Carige, l’azionista Volpi pronto a lasciare?

SN finanzareport.it 4.12.18

Intanto sono emersi nuovi dettagli sul bond subordinato emesso venerdì scorso: se l’assemblea dovesse bocciare l’aumento di capitale da 400 milioni di euro, la cedola salirebbe dal 13% al 16%

Gabriele Volpi potrebbe dare l’addio a Carige. L’ipotesi ha preso forza nelle ultime ore dopo che nella giornata di domenica la banca ligure ha comunicato l’uscita del presidente del Collegio sindacale Carlo Lazzarini e del sindaco supplente Stefano Chisoli, entrambi in quota all’imprenditore che detiene il 9,1% di Carige. 

Lazzarini e Chisoli, che hanno lasciato come di rito per motivi personali e impegni professionali che ne impediscono la prosecuzione dell’incarico, erano stati indicati da Volpi per statuto, in quanto principale azionista di minoranza (cioè dopo Malacalza al 27,5% e prima della Pop 12 di Raffaele Mincione che ha una quota del 5,4%). 

Fino all’assemblea del prossimo 22 dicembre la supplente Fiorenza Dalla Rizza subentrerà come sindaco effettivo. Non sono note però nuove indicazioni da parte di Volpi, alimentando le voci su un possibile disimpegno dell’imprenditore della Lonestar nonché presidente dello Spezia Calcio.

Da parte sua Mincione, come informa la stessa Carige, ha chiesto un’integrazione dell’odg dell’assemblea con l’elezione di un sindaco effettivo (presidente del Collegio) e di un sindaco supplente.  

Intanto sono emersi nuovi dettagli sul bond subordinato emesso venerdì scorso e sottoscritto per 320 milioni di euro dal Fondo interbancario (Fitd). Se l’assemblea di Carige dovesse bocciare l’aumento di capitale da 400 milioni di euro, la cedola del bond salirebbe dal 13% al 16%, costringendo l’istituto ligure a pagare 51,2 milioni di euro di interessi annui. 

Un costo importante, che impatterebbe significativamente sulle prospettive di redditività della banca, anche se si tratta solo di una clausola pensata per rafforzare le tutele del Fondo, mentre al momento pare escluso che l’assemblea possa bocciare l’aumento facendo saltare l’architettura dell’operazione.

In Borsa stamani le azioni Carige sono bene impostate. Alle ore 9,33 il titolo sale del 5,26% a 0,002 euro. 

LA RUSSIA NON “SCHERZA” PIÙ CON L’OCCIDENTE: SI PREPARA ALLA GUERRA

controinformazione.info 4.12,18

di Luciano Lago

L’impressione che si ricava dagli ultimi avvenimenti, in particolare dall’episodio accaduto nelle acque del Mar Nero fra le navi ucraine e quelle russe, è quella di un clima decisamente mutato nelle relazioni fra Russia e Occidente (USA-NATO-UE) e diventato di aperta ostilità e predisposizione al conflitto, costi quello che costi.

Questa impressione si deduce anche dai mutati atteggiamente dei massimi responsabili dei settori militari della Russia e, in particolare, dalle dure dichiarazioni del Ministro della Difesa, Sergej Shoigu, come da quelle del capo di Stato Maggiore Generale, Valery Gerasimov, che di fatto hanno oscurato lo stesso presidente Vladimir Putin che non è apparso sulla scena ed è rimasto in silenzio per circa tre giorni, dopo l’incidente nel Mar Nero.

Quando Putin è apparso ed ha fatto le sue dichiarazioni, gli osservatori hanno notato che, per la prima volta, Putin ha abbandonato i toni concilianti e di comprensione ed ha assunto una postura più dura e decisa: C’è stata un’“invasione”, ha detto Putin a una conferenza a Mosca, delle “acque territoriali russe”. Questa è stata ideata dal presidente ucraino Petro Poroshenko per aumentare le sue prospettive elettorali presidenziali per le elezioni interne e “per vendere sentimenti anti-russi” agli Stati Uniti e all’Unione Europea. Alla fine Putin ha concluso le sue dichiarazioni con una battuta sarcastica: “Se [gli ucraini] vogliono bambini per colazione, probabilmente li avranno”.

Il senso è quello di dire, qualunque cosa accada, per l’Occidente il colpevole è sempre la Russia, questo il caso dell’Ucraina, uno stato fallito in mano ad una junta neonazista che ha adottato lo stato di emergenza e che per la UE e gli USA ha sempre ragione. Il doppio standard di giudizio dell’Occidente si applica in questa crisi con il silenzio della UE e di Washington quando gli ucraini avevano sequestrato le navi da pesca russe nel mar di Azov, così come con l’assenso a tutte le provocazioni dell’Esercito ucraino fatte in violazione degli acccordi di Minsk. Non contano per l’Occidente le aperte incitazioni di autorità politiche ucraine a minare e far saltare il ponte realizzato in Crimea.

La Russia ha il diritto di difendersi e lo farà abbandonando la predisposizione alla diplomazia e al ricorso al diritto internazionale, sistemi che, con l’America di Trump, non contano nulla, vista la sua condotta volta a stracciare qualsiasi trattato già sottoscritto ed a calpestare ogni interesse altrui nel principio sbandierato del primatismo americano (“America the First”).

In Occidente prevale comunque l’isteria anti russa con la punta massima del Regno Unito che è arrivato ad affermare che la Russia è “una minaccia peggiore dell’ISIS“. Cosa si può rispondere ad affermazioni di questo tipo se non con la legge della forza.
Il dialogo con l’Ucraina e con l’Occidente ormai è chiuso. Avete voluto un clima di preguerra con gli schieramenti di truppe, di basi Nato e di missili sotto le frontiere russe, con la ulteriore provocazione di voler portare una flotta Nato nelle acque del mar di Azov, sembrano dire i responsabili russi. Bene adesso avrete quello che avete cercato fino ad oggi.

Aerei radar russi in Siria

Sembra ormai finito il tempo degli avvertimenti, dell’avviso di “gravi conseguenze”, delle “linee rosse” da non attraversare, la forza dei fatti si impone e la Russia ha fatto sapere con chiarezza che aprirà il fuoco su chiunque si avvicini al territorio russo con intenti ostili, che siano navi, aerei o truppe, della NATO o dell’Ucriana o di altri paesi.. C’è un importante corollario: la parte russa si riserva il diritto di decidere unilateralmente quale sia l’intento ostile. L’avviso è stato dato in forma inequivocabile dal Ministero della Difesa, dalla Guardia di Frontiera del Servizio Federale di Sicurezza (FSB); in breve, lo “Stavka”. Finito il tempo delle parole inizia quello del fuoco.

Gli osservatori notano che lo stesso Putin sembra sovrastato dalla volontà dei militari di rispondere colpo su colpo senza possibilità di manifestare l’abituale riluttanza ad agire, mascherandosi dietro intimazioni, diritto internazionale, trattative diplomatiche e negoziali.

Era già accaduto anche in Siria, quando l’aviazione israeliana aveva abbattuto l’aereo russo con 14 militari a bordo, vennero allora chiusi gli accordi di coesistenza con Israele e decisa la predisposizione di un sistema missilistico difesa antiaerea per blindare il cielo della Siria ed impedire i raid aerei delle forze israeliane. Probabile che anche allora, di fronte alla perdita di vite russe, siano stati i miltari a forzare le decisioni. Non si può trascurare l’avvertimento dato, in quella occasione, dal generale russo, Leonid Ivashov, il quale aveva invitato Mosca a colpire ed abbattere qualsiasi jet da combattimento israeliano

Missili russi su basi mobili

che violi lo spazio aereo siriano.
“Mosca dovrebbe espellere l’ambasciatore israeliano in Russia e abbattere gli aerei da combattimento israeliani in caso che questi entrino nello spazio aereo siriano”, aveva detto in quei giorni, Leonid Ivashov, il presidente dell’Accademia delle questioni geopolitiche della Russia.

Sembra chiaro che l’ala militare più dura, quella che ha fino ad oggi ha rimproverato a Putin una eccessiva accondiscendenza con l’Occidente e con Israele, abbia alla fine preso il sopravvento, forzando Putin a prendere decisoni drastiche di far entrare in azione le forze armate in risposta alle tante provocazioni subite dagli USA e da Israele. Si ricordano bene le provocazione con gli attacchi con il gas inscenati in Siria per giustificare una aggressione miltare contro le forze siriane, si rimprovera a Putin di non aver reagito in quella occasione e di aver lasciato troppo spazio alle forze della coalizione USA, le stesse che oggi ne approfittano per costituire basi illegali in Siria, da dove continuano ad armare e addestrare gruppi terroristi che inevitabilnmete rivolgeranno le armi contro le forze siriane e russe in Siria.
Un totale disprezzo degli interessi e della sicurezza della Russia.

Finalmente la Russia sembra aver capito la reale natura di Washington e del gruppo di potere dei neocon che dirige la politica USA e ne decide le azioni. Sembra ormai chiaro che questi vogliono lo scontro con la Russia e magari il suo lento logoramento in conflitti regionali. Soltanto la regola della forza può far capire alla dirigenza di Washington che le conseguenze della politica bellicistica possono andare oltre i loro obiettivi e diventare un boomerang per l’America. Il messaggio bisogna farlo arrivare ai responsabili del mastodontico apparato militare/industriale USA che necessita di nuove guerre per alimentarsi.

I colpi sparati dalle navi dalle navi del FSB russo contro le imbarcazioni ucraine hanno un significato anche simbolico e dimostrano che si è rotto l’incantesimo del dialogo e della diplomazia, l’orso russo è uscito dal letargo e torna a far sentire il suo ruggito.
L’Occidente non può più pensare di calpestare gli interessi della Russia e rimanere impunito. Fine dei giochi.

Governo M5S-Lega? Il peggiore, eccetto tutti gli altri

di Alessio Mannino – 4 dicembre 2018 lintellettualedissidente.it

Quello giallo-verde è un governo pieno di difetti, impreparato e inadeguato quanto si vuole, ma è l’unico che abbia quantomeno messo al centro il presupposto fondamentale di qualunque mutamento immaginabile: la sovranità. Per questo il patto Salvini-Di Maio è, e resta, migliore di qualsiasi altra ipotesi.

Churchill diceva che la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre. Aveva torto: è peggiore esattamente come tutte le altre. Questo governo di convenienza (ma poi neanche tanto, come vedremo), presieduto da un uomo comune come Conte e guidato dai due consoli Di Maio e Salvini, è il peggior governo che ci potesse capitare. Eccetto tutti gli altri.

In una logica di pura potenza politica, la vera forza dell’alleanza necessaria sta nella debolezza altrui: le opposizioni sono impotenti e semi-annichilite (l’esangue Pd si avvia ad un’ulteriore divisione interna con le primarie, in Forza Italia ogni giorno scappa un tot di elettori e qualche cacicco locale per rifugiarsi nella Lega), insignificanti o marginali (lo micro-galassia di atomi a sinistra, da Potere al Popolo a Rifondazione Comunista fino all’ultimo parto della carriera personale di quel demagogo di De Magistris, che gli spagnoli di Podemos hanno sventuratamente benedetto pestando una bel ricordino di cane), futuribili ed evanescenti (il “partito dei cattolici” prossimo venturo, vagheggiato da Repubblica e da un monsignore che non s’avvede di quanto ormai i cattolici, quanto meno in politica, siano minoranza in Italia, auspicando insomma di fondare una minoranza della minoranza destinata a percentuali da albumina). Per farla breve: non ci sono alternative alla coppia di fatto gialloverde. E questo lo sanno e lo riconoscono tutti.

Quel che i faziosi con gli occhi iniettati di pregiudizi fanno molta più fatica ad ammettere è che il limitato e limitante “contratto” che unisce il populismo leghista e il populismo grillino non è di necessità solo perché altre combinazioni non erano fattibili, ma anche nel senso che tale necessità è auspicabile, preferibile, augurabile perché un patto Salvini-Di Maio è e resta migliore di qualsiasi altra ipotesi. Ma proprio qualsiasi. Tutti ma tutti tutti gli altri partiti e partitini cosa sono? Sono correnti di un solo partito unico che non soltanto misconosce e calunnia, ma osteggia e combatte la condizione minima necessaria per provare a iniziare, sia pur fra confusione ed errori e a volte orrori, a liberare il popolo (“sovrano”, secondo la Carta costituzionale sempre troppo citata). Questa cosa è la riconquista della libertà d’azione, appunto, sovrana. Il sovranismo sta tutto qui, in una rivendicazione strumentale a riprendersi il diritto di una propria politica economica, finanziaria e sociale. Niente di più e niente di meno.

Confondere un’esigenza democratica – riavvicinare il demos alle decisioni, ridargli il potere di governarsi – con la riedizione di un otto-novecentesco nazionalismo, che presuppone invece l’affermazione di un primato nazionale potenzialmente aggressivo e imperialista, significa o essere stupidi, cioè incapaci di capire la realtà di uno Stato imprigionato in un debito consegnato ai mercati privati e soggetto ad una moneta di fatto straniera, per l’esattezza germanocentrica, non più libero quindi di autofinanziarsi, e perciò non più libero tout court; oppure essere complici, in ipocrita o cinica correità con quell’apparato tecnocratico e ideologico che ha a Bruxelles la sua capitale diplomatica e a Francoforte, sede della Bce, la sua effettiva cabina di comando.

Se ciascuno dei due vuole costruirsi un futuro al di là della prima scadenza elettorale di turno, insieme devono far durare la “strana coppia” quanto più possono.

In caso contrario, annacquandosi l’una in un centrodestra che puzza di vecchio e l’altro in un abbraccio con il Pd che sarebbe per l’elettorato ancora più incomprensibile e indigeribile della liaison con Salvini, la Lega rischierebbe di perdere l’enorme consenso egemonico che la fa oggi padrona della destra, mentre il M5S, dopo aver magari perso qualche pezzo di elettorato a sinistra sull’altare del “contratto”, ne perderebbe altro a destra se optasse disastrosamente per una copula contro-natura con il Pd (il genio De Magistris si è auto-escluso da ogni dialogo esordendo con attacchi ad alzo zero contro i 5 Stelle, e in particolare contro l’ala sinistra di Fico).

Ecco, sono le ali a destra del Carroccio e a sinistra dei grillini che potrebbero concretizzare il sogno degli anti-sovranisti di tutte le fogge e colori, a cominciare dal “partito del Pil” teorizzato dal Corriere della Sera – che poi altro non sono che i soliti salotti cattivi e politicamente lerci e le ultraconservatrici lobby di categoria. Sono i governatori di Lombardia e Veneto per Salvini, e Fico e le anime belle dissidenti per Di Maio. Il pericolo viene dall’interno, più che dall’esterno: l’associazione legale a delinquere nota come finanza speculativa, se avesse voluto scatenare l’uragano sullo spread, l’avrebbe già fatto. Ma pure lorsignori profittatori sanno quanto detto sopra: there is no alternative agli odiati sovranisti.

Per questo il compito che dovrebbe auto-imporsi come priorità assoluta il consolato a Palazzo Chigi non è tanto, o non è solo accumulare punti presso l’opinione pubblica firmando e imbastendo quante più leggi e provvedimenti possono di qui alle europee di primavera, ma togliere terreno, appigli e banalmente potere agli avversari. Sia quelli politici, il che è ovvio, sia quelli istituzionali (l’infida burocrazia ministeriale) ed economici (le aziende di Stato) senza escludere quelli mediatici (i grandi organi di stampa in mano a editori impuri di norma e di fatto). Il che, intendiamoci bene, sarebbe ancora insufficiente, dato che il “deep State” italiano, quel “sistema profondo” che regola la vita del Paese, è composto anche da servizi segreti, esercito, mafie e, assisi in cima alla piramide, i tre governi-ombra di cui siamo i rassegnati sudditi: Ue, Usa-Nato e mercati. La trimurti del vero Potere, la vera trojka con lo scettro in mano.

Rassegnati, oggi, forse un po’ meno, grazie a questo governo. Un governo pieno di difetti, di basso profilo, impreparato, leggero e inadeguato quanto si vuole, ma l’unico che abbia quantomeno messo al centro il presupposto fondamentale di qualunque mutamento immaginabile: la sovranità. Sulla ratifica del Global Compact, cioè sul tema nevralgico dell’immigrazione in una prospettiva mondiale, i due coinquilini non la vedono allo stesso modo? Non è un pezzo di carta Onu non vincolante, per quanto simbolicamente e politicamente significativo, a incidere nei rapporti di forza su cui far leva per incrinare l’ordine eurocratico, che rappresenta il nemico numero uno.

Il peggior governo, dunque, ma meglio di ogni altro possibile. Dunque necessario. Per cinque anni: il tempo di far un po’ di tabula rasa dei cretini e dei conniventi. Sempre che i diretti interessati e beneficiari abbiano mente e attributi per capirlo e metterlo in pratica. Altrimenti il tentativo abortirà, e rivedremo sfilare sul carro dei vincitori, assetati di vendetta, i destraioli liberal-liberisti e corporativi, i sinistrati eurofanatici e boriosi, i para-antagonisti e pseudo-comunisti strafatti di Toni Negri e altermondialismo, e magari si beccherà qualche voto pure il fascista fuori tempo massimo, contento del solo fatto di esistere. Tutti quanti, chi entusiasta e chi abbaiando di rabbia sterile, a reggere la coda di chi adora come sovrano il denaro unico dio.

Questo governo non deve cadere. O piomberemmo nella restaurazione più feroce. A cui non sappiamo se seguirebbe un’insurrezione in stile gilet gialli francesi. Non ci scommetteremmo granché: troppi imbecilli e troppi servi in circolazione. L’occasione non va sprecata. Non perché sia l’ideale: ma perché è la sola possibile per muoversi in direzione giusta.

Carlo Cracco vittima delle femministe 2.0: ecco cosa è successo

informarexresistere.fr 4.12.18 Ilaria Paoletti

carlo cracco

Roma, 4 dic – Nuovo colpo a segno per le femministe 2.0: “vittima” dell’isteria generalizzata, stavolta, lo chef Carlo Cracco.

Durante l’ultima puntata di Hell’s Kitchen lo chef veneto si è complimentato con un concorrente, Rudy: “Era buonissimo!” ha esclamato genuinamente, rivolto al giovane cuoco, dopo aver apprezzato un piatto da lui cucinato.

Il ragazzo, comprensibilmente, si è commosso. Lo chef, infatti, è celebre per essere solitamente piuttosto severo.

Il commento di Carlo Cracco

A tale “eccesso” di sensibilità, Cracco ha commentato in studio: “Cosa fai, ti metti a piangere? Ma sembri un barboncino. Oh, ma sei un maschio…”

Tale reazione non è, come prevedibile, stata apprezzata dalle femministe del web, molto più impegnate in queste ridicole battaglie “di civiltà” che su altri fronti molto più utili alla causa delle donne.

Immediatamente lo chef è stato accusato di maschilismo e di insensibilità: “Un uomo che piange non è meno un uomo di altri” è uno dei commenti che si legge sul web.

Quindi anche una frase colloquiale come quella pronunciata dal cuoco stellato sarebbe sintomo irrevocabile di una guerra tra sessi senza requie.

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Inutile dire che le critiche nei confronti dello chef/star sono eccessive. Come riporta il quotidiano La VeritàCracco ha solo inviato il concorrente Rudy a “un po’ di compostezza” e  “ha sostenuto un principio maschile: il senso del limite”.

Ma già sostenere che esistano principi “maschili” e principi “femminili” è l’inizio di una nuova guerra in questo scontro di “inciviltà”.

Fonte: IL PRIMATO NAZIONALE – Titolo originale: Nuovo “colpo” delle femministe 2.0: questa volta la vittima è Carlo Cracco

D.I.S. / ARIECCO LA SUPER SPIA MARCO MANCINI, DA ABU OMAR AI DOSSIER TELECOM

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Torna alla ribalta il nome di Marco Mancini, la super spia incappata in due grosse grane, una dozzina d’anni fa, come il rapimento dell’imam Abu Omar e i dossieraggi Pirelli-Telecom, vicende dalle quali è uscito giudiziariamente illeso e immacolato per via di un miracoloso “Segreto di Stato”.

E’ fresco di nomina, infatti, ai vertici amministrativi del DIS, ossia il Dipartimento di Informazioni per la Sicurezza, al cui vertice è stato appena nominato dal governo gialloverde – il 22 novembre scorso – Gennaro Vecchione, i cui predecessori sono dei pezzi da novanta della nostra nomenklatura: l’ex capo della PoliziaAlessandro Pansa e l’ambasciatore Giampiero Massolo, in predicato per la prima poltrona alla Farnesina nell’ultimo totoministri.

LE SPIATE DI RIGOPIANO 

Giampiero Massolo. Sopra, Marco Mancini

Dopo la importante nomina al top del Dis, Mancini adesso viene tirato in ballo nella vicenda di Rigopiano. Nel corso del processo, infatti, è stato appena interrogato il dirigente al ministero dello Sviluppo Economico Giovanni Savini, che nel corso del 2015 fu aggregato come dirigente alla Protezione civile. Entrò in rotta di collisione, Savini, con il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, il quale – secondo il racconto di Savini davanti ai giudici – si vantava dell’amicizia con un importante 007, Mancini. “D’Alfonso mi ha detto di conoscere bene Mancini – dichiara Savini – noto alla cronache per essere un vertice dei servizi segreti e che, tramite Mancini, era nella disponibilità delle mie intercettazioni”.

Così infatti spiega ai giudici Savini: “Proprio nei giorni terminali del mio incarico, ho ragione di ritenere che D’Alfonso ascoltasse le mie telefonate, perchè mi sono state da lui (D’Alfonso, ndr) riferite alcune affermazioni che posso aver fatto solo al telefono e solo con mia moglie”.

Una torbida storia, per la quale però Mancini non è indagato né inquisito. Almeno per ora.

Pesano invece come macigni, sotto il profilo deontologico, professionale, morale le due “assoluzioni” ottenute grazie all’apposizione del “Segreto di Stato”, un vero salvagente per pochi baciati dalla fortuna.

IL RAPIMENTO ABU OMAR

Cominciamo dal giallo del rapimento dell’imam Abu Omar.

Il 5 giugno 2006 Mancini viene arrestato per ordine della procura di Milano, pm Armando Spataro. Pochi mesi dopo, a febbraio 2007, arriva il rinvio a giudizio per una serie di uomini dei servizi segreti, tra cui spicca il numero uno, Nicolò Pollari. Il processo inizia a fine anno, ottobre 2010 e al termine la richiesta di Spataro è durissima: 10 anni per Mancini, pene da 10 a 13 anni per lo stesso Pollari e altri funzionari dei servizi, nonché per il capocentro della Cia a Milano e suoi collaboratori.

Armando Spataro

Ma ecco la sentenza ‘miracolosa’: “non luogo a procedere”per Pollari e Mancini per via del “Segreto di Stato” che di tanto in tanto interviene per salvare funzionari dei servizi coinvolti in sporche faccende.

Comincia l’incredibile balletto. L’appello conferma il primo grado, non luogo a procedere. Mentre la Cassazione, nel 2012, annulla la sentenza e rimanda il fascicolo allo stesso appello.

Che stavolta cambia opinione, appioppando 10 anni a Pollari e 9 a Mancini!

Ma eccoci alla beffa finale: perchè anche la Cassazione cambia parere e in via definitiva “annulla senza rinvio”, perchè “l‘azione penale non poteva essere perseguita per l’esistenza del Segreto di Stato”. Ai confini della realtà.

Praticamente identico il copione recitato per anni al tribunale di Perugia. Perquisendo la sede dei Servizi a Roma proprio per l’inchiesta Abu Omar, gli inquirenti trovano decine di faldoni zeppi di dossier riguardanti magistrati, giornalisti, alcuni politici, attivisti di associazioni e via di questo passo. Si tratta del lavoro svolto per molti mesi da Pollari e dal suo fido braccio destro, Pio Pompa, per spiare & dossierare decine e decine di persone e organizzazioni ritenute ostili al governo Berlusconi. Tra essi c’è anche la Voce. Comincia una vera odissea giudiziaria, perchè molte parti lese intentano causa e chiedono i danni per un’azione tanto smaccata in barba ad ogni ‘privacy’ e certo non solo.

E quale sarà mai l’esito dopo anni e anni? Tutti innocenti, gli uomini dei Servizi, Pollari e Pompa in prima linea, perchè a proteggerli c’è il “Segreto di Stato”. Pur se è del tutto evidente come la ‘difesa dello stato’ non c’entrasse un bel niente, trattandosi di un ‘privato’ dossieraggio, fatto su privati cittadini con fondi pubblici! Un Segreto di Stato rispettato e applicato da tutti i governi che si sono succeduti negli anni: da Berlusconi a Letta, da Monti a Renzi fino a Gentiloni: vedremo ora cosa farà il premier Giuseppe Conte.

SPIATE & DOSSIERAGGI MADE IN TELECOM

Ma passiamo al secondo scandalo che ha coinvolto l’inossidabile Mancini.

Dicembre 2006. Non è un felice Natale per Marco Mancini che viene arrestato per una seconda volta nel giro di pochi mesi, stavolta per una pesante vicenda di intercettazioni illegali ai danni di decine e decine di personaggi dell’industria, della politica, perfino dello sport (fra gli spiati Bobo Vieri e Luciano Moggi), e addirittura la stessa moglie Afef di Marco Tronchetti Provera, allora  patron di Telecom e Pirelli. L’accusa è da brividi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla rivelazione del segreto d’ufficio.

Giuliano Tavaroli

In pratica, all’interno di Telecom viene costituta una cellula di spioni & hacker, per controllare e dossierare i “nemici” di Tronchetti Provera  (prima si parlava di Berlusconi). La compongono, oltre a Mancini, anche l’allora capo della Security di Telecom, Giuliano Tavaroli, e l’investigatore privato Emanuele Cipriani. Una bella band che in pochi mesi raccoglie una montagna di dossier: “una raccolta sistematica di informazioni riservatissime in grado di assicurare fiducia nel gruppo Pirelli-Telecom e quindi stabilità al consorzio delittuoso che fondava sui cospicui fondi aziendali per la security il perno della sua poliedrica e multiforme attività illecita”.

Parole dure come pietre, quelle dei magistrati milanesi.

VIVA IL SEGRETO DI STATO

Al processo, mentre la gran parte degli imputati chiedono il patteggiamento (ad esempio Tavaroli viene condannato a 4 anni e mezzo e 60 mila euro di multa), il solo Mancini invoca il già sperimentato “Segreto di Stato”: Segreto di Stato, stavolta, sui rapporti Sismi-Telecom. Incredibile ma vero: una faccenda di spiate del tutto arci private va a finire nel calderone del “Segreto di Stato”, che val la pena di rammentarlo può essere invocato solo per gravissimi motivi inerenti la sicurezza della nostra nazione.

E stavolta cosa cavolo c’entra, come del resto anche nella vicenda Pollari-dossier?.

Un lasciapassare molto utile sia in primo grado, che in appello e quindi in Cassazione, per Mancini.

Lunghissima, e conclusasi solo poche settimane fa, l’altalena per Tronchetti Provera, che almeno ha avuto il fegato di non ricorrere alla facile prescrizione. Un vero via vai di sentenze: alla fine mister Pirelli ha vinto con un rocambolesco 3 a 2, tre assoluzioni e due condanne. La motivazione? “Poteva non sapere”. Cioè il capo ordina per sé e la sua azienda spiate e dossieraggi ai suoi dipendenti (tali erano Tavaroli, Mancini e Cipriani) “a sua insaputa”. Anche qui, ai confini della realtà.

Al termine delle storie, sorgono spontanei alcuni interrogativi.

Ma che senso ha questo “Segreto di Stato” utilizzato in maniera tanto sconsiderata e accettato fino ad oggi supinamente dalla magistratura e avallato da tutti i governi senza alcuna distinzione di colore politico? Non sarebbe il caso di apportare qualche radicale cambiamento?

Ancora. Non sarebbe il caso che il DIS – come promise e non mantenne Massolo voluto da Renzi su quella poltrona – aprisse i suoi cassetti circa i tanti misteri d’Italia e desecretasse sul serio tante carte ancora avvolte nel mistero?

E poi. Possibile che un personaggio come Mancini, coinvolto in simili vicende, uno 007 che più border line non si può, venga nominato al vertice amministrativo dello strategico Dipartimento Informazioni per la Sicurezza? Come affidare a Dracula la banca del sangue, si diceva una volta.

Staremo a vedere se il governo del “nuovo” batte un colpo.

Salini: P.Salini, ancora no risposta su interesse attività Astaldi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“No, avremmo dovuto comunicarlo”. 

Replica così l’a.d. di Salini Impregilo, Pietro Salini, a margine dell’inaugurazione di una mostra fotografica sugli Auditorium di Roma e Atene, a chi gli chiede se c’è stato un feedback, da parte di Astaldi e dei commissari nominati dal Tribunale, sulla manifestazione di interesse preliminare e non vincolante per l’attivitá costruzioni della societá. Secondo fonti di Salini Impregilo la risposta dovrebbe arrivare tra una settimana. 

gug/rov 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 04, 2018 12:32 ET (17:32 GMT)

La Francia è profondamente spaccata. I Gilet Gialli sono solo un sintomo

comedonchisciotte.org 4.12.18

TOPSHOT – A demonstrator holds a French flag as he walks amid the tear gas during a protest of Yellow vests (Gilets jaunes) against rising oil prices and living costs, on December 1, 2018 in Paris. Anti-government protesters torched dozens of cars and set fire to storefronts during daylong clashes with riot police across central Paris on December 1, as thousands took part in fresh “yellow vest” protests against high fuel taxes. / AFP / –

DI CHRISTOPHE GUILLUY

theguardian.com

Dagli anni ’80 in poi è risultato chiaro che c’era un prezzo che le società occidentali avrebbero dovuto pagare per adattarsi a un nuovo modello economico e che tale prezzo consisteva nel sacrificio della classe lavoratrice. Nessuno ha pensato che la ricaduta avrebbe colpito anche il grosso della classe medio-bassa. Ora è ovvio, comunque, che il nuovo modello non ha indebolito solo le fasce proletarie ma la società nel suo insieme.

Il paradosso è che questo non è il risultato del fallimento del modello economico globalizzato ma del suo successo. Nelle ultime decadi l’economia francese, come quella dell’Europa e degli Stati Uniti, ha continuato a creare ricchezza. Così siamo mediamente più ricchi. Il problema è che contemporaneamente sono aumentate anche la disoccupazione, l’insicurezza e la povertà. La questione centrale, dunque, non è se un’economia globalizzata sia efficiente ma cosa fare quando questo modello non riesce a creare e sviluppare una società coerente.

In Francia, come in tutti i paesi occidentali, si è passati nel giro di poche decadi da un sistema che economicamente, politicamente e culturalmente integrava la maggioranza a una società disomogenea che, pur creando sempre più ricchezza, avvantaggia solo quelli che sono già ricchi.

Il cambiamento non è dovuto a una cospirazione, a una scelta deliberata di far fuori i poveri, ma a un modello in cui l’occupazione è sempre più polarizzata. Questo si verifica insieme a una nuova geografia: l’occupazione e la ricchezza sono sempre più concentrate nelle grandi città. Le regioni deindustrializzate, le aree rurali, le città di medie e piccole dimensioni sono sempre meno dinamiche. Ma è in questi luoghi – nella Francia periferica(come pure in un’America periferica e in un’Inghilterra periferica) – che vive la maggior parte della classe lavoratrice. Così, per la prima volta, i “lavoratori” non vivono più nelle aree dove si crea l’occupazione, generando uno shock sia sociale che culturale.

I “lavoratori” non vivono più nelle aree dove si crea l’occupazione, generando uno shock sia sociale che culturale.

E’ in questa Francia periferica che è nato il movimento dei gilets jaunes. Come è in queste regioni periferiche che è nato il movimento populista occidentale. L’America periferica ha portato Trump alla casa Bianca. L’Italia periferica – il mezzogiorno, le aree rurali e le piccole città industriali del nord – hanno generato l’ondata populista. Questa protesta è condotta dalle classi che nei tempi passati erano il punto di riferimento fondamentale del mondo politico e intellettuale che le ha dimenticate.

Così se l’aumento del costo del carburante è stata l’occasione per la nascita del movimento dei giubbotti gialli, non ne è stata la causa determinante. La rabbia ha radici più profonde, è il risultato di una recessione economica e culturale che ha avuto inizio negli anni ’80. Nello stesso tempo logiche economiche e territoriali hanno fatto sì che il mondo delle élites si chiudesse in se stesso. Questo isolamento non è solo geografico ma anche intellettuale. Le metropoli globalizzate sono le nuove cittadelle del 21° secolo – ricche e disuguali, dove anche per la vecchia classe media non c’è più posto. Invece, le grandi città globali funzionano su una doppia dinamica: invecchiamento e immigrazione. E’ questo il paradosso: la società aperta si risolve in un mondo sempre più chiuso alla maggioranza dei lavoratori.

Il divario economico tra la Francia periferica e le metropoli corrisponde alla separazione fra una élite e il suo entroterra popolare. Le élites occidentali hanno gradualmente dimenticato un popolo che non vedono più. L’impatto dei gilets jaunes, e il supporto che trovano nell’opinione pubblica (otto su dieci francesi approvano le loro iniziative), hanno sorpreso i politici, i sindacati e gli intellettuali, come se avessero scoperto una nuova tribù amazzonica.

I ‘gilets jaunes’ francesi abbandonano un Macron decisamente incolore

La funzione del giubbotto giallo, si rammenti, è quella di rendere visibile sulla strada chi lo indossa. E qualunque sia l’esito del conflitto, i gilets jaunes lo hanno vinto sul piano di quello che veramente conta: la guerra della rappresentanza culturale. Gli individui appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe medio-bassa sono di nuovo visibili e, accanto a loro, i luoghi in cui vivono.

Il loro bisogno è in primo luogo quello di essere rispettati, di non essere più considerati “deplorable”. Michel Sandel è nel giusto quando sottolinea l’incapacità delle élites di prendere in seria considerazione le aspirazioni dei più poveri. Queste aspirazioni in fondo sono semplici: salvaguardia del loro capitale culturale e sociale e salvaguardia del loro lavoro. Perché questo abbia successo bisogna porre fine alla “secessione” delle élites e adattare l’offerta politica della destra e della sinistra alle loro richieste. Questa rivoluzione culturale è un imperativo democratico e sociale – nessun sistema può sopravvivere se non integra la maggioranza dei suoi cittadini più poveri.

Christophe Guilluy è l’autore di Twilight of the Elites: Prosperity, Periphery and the Future of France

Fonte: http://www.theguardian.com

LInk: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/02/france-is-deeply-fractured-gilets-jeunes-just-a-symptom

2.12.2018

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di  Maria Grazia Cappugi

LIGRESTI / LA MISTERIOSA EREDITA’ AFFIDATA A UN CURATORE

 di: PAOLO SPIGA

Ma che fine avrà mai fatto il tesoro di casa Ligresti, il bottino soprattutto immobiliare nascosto in Svizzera dietro mille paraventi societari? Fino a ieri era un autentico mistero. Ma oggi c’è almeno una traccia.

Il Tribunale di Milano, infatti, ha “dichiarato giacente l’eredità del signor Salvatore Ligresti, deceduto a Segrate il 15 maggio 2018”, a 86 anni. L’annuncio è appena comparso sulla Gazzetta Ufficiale. La stessa fresca “eredità giacente” è stata subito affidata ad un curatore giudiziario, perchè nessuno degli eredi, fino ad oggi, l’ha “accettata”. Per timore di scoprire che oltre ad un grosso bottino c’è una ancor più grossa marea di debiti? O forse è meglio aspettare che si calmino le acque ancora tempestose intorno alla dinasty? Un mistero nel mistero.

Ma vediamo qualche dettaglio. Il presidente della quarte sezione del tribunale di Milano, Stefano Rosa, ha nominato l’avvocato Valentina Roberto in qualità di curatore, che avrà il pesante compito di “salvaguardare gli interessi dell’eredità, amministrarla, occupandosi di fare l’inventario, rispondere ad eventuali istanze proposte contro di essa e alla fine devolverla allo Stato se non viene accettata”.

Carlo Cimbri. Sopra, il tribunale di Milano

L’inventario è cominciato, e gli interessati avranno tempo 30 giorni, vale a dire fino al 22 dicembre per presentare al curatore i propri crediti. Un possibile cadeau di Natale, quindi.

Ma il punto interrogativo più grosso resta quello della holding svizzera, la cassaforte di casa Ligresti, ben protetta da una fiduciaria: uno scrigno, dunque, molto difficile da aprire. Più in particolare, la fiduciaria si chiama Defendant– già il nome è tutto un programma – e a sua volta fa capo ad un’altra sigla elvetica, la Atlantide Consulting con sede a Lugano, amministrata da tale Mark Di Raimondo.

In questo arcipelago fa capolino anche la società Pegasus, alla quale fino a quattro anni fa erano intestati ben 32 immobili nel quartiere milanese di San Siro, per un valore di almeno 15 milioni di euro. Tra quegli immobili vi sono anche le lussuose maison di famiglia. L’amministratore di questo ben di Dio, stavolta, si chiama Stefano Conticello, da sempre l’uomo di fiducia di don Salvatore Ligresti.

Primattore nel settore immobiliare ma soprattutto assicurativo, Ligresti. Che ha venduto uno dei gioielli di polizze & premi, la Fondiaria-Sai, al gruppo Unipol capeggiato da Carlo Cimbri.

Una vendita subito chiacchierata e finita ben presto sotto i riflettori della magistratura, sia milanese che torinese, con pesanti ipotesi accusatorie. Sarebbero state effettuate strane operazioni per alterare la quotazione del titolo in borsa, come documenta un ponderosa perizia (durata ben due anni) ordinata dal pm di Torino Marco Gianoglio. Che ha già dichiarato la “chiusura indagini” e prima di Natale dovrebbe chiedere al gip il rinvio a giudizio per Cimbri.

L’Europa ha ragione: non è finita la pacchia

comedonChisciotte.org 4.12.18

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

Una sera, discorrevo con un sindaco: un bravo sindaco, uno che fa pagare l’acqua (pubblica, del Comune) ai suoi abitanti una ventina di euro l’anno, che fa pagare poco la spazzatura…insomma, un bravo sindaco. Della Lega.

Ciò che mi disse, mi meravigliò. Parlando di bilanci, mi confessò che lo Stato aveva tagliato non ricordo più quante decine di migliaia di euro per il suo Comune (come per gli altri) e di come fosse arduo mantenere le promesse fatte agli elettori. Poi, sbottò in una frase che mi colpì: “Però, se non si ruba, ci sono i soldi per fare tutto”.

Già…si ruba…però ci sono leggi precise, ci sono la Magistratura, i Carabinieri, La Finanza, la Polizia…come si fa a rubare? Molto semplice.

In Italia ci sono (Aprile 2017) 7982 Comuni: ogni comune un consiglio comunale, ogni consiglio comunale un assessore al Lavori Pubblici. L’assessore ai Lavori Pubblici è molto spesso un Geometra, un Ingegnere o un Architetto ed è quasi sempre supportato da uno o più Geometri comunali.

C’è da asfaltare una strada. Che si fa?

Non si può certo “razziare” una parte del denaro stanziato – roba d’altri tempi – oppure farsi beccare con la classica “bustarella”. No, ci vuole finezza, “ci vuole orecchio” – come narrava Gaber – per non farsi beccare.

Il nostro bravo assessore, che chiameremo Caio, apre uno studio, nel quale la gente sa che sarà più facile ottenere l’approvazione di un progetto…ma queste sono cose di poco conto…pubblicità elettorale. Di cosa si occupa lo studio?

Accatastamenti, restauri, costruzioni…gli architetti aprono gli studi, i politici le fondazioni: stessa roba.

Il nostro assessore può benissimo fare un po’ di compravendita d’immobili in proprio: e chi glielo può proibire?

Caio ha appena acquistato un rudere od un vecchio fabbricato, sapendo che in quella zona ci saranno possibili acquirenti. Lo compra per quattro soldi, ad esempio 30.000 euro ma…dopo…quanto costerà rimetterlo a posto? Mettiamo 20.000 euro. Spenderà in totale 50.000 euro: dovrà venderlo almeno ad 80.000 se vorrà guadagnarci qualcosa, tenendo conto delle spese accessorie, burocrazia…eccetera.

Il signor Tizio, ad esempio, ha un’impresa in grado di restaurare l’immobile, mettere a norma gli impianti, insomma, quello che serve. Ed è anche in grado d’asfaltare una strada. Bene, anzi, benissimo.

C’è un appalto comunale di – poniamo – 50.000 euro per asfaltare la strada: sono previsti tot ore di lavoro per eseguire l’opera, tot di materiali…ma, in realtà, non c’è nessun controllo su tempi e costi. E nemmeno sulla durata nel tempo dell’opera. L’appalto, come si fa di norma, è al ribasso: chi fa l’offerta minore, a parità di servizio, vince.

Tizio, ovviamente, ci tiene a quell’appalto e allora…cerca di sapere quali sono le offerte della concorrenza…ma…come si fa?

S’interpella Caio, il quale potrebbe conoscere anzitempo le offerte – giacché giungono sulla sua scrivania – e potrebbe dunque spifferare qualcosa. Immaginiamo il colloquio?

L’assessore fa presente quei ventimila euro che deve spendere per la ristrutturazione…eh, un bel problema…e Tizio, ovviamente, si propone d’eseguire il lavoro…in economia, certo…però una fattura ci vuole, mica si può fare tutto in nero! La concorrenza non sta a guardare! Ed è pronta a denunciare.

Giungono ad un accordo: lavori per 20.000 euro e fattura, reale, di 4.000. L’appalto, sarà dato a Tizio per 49.000 euro.

L’assessore è contento, perché il costo totale del suo immobile non supererà i 35.000 euro…quindi: o più guadagno, oppure una vendita più veloce (la scelta più gettonata) per far rientrare i soldi in circolo e metterli su un altro affare. Una scuola, un ponte, un’altra casa…non importa: il sistema è questo.

Anche Tizio è contento, perché ha vinto l’appalto e, armandosi di pazienza, è certo, prima o poi, d’incassare 49.000 euro. Il lavoro?

Beh, per la casa non sarà difficile: qualche ora in più in “nero” da parte di gente fidata e competente e, soprattutto, qualche albanese, moldavo, senegalese…o quant’altro che lavori in fretta e per poco. In nero? Una buon parte sì.

Ma non basta.

Sapendo d’averla fatta sporca entrambi, i due sono legati da un patto segreto – a volte addirittura “di sangue”, perché potrebbe esserci di mezzo una lupara – e dunque, beh…l’assessore non farà fare controlli…magari darà al Geometra del Comune del lavoro per il suo studio – in nero, ovviamente – cosicché non dovrà affaticarsi a controllare.

Adesso, però, Tizio dovrà ridurre le spese all’osso: meno centimetri d’asfalto da grattare e poi da ri-asfaltare, minor qualità dell’asfalto…insomma, un lavoro più “veloce”, una “passata” e via. Tutto funziona così: dagli appalti per i lavori stradali allo sgombero della neve. Ogni appalto ha la sua “cresta”.

Chiedetevi, adesso, come mai è comparso l’adesivo che ho letto sul retro di un’automobile: “Non sono ubriaco, sto cercando di scansare le buche”. E perché, anni or sono, le strade duravano il doppio.

Chiedetevi anche perché il consumo di cemento pro-capite, in Italia, era di 801 kgnegli anni ’80: il doppio del consumo europeo (1). Quattro volte la superficie vergine ricoperta ogni anno rispetto alla Germania. Ecco cosa scrissi anni fa ne “La guerra di Cementland”:

Nel 1998, in Germania, ad esempio, una nota rivoluzionaria proveniente dalla ex DDR – tale Angela Merkel, all’epoca Ministro per l’Ambiente, oggi Cancelliere – fissava per decreto la massima cifra di 30 ettari/giorno da concedere a Cementland, contro i 120 di prima. In Gran Bretagna, Cementland fu fermata nel 1946 con il New Towns Act, che sostanzialmente ricalcava lo stesso principio: la comunità definita “Stato” decide il massimo (in superficie) che può essere concesso all’invasore depotenziandone, così, le mire.” (2)

L’hanno fatto in Germania ed in Gran Bretagna: noi, invece, abbiamo aree industriali abbandonate per anni mentre, accanto, un bel prato o campo sarà cementato per costruire capannoni.

Adesso, moltiplicate il tutto per 7982 Comuni, 100 ex Province, 20 Regioni ed un Governo: quanto fa? Non lo sappiamo.

Ci sono cifre vaghe, che raccontano di una forbice che parte da 10 ed arriva a 60 miliardi l’anno (3): anche perché la corruzione sull’edilizia presa in esame è appariscente: ponti che crollano, strade che cedono appena dopo l’inaugurazione, scuole che dopo tre anni sono da buttare. Il Sole24 Ore definisce la cifra di 60 miliardi “una bufala” poiché proviene da una rilevazione media internazionale che, sulla base del PIL italiano, ricava questa cifra: non vorrete mica dire che l’Italia sia corrotta come le repubbliche delle banane! Cosa non si fa per accontentare i propri lettori…

Solo per avere un raffronto, il sistema scolastico costa sui 70 miliardi l’anno, quello sanitario sui 100. Tutta la lite per il RDC verte su una decina di miliardi.

Meno appariscenti sono le corruzioni in campo medico – convegni (leggi: vacanze) pagati dalle case farmaceutiche in cambio di prescrizioni a valanga sul solito antibiotico – oppure, gli stessi farmaci che costano pochi centesimi a Cuba (documentato da Michael Moore nel film “Sicko”) mentre da noi costano decine e decine di euro o dollari: perché? Poiché i prezzi dei prodotti chimici per sintetizzarli vanno a tonnellate, non a milligrammi! E finisce (con poche eccezioni) che i principali preparati farmaceutici, nel mercato all’ingrosso, non costano quasi niente. Tutta scatoletta, blister, colori e…pubblicità! Legale od occulta. La ricerca? L’acetilsalicilico (Aspirina) ha più di un secolo!

Sui prodotti petroliferi e chimici, poi, è un tripudio: il gasolio per uso agricolo (agevolato) che nelle cisterne torna ad essere gasolio per autotrazione (cambia il colore, ed il prezzo), oppure l’alcool denaturato per le pulizie che non viene denaturato (con l’aggiunta di colorante), e diventa spirito per liquori (gravato da 10 euro il litro d’imposta, che viene così elusa)…ci sono mille contraffazioni che sfuggono, mascherate con mille trucchi, chimici e contabili. Anni fa, alcune note raffinerie, in Sardegna, incameravano il famoso contributo “CIP6”, che pagavamo sulla bolletta dell’ENEL per le energie rinnovabili, perché “riciclavano” le frazioni più pesanti del greggio: operavano una semplice operazione di cracking, del tutto normale nelle raffinerie petrolifere, e lo facevano passare per un “recupero ecologico”. Dopo quella vicenda, l’ENEL “rinominò” il “CIP6” in qualche altro modo. Confondere, per offendere.

Siamo un popolo di corrotti, ma non per lombrosiana memoria: semplicemente perché le leggi lo consentono e/o nessuno riesce a controllare. Fuori d’Italia le cose cambiano: in Danimarca, se non rispetti le norme ed i tempi sulle grandi opere, giungono a ritirare il passaporto ai dirigenti.

Basterebbe inserire nei codici degli appalti (e nel codice penale) ben poche righe di testo, e la corruzione diminuirebbe, e di molto: avete visto che fine ha fatto la legge sulla prescrizione? Sarà discussa insieme alla riforma del codice di procedura penale il prossimo anno…campa cavallo, che l’erba cresce. Non bastava annullare le famose leggi che Berlusconi fece approvare per se stesso?

Chiediamoci perché succede così, perché questo governo s’avvia al suo fallimento: perché quel terzo dei votanti italiani che votò i 5 Stelle, oggi storce il naso.

Hanno accolto con favore la fermezza sul fronte dell’immigrazione, per niente le buffonate di Salvini sul fatto che “finiva la pacchia”. Per chi? Per chi speculava sui barconi senz’altro, per quelli dei barconi…beh…almeno un po’ di comprensione…e poi si dicono cristiani…

Ma, di tutte le grandi promesse dei 5 Stelle, non ne è passata una: il RDC staremo a vedere cosa sarà e, soprattutto, se e quando arriverà. Intanto, Berlusconi e Renzi (più migliaia d’altri personaggi) si fregano le mani per la prescrizione “sfangata”, tranquilli: “non è finita la pacchia”.

Lo scorso anno, abbiamo pagato 64 miliardi d’interessi sul debito pubblico: sono stati scritti centinaia, migliaia di articoli per spiegare, capire, comprendere cos’è quel debito, se sia giusto o sbagliato pagarlo. Lo scorso anno, come tutti gli anni, abbiamo pagato 60 miliardi anche per il “debito” verso i nostri amministratori corrotti ed i loro sodali, ma niente è stato fatto. Niente di concreto, niente che non consenta loro di temere la legge, niente che faccia loro capire quel vecchio monito latino: “dura lex, sed lex”.

Centinaia di ore passate su Facebook a rassicurare, blandire, inseguire chi scappa o vorrebbe scappare, ancora una volta, dall’ultimo partito nel quale ha creduto: il decreto anti-corruzione, per quella gente è acqua fresca. Conoscono solo una legge: quella di chi ti viene a prendere, una mattina, e t’infila le manette ai polsi.

Se non riusciremo a mettere fine a questo andazzo, a nulla serviranno le alchimie finanziarie e monetarie: giusto chiedere una moneta sovrana, ma – se dovrai pagare il pizzo per ogni metro cubo di asfalto, cemento od altro – la tua moneta sovrana evaporerà, come neve al sole.

Ci voleva poco a capirlo: Salvini poteva permettersi di rompere non con Berlusconi, ma con le decine di migliaia d’amministratori corrotti, con le migliaia di Tizio e Caio che fanno parte del suo elettorato? Cosa potrebbe rispondere a Cota e Molinari, a Bossi e Belsito, se passasse la legge sulla prescrizione?

Quel signor Sindaco, che mi raccontò questa (ed altre) storie, fu anche candidato alle elezioni regionali ed eletto: arrivò, però, una telefonata da Milano, da via Bellerio. “Sai…sarebbe meglio che tu rinunciassi, avevamo un accordo con…”. E lui, obbediente, rinunciò. Ma restò al suo posto, nella Lega e in Comune.

Avete capito com’è la faccenda? Se non l’avete capito, tornate a rileggere le mille alchimie su come fare, rifare, rifondare, riavere, la famosa “Nuova Moneta” che vi renderà liberi dal debito pubblico, liberi dalla schiavitù europea, liberi dalle basi americane, liberi dall’orso russo, liberi dal lavoro di m…Liberi tutti!

Come a nascondino.

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.com

Link: http://carlobertani.blogspot.com/2018/12/leuropa-ha-ragione-non-e-finita-la.html

3.12.2018

NOTE

1) Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l’Italia e poi venne giù tutto, Milano, Feltrinelli, 1993.

(2) https://comedonchisciotte.org/la-guerra-di-cementland/

(3) https://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/02/corruzione-italia-brucia–miliardi.shtml

Banche: Sileoni (Fabi), saremo sempre contrari a salario a due velocità

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Saremo sempre contrari al salario a due velocità”. 

Lo ha detto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, durante il “faccia a faccia” con Salvatore Poloni, presidente del Casl Abi, durante la seconda giornata di lavori del 124° Consiglio nazionale della Fabi. 

Al Crowne Plaza Linate di San Donato Milanese, la Fabi, il sindacato più rappresentativo dei bancari, si sta confrontando su difesa dell’area contrattuale, recupero salariale e rilancio dell’occupazione in vista del rinnovo del contratto nazionale di lavoro che scade a fine dicembre. 

Anche le pressioni commerciali al centro dei dibattiti: “Molte banche disattendono l’accordo che abbiamo firmato in Abi a febbraio 2017 ha sottolineato Sileoni aggiungendo che “il 12 dicembre è previsto un incontro in Abi, mi auguro che ci venga data una risposta chiara: deve cessare la pressione sui dipendenti per vendere prodotti finanziari rischiosi”. 

Nel corso dei lavori si è discusso anche di giovani. “Il fondo per la nuova occupazione ci ha permesso di assumere a tempo indeterminato 20 mila giovani. Ma, come abbiamo già dichiarato, ora è il momento di recuperare il gap salariale d’ingresso. Nuove assunzioni stabili ci sono, ma non si può lasciare indietro chi rappresenterà il futuro. Le banche sono tornate a fare utili, i lavoratori hanno già pagato, ora è tempo di recuperare la redditività”, ha concluso Sileoni. 

com/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 04, 2018 08:51 ET (13:51 GMT)

Ristoro a vittime BPVi, Veneto Banca & c., Paragone (M5S) in video, Fraccaro all’Ansa e Villarosa al lavoro: happy end al senato?

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 3.12.18

A volte bisogna saper ascoltare quello che non viene detto. E per le vittime di Banca Popolare di Vicenza, di Veneto Banca, delle quattro banche risolte e, forse, delle altre quattro piccole popolari o crediti cooperativi messi in Lca insieme alle venete quanto non detto dal senatore pentastellato Gianluigi Paragone in un video da lui postato su Fb e qui da noi riproposto significa che bisognerà aspettare il passaggio in Senato per le modalità di erogazione del miliardo e mezzo, forse anche due e mezzo, che i 5 Stelle in primis hanno promesso alle vittime di quelle banche (sarà un fatto storico, quando si realizzerà, che vengano ristorati risparmiatori azionisti e per giunta di banche…). 

Quello che non dice Paragone (che poi sono le questioni aperte, cioè quale sarà il valore unitario del ristoro per azione, quale sarà, se ci sarà, il tetto, per lo meno iniziale, dell’importo del, forse, acconto del 30% sul dovuto e fissato da una qualche decisione) è chiaro da quello che dice Paragone: “Nessuno scudo per Consob e Bankitalia e nessun passaggio dall’arbitro Consob per vedersi riconoscere i risarcimenti. Sul tema dei risparmiatori truffati noi le promesse le manteniamo, grazie al lavoro del nostro vicepremier Luigi Di Maio e del nostro sottosegretario all’economia Alessio Villarosa“. 

Se Pierantonio Zanettin dovrà trasformare in odg il suo emendamento per azzerare il patto quota lite, anche da noi auspicato per ridurre i costi legali, bene, però, per le conferme date alle speranze dei risparmiatori ma le speranze devono aspettare la conferma dell’ufficialità fino a quando l’articolo 38 del capo III dellalegge di bilancio, consistente evoluzione dell’impalcatura della legge 205 approvata il 27 dicembre del 2017, non arriverà al Senato dopo che, salvo l’importante cancellazione dell’impossibilità di far causaalla Camera arriverà così come era stato preannunciato.

E per averne conferma questa volta basta leggere quello che ha scritto l’Ansa: se il ministro dei rapporti col parlamento Riccardo Fraccaro (M5S) conferma che nella legge di bilancio è stato inserito un emendamento che consentirà ai cittadini truffati di fare causa agli istituti di credito anche se otterranno il risarcimento sarà in Senato che il M5S manterrà a  pieno le sue promesse presentando “le altre norme per una riforma organica della questione, dando risposta alle istanze dei cittadini vittime delle banche e delle commistioni malsane con la politica“. 

Perché allora i due esponenti di governo hanno esternato oggi quello che appare un rinvio?

Semplice, secondo noi, perché se Alessio Villarosa sta lavorando da tempo per le vittime di BPVi, Veneto Banca & c., beccandosi anche le frecciate, questa volta, fuori mira delle Iene, ma Matteo Salvini si era presa la ribalta in occasione dell’incontro al Mef del 27 novembre, a cui aveva presenziato da… “capitano” per 5 minuti, grazie al rumore mediatico della minoranza delle associazioni che sta rendendo difficile la finalizzazione del fondo, oggi il video di Paragone, non a caso un giornalista televisivo, e le dichiarazioni all’Ansa di Fraccaro, non a caso il ministro dei rapporti col Parlamento, hanno per lo meno rimesso al centro della scena e delle attenzioni dei risparmiatori chi su quel fondo si è giocata buona parte della sua credibilità: il M5S e Villarosa.  

Dopo che Soros fugge in Turchia, farà fuggire anche il resto del “Sud Globale”?

zerohedge.com 4.12.18

Scritto da Andrew Korybko tramite Oriental Review,

L’Open Society Foundation di Soros ha deciso di lasciare la Turchia.

I rappresentanti dell’organizzazione hanno  affermato  che ciò è dovuto alle recenti accuse di essersi intromessi negli affari interni del paese, un’allusione alle affermazioni del presidente Erdogan la scorsa settimana sul loro coinvolgimento nel Gezi Park Color Revolution del 2013   ed è ironicamente la ragione del gruppo d’essere.

A dire il vero, stanno facendo una mossa responsabile dopo aver visto la scritta sul muro e aver calcolato che un giro di vite sarebbe imminente se non se ne andassero di loro spontanea volontà , il che si traduce in una vittoria per entrambe le organizzazioni e il governo. La “Open Society Foundation” può evacuare le sue risorse estere dal paese e smantellare la sua rete pubblica, mentre lo stato non deve sopportare la campagna di infowar armata che i Mainstream Media sarebbero prevedibilmente lanciati se la Turchia intraprendesse misure simili a quelle russe per dare un calcio a questo organizzazione fuori dal paese.

Questo quid-pro-quo è pragmatico per entrambe le parti perché gli ”  operativi della Hybrid  War ” della “Open Society Foundation”  escono senza fronzoli, anche se lo stato è già probabilmente consapevole di chi sono e non esiteranno a trattenerli se mai pongono una futura minaccia alla sicurezza nel caso in cui decidano di “andare sottoterra” per continuare le loro attività destabilizzanti. Allo stesso tempo, tuttavia, alcuni dei più zelanti tra loro potrebbero invece trasferirsi in modo più sicuro all’estero, il che consentirebbe loro di continuare il loro lavoro da remoto attraverso i social media e altri canali.

Tuttavia, visto che lo stato turco mantiene un forte controllo su Internet, questa minaccia è concepibile e non è vista come pericolosa come se la “Open Society Foundation” ei suoi dipendenti continuassero le loro attività nel paese senza controllo.

Il ritiro di Soros dalla Turchia potrebbe essere un presagio di ciò che verrà perché il presidente Erdogan ha un enorme rispetto tra la comunità musulmana internazionale o “Ummah”, così altri governi musulmani potrebbero essere ispirati dalla sua leadership nel chiamare senza paura la “Open Society Foundation” e cerca di emulare il suo esempio nella speranza che ciò induca la quinta colonna della Color Revolution a fuggire preventivamente dai loro paesi.

Soros e la sua organizzazione potrebbero tentare di respingere le pressioni statali simili se ritengono che le autorità non siano forti come le loro controparti turche e potrebbero essere influenzate da qualsiasi campagna infangante contro di loro , ma è comunque una lotta che loro Avrei scelto di fare lo stipendio e uno che alla fine potrebbe non avere successo, soprattutto se quei governi radunano i dipendenti domestici del gruppo con il pretesto che sono minacce alla sicurezza.

È ancora presto per dirlo, ma l’ondata potrebbe finalmente ribellarsi a Soros nel “Sud Globale”.

* * *

Il Sud Globale è un termine che sta emergendo negli studi transnazionali e postcoloniali per riferirsi a quello che potrebbe anche essere chiamato il “Mondo in via di sviluppo” (cioè Africa, America Latina e paesi in via di sviluppo in Asia), “Paesi in via di sviluppo” ” paesi meno sviluppati “e” regioni meno sviluppate “. Può anche includere regioni “meridionali” più povere di paesi “settentrionali” benestanti.

fonte

Il Sud Globale è più che l’estensione di una “metafora per i paesi sottosviluppati”. In generale, si riferisce alle “storie interconnesse di questi paesi del colonialismo, del neoimperialismo e di un diverso cambiamento economico e sociale attraverso il quale si mantengono ampie disuguaglianze negli standard di vita, nell’aspettativa di vita e nell’accesso alle risorse”.

L’Italia, l’UE e la caduta dell’impero romano

zerohedge.com 4.12.18

Scritto da Alastair Crooke tramite The Strategic Culture Foundation,

La dirigenza dell’UE sta cercando di contenere una crisi che sta crescendo ad una velocità crescente: questa sfida comprende l’ascesa di stati contumaci (vale a dire il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici e provocatori (cioè la Catalogna) – tutti sono esplicitamente disincantati dalla nozione di una convergenza forzata verso un “ordine” uniforme amministrato dall’UE, con le sue austere “discipline” monetarie. Rifiutano persino l’affermazione dell’UE di essere, in qualche modo, una parte di un più grande ordine di valori morali di civiltà.

Se, nell’era postbellica, l’UE rappresentava un tentativo di sfuggire all’egemonia anglo-americana, questi nuovi e provocatori blocchi di “rinascita culturale” che cercano di situarsi come “spazi” interdipendenti e sovrani sono, a loro volta, un tentare di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella di una “uniformità” amministrativa dell’UE.

Per uscire da questo particolare ordine europeo (che in origine si sperava, sarebbe diverso dal Anglo-Americanimperii), l’UE è stata tuttavia costretta a basarsi sul costrutto archetipico di “libertà” di quest’ultimo come giustificazione dell’impero (ora trasformata nelle quattro libertà dell’Unione europea). ‘) su cui sono state appese le “uniformità” rigorose dell’UE (“la parità di condizioni”, la regolamentazione in tutti gli aspetti della vita, l’armonizzazione fiscale e economica). Il “progetto” europeo è stato visto, per così dire, come qualcosa che nasconde distinti e antichi “modi di essere”.

Infatti, proprio il fatto di essere tentati, a diversi livelli, e in distinte regioni geografiche culturali, questi saggi indicano che l’egemonia dell’UE si è già indebolita al punto che potrebbe non essere in grado di ostacolare completamente l’emergere di questa nuova ondata. Ciò che è in gioco proprio per l’UE è se riuscirà a rallentare e frenare in ogni modo l’emergere di questo processo di ri-sovereignazione culturale, che, ovviamente, minaccia di frammentare la “solidarietà” promessa dall’UE, e frammentare la sua matrice di un’unione doganale perfettamente regolata e un’area commerciale comune.

È stato Carl Schmitt, il filosofo politico, ad avvertire con forza contro la possibilità di quello che ha definito un acceleratore negativo per  katechon  .Ciò sembrerebbe applicarsi – esattamente – alla situazione in cui si trova attualmente l’UE. Questa era una nozione, sostenuta dagli antichi, che gli eventi storici hanno spesso una dimensione contrarian “dietro le quinte” – vale a dire che alcuni dati “intento” o azione (per esempio, l’UE), possono finire per accelerare proprio quei processi che era destinato a rallentare o a fermarsi. Per Schmitt, questo ha spiegato il paradosso attraverso il quale una “azione di frenata” (come quella intrapresa dall’UE) potrebbe in realtà rovesciarsi, in un’accelerazione indesiderata degli stessi processi che l’UE intende opporsi. Schmitt ha definito questo effetto “involontario”, poiché ha prodotto effetti contrari all’intenzione originale. Per gli antichi, semplicemente ricordava loro che noi umani spesso siamo solo oggetti della storia, piuttosto che i suoi soggetti causali.

È possibile che l ‘”azione frenante” imposta alla Grecia, alla Gran Bretagna, all’Ungheria – e ora all’Italia – possa scivolare precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia è rimasta nel limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si sente obbligato ad alleviare, in qualche modo, lo stress economico accumulato degli anni passati, ea cercare di ri-accendere la crescita. Ma lo stato ha un alto livello di indebitamento rispetto al PIL e l’UE insiste che l’Italia deve sopportare le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.

Il professor Michael Hudson (in un  nuovo libro ) spiega come l”azione frenante’ dell’UE nei confronti del debito italiano rappresenti un certo filone europeo di rigidità psichica che ignora completamente l’esperienza storica e può determinare precisamente Katechon: il contrario di ciò che è inteso . Intervistato da John Siman, Hudson  afferma :

“Nelle antiche società mesopotamiche, si capiva che la libertà era preservata proteggendo i debitori. Un modello correttivo realmente esistito e prosperato nel funzionamento economico delle società mesopotamiche, durante il terzo e secondo millennio aC Si può definire l’amnistia di Clean Slate … Consisteva nella necessaria e periodica cancellazione dei debiti dei piccoli agricoltori – necessaria perché tali agricoltori sono, in ogni società in cui viene calcolato l’interesse sui prestiti, inevitabilmente soggetti ad essere impoveriti, quindi spogliati delle loro proprietà. e infine ridotto a servitù … dai loro creditori.

[Ed era anche necessario, come] una costante dinamica della storia è stata la spinta delle élite finanziarie a centralizzare il controllo nelle loro mani e gestire l’economia in modo predatorio e estrattivo. La loro apparente libertà [viene] a spese dell’autorità governativa e dell’economia in generale. In quanto tale, [si pone] come l’opposto della libertà – come concepito in epoca sumera …

Quindi era inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori divenne irrimediabilmente indebitati e perse la loro terra. Allo stesso modo era inevitabile che i loro creditori accumulassero enormi possedimenti terrieri e si stabilissero in oligarchie parassitarie. Questa innata tendenza alla polarizzazione sociale – derivante dall’imperdonatezza del debito – è la maledizione originale e incurabile sulla nostra civiltà occidentale post-VIII secolo aC, la voglia lurida che non può essere lavata via o asportata.

Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma comincia, non come aveva fatto Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, in seguito alla devastazione di Annibale nelle campagne italiane durante la Seconda Guerra Punica (218-201 aC). Dopo quella guerra, i piccoli agricoltori dell’Italia non recuperarono mai la loro terra, che fu sistematicamente inghiottita dalla prædia, i grandi possedimenti oligarchici, come osservava Plinio il Vecchio. [Certo, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono inghiottite da società oligarchiche e paneuropee.]

Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è quasi il solo a enfatizzare il ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza e della proprietà della proprietà” (p.xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’impero romano …

“Le società mesopotamiche non erano interessate all’uguaglianza”, ha detto al suo intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nel migliore dei casi segue una curva a S, ciò significa che i debitori, se non protetti da un’autorità centrale, finiranno per diventare servitori permanenti dei loro creditori . Quindi i re mesopotamici riscattarono regolarmente i debitori che erano stati schiacciati dai loro debiti. Sapevano che avevano bisogno di farlo. Ancora e ancora, secolo dopo secolo, hanno proclamato l’amnistia “Clean Slate”.

L’UE ha punito la Grecia per la sua dissolutezza e punisce l’Italia se ostenta le regole fiscali dell’UE. L’UE sta tentando ciò che Schmitt ha definito una “azione di rottura”, per mantenere la sua egemonia.

Questo è comunque un caso in cui l’Unione europea vede il “mote” (speck) negli occhi dell’Italia, ignorando il “raggio” ai suoi occhi. Lakshman Achuthan dell’Istituto di ricerca sul ciclo economico  scrive :

“Il debito combinato degli Stati Uniti, dell’Eurozona, del Giappone e della Cina è aumentato di oltre dieci volte il loro PIL combinato, nell’ultimo anno. È straordinario che l’economia globale – rallentando in sincrono, nonostante l’aumento del debito – si trovi in ​​una situazione che ricorda l’effetto della Regina Rossa. Come dice la Regina Rossa ad Alice in Sguardo al vetro di Lewis Carroll, “Ora, qui, vedi, ci vuole tutto il tempo che puoi fare per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno due volte più velocemente! “.

Ma quello – correre più veloce, assumendo più debito – può solo, alla fine, essere risolto con un grosso default (o gonfiando il debito). Guarda gli Stati Uniti: il suo PIL cresce del 2,5%; il debito federale statunitense è al 105% del PIL; il Tesoro degli Stati Uniti spende $ 1,5 miliardi su interessi al giorno e il debito cresce al 5-6% del PIL. Non è sostenibile

Le richieste della Grecia e dell’Italia per l’alleggerimento del debito possono essere considerate da alcuni come una richiesta speciale, sulla scia della passata cattiva gestione economica; ma le richieste sumere e babilonesi non erano basate su tali – ma piuttosto su una tradizione conservatrice fondata su rituali di rinnovamento del cosmo e delle sue periodicità, dice Hudson. L’idea mesopotamica di riforma non aveva “nozione” di ciò che chiameremmo “progresso sociale”. Invece, le misure che il re aveva istituito con il suo debito “giubileo” erano misure intese a ripristinare un “backstage”, l’ordine sottostante nella società o la maat. “Le regole del gioco non erano state cambiate, ma a tutti era stata distribuita una nuova mano di carte”.

Hudson fa notare che “Greci e Romani hanno sostituito l’idea ciclica del tempo e del rinnovamento della società, con quella del tempo lineare” [con convergenza verso un “End Time”]: “La polarizzazione economica è diventata irreversibile, non solo temporanea” – come l’idea di rinnovamento si è perso. Hudson avrebbe potuto aggiungere che il tempo lineare e la perdita dell’imperativo di smembramento e rinnovamento hanno svolto un ruolo importante nel sostenere tutti i progetti universalisti dell’Europa di un itinerario lineare verso la trasformazione umana (o, l’utopismo).

Questa è la contraddizione essenziale: quell’ineluttabile divaricazione economica e polarizzazione sta trasformando l’Europa in un continente lacerato da una contraddizione interna irrisolta. Da un lato, castiga l’Italia per i suoi debiti, e dall’altro è stata la BCE che ha perseguito la “repressione” dei tassi di interesse in territorio negativo, e ha monetizzato il debito con l’equivalenza di un terzo della produzione globale dell’Europa. In che modo l’UE non può aspettarsi che banche e imprese non si siano caricate del debito “carry positivo”? Come possono aspettarsi che le banche non abbiano gonfiato i loro bilanci con il “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?

L’esplosione globale del debito è un macro problema che trascende enormemente il microcosmo dell’Italia. Come l’antico impero romano, l’UE si è atrofizzata nel suo “ordine” per diventare un ostacolo al cambiamento e, senza alternative, ma per tenere stretto un ‘”azione frenante” che alla fine produrrà effetti, completamente in disaccordo con l’originale intento (cioè Katechon involontario, negativo  ).

La crisi Cmc piomba sul Terzo Valico

Stefano Rizzi lospiffero.com 3.12.18

La cooperativa ravennate chiede il concordato preventivo: i ritardi di pagamento hanno appesantito la situazione finanziaria. E così rischia di compromettere l’aggiudicazione di un importante lotto dell’opera da 380 milioni. Problemi anche per la metro di Torino

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La cooperativa Cmc di Ravenna, al quarto posto in Italia tra le imprese di costruzioni con un fatturato di 1,119 miliardi nel 2017, ha chiesto il concordato preventivo con riserva. Una notizia che piomba, con tutto il peso di possibili conseguenze negative, sul Terzo Valico. E riflessi negativi ci sono anche a Torino, sul completamento della metropolitana. Infra.To sta valutando l’ipotesi di sostituirsi alla Cmc per “sopperire ai mancati pagamenti verso i subappaltatori” e non fare accumulare ulteriori ritardi nei lavori della tratta Lingotto-Bengasi. Lo spiega la società, a proposito della richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo con riserva presentata dal gruppo cooperativo di costruzioni. “Attualmente – scrive Infra.To in una nota – i lavori proseguono con ridotte attività di cantiere a causa della situazione in cui versa Cmc. Infra.To sta seguendo con grande attenzione l’evolversi di questa situazione. È stato richiesto e fissato un incontro nel corso di questa settimana con i nuovi vertici dell’impresa e con i vertici del consorzio Integra con il quale è siglato il contratto”. Infra.To, inoltre, precisa che i pagamenti verso l’impresa riguardanti i lavori effettuati sono regolari. Una cosa è certa: se quando hanno iniziato a scavare nel 2012, la prospettiva era di arrivare in piazza Bengasi entro tre anni, oggi, fine 2018, il rischio è che venga ulteriormente procrastinata l’ultima deadline fornita dalla cordata Integra-Cmc – aggiudicataria dell’appalto – e cioè maggio-giugno 2021.

La Cooperativa muratori e cementisti, i cui titoli quotati in Lussemburgo sono crollati negli ultimi tempi, è infatti in fase di aggiudicazione di un importante lotto dell’opera ferroviaria destinata a collegare il porto di Genova con la pianura padana: quello d’interconnessione Voltri e il completamento del Polcevera, da 380 milioni.

Della crisi di liquidità della grande azienda emiliana non erano mancati i segnali, così come evidenti le principali cause della crisi: nel primo semestre erano slittati pagamenti attesi, per lavori finiti, in corso o da avviare, in Italia e all’estero, per 108 milioni di euro, appesantendo la posizione finanziaria della società, mentre lo scorso 9 novembre la Cmc aveva comunicato che non avrebbe potuto pagare i bond a scadenza il 15.

Un crollo drammatico per la coop che aveva visto crescere il suo fatturato proprio negli anni della crisi con un balzo da 780 a 1.017 milioni nel 2012, mantenendolo poi stabile sopra il miliardo negli ultimi anni. Il portafoglio della Cmc aveva segnato una forte crescita nel 2017 e 2018, con nuove commesse tra cui quella per il Terzo Valico in Italia, facendola passare dai dai 3,425 miliardi del 2016, ai 3,728 del 2017 ai 4,66 al 30 giugno 2018. Bilanci sempre in utile, Ebitda margin al 14-15%, nel 2017 pari al 15,3%: dati che avevano potato la società a piazzarsi al quarto posto nella nella top 50 dei costruttori italiani.

Nonostante tutto ciò, la cooperativa denuncia gravissimi problemi di liquidità, che presto potrebbero trasformarsi in un altrettanto grave problema occupazionale, senza sottovalutare le conseguenze sulla realizzazione del Terzo Valico, di fatto bocciato dall’analisi costi benefici voluta dal ministro grillino Danilo Toninelli, ma che verrà realizzato anche per le fortissime pressioni della Liguria e del Piemonte, nonché per l’impegno assunto in prima persona da Matteo Salvini ben conscio del fatto che una bocciatura dell’opera avrebbe come primo effetto la crisi della maggioranza di centrodestra che sostiene Giovanni Toti, irremovibile sulla necessità dell’opera.

Immediata la reazione dei sindacati. La Fillea CgilPiemonte, con il suo segretario regionale Massimo Cogliandro punta senza esitazione l’indice contro il Governo. “Quello della crisi di liquidità delle grandi imprese è uno dei temi fondamentale di questo Paese. Abbiamo grandi imprese che stanno vincendo gli appalti in una fortissima crisi di liquidità. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo chiesto il tavolo di crisi a Palazzo Chigi, così come al ministero da mesi. La verità – spiega il sindacalista degli edili – è che questo Governo, peggio di qualunque altro, si muove sulla base dei sondaggi: è corso a convocare le madamine quando ha percepito una piazza ogni aspettativa, ma su temi veri continua ad essere distante”.

Mentre stanno ancora aspettando la convocazione del tavolo di crisi, le organizzazioni sindacali evidenziano come non si tratti di un caso isolato o di pochi: “è una crisi di sistema. Parliamo di imprese che vincono gare, ma sono vittime di una stretta bancaria. Occorrono provvedimenti per superare la crisi di liquidità e poi strategie in grado di intervenire in maniera strutturale”.

L’accusa al Governo, in particolare alla sua componente grillina, Cogliandro la spinge lungo la strada del sospetto: “Non vorrei che qualcuno si auguri ci sia un problema come questo che possa far fermare alcune grandi opere, ottenendo quel che vuole senza assumersene la responsabilità. Un fatto è certo: il Governo su questi temi non interviene”.

La cooperativa ravennate chiede il concordato preventivo: i ritardi di pagamento hanno appesantito la situazione finanziaria. E così rischia di compromettere l’aggiudicazione di un importante lotto dell’opera da 380 milioni. Problemi anche per la metro di Torino

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La cooperativa Cmc di Ravenna, al quarto posto in Italia tra le imprese di costruzioni con un fatturato di 1,119 miliardi nel 2017, ha chiesto il concordato preventivo con riserva. Una notizia che piomba, con tutto il peso di possibili conseguenze negative, sul Terzo Valico. E riflessi negativi ci sono anche a Torino, sul completamento della metropolitana. Infra.To sta valutando l’ipotesi di sostituirsi alla Cmc per “sopperire ai mancati pagamenti verso i subappaltatori” e non fare accumulare ulteriori ritardi nei lavori della tratta Lingotto-Bengasi. Lo spiega la società, a proposito della richiesta di ammissione alla procedura di concordato preventivo con riserva presentata dal gruppo cooperativo di costruzioni. “Attualmente – scrive Infra.To in una nota – i lavori proseguono con ridotte attività di cantiere a causa della situazione in cui versa Cmc. Infra.To sta seguendo con grande attenzione l’evolversi di questa situazione. È stato richiesto e fissato un incontro nel corso di questa settimana con i nuovi vertici dell’impresa e con i vertici del consorzio Integra con il quale è siglato il contratto”. Infra.To, inoltre, precisa che i pagamenti verso l’impresa riguardanti i lavori effettuati sono regolari. Una cosa è certa: se quando hanno iniziato a scavare nel 2012, la prospettiva era di arrivare in piazza Bengasi entro tre anni, oggi, fine 2018, il rischio è che venga ulteriormente procrastinata l’ultima deadline fornita dalla cordata Integra-Cmc – aggiudicataria dell’appalto – e cioè maggio-giugno 2021.

La Cooperativa muratori e cementisti, i cui titoli quotati in Lussemburgo sono crollati negli ultimi tempi, è infatti in fase di aggiudicazione di un importante lotto dell’opera ferroviaria destinata a collegare il porto di Genova con la pianura padana: quello d’interconnessione Voltri e il completamento del Polcevera, da 380 milioni.

Della crisi di liquidità della grande azienda emiliana non erano mancati i segnali, così come evidenti le principali cause della crisi: nel primo semestre erano slittati pagamenti attesi, per lavori finiti, in corso o da avviare, in Italia e all’estero, per 108 milioni di euro, appesantendo la posizione finanziaria della società, mentre lo scorso 9 novembre la Cmc aveva comunicato che non avrebbe potuto pagare i bond a scadenza il 15.

Un crollo drammatico per la coop che aveva visto crescere il suo fatturato proprio negli anni della crisi con un balzo da 780 a 1.017 milioni nel 2012, mantenendolo poi stabile sopra il miliardo negli ultimi anni. Il portafoglio della Cmc aveva segnato una forte crescita nel 2017 e 2018, con nuove commesse tra cui quella per il Terzo Valico in Italia, facendola passare dai dai 3,425 miliardi del 2016, ai 3,728 del 2017 ai 4,66 al 30 giugno 2018. Bilanci sempre in utile, Ebitda margin al 14-15%, nel 2017 pari al 15,3%: dati che avevano potato la società a piazzarsi al quarto posto nella nella top 50 dei costruttori italiani.

Nonostante tutto ciò, la cooperativa denuncia gravissimi problemi di liquidità, che presto potrebbero trasformarsi in un altrettanto grave problema occupazionale, senza sottovalutare le conseguenze sulla realizzazione del Terzo Valico, di fatto bocciato dall’analisi costi benefici voluta dal ministro grillino Danilo Toninelli, ma che verrà realizzato anche per le fortissime pressioni della Liguria e del Piemonte, nonché per l’impegno assunto in prima persona da Matteo Salvini ben conscio del fatto che una bocciatura dell’opera avrebbe come primo effetto la crisi della maggioranza di centrodestra che sostiene Giovanni Toti, irremovibile sulla necessità dell’opera.

Immediata la reazione dei sindacati. La Fillea CgilPiemonte, con il suo segretario regionale Massimo Cogliandro punta senza esitazione l’indice contro il Governo. “Quello della crisi di liquidità delle grandi imprese è uno dei temi fondamentale di questo Paese. Abbiamo grandi imprese che stanno vincendo gli appalti in una fortissima crisi di liquidità. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo chiesto il tavolo di crisi a Palazzo Chigi, così come al ministero da mesi. La verità – spiega il sindacalista degli edili – è che questo Governo, peggio di qualunque altro, si muove sulla base dei sondaggi: è corso a convocare le madamine quando ha percepito una piazza ogni aspettativa, ma su temi veri continua ad essere distante”.

Mentre stanno ancora aspettando la convocazione del tavolo di crisi, le organizzazioni sindacali evidenziano come non si tratti di un caso isolato o di pochi: “è una crisi di sistema. Parliamo di imprese che vincono gare, ma sono vittime di una stretta bancaria. Occorrono provvedimenti per superare la crisi di liquidità e poi strategie in grado di intervenire in maniera strutturale”.

L’accusa al Governo, in particolare alla sua componente grillina, Cogliandro la spinge lungo la strada del sospetto: “Non vorrei che qualcuno si auguri ci sia un problema come questo che possa far fermare alcune grandi opere, ottenendo quel che vuole senza assumersene la responsabilità. Un fatto è certo: il Governo su questi temi non interviene”.

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Banca Popolare Bari, si dimette Ad Papa: Monachino nominato Dg

lagazzettadelmezzogiorno.it 3.12.18

Banca Popolare di Bari, Tribunale sospende multe Consob

Il Consiglio ha invece proposto Giulio Sapelli come vicepresidente

BARI –  Giorgio Papa si dimette dalla carica di amministratore delegato della Banca Popolare di Bari. Il cda dell’istituto presieduto da Marco Jacobini, ha accettato le dimissioni e ha nominato Gregorio Monachino direttore generale del gruppo 
Il consiglio ha ringraziato Giorgio Papa «per l’importante apporto professionale e per l’impegno profuso per l’azienda durante il sua mandato». Nella stessa seduta il cda ha nominato Giulio Sapelli quale Vice Presidente del Gruppo Bancario.