Pessimo Natale per quaranta lavoratori: la Sima&Tectubi di Podenzano chiude i battenti

liberta.it 5.12.18

Una crisi che sembrava tamponata ma non è stato così. L’emorragia è andata avanti inesorabile e alla fine è arrivata la resa. Anche un’azienda storica come la Sima&Tectubi di Podenzano che mise la firma nel 2008 al ponte ferroviario più lungo d’Italia tra Bologna e il Brennero si è dovuta arrendere.
E la notizia arriva propria in prossimità delle feste natalizie: la società è stata messa in liquidazione. Un duro colpo per i 40 lavoratori, metalmeccanici, elettrostrumentali, montatori, saldatori che saranno licenziati. Persone tra i 40 e i 50 anni, in maggioranza piacentini. Giovani per andare in pensione ma troppo “vecchi” e fedeli all’azienda del gruppo Malacalza (i titolari sono Davide e Mattia) per trovare velocemente un’alternativa.

“Quello che sembrava un brutto sogno è diventato realtà”: hanno commentato i dipendenti affranti. Avevano sperano fino all’ultimo che si potesse andare avanti ma dopo un vertice in Confindustria e un’assemblea sindacale è stata posta la parola fine su una lunga storia. “Teniamo la testa alta. Siamo persone civili, anche se questa è una botta. Siamo quaranta anime e non ci sembra vero sia precipitato tutto così”– hanno proseguito i dipendenti. “Qualcuno di noi ha due figli, altri tre. Tutti abbiamo famiglia”.

Le categorie sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil stanno lavorando, per cercare ulteriori aiuti.
Il gruppo Malacalza era approdato nel Piacentino nel 1999, quando era stata rilevata un’azienda in crisi che la famiglia originaria di Bobbio e residente nel Genovese aveva rilanciato e diversificato.

Ieri pomeriggio, 4 dicembre, è stato ufficialmente nominato il liquidatore Stefano Dagnino. “L’azienda era in perdita da anni, ma i Malacalza hanno sempre cercato di ripianare il debito, fino alla decisione obbligata finale”.

Crisi dell’offshore e sanzioni Iran: i Malacalza chiudono la Sima&Tectubi

themeditelegraph.it Simone Gallotti 5.12.18

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Genova – La crisi del settore offshore, poi le sanzioni americane all’Iran: così non si poteva andare avanti. E infatti è a un passo dal terminare la storia della Sima&Tectubi, una delle aziende di impiantistica nella galassia della famiglia Malacalza. Lo stabilimento è a Piacenza, ma la sede legale è genovese, in Via XII Ottobre ed è proprio nel capoluogo che è stata presa la decisione di mettere in liquidazione l’azienda. Negli uffici e nelle linee produttive di Piacenza lavorano 37 dipendenti che ieri si sono riuniti in assemblea dopo aver saputo delle decisione presa dal cda e dalla famiglia Malacalza: «Per il nostro territorio è una pessima notizia, perchè la Sima&Tectubi è una realtà importante per il territorio» spiega al Secolo XIX Francesco Bighi, segretario responsabile della Uilm locale, preoccupato per la sorte di operai e impiegati. «È vero, la crisi del settore dell’offshore ha colpito anche l’azienda, non ci sono ordini, poi quando gli Stati Uniti hanno promosso le sanzioni all’Iran, si è chiuso un ulteriore mercato. Eppure sono convinto che la famiglia potesse fare di più per salvare la Sima&Tectubi». 

Il sindacalista attacca ancora: «Abbiamo incontrato l’azienda che ci ha comunicato l’intenzione di interrompere l’attività. Adesso cercheremo una soluzione». Gli spiragli però sono pochi, perchè come spiegano i sindacati «abbiamo una gamma di ammortizzatori sociali che tutelano meno rispetto al passato. Poi, dipende anche dalla disponibilità dell’azienda». A Piacenza dopo gli incontri degli ultimi giorni, aspettano una comunicazione ufficiale, mentre il liquidatore sarà un professionista genovese, Stefano Dagnino. Bighi pensa che comunque l’azienda, che è in sofferenza da anni, possa essere rilanciata: «Guardi che il prodotto che fa Sima&Tectubi ha ancora mercato: sono impianti indispensabili per l’estrazione del petrolio e del gas». Per questo il sindacato attacca ancora: «Non vorrei fare polemiche inutili, ma la proprietà non ha fatto niente per evitare questa fine – spiega ancora Bighi – Non ha mai cercato altri mercati…A voler essere cattivi, la famiglia Malacalza si è preoccupata molto di più degli affari bancari, cosa legittima, lasciando però morire la Sima&Tectubi» dice il sindacalistariferendosi agli investimenti dei Malcalza in Carige. 
Gli operai ieri erano sul piede di guerra: il ricordo della fine della Omba di Vicenza, altra azienda del gruppo Malacalza con oltre 100 dipendenti rimasti senza lavoro, è ancora fresco. La riorganizzazione Il resto della gruppo industriale di Malacalza si riorganizza. Dall’inizio di novembre infatti Asg Superconductors è stata articolata in tre unità operative: Magnets & systems unit, Columbus MgB2 wire unit e Paramed Mri unit. È la conseguenza della «fusione per incorporazione delle società interamente controllate Columbus Superconductors e Paramed» scrive il gruppo sul sito internet dell’azienda. «Questo impegno migliorerà anche i nostri sforzi nello sviluppo e nella commercializzazione del cavo in diboruro di magnesio e i sistemi per il settore Mri, energia, med-tech e industria».

Nuvole nere sulla CMC

leggilanotizia.it 5.12.18

Ravenna. Sembrava tornato il sereno alla CMC la scorsa settimana, quando la grande cooperativa edile di Ravenna, con un ritardo di alcune settimane, ha pagato i salari e gli stipendi relativi al mese di ottobre, ma poche ore dopo alla fine della stessa settimana la svolta, il pool di consulenti a cui si è affidata la cooperativa per vedere di uscire dalla grave crisi finanziaria in cui è piombata, come via di uscita ha avanzato la proposta del concordato preventivo con riserva, fatta immediatamente propria dal Consiglio di amministrazione della cooperativa. 
A parere di vari esperti del settore ed analisti finanziari, questa era la strada che più probabilmente sarebbe stata presa, mancava quindi di fatto solo l’annuncio ufficiale di tale partenza, un concordato in bianco quindi, che andrà avallato da un giudice del Tribunale e che dovrà poi avere il via libera dei creditori, ma con la convinzione di Cmc che questo rappresenti il percorso più efficace per porre in sicurezza il patrimonio aziendale e tutelare i soci, i lavoratori, i fornitori e i finanziatori.
Tale decisione del concordato in bianco o con riserva, dicono alla Cmc sia stata presa in quanto il piano concordatario, volto a conseguire il risanamento dell’azienda oberata da elevati debiti e da una situazione finanziaria difficile attraverso il ricorso al concordato con continuità aziendale, sarebbe in fase di avvio di elaborazione e necessita di tempo per essere formalizzato e finalizzato.
Cmc sembrava di una marmorea solidità fino a poche settimane fa, in questi ultimi anni aveva emesso bond o obbligazioni finanziarie e sembrava a un passo dalla quotazione in borsa, mentre è bastata una crisi di liquidità per la mancata riscossione di commesse estere per 108 milioni di euro per metterne a nudo tutta la fragilità, quasi fosse un gigante con i piedi d’argilla, quindi adesso la cooperativa dovrà mettere a punto un piano di risanamento finanziario e di rilancio aziendale su cui saranno chiamati a votare coloro che vantano crediti, e più in specifico a votare saranno i creditori chirografari quali fornitori, banche e finanziatori.
La crisi edilizia quindi colpisce anche la Cmc, in questi ultimi anni nel Ravennate la crisi si è “mangiata” la Iter di Lugo, la cooperativa edile di Cotignola, la Bentini di Faenza e centinaia di aziende minori, per il momento sembra salva l’Acmar l’altra grande cooperativa edile di Ravenna attualmente in concordato preventivo ma al termine dell’uscita gli occupati saranno più che dimezzati rispetto agli oltre 400 di pochi anni fa, ma anche a livello nazionale la crisi dell’edilizia morde minando la stabilità di colossi come Astaldi, Condotte Trevi, Mantovani, Unieco e tanti.

(edgardo farolfi)

SCENARIO/ Da Deutsche Bank a BlackRock, le vere bombe che faranno saltare l’Ue

C’è un’autentica bomba nascosta tra le pieghe dei bilanci delle banche tedesche e francesi. Cosa dicono alla Commissione europea?

05.12.2018, agg. alle 15:26 – Gianluigi Da Rold il sussidiario.net

Friedrich Merz (LaPresse)

La sorpresa arriva in uno dei momenti più delicati della vita dell’Unione Europea. E’ una sorpresa per modo di dire, perché la si conosceva da molti anni e si è fatto in modo di nasconderla maldestramente, sia attraverso i giornali che le televisioni. Insomma, i mass media tacciono, anche mentre si fanno gli stress-test a tutte le banche del continente e, nello stesso tempo,  i “burosauri” di Bruxelles fanno costantemente le pulci all’Italia, non solo per il suo debito, ma anche per le questioni relative allo stesso patrimonio degli istituti di credito italiani.

E allora, alla faccia di questi zelanti e oculati amministratori, eccola la sorpresa! Salta fuori che c’è un’autentica bomba nascosta tra le pieghe dei bilanci delle banche tedesche e francesi, cioè del sedicente “salotto buono e virtuoso” della finanza europea.

Nei bilanci riassuntivi delle banche di tutta Europa, ci sono una quantità di attivi e di passivi pari a 6.800 miliardi di euro. Hanno in comune una sola cosa: l’opacità. 

Non è una caratteristica nuova, una novità nei bilanci bancari. Un grande banchiere italiano come Raffaele Mattioli rispondeva con ironia a chi dimostrava di saper leggere i bilanci delle banche. Diceva Mattioli, guardandoti intensamente: ma le piace così tanto la letteratura di fantascienza?

Mattioli amava scherzare e fare battute, ma anche il grande presidente della Banca Commerciale Italiana sapeva come si aggiustavano i conti dei grandi istituti bancari (di tutto il mondo) e si rimetteva al “bene comune” per far quadrare i conti in modo che non ci fossero crack devastanti.

I tedeschi e i francesi sono invece sempre stati scrupolosi, precisi, intransigenti. Sono sempre stati una sorta di “pentastellati” della finanza europea, o almeno così si accreditano. E invece i loro istituti creditizi sono quelli che hanno in pancia i rischi più gravi e in questo caso rischiano di fare una bruttissima figura.

Quei 6.800 miliardi di euro sono titoli illiquidi, che hanno la caratteristica di essere denominati con una gradazione particolare di rischio. Cose per esperti. Ma per i cittadini  e per il mondo comune c’è il rischio più reale di vedere andare i propri risparmi in fumo.

Si parla speso dell’Italia e della massa dei cosiddetti crediti deteriorati, quelli che alla fine nessuno paga più. Ma i titoli illiquidi, opachi e rischiosi, sono dodici volte l’ammontare dei crediti deteriorati. E per restare alla notizia, che è ormai di dominio pubblico, probabilmente anche per i cosiddetti controllori, le sedicenti agenzie di rating, forse anche le polizie di tutta Europa, il 75 per cento di questi titoli illiquidi appartengono alle banche di due paesi, la Francia e soprattutto la Germania.

Praticamente si naviga a vista tra titoli tossici e derivati. Fare una stima precisa è molto difficile. Ma di certo, in questa marea di titoli, c’è un futuro imprecisabile di fronte a una non impossibile crisi finanziaria.

I calcoli, secondo gli esperti, si fanno abbastanza facilmente. Sulla massa imponente di questi titoli, basterebbe che arrivasse una svalutazione del 5 per cento. Immediatamente crollerebbe ii valore del patrimonio della banche di 300 punti base, ma c’è anche qualcuno che azzarda un calo di 1.500 punti base. 

Insomma un cataclisma vero e proprio che colpirebbe in pieno gli istituti di due soli paesi dell’Unione Europea, quelli che di solito vengono ritenuti più solidi e che, solitamente, cercano di insegnare il “verbo” della finanza, nuova e vecchia, agli altri. Proprio loro, che hanno, con un trading forsennato di titoli, ridato una vitalità demenziale a quella che viene definita una “sciagura”: il ritorno della banca universale. Quella che già causò la crisi del 1929.

Ora si conoscono alcuni nomi di queste banche. Su tutte spicca la questione di Deutsche Bank, già multata e da tempo nel mirino degli americani. Corre pure una voce in questi giorni che Deustche Bank dovrebbe “sposarsi” con Ubs, non si sa bene a quale titolo. 

Ma oltre alla più bersagliata e chiacchierata banca tedesca, c’è un sistema finanziario tedesco che fa acqua da tutte le parti, con tutte le Sparkasse indebitate. E i francesi, con Macron barricato all’Eliseo, non stanno certo meglio.

C’è però un fatto in più che diventa importante e interessa chi indaga in questi giorni. Questa enorme massa di titoli a chi è in mano? La cifra di questi titoli illiquidi di varia natura è talmente imponente che può interessare piccoli risparmiatori, investitori singoli, ma anche grandi istituzioni di investimento, grandi intermediari finanziari. E’ probabile che una mappa aggiornata dei possessori di questi titoli diventerà al più presto interessante per comprendere come andrà a finire questa vicenda, che si cerca di sottacere o comunque di mantenere sottotono, sperando che non arrivi il patatrac.

Forse qualche cosa di più potrebbe sapere il nuovo candidato al vertice della Cdu, il partito che Angela Merkel ha deciso di non guidare più. Il più accreditato candidato alla guida dei democratici cristiani e sociali tedeschi è Friedrich Merz, grande filo-americano, con un’antipatia spiccata per Angela Merkel e soprattutto, si dice, per una vicinanza con il fondo di investimenti americani BlackRock. Una scoperta che si farà venerdì prossimo.

L’Unione Europea, vista la sua fermezza nel giudicare le manovre degli altri Paesi, mostra una sicurezza incredibile su altri punti problematici. Chissà se, nottetempo, c’è qualcuno dei falsi “saggi” di Bruxelles che pensa alla situazione francese, al recente voto in Andalusia, al proliferare dei populismi e anche alla situazione bancaria tedesca. I populismi di vario tipo, anche in versione sovranista, non nascono mai per caso.

L’artefice del Global Compact? Una vecchia amica di George Soros

oltrelalinea.news 1.12.18

Louise Arbour è la Rappresentante speciale per le migrazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Lo scorso 27 novembre, presso l’ONU, ha presentato la conferenza internazionale in programma il prossimo 10-11 a Marrakesh, in Marocco, per l’adozione del Global Compact for Migration, rispetto al quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato: «Il Global Compact è un documento che pone temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini. Riteniamo opportuno, pertanto, ‘parlamentarizzare’ il dibattito e rimettere le scelte definitive all’esito di tale discussione». L’Italia, infatti,  non parteciperà nemmeno al summit indetto per sottoscrivere l’accordo.
Sui contenuti dell’accordo, ci siamo già soffermati. Ma chi è Louise Arbour, la Rappresentante dell’ONU che sta negoziando con gli Stati l’adesione al tanto discusso trattato di cui si parla tanto in questi giorni? Come spiega Fausto Biloslavo su Il Giornale,  «l’inviata speciale delle Nazioni Unite per il Global compact è la canadese Louise Arbour, che nelle ultime ore si è scagliata contro i paesi, come l’Italia, che hanno deciso di soprassedere alla firma del documento trappola dell’Onu. A fine anni novanta ricopriva il ruolo di procuratore capo del Tribunale internazionale de L’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Proprio lei ha spalleggiato americani e inglesi nella dubbia strage di Racak, utilizzata come grilletto per giustificare la guerra «umanitaria» della Nato contro i serbi per il Kosovo».
Dopo l’11 settembre, prosegue Biloslavo,  «ha chiesto la chiusura della prigione di Guantanamo ed è stata indicata come possibile leader dei Liberal in Canada, eterna forza di governo targata centro sinistra. Nel ruolo di rappresentante speciale dell’Onu ha difeso a spada tratta il Global compact sostenendo tesi molto vicine a quelle del discusso filantropo George Soros. «Non c’è dubbio che l’Occidente avrà bisogno di importare risorse umane (i migranti nda) a tutti i livelli» ha sostenuto la damina di ferro dell’Onu. «L’idea che i cosiddetti migranti economici, in contrapposizione ai rifugiati, entrino nei paesi occidentali per rubare posti di lavoro o abusare del sistema di assistenza sociale, è smentito dai fatti» sostiene Arbour.

Louise Arbour premiata da George Soros nel giugno 2010 a Budapest
L’avvocato canadese non solo condivide le idee del finanziere ma è anche un’amica di vecchia data di Soros. Il 23 giugno 2010, a Budapest, presso la sede della Central European University – l’Università fondata dal magnate – la Arbour veniva premiata proprio da Soros in persona, come conferma lo stesso sito ufficiale dell’Università. 
Louise Arbour, infatti, è stata presidente dell’International Crisis Group dal 2009 al 2014. Si tratta organizzazione non governativa, no-profit, transnazionale, fondata nel 1995, che «svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti violenti e avanza politiche per prevenire, mitigare o risolvere tali conflitti» nata grazie a una donazione di George Soros che è presente anche nel Board della ONG insieme al figlio Alexander e all’Ex Ministro degli Esteri Italiano Emma Bonino.

Da Presidente dell’International Crisis Group, Arbour ha partecipato inoltre a numerose iniziative organizzate dall’Open Society Foundations.

Naturalmente, si può ben immaginare quale sia l’orientamento della ONG in fatto di politica estera. Strenui difensori dell’ordine liberale internazionale e promotori di tutte le «guerre umanitarie» che hanno incendiato il Medio Oriente e il Nord Africa. Nel 2011, l’International Crisis Group, all’indomani della Primavera libica, per esempio, chiedeva che «Gheddafi né alcuno dei suoi figli manterranno alcuna posizione nel governo dello stato post-Jamahiriya o nell’amministrazione provvisoria messa in atto per la durata del periodo di transizione».
E noi dovremmo davvero fidarci di queste persone? Ripensino a tutti i loro errori, prima di parlarci di «umanità».
(di Ichabod Crane)

Global Compact for Migration: pagare l’elettorato con moneta falsa

Vitalba Azzollini phastidio.net 5.12.18

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration(GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

Eppure, solo il 26 settembre  scorso, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente del Consiglio Conte  aveva affermato che

«Da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo (…) spesso da sola” e che  “i fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati»

E aveva ben ragione di affermarlo, considerato che nel GCM è scritto espressamente e testualmente quanto detto da Conte stesso, e cioè che il patto promuove la cooperazione internazionale tra tutti i principali attori in materia di migrazione, riconoscendo che nessuno Stato può affrontare da solo il fenomeno migratorio (“fosters international cooperation among all relevant actors on migration, acknowledging that no State can address migration alone”). E invece, qualche giorno fa, le forze di governo hanno deciso che “è opportuno parlamentarizzare il dibattito e rimettere le relative scelte all’esito di tale discussione”.

Intanto, una premessa: appare singolare la decisione del governo circa la necessità che, trattandosi di “temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini”, sul GCM si esprimano rappresentanti dei cittadini stessi in Parlamento. Questa affermazione avrebbe senso se non provenisse da esponenti di un governo che hanno spacciato come necessario e urgente un decreto in tema di sicurezza e immigrazione – il cosiddetto decreto Salvini – pur di non rinunciare alla pretesa di disciplinare la materia, anziché rimetterla al Parlamento; che non hanno esitato a porre sul provvedimento il voto di fiducia; che, con questi due strumenti – il decreto-legge e la fiducia – hanno reputato che non fosse rilevante il ruolo del Parlamento come luogo di dibattito e di ponderazione delle diverse istanze politiche in tema di migrazione.

La contraddizione è palese. Se poi si considera che la calendarizzazione del dibattito è al momento fissata per sabato 22 e domenica 23 dicembre, mentre l’incontro per la sottoscrizione del patto a Marrakech sarà l’11 e il 12 dicembre, la farsa è ancora più evidente. A questo punto, può andarsi oltre e dimostrare l’infondatezza delle motivazioni addotte per non firmare il GCM.

Nella risoluzione presentata in commissione esteri dal Formentini, capogruppo della Lega, si dice che sarebbe assurdo dare all’ONU, organismo non eletto che non risponde direttamente ai cittadini, una competenza propriamente statale, quella di dettare decisioni in tema di immigrazione. Ma il Global Compact non attribuisce affatto all’ONU tale competenza, essendo un accordo non vincolante – come scritto espressamente nello stesso (“This Global Compact presents a non-legally binding, cooperative framework…”) – che non scalfisce la sovranità degli Stati, come pure ribadito nel testo (“…upholds the sovereignty of States”).

Anche altre affermazioni, alla pari di quella sopra riportata, riconoscono al GCM un carattere cogente di cui non è provvisto. Ad esempio, secondo Giorgia Meloni, il Global Compact stabilirebbe “il diritto fondamentale di ciascun individuo a emigrare o a essere immigrato, indipendentemente dalle ragioni che lo portano a muoversi”: ma un atto non vincolante qual è quello in discorso, come detto, non può modificare l’ordinamento interno e, di conseguenza, non può introdurre ex novo nell’ordinamento un “diritto” (che è un interesse tutelato dall’ordinamento, appunto). Quindi, ciò che dice Meloni è un assurdo.

Parimenti assurdo è quanto sostengono quelli – il senatore Bagnai tra gli altri – che, riprendendo il discorso fatto da un politico olandese al Parlamento europeo, Marcel de Graaff, hanno affermato che col GCM la critica alla migrazione diventerà reato di hate speech. Ma se il patto non può introdurre nuovi diritti, non può neanche introdurre dei reati. Sulla stessa linea, Luciano Barra Caracciolo, Sottosegretario agli Affari Europei al governo, ha affermato che “non si può ignorare che il Global Migration Compact è applicativo di dichiarazioni Assemblea NU, onde rafforza formazione del diritto internazionale generale che, ai sensi art.10 Cost., finirebbe per essere assai vincolante, portando alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi italiane contrastanti”. Ma le Dichiarazioni ONU non sono fonte di norme internazionali (l’Assemblea ONU non ha poteri legislativi), dunque non hanno carattere cogente. Peraltro, la categoria delle norme “assai vincolanti” non esiste: o lo sono o non lo sono.

Ma le giustificazioni alla mancata firma sono inconsistenti anche per altri versi. Esponenti della maggioranza criticano l’accordo perché metterebbe sullo stesso piano migranti economici e rifugiati. E’ vero che nel punto 3 del preambolo del GCM si dice che migranti e rifugiati hanno “vulnerabilità simili”, ma al punto 4 si fa una precisazione chiara: essi hanno uguali “diritti umani universali e libertà fondamentali (…), tuttavia migranti e rifugiati sono gruppi distinti, regolati da sistemi legali differenti. Solo i rifugiati hanno diritto a una specifica protezione internazionale definita dalle norme internazionali sui rifugiati”. Dunque, anche in questo caso l’affermazione che induce a non firmare non regge.

In una dichiarazione a margine del G20 a Buenos Aires, il presidente del consiglio Conte ha espresso la volontà italiana di “contrastare il traffico degli esseri umani”, e ciò è esattamente quanto scritto nel GCM (obiettivo n. 10: “Prevent, combat and eradicate trafficking in persons in the context of international migration”): allora, perché non sottoscriverlo? E, ancora, il ministro degli Interni Salvini ha sempre affermato di essere a favore dell’immigrazione regolare: a tale riguardo, l’obiettivo n. 5 del GCM promuove i canali regolari di immigrazione; l’obiettivo n. 11 prevede di mettere in sicurezza i confini degli Stati, contrastando l’immigrazione irregolare e favorendo quella legale; l’obiettivo n. 21 è relativo agli accordi di rimpatrio dei migranti.

Ma soprattutto nel Global Compact è scritto espressamente ciò che il leader leghista predica da sempre: “Ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese d’origine”, vale a dire “aiutiamoli a casa loro”. Non serve aggiungere altro per dimostrare che le polemiche sulla sottoscrizione del Global Compact sono basate sul nulla.

I politici possono decidere ciò che vogliono, come detto. Parimenti, possono affermare anche ciò che è senza fondamento. Ma ci sarà sempre qualcuno che vaglierà le loro affermazioni: almeno finché sarà concesso.

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Confesso che questa ennesima giravolta non mi stupisce. Quando un esecutivo come quello italiano è alle corde di fronte ai colpi della realtà con una legge di bilancio nociva e che finirà ridimensionata ma intatta negli assi portanti che restano nocivi e rappresentano uno spreco di risorse, cosa c’è di meglio che gettarsi a capofitto in temi “simbolici” come quello dell’immigrazione, col GCM che appare la classica collezione di solenni enunciati in perfetto stile Onu, perdonatemi il cinismo? Al punto da arrivare all’autosconfessione plateale della posizione ufficiale dell’esecutivo, vecchia di ben due mesi. Delle due, l’una: insipienti due mesi fa o insipienti ora. Ma la spasmodica ricerca di una moneta (falsa) con cui pagare l’elettorato e distrarlo da ben altre cambiali che stanno arrivando all’incasso pare essere divenuta la ragion d’essere di questo governo. (MS)


I manager più pagati in Italia nel 2017: banchieri superati da industriali

di Chiara Lanari, pubblicato il 27 Novembre 2018 investireoggi.it

Interessante classifica sui manager più pagati nel 2017, il primo posto è di Marchionne.

Interessante classifica sui manager più pagati nel 2017, il primo posto è di Marchionne.

manager industriali sono più pagati dei banchieri. A stilare una lista dei più ricchi è il Sole 24 Ore facendo riferimento all’anno 2017. Risulta che è Sergio Marchionne, l’ex amministratore delegato di Fca-Fiat Chrysler morto nel luglio scorso, il più pagato in assoluto, considerando le società italiane più quotate in borsa. La lista, in generale, tiene conto di stipendio, bonus, buonuscite, somme erogate una tantum, plusvalenze  generate dall’esercizio di stock option e si parla di cifre lorde.

I manager più pagati in Italia nel 2017

Dalla classifica emerge che i banchieri hanno perso alcune posizioni mentre sembrano procedere meglio gli industriali che operano nel settore lusso o servizi. Tra i manager più pagati figura dunque Marchionne con 46,3 milioni di euro lordi che includono non solo lo stipendio ma anche i bonus e azioni varie, sempre in riferimento all’anno 2017. Al secondo posto figura Flavio Cattaneo, ex ad di Telecom Italia, che guadagna il podio con 25,96 milioni di euro molti dei quali includono la buonuscita. Il terzo posto è occupato dal presidente della Moncler, Remo Ruffini; si parla di 14,71 milioni di euro, come scrive il Sole 24 Ore “legati alle plusvalenze per l’esercizio di stock option”.

Lusso, finanza e banche

Sempre considerando l’anno 2017 tra i manager più pagati risultano Patrizio Bertelli e Miuccia Prada Bianchi del gruppo Prada Spa (12,65 milioni). In lizza figura anche Marco Carreri di Anima, manager della finanza che, secondo la classifica de Il Sole 24 Ore, è a quota 11,1 milioni mentre Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo si trova a quota 4,43 milioni in confronto a Jean Pierre Mustier, ad di UniCredit, che avrebbe percepito 1,21 milioni di euro.

Nella top 10 troviamo anche Andrea Recordati, ad e dg di Recordati, Marco Sala ad di Lottomatica, Mauro Moretti, ad e dg di Leonardo fino al 16 maggio 2017 (in questo caso soltanto la buonuscita è stata di 9,44 milioni), e Luca Bettone ad di Erg. Tra i nomi noti anche Matteo del Fante, ad di Poste ed ex Terna con 6,06 milioni, Francesco Starace dell’Enel con 4,47 milioni, Francesco Caio, ex ad di Poste 2,55 milioni. E ancora Pier Silvio Berlusconi avrebbe percepito 1,7 milioni, Urbano Cairo ( 2,83 milioni),  Leonardo Del Vecchio di Luxottica 1,1 milioni.

Quanto guadagnano i banchieri secondo una ricerca di First Cisl

Una recente ricerca di First Cisl sui guadagni dei banchieri, invece, aveva incoronato Carlo Messina di Intesa Sanpaolo il più pagato (5,5 milioni di euro tra stipendio e partecipazione azionaria), subito dopo Jean Pierre Mustier, a.d. di UniCredit: 2,3 milioni di euro, e Giuseppe Castagna, a.d. di Banco BPM con 1,5 milioni di euro. Lo studio aveva fatto notare come nonostante la crisi del settore bancario, gli stipendi dei top manager fossero sempre altissimi; facendo un raffronto un dipendente dovrebbe lavorare 3 vite per guadagnare tanto.

Seppur con grandi differenze di settore e guadagni, un raffronto simile era stato fatto parlando di Jeff Bezos, ceo di Amazon e dei suoi introiti stellari che messi a confronto con quelli dei suoi dipendenti aveva aperto non poche polemiche su chi detiene la ricchezza mondiale.

Leggi anche: Uomini e donne più ricchi del mondo: quanto guadagnano ogni ora i paperoni

Ecco come Intesa Sanpaolo farà affari con gli svedesi di Intrum sugli Npl

Fernando Soto startmag.it 4.12.18

Alleanza italo-svedese sugli Npl tra Intesa Sanpaolo e Intrum. Si stringe sempre più, dunque, l’accordo sui crediti deteriorati tra Intesa Sanpaolo e il gruppo Intrum. Ecco tutte le ultime novità

Intesa Sanpaolo e Intrum, dopo aver ottenuto le autorizzazioni, hanno perfezionato l’accordo per la partnership strategica riguardante i crediti deteriorati, firmato, e reso noto al mercato, il 17 aprile scorso (qui l’articolo di Start Magazine dell’epoca).

ECCO I NUMERI DELL’ACCORDO TRA INTESA SANPAOLO E INTRUM

L’accordo prevede la costituzione di una piattaforma di servicing detenuta al 51% da Intrum e al 49% da Intesa Sanpaolo e la cessione e cartolarizzazione di un portafoglio di crediti in sofferenza del gruppo Intesa Sanpaolo.

LA PLUSVALENZA DICHIARATA DA INTESA SANPAOLO

Il perfezionamento dell’operazione si traduce in una plusvalenza di circa 400 milioni di euro dopo le imposte nel conto economico consolidato del gruppo Intesa Sanpaolo nel quarto trimestre 2018.

IL COMMENTO DEL CAPO DI INTESA SANPAOLO, CARLO MESSINA

“Oggi abbiamo concluso un’operazione che rappresenta un passaggio fondamentale nella realizzazione del Piano di Impresa 2018-2021, con la riduzione di circa 11 miliardi di euro – al lordo delle rettifiche – dello stock dei crediti deteriorati, senza alcun onere per i nostri azionisti”, ha affermato l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, circa l’operazione con Intrum.

GLI OBIETTIVI DI INTESA SANPAOLO CON L’OPERAZIONE

“Questa operazione, che ci ha consentito – ha aggiunto – di superare già la metà dell’obiettivo di riduzione fissato dal Piano per fine 2021, si inserisce nella strategia di derisking, su cui il Gruppo si è focalizzato a partire dal 2015, in particolare con la Capital Light Bank guidata da Giovanni Gilli. Una strategia che ha permesso di diminuire lo stock di crediti deteriorati per complessivi 26 miliardi di euro negli ultimi tre anni, senza costi per gli azionisti. Abbiamo trovato in Intrum il partner migliore per dare vita ad una società che si colloca tra i leader di mercato e dalla quale ci aspettiamo risultati molto positivi, grazie all?applicazione delle tecniche più avanzate nei processi di gestione dei Non Performing Loans”.

I PIANI DI INTRUM IN ITALIA

Il gruppo svedese punta sempre più sull’Italia. La società di servicing Intrum non esclude infatti di comprare piattaforme di gestione, ma non si tratta di una priorità perché il focus è sull’acquisizione di portafogli. E’ quanto ha detto a fine settembre Mikael Ericson, amministratore delegato del gruppo svedese, a margine del convegno annuale sugli npl organizzato da Banca Ifis. Ericson ha ricordato la partnership siglata con Intesa Sanpaolo, “una grande transazione per noi, ora dobbiamo digerirla”. Interpellato sulle nuove opportunità, a settembre aveva detto: “Siamo qui per restare e certamente valuteremo altri investimenti. Vogliamo crescere nel mercato italiano. La piattaforma con Intesa sarà forte abbastanza e concorrenziale nel mercato italiano. L’importante è attrarre ooccasioni di servicing e aiutare i clienti acquisendo portafogli. Comprare piattaforme non è la nostra priorità, ma se capitasse, nell’ambito di operazione di acquisizione di portafogli, lo valuteremmo”.

ECCO UN ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI START MAGAZINE DELLO SCORSO APRILE DOPO L’ANNUNCIO DA PARTE DI INTESA SANPAOLO

L’offerta riguarda due operazioni distinte. La prima è relativa all’acquisto della piattaforma di servicing di Intesa, di cui Intrum avrà il 51%, per 500 milioni di euro; la seconda riguarda invece 10,8 miliardi lordi di crediti in sofferenza, che saranno oggetto di cartolarizzazione e vengono valutati 3,1 miliardi di euro, ovvero il 28,7% del valore lordo, quota in linea con i dati iscritti a bilancio. Il tutto si traduce in una plusvalenza di circa 400 milioni di euro dopo le imposte nel conto economico consolidato di Intesa Sanpaolo.

CHE COSA SUCCEDERA’

L’operazione fa parte di una più ampia offerta di Intrum Justitia che prevede una partnership strategica con Ca’ de Sass sui crediti deteriorati. L’integrazione delle piattaforme italiane del gruppo bancario italiano e Intrum porterebbe a un operatore di primo piano nel servicing di Npl nel mercato italiano.

IL COMMENTO DI REPUBBLICA

“L’aver tardato a vendere sofferenze e l’avere messo in competizione Intrum con i cinesi di Cefc, consente a Intesa Sanpaolo – ha scritto Repubblica – di spuntare prezzi medi pari al 28,7% del nominale, molto sopra le medie passate”. Pur in un mercato che migliora fisiologicamente, “è ben oltre il 18% a cui le quattro “ good bank” nate dalle banche del Centro Italia si liberarono di 10 miliardi di Npl; per non dire del 13% medio pagato a Unicredit per 17 miliardi di Npl nel 2017”.

COME SARA’ STRUTTURATA

La tranche Senior, corrispondente al 60% del prezzo del portafoglio, verrebbe finanziata da un pool di banche formato da Banca Imi, Mediobanca e Goldman Sachs in qualità di arranger e Credit Suisse, Hsbc e Imi nel ruolo di lender. Possibile che si cerchi di richiedere su questa tranche la garanzia statale Gacs.

LA SECONDA GAMBA

Il restante 40% formato dalla tranche Junior e Mezzanine verrebbe sottoscritte per il 51% da un veicolo – partecipato da Intrum e da uno o più co-investitori, ma che agirebbe comunque come singolo investitore ai fini di governance – e per il restante 49% da Intesa Sanpaolo. Secondo alcune fonti, si legge sul Sole 24 Ore, l’investore in questione, alleato con Intrum, è CarVal Investors, che fornirà il 20% delle risorse necessarie. Secondo fonti sempre citate dal Sole, Intrum pagherebbe 156 milioni a fine aprile, mentre il restante verrebbe versato entro novembre. Tale schema, permetterà il pieno deconsolidamento delle sofferenze entro l’anno.

I DETTAGLI DELL’OFFERTA

L’offerta, che sarà valutata da un cda convocato oggi dal gruppo bancario, porterebbe a una plusvalenza di circa 400 milioni di euro dopo le imposte nel conto economico consolidato di Intesa Sanpaolo. Infatti la piattaforma di servicing viene valutata 500 milioni di euro e le sofferenze da cartolarizzare circa 3,1 miliardi di euro.

I NUMERI DELLA MANOVRA

Intesa Sanpaolo, al 31 dicembre scorso, aveva già una buona qualità del credito, con un’incidenza degli Npl sui crediti complessivi al netto delle rettifiche al 5,5% dall’8,2% di fine 2016, scendendo con due anni di anticipo sotto l’obiettivo del 6% annunciato per fine 2019. Nel solo 2017 Ca’ de Sass ha ridotto i crediti deteriorati lordi di 13 miliardi di euro. Tornando ai termine dell’accordo sul tavolo del cda di oggi, l’operatore gestito dalla banca italiana e Intrum presenterà circa 40 miliardi di euro in servicing, mentre il 51% della nuova piattaforma sarà detenuto da Intrum e il 49% da Intesa Sanpaolo.

I TERMINI DELL’OPERAZIONE

È previsto un contratto di durata decennale per il servicing delle sofferenze di Intesa Sanpaolo a condizioni di mercato. Circa 1.000 dipendenti saranno interessati, incluse 600 persone provenienti dal gruppo Intesa Sanpaolo, dopo un processo di formazione professionale. Il closing sul veicolo finanziario per la cessione del maxi-portafoglio di Npl è previsto a novembre 2018 e avrà questa struttura: Tranche Senior pari al 60% del prezzo del portafoglio, che verrebbe sottoscritto da un gruppo di primarie banche; Tranche Junior e Mezzanine pari al restante 40% del prezzo del portafoglio, che verrebbero sottoscritte per il 51% da un veicolo (partecipato da Intrum e da uno o più co-investitori, ma che agirebbe comunque come singolo investitore ai fini di governance) e per il restante 49% da Intesa Sanpaolo.

ECCO IL COMUNICATO FINALE DI INTESA SANPAOLO

Centrale rischi: la nuova guida semplice di Banca d’Italia

dirittobancario.it 4.12.18

dirittobancario.it 4.12.18

D

ALLEGATI

Guida semplice Banca d’italia – Centrale rischi

Banca d’Italia ha emanato la nuova guida pratica dal titolo “La Centrale dei rischi in parole semplici”.

Le guide in parole semplici della Banca d’Italia perseguono l’obiettivo di: assicurare la trasparenza dei servizi bancari e finanziari; migliorare le conoscenze finanziarie dei cittadini; aiutare i cittadini a capire i prodotti più diffusi e a fare scelte consapevoli.

Le guide in oggetto rientrano tra i documenti che, secondo le disposizioni sulla trasparenza bancaria, gli intermediari sono tenuti a stampare e a rendere disponibile alla clientela.


PROCIDA. GIAQUINTO: “CHIUDE IL BANCO DI NAPOLI SULL’ISOLA, DISAGI PER GLI UTENTI”

teleischia.com 5.12.18

Sulla improvvisa chiusura degli sportelli dell’agenzia del Banco di Napoli a Procida, interviene Giuseppe Giaquinto:“Il vecchio, glorioso Banco di Napoli di via Vittorio Emanuele è chiuso. E non perché da qualche giorno il Banco di Napoli è stato definitivamente incorporato in Intesa Sanpaolo. Non solo perché scompare l’istituto tra i più antichi d’Italia, fondato nel 1539, le cui origini risalgono ai banchi pubblici gestiti dalle opere religiose. Sfumano così 500 anni di storia, con una fusione per incorporazione, avviata 10 anni fa, nel primo gruppo bancario italiano per capitalizzazione. I 2 milioni e 200 mila correntisti cambiano Iban e si vedranno catapultati virtualmente in un mega colosso con sede a Milano. Fine dell’autonomia per una banca che ha attraversato la storia d’Italia.A Procida l’avvenimento assume connotazioni ancora più drammatiche poichè da qualche giorno le centinaia e centinaia di clienti della storica Banca dell’isola non hanno trovato neanche quegli sportelli di emergenza approntati nel cortile della filiale, a seguito di importanti lavori che interessano da non poco tempo i locali della storica sede. Cancelli sbarrati e nessun orientamento per i tanti utenti dell’isola e non solo. A farne le spese soprattutto anziani e persone non in possesso neanche del bancomat che si sono vestiti negare la possibilità di effettuare qualsiasi operazione bancaria, prima fra tutte il prelievo delle proprie competenze. Soldi propri che restano chiusi nelle casseforti bancarie e nessun servizio alla propria clientela erogato. Una decisione improvvisa, dovuta certamente a cause di forza maggiore, pare alla certificata inidoneità dei locali provvisori effettuata dalla autorità competente, ma che, non per questo, va tenuta nascosta, omettendo ogni opportuna informazione e fornendo ogni doverosa certezza sulla fine dell’enorme disservizio. A farne le spese, dicevamo, soprattutto anziani, ma anche commercianti, impiegati, professionisti, semplici correntisti. Qualcuno, con evidente necessità di liquidità e sprovvisto di bancomat per prelevare presso altri sportelli, si sta recando, con non pochi sacrifici, nella vicina isola d’Ischia.E’ inizio mese, arrivano sui conti correnti stipendi e pensioni.Ci chiediamo come mai dall’istituto non arriva nessuna notizia ufficiale? Perché i dipendenti sono stati messi in ferie? Perché un’azienda con un rapporto consolidato col territorio procidano non ha programmato diversamente l’inutilizzo dei locali e non ha provveduto a fittare temporaneamente  dei locali sostitutivi idonei per continuare a svolgere il proprio compito istituzionale?Abbiamo raccolto tantissime lamentele in giro e la gente sta vivendo questa chiusura inattesa come un vero e proprio tradimento. Quella Banca che, un tempo, era l’orgoglio del territorio, oggi, sta deludendo e non poco i propri clienti abbandonati a se stessi..Per tutelare l’utenza e la cittadinanza credo vadano innanzitutto chiarite le ragioni del disservizio e i tempi di ripristino della normalità da parte dell’Azienda. Se questo non avverrà in tempi celeri siamo pronti ad attivare l’associazione consumatori per tutelare i diritti dei clienti bancari e dei risparmiatori.


Facebook Segue le offerte segrete per vendere i dati degli utenti preferenziali; Rivali indefiniti per email trapelate

zerohedge.com 5.12.18

Un importante parlamentare del Regno Unito ha dichiarato mercoledì che Facebook ha mantenuto “accordi di whitelisting” riservati con società selezionate che avrebbero dato loro un accesso preferenziale a vaste quantità di dati degli utenti, dopo che la commissione parlamentare ha rilasciato documenti sigillati da un tribunale della California, riferisce  Bloomberg . 

I documenti – ottenuti in una causa in California sigillato e trapelato al legislatore Regno Unito durante un viaggio d’affari a Londra, includono e-mail interne che coinvolgono CEO Mark Zuckerberg – e ha portato il presidente della commissione Damian Collins a concludere che Facebook ha dato aziende selezionate accesso preferenziale ai dati degli utenti preziosiper la loro app, interrompendo l’accesso ai dati utilizzati dalle app in competizione. Presumibilmente, Facebook ha condotto sondaggi globali sull’utilizzo delle app per dispositivi mobili da parte dei clienti  , probabilmente a loro insaputa , e “una modifica alla politica delle app Android di Facebook ha portato alla registrazione di dati sulle chiamate e sui messaggi deliberatamente resi difficili da conoscere”, secondo  Bloomberg .

In una e-mail, datata 4 febbraio 2015, un ingegnere di Facebook ha affermato che una funzionalità dell’app Facebook di Android che “carica continuamente” la chiamata e la cronologia degli SMS di un utente sarebbe una “cosa ad alto rischio da una prospettiva di pubbliche relazioni”. Una successiva e-mail suggerisce che non è necessario chiedere agli utenti di dare il permesso per l’attivazione di questa funzione.  – Bloomberg

Le e-mail rivelano anche che Zuckerberg ha approvato personalmente limitando l’hobbling dello strumento di condivisione video Vine di Twitter impedendo agli utenti di trovare i propri amici su Facebook. 

In una e-mail, datata 23 gennaio 2013, un ingegnere di Facebook ha contattato Zuckerberg per dire che la rivale Twitter Inc. aveva lanciato il suo strumento di video-sharing Vine, che gli utenti potevano connettersi a Facebook per trovare i loro amici lì. L’ingegnere suggerì di bloccare l’accesso di Vine alla funzione degli amici, a cui Zuckerberg rispose, ” Sì, fallo .”

“Non pensiamo di aver avuto risposte dirette da Facebook su questi importanti problemi, motivo per cui stiamo rilasciando i documenti”, ha detto Collins in un post su Twitter che accompagna le e-mail pubblicate. – Bloomberg

Non riteniamo di avere avuto risposte dirette da Facebook su questi importanti problemi, motivo per cui stiamo rilasciando i documenti.

5 dicembre 2018

Migliaia di documenti digitali sono stati trasmessi a Collins durante un viaggio d’affari a Londra da Ted Kramer, fondatore dello sviluppatore di app Six4Three, che li ha ottenuti durante la scoperta legale in una causa contro Facebook. Kramer ha sviluppato Pikinis, un’app che consente alle persone di trovare le foto degli utenti di Facebook che indossano Bikini. L’app utilizzava i dati di Facebook a cui si accedeva tramite un feed noto come interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), consentendo a Six4Three di cercare liberamente le foto in bikini degli amici di Facebook degli utenti di Pikini. 

Facebook ha smentito le accuse, dicendo a  Bloomberg  in una dichiarazione via email: “Come ogni azienda, abbiamo avuto molte conversazioni interne sui vari modi in cui potevamo costruire un modello di business sostenibile per la nostra piattaforma”, aggiungendo “Non abbiamo mai venduto i dati delle persone”. 

Un numero limitato di documenti è già  diventato pubblico la  scorsa settimana, comprese le descrizioni delle e-mail che suggerivano che i dirigenti di Facebook avevano discusso dando accesso ai loro preziosi dati utente ad alcune aziende che acquistavano pubblicità quando stava faticando a lanciare la propria attività pubblicitaria. La presunta pratica è iniziata circa sette anni fa, ma quest’anno è diventata più rilevante perché le pratiche in questione – che consentono agli sviluppatori esterni di raccogliere dati non solo sugli utenti delle app ma anche sui loro amici – sono al centro dello scandalo di Facebook di Cambridge Analytica.

Facebook ha detto la scorsa settimana che il quadro offerto da quei documenti è stato ingannevolmente realizzato dagli avvocati di Six4Three. – WaPo

“I documenti Six4Three raccolti per questo caso senza fondamento sono solo una parte della storia e sono presentati in un modo molto fuorviante senza ulteriore contesto”, ha detto il direttore di Facebook di piattaforme e programmi per sviluppatori, Konstantinos Papamiltiadis, che ha aggiunto: “Siamo vicini cambiamenti di piattaforma che abbiamo fatto nel 2015 per impedire a una persona di condividere i dati dei propri amici con gli sviluppatori.Tutte le estensioni a breve termine concesse durante questa transizione di piattaforma erano per impedire che le modifiche interrompessero l’esperienza utente. “

Kramer è stato ordinato da un giudice del tribunale statale della California venerdì  di consegnare il suo portatile a un esperto forense dopo aver ammesso di aver consegnato i documenti al comitato del Regno Unito. L’ordine si fermò poco prima di tenere la compagnia disprezzata come richiesto da Facebook, tuttavia, dopo un’udienza, il giudice della Corte Superiore della California, V. Raymond Swope, disse a Kramer che poteva emettere sanzioni e un ordine di disprezzo in un secondo momento. 

“Quello che è successo qui è inconcepibile”, ha detto Swope. “La tua condotta non è ben presa da questo tribunale, una cosa è servire ad altri bisogni che non rientrano nell’ambito di questa causa, ma non soddisfare quei bisogni o soddisfare quelle curiosità, quando c’è un ordine del tribunale che ti impedisce di fallo . “

Guai in Paradiso?

Mentre Facebook si trova ora di fronte a un altro scandalo relativo alla raccolta dati,  Buzzfeed  riporta che le tensioni interne all’interno dell’azienda stanno ribollendo – affermando che “dopo oltre un anno di cattiva stampa, le tensioni interne stanno raggiungendo un punto di ebollizione e si stanno riversando in vista pubblica. “

Durante tutta la crisi, il CEO di Facebook Mark Zuckerberg, che mantiene il controllo degli azionisti di maggioranza, si è dimostrato straordinariamente immune alle pressioni e alle pressioni esterne – da politici, investitori e stampa – lasciando i suoi dipendenti come forse i suoi più importanti stakeholder. Ora, mentre il prezzo delle sue azioni diminuisce e la missione dell’azienda di collegare il mondo è sfidata, le voci all’interno diventano sempre più forti e i commenti pubblici, così come le conversazioni private condivise con BuzzFeed News, suggeriscono una nuova incertezza sulla direzione futura di Facebook.

Internamente, il conflitto sembra aver diviso Facebook in tre campi: quelli fedeli a Zuckerberg e al chief operating officer Sheryl Sandberg; coloro che vedono gli attuali scandali come prova di un più grande tracollo aziendale ; e un gruppo che vede l’intera narrativa – compresa la descrizione dell’assunzione da parte della società della società di  consulenza sulla comunicazione Definers Public Affairs  – come esempi di attacchi da parte dei media. – Buzzfeed

“Altrimenti è razionale, gente sana di mente che si trova nell’orbita di Mark scatenando la piena retorica anti-mediatica, dicendo che la stampa si sta coalizzando su Facebook”, ha detto un ex impiegato anziano. “È la mentalità del bunker: queste persone sono state assediate per 600 giorni, si stancano, diventano irritabili, l’unica strategia di sopravvivenza è quella di smettere o di comprarsi completamente”.

Un portavoce di Facebook ha ammesso a  BuzzFeed  che questo è “un momento difficile”. 

La curva dei rendimenti degli Stati Uniti è appena capovolta. È enorme.

Brian Chappatta Bloomberg.com 3.12.18

Cinghia Fotografo: Chris Ratcliffe / Bloomberg 

Brian Chappatta è un editorialista di Bloomberg Opinion sui mercati del debito. In precedenza ha coperto i titoli per Bloomberg News. È anche un noleggiatore CFA.Leggi altre opinioniSegui @BChappatta su TwitterCOMMENTI 50ASCOLTA L’ARTICOLO 03:20CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO Condividere Tweet Inviare E-mail

La curva dei rendimenti del Tesoro USA si è invertita per la prima volta in più di un decennio.

È un momento in cui il più grande mercato obbligazionario del mondo ha riflettuto negli ultimi 12 mesi. L’  anno scorso ho scritto intorno a Wall Street che era venuto giù con un caso di febbre appiattita, con sei degli 11 analisti che ho intervistato dicendo che la curva da due a 10 anni sarebbe invertita almeno per la fine del 2019. Non è così esattamente quello che è successo lunedì, sebbene quello spread abbia raggiunto il minimo dal 2007. Piuttosto, la differenza tra i rendimenti dei Treasury a tre e cinque anni è scesa sotto lo zero, segnando la prima parte della curva da invertire in questo ciclo.

The First Inversion

Dopo anni di appiattimento, la differenza di rendimento tra alcune note del Tesoro scende sotto lo zero

Fonte: Bloomberg

La mossa non è uscita dal nulla. In effetti, ho scritto una settimana fa che lo spread tra le note del Tesoro a breve termine stava correndo verso l’inversione , e Katherine Greifeld di Bloomberg News e Emily Barrett hanno notato la rottura fallita sotto lo zero di venerdì. Tuttavia, non mi aspettavo necessariamente che questo giorno arrivasse così presto. Gli strateghi dei tassi affermano da tempo che essere vicini non lo taglia quando si parla di una curva dei rendimenti invertiti e delle ben note implicazioni economiche che ne derivano, e cioè che lo spread tra i rendimenti del Tesoro a breve e lungo termine è sceso sotto lo zero davanti a zero di ciascuna delle ultime sette recessioni. 

È importante tenere a mente la cronologia tra l’inversione e i rallentamenti economici: non è istantanea. La curva dei rendimenti da tre a cinque anni è scesa sotto lo zero durante l’ultimo ciclo per la prima volta nell’agosto 2005, circa 28 mesi prima dell’inizio della recessione. Che questa sia la prima parte da capovolgere non è troppo sorprendente, considerando quanto i trader di obbligazioni scrutino si collocano sulle prospettive della Federal Reserve per gli aumenti dei tassi. Tutto ciò significa che la banca centrale probabilmente lascerà i tassi di interesse stabili, o addirittura taglierà un po ‘, nel 2022 o nel 2023. Direi che non è solo possibile, ma probabile, dato che siamo già in uno dei più lunghi espansioni nella storia degli Stati Uniti.

Clicca qui per un QuickTake sulla curva dei rendimenti

La domanda più interessante potrebbe essere il motivo per cui questa parte della curva dei rendimenti ha vinto la corsa all’inversione, piuttosto che lo spread tra i Treasuries a 7 e 10 anni, che sembrava destinato a scendere sotto lo zero all’inizio di quest’anno. Una delle ragioni potrebbe essere che la riduzione del bilancio della Fed sta esercitando una maggiore pressione sui titoli decennali rispetto alle scadenze più brevi, il che non è avvenuto durante i precedenti periodi di inversione. In effetti, i responsabili politici non hanno mostrato segni di allentamento di questa stretta di scena.

Oltre a ciò, il Dipartimento del Tesoro sta vendendo quantità crescenti di debito, il che incide in modo sproporzionato sugli obblighi più datati perché gli acquirenti devono considerare il rischio di durata che stanno assorbendo. Ricorda la curva da cinque a 30 anni, che è scesa sotto i 20 punti base a luglio? Lo spread è ora di circa 46 punti base, guidato da rendimenti obbligazionari a lungo termine ostinatamente più elevati. 

Dato il recente fulcro dei più importanti leader della Fed – Jerome Powell, Richard Clarida e John Williams – questo flirt con inversione tra le note del Tesoro a due, tre e cinque anni probabilmente non sta andando via. Il mercato obbligazionario si sta avvicinando rapidamente al punto in cui i commercianti devono chiedersi se un rialzo dei tassi ora aumenta le possibilità di un taglio in pochi anni. Altre domande includono “che cosa è neutrale?” E “la FED può pianificare un atterraggio morbido?”. Per non dire se la presunta relazione tra mercato del lavoro e aspettative di inflazione è ancora intatta.

Quelle sono grandi domande senza risposte facili, e la prima inversione della curva dei rendimenti USA offre solo un indizio. La Fed vuole essere più dipendente dai dati andando avanti. Le probabilità sono che il mercato faccia lo stesso. 

I mostri del nostro tempo

comedonchisciotte.org 5.12.18

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

Mentre le IENE (Italia1/Mediaset/Berlusconi) hanno sbattuto il mostro in prima pagina, cioè quello di Pomigliano D’Arco, il papà del vice ministro Luigi Di Maio, a Parigi, le lunghe proteste dei “Gilets Jaunes” sembra che abbiano abbattuto il vero mostro, delfino dei Rothschild, Emmanuel Macron, e attratto l’attenzione del premier, Edouard Philippe, che ha promesso alcune concessioni: sei mesi di sospensione dell’aumento delle tasse sui carburanti, e nessun aumento delle tariffe di gas ed elettricità per tutto l’inverno.

Per la saga dei mostri sul versante italiano, forse ci siamo persi la puntata delle IENE sul riciclaggio dei soldi mafiosi della Banca del papà di Silvio Berlusconi.

La Banca Rasini di Milano infatti, di proprietà negli anni ’70 di Carlo Rasini, fu indicata addirittura  da Sindona e nominata in molti documenti ufficiali della magistratura, come la principale banca utilizzata dalla mafia per il riciclo del denaro sporco nel nord Italia (Elio Veltri e Marco Travaglio, L’odore dei soldi).

Furono clienti di quella banca Pippo Calò, Totò Riina e Bernardo Provenzano, negli anni in cui formavano la Cupola, in quegli stessi anni in cui Luigi Berlusconi lavorava presso la Banca, prima come impiegato, poi come Procuratore con diritto di firma e infine come Direttore.

Nel 1970, il procuratore della Banca Luigi Berlusconi aveva ratificato un’operazione molto particolare, per l’acquisto di una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d’amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Sempre intorno a quegli anni Silvio Berlusconi registrava presso la Banca Rasini ventitré holding come “negozi di parrucchiere ed estetista”, che hanno detenuto per molto tempo il capitale della Fininvest, ed altre 15 Holding, incaricate di operazioni su mercati esteri… etc etc.

Che dire… il mainstream ci informa dettagliatamente sui nanetti da giardino del papà di Di Maio e oscura tenacemente l’epopea del papà del Berlu, perché quel poco che la tv italiana ci ha trasmesso ce lo siamo in gran parte dimenticato.

Cestinate nell’oblio come refusi narratologici indigesti anche le storie di papà Renzi o di papà Boschi, poco interessanti per arginare i nuovi populismi che governano ‘in modo scellerato’ l’Italia e avrebbero velleità spendibili anche per l’UE, alle prossime europee.

La polizia tedesca irrompe nella sede di Deutsche Bank, alla ricerca di miliardi riciclati… invece quella italiana irrompe nel campetto incolto del mostro di Pomigliano, dimostrando che esistono spread di vario spessore, non solo il differenziale tra i rendimenti di Btp e Bund, ma anche tra  due culture diverse… da una parte i padroni, che non tollerano infrazioni al libero mercato, garante dello sfruttamento di classe, dall’altra i servi, che non tollerano che qualcuno osi liberare l’Italia dalla servitù dell’Eurozona.

Nella guerra all’ultima fake dei globalisti contro i nazionalisti, gli sciacalli e gli infami del vecchio regime si accaniscono contro tutto il governo, perché sta proponendo politiche troppo incompatibili con i loro interessi.

Poi irrompe sulla scena mediatica Sandro Veronesi, l’ultimo pseudo intellettuale, vero monstrum,  pronto a sacrificare la svendita dell’Italia per un posticino al sole, disposto a raccontare eresie politiche, a versare odio eurista a badilate, tanto che manco Giuda Iscariota era arrivato a tanto, perché aveva tradito Gesù zelota, vero, ma in nome della libertà della sua patria… però la verità dei fatti è privilegio di pochi, mentre la menzogna mercificata per 30 cents è una disgrazia per tutti gli altri.

“Io sono scappato via dalla Mondadori quando Berlusconi è diventato premier, però se mi chiedete di firmare per riavere domani Berlusconi e il suo governo, io firmo, e firmo col sangue”… così Sandro Veronesi a Circo Massimo, su Radio Capital. “Non bisogna chiedere scusa come dice Renzi. Berlusconi era arrogante, strafottente, in conflitto di interessi, ma sapeva qualcosa del mondo. Questi, invece, non sanno quello che fanno.”

Ma il carosello dei vampiri non finisce qui, perché a marcare il territorio a Torino arriva la carica dei 3000 imprenditori Sì-Tav,  artigiani, commercianti, cooperative, industriali, aderenti a 12 associazioni di categoria, si sono dati appuntamento alle Ogr di Torino per l’incontro dal titolo “Infrastrutture per lo sviluppo. Tav, l’Italia in Europa”. Obiettivo del convegno quello di chiedere al governo “una riflessione seria e libera da pregiudizi ideologici sulle scelte che riguardano grandi opere e sviluppo”. Col presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, erano presenti tutti i vertici di Casartigiani, Ance, Confapi, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Confcommercio e Cna.

Lo chiamano il partito del Pil quello che si è radunato a Torino il 3 dicembre, blaterando a favore della TAV e delle grandi opere. E cioè il partito dei ricchi, delle lobby, delle confederazioni di prenditori, che sembrano piuttosto incazzati, perché hanno perso i numeri di telefono dei loro referenti al governo, mentre sarebbero ansiosi di rincorrere nuovi appalti, grandi opere, concessioni, progresso… il loro naturalmente.

I PIL rivogliono le loro garanzie cementificate, le concessioni blindate e i trattamenti di riguardo, pretendono a gran voce la TAV, le grandi opere, le Olimpiadi… ma solo nell’interesse del Paese, nella prospettiva del progresso, ci mancherebbe altro !!

Nonostante l’inchiesta Alchemia abbia dimostrato che la ‘ndrangheta si cela dietro i movimenti ‘Sì Tav’, con l’obiettivo di infiltrarsi nei lavori per il ‘terzo valico’. L’inchiesta ha portato all’arresto di 42 persone da parte della polizia di stato e della Dia di Reggio Calabria e Genova.  Secondo il magistrato le cosche hanno utilizzato “mediaticamente i gruppi Sì Tav infiltrandoli con i propri affiliati per dare rilievo alla causa. Questo per inquinare gli appalti pubblici con le proprie imprese”.

“Dalle intercettazioni – gli fa eco il procuratore aggiunto Gaetano Paci – rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Sì Tav‘ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera. Una strategia mediatica molto raffinata”.

Insomma, le élite dominanti, sia in Italia che in Europa, stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione per delegittimare il governo in carica, fake news, scandali inesistenti pompati all’eccesso, propaganda mediatica e macchina del fango… perfino Salvini si è messo a difendere Di Maio, perché gli attacchi sono potenti, molto ben orchestrati, e arrivano da più parti.

Tutto li disturba delle scelte politiche del governo: la volontà di rispettare le promesse elettorali, la nuova visione sovranista e nazionalista anti UE, la guerra ai potentati d’interesse, l’ostracismo sulle grandi opere inutili, più per i 5S che per la Lega, ma comunque finora attuato (tranne che per il Tap, imposto dagli Usa), il decreto sicurezza, la difesa del welfare state e il tentativo di ripristinare con ogni mezzo la propria sovranità.

Nel frattempo le piene del fiume giallo francese hanno allagato i teleschermi di tutta Europa, fino ad indurre Macron ad una resa momentanea, chissà che l’ondata populista possa incrementare anche il potere contrattuale del governo italiano, molto strano però che mentre in Francia protesti la classe media diseredata, qui in Italia protestino le élite della Confindustria.

‘Monstrum’ in latino aveva assunto un significato del tutto diverso da quello attuale, voleva dire prodigio, fatto eccezionale, fenomeno portentoso, in senso sia positivo sia negativo, ma senza le connotazioni deteriori che il termine ‘mostro’ ha acquisito oggi.

Però i demoni del nostro tempo sono diversi, meno eccezionali e più umani, meno prodigiosi e più feroci, ci governano attraverso l’ipocrisia e ci comandano tramite l’inganno, dato che l’unico loro intento non è liberarci dalla gabbia liberista, quanto cavalcare i disagi, al fine di disinnescarne solo il botto e continuare così inesorabilmente ad alimentare il sistema.

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

05.12.2018


Popolare Vicenza e Veneto Banca, ecco le novità del Parlamento per i risparmiatori “truffati”

diFernando Soto e Sebastiano Torrini 4.12.18 startmag.it

Popolare vicenza

Che cosa prevede l’emendamento bipartisan approvato ieri per i risparmiatori “truffati” di Banca Etruria, Popolare di Vicenza e Veneto Banca

M5S e Lega hanno voluto intestarsi l’emendamento reclamato a gran voce dalle associazioni di obbligazionisti e azionisti (di Banca Etruria come di Veneto Banca o di Popolare di Vicenza) per eliminare dalla legge di bilancio il cosiddetto “scudo” contro le azioni legali a danno degli amministratori delle banche, di Consob e di Banca d’Italia.

CHE COSA SUCCEDERÀ PER I RISPARMIATORI DI POPOLARE VICENZA, VENETO BANCA E BANCA ETRURIA

Il problema era nato durante gli incontri, spesso animati e a volte persino pubblicati online, tra le associazioni e i sottosegretari al ministro dell’Economia. Nell’articolo della manovra che stanzia 1,5 miliardi in tre anni per risarcire anche gli azionisti delle banche fallite è infatti stabilito che all’accettazione del ristoro (pari al 30% delle somme perse) il risparmiatore rinunci automaticamente “a qualsiasi diritto e pretesa” sull’importo restante, eliminando la possibilità quindi di fare causa agli ex vertici degli istituti di credito e alle autorità di vigilanza. Un codicillo che ha fatto letteralmente insorgere i risparmiatori, pronti a voltare le spalle al governo gialloverde, fino a quel momento in gran parte sostenuto. Le rassicurazioni sono quindi prontamente arrivate più di due settimane fa dalla Lega, che ha annunciato e presentato un emendamento ad hoc.

Alla fine c’è stato il via libera della Commissione Bilancio della Camera a un emendamento bipartisan.

ECCO LE INTENZIONI INIZIALI DEL GOVERNO PER I RISPARMIATORI

Tutto era partito dall’annuncio del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro M5S): “Il Governo del cambiamento mantiene le promesse: nella legge di bilancio è stato inserito un emendamento che consentirà ai cittadini truffati di fare causa agli istituti di credito anche se otterranno il risarcimento. Dopo anni di battaglie al fianco dei risparmiatori è una nostra vittoria che restituisce diritti e dignità a chi è stato sacrificato per salvare le banche amiche. Abbiamo invertito la rotta dei precedenti Governi che hanno condannato migliaia e migliaia di cittadini a perdere i risparmi di una vita. Noi intendiamo tutelare la stabilità del sistema creditizio senza per questo far pagare il prezzo ai truffati. Nessuno scudo, quindi, ma al contrario la massima tutela dei cittadini”.

CHE COSA AVEVA DETTO IL MINISTRO FRACCARO

Il ministro Fraccaro aveva aggiunto: “Abbiamo istituto un Fondo da 1,5 miliardi per i truffati. Grazie alla norma inserita nella manovra le vittime delle banche otterranno il giusto risarcimento e potranno anche esercitare il loro diritto di agire legalmente. Questo risultato concreto è il frutto del lavoro, portato avanti dal vicepremier Di Maio e dal sottosegretario Villarosa, dialogando con le associazioni dei risparmiatori. In Senato – conclude Fraccaro – presenteremo le altre norme per una riforma organica della questione, dando finalmente una risposta alle istanze dei cittadini vittima delle banche e delle commistioni malsane con la politica”.

LE PRESSIONI PER LA RETROMARCIA

Lo proposta Fraccaro ha però sollevato un vespaio di polemiche tanto da costringere il presidente della commissione Bilancio alla Camera a sospendere i lavori. L’annuncio aveva provocato in particolare la protesta del Pd, che aveva chiesto chiarimenti al presidente della Commissione stessa, Claudio Borghi (Lega), ma anche qualche perplessità nelle file del Carroccio.

CHE COSA PREVEDE LA PROPOSTA UNANIME

Nelle ultime ore a sconvolgere ancora le carte è stato il ministro 5S Riccardo Fraccaro, che, rivendicando la vicinanza al mondo dei ‘truffati’, ha annunciato l’approvazione della modifica, nonostante alla Camera non fosse stata ancora ne’ discussa ne’ tantomeno votata. Un passo che ha scatenato l’ira del Pd e che ha costretto la commissione ad interrompere i lavori e a convocare un ufficio di presidenza. Il risultato è stato un inedito annuncio a tutti i giornalisti presenti nella sala Mappamondo di Montecitorio del presidente Claudio Borghi (Lega): l’emendamento è stato riformulato e sottoscritto da tutti i gruppi parlamentari, di maggioranza e opposizione.

ECCO LA DECISIONE FINALE DEI CAPIGRUPPO

Alla fine è arrivata la risposta unanime dei capigruppo in commissione: sia maggioranza sia opposizione hanno sottoscritto un nuovo emendamento alla manovra per cancellare lo ‘scudo’ con cui, al momento, i risparmiatori colpiti dal crack bancario non possono fare ricorso contro le banche se accettano il risarcimento. Da qui la nuova formulazione: “Resta impregiudicato il diritto per i risparmiatori di agire in giudizio per il risarcimento della parte di danno eccedente il ristoro già corrisposto”.

Berlino: quel legame tossico fra banche e 11,5 miliardi di Btp

Elena Dal Maso milanofinanza.it 5.12.18

L’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw) punta il dito sui Btp nelle banche italiane che, se dovessero essere convertiti in capitale, sarebbero un buco enorme. Così non può partire il dialogo sulla garanzia comunitaria per i depositi

In Germania il rapporto banche-titoli di Stato è visto come un legame pericoloso. Secondo uno studio dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW) “dal 2014 il peso dei titoli governativi all’interno degli istituti di credito dell’Eurozona è cresciuto molto”. Il documento dell’istituto con sede a Berlino, privato, ma finanziato dallo Stato, avverte che “il collegamento tra il rischio di default sovrano e bancario è aumentato”. Lo riporta Handelsblatt, cui è stato anticipato il testo, che nel titolo parla di “legame tossico” (eine toxische Verbindung) fra Stato e banca.

Dai dati elaborati emerge che l’Italia si trova prima in Europa per quantità di Btp in pancia alle banche, pari a 11,5 miliardi di euro, segue la Spagna con poco meno di 10 miliardi, quindi la Francia a 3 miliardi, la Germania con poco più di 2 miliardi e la Gran Bretagna con circa 1 miliardo.

Andando a guardare ai maggiori istituti di credito, il primo in Ue per rapporto fra titoli di Stato del proprio Paese e gli attivi è la francese Bpce a quota 6%, appena sotto il 6% si pone l’inglese Llodys, al 5% si trova il Credit Agricole e Unicredit  è quarta con un 4,3% circa, settimana con un 4,2% si pone invece Société Générale , mentre Deutsche Bank  (4%) e Commerzbank  (3,6% circa) si trovano in fondo alla classifica.

I due gruppi tedeschi messi assieme, riporta Handelsblatt, hanno in bilancio circa 1 miliardo di titoli di Stato che potrebbero essere una zavorra se il Bund e la Germania entrassero in crisi. Un calcolo davvero ipotetico, visto che il decennale tedesco è benchmark europeo per solidità. Andando invece a guardare alle altre banche europee di dimensioni più piccole, emerge l’11% di Bonos in pancia alla spagnola Bbva , il quasi 9% di Btp di Ubi, circa il 9% del Santander e poco meno dell’8% di Intesa Sanpaolo .

L’interdipendenza finanziaria tra istituti di credito e stati è uno dei principali problemi strutturali dell’unione monetaria, ricordano i tedeschi, che si stanno opponendo alla garanzia comunitaria sui depositi anche per questa ragione, rinviando di continuo l’unione fiscale in Europa. E anche se pare che l’Ue voglia avviare una tabella di marcia per i negoziati sull’assicurazione dei depositi prima della fine dell’anno, su questo sistema di protezione (Edis) la comunità economica e politica tedesca fa trapelare che il negoziato potrà partire solo quando sparirà un altro grande rischio: i titoli di Stato nei bilanci delle banche. Ma il governo italiano fortemente indebitato, scrive Handelsblatt, fatica a parlare dell’argomento. Teme che tali regole renderebbero più costoso il debito in crescita.

Handelsblatt scrive poi che la Germania non apprezza molto il fatto che, per normativa europea, una banca dell’Eurozona possa acquistare titoli di Stato del proprio Paese senza pesare sui ratio patrimoniali (le Rwa, asset ponderati per il rischio) perché il peso è zero se si tratta di debito emesso da uno Stato che appartiene all’area Ue/Ocse. Di questo, però se ne sono approffittati gli Stati del Sud. L’esenzione deriva dal presupposto che i fallimenti dei Paesi dell’euro sono virtualmente esclusi, ma l’esperienza della Grecia ha messo i mercati sul chi va là. A Berlino il timore è che la bozza di bilancio dell’Italia porti il Paese ad una crisi, addirittura ad una bancarotta. “Di conseguenza, ci fanno preoccupare le banche dell’Europa meridionale legate sempre più ai loro paesi d’origine”, ha commentato Antje Tillmann, portavoce per la finanza della Cdu. E questo è anche un argomento che le banche tedesche portano a sostengo della loro strutturale opposizione all’assicurazione dei depositi dell’Ue.