Governo M5S-Lega? Il peggiore, eccetto tutti gli altri

di Alessio Mannino – 4 dicembre 2018 lintellettualedissidente.it

Quello giallo-verde è un governo pieno di difetti, impreparato e inadeguato quanto si vuole, ma è l’unico che abbia quantomeno messo al centro il presupposto fondamentale di qualunque mutamento immaginabile: la sovranità. Per questo il patto Salvini-Di Maio è, e resta, migliore di qualsiasi altra ipotesi.

Churchill diceva che la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre. Aveva torto: è peggiore esattamente come tutte le altre. Questo governo di convenienza (ma poi neanche tanto, come vedremo), presieduto da un uomo comune come Conte e guidato dai due consoli Di Maio e Salvini, è il peggior governo che ci potesse capitare. Eccetto tutti gli altri.

In una logica di pura potenza politica, la vera forza dell’alleanza necessaria sta nella debolezza altrui: le opposizioni sono impotenti e semi-annichilite (l’esangue Pd si avvia ad un’ulteriore divisione interna con le primarie, in Forza Italia ogni giorno scappa un tot di elettori e qualche cacicco locale per rifugiarsi nella Lega), insignificanti o marginali (lo micro-galassia di atomi a sinistra, da Potere al Popolo a Rifondazione Comunista fino all’ultimo parto della carriera personale di quel demagogo di De Magistris, che gli spagnoli di Podemos hanno sventuratamente benedetto pestando una bel ricordino di cane), futuribili ed evanescenti (il “partito dei cattolici” prossimo venturo, vagheggiato da Repubblica e da un monsignore che non s’avvede di quanto ormai i cattolici, quanto meno in politica, siano minoranza in Italia, auspicando insomma di fondare una minoranza della minoranza destinata a percentuali da albumina). Per farla breve: non ci sono alternative alla coppia di fatto gialloverde. E questo lo sanno e lo riconoscono tutti.

Quel che i faziosi con gli occhi iniettati di pregiudizi fanno molta più fatica ad ammettere è che il limitato e limitante “contratto” che unisce il populismo leghista e il populismo grillino non è di necessità solo perché altre combinazioni non erano fattibili, ma anche nel senso che tale necessità è auspicabile, preferibile, augurabile perché un patto Salvini-Di Maio è e resta migliore di qualsiasi altra ipotesi. Ma proprio qualsiasi. Tutti ma tutti tutti gli altri partiti e partitini cosa sono? Sono correnti di un solo partito unico che non soltanto misconosce e calunnia, ma osteggia e combatte la condizione minima necessaria per provare a iniziare, sia pur fra confusione ed errori e a volte orrori, a liberare il popolo (“sovrano”, secondo la Carta costituzionale sempre troppo citata). Questa cosa è la riconquista della libertà d’azione, appunto, sovrana. Il sovranismo sta tutto qui, in una rivendicazione strumentale a riprendersi il diritto di una propria politica economica, finanziaria e sociale. Niente di più e niente di meno.

Confondere un’esigenza democratica – riavvicinare il demos alle decisioni, ridargli il potere di governarsi – con la riedizione di un otto-novecentesco nazionalismo, che presuppone invece l’affermazione di un primato nazionale potenzialmente aggressivo e imperialista, significa o essere stupidi, cioè incapaci di capire la realtà di uno Stato imprigionato in un debito consegnato ai mercati privati e soggetto ad una moneta di fatto straniera, per l’esattezza germanocentrica, non più libero quindi di autofinanziarsi, e perciò non più libero tout court; oppure essere complici, in ipocrita o cinica correità con quell’apparato tecnocratico e ideologico che ha a Bruxelles la sua capitale diplomatica e a Francoforte, sede della Bce, la sua effettiva cabina di comando.

Se ciascuno dei due vuole costruirsi un futuro al di là della prima scadenza elettorale di turno, insieme devono far durare la “strana coppia” quanto più possono.

In caso contrario, annacquandosi l’una in un centrodestra che puzza di vecchio e l’altro in un abbraccio con il Pd che sarebbe per l’elettorato ancora più incomprensibile e indigeribile della liaison con Salvini, la Lega rischierebbe di perdere l’enorme consenso egemonico che la fa oggi padrona della destra, mentre il M5S, dopo aver magari perso qualche pezzo di elettorato a sinistra sull’altare del “contratto”, ne perderebbe altro a destra se optasse disastrosamente per una copula contro-natura con il Pd (il genio De Magistris si è auto-escluso da ogni dialogo esordendo con attacchi ad alzo zero contro i 5 Stelle, e in particolare contro l’ala sinistra di Fico).

Ecco, sono le ali a destra del Carroccio e a sinistra dei grillini che potrebbero concretizzare il sogno degli anti-sovranisti di tutte le fogge e colori, a cominciare dal “partito del Pil” teorizzato dal Corriere della Sera – che poi altro non sono che i soliti salotti cattivi e politicamente lerci e le ultraconservatrici lobby di categoria. Sono i governatori di Lombardia e Veneto per Salvini, e Fico e le anime belle dissidenti per Di Maio. Il pericolo viene dall’interno, più che dall’esterno: l’associazione legale a delinquere nota come finanza speculativa, se avesse voluto scatenare l’uragano sullo spread, l’avrebbe già fatto. Ma pure lorsignori profittatori sanno quanto detto sopra: there is no alternative agli odiati sovranisti.

Per questo il compito che dovrebbe auto-imporsi come priorità assoluta il consolato a Palazzo Chigi non è tanto, o non è solo accumulare punti presso l’opinione pubblica firmando e imbastendo quante più leggi e provvedimenti possono di qui alle europee di primavera, ma togliere terreno, appigli e banalmente potere agli avversari. Sia quelli politici, il che è ovvio, sia quelli istituzionali (l’infida burocrazia ministeriale) ed economici (le aziende di Stato) senza escludere quelli mediatici (i grandi organi di stampa in mano a editori impuri di norma e di fatto). Il che, intendiamoci bene, sarebbe ancora insufficiente, dato che il “deep State” italiano, quel “sistema profondo” che regola la vita del Paese, è composto anche da servizi segreti, esercito, mafie e, assisi in cima alla piramide, i tre governi-ombra di cui siamo i rassegnati sudditi: Ue, Usa-Nato e mercati. La trimurti del vero Potere, la vera trojka con lo scettro in mano.

Rassegnati, oggi, forse un po’ meno, grazie a questo governo. Un governo pieno di difetti, di basso profilo, impreparato, leggero e inadeguato quanto si vuole, ma l’unico che abbia quantomeno messo al centro il presupposto fondamentale di qualunque mutamento immaginabile: la sovranità. Sulla ratifica del Global Compact, cioè sul tema nevralgico dell’immigrazione in una prospettiva mondiale, i due coinquilini non la vedono allo stesso modo? Non è un pezzo di carta Onu non vincolante, per quanto simbolicamente e politicamente significativo, a incidere nei rapporti di forza su cui far leva per incrinare l’ordine eurocratico, che rappresenta il nemico numero uno.

Il peggior governo, dunque, ma meglio di ogni altro possibile. Dunque necessario. Per cinque anni: il tempo di far un po’ di tabula rasa dei cretini e dei conniventi. Sempre che i diretti interessati e beneficiari abbiano mente e attributi per capirlo e metterlo in pratica. Altrimenti il tentativo abortirà, e rivedremo sfilare sul carro dei vincitori, assetati di vendetta, i destraioli liberal-liberisti e corporativi, i sinistrati eurofanatici e boriosi, i para-antagonisti e pseudo-comunisti strafatti di Toni Negri e altermondialismo, e magari si beccherà qualche voto pure il fascista fuori tempo massimo, contento del solo fatto di esistere. Tutti quanti, chi entusiasta e chi abbaiando di rabbia sterile, a reggere la coda di chi adora come sovrano il denaro unico dio.

Questo governo non deve cadere. O piomberemmo nella restaurazione più feroce. A cui non sappiamo se seguirebbe un’insurrezione in stile gilet gialli francesi. Non ci scommetteremmo granché: troppi imbecilli e troppi servi in circolazione. L’occasione non va sprecata. Non perché sia l’ideale: ma perché è la sola possibile per muoversi in direzione giusta.

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