni e interviste con le persone coinvolte nelle transazioni.

Quando il fondo, 1Malaysia Development Bhd., Cercò per la prima volta l’aiuto di Goldman per raccogliere fondi, l’accordo sulle obbligazioni venne presentato ad un comitato di banchieri senior a Hong Kong nel 2012 per un giro chiave di controllo. Tra le preoccupazioni delineate nell’agenda della riunione: “potenziali mezzi di informazione e controllo politico”, l’insolito ruolo di Goldman come finanziere e consulente, il guadagno colossale guadagnato su quella che avrebbe dovuto essere una transazione modesta, e quanta parte di quella retata avrebbe dovuto essere descritto. Non disponibile per la discussione: la scarsa esperienza del giovane fondo.

L’accordo è comunque successo. Ha intrappolato Goldman in una delle più grandi frodi finanziarie della storia e ha oscurato i primi giorni del suo nuovo amministratore delegato, David Solomon.

Tutto ciò contrasta con la tesi di Goldman secondo cui una manciata di dipendenti “canaglia” ha indotto la banca a perseguire l’affare estremamente redditizio per arricchirsi. Tim Leissner, l’ex partner Goldman che ha organizzato l’accordo 1MDB, ha ammesso di aver rubato $ 200 milioni dall’1MDB per corrompere i funzionari governativi per assicurarsi che Goldman abbia vinto l’attività del fondo. Ma i dettagli riferiti dal WSJ rivelano che Leissner è stata favorita dai partner senior della banca, che hanno sostenuto l’incessante ricerca di Leissner come una vittoria cruciale per la banca, preoccupata che fosse in ritardo in Asia.

Andrea Vella, un altro partner Goldman che è stato messo “in congedo” dalla banca, è anche nel mirino del DOJ per i sospetti di essere a conoscenza del potenziale di corruzione all’interno di 1MDB, ma ha continuato ad aiutare Leissner a eludere i controlli interni di Goldman.

Un secondo socio Goldman, Andrea Vella, ha guidato la strutturazione degli accordi 1MDB ed è stato messo in congedo dopo la dichiarazione di colpevolezza di Leissner. I pubblici ministeri affermano che sapeva che le tangenti venivano pagate e aiutava Mr. Leissner a eludere i controlli di Goldman. Non è stato accusato di un crimine e il suo avvocato ha contestato le accuse.

Un comitato di partner ha informato Leissner su questioni che la compliance intendeva sollevare riguardo all’accordo. La corrispondenza di un funzionario responsabile della conformità ha rivelato che la banca potrebbe ignorare le preoccupazioni relative al coinvolgimento del finanziere malaysiano Jho Low in un altro accordo (Low è un latitante dopo essere stato accusato dai pubblici ministeri malesi e statunitensi con l’amministrazione della frode, e si crede che si nasconda in Cina ) fino a quando Low ha svolto “un ruolo minore”.

Le lacune nei sistemi di conformità di Goldman e una spinta post-crisi nei mercati emergenti mettono Goldman in rotta di collisione con 1MDB, secondo dozzine di interviste e una revisione dei documenti governativi e interni di Goldman.

In Asia, alcuni membri di un comitato progettato per tenere Goldman al riparo da accordi incerti hanno messo in guardia il signor Leissner e altri su questioni che probabilmente sarebbero emerse, hanno detto persone che hanno familiarità con la questione.

Mr. Low è stato rifiutato per un conto bancario nel 2011 perché i funzionari di conformità non potevano verificare la fonte della sua ricchezza. Eppure, quando i banchieri Goldman perseguirono accordi che coinvolgevano Mr. Low, i funzionari di conformità offrirono lievi proteste, ma non i blocchi stradali.

“L’aspetto di Jho Low non è il benvenuto”, un responsabile della conformità ha scritto a un banchiere nel 2013 quando il signor Low si è unito a un cliente Goldman per acquistare una compagnia petrolifera con sede a Houston. “Ma se è in un ruolo molto minore … allora potremmo essere in grado di conviverci.” Quel patto, un’acquisizione di Coastal Energy mediata da Goldman, è oggetto di indagine da parte dei pubblici ministeri statunitensi.

La Malesia sta cercando circa $ 3 miliardi di multe (molto più del profitto di $ 600 milioni che Goldman ha ottenuto) e i presunti crimini portano sanzioni fino a 10 anni di carcere e multe di $ 240.000, secondo la Reuters. Ma anche più grandi dei costi monetari, la prospettiva che la banca sia coperta da condanne penali – e la prospettiva di ancor più dei suoi stimati clienti di fondi sovrani in partenza per altre banche – potrebbe avere conseguenze durature per la banca.

E giustamente.

Bastogi: accordo con banche, ridefiniti tempi per rientro debiti

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di comune accordo con il sistema bancario, Bastogi ha ridefinito la propria situazione debitoria, allungando i tempi utili per rientrare dall’esposizione. 

In particolare, si legge in una nota, sono stati ridefiniti i termini di rimborso delle linee chirografarie, complessivamente pari a 7,5 milioni di euro, secondo un piano di ammortamento di cinque anni e un tasso fisso dell’1,5%. 

Per quanto riguarda la controllata Sintesi, è stato sottoscritto un accordo con Banco Bpm, Unicredit e Intesa Sanpaolo che ridefinisce i termini del finanziamento in pool da 55,6 milioni di euro, di cui 46 milioni di euro in linea capitale e circa 9,6 milioni di euro in conto interessi e commissioni. 

Secondo l’intesa raggiunta, la scadenza del finanziamento è stata ridefinita al 31 ottobre 2020, gli interessi scaduti sono stati consolidati su una linea infruttifera ed è stato ridefinito il tasso, riducendo lo spread a 150 punti base. Gi interessi matureranno per la sola esposizione in linea capitale di Banco Bpm. 

Per i profili legali dell’operazione, Bastogi e Sintesi sono state assistite dallo Studio Lombardi Segni e Associati, con un team composto da Mara Fittipaldi e Pietro Paolo D’Ippolito. 

com/ofb 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 18, 2018 11:21 ET (16:21 GMT)

Azimut, titolo pesante dopo le dimissioni di Albarelli

Roberta Castellarin milanofinanza.it 18.12.18

Il titolo Azimut accelera al ribasso a Piazza Affari, fa segnare un -2,46% a 10,49 euro. Paga la notizia che il ceo, Sergio Albarelli, lascerà la società, con effetto dal 25 gennaio. Infatti, l’ad e il direttore generale ha risolto oggi il rapporto di lavoro con effetto al 25 gennaio 2019 e i rapporti di amministrazione intercorrenti con il gruppo, per scelta personale e in pieno accordo con gli organi sociali.

Il cda ha ringraziato Albarelli per la collaborazione prestata e gli ha formulato i migliori auguri per il suo futuro personale e professionale. A seguito delle dimissioni, il board ha nominato per cooptazione Gabriele Blei, conferendogli la carica di amministratore. Fino alla nomina del nuovo amministratore delegato, prevista con l’assemblea degli azionisti di aprile 2019, la società conferma e ulteriormente rafforza le deleghe già attribuite ai componenti del cda per consentire la gestione ordinaria e straordinaria del gruppo.

Albarelli detiene 99.835 azioni Azimut Holding. Inoltre, ai sensi dell’accordo e in linea con la politica di remunerazione attuale, la società gli corrisponderà, oltre all’erogazione di quanto già maturato a titolo di retribuzione, emolumenti fissi, ratei e competenze di fine rapporto, con riferimento alla risoluzione consensuale del suo rapporto di lavoro dirigenziale con Azimut Holding, la somma di 700.000 euro lordi, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni; e con riferimento alla risoluzione consensuale dei rapporti di amministratore la somma di 233.000 euro lordi, subordinatamente al soddisfacimento di determinate condizioni. E’ previsto, altresì, un accordo di non concorrenza.

“Il percorso svolto in Azimut”, ha commentato Albarelli, “è stato un percorso di successo che ha visto nascere oltre 60 progetti di ammodernamento dei processi interni e di introduzione di nuovi. Un articolato lavoro, che doterà il gruppo a luglio 2019 di uno dei più avanzati sistemi informatici in grado di garantire un servizio ancora più efficiente sia verso la clientela che verso la rete distributiva. Dall’ottobre 2016 a oggi le masse gestite ed amministrate dal Gruppo Azimut sono passate da 42 a 52 miliardi con oltre 11 miliardi di raccolta netta di cui 7 all’estero”.

“La forte presenza internazionale è frutto di un processo strutturato ed è l’esempio più significativo della validità di un progetto di crescita, non solo domestico, avviato diversi anni fa che ha registrato traguardi importanti e vede oggi un quarto del business di gruppo al di fuori dell’Italia”, ha proseguito Albarelli, ringraziando il presidente Giuliani “per l’opportunità che mi è stata offerta e tutto il team manageriale che ha contribuito quotidianamente a costruire ed impostare le solide basi per il futuro di Azimut”.

Arrestato l’immobiliarista Statuto

Andrea Montanari milanofinanza.it 18.12.18

Dopo Danilo Coppola e Stefano Ricucci, anche l’ultimo dei cosiddetti “Furbetti del quartierino”, al secolo Giuseppe Statuto, è finito nelle maglie della giustizia. L’immobiliarista casertano è stato arrestato questa mattina dai militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Roma in seguito alle indagini coordinate dalla Procura capitolina.

Statuto, in particolare, è finito agli arresti domiciliari su richiesta del gip del tribunale romano (anche il collaboratore Massimo Negrini ha subito la stessa misura cautelare) perché ritenuto responsabile della bancarotta fraudolenta della società Brera srl a lui riconducibile. L’imprenditore, precisa la Gdf, “ha orientato il proprio business, nel tempo, verso la gestione di alberghi di lusso nelle città di Venezia, Milano e Taormina”.

Dagli approfondimenti investigativi effettuati nel corso degli ultimi mesi è emerso che gli arrestati hanno distratto dal patrimonio della fallita oltre 8 milioni, relativi a un credito vantato verso la società controllante, Michele Amari, trasferendolo fittiziamente a due società con sede in Lussemburgo appartenenti allo stesso gruppo e rendendolo “di fatto irrecuperabile, mediante un complesso intreccio di negozi giuridici fraudolenti, indice dell’elevata professionalità degli indagati”.

Nello specifico, il credito, inizialmente costituito da somme giacenti su un rapporto di conto corrente cointestato alla Brera e alla Michele Amari è stato trasformato in un finanziamento fruttifero infragruppo concesso, in successione, a due persone giuridiche anonime lussemburghesi con una situazione economico-patrimoniale estremamente compromessa. “Tale condotta non è stata occasionale o sporadica, si legge nell’ordinanza del gip del tribunale di Roma, “in quanto rientrante in un più ampio disegno criminoso attuato dagli indagati mediante la creazione di società a mero scopo speculativo, le quali sono state sistematicamente ed in maniera preordinata portate al fallimento, come di fatto sta avvenendo per numerose societa’ del ‘gruppo Statuto”.

I fatti contestati a Statuto e Negrini, i quali, allo scopo di impedire agli investigatori di risalire alle proprie responsabilità, hanno occultato parte della documentazione contabile, hanno provocato il dissesto e il successivo fallimento della Brera dichiarato nel 2016, con un passivo pari a oltre 32 milioni, gran parte dei quali nei confronti del Fisco.