DIOTALLEVI / QUEI RAPPORTI CON L’ENTOURAGE DI ‘O MINISTRO POMICINO

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Confermata dalla Corte d’Appello di Roma la confisca del patrimonio di Ernesto Diotallevi, l’uomo che per anni ha trattato per conto della Banda della Magliana gli affari più grossi. Il primo provvedimento era stato preso oltre tre anni fa, a maggio 2015, in conseguenza dell’inchiesta “Mafia Capitale”.

Un patrimonio da 25-30 milioni di euro, dove c’è di tutto e di più. Dalla maison extra lusso vis a vis con la Fontana di Trevi, a quella sulla celebre isola di Cavallo, a decine di immobili sparsi dalla stessa Roma alla Sardegna, ville al mare, società immobiliari, nautiche, commericali, addirittura una sigla liberiana e chi più ne ha più ne metta.

La Voce ha scritto un’ampia inchiesta, appunto tre anni e mezzo fa, sull’impero Diotallevi, che potete leggere nel link in basso. All’epoca avevamo puntato i riflettori, all’interno di quel patrimonio, in particolare su un grande appartamento romano, in viale del Pacifico. Soprattutto perchè risultavano estremamente interessanti i passaggi societari intercorsi in quell’affaire, con la partecipazione di pezzi da novanta della politica e della finanza.

Ecco in sintesi cosa era successo. Al centro della scena, appunto, il prestigioso immobile di viale del Pacifico, un tempo proprietà del produttore cinematografico Franco Cristaldi, che lo volle regalare alla sua compagna, la stupenda attrice Zeudy Araya. Poi è passato all’Inpdap, l’ente previdenziale, per quindi finire nell’orbita di Fimit, il fondo costituito dal re del settore, Massimo Caputi, grande amico di Paolo Cirino Pomicino. Un altro passaggio ancora, e siamo alla società “Case srl”.

Società di cui si parla abbondantemente nel primo decreto di sequestro dei beni griffati Diotallevi, e di cui i media non ha mai scritto una virgola.

Ecco il passaggio fondamentale, riguardate Case srl, di quel decreto: “in data 4 maggio 2007 Morlando Giuliano e LAI Costruzioni srl vendono l’intero capitale sociale della Case srl rispettivamente a Diotellevi Mario, a Diotallevi Leonardo, a Ciotti Roberto(prestanome dei Diotallevi, ndr) e alla MD Consulting. Nell’annualità in questione, dunque, risulta che i fratelli Diotallevi avrebbero corrisposto l’intero importo, pari a 2 milioni e 100 mila euro. Tale assunto trova conferma nell’analisi del rapporto di conto corrente cointestato a Diotallevi Mario e Leonardo acceso presso Banca Carim spa, dal quale è emerso che in data 4 maggio 2007 sono stati disposti due bonifici all’ordine di Morlando Giuliano”.

Ma eccoci al clou: chi è mai Giuliano Morlando? Un progettista napoletano, grande amico Paolo Cirino Pomicino. Così come è un progettista l’altro braccio destro storico di ‘O Ministro, ossia il faccendiere Vincenzo Maria Greco, l’uomo ombra (proprio con Morlando) di tutti i business cari all’ex titolare del Bilancio, dal dopo terremoto del 1980 all’Alta Velocità, passando attraverso le vaste praterie di lavori e appalti pubblici.

Come mai la magistratura fino ad oggi non ha puntato i riflettori sui rapporti realmente intercorsi tra i fratelli Diotallevi (non solo Mario e Leonardo, ma anche Ernesto, of course) e il più stretto entourage pomiciniano? Non è mai troppo tardi.

Nella foto Ernesto Diotallevi

SPY FINANZA/ Il destino dell’Europa si decide in quattro giorni

Si avvicinano giorni importanti per il destino dell’Europa: dalle manifestazioni a Parigi e Roma fino al voto del Parlamento inglese sulla Brexit

06.12.2018 – Mauro Bottarelli il sussidiario.net

Gilet Gialli
Gilet Gialli a Parigi (Lapresse)

Io capisco che difendere l’indifendibile sia lavoro usurante e a tempo pieno, quindi potenziale veicolo di burnout professionale e umano per chi lo pratica ma dovrebbe esserci un limite a tutto. Anche alla piaggeria. O al ridicolo. Questo governo, dove aver minacciato la Terza guerra mondiale in difesa della sua Manovra economica da minus habens, ora staziona con primo ministro e ministro dell’Economia stabilmente a Bruxelles con il cappello in mano, accettando qualsiasi diktat, pur di evitare quella stessa procedura di infrazione contro cui fino all’altro giorno opponevano un me ne frego da versione social del Ventennio. Cosa stia accadendo in Parlamento, meglio nemmeno commentarlo: ormai vado a letto la sera sperando nell’esercizio provvisorio, come si spera nella pioggia purificatrice di manzoniana memoria. Eppure, il Governo gode ancora di supporto altissimo fra gli italiani. I due partiti che lo compongono, insieme, veleggiano attorno a quota 60% per tutti gli istituti demoscopici: a quanto pare, il livello di esasperazione verso le classi dirigenti precedenti è ancora talmente alto da garantire un amplissimo cuscinetto di ammortizzazione dal tradimento delle promesse elettorali e dal dilettantismo ormai conclamato. 

Sabato uno dei due vice-premier e, di fatto, azionista di maggioranza dell’esecutivo, il ministro Matteo Salvini, mostrerà i muscoli ad avversari e alleati con la prova di forza delle piazza a Roma: sarà il battesimo del fuoco e la nascita ufficiale del nuovo soggetto politico sovranista e a vocazione nazionale, l’addio politico e definitivo alla Lega che fu di Bossi e di Miglio, il quale grazie al Cielo non è qui a vedere lo scempio che si è fatto delle istanze federaliste a autonomiste delle origini.

Questo il quadro, per sommi ed estremi capi. Ma temo che sabato sarà altrove il banco di prova di questi tempi incerti e pericolosi: salvo cambiamenti dell’ultim’ora, i “gilet gialli” francesi torneranno in piazza a Parigi. E con un obiettivo dichiarato: la Bastiglia, simbolo che più evocativo non può esistere per un francese. Comunque sia orientato politicamente. Mentre scrivo, infatti, i leader più duri del movimento di protesta hanno risposto picche alla clamorosa calata di braghe del Governo francese e dell’Eliseo, il quale – in perfetta corrispondenza con le spavalderie romane – prima ha minacciato la mano pesante contro le violenze e la sua totale indisponibilità a cedere ai ricatti della piazza, poi ha non solo aperto al dialogo, ma addirittura prorogato di sei mesi l’entrata in vigore degli aumenti sul prezzo del carburante, madre di tutte le battaglie del movimento di protesta. Esattamente come il nostro Governo nei confronti della Commissione Ue, soltanto da prospettive politiche diverse. Dei chiaccheroni, punto. Anzi, citando un mito del cinema, tutti chiacchiere e distintivo. 

Ma c’è una differenza, sostanziale. E terribilmente pericolosa, come precedente. In Italia, il Governo ha dimostrato un misto di infantilismo e cialtronaggine, facendoci pagare i costi di mesi di falsa contrapposizione con Bruxelles a livello di spread, ma non ci sono stati morti e feriti, a parte l’intelligenza. In Francia, invece, sì. Ed Emmanuel Macron, dal basso del suo 26% di gradimento (al pari del peggiore e già giubilato Hollande), con la scelta del suo Governo di cedere alle richieste dei manifestanti, ha legittimato l’uso della violenza di piazza come mezzo di trattativa politica. Rapido ed efficace. Oltretutto, sondaggi alla mano, anche “gradito” alla maggioranza dei francesi, i quali sostengono la lotta dei “gilet gialli”, al pari del nostro Governo di descamisados attualmente in crisi d’identità. Si possono fare tutte le dotte disquisizioni politologiche e sociologiche che si vogliono, si può spaccare il capello dei distinguo in quattro, ma, alla fine, il dato è quello: il Governo non solo non ha saputo (o voluto) prevenire gli incidenti, nonostante dispositivi di sicurezza da stato di emergenza a Parigi in occasione delle proteste, ma, facendo retromarcia in maniera così palese e incondizionata sulle sue politiche, ha legittimato molotov e scontri come mezzo per la risoluzione delle controversie. Precedente esplosivo, di questi tempi. 

Perché signori, salvo colpi di scena, a brevissimo termine anche la situazione per il Brexit e per il Governo di Theresa Maysi mette male davvero in vista del voto parlamentare dell’11 dicembre, al netto anche del via libera della Corte europea a un possibile disconoscimento unilaterale di Londra di quanto deciso dal referendum. Paradossalmente, il prossimo fine settimana si giocano i destini reali, strutturali, sistemici e politici dell’Europa che affronterà la prossima crisi finanziaria e la conseguente recessione. E signori, non sono belle prospettive. Perché con la Germania mai così politicamente debole dal Secondo dopoguerra e la Francia governata da un esecutivo sotto ostaggio dei manifestanti, un’eventuale bocciatura del Brexit da parte di Westminster, con conseguente caduta del Governo e ritorno al voto del Regno Unito, potrebbe davvero portarci in dote uno sgradito e sgradevole regalo di Natale anticipato: il caos. 

Il tutto, in attesa che giovedì 13 dicembre Mario Draghi inneschi o disinneschi la carica esplosiva che si trova sotto la montagna di criticità e contraddizioni economico-finanziarie dell’Unione: se non ci sarà un’indicazione chiara sul livello di sostegno alternativo al Qe che l’Eurotower garantirà nel 2019, temo che partirà un effetto domino difficilmente controllabile. E, state certi, saranno di nuovo i nostri Btp il canarino nella miniera. Oltretutto, nel pieno di una trattativa tutta in salita con la Commissione Ue e di un’entropia da film demenziale a livello politico interno. Stiamo giocherallando con un accendino nei pressi di un distributore di benzina. 

Io non so se, come dicono molti analisti sicuramente più saggi e preparati di me, il Movimento 5 Stelle sia l’argine proprio a una deriva violenta della protesta sul modello francese: può essere, quantomeno al Sud. E non so se il parossismo securitario del ministro Salvini stia evitando scene da Far West fra la popolazione esasperata dall’allarme per criminalità e immigrazione al Nord. So questo però: ovvero, che la protesta dei “Gilet gialli” ha fatto male economicamente a una Francia che già deve fare i conti con un livello di indebitamento privato che sta andando fuori controllo, come certificato da Bank of America. E il secondo grafico deve far riflettere: mette in comparazione l’andamento degli ultimi giorni dell’indice benchmark della Borsa di Parigi, il Cac40, con quello di tre titoli-simbolo rispetto all’impatto delle proteste. Ovvero, Carrefour – che tutti conoscete – e i gestori di infrastrutture stradali Accor SA e Vinci SA. 

Il primo ha patito un vero tracollo delle vendite, addirittura fino al 20% in alcune aree, a causa del mancato shopping o dei furti e degli atti di vandalismo, mentre i secondi due hanno pagato lo scotto ai mancati pedaggi incassati, visto che i “gilet gialli” obbligano i casellanti a far passare gli automobilisti senza pagare. Vogliamo parlare del turismo, vero e proprio oro per una città come Parigi e per l’intero Paese? Pronti, prenotazioni crollate anche in questo caso fino al 25% anche per il periodo natalizio e di Capodanno, dinamica rivelatasi ancora peggiore per i solitamente pienissimi ristoranti e bistrot della Capitale: fino al 50% in meno di presenze. 

Martedì, poi, mentre il Governo annunciava la moratoria di sei mesi e il 70% degli interpellati da un sondaggio condotto da Bva per La Tribune riteneva che questa mossa avrebbe dovuto porre fine alle proteste, ecco il dato della paura vera: stando a uno studio Nielsen, le sole proteste di sabato 1 dicembre hanno comportato un calo medio dell’8% di vendite di beni di largo consumo a livello nazionale. A quel punto, il Governo è capitolato. Ma non è bastato. Perché dopo le minacce di morte all’ala moderata che voleva accettare l’invito al dialogo del Governo, i leader del movimento hanno rilanciato, confermando e anzi caricando di ulteriori significati l’appuntamento di dopodomani a Parigi. Dove sono attesi 160mila manifestanti e quasi 75mila tra agenti e gendarmi, con alcune sigle sindacali delle forze dell’ordine che hanno chiesto al ministro dell’Interno, Christophe Castaner, anche l’ausilio dell’esercito. 

Signori, anche se l’Eliseo non lo ha proclamato ufficialmente come fece Hollande dopo la strage del Bataclan, la Francia nostra dirimpettaia e seconda forza dell’Ue è in stato di emergenza. E sta affrontando una rivolta sociale di massa come non si vedeva dal Maggio 1968, cui si contrappone però uno dei governi più deboli e meno supportati dall’opinione pubblica della storia politica recente. E, ciliegina sulla torta, alla vigilia di una nuova crisi economico-finanziaria. Attenzione a quanto dichiarato lo scorso fine settimana da Marine Le Pen, la quale dopo aver sostenuto che il Governo avrebbe dovuto ritirare il provvedimento sugli aumenti del prezzo del carburante, si è lasciata andare a una previsione da brividi: «Macron potrebbe diventare il primo Presidente francese a ordinare alle sue truppe di aprire il fuoco contro il suo popolo in 50 anni». L’esecutivo ha ritirato gli aumenti, congelandoli per sei mesi, ma la piazza non intende recedere. Anzi, rilancia: o vengono del tutto cancellati o la lotta continuerà a oltranza. 

Attenzione ai tre giorni che ci porteranno dalla presa della Bastiglia 2.0 (a meno che non vi siano ripensamenti dell’ultim’ora, auspicabili) di sabato 8 al voto parlamentare a Westminster dell’11 dicembre: il destino dell’Europa sta tutto concentrato lì dentro, compresa l’adunata oceanica romana che incoronerà Matteo Salvini primo ministro in pectore. Se salta il tappo della coesione sociale e passa la linea della violenza come unica canzone che il potere è costretto ad ascoltare, nemmeno Mario Draghi potrà compiere il miracolo. E chi ha creduto in Emmanuel Macron come leader di una nuova Ue dovrà non solo battersi il petto. Ma tacere e sparire per sempre dalla scena politica, culturale e intellettuale. A due anni dalla promessa in tal senso, prontamente disattesa. 

MIGRANTI/ Quel piano di Craxi (morto nel ’92) che vale molto più del Global compact

Presentato trent’anni fa, prevedeva la riduzione dei debiti dei Paesi più poveri. Una scelta rivoluzionaria. Ma nessuno volle adottarla

06.12.2018, agg. alle 13:05 – Gianluigi Da Rold il sussidiario.net

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Bettino Craxi (1934-2000) (LaPresse)

E’ un fatto quasi consueto ascoltare ormai critiche dettagliate, e sempre più incalzanti, sui problemi innestati da una globalizzazione realizzata a senso unico, tanto mal gestita da creare sommovimenti sociali e politici nei Paesi democratici dell’Occidente. E’ tuttavia realisticamente impossibile che i movimenti cosiddetti populisti possano rovesciare le maggioranze del Parlamento dell’Unione Europea, ma che dopo le elezioni di maggio i rapporti di forza cambino e si vada incontro a un’instabilità, che alla fine può creare una lenta destabilizzazione e forse un ridimensionamento dell’Unione Europea, viene messo in conto da molti analisti politici.

C’è un clima di previsioni fosche, determinato dalla turbolenza sociale in Francia, dalle incognite finanziarie della Germania e dal cambio di direzione politica, dai segnali di una frenata economica e finanziaria generale, dal trambusto oggettivo che viene da quella che è ormai chiamata la “Silicon Valley del populismo”, cioè l’Italia.

Come si è arrivati a questo punto e quali errori sono stati commessi? E’ addirittura possibile che un sindacalista di sinistra, come Giorgio Cremaschi, urli in televisione, incitando da un lato a una rivolta di tipo francese in Italia e dall’altro rimpianga i tempi di piena occupazione della tanto vituperata prima repubblica. E’ possibile anche che un grande economista francese, come Jean Paul Fitoussi, arrivi alla televisione italiana e sottolinei tre fatti incredibili: le persone, i lavoratori, chiedono protezione; Pierre Moscovici non è certo un “eroe francese”; le differenze fiscali, drammatiche per l’Europa, sono state “coltivate” dal presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker. Cose che non faranno piacere a Emmanuel Macron, ma che fanno letteralmente strabuzzare gli occhi ad ascoltatori abituati alla noiosa retorica del dibattito politico italiano.

Contrariamente a molti che non analizzano neppure le ragioni di una sconfitta, limitandosi ad accusarsi a vicenda, e a quelli che dimenticano le occasioni perdute del passato, si possono invece cercare le cause delle origini di questo malessere generale in cui viviamo.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, spesso accusati a vanvera di aver creato un debito pubblico insostenibile (falso, dati alla mano), c’era chi aveva una visione dei problemi che si dovevano affrontare, studiava e presentava piani. Era il periodo dell’implosione del comunismo e della vittoria storica del socialismo democratico.

Tre uomini in Europa occidentale, con destini che saranno segnati da contraccolpi imprevedibili, avevano affrontato il problema delle diseguaglianze nel mondo, quello della cooperazione tra Terzo mondo e Paesi sviluppati e quindi quello di una globalizzazione ben gestita, che evitasse una migrazione disperata, senza accoglienza adeguata e senza uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza.

Oggi si sente spesso straparlare di “piani Marshall” per i Paesi del Terzo mondo e da qualche settimana di questo celebre Global compact, che sarebbe gestito direttamente dall’Onu. Intanto, mentre si confabula, si assiste, senza poter intervenire, all’espansione cinese in Africa, con una forma di moderno neocolonialismo. E’ di questi giorni il “regalo” di Pechino ai Paesi africani di 60 miliardi di dollari, non si sa bene a quale titolo, ma non certamente per beneficenza.

Eppure nel 1980, la “Commissione indipendente sui problemi dello sviluppo internazionale”, presieduta dal grande Willy Brandt (socialista, ex sindaco della Berlino libera, ex cancelliere tedesco, ridimensionato a sorpresa dal “caso Guillaume”) presenta le sue analisi e le sue proposte tese a migliorare le relazioni tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo. Nello stesso anno, il socialista svedese Olof Palme fonda la “Commissione sul disarmo e la sicurezza”, che affronta i problemi della minaccia di una guerra nucleare. Palme sarà ucciso in un attentato per strada nel 1986.

E’ sulla base degli accordi tra socialisti internazionalisti (quando non perdevano ancora neppure in Andalusia) che un nome, che è stato per lungo tempo quasi impronunciabile in Italia, Bettino Craxi, organizza a Roma nel 1984 un convegno dove viene ribadita la necessità della sicurezza comune legata a una prosperità comune. Craxi spiega che la pace e lo sviluppo sono i maggiori problemi da affrontare, ricordando la posizione dell’Italia sull’annullamento del debito nei Paesi in via di sviluppo.

Quella di Craxi è una sorta di posizione veramente rivoluzionaria, su cui sia il fronte comunista che quello neoliberista non vuole neppure affrontare oppure volta la faccia dall’altra parte. Infatti c’è chi fa affari di altro tipo con i Paesi del Terzo mondo in quel periodo. Un dato impressionante: a cavallo tra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta l’aumento delle spese militari è più alto rispetto a quelle civili. Brandt conia uno slogan: “La miseria riarma i popoli”.

Intanto nel Paese di “Pulcinella” si faceva ancora il tifo per l’Urss e i cubani, che sostenevano la guerra in Angola e in Mozambico. E a questo punto che nasce l’Internazionale socialista, tra Brandt, Palme, Mitterrand e Craxi. Ha ben altri obbiettivi, molto più costruttivi.

Nel 1989 Craxi diventa rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, e comincia una missione internazionale per esplorare mezzi e strade possibili per una rapida riduzione del debito nei Paesi in via di sviluppo. A Craxi viene specificamente chiesto di prendere contatti con i Paesi debitori e creditori e le istituzioni creditizie. E quindi di redigere un rapporto contenente analisi e raccomandazioni. Nell’ottobre del 1990 Craxi vola a New York e presenta il suo rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ha ottenuto la riduzione del debito e in alcuni casi l’azzeramento per i Paesi più poveri. Malgrado una situazione internazionale non semplice (basti pensare ai piani dei golpisti in Urss contro Gorbacev), l’Assemblea dell’Onu approva all’unanimità il piano di Craxi. A questo punto viene nominato consigliere speciale per i problemi dello sviluppo, del consolidamento della pace e della sicurezza. Questo incarico gli verrà rinnovato nel marzo del 1992 da Boutros-Ghali.

Che cosa aveva visto in concreto Bettino Craxi? Se in questi anni la globalizzazione a senso unico ha creato differenze sociali nei Paesi ricchi, ha risolto anche alcuni problemi a livello internazionale, ma non certo quello di uno sviluppo equilibrato tra Paesi ricchi e poveri. Craxi riteneva il Mediterraneo la “cerniera del mondo” e quindi vedeva nell’iniziativa italiana un salto di qualità e di influenza del suo Paese. Ma comprendeva che, per ottenere il ruolo di gestore di quella cerniera c’erano alcune zone in grande sofferenza e che lì occorreva intervenire. Le metteva in questo ordine: l’Africa mediterranea e il Medio oriente, l’Africa sub-sahariana, varie zone dell’America latina, alcune zone dell’Asia e l’Est europeo dopo il crollo dell’impero sovietico.

Tutto il riformismo (un tempo parola vietata nell’Italia “rivoluzionaria”, nel Komintern e poi nel Kominform) che aveva imparato da Turati, dalla Kuliscioff e dal lungo tragitto storico di Pietro Nenni, Craxi lo trasferiva in una politica estera di pace e di sviluppo equilibrato, dopo i fatti devastanti prima della colonizzazione e poi della decolonizzazione improvvisa e forse, in alcuni casi, teleguidata malamente.

Accade così che, mentre c’è chi blatera sulla “fine della storia”, chi scopre la massimizzazione del profitto finanziario, chi rispolvera il trading dei titoli con la banca universale e lancia in chiave antipolitica la globalizzazione, si dimentichi di tutto quello che può avvenire come conseguenza sociale, politica e storica.

Gli anni che seguono sono una sequenza di sfrondoni politici. Si cerca di rimediare in qualche modo alla crisi del 2007-2008, che dura ancora, si tenta di mobilitarsi per una produttività che limita i diritti dei lavoratori, si guarda al problema della migrazione prima con sufficienza, poi varando un Global compact che l’Onu non sarà mai in grado di realizzare e che nel frattempo sta creando crisi di governo a catena (adesso c’è quello belga in fibrillazione). Praticamente dopo quasi trent’anni, il piano di Craxi, approvato all’unanimità dall’assemblea dell’Onu, che azzerava i debiti dei Paesi del Terzo mondo e promuoveva una collaborazione sempre più intensa tra Paesi ricchi e poveri, giace probabilmente in un cassetto del Palazzo di Vetro, ma il Global compact, che suscita risentimenti ovunque e non convince nessuno, ci viene illustrato come una sorta di panacea dal nostro ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per ordine di “chi conta”.

La storia si ripresenta in farsa, tanto per non scordarsi mai Karl Marx. Bettino Craxi morirà in esilio a Hammamet, in Tunisia, dopo essere stato bandito dal suo Paese dai genialissimi e zelantissimi pm di “Mani pulite”, seguaci di un inquietante doppiopesismo. E il nostro spazio in politica estera e di fronte ai fenomeni della migrazione e della globalizzazione è occupato dai nuovi Richelieu e dai nuovi Metternich. Allegria!

Giulio secondo diventa Giulio ottavo?

il9marzo.it 5.12.18

Mentre la Cgil può rivendicare di essere diventata la prima confederazione del Veneto, nella ormai seconda organizzazione sindacale della regione è in corso una guerra per il controllo della struttura, o di quel che ne resta. Icommissariamenti della Fnp del Veneto e poi di quella di Padova e Rovigo sono due episodi di questa guerra, combattuta da Roma col sostegno di alcuni collaborazionisti locali applicando il trucco del ‘divide et impera’.

In guerra, si sa, val più la forza della ragione. E così anche stavolta chi avrebbe l’incarico di far rispettare le regole e la loro ragionevolezza si è comportato più da soldato che da giudice.Infilzando il nemico invece di giudicare in modo imparziale.

Ci riferiamo al ricorso col quale Tarcisio De Franceschi e altri della Fnp di Padova e Rovigo avevano chiesto ai probiviri nazionali di sospendere la celebrazione del congresso regionale perché viziato da un regolamento che nel loro territorio è evidentemente illegittimo. Le assemblee congressuali nel territorio – commissariato ad hoc per poter predeterminare il risultato del congresso – si sono svolte infatti con elezione dei delegati su lista unica, chiusa e bloccata. Cioè non c’è stata democrazia, ma una sua parodia vergognosa. E comunque lo statuto della Cisl prevede altre cose.

Quale sia stata la risposta dei probiviri Fnp quasi non c’è bisogno di raccontarvelo: non hanno deciso nulla ma si sono dichiarati non competenti. “‘Rivolgetevi alla commissione verifica poteri”, è la sintesi del lodo emanato il 20 novembre. Che è un nuovo esempio di uso canzonatorio del diritto, che invece di essere la garanzia dei deboli diventa la sanzione del potere del più forte. “Articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto”. Proprio come aveva risposto Giovannona Ventura, mandata da Roma a reggere la Ust, a chi le faceva presente il problema.

Di fronte alla richiesta di valutare l’esercizio del potere del commissario, di verificare cioè se questi si è mosso entro i suoi limiti nello stabilire le regole, il collegio garante delle regole ha risposto facendo finta che la richiesta riguardasse solo la corretta applicazione delle norme contestate. Come dire: intanto il congresso si fa alle regole stabilite dal commissario, anche se il procedimento elettorale è democratico quanto lo erano i plebisciti sotto il fascismo (l’altro esempio di lista unica, chiusa e bloccata che si conosca); poi rivolgetevi alla commissione verifica poteri. La quale, come i probiviri sanno, potrà solo dire: “Le regole scritte dal commissario sono state applicate correttamente. E se sono delle porcherie, noi non siamo competenti a giudicarle”.

Il che vuol dire aver poco rispetto delle regole, dell’organizzazione e perfino di sé stessi e del ruolo che si è chiamati a svolgere e ci si rifiuta di farlo, nascondendosi dietro ad improbabili dichiarazioni di incompetenza.

PS Coeme volevasi dimostrare, il ricorsopresentato alla commissione verifica poteri è stato dichiarato inammissibile. A conferma del fatto che lo statuto della Cisl dice tante belle cose, ma poi chi ha il potere fa come gli pare.

ZONIN : I 49 MILIONI CHE SI È PRESTATO LI HA POI RESTITUITI ALLA POPOLARE DI VICENZA?

(Cesare Pavesi – La Verità)

RITRATTO DI ZONIN

RITRATTO DI ZONIN

il cda di popolare Vicenza , con lui Presidente , deliberò affidamenti per il Patron e le Sue aziende. C’è il rischio che siano incagliati.

Lui tra molti “non ricordo”e la difesa tutta incentrata sulla sua irresponsabilità nella gestione diretta , ha anche ricordato di essere vittima del crack della sua ex banca , in cui ha governato da Presidente per quasi 20anni. Lui è  ovviamente Gianni Zonin , dominos assoluto della Popolare di Vicenza che l’altro giorno in Commissione di inchiesta ha rimarcato di essere uno dei grandi soci sconfitti dal collasso della sua ex creatura bancaria. Gianni Zonin era un investitore in titoli della banca. Un segno di fiducia nelle magnifiche sorti progressive dell’istituto vicentino , crollato sotto il peso delle sofferenze e con un capitale bruciato per oltre 6 miliardi di 120.000 soci -clienti. Il presidentissimo aveva azioni della banca. Come ricorda il suo avvocato nell’atto di citazione contro la sua stessa banca ( surreale vero?) Gianni Zonin possedeva quasi 52.000 azioni della sua popolare . Un controvalore di 3,25 milioni di euro. Oggi come per tutti gli altri centinaia di migliaia di soci- clienti quei soldi sono evaporati. La sua famiglia ne possedeva altre 320.000. Titoli che a 62,5 euro costituivano un pacchetto di 20milioni di euro. La famiglia Zonin ha perso quindi 24 milioni di euro nella sciagurata avventura ventennale della banca del Patriarca. Peccato che Zonin in audizione  ricordi solo questo e non quanto la sua banca abbia fatto per lui. Montagne di prestiti erogati a lui direttamente e alla sua galassia societaria agricolo-vinicola. Lui ha detto che non partecipava ai comitati esecutivi che deliberavano sui crediti , quasi a levarsi di dosso ogni responsabilità. Ma questa non è la verità , almeno per quanto lo riguarda direttamente.

Basta sfogliare il prospetto informativo dell’aumento di capitale fallito che ha portato Atlante a doversi accollare la bancarotta vicentina. Ebbene emerge tutt,altra verità. Direttamente il cda , quindi con lui presente come Presidente della banca , ha deliberato fin dal 2013 finanziamenti diretti allo stesso Zonin e alle sue aziende . L’elenco è lungo e dettagliato. Nel giugno 2013 e’il consiglio di amministrazione con Zonin alla sua guida a deliberare un prestito per 19,7 milioni a favore della casa vinicola Zonin ; nella stessa seduta del 18 giugno ecco altre delibere prestiti sempre passati al vaglio del cda. Ad ACTA società della sua stessa galassia vanno 7,9 milioni ; poi eccoCA BOLANI con un prestito da 7,1 milioni . Non è finita . Sempre in quel giorno di giugno il cda della banca approva finanziamenti per 2,3 milioni allo stesso Gianni Zonin , 6,43 milioni alla società CASTELLO D ALBOLA e infine 3,66 milioni a CASTELLO DEL POGGIO. Sommateteli e in un altro sola seduta a Zonin e ai suoi diretti e indiretti interessi imprenditoriali finiscono 47 milioni di euro di crediti della Popolare vicentina. Passano pochi mesi e a novembre 2013 altra delibera , sempre del cda che veicola 2,12 milioni a ITALIA DEL VINO , società legata indirettamente a Zonin . A dicembre arrivano  arrivano altri 20milioni alla sua casa vinicola. L’estate del 2014 è prodiga di finanziamenti alla famiglia e alle sue Società. La casa Vinicola Zonin si vede deliberare un credito per 19,6 milioni. Poi a seguire , stessa seduta via libera ai crediti ad ACTA ,FEUDO DEI PRINCIPI DI BUTERA, MASSERIA ALTAMURA, CA BOLANI , CASTELLO D ALBOLA , CASTELLO DEL POGGIO e infine un finanziamento diretto a Gianni Zonin per 2,4 milioni. Anche qui in una sola seduta il cda delibera nel luglio 2014 49 milioni di crediti alla dinastia del Patriarca. L’ultimo atto è dell’agosto 2015 , pochi mesi prima delle dimissioni del Presidentiasimo e con la Banca già a pezzi . Le società sono sempre le stesse e l’importo deliberato è di 47 milioni . Il prospetto informativo non ci dice se sono nuovi finanziamenti o rinnovi delle linee di credito in essere. La sostanza però cambia poco . Che siamo a 49 milioni o tre volte tanto poco conta. Conta il fatto che Gianni Zonin ha detto in audizione che lui di finanziamenti non sapeva nulla , che faceva tutto la Direzione Generale . Dov’era quindi Zonin Presidente della Banca quando il suo Consiglio di Amministrazione deliberava a pioggia l’auto finanziamenti alle sue imprese e ai suoi parenti? Sappiamo già la risposta : si sarà assentato al momento della deliberazione. In questa tragica farsa dello scaricabarile di uno dei Crack più gravosi della storia bancaria italiana , c è almeno da augurarti che quella montagna di milioni di prestiti alla famiglia Zonin non siano diventati nel frattempo degli incagli o delle sofferenze. Sarebbe la beffa assoluta dopo il danno. Saranno gli uomini di INTESA a scoprirlo nei prossimi mesi.

Addio al Banco di Napoli: la storia del saccheggio del Mezzogiorno

Valerio Papadia napolifanpage.it 6.12.18

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NAPOLI – Lo scorso 26 novembre è calato il sipario su una delle pagine più importanti della storia di Napoli e del Mezzogiorno: con l’acquisizione da parte del Gruppo Intesa Sanpaolo, il Banco di Napoli ha definitivamente cessato di esistere. Per anni l’istituto di credito di riferimento della città e del Meridione, e uno dei più importanti del Paese, c’è chi pensa che il Banco di Napoli, e in questo modo le risorse del Sud, sia stato saccheggiato in favore delle banche e delle industrie del Nord. E allora, com’è possibile che un istituto di credito di tale rilevanza sia fallito e, addirittura ormai, sia stato cancellato? Di chi è la colpa della depauperazione della città e del Mezzogiorno? Fanpage.it prova a ripercorrere la storia del Banco di Napoli attraverso le testimonianze di chi ha vissuto almeno gli ultimi 40 anni di storia dell’istituto da protagonista.

“O’ Banco ‘e Napule è l’ideale per rifarsi delle spese, per coprire il disavanzo della finanza piemontese” cantava Eugenio Bennato nel raccontare la storia del brigante Giuseppe Summa, conosciuto come Ninco Nanco, ponendo l’accento sul saccheggio del Sud a beneficio degli interessi del Nord. Istituito nel 1463, dopo oltre 500 anni di storia gloriosa, negli anni Novanta comincia il declino del Banco di Napoli. Nel 1996, l’allora presidente della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, dichiarò i crediti del Banco di Napoli inesigibili, ma non era vero: il 90 percento di quei crediti venne infatti recuperato, ma non ha importanza. Si decide di vendere, anzi di svendere, il Banco di Napoli alla Banca Nazionale del Lavoro, sull’orlo del fallimento, per 61 miliardi di lire. In poco tempo, BNL rivende il 56 percento dell’istituto di credito napoletano per una cifra pari a 3600 miliardi: il margine di profitto è di quasi il 1000 percento.

“Il Banco di Napoli non muore perché era una banca che non funzionava, muore perché dava fastidio alle banche e alle imprese del Nord” dice Sergio Angrisano, del comitato “Salviamo il Banco di Napoli”. “Il Banco di Napoli era il tappabuchi di tutti i guai che succedevano a Napoli” ricorda Carlo della Ragione, presidente dell’Unione Nazionale fra i pensionati nel Banco di Napoli. “Si facevano prestiti alle piccole e medie imprese del territorio, a prezzi veramente di favore – ricorda ancora Angrisano -. Se a una banca territoriale togli questa facoltà, in favore delle banche del Nord, stai facendo un danno incredibile alle imprese e quindi al territorio”.

Perché comprare oro ora? A causa di “I Do not Knows” …

zerohedge.com 6.12.18

Scritto da Simon Black tramite SovereignMan.com,

Dal 2000 al 2012, il prezzo dell’oro è aumentato ogni anno, passando da circa $ 280 l’oncia a quasi $ 1.700. È stata una corsa senza precedenti.

Poi, nel 2013, l’oro ha subito un’immersione, perdendo oltre il 27% del suo valore.

È stato ampiamente riportato che la Banca nazionale svizzera, l’ex bastione del conservatorismo monetario, perse quell’anno 10 miliardi di dollari proprio sulle sue riserve auree.

Come probabilmente saprai, le banche centrali detengono una parte delle loro riserve in oro. La pratica risale a quando le banche centrali dovevano effettivamente avere l’oro in mano per commerciare dentro e fuori dalla carta moneta (o anche commerciare beni e servizi).

E le banche centrali detengono ancora riserve in oro oggi, anche se non ne hanno bisogno per effettuare transazioni come prima.

In questo modo sorge la domanda, la Banca nazionale svizzera ha effettivamente perso $ 10 miliardi? Aveva ancora un’oncia d’oro nei suoi caveau. E l’oro, dopo tutto, è impossibile.

Inoltre, la BNS non stava tenendo oro per speculare …

Oggi, le banche centrali detengono l’oro come copertura contro il denaro legale. Questi sono i ragazzi con le dita sulla macchina da stampa … quindi sanno esattamente l’effetto che hanno sul denaro.

E proprio ora, le banche stanno comprando oro mano a pugno. Le banche centrali detengono attualmente il 20% di tutto l’oro mai estratto – 33.000 tonnellate.

E JPMorgan Chase dice che compreranno altre 650 tonnellate quest’anno e il prossimo.

Perché?

L’oro è per il  non lo so .

E adesso, ci sono MOLTE cose  che non so .

I mercati stanno impazzendo negli ultimi mesi.

Dopo una corsa record per le azioni, stiamo assistendo a una massiccia volatilità con il Dow che salta regolarmente oltre 500 punti in un solo giorno. Proprio ieri, il Dow è sceso di ben 800 punti.

E ci sono molte ragioni per cui il mercato deve essere preoccupato oggi. Per esempio, siamo 10 anni in un mercato toro scatenato … e sta diventando un problema.

Inoltre, la Fed sta alzando i tassi di interesse. E quando il prezzo del denaro diventa più costoso, le persone si stringono un po ‘di più. Ciò significa che è più difficile prendere in prestito aziende e privati. A parità di condizioni, tassi più alti significano prezzi più bassi.

Prima della scorsa settimana, il presidente della Fed Powell ha detto che i tassi erano “ben al di sotto”, dove dovrebbero essere. E i mercati hanno reagito negativamente.

Poi, la settimana scorsa, dopo aver visto quanto fossero fragili i mercati, Powell ha detto che i tassi sono “appena sotto” dove dovrebbero essere.

Proprio quella differenza di parole ha fatto impennare i mercati. Ma la gioia è stata di breve durata.

C’è anche la guerra commerciale con la Cina, intensificata dalle tariffe amministrative di Trump.

E poi al vertice di Buenos Aires, la scorsa settimana, la Cina e gli Stati Uniti hanno raggiunto improvvisamente un accordo. Interromperanno le tariffe per 90 giorni per una tregua di tre mesi nella guerra commerciale. Ciò ha fatto impennare i mercati.

Poi la gente ha letto alcuni tweet di Trump e si è preoccupato che le tariffe potessero tornare indietro … mercati scaricati.

Se c’è una cosa che i mercati odiano, è l’incertezza. E c’è un sacco di incertezza per andare in giro oggi.

E mentre assistiamo a queste oscillazioni del ciclo finale nel mercato, l’oro è più stabile che mai …

Mentre l’DOW si tuffa e si arrampica di centinaia di punti, l’oro è ancora sospeso appena sotto i $ 1.250 l’oncia. E in realtà non ha fatto nessuna mossa importante su o giù dal 2013.

Eppure oggi un’oncia d’oro ha circa lo stesso  potere d’acquisto di 1.100 anni fa … parla di costante.

Così, mentre ogni altra risorsa è ancora prossima a tutti i massimi, l’oro è relativamente economico.

L’oro ha mantenuto la sua posizione durante tutta questa volatilità del mercato.

Questo è esattamente il modo in cui vuoi che l’assicurazione agisca. Si mantiene saldo di fronte alla follia, vendendo persino uno sconto quando tutto il resto è costoso come non lo è mai stato.

Ha più senso comprare qualcosa di economico, che nessuno è entusiasta, mentre le persone si arrampicano per titoli eccitanti ma massicciamente sopravvalutati come Tesla e Netflix.

Dal 2008 questo massiccio esperimento monetario di allentamento quantitativo ha inviato titoli e attività a picchi vertiginosi e insostenibili.

Pensiamo che questo esperimento sta volgendo al termine. Il giorno della resa dei conti è vicino.

Le azioni sono su e giù, le guerre commerciali sono accese e spente, i tassi di interesse potrebbero continuare a salire o salire di livello …

Cosa fai per il non so?

Ottieni un po ‘di oro a buon mercato finché puoi ancora.

E a proposito, mentre l’oro è in vendita, l’  argento è un affare ancora migliore .

Nei tempi antichi, il rapporto prezzo tra oro e argento era di circa 15: 1, il che significa che un’oncia d’oro valeva circa 15 once d’argento.

Ma negli ultimi decenni, questo rapporto è stato più vicino a 50: 1: un’oncia d’oro venduta per 50 volte per un’oncia d’argento venduta.

Oggi quel rapporto è di circa 85: 1.

Per essere onesti, questo potrebbe significare che l’oro è sopravvalutato, non quell’argento sottovalutato.

Ma quando l’oro ha lo stesso potere d’acquisto di un millennio fa … quando è rimasto stabile negli ultimi sette anni e cresciuto ogni anno del decennio precedente …

È una scommessa sicura che l’oro sale, e anche l’argento lo fa, forse anche più dell’oro.

Può rifiutare di ritardare il voto sull’affare Brexit nonostante la sconfitta quasi certa

zerohedge.com 6.12.18

Nonostante abbia perso un voto dei Comuni senza precedenti per disprezzare il suo governo all’inizio di questa settimana, il primo ministro britannico Theresa May si trova nella sua posizione secondo la quale il suo accordo non può essere alterato in alcun modo significativo – e questo è un grosso problema per tutti coloro che sperano di evitare un “no” affare “Brexit.

potrebbe

A maggio, dopo aver incontrato il suo gabinetto, May ha ammesso che potrebbe essere necessario modificare l’accordo per consentire al Parlamento un qualche tipo di veto sull’opportunità di entrare nel backstop – che manterrebbe il Regno Unito all’interno dell’unione doganale dell’UE dopo il dicembre 2020, quando il Il periodo di transizione Brexit dovrebbe terminare. Tuttavia, lei continua a insistere che le uniche opzioni sul tavolo sono “nessun accordo”, “il suo accordo” o “no Brexit”.

Two notable things from PM on Today – 1. She tried to scotch idea of delaying or pulling the vote 2. Confirmed idea of a role for MPs in deciding whether to go in or out of backstop – some kind of parliamentary lock – might peel off a few but unlikely to be credible with Brussels

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Tuttavia, l’editore politico della BBC Laur Kuenssberg ha detto che la possibilità che il Parlamento prenda il controllo del processo per cercare di trovare “un altro modo attraverso” sembra sempre più probabile.

And PM said again and again, No deal, No Brexit or Her deal – but 4th option seems equally likely right now, Parliament takes control of process and tries to find another way through

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Dal momento che il disegno di legge, nella sua forma attuale, sembra essere diretto verso una sconfitta quasi certa. In riconoscimento di questo fatto inevitabile, i leader conservatori hanno riferito che avrebbero “accolto” un ritardo del previsto voto dell’11 dicembre per evitare un’enorme sconfitta che potrebbe abbattere il governo di maggio. Ma anche se le probabilità restano pesantemente accatastate contro di lei (100 deputati Tory hanno detto che voterebbero contro il suo accordo, e questo era prima della pubblicazione della consulenza legale di AG Geoffrey Cox, che ha confermato i peggiori timori di molti Brexiteers sull’affare di maggio), No. 10 Downing Street ha affermato giovedì che il voto procederà come previsto, secondo la Reuters .

“La votazione si svolgerà martedì come previsto” , ha detto la portavoce di May. Il leader della Camera dei Comuni, Andrea Leadsom, ha anche detto al parlamento che il voto andrà avanti l’11 dicembre.

Il giorno prima della votazione, il 10 dicembre, il tribunale superiore dell’UE pronuncerà un giudizio sul fatto che la Gran Bretagna possa bloccare unilateralmente la Brexit.

Il negoziatore dell’UE, Michel Barnier, ha detto oggi che l’accordo è il migliore che la Gran Bretagna otterrà, mentre il ministro delle finanze britannico Philip Hammond ha detto che è “semplicemente un’illusione” pensare che l’accordo potrebbe essere rinegoziato se il parlamento lo respingesse.

May ha usato un’intervista alla radio della BBC per continuare con la sua offerta per convincere i legislatori a sostenere il suo accordo.

“Ci sono tre opzioni: una è lasciare l’Unione Europea con un accordo … gli altri due sono che andiamo via senza un accordo o che non abbiamo affatto una Brexit”, ha detto.

In una potenziale concessione, May ha detto di aver riconosciuto che tra i legislatori c’erano preoccupazioni riguardo al cosiddetto “backstop” dell’Irlanda del Nord e stava valutando se il parlamento potesse avere un ruolo più importante nel decidere se innescarlo.

“Sto parlando con i colleghi di come possiamo considerare il Parlamento avere un ruolo in questo e, se vi piace, uscirne”, ha detto.

A questo punto del dibattito sull’affare Brexit, l’insistenza di maggio a mantenere un voto sull’accordo è, nonostante la sua sconfitta quasi certa, l’abbandono dell’irrazionale. Perché votare per un accordo destinato a fallire?Possiamo pensare ad una sola ragione: aiutare a giustificare il possesso di un secondo referendum sulla Brexit – o la cancellazione della Brexit del tutto. Le ditte di Wall Street, a quanto pare, tenderebbero ad essere d’accordo. Dopotutto, la JPM di mercoledì ha aumentato le probabilità di un’inversione della Brexit al 40%.8

Banche: Moody’s mantiene outlook negativo su sistema Italia

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Moody’s mantiene l’outlook negativo sul sistema bancario 

italiano, riflettendo i rischi in corso per la redditività dall’aumento 

dei costi di finanziamento e potenziali aumenti delle imposte. 

Questi fattori, spiega una nota dell’agenzia di rating, superano 

un’ulteriore riduzione anticipata dello stock di crediti problematici 

delle banche italiane, aiutata da una moderata crescita economica. La 

qualità dell’attivo del settore bancario italiano rimane più debole 

rispetto ai pari, mentre la sua elevata dipendenza dai finanziamenti della 

Bce rappresenta un’ulteriore sfida. “La capitalizzazione delle banche 

rimane stabile a un livello relativamente basso, con Spread sempre più 

ampi”. 

cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 06, 2018 10:22 ET (15:22 GMT)

ZERBINI E SCRIVANI, DI ANTONIO DE MARTINI

italiaeilmondo.com 4.12.18

GLI ZERBINI

Un certo Boccia a nome del “mondo industriale italiano” – che come ormai tutti sappiamo non esiste quasi più – ha indirizzato al governo, con forme e toni ultimativi, una richiesta a “risolvere la crisi”.

Vogliono altri denari oltre alla montagna di aiuti già avuta negli anni e a quelli ottenuti vendendo le proprie aziende a imprese straniere o andando a produrre in paesi schiavisti dove impiegano bambini di dodici anni a un dollaro al giorno.

L’avidità non ha limiti e anche la sfacciataggine progredisce incontrastata.

Nessuno che abbia messo a posto questo signore.

In un paese col senso della realtà , i lobbisti sussurrano all’orecchio dei governi, non sbraitano come comari.

Un governo con senso della dignità o almeno della realtà, avrebbe già spedito la Guardia di Finanza a spulciare conti e corrispondenza, a lui e al coro di pseudo imprenditori che lo attorniava in TV con grinta eversiva.

In un paese col senso della realtà il sindacato sarebbe già insorto – pro o contro- a difesa delle prerogative delle istituzioni e del proprio ruolo di interlocutore primo delle imprese.

In un paese col senso della realtà la sinistra avrebbe richiamato Boccia e pallini al rispetto delle istituzioni e dei ruoli.

Al presidente Mattarella ricordo che quando si lascia “spubblicare” una istituzione, si apre la strada al non rispetto di tutte.

Non ha letto Hemingway e pensa di sapere per chi suona la campana.

I DIALOGHI SI FANNO IN DUE E I NEGOZIATI ALMENO IN TRE.
( parole chiare all’alleato)

Se volete avere un esempio da manuale di come un paese straniero governi i fatti italiani tramite scritturali d’accatto, potete leggere a pagine 15 del “ Corriere della sera” , di oggi 4 dicembre, l’articolo che Maurizio Caprara – la cui famiglia ci è ben nota- dedica ad una riunione dell’ASPEN italiana dove hanno concionato sul tema “ dialogo Stati Uniti-Italia” in cui ha parlato soltanto l’ambasciatore americano. Se parla uno solo, si chiama monologo.

Pare fosse presente anche il nostro ministro degli esteri Moavero, dei cui interventi – se ci sono stati- lo scriba non da cenno. È il destino dei servi.

In pratica, senza un minimo di contraddittorio, l’ambasciatore chiede di comprare gas liquido americano e stoccarlo in grandi quantità in “ maniera da diventare protagonisti in Europa”; di accogliere due rappresentanti del dipartimento di Giustizia USA che ci insegnino a incriminare gli hacker “ russi, cinesi e nord coreani”.

(A noi risulta – grazie a wikileaks- che siamo stati intercettati solo dalle antenne della Ambasciata USA di Roma e dal consolato USA di Milano, ma potrei sbagliare.)
Ci si fa notare che esportiamo negli Stati Uniti “ più di quanto importiamo” .

Lo trovo evidente, dato che loro hanno 300 milioni di abitanti ( di cui il 10% italiani o oriundi) e noi 60.

Il terzo “ fraterno consiglio” che sua eccellenza l’ambasciatore ci da, consiste nel “mantenere la sanzioni alla Russia per perseguire la pace in Ucraina”.

Roba che invece io credevo che bastasse non spedire navi militari negli stetti di Kerk e spendere 5 miliardi di dollari per sobillate la popolazione.

Per fortuna l’Aspen Institute ha un uditorio persino inferiore a quello dello IAI altro serbatoio propagandistico di sciocchezze antinazionali a piè di lista cui nessuno da peso.

LA RISPOSTA ITALIANA CHE È MANCATA:

1) Nella proposta USA non si parla di prezzi del gas e di costo del trasporto e nemmeno delle prospettive concrete esistenti aperte dai giacimenti mediterranei di gas e petrolio trovati nelle acque di Cipro ed egiziane, per non parlare della Libia.

Possiamo svolgere il ruolo di grimaldello, ma in un contesto più vasto che comprenda l’oleodotto transasiatico, i giacimenti mediterranei e il gas liquido USA, nonché l’elettrodotto nordafricano in progettazione.

2) Non ha detto – sua eccellenza- una parola circa il pericolo, non solo ecologico, di stoccare enormi quantità di gas e petrolio sul nostro territorio a prezzi ignoti e maggiori degli attuali.

3) verso la Russia possiamo esportare ANCHE tecnologie e non solo mozzarelle

4) Se i nord coreani ci hackerano, detto con tutta franchezza non ci perplime

5) Dialogo significa scambio di comunicazioni e – in cambio di eventuali alleanze comunque da rivisitare – vogliamo:

a) mano libera nel LEVANTE MEDITERRANEO ( giacimenti di Cipro, Libano, Egitto che siamo disposti a condividere ma non a abbandonare)

b) la piena responsabilità dell’approvvigionamento dalla Libia

c) una Co-garanzia del nostro debito pubblico in maniera da tacitare i farabutti che puntano a far lievitare il debito italiano e il suo costo.

d) Gli USA rispettino il principio di non ingerenza sancito dal Congresso di Vienna e limitino al ragionevole le loro nei fatti italiani o noi ritorneremo ad attivare i circoli di italiani e oriundi negli Stati Uniti per rafforzare le capacità di lobbying dei nostri connazionali.

e ) evitino, per quanto possibile di destinare al nostro paese diplomatici di origini mediorientali.

f) rafforzino le Nazioni Unite cessando di sabotarne i già tenui sforzi verso un ordine internazionale credibile.

G) Disponendo l’Italia di oltre il 50% dei beni culturali del mondo, va riconosciuto il suo ruolo preminente in seno all’UNESCO.

Nulla di non ottenibile da un amico e alleato. Altrimenti potremmo guardarci attorno in cerca di meglio.

La Borsa col naso in su s’interroga sul volo della Rcs di Cairo

Mariarosaria Marchesano ilfoglio.it i6.12.18

La Borsa col naso in su s’interroga sul volo della Rcs di Cairo

Chiunque in questo periodo passi in rassegna i listini di Piazza Affari alla ricerca di azioni che chiudano più di una seduta consecutiva con il segno più, s’imbatte in Rcs Mediagroup, che a partire dal 20 novembre è cresciuta di oltre il 40 per cento, passando da un prezzo inferiore a 0,88 centesimi a 1,23 euro. Nulla a che vedere con i principali gruppi concorrenti, come l’editoriale Gedi (Repubblica) e Mondadori, i cui guadagni negli ultimi quindici giorni sono stati davvero cosa misera se messi a confronto con la società di Urbano Cairo. Quest’ultima, infatti, ha aumentato il suo valore di Borsa di ben 200 milioni di euro in brevissimo tempo.

Ma se la risalita non rispecchia né l’andamento del settore editoriale né quello generale della Borsa, più pessimista e volatile che mai, a che cosa è dovuta? In una prima fase, i rumors di mercato erano propensi ad attribuire il merito del rally al contenzioso tra Cairo e Blackstone sull’immobile di via Solferino. Una querelle internazionale, che si gioca tra Milano e New York, con blasonati studi legali – l’avvocato Sergio Erede per Cairo e lo studio Gatti-Pavesi-Bianchi per Blackstone – pronti a sfidarsi su un terreno molto scivoloso, come quello dell’annullamento di un contratto che si è chiuso cinque anni fa. L’ipotesi di un esito a favore di Cairo, con l’incasso di una somma di denaro o di uno sconto sull’affitto del palazzo che ospita il Corriere, era sembrata una scommessa plausibile visto che i rialzi sono partiti proprio dal giorno in cui Rcs ha comunicato l’avvio dell’arbitrato. Ma con il passare del tempo questa possibilità sembra sempre più remota. Gli analisti più attenti ritengono che anche nella più rosea delle ipotesi, cioè quella in cui Cairo dovesse vincere ottenendo la differenza tra il prezzo di vendita nel 2013 (120 milioni) e quello che, invece, ritiene fosse all’epoca il giusto valore di mercato per il palazzo (all’incirca 180-200 milioni), non sarebbe abbastanza per giustificare la corsa del titolo. Soprattutto considerando che gli scambi su Rcs fanno registrare volumi superiori alla media, il che dimostra che stanno passando di mano pacchetti consistenti di azioni.

E allora, a che cosa si devono tanti acquisti? Le ipotesi avanzate, a questo punto, vanno dalle attese positive per i risultati del 2018 (non basterebbe però a giustificare tutto questo gran movimento) alla possibilità che venga ripresa in considerazione la fusione tra Cairo Communication e Rcs (ma lo stesso Cairo lo ha escluso più volte di recente). Ovviamente, nessuno può sapere che cosa bolle in pentola. Staremo a vedere. Intanto, le prime novità sulla controversia con Blackstone non si avranno prima di febbraio-marzo 2019: solo allora si prevede possa essere completata la composizione del collegio arbitrale con la nomina del presidente, oltre che degli arbitri di parte. E non prima della prossima primavera la Corte di New York deciderà sulla competenza territoriale a discutere l’ipotesi del reato di estorsione avanzata da Blackstone nei confronti di Cairo (con tanto di richiesta i di risarcimento danni). Accusa a cui Cairo ribatte ipotizzando il reato di usura a carico del fondo immobiliare.


Fondo Ristoro, dopo la terza riunione ecco i cinque punti cardine esposti al governo dalla cabina di regia dei risparmiatori

Di Redazione VicenzaPiù 6.12.18

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Di seguito pubblichiamo la mail inviata al Governo e a tutti i Parlamentari con i cinque punti cardine per il Fondo di Ristoro del risparmio espropriato, a seguito della terza riunione dei rappresentanti della cabina di regia dei risparmiatori sotto la guida come referente eletto del Prof. Rodolfo Bettiol

Illustre Sottosegretario Alessio Mattia Villarosa al Ministero Economia e FinanzeIllustre Sottosegretario Massimo Bitonci  al Ministero Economia e Finanze  Padova 05 Dicembre 2018

Ribadendo il testo degli emendamenti  all’art. 38  – Fondo per il ristoro dei risparmiatori – già presentato in data 17/11/2018 si precisano i seguenti punti:

  1. Va riconosciuto il ristoro anche a coloro che hanno continuato a detenere le azioni a seguito delle false comunicazioni. Va dato rilievo anche alla violazione della legge penale;
  2. Il ristoro pari al 30% è inteso a titolo di acconto, nessun tetto limite ;
  3. Prevedere dei procedimenti semplificati per l’accesso al fondo;
  4. Sospensione del contenzioso L.C.A., SGA per i risparmiatori e imprese trasformati in debitori con l’azzeramento delle quote azionarie;
  5. Sollecito a Banca Intesa San Paolo di quanto promesso e stanziato euro 100 milioni per i casi sociali con ulteriore stanzionamento di 400 milioni di euro.

Coridali saluti

Avv. Prof. Rodolfo Bettiol 

Referente eletto della cabina di regia dei RisparmiatoriPadova 04/12/2018 a seguito convocazione  si sono riuniti i seguenti rappresentanti della cabina di regia dei risparmiatori :1) Avv. Alessandra Chiantoni (delegata Prof.Bettiol) 2) Barbara Puschiasis Consumatori Attivi (con 3 delegati Consumatori Attivi) 3) Avv. Fulvio Cavallari (Adusbef) 4) Matteo Cavalcante ass. Per Veneto Banca 5) Avv. Matteo Moschini Movimento difesa del cittadino 6) Avv. Sergio Calvetti MDE (delega Moschini)  8) Elena Bertorelle Casa del Consumatore (delega Cavallari) 9) Antonio Tognoni Unione Nazionale Consumatori Veneto 10) Riccardo Federico Rocca 11) Gianni Miazzo e Stefano Prevedello (Associazione banche Popolari Venete), 12) Ivan Palasgo Apindustria Veneto (delega Patrizio Miatello) 13) Milena Zaggia delega De Santis 14) Giovanna Mazzoni Movimento risparmiatori Traditi 15) Patrizio Miatello ass. Ezzelino III da Onara Giustizia Risparmiatori.Con la presenza del Direttore di Vicenza più Giovanni CovielloIn attesa di condivisione e conferma16) Valter Rigobon Adiconsum  17) Giovanna Capuzzo Federconsumatori i 18) Erica Zanca Legaconsumatori  19) Sergio Taurino Adoc

Tenaris, per Rocca i pm argentini chiedono l’arresto

SN finanzareport.it 6.12.18

La decisione spetta ora alla Corte, in un caso politico-giudiziario che crea incertezza sul titolo


I magistrati argentini hanno chiesto l’arresto del presidente e ad di Tenaris, Paolo Rocca, nell’inchiesta per presunte tangenti a esponenti del passato governo della ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner.

La notizia è stata ufficializzata dalla stesso Tenaris in una nota diffusa nella notte. 

La decisione spetta ora alla Corte, in un caso politico-giudiziario (cosiddetto Notebooks Case) che secondo gli analisti di Equita crea “incertezza sul titolo nel breve e un potenziale rischio overhang, nonostante le accuse non siano rivolte direttamente a Tenaris come entità giuridica”. 

Sul versante industriale Equita (raccomandazione hold su Tenaris con target price di 16,8 euro) manifesta invece “timori” sul possibile recupero dei prezzi dei tubi e sul rig-count nel mercato Usa nei prossimi mesi alla luce del recente calo del prezzo del petrolio. 

Alle ore 10,04 Tenrais cede in Borsa -1,93% a 10,435 euro con il Ftse Mib a -1,66%.

B.Carige: Tribunale Ge assolve Castelbarco e Montani per vendita assicurazioni (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Tribunale di Genova ha assolto l’ex presidente di B.Carige, Cesare Castelbarco Albani, l’ex amministratore delegato Piero Montani oltre ad Apollo e Amissima dall’accusa di malversazioni nell’opersazione di cessione delle due compagnie assicurative dalla banca genovese al fondo. 

E’ quanto ha appreso Mf-DowJones da una fonte vicina al dossier. La causa nei confronti degli ex vertici era stata avviata due anni fa dopo che l’assemblea della banca, su richiesta della nuova proprietà guidata da Malacalza Investimenti, aveva approvato l’azione di responsabilità nei confronti dell’ex presidente e dell’ex amministratore delegato. 

Nel dettaglio il Tribunale ha respinto le domande della banca e anche le richieste riconvenzionali di danni fatte dai convenuti. Carige è stata anche condannata a pagare le spese legali. 

glm 

gabriele.lamonica@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 06, 2018 05:08 ET (10:08 GMT)