“Lavoravo in Nero per i Renzi, mi pagava Matteo”. Ecco la verità sull’Ex Leader del PD

  scenari economici.it 2.12.18

Giacomo Amadori su La Verità conferma che, se per lanciare la prima pietra bisogna essere senza peccato, lo stesso deve essere quando si rilancia indietro il sasso. Infatti Mattero Renzi, secondo testimonianze raccolte, pagava, lui direttamente in nero, i distributori dei suoi giornali.

Come narrato da Andrea Santoni e confermato da altro testimone negli anni ’90 Renzi padre pagava cash i dipendenti che distribuivano i giornali, e spesso era Matteo a saldare le cifre dopo aver visto i resi delle consegne mattutine. Erano i tempi felici della “Speedy Florence”, quando la famiglia Renzi si occupava di vendite di giornali e Amadori riceveva 10, 20 mila lire fisse più un qualcosa per copia venduta. Un piccolo introito importante però per un ventenne e strettamente pagato cash. Le vendite avvenivano ai semafori, poi il ragazzo venditore prendeva i soldi, faceva i conti , li metteva in una busta e li dava a Mario o Matteo Renzi, che pagavano le competenze. Un sistema semplice, che permetteva di avere una piccola catena di edicole mobili in un momento in cui i giornali ancora si vendevano e non servivano, come ora , solo per accendere i camini. Un giro cash legittimo, ma nessun lavoratore era regolarizzato e neppure chiedeva di esserlo, cioè tutto nero, in un’epoca in cui questo avveniva spesso.

Ora speriamo che dopo questa rivelazione la si smetta di discutere di babbi e di epoche che non torneranno più e si parli di come liberare le energie del paese dai catene che la fermano la crescita. La si smetta di fare pettegolezzi, che piaceranno alla Boschi ma non servono a nessuno.

PROCESSO BPVI LA RABBIA DEI RISPARMIATORI

reteveneta.it 1.12.18

Fuori suona la campanella dei risparmiatori dentro quella della corte che entra in aula. Dopo un anno di udienze preliminari ha inizio il processo per il crack della banca popolare di Vicenza. C’è grande aspettativa ma anche molti timori tra i risparmiatori che non hanno voluto mancare in questa giornata per far sentire ancora una volta la loro voce. All’interno del palazzo di giustizia a Borgo Berga intanto continua la registrazione degli avvocati, la presentazione delle nuove costituzioni di parte civile, 2.400, fuori la rabbia è ancora tanta e a chi si chiede se potesse dire qualcosa all’ex presidente Giovanni Zonin la riposta è netta. Risparmiatori che da un lato attendo finalmente che il fondo per il ristoro delle vittime da reati bancari prenda effettivamente vita e dall’altro chiedono che la giustizia quella del tribunale accerti colpe e responsabilità.

Francia nel caos; Macron considera lo stato di emergenza tra le proteste “Gilet giallo”; “Tutte le opzioni” considerate

zerohedge.com 2.12.18

Il presidente francese Emmanuel Macron terrà una riunione di emergenza dei ministri anziani di domenica dopo i peggiori disordini che Parigi ha visto in un decennio di sabato. Il portavoce del governo Benjamin Griveaux ha dichiarato alla  radio europea 1 di Francia  che  potrebbe essere imposto uno stato di emergenza per prevenire ” gravi esplosioni di violenza ” dopo che migliaia di manifestanti mascherati di “Gilet giallo” hanno combattuto con la polizia e hanno incendiato automobili, case e banche.

Embedded video

The Jeu de Paume – one of best art galleries in Paris – is on fire. A mob is storming through the Tuleries Garden.

6,993 people are talking about thisTwitter Ads info and privacy

Griveaux ha detto che circa 1.000 e 1.500 manifestanti si sono uniti alle manifestazioni di sabato “solo per combattere con la polizia, per rompere e rubare”, e che l’elemento violento “non ha nulla a che fare con i giubbotti gialli” (oltre a indossare giubbotti gialli?). 

I dimostranti di sabato sono stati filmati mentre distruggevano un furgone della polizia e altri veicoli, mentre altri video hanno mostrato macchine in fiamme e la polizia ha sparato lacrimogeni per rompere le proteste. 

Le dimensioni denunciate della protesta sono variate tra 36.000 e 75.000 giubbotti gialli, mentre la scorsa settimana ha visto oltre 110.000 manifestanti agli Champs-Elysées nel centro di Parigi. Più di 400 arresti sono stati fatti e 113 feriti nei disordini di sabato, iniziati tre settimane fa durante un’escursione nelle tasse sul gasolio, ma sono  cresciuti fino a una protesta generale di Macron e del suo governo. Il rating di popolarità di Macron è crollato a solo il 26%, mentre i sondaggi di opinione per le elezioni del 2019 prevedono che il partito Nationall Rally di Marine Le Pen di destra sarà a livello – o molto più avanti  – da La République En Marche di Macron. 

Nel frattempo, Parigi brucia …

Le spie britanniche hanno davvero ostacolato i negoziati UE?

zerohedge.com 2.12.18

Autori dell’ex funzionario dell’intelligence MI5 Annie Machon tramite TruePublica.org.uk,

Poco dopo la mezzanotte del 16 agosto, sono stato chiamato dalla LBC a Londra per un commento su una storia di rottura nella prima pagina di The Daily Telegraph  sulle spie britanniche che attaccano l’UE. Anche se mi ero appena ritirato a letto, la storia era troppo irresistibile, ma un’intervista radiofonica è sempre troppo breve per rendere giustizia a un racconto così contorto. Ecco alcuni pensieri più lunghi.

Per coloro che non riescono a superare il paywall del Telegraph, l’essenza è che l’UE ha accusato i servizi segreti britannici di hackerare la parte europea dei negoziati.  Apparentemente, alcune diapositive molto sensibili e negative sul piano del Primo Ministro britannico per la Brexit, il Piano degli  ispettori , erano sbarcate nel grembo del governo britannico, che a sua volta ha spinto l’UE a reprimere la pubblicazione.

Certamente, questa potrebbe essere una vera fuga dal setaccio di Bruxelles, come sostengono fonti britanniche (beh, direbbero così, vero?). Tuttavia, è plausibile che questo sia il lavoro delle spie, o reclutando un agente pagato ben piazzato all’interno della burocrazia di Bruxelles o attraverso la sorveglianza elettronica.

Prima di liquidare quest’ultima opzione come teoria della cospirazione, le spie britanniche hanno forma. Nel periodo precedente la guerra in Iraq nel 2003, USA e Regno Unito erano disperati per ottenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per invadere l’Iraq, fornendo così una foglia di fico di apparente legittimità alla guerra illegale. Tuttavia, alcuni paesi all’interno delle Nazioni Unite nutrivano dubbi e gli  Stati Uniti chiedevano  al GCHQ , il posto d’ascolto britannico , di intensificare il proprio gioco di sorveglianza. L’avvertito è memorizzato in delicate trattative internazionali.

Come facciamo a saperlo?

Un coraggioso informatore del GCHQ chiamato Katherine Gun ha divulgato le informazioni a The Observer. Per i suoi dolori, è stata  minacciata di persecuzione ai  sensi draconiani del Secrets Act del Regno Unito del 1989 e ha dovuto affrontare due anni di prigione. Il caso è stato archiviato solo tre settimane prima dell’inizio del processo, in parte a causa della temuta protesta pubblica, ma principalmente perché i suoi avvocati hanno minacciato di utilizzare la difesa legale della “necessità” – una difesa vinta solo tre anni prima durante il l’informatore dell’MI5, David Shayler. In modo tangenziale, quest’anno viene girato un  film sulla storia di Gun.

Abbiamo inoltre ricevuto conferma da una delle divulgazioni di Edward Snowden del 2013 che GCHQ si era infiltrato nella  rete Belgacom,  il fornitore nazionale di telecomunicazioni in Belgio. Già allora c’era una protesta da parte degli organi dell’UE, preoccupati che il Regno Unito (e per estensione la sua intelligenza più vicina, amico degli Stati Uniti), avrebbe guadagnato la leva con una conoscenza rubata.

Quindi, sì, è perfettamente fattibile che il Regno Unito avrebbe potuto farlo, anche se era illegale nel corso della giornata.  La relazione incestuosa di GCHQ con l’NSA americana conferisce maggiori capacità rispetto ad altre agenzie di intelligence europee, e l’UE lo sa bene, motivo per cui è preoccupato di mantenere l’accesso alle potenze di difesa e sicurezza del Regno Unito dopo Brexit, e anche perché è saltato a queste conclusioni sull’hacking.

Ma quello era allora e questo è adesso. Il 1 ° gennaio 2017 il governo britannico ha finalmente firmato una legge chiamata Investigatory Powers Act, che disciplina il quadro legale per il GCHQ di ficcanaso. L’IPA ha dato al GCHQ i poteri più  draconiani e invasivi  di qualsiasi democrazia occidentale. Altrimenti conosciuta dai media britannici come la “carta dei ficcanaso”, era stata sconfitta in Parlamento per anni, ma Theresa May, all’epoca ministro degli Interni, lo ha spinto tra i denti dell’opposizione legale e della società civile.

Quest’anno l’Alta Corte ha ordinato al governo del Regno Unito di  riformulare l’IPA  in quanto incompatibile con la legge europea.

L’IPA ha legalizzato ciò che GCHQ aveva fatto in precedenza  illegalmente  dopo l’11 settembre, compresa la raccolta di metadati di massa, l’hacking di dati in blocco e l’hacking di massa di dispositivi elettronici.

Ha inoltre dato al governo una maggiore supervisione sulle azioni delle spie, ma queste misure rimangono deboli e non offrono alcuna protezione se le spie decidono di tacere su ciò che stanno facendo. Quindi, se il GCHQ ha effettivamente hackerato l’UE, è possibile che il Ministro degli Esteri e il Primo Ministro rimasero all’oscuro di ciò che stava accadendo, nonostante fosse legalmente obbligato a firmare tali operazioni. Nel qual caso le spie sarebbero  in balia .

È anche fattibile che siano stati effettivamente pienamente informati e si potrebbe sostenere che sarebbe corretto farlo. Il GCHQ e le altre agenzie di spionaggio sono tenuti a proteggere “la sicurezza nazionale e il benessere economico” della Gran Bretagna , e posso certamente vedere che si potrebbe sostenere che stavano facendo proprio questo, a condizione che avessero un permesso scritto per tali un’operazione delicata, se hanno cercato di ottenere informazioni preventive sulla strategia Brexit dell’UE.

Questa argomentazione diventa ancora più potente se si considerano i problemi relativi alla difficile questione del confine tra Irlanda del Nord e Irlanda, una questione su cui l’UE è  particolarmente intransigente . Se un accordo non viene fatto, l’ Accordo del Venerdì Santo del 1998   potrebbe essere minacciato e la guerra civile potrebbe scoppiare nuovamente in Irlanda del Nord. Non si può ottenere molto più “sicurezza nazionale” di quella e il GCHQ sarebbe giustificato in questo lavoro, purché abbia acquisito le necessarie autorizzazioni legali dai suoi padroni politici.

Tuttavia, questi argomenti non faranno nulla per placare i funzionari arrabbiati dell’UE. Senza dubbio il governo del Regno Unito continuerà a dichiarare che si trattava di una fuga da un insider di Bruxelles e che la volontà del petrolio, almeno pubblicamente, sarebbe stata versata su acque diplomatiche in difficoltà.

Tuttavia, dietro le quinte questo moltiplicherà il reciproco sospetto, e senza dubbio scatenerà una caccia alle streghe nei corridoi del potere dell’UE, con il massimo funzionario  artin Selmayr  (alias The Monster) nel ruolo di Witchfinder General. Con lui alle calcagna, dovresti essere un leale coraggioso, un informatore, o anche un agente pagato che lavora per gli inglesi per correre un tale rischio.

Quindi, forse questo è davvero un hack GCHQ. Per quanto ciò possa essere giustificato dal concetto legalmente nebuloso di “sicurezza nazionale”, ciò avvelenerà ulteriormente i già tossici negoziati sulla Brexit.

Come Angela Merkel  notoriamente  se  maliziosamente  ha detto dopo la rivelazione Snowden che gli USA hanno violato il suo telefono cellulare: “no spionaggio tra amici”. Ma forse questo è un concetto superato – né l’UE è stata esattamente del tutto amichevole con la Brexit Britain.

Sto solo aspettando la prima affermazione isterica che era i russi invece o, in mancanza, l’ex stratega di Trump-in-capo,  Steve Bannon ,  come riferito  attualmente in missione per costruire una divisione Movimento Alt-destra in tutta Europa …

Gli ingressi e le uscite del gasdotto israeliano verso l’Europa

zerohedge.com 2.12.18

Scritto da Tom Luongo,

Israele ha annunciato un importante progetto di oleodotto dai giacimenti di gas al largo delle sue coste che coinvolgono quattro paesi, terminando nel nord Italia. L’oleodotto EastMed potrebbe essere uno dei più lunghi della storia e uno dei più tecnicamente difficili da realizzare.

L’accordo è stato annunciato su World Israel News alcuni giorni fa ed è stato in negoziazione per un paio d’anni.

Viene pubblicizzato come controparte del potere arabo e russo, ma non è proprio vero.  Questo presumibilmente produrrà 20 miliardi di metri cubi all’anno a Cipro, in Grecia e in Italia e avrà un costo significativo a causa della sfida. Ma il primo treno sarà di 10 bcm secondo il sito web di IGI Poseiden, la società che costruisce il gasdotto. 10 bcm è di dimensioni simili al Corridoio del gas del Sud che porta gas dall’Azerbaijan.

L’accordo è durato circa due anni, con gli zar energetici dei quattro paesi che hanno firmato un memorandum d’intesa sul gasdotto a dicembre 2017. È considerato un progetto tecnicamente difficile da completare non solo a causa della profondità della rotta sottomarina, ma anche perché dovrà passare attraverso un’area vulcanica nel fondo oceanico tra Cipro e la Grecia.

Nessuna discussione sui costi era nell’annuncio.

Era tutto sulla politica. Ma la politica di questo è il teatro Kabuki. Ai russi non interessa più oleodotti per l’Italia, ora che il turkstream è in corso e il bisogno di gas in Europa sta accelerando.

Si tratta di un progetto dell’Unione europea sviluppato da  IGI Poseidon  sotto l’egida del programma EU Connecting Europe Facility. L’UE sta pagando un sacco di soldi per questo.

Per tutti i discorsi sul monopolio della Russia sul mercato europeo del gas, è semplicemente falso. La Russia fornisce tra il 35% e il 40% del gas europeo. Quella parte è aumentata a causa dell’aumento della domanda e senza nuovi sviluppi dei gasdotti.

E per l’Europa, il gas più economico è quello consegnato dai tubi russi.  Sia i gasdotti STC che quelli EastMed saranno redditizi, ma solo dopo che la parte UE del finanziamento verrà ammortizzata, quale sarà.

EastMed, come la STC, è in sviluppo da quasi dieci anni. Il turkstream passò dall’idea alla realtà in due.

Si tratta di progetti alimentati forzatamente sui consumatori europei a fini politici, non economici. La diversificazione dell’offerta va bene se ha un senso economico. Ma se non lo fa tutto ciò allunga il tempo di profitto per le persone che hanno pagato per il progetto, in primo luogo, i consumatori attraverso le loro tasse.

Inoltre, se questi progetti fossero fondamentalmente economici non richiederebbero così tanto tempo per negoziare. I negoziati derivano da nessuno dei principi che vogliono pagare per la parte non economica dei costi. Ed è qui che l’UE interviene per fornire quel costo che viene poi trasferito al consumatore.

Alla fine, nulla di tutto ciò sarà veramente importante dal momento che il bisogno di gas in Europa è così elevato e difficilmente sarà sostituito da qualsiasi altra cosa nel prossimo futuro. L’Europa è sposata a cattive idee ambientali che, a loro volta, diventano cattive politiche energetiche.

L’ultimo dei quali è l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron secondo cui la Francia chiuderà 14 dei suoi 58 reattori nucleari entro il 2035. L’unica cosa che mantiene l’economia marxista follemente funzionante della Francia è la sua elettricità a basso costo generata dal nucleare.

Macron vuole abbandonare questo dal 72% del fabbisogno attuale al 50% e generare fonti inaffidabili come il solare e il vento.

Ma, tornando a Israele e alla politica di EastMed, questo oleodotto, come l’SCT dell’Azerbaigian, non minaccia la quota del mercato russo a causa del suo costo finale. Il trasporto costa denaro, anche per il gas convogliato. E più lungo è il gasdotto, più i costi di trasporto sono importanti.

E se Israele riuscirà finalmente a portare il suo gasdotto verso l’Europa è il prezzo che la Russia deve pagare per aiutare a stabilizzare un po ‘la regione, poi alla fine è piccola. Il gioco più intelligente per Israele, ovviamente, è quello di sviluppare un oleodotto che vada ad est verso la Siria piuttosto che a nord-ovest verso l’Italia, ma non trattenere il respiro lì.

Quello che penso sia interessante è la dicotomia tra ciò che la Germania ottiene e ciò che l’Italia ottiene in termini di fornitura di gas. La Germania ottiene il massiccio Nordstream 2 portando in più del doppio ciò che l’Italia ottiene dal più costoso EastMed e SCT porterà.


Il N on Dead Deadstream Pipeline Project

Ricorda, il piano originale di SouthStream era di attraversare la Bulgaria, attraverso l’Austria e un secondo flusso attraverso la Grecia fino all’Italia. Ciò è stato annullato a causa degli interessi degli Stati Uniti nel mantenere bassa la Russia.   E poiché Israele voleva che EastMed e i sauditi lavorassero per un oleodotto attraverso la Turchia attraverso la Siria.

E Angela Merkel era fin troppo contenta di obbligare a impedire alla Grecia e all’Italia di accedere a gas russi a basso costo.

No, possono invece costare caro azero e gas israeliano.

Questo è ancora un altro motivo per cui l’ Italia deve essere fatta con l’UE. È ovvio che la Germania e la Francia vogliono il controllo degli afflussi di energia per assicurare il dominio politico oltre che economico su qualsiasi stato che pensi di ottenere il massimo dal loro dominio.

Questa ultima vittoria per la sicurezza energetica europea è esattamente questo.

Tutto il potere alle ONG. Tutti i soldi dal triliardario Soros.—– MARRAKESH, GLOBAL COMPACT PER UN COLONIALISMO ARMA FINE DEL MONDO

FulvioGrimaldi.blogspot.com 1.12.18

 

Salvini come Caligola e Nerone

Ogni tanto può anche succedere l’incredibile. Che Salvini, per quanto oberato degli stereotipi delle Ong, degli accoglitori universali e del loro organetto sorosiano “il manifesto”, possa dire una cosa giusta. E’ successo anche a Hitler, quando ha detto “bravo” al suo pastore alsaziano, a Hillary Clinton quando ha ammesso di aver creato Al Qaida, a Caligola quando, a un senato di strozzini e latifondisti, ha imposto un cavallo, a Nerone quando ha cantato una ballata sulle fiamme che toglievano di mezzo la parte più fatiscente, paludosa e ammorbata della capitale. Al “capitano” della Lega, rappresentante del business nelle sue forme più vampiresche nel governo detto gialloverde, è occorso poche volte, ma significative: quando è intervenuto contro i sicari marittimi della migrazione forzata, chiamati Ong; quando ha fatto “cento” per demolire la legge dell’ammazzavecchietti Fornero; e quando ha detto a Marrakesh, al Global Compact Migration, non ci andiamo. 

Non ci sarei andato neanch’io. Sono d’accordo per non andarci moltissimi Cinque stelle del Parlamento e del territorio. Salvo quel nuovo Pizzarotti che è Roberto Fico, ora spesosi anche per l’imbroglio Regeni. Rifiutano paesi intesi come democratici, tipo Svizzera, Austria, Cechia, la stessa Ungheria della quale, prima di ripetere le calunnie dei risentiti dall’espulsione della banda Soros da quel paese, va constatato sul luogo di quanta stampa d’opposizione ci sia e di quanto regolari siano le elezioni. Tutti razzisti, xenofobi, sciovinisti? Troppo facile, ragazzi. Aderiscono al Compact – già quel termine (non vi ricorda niente; magari un cappio che ci si stringe al collo da quando c’è l’euro?) – Russia e Cina? Me’ cojoni! Non credo che si tratti di paesi sui quali si riverserà lo tsunami di 250 e passa milioni che, secondo l’ONU, hanno già il fagotto in spalla. Se lo possono permettere. E poi, che facciamo, ne subiamo l’input? lo Stato Guida, la Chiesa Madre, l’editore geopolitico di riferimento sono conforti che lasciamo ai nipotini sopravvissuti di Cossutta.

A Marrakesh, dove se no?

E’ una vera zozzeria, quella che verrà lanciata dal Marocco, a incoraggiamento particolare, dicesi push factor, dei marocchini che, sotto il tacco ferrato di una monarchia democratica più o meno alla saudita, si vedono offerta un’Europa delle libertà, licenze e compiacenze. Come questi, tutti i Sud del mondo, in fuga perchè il nostro modello di vita, lavoro, economia, ecologia, gli ha sottratto il loro, quello nel quale erano sistemati da secoli, a volte millenni. Si tratta dell’universalizzazione, sulla base del consenso di 192 governi (non paesi), della più feroce arma di dominio imperial-colonialista inventata dalle élites dopo quella dell’ “evangelizzazione”. Basta vedere quali lo sostengono, di amici del giaguaro, e quali si tira dietro, di utili idioti. Tutti nemici dichiarati di quello che, considerandolo un’ ingiuria, chiamano “sovranismo” e che non è altro che il primo diritto dell’uomo e di ogni comunità, l’autodeterminazione. Nel Sud conquistata dopo secoli di schiavitù e ora riaggredita dagli stessi di prima.

L’ONU e gli altri: l’Esercito della Salvezza

Il padrino del progetto che vuole unificare – seppure senza vincoli, su base volontaria (ahahah: aspetta di vedere cosa ti capita in termini di riprovazione ed ostracismo se sgarri!) – la gestione del fenomeno “strutturale” (copyright Mattarella. Ti pare che poteva mancare?) è dunque l’ONU. Che è, alla faccia dei progressisti, che gli attribuiscono terzietà e di quelli addormentatisi settant’anni fa, l’artiglio geopolitico degli Stati Uniti e di coloro, in alto, nell’ombra, che degli Usa fanno buon uso. Ricordare i nulla osta, la partecipazione diretta, o il silenzio-assenso per Vietnam, Jugoslavia, Grenada, Panama, Cile, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen….. Senza parlare delle cosiddette “missioni di peacekeeping”, formula neocoloniale mascherata, di solito mirata a impedire la vittoria del giusto e a cui partecipiamo in forze, anche col “governo del cambiamento”. Mal gliene incolse a quei due segretari, Waldheim e Boutros Ghali, che tentarono di divincolarsi dalle camicie di forza a stelle e strisce e a stella di David.

Insieme all’ONU, che è la testa di legno che è, si sono lanciati a capofitto nella promozione dell’impresa l’Atlantic Council, un covo di generaloni i cui quarti di nobiltà sono la totale adesione al verbo neocon della conquista del mondo a forza di guerre; l’UE a propulsione franco tedesca: che gli frega, l’esercito industriale di riserva siriano se lo sono già creato e mo’ basta: tocca ai mandolinari del Meridione; il WTO e il FMI che già si leccano i baffi sui succhi di frutta (di coltan, petrolio, oro, eroina…) che potranno succhiare da posti come Honduras, Congo, Afghanistan. 

Avremo i canali legali, con cui i governi sosterranno linee di navigazione e di volo, Caritas e Santi Egidi, e quelli privatizzati, in sinergia tra push factor alla partenza e pull factor all’arrivo, in entrambi i casi Ong (quasi tutte, tranne quelle dei dilettanti allo sbaraglio di cui abbiamo visto recentemente gli effetti in Kenya, a libro paga di governi e Soros), con in mezzo gli spalloni di merce umana, tutti dotati di mezzi al coltan per l’interconnessione di rete.

A che serve il Global Compact?

 

Del Global Compact dicesi che serve a regolare i flussi e far condividere dai firmatari mezzi, principi e oneri. Tutto questo era già iscritto in vari accordi all’interno dell’UE. Con i risultati che conosciamo Per alcuni servirebbero a rimpolpare le zone che i governi hanno desertificato, rianimare i borghi distrutti dal terremoto e abbandonati per mancata ricostruzione, a fornire manodopera a basso costo, sicuramente costo di dignità, sicurezza e anche vita, al grande capitale agroalimentare e della distribuzione, a dare a Baobab e simili il pretesto per tenere in condizioni allucinanti gente disperata, a cui si consiglia di non farsi intrappolare dalle offerte di alloggi regolari della sindaca Raggi.

Per coloro che pensano e gestiscono questa cosa è inutile, ma ai buoni, gonzi e moralmente ipovedenti vorremmo suggerire, per una sola santa volta, di astenersi dall’occuparsi delle cose vicine, in basso,degli effetti, e di levare lo sguardo alle cose lontane, in alto,alle cause. Sapete cosa ha scritto uno sull’inserto del “manifesto”? Che siccome in Africa e in Europa, quindi in Italia, ormai l’industria agroalimentare s’è presa tutte le terre fertili, ne ha allontanato i contadini finiti nelle suburbanità, ne trae, a forza di fertilizzanti ed erbicidi tossici, superproduzioni per l’esportazione, ecco che le genti che, in Africa, ma anche in Asia, hanno perso habitat e relativo sostentamento, radici, comunità, cultura, civiltà, possono venire da noi a valorizzare le terre abbandonate e inaridite. Chè, tra economia salvambiente di montagna abbandonata e lande terremotate lasciate lì, ne abbiamo tante.

Strutturale la migrazione, o il colonialismo?

Allora ecco che il discorso sul Global Compact Migrazioni rivela il suo sottofondo strategico. Del tutto parallelo a quello che dice “dove non puoi sgomberare, a forza di terroristi e bombe, territori ricchi di risorse e utili per le rotte di merci e persone, fai muovere il culo ai sedentari, nel senso di seduti su quanto occorre a noialtri per mandare avanti il business e il dominio. Terre del cibo, nostro monopolio, dei minerali, nostro monopolio, dell’acqua, dell’energia, dei tubi, tutti nostri monopoli. Come lo fai? Prima ti compri i governi di partenza, a forza di trenta denari, poi quelli di arrivo a forza di regole, di Ong e di sensi di colpa per le malefatte del primo colonialismo. Con questo sistema, globale quanto tutto il resto della globalizzazione imperiale, a forza di monopolio anche mediatico sinistro-destro, convinci il colto e l’inclita che è tutto a fin di bene. Strutturale, ragazzi, non è l’emigrazione, quella è provocata a vantaggio di alcuni e a detrimento di milioni. Strutturale è il colonialismo. Implacabile da secoli, a dispetto dell’epocale sconfitta subita a metà ‘900.

Grazie a guerre dall’interno o dall’esterno, terroristi qua e là, multinazionali del cibo, delle estrazioni/costruzioni, si sposta un sacco di gente da un continente all’altro, si fa una cofana di soldi e si radono al suolo quelli che si erano azzardati a farti concorrenza. Vuoi che l’UE, cioè Merkel, Macron e il loro compare allegrotto alla testa della Commissione,che per le stesse multinazionali ha fatto del Lussemburgo un porto franco, esentasse, non vi vogliono a Marrakesh. Vuoi che il papa non benedica il tutto.

In coincidenza con le pazze feste delle Ong per il Compact, delle celebrazioni a televisioni ed edicole unificate, sono usciti nuovi fiancheggiatori. Ora abbiamo anche, con tanto di paginone comprato sui giornale, le “Famiglie Accoglienti”, nuovo virgulto spontaneo nato a fianco dei sempre più rigogliosi virgulti dell’Open Society Foundation di George Soros che, con lieto ossimoro, titola il suo inno all’integrazione “Più accoglienza= Più sicurezza”. La mafia nigeriana che si sta prendendo tutto lo spaccio e tutta la prostituzione in Italia ne è garante. La manovalanza a casa sua faceva il contadino, ma anche l’infermiere, l’operaio Shell, l’imam. Ora, venuto per lavorare e vivere, grazie alla nostra accoglienza, o è spiaggiato sotto la stazione di Milano, o entra in quella statistica che assicura agli stranieri (l’8,3%) una media tra il 35 e il 50% dei più gravi reati commessi nel paese.

Una ricetta per la tratta

Beneficiari dell’operazione Compact sono, nell’immediato, gli intermediari chiamati Ong. Ne parla in un libro irrinunciabile Sonia Savioli (“ONG, il cavallo di Troia del capitalismo globale”, Zambon editore). Noi, esemplificando, parliamo di quella più nota e più glorificata, Medicins Sans Frontieres. Senza frontiere anche per quanto riguarda i finanziamenti, tra i quali, quelli di Soros. I Medici senza Frontiere sono una delle tante Ong alla cui presenza in Africa è legata la pazzesca proliferazione della medicina occidentale e, con essa, quella dei farmaci. Solo in Mozambico si vantava di somministrare vaccini a 50.000 asdulti e bambini. Glaxo e Wellcome, Big Pharma, usavano gli africani come cavie per vaccini e farmaci sperimentali. Ultimamente, la livrea cucitagli addosso dai corifei si è considerabilmente macchiata: secondo la Procura dia Catania (subito la viperina reazione del “manifesto”), che ne ha sequestrato la nave “Aquarius”, ci hanno rifilato, dopo 44 sbarchi, tra il 2017 e il 2018, come “rifiuti solidi urbani”, per i quali si paga poco, 24 tonnellate di rifiuti pericolosi e infetti composti da materiale sanitario, vestiario contaminato e cibo avariato, che si sarebbero dovuto pagare molto: risparmio 460mila euro. Alla salute!

MSF sempre dalla parte giusta…

Li ho regolarmente trovati presenti nel campo fiduciato dall’Occidente. In Somalia in quello di Ali Mahdi, fantoccio messo su da Usa e UK, che insieme alla Nato combatteva Farah Aidid, il liberatore della Somalia dal despota filo-Usa Siad Barre; in Siria tra i jihadisti e gli Elmetti Fasulli Bianchi di Aleppo, dove denunciavano distruzione di ospedali poi trovati intatti dai liberatori siriani; a Misurata, sede della più sanguinaria milizia mercenaria della Nato nell’assalto alla Libia di Gheddafi. In Africa MSF erano protagonisti delle gigantesche campagne antiretrovirali: trattamento anti-Aids ampiamente screditato (“Azt”) per curare gente che aveva perso le difese immunitarie, mica per aver fatto sesso a gogò, ma per mancanza di cibo, acqua, igiene. A loro volta, i salvatori di bimbi “Save the children” (ahimè sponsor sulla maglia viola della mia Fiorentina), quelli che hanno agevolato la distruzione della Libia e il linciaggio di Gheddafi raccontando che forniva viagra ai suoi soldati, libici, perché stuprassero le donne libiche (sic!), nei campi profughi dei Rohingya, come intervenivano sulle drammatiche condizioni igieniche e sanitari? Installando docce e toilette? No, bombardando le masse con antibiotici e provvedendo a una gigantesca campagna di vaccinazioni. Oltretutto serviva a sostenere la bufala kolossal del martirio dei musulmani del Myanmar. Se Save the Children avesse speso i milioni utilizzati per non impedire che, come trent’anni fa, cinque bambini morissero di fame ogni minuto, anziché per traghettare profughi allettati dall’esilio, un tantino la mortalità sarebbe calata.

Chiamala, se vuoi, disinvoltura, tanto le emozioni dei buonisti la volteranno in eroismo, ma quella dei posizionamenti geopolitici e dei farmaci non è l’unica ombra che ne offusca il blasone. Due volte la Aquarius 2 si è fatta pizzicare per abuso di bandiera, prima di Gibilterra, poi di Panama, da cui registri marittimi ha dovuto essere cancellata, con conseguente divieto di navigare. Su tutto questo viene poi steso il velo scintillante dei numeri inverosimili e mai controllati da terzi di naufraghi salvati (o trasbordati da altre imbarcazioni???).

MSF è in Africa, in mare, in Medioriente, in Bangladesh, tra Bosnia e Croazia, dappertutto. Solo per curare e far trasmigrare? Dopo lo scandalo degli abusi sessuali dell’Oxfam, qualcosa si è mosse e sono venute fuori le magagne di tante altre Ong care a Soros. Per MSF, nel solo 2017, ci sono state 146 denunce di abusi di potere, discriminazioni, molestie sessuali e altri comportamenti delittuosi e l’organizzazione, licenziando alcuni suoi funzionari, ha dovuto ammettere che il fenomeno è largamente sottostimato e, aggiungiamo, anche oscurato dalla fama di eccellenza e abnegazione che a questi missionari sanitari dell’imperialismo viene attribuita. Ma poi, può un medico mentire, a rischio di provocare distruzione e morte? Non può. Perché MSF lo fa?

Il vizio di nascita, un papà guerrafondaio

Il vizio d’origine di questi negatori delle ragioni degli aggrediti e delle atrocità da loro subite e sostenitori ovunque degli interessi geostrategici occidentali, sta nel fatto che vennero fondati da Bernard Kouchner, promotore della guerra alla Jugoslavia, ministro degli Esteri di Sarkozy, sostenitore dell’imperialcolonialismo francese in Africa. Cos’altro ci si poteva aspettare? E’ così difficile immaginare che il suo operare nel Mediterraneo, come quello di tutte le altre Ong, serva a rafforzare le aspettative, le illusioni, di gente che la guerra innescata o il modello di “sviluppo” predatore imposto dall’Occidente costringe a lasciare la terra, la comunità, la Storia, la patria, il SUO jus soli? Come scrive Sonia Savioli nel suo straordinario libro: “Una trasformazione globale, complessiva dell’Africa in zona agricolo-industriale del capitalismo mondiale è ciò che queste e molte altre Ong si stanno sforzando di facilitare”. Il Global Compact Migration, non per nulla allestito in Africa, ne è l’apoteosi. E Roberto Fico, che si risente dell’assenza dell’Italia da Marrakesh, come del presunto assassinio egiziano di Regeni, o non ha capito niente. O è l’ennesima quinta colonna insereita in un movimento antisistema.

L’ultima della notte è, ovviamente dal “manifesto”, il grido di dolore per accogliere la “Nuestra Madre Loreto”, nave spagnola che ha preso a bordo 12 migranti e rifiuta di sbarcarli in Libia, nota porta dell’inferno secondo la mitologia dei filo-Ong. Lo firmano europarlamentari nella lista dei fiduciari di Soros, come Sergio Cofferati, Elly Schlein e altri.

Ultimissima invece è di altro segno. Un missionario statunitense, penetrato nei territori di una tribù isolata nell’arcipelago indiano delle Andamane, per convertirla al cristianesimo al grido di “Dio vi ama”, è stato fulminato da una freccia. I suoi accompagnatori sono stati arrestati. Ci pensassero, gli africani sotto Global Compact.

Il Global Compact non risolve nulla

Niccolò Inturrisi – 30 novembre 2018 lintellettualedissidente.it

Il Global Compact è solo l’ennesimo documento che vorrebbe risolvere l’annoso problema dei flussi migratori senza però toccare gli interessi del capitale internazionale.

Nella coltre nube di ipocrisie e false promesse che hanno sempre impersonificato il corpo senza organi delle Nazioni Unite nel nostro (s)fortunato periodo storico, 190 nazioni  si preparano a varare un provvedimento non vincolante di portata storica: non solo per le ingenti ripercussioni sulle le stesse sovranità nazionali ma per di più a causa della sfacciata ed evidente contradditorietà nel voler risolvere il problema dell’immigrazione illegale ed incontrollata assecondando e concedendosi al sistema capitalista dell’ingiustizia sociale.

La legittima figlia della “dichiarazione di New York”, che verrà discussa il 10 ed 11 Dicembre prossimi, non sembrerebbe proprio rappresentare una svolta “proattiva” alla problematica migratoria che ha visto sprofondare nel 2015 il sistema europeo nel caos; altresì incarnerebbe la decisione da parte del sistema politico vigente di “reagire” assecondando la globalizzazione, concedendosi sempre più ad un sistema che è, a priori, la causa fondamentale del fenomeno dell’immigrazione. A ben poco, dunque, serve la maschera della cooperazione internazionale, il paravento della discussione ad oltranza che le Nazioni Unite applicano con coscienza per coprire la propria, oscura, ombra.

Potete comprendere senza troppe difficoltà come sia innatamente fallace la trattativa e cooperazione che si potrebbe stabilire tra lo sfruttatore e lo sfruttato. Tra il servo ed il padrone. Perché di questo si tratta, e nient’altro. Di un sistema di sfruttamento ed oppressione che si è imposto alla società internazionale e si è solidificato in essa come essenza vitale, senza la quale non ci potrebbe essere realtà attiva. Non si può, infatti, rimproverare alle Nazioni Unite di aver redatto un documento contro la moralità internazionale e giustizia umana:

This Global Compact aims to mitigate the adverse drivers and structural factors that hinder people from building and maintaining sustainable livelihoods in their countries of origin, and so compel them to seek a future elsewhere.”

Che tradotto significa:

Il Global Compact mira a mitigare i fattori strutturali e le avversità che ostacolano la popolazione a costruire e mantenere una vita dignitosa nei loro paesi d’origine, e così costringere gli stessi a costruire un futuro altrove.“

Tutto giusto, non vi pare? L’accortezza del disagio sociale è ben chiara agli occhi dei politicanti. La loro soluzione? Favorirne i flussi, cercando di controllare l’effetto del problema e non la causa. Il ministro degli interni Matteo Salvini ha già fatto saperenella giornata di oggi che la decisione di aderire o meno a questo documento verrà rimessa al Parlamento. Uno scaricabarile in vecchio stile, ma che ammette la ragionevolezza di questo Global Compact, di questa risoluzione che dovrebbe portare a controllare il fenomeno migratorio della globalizzazione.

Non un “trappolone”, come mistifica sul Foglio Micalessin, ma più che altro una cortina di fumo, un paraocchi che darebbe solamente spago alle destre populiste per ricompattarsi sotto la bandiera dell’invasione, della figura retorica del nemico a cui dare le colpe del proprio malessere sociale. Nessuno disdegnerebbe una risoluzione comprensiva dei punti di vista degli attori in causa, ma altresì ci si dovrebbe domandare non come controllare un disagio ma come prevenirlo, come curare un male invece di crearne un fantoccio sacrificare al suo posto. Aggiunge uno “strato in più”, ecco la pura essenza del’accelerazionismo capitalista in atto. La stratificazione deleuziana in questo raffigura il contrappeso del capitale, disposto sì a cambiare e adattarsi ma non a sconvolgere i suoi diktat. Bisogna saper leggere dietro le retoriche e dietro le grandi parabole dell’aiuto umanitario e della cooperazione internazionale, bisogna che si faccia luce sulla realtà indiscutibile: che nessuna delle sovranità nazionali che aderirà al Global Compact sia interessata al destino dei paesi devastati dal capitalismo e dalla sua guerra fratricida che esso comporta; che non ci sia interesse nel garantire libertà e giustizia sociale se non a patto che sia stabilita da qualcun’altro; che un pozzo di petrolio o una miniera di diamanti sarà mai considerato alla pari del futuro e della vita delle persone.

Dedicato a quelle persone ( che conosco una per una) che per salvaguardare la Loro reputazione hanno bisogno di Agenzie Specializzate per la loro immagine – con i soldi degli azionisti ( banche) .

Preoccupati più della tua coscienza che della reputazione. Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te. E quello che gli altri pensano di te è problema loro.
(Charlie Chaplin)

La reputazione è una veste effimera e convenzionale, guadagnata spesso senza merito e perduta senza colpa.
(William Shakespeare, Otello)

Una reputazione una volta infranta è possibile che venga riparata, ma il mondo terrà sempre i propri occhi sul punto dove si è verificata la crepa.
(Joseph Hall)

Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.
(Warren Buffet)

SPERO E MI AUGURO CHE CHI DEVE COMPRENDERE – COMPRENDA E ANCHE VELOCEMENTE

BUONA DOMENICA

La povertà più radicale dell’Italia è ormai quella di figli e di domani( il Direttore risponde)

Marco Tarquinio sabato 1 dicembre 2018 avvenire.it

Caro direttore, 
mi permetto di scriverle in merito alla sempre più acuta crisi demografica. Innanzitutto ringrazio “Avvenire” per aver dato risalto ancora una volta a questo problema sempre più grave ponendolo giovedì scorso, 29 novembre 2018, in prima pagina e trattandolo in maniera approfondita nelle pagine seguenti. Le scrivo in quanto sono molto interessato alla materia: sono infatti uno studente di Economia dell’Università Cattolica e mi sto per laureare con una tesi dal titolo “Il ruolo economico della famiglia”. In questo lavoro tratto ampiamente della crisi demografica sia a livello mondiale (particolarmente grave è il rapporto Onu World population prospects, nel quale viene evidenziata l’enorme contrazione demografica cui va incontro tutta Europa nel 2050 e nel 2100, se il trend attuale non dovesse cambiare) che per quanto riguarda la situazione italiana. Sono convinto che la scarsa natalità sia un problema sia culturale sia economico e vada quindi affrontato su più fronti, in particolare credo che sia urgente non tanto l’erogazione monetaria quanto una maggiore erogazione di servizi, in particolare è vitale riuscire a creare sintonia, per quanto riguarda il lavoro femminile, tra il lavoro e la cura dei figli. Più in generale, sono convinto che serva una politica seria e di lungo periodo, che vada oltre la logica dei bonus.
Andrea Mobiglia


Lei, caro amico, è un giovane studioso, ma vede già bene. E ha una acuta consapevolezza del nodo delle politiche familiari che si è troppo aggrovigliato (per incuria e malizia) nella nostra Italia. Una consapevolezza che è alimentata e motivata all’impegno fattivo e solidale dal Messaggio dei vescovi italiani che proprio oggi pubblichiamo a pagina 7 del nostro giornale e che vorrei nutrissero la maggioranza dei nostri parlamentari e governanti (qualcuno c’è già, per fortuna… ). Sulle ricette pratiche si può discutere, purché lo si faccia non per accademia e per ingannare il tempo e i cittadini. E si dibatta pure, ovviamente, su quanto pesi esattamente il dato culturale e quanto quello economico nella fatica del costruire una famiglia e del mettere al mondo figli… Ma non ci si illuda: entrambi contano. Entrambi: pressione culturale e stolidità fiscale sommata a insufficienza (e costo) dei servizi alle famiglie. Così, dopo aver rapidamente – e, una buona volta, proficuamente – discusso, si prenda atto del fatto che siamo a un punto di non ritorno: è finito da un pezzo il tempo delle chiacchiere e delle promesse al vento, ormai c’è solo da decidere, come hanno sottolineato ancora una volta i dati dell’ultimo rapporto Istat sulla verticale denatalità nel Bel Paese. E chi non lo farà, chi non deciderà e non deciderà bene, continuando invece ad agitare pannicelli caldi che assomigliano a foglie di fico e a rimandare sempre a domani la cura da cavallo pro-nuclei con figli che serve con urgenza, si assumerà la responsabilità politica della povertà più radicale degli italiani: quella di figli e di domani.

Tasse a caro benzina: la Lega si smentisce e le salva tutte

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Le smargiassate di “Ce l’aveva duro” Salvini sono altrettanti nodi che vengono al pettine. In campagna elettorale Lega e 5Stelle, non proprio sulla bibbia, ma avevano comunque giurato che avrebbero ghigliottinato le accise sulla benzina e ridotto drasticamente il numero delle cosiddette auto blu. Marameo! Passato il santo, passata la festa. In commissione bilancio le promesse svaniscono come piume al vento. E allora riepiloghiamo per chi non ne avesse consapevolezza come stanno le cose. Quando facciamo il pieno di benzina o di altri carburanti, paghiamo un prezzo, che smembrato nelle sue componenti, incide con diciassette tasse per il 64 per cento e per costi industriali del carburante per il 31 percento. L’accisa più antica si deve alle velleità espansionistiche di Mussolini che invase l’Etiopia nel 1935. Qualche altra: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, decreto “salva Italia”, crisi di Suez, Vajont terremoto del Belice e successivi, alluvioni. Alla contestazione del Pd la Lega ha risposto senza arrossire che le promesse si mantengono in cinque anni, ma ha sputtanato Salvini e il suo “Fatto il governo, subito il taglio delle accise sulla benzina”.

L’esordio di Foa, presidente della Rai con i voti di Lega e Forza Italia, frutto di un reciproco via libera all’occupazione dei ruoli di direzione, si è confermato con sortite indecenti razzista doc ed è poi inciampato in un guaio di non poco conto nello scorso ottobre. Intervistato dal quotidiano israeliano Haaretz ha dichiarato che i deputati europei del Pd avevano intascato finanziamenti del miliardario Soros, famoso per essere un convinto anti sovranisti. La delegazione europea dei dem, compatta ha intentato causa a Foa. Chied che il giornale israeliano pubblichi con identica evidenza la smentita e le scuse del presidente della Rai. In mancanza di questo atto di riparazione, i 25 deputati chiedono un risarcimento di 80mila euro per ciascuno di loro: totale due milioni.

Il presidente della Camera, il napoletano Fico, uno dei pentastellati più in vista del Movimento, recita (scusate l’inadeguatezza del verbo recitare), dunque meglio, interpreta il ruolo di difensore del poco che residua della componente più a sinistra dei 5Stelle, mortificata dall’aggressività destrorsa di Salvini. Su piani diametralmente opposte le posizioni della Lega e di Fico sul tema dei migranti, ovvero deportazione contro accoglienza. L’incompatibilità tra il vice premiere “Ce l’aveva duro” e il pentastellato “di sinistra”, assume il carattere della belligeranza con la decisione di Fico di non presiedere la seduta della Camera che ha approvato il Decreto Sicurezza. Esplicito il significato politico della decisione. Netta presa di distanza e solidarietà con i venti deputati pentastellati che hanno disertato l’aula e presentato un documento di contestazione del Decreto. Quasi in contemporanea, Fico ha interrotto le relazioni diplomatiche della Camera con l’Assemblea legislativa del Cairo, per protestare contro inerzia e omissioni del governo egiziano sul caso Regeni. Per dirla in due parole il presidente della Camera sembra voler dare una mano a Di Maio, spingendo a sinistra, cioè nella direzione contrapposta al destrismo salviniano.

SOROS / LA STRENUA E CONTINUA DIFESA GRIFFATA REPUBBLICA

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Giù la maschera: è l’ennesimo Governo servo dell’Europa

coniarerivolta.org 30-11-18

bastadeficit

Se è vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per una volta Salvini si trova dalla parte dei naufraghi. Aveva detto testualmente: “non cambiamo di una virgola una manovra economica che porterà l’Italia a crescere”, ostentando tracotanza nei confronti delle richieste della Commissione Europea di ridurre il deficit al di sotto del 2,4% del PIL. Dietro a quelle cifre si muovono miliardi di euro, pensati per realizzare alcune delle misure promesse in campagna elettorale. Poi è arrivata la bacchettata di Bruxelles, qualche linea di spread, e come per incanto il bullo si è trasformato in un pacato mediatore: “non è un problema di decimali” (che sarebbero proprio i numeri che vengono dopo la virgola!), quindi via libera alla riduzione del deficit al di sotto del 2,4%. Ce lo chiede l’Europa, e il Governo non ha nessuna voglia di disobbedire.

Dietro la questione si celano due punti chiave, uno di natura prettamente economica e uno di natura più smaccatamente politica. Partiamo col primo. Dentro la costrizione della gabbia europea, creata ed implementata con una visione mirante in maniera esplicita a limitare il più possibile l’intervento pubblico, i ‘numerini’ sono tutt’altro che piccoli dettagli. Anche immaginando, per quanto difficile, che il governo possa realizzare un deficit pari al 2,4%, sappiamo già che questo significherebbe in ogni caso ulteriore austerità. Ora, partendo da un quadro del genere, ogni piccolo decimale in meno significa ancora più austerità. In fondo, ci dice il Governo, tra un 2,4% e un 2,2% che differenza c’è? Esattamente la differenza di quei miliardi che mancherebbero per le misure come ‘quota 100’ e reddito di cittadinanza. Oltre al danno, la beffa: le misure proposte sono già di pessima fattura, e verrebbero attuate in maniera monca dentro una cornice più austera di quella inizialmente prospettata. Un disastro. Prendiamo ad esempio una delle principali misure previste nel contratto di governo, quella ‘quota 100’ che avrebbe portato al superamento dell’odiata Riforma Fornero, criticata due anni fa persino da Tito Boeri. Trattandosi di una riforma delle pensioni, ‘quota 100’ avrebbe dovuto richiedere un ammontare di risorse crescente negli anni: il denaro per quelli che ne usufruiscono a partire dal 2019, poi il denaro per le loro pensioni nel 2020 assieme al denaro per quelli che sarebbero andati in pensione solo nel 2020, e così via. Tuttavia, come le agenzie di rating notarono immediatamente ed è in questi giorni ribadito, fin dalla prima bozza del DEF le risorse per ‘quota 100’ risultavano costanti negli anni: quanto appena sufficiente per pagare le pensioni a quei pochi fortunati capaci di approfittare della finestra di prepensionamento che si sarebbe aperta nel 2019 e nulla per i prepensionamenti degli anni successivi. Persino quelle briciole saranno contingentate: se mai sarà realizzata, ‘quota 100’ sarà finanziata solo per una parte del 2019, con sensibili penalizzazioni implicite nel metodo di calcolo del sistema contributivo e senza alcuna risorsa aggiuntiva per gli anni a venire. Insomma, nessun reale superamento della Fornero ma una misura una tantum, giusto in tempo per consolidare alle europee il successo elettorale dello scorso marzo. Il treno del cambiamento si è schiantato contro la scarsità di risorse imposta dall’Europa in un copione noto e arcinoto.

Passando alle radici politiche di tali scelte, la capitolazione dei giallo-verdi davanti alla linea dell’austerità altro non è che il risultato della totale assenza di una volontà politica di rottura di questa Europa. Tale volontà può scaturire solamente dalla piena consapevolezza che una società migliore è incompatibile con la camicia di forza dei vincoli europei. Nonostante i proclami e i toni a volte rissosi, questo Governo – nato sotto il segno dell’austerità, prostrato davanti al pensiero unico europeista e già impegnato nell’elaborazione dell’ennesima manovra lacrime e sangue – ha scelto fin dalla sua gestazione la piena compatibilità con il paradigma rappresentato da quei vincoli, come confermato dalla immediata messa in disparte di qualsiasi accenno ad un ‘piano B’. Quest’ultima abiura perciò non ci stupisce affatto, perché perfettamente coerente con la natura conservatrice delle forze politiche oggi al comando. Tuttavia, il consenso di cui gode l’attuale maggioranza riposa sulla voglia di riscatto di un intero Paese. Da Nord a Sud, dal lavoratore anziano che anela alla pensione al giovane disoccupato che sogna un reddito dignitoso, il sogno giallo-verde sta per tramutarsi nell’incubo di una nuova stagione di sacrifici perché, come al solito, non ci sono i soldi. Sapremo rispondere alla delusione che accompagnerà il risveglio solo se riusciremo ad accumulare forze intorno all’opzione di rottura dell’equilibrio europeo, senza farci abbindolare da improbabili difese dello status quo.

Il Banconapoli cancellato da un click (e resuscitato)

(Imagoeconomica)

Un’intera banca sparisce in un click e un giudice la “resuscita” in tutta fretta. È successo al Banco di Napoli, nell’ambito di un complesso percorso di incorporazione in Intesa Sanpaolo. L’atto di fusione – che avrà effetto il 26 novembre – viene stipulato il 10 ottobre e iscritto nel Registro imprese il 16. E proprio il 16 ottobre accade il pasticcio: a prescindere dal termine di fine novembre, il Banco di Napoli viene cancellato dal Registro imprese ed è quindi estinto. Non esiste più. Che fare? Si corre dal giudice del Registro imprese che il 24 ottobre cancella la cancellazione. E il 25 ottobre la banca torna in vita.

Tutto risolto, in pratica. Ma la vicenda non è così facile “in diritto”. Il Registro delle imprese, a differenza dei Registri immobiliari, non è stato appositamente strutturato per pubblicizzare condizioni e termini di efficacia (ad esempio, si trasferisce la sede sociale dal 1° gennaio dell’anno venturo, eccetera).

Ne fa le spese anche la procedura di fusione. Nessun problema quando la fusione ha effetto dall’ultima delle iscrizioni nel Registro imprese cui l’atto di fusione deve essere sottoposto (articolo 2504-bis del Codice civile). Quando però la fusione è impostata con efficacia posteriore a questa data, occorre procedere con cautela: l’atto di fusione si deposita mediante il «modello S2», quello che serve a pubblicare nel Registro imprese gli «atti societari modificativi»; si deve con pazienza aspettare che arrivi la data in cui è stabilito che la fusione abbia efficacia e dopo si deposita il «modello S3», quello che serve a cancellare dal Registro imprese le società “morte” (come la società incorporata).

Nel caso Intesa-Banco Napoli qualcosa evidentemente è andato storto. Nonostante la precisa indicazione del termine di efficacia del 26 novembre – debitamente segnalato nel campo «effetti differiti» del Quadro 2 della visura camerale – un diavoletto si è impadronito del modello S3 che doveva rimanere “nel cassetto” fino al 26 novembre e l’ha introdotto nel Registro delle imprese il 16 ottobre (protocollo 146662/2018). Con il risultato dirompente che il Banco di Napoli è stato cancellato (ed estinto) più di un mese prima del previsto. Cosa, questa, non tanto simpatica: l’articolo 2495 del Codice civile afferma infatti che la cancellazione provoca l’irrimediabile estinzione della società, anche se vi siano rapporti giuridici pendenti (sul punto, un celebre trittico di sentenze della Cassazione a Sezioni unite: 4060, 4061 e 4062 del 2010; replicato in altro, successivo, trittico: 6070, 6071 e 6072 del 2013).

Ci sarà rimedio a questo guaio (avrà pensato chi si è accorto della frittata)? In effetti, l’articolo 2191 del Codice civile consente – mediante decreto del giudice del Registro imprese – la cancellazione della cancellazione se «un’iscrizione è avvenuta senza che esistano le condizioni richieste dalla legge». In questo caso, tuttavia, non si trattava di cancellare un’iscrizione qualsiasi, poiché occorreva conciliare questa norma con l’intervenuta estinzione della società: ecco in aiuto, allora, la Cassazione (Sezioni unite, 8426 e 8427 del 2010) che spiega come la cancellazione della cancellazione di una società di capitali dal Registro imprese abbia efficacia meramente dichiarativa, sicché rende soltanto opponibile ai terzi la conseguente “riviviscenza” della società indebitamente cancellata, pur restando la stessa ormai estinta. Insomma, si apre uno spiraglio, anche se angusto.

Corsa a rotta di collo dal Giudice del registro imprese di Napoli e corsa contro il tempo. Detto fatto: il giudice provvede con decreto 7698-3394/2018 del 24 ottobre, che viene depositato il giorno successivo al Registro delle imprese (protocollo n. 47053). 

Prassi e diritto hanno trovato pace, ma la vicenda resta paradigmatica: prima un modulo e un click cancellano una società assolutamente viva, poi un altro caso di resurrezione nella Storia. E chissà se ci sarebbe stato lo stesso (rapido) esito se la fusione fosse stata tra un elettrauto e un carrozziere.

“La AstonBank fa crac e indagano solo me”

Caffe.ch 2.12.18 Lillo Alaimo

Il trader Roberto Rivera rilancia inquietanti interrogativi
Immagini articolo
Se fosse un libro… sarebbe un’enciclopedia. Se fosse un film… una serie televisiva di quelle estenuanti, senza mai la parola fine. Ma non si tratta di un intrigo. Le cose sono semplici ma si dipanano da dieci anni lentissimamente. Un’inchiesta penale che dalla fine dello scorso decennio non ha ancora concluso la fase istruttoria. Il Caffè la racconta da quasi un anno, dando voce al protagonista. Un trader, cioè un operatore finanziario che opera con il proprio denaro, considerato un genio, tanto da essere riuscito in questi anni a triplicare i circa 3 milioni che gli furono sequestrati a Lugano all’inizio della storia processuale. Triplicati sotto gli occhi della magistratura che gli ha permesso di poterli investire.
Roberto Rivera è il comasco al centro dell’”affaire”. Al centro suo malgrado, perché in questa infinita “serie televisiva” stando alle carte ufficiali non dovrebbe essere altro che un personaggio di secondo piano. Al centro della scena ci si aspetterebbe di vedere i vertici della banca da cui tutto iniziò e finì dieci anni fa. La AstonBank di Lugano, nata e fallita in poco tempo. Scomparsa in un buco, si disse allora dopo i primi calcoli, di 20 milioni di franchi.
Rivera ha fatto di tutto in questi dieci anni per chiedere la chiusura dell’inchiesta. E ora per chiedere la piena assoluzione da reati infamanti legati a quel crac. In estate la Corte dei reclami penali (Crp) ha riconosciuto, e non per la prima volta, l’estenuante e ingiustificata lunghezza dell’inchiesta. E ha addirittura ordinato il dissequestro di quei milioni maturati negli anni sulla base dei 3 milioni sequestrati inizialmente. Vale a dire oltre 5 milioni. Ma nulla si è mosso nel corso dell’autunno perché il curatore fallimentare della AstonBank ha ricorso. 
Esasperato Roberto Rivera ha scritto al procuratore generale ticinese, Andrea Pagani, e a quello federale, Michael Lauber. Chiede celerità. Chiede il loro intervento. Chiede di verificare l’operato del magistrato che ha in mano la sua indagine, Andrea Gianini. Ma si domanda soprattutto come sia possibile che le indagini si siano concentrate su di lui, anziché sui vertici della banca. 
“Ma come si fa a pensare che il maggior azionista, presidente del Consiglio di amministrazione, Alessandro Fabiani (ndr. un 57enne italiano a suo tempo residente in Ticino), oltretutto rappresentante legale della banca, possa essere una figura marginale e sapere poco o nulla dell’intera storia?”. Così ha scritto il trader Rivera ai due procuratori generali. Puntando un fascio di luce su Fabiani, un tempo difeso da John Noseda, procuratore generale in Ticino sino alla scorsa estate, e che poco dopo lo scoppio della vicenda scomparve dalla Svizzera. “Latitante per cinque anni – sottolinea oggi Rivera -. Scomparve una settimana prima che la magistratura ordinasse il suo arresto e quello di Camillo Costa, ex direttore generale di AstonBank”. 
Senza troppo circumnavigare il nocciolo della vicenda, Rivera lancia il sospetto che Fabiani sia stato un “privilegiato” nell’inchiesta penale. E lo sia stato per dieci anni. È infatti solo in questi ultimi mesi, forse dopo la sentenza della Crp di quest’estate, che le indagini della procura si sono rimesse in moto. 
“Prendo atto che il procuratore Gianini ora stia lavorando a spron battuto con interrogatori e altro. Ma… non poteva farlo prima? Perché interrogare per la prima volta solo in questi giorni gli organi apicali della banca? Fallisce una banca e non vengono interrogati i membri del consiglio di amministrazione? Forse anche perché uno di essi è figlio di un ex noto politico nazionale?”. 
Fatto è, ha rilevato Rivera nella sua lettera ai procuratori generali, “che all’improvviso, dopo due anni di inattività, il procuratore pubblico Andrea Gianini mi ha convocato per due interrogatori. Era l’autunno del 2016. Ho scoperto allora che egli non aveva mai ascoltato i principali indagati, nonché rei confessi di molti reati. Tra cui appunto Alessandro Fabiani. Su di lui pesano sospetti di malversazioni addirittura dopo l’apertura della liquidazione”.
Roberto Rivera si proclama estraneo a qualunque fatto contestato penalmente da dieci anni. “Mai nessuna prova è stata prodotta contro di me, nessun indizio è mai stato corroborato da prove e soprattutto la Crp mi ha dato ragione di ciò in ogni singolo ricorso da me presentato”.
La documentazione raccolta dal trader comasco sembra pesare come un macigno sulla procura e sulla liquidazione della AstonBank. Mentre lui lancia e rilancia alcuni interrogativi. “Per quale ragione ci si concentra su tutto fuorché sul danno effettivo cagionato alla banca e sulle responsabilità degli organi che davvero controllavano AstonBank? Per quale ragione Rivera era così importante per procura e liquidazione di Aston? E quali sono i veri, reali contatti e interessi fra Fabiani e chi sta curando la liquidazione?”.
Sono interrogativi pesanti. E Rivera li va rilanciando da tempo. Ha scritto a tutti tra Berna, Bellinzona, Como e Roma. Ha registrato alcuni colloqui in procura e fra un suo ex legale. Ha addirittura incontrato due volte il direttore del Dipartimento delle Istituzioni, Norman Gobbi. Gli ha consegnato tutto. Registrazioni comprese. Il procuratore che ha in mano il suo caso dal 2013, Andrea Gianini, tempo fa ha lasciato intendere di aver ricevuto pressioni anche politiche perché la vicenda fosse chiusa. Dieci anni di interrogatori e perizie sono indubbiamente molti e non si vede, ha scritto la Crp la scorsa estate, quali altre analisi possano ancora esser fatte dalla procura. “Ecco anche perché – dice oggi Rivera da dieci anni impossibilitato a svolgere la sua professione – vien da pensare che dietro tutto quel che mi è successo ci sia una grande montatura. E chissà, magari anche il tentativo di arrotondare la massa fallimentare cercando di ridurre quei milioni sequestratimi e maturati sotto gli occhi della magistratura in questi anni”.

l.a.

PIL E MANOVRA/ I piani del Governo smontati dai numerini dell’Istat

I dati diffusi ieri dall’Istat sul Pil e la disoccupazione non aiutano certo il Governo Lega-M5s, che faticano ora a tenere in piedi i loro piani

La gelata della crescita è arrivata ancor prima di quanto previsto dai più pessimisti. I dati Istat segnalano che il Prodotto interno lordo del terzo trimestre si è tinto di rosso (-0,1%) rispetto al dato precedente ed è aumentato solo dello 0,7% rispetto al terzo trimestre del 2017. La stima precedente della variazione congiunturale del Pil diffusa il 30 ottobre 2018 era risultata nulla, mentre quella tendenziale era pari a +0,8%.

Si tratta del primo calo dell’attività economica dopo un periodo di espansione protrattosi per 14 trimestri, ovvero da fine 2014. La flessione, che segue una fase di progressivo rallentamento della crescita, è dovuta essenzialmente alla contrazione della domanda interna, causata dal sovrapporsi di un lieve calo dei consumi e di un netto calo degli investimenti, mentre l’incremento delle esportazioni, pur contenuto, ha favorito la tenuta della componente estera. In termini geografici i dati segnalano che il calo si è concentrato nelle regioni del Nord, mentre il Centro e il Sud vantano un dato, seppur di poco, positivo. Si annulla così il recupero di reddito del Nord Italia rispetto al picco pre-crisi: dai numero del 2007, il Settentrione dista ancora 4 punti. Meglio del Sud, che accusa un divario di nove punti.

Ma è una consolazione ben magra: se perde colpi la locomotiva, il convoglio prima o poi si fermerà.   Soprattutto se a frenare sono gli investimenti in calo reale di 1,1% nel trimestre (contro il -0,1% dei consumi finali), un dato riconducibile in modo rilevante alla componente “mezzi di trasporto”. È possibile che il fenomeno si possa ricondurre in parte al ritardo dei nuovi test sulle emissioni dei veicoli, come è successo in Germania. Ma, a dar retta agli indici Pmi, è legittimo sospettare che per l’Italia i guasti siano più profondi sia per quel che riguarda la manifattura che per i servizi.

Torna a salire intanto anche il dato sulla disoccupazione. E cadono giustamente nell’oblio i moltiplicatori invocati dal ministro Tria per giustificare la prospettiva di un boom dell’economia prossimo venturo generato dall’aumento della fiducia e degli investimenti Ce n’è abbastanza per alimentare un nascente “partito del Pil” partecipato dai produttori. Anche perché i segnali lanciati dalla finanza attraverso l’aumento dello spread si stanno trasferendo rapidamente all’economia reale.

Frenano gli acquisti dall’estero sia sul debito pubblico che sul resto della carta italiana, acquistata, ma non sempre, a prezzi crescenti. Il tutto senza che, fino a questo momento, sia stata presa una sola misura espansiva in contrasto con le regole difese da Bruxelles. Insomma, la situazione si è fatta seria, come hanno notato anche i leader della maggioranza giallo-verde che, in occasione del vertice di Buenos Aires, hanno mandato avanti il povero ministro Tria, l’uomo delle missioni impossibili, e il premier Giuseppe Conte il quale ha tenuto a far sapere che “ha a cuore la questione dello spread”. Ma finora non si ha notizia di passi indietro sostanziali sulla qualità della manovra. Si dice disponibile a ridurre il deficit 2019 di una manciata di decimi di punto percentuale spostando un po’ in là nell’anno (ma non oltre le elezioni europee) l’entrata in vigore delle misure qualificanti ma costose della sua Legge di bilancio. E nel frattempo i “numerini” si stanno prendendo la rivincita, attraverso la frenata della crescita. E diventa sempre più arrischiata l’idea della maggioranza italiana di tirare maggio senza troppi danni in attesa delle elezioni europee.

Dopo le elezioni, cambierà la Commissione, ma il probabile aumento di consensi per i partiti euroscettici sarà insufficiente a cambiare musica in Europa. Per la disperazione di chi si augurava (e ancor oggi si augura) una svolta solidale e la condivisione di risorse all’interno della comunità. E non una nuova ondata di austerità imposta da ritardi ed errori.

Come sempre, anche i piani migliori possono andar male se eseguiti da interpreti improvvisati, anche se molto abili sul video o ad annusare le richieste dei sondaggi. La democrazia non consiste nell’assecondare i desideri di una maggioranza, per giunta raggiunta sulla base di continui compromessi, bensì nella sintesi tra le richieste e l’effettiva capacità di esaudirle.

LaPresse