GERMANIA / CDU SPACCATA A META’ E UN MAXI CONFLITTO D’INTERESSI

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Una CDU letteralmente spaccata a metà. Vince al ballottaggio sul filo di lana con 52 voti contro 48 Annegret Kramp-Karrenbauer, la delfina di Angela Merkel, quindi l’anima meno conservatrice del partito, più aperta al dialogo con Verdi e liberali.

All’opposizione, nella Cdu, l’ultraconservatore Friederich Merz, il pupillo di Wolfang Schauble, l’uomo forte del partito. Per svariati anni, prima di rientrare in politica, Merz ha fatto il finanziere a tutto campo, occupando le più prestigiose poltrone nei board delle prime aziende tedesche fino a raggiungere quella di maggior peso, ossia la presidenza di BlackRock Germania.

Anche se sconfitto, resta sul campo portandosi dietro un palese conflitto d’interessi, per la carica in BlackRock. Se anche la lascerà, resta comunque un forte condizionamento per ciò che quell’incarico ha comportato.

Friederich Merz. In apertura Annegret Kramp-Karrenbauer

Ricordiamo rapidamente cosa rappresenta BlackRock. Si tratta della più grande e potente società di investimenti al mondo, quartier generale a New York, uffici in tutto il mondo, un patrimonio gestito che supera i 6 mila miliardi di dollari, di cui un terzo in Europa.

E’ presente, infatti, nel capitale azionario di molte big del panorama italiano, detenendo significative quote societarie: Banco Popolare (6,8 per cento), Unicredit(4,9), Banca Popolare di Milano (5,1), Intesa Sanpaolo(5,1), Telecom Italia (6,1), Atlantia (5,1), Fiat (2,8), Assicurazioni Generali (2,8), RaiWay (5,2). Insomma, la crema industriale e finanziaria di casa nostra.

Ma il suo avamposto di gran lunga più forte è proprio in Germania. Perchè BlackRock è presente nell’azionariato delle 30 società DAX, per un totale di partecipazione pari a 50 miliardi di euro. Ecco, fior tra fiori, le principali sigle tedesche in cui BlackRock fa “pesante” capolino: Allianz (6,9), Deutsche Bank (6,3), Commerzbank (5,1), Adidas (5,5), Lufthansa (4,9), Deutsche Telecom (4,9),Daimler (3,2), Thyssenkrupp (3,1).

Vediamo, infine, chi sono i soci di BlackRock, in buona parte altri mega fondi di investimento: Servizi Finanziari PNC (25 per cento), Gruppo Vanguarde (6,2), B.R. Inc. (5,2), Capital World Investment (5,1) Wellington Management Group (4,3).

Gli esperti definiscono BlackRock come “la più grande banca ombra nel mondo”.

Banco Bpm: lunedì Cda straordinario su Npl e Agos (Milanofinanza.it)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Di Luca Gualtieri – Milanofinanza.it 

Si avvicina alla conclusione l’ultima cessione massiva di crediti deteriorati di Banco Bpm. Secondo quanto risulta a milanofinanza.it, sarebbe stato convocato per lunedì pomeriggio il Cda straordinario dell’istituto per valutare le offerte. Nelle ultime ore sarebbero infatti arrivati i rilanci delle tre cordate in gara, cioè Christofferson Robb & Company – Davidson Kempner – Prelios, Credito Fondiario-Elliot e DoBank – Fortress-Spax. 

L’intenzione di Banco Bpm sarebbe quella di cedere quasi l’intero portafoglio messo sul mercato (pari a 7,5-8 miliardi) e la piattaforma di gestione per dare così una decisa accelerazione al processo di derisking. Nei mesi scorsi infatti il gruppo guidato da Giuseppe Castagna aveva chiuso una cartolarizzazione con garanzia pubblica (Gacs) da 5 miliardi messa in cantiere con Mediobanca , con Prelios nel ruolo di servicer. Il cda di lunedì potrebbe concedere l’esclusiva a una delle tre cordate per poi avviare la fase conclusiva dell’iter. 

L’operazione di derisking è accompagnata da una riorganizzazione nel credito al consumo che, oltre a razionalizzare le fabbriche prodotto frutto dell’integrazione, ha l’effetto di sterilizzare l’impatto sul CET1 dalle vendite delle sofferenze lasciando sostanzialmente invariato il ratio patrimoniale (fully loaded) in area 11-11,5%, probabilmente nella parte alta della forchetta. 

red/cce 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 07, 2018 12:24 ET (17:24 GMT)

Morire di guerre civili molecolari

di Emanuel Pietrobon – 7 dicembre 2018 lintellettualedissidente.it

Una notizia sostanzialmente ignorata in Italia, ma che in Inghilterra e in Romania ha avuto un ampio risalto mediatico riaprendo il dibattito sull’emergenza criminalità nella capitale inglese: si tratta del brutale omicidio di Beniamin Pieknyi e della necessità di recuperare le profezie del filosofo Hans Enzensberger sulla guerra civile molecolare.

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La storia di Beniamin Pieknyi inizia a Lupeni – piccolo villaggio minerario situato nei meandri più remoti e dimenticati della Transilvania – 20 anni fa e finisce tragicamente il 20 marzo 2018 a Londra, la metropoli che ha fatto dell’emigrazione da ogni parte del mondo la sua fortuna e del multiculturalismo la sua nuova bandiera. Numeri alla mano, infatti, secondo il censimento del 2011, gli inglesi etnici hanno smesso di rappresentare la maggioranza della popolazione già da svariato tempo, componendo soltanto il 44.9% della popolazione totale.

Londra è spesso dipinta come modello di multiculturalismo efficiente e funzionante, una metropoli che ha costruito la sua ricchezza, la sua capacità di attrarre capitale umano ed il suo successo in qualità di città globale sulla diversità, ma negli stessi giorni in cui il sindaco Sadiq Khan lancia un video avente a tema l’identità multietnica e multiculturale della nuova Londra e intitolato London is open, passano sotto totale silenzio mediatico la chiusura del processo agli assassini di Beniamin, condannati con pene variabili da 2 a 25 anni di reclusione, e la dura accusa della famiglia verso la città dell’accoglienza.

Beniamin non faceva parte di alcuna banda, ma si trovava insieme ad un coetaneo e connazionale nell’affollato Stratford Shopping Centre, un noto centro commerciale di Stratford, per svagarsi dopo una giornata di lavoro. Beniamin quella sera non arriverà mai a casa e non riceverà alcun aiuto, né dalla sicurezza, né dai passanti, finendo vittima della brutalità di una violenta banda di strada formata da Mario Zvavamwe, Moses Kasule, Kevin Duarte, Alexis Varela e Vladyslav e Yakymchuk, alcuni di loro da poco maggiorenni, altri senza fissa dimora, ognuno con precedenti penali per comportamenti violenti, nessuno di essi inglese o europeo.

Beniamin Pieknyi

Nonostante il polverone mediatico sollevato dall’ennesimo e insensato omicidio da parte di una banda di giovanissimi, nessun media si è focalizzato sull’identità e sulle origini degli aggressori, sebbene la maniera ideale per costruire un modello di integrazione culturale ed etnica di successo sarebbe quella di accettare l’esistenza di una realtà fatta di occasioni mancate e rancore galoppante fra coloro che il British dreamnon sanno neanche cosa sia.

Secondo lo studio “The Met Gangs Matrix” del professore Lee Bridges per l’Institute of Race Relations, datato 2015 e basato sui numeri forniti dalla polizia metropolitana della capitale, soltanto il 12,8% di tutti gli arrestati per reati legati al banditismo urbano è europeo, a fronte di un considerevole 87,2% composto prevalentemente da africani (78,2%), centro-asiatici (6,5%), medio-orientali(2,2%) e altri (ca. 1%).

Il tema etnia e criminalità è molto sentito a Londra e trattato alla stregua di un tabù, tanto da intralciare le indagini e le attività degli inquirenti stessi, incapaci di combattere la piaga del crimine delle cosiddette bande etniche per via di pressioni provenienti sia dal governo che dalla società civile. Per capire la situazione tragicomica in cui versa l’anticrimine londinese, e britannica in generale, è necessario semplicemente riportare la recente denuncia (maggio 2018) di Amnesty International contro la polizia metropolitana della capitale per via del presunto razzismo intrinseco nel database che scheda i membri delle bande. Il motivo? Secondo l’indignato Stafford Scott il database getterebbe cattiva luce sulle minoranze etniche della capitale, in particolare gli africani, poiché rappresentate in maniera eccessivamente sproporzionata rispetto ad europei ed asiatici e perché la polizia avrebbe incluso nell’elenco anche persone che pur avendo dichiarato la propria appartenenza ad una banda non sarebbero ancora entrate nel ciclo di violenza.

La banda di Rochdale, composta interamente da pakistani residenti nell’omonima città,  protagonista di 47 casi accertati di stupri di minorenni britanniche bianche fra il 2008 ed il 2010. I processi giudiziario e mediatico, durati sino all’anno scorso, hanno infiammato il dibattito pubblico sul tema della relazione fra etnia e criminalità e sugli effetti nocivi del politicamente corretto sull’efficienza inquisitoria

Neanche Kasule, Duarte e Zvavamwe avevano mai commesso omicidi prima del 20 marzo 2018, eppure quella sera hanno scelto due persone a caso tra la folla per mostrare pubblicamente come il quartiere fosse di loro proprietà e come solo loro potessero decidere gli aventi diritto a camminarci o meno. Beniamin è morto sotto gli occhi delle telecamere e dell’indifferenza dei passanti, accoltellato fino al dissanguamento semplicemente perché, secondo quanto confessato dagli assassini, volevano rivendicare il loro dominio sul quartiere, ma una rissa senza armi e senza morto non avrebbe permesso loro di sfogare tutta la violenza che avevano in corpo.

Forse la ragione del caos che sta imperversando a Londra non è neanche imputabile totalmente al disordine sociale causato dagli effetti perversi di un modello d’integrazione multiculturale che crea più occasioni di scontro che di incontro, alimentando derive neomedievaliste in società proiettate verso la fine della storia, ma che in essa ancora sguazzano e ne subiscono colpi e contraccolpi.

Forse gli assassini di Beniamin e la loro necessità inestinguibile di sfogare il proprio malessere attraverso la violenza cieca hanno anche molto in comune con i giovani disadattati che abitano nelle banlieue francesi e per i quali ogni istante può trasformarsi in motivo di sfogo degli istinti primordiali, come accaduto durante i festeggiamenti per il campionato mondiale di calcio 2018, tramutatisi in violenti scontri, disordini di piazza e rivolte urbane, o durante la notte di Halloween, sempre di quest’anno, quando migliaia di giovani delle periferie marsigliesi, parigine e di altre grandi città hanno dato luogo ad un vero e proprio “sfogo”, commettendo ogni tipo di reato, preferibilmente violenze contro la polizia ed i passanti, roghi di auto, rapine e vandalismi di vario genere, legalizzato arbitrariamente fino all’alba, proprio come nella celebre serie cinematografica distopica hollywoodiana firmata James deMonaco.

C’è sicuramente un nesso fra l’epidemia di banditismo urbano, 283 arresti e 250 coltelli sequestrati solo a febbraio, e di omicidi senza movente apparente, 250 morti per accoltellamento in tutto il paese di cui un terzo a Londra da gennaio a inizio novembre, ed il fallimento del modello d’integrazione anglosassone, evidenziato dal discusso The Met Gangs Matrix, ma sarebbe semplicistico, scorretto e pretestuoso sostenere che il secondo evento sia l’unica causa del primo fenomeno, e ad ogni modo non è questo il reale argomento dell’approfondimento.

I festeggiamenti per le strade parigine, ma non solo, per la vittoria della nazionale francese ai campionati mondiali di calcio del 2018 si sono rapidamente trasformati in una gigantesca rivolta urbana, il cui bilancio finale è stato di 2 morti, oltre 500 arresti, 845 macchine bruciate, 44mila pompieri impegnati in attività anti-incendio, interruzione dei servizi di trasporto pubblico e centinaia di negozi oggetto di spaccate con conseguente furto di merce.

Per comprendere cosa sta accadendo nelle società di numerosi paesi sviluppati, in particolare occidentali, ed in via di sviluppo, in primis latinoamericani, nell’epoca del post-tutto, post-verità, post-cristianesimo, post-democrazia, post-modernità, ma soprattutto post-umanità, è doveroso recuperare le riflessioni morgenthauniane dell’autore d’origine tedesca Hans Magnus Enzensberger sul probabile destino apocalittico e distopico al quale è condannato l’Occidente, riassunte in “Prospettive sulla guerra civile”, titolo pubblicato nel 1992.

Enzensberger dipinge un futuro dominato dalla violenza pervasiva, sotto forma di guerre a bassa intensità, disordini razziali, brutalità gangsteristica ed epidemia di criminalità nei teatri urbani soprattutto causate da bande di giovani e adolescenti e terrorismo commesso da lupi solitari e schegge impazzite, e dalla mediocrità, causata dalla graduale scomparsa di quelli che definisce gli “uomini buoni”, soverchiati numericamente da “perdenti e superflui”.

Nell’immaginario del pensatore tedesco la combinazione dei due eventi suscritti avrebbe portato le società moderne a vivere in stato d’assedio, vittime delle cosiddette guerre civili molecolari, ossia scenari di insicurezza e disordine denotati da costanza e perennità. Enzensberger preconizzò un tale mondo distopico scrivendo ai tempi delle guerre iugoslave, della rivolta di Los Angeles, degli eccessi dell’hooliganismo e dell’emergenza sicurezza per le strade tedesche causata dagli atti di terrorismo della galassia naziskin, e la sua analisi gli valse ai tempi della pubblicazione dell’opera numerose accuse di eccessivo pessimismo, assenza di fiducia negli esseri umani, generalizzazione e superficialità nel trattare temi sociologici, ma la situazione quasi anarchica in cui versa la maggior parte delle società occidentali rende doveroso una rivalutazione del suo pensiero, quanto mai attuale.

Hans Magnus Enzensberger

Enzensberger aveva ragione e la prova non è soltanto l’ondata straordinaria di criminalità che sta avvolgendo Londra da alcuni anni, largamente imputabile a giovanissimi inglesi, scarti del multiculturalismo e vittime del capitalismo sfrenato, ma anche il terrorismo dei lupi solitari e dei radicalizzati fai-da-te accompagnato dall’anarchizzazione delle periferie delle grandi metropoli in Francia; l’epidemia di femminicidi e stupri nei paesi mediterranei e scandinavi; le guerre della droga in America Latina; l’atmosfera dicaos permanente che pervade Balcani, corno d’Africa e Medio Oriente; le tensioni razzialie i massacri scolastici negli Stati Uniti, e si potrebbe continuare ancora a lungo.

Beniamin Pieknyi è solo una delle tante vittime delle guerre civili molecolari d’Occidente, guerre che non si fermeranno e che col tempo, molto probabilmente, diventeranno ancora più brutali e diffuse. La distopia è già realtà, ma l’assuefazione alla violenza impedisce ai consumatori delle notizie di osservare propriamente ciò che li circonda, perché come ha scritto Enzensberger: 

Osserviamo il mappamondo. Localizziamo le guerre in corso in territori a noi lontani, preferibilmente nel Terzo Mondo. Parliamo di sottosviluppo, non-contemporaneità, fondamentalismo. Questa lotta incomprensibile sembra svolgersi a grande distanza. Ma si tratta di un’illusione. In realtà la guerra civile ha già fatto da tempo il suo ingresso nelle metropoli. Le sue metastasi sono parte integrante della vita quotidiana delle grandi città, e questo non solo a Lima e Johannesburg, Bombay e Rio, ma anche a Parigi e Berlino, Detroit e Birmingham, Milano e Amburgo. […] La nostra è una pura illusione se crediamo davvero che regni la pace soltanto perché possiamo ancora scendere a comprarci il pane senza cadere sotto il fuoco dei cecchini. La guerra civile non viene dall’esterno, non è un virus importato, bensì un processo endogeno.

Siamo vissuti al di sopra delle loro volontà

http://micidial.it/author Massimo Bordin 7.12.18

Da quando sono scoppiati gli spread e la Germania detta l’agenda politica europea a suon di austerità lo slogan più battuto è stato: “siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”.

Tuttavia, da un punto di vista scientifico, nel senso quantitativo del termine e cioè misurabile, la ricchezza in Occidente è di molto aumentata nell’ultimo mezzo secolo, e niente affatto diminuita. Detto diversamente, se per ricchezza intendiamo i beni prodotti e creati manipolando la materia, la ricchezza è aumentata, così come quel fluidificante degli scambi che chiamiamo denaro. Oggi, rispetto a 50 anni fa ci sono più immobili, più infrastrutture, più bicchieri, più vestiti, più occhiali, più scarpe, più libri, più telefoni, più televisori, più automobili, più mutande, più apparecchi per chi vuole raddrizzare i denti e sexy toys per chi si vuole divertire.

Per il più banale dei ragionamenti logici, allora, non ha alcun senso sostenere che gli occidentali sono vissuti al di sopra delle loro possibilità. Tramite le loro “possibilità”, europei, americani e australiani hanno moltiplicato in modo esponenziale la ricchezza sul pianeta.

C’è un momento chiave nella nostra storia recente che spiega bene il vero motivo per cui il mainstream, gli accademici ed i grandi capitalisti recitano la favoletta del “siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità”, ed è il 1989.

Che in molte aree del socialismo reale si vivesse male rispetto agli standard occidentali, ma anche rispetto a quelli autoctoni del passato, non c’è alcun dubbio. I protagonisti di quella stagione sono ancora quasi tutti vivi, e dunque per quanto molta letteratura sia stata ammaestrata dalla narrazione anticomunista, è agli atti, ad esempio, che a Bucarest durante la presidenza Ceausescu il cibo fosse razionato. Dunque, non si tratta di spulciare di qua e di là un’area del blocco comunista o di quello capitalista per stabilirne il benessere.

Il punto sta nel paradigma plurale che caratterizzava il mondo prima del 1989. E per paradigma plurale si intende la possibilità che un governo in qualsiasi parte del mondo potesse assumere forme comuniste, socialdemocratiche, teocratiche o capitalistiche.

Il caso europeo è emblematico.  Nel vecchio continente, infatti, c’era un capitalismo molto temperato, perennemente spaventato dalla possibilità che il modello dei vicini paesi del blocco comunista potessero convincerci ad assumere altre forme di governo. Detto diversamente, il capitalismo del dopoguerra ci concesse di tutto, ma senza rinunciare ad accumulare ricchezza.

In quella stagione – per paura che arrivasse il comunismo – il capitalismo occidentale rinunciò ad accumulare tutta la ricchezza, come sarebbe nella sua natura, ma ne distribuì una minima parte. Il che, tradotto, significò orari di lavoro ridotti, il tempo indeterminato, il reintegro sul luogo di lavoro a seguito di vittoria ad un processo contro l’azienda, l’accesso gratuito o semigratuito a beni essenziali come la salute, l’istruzione, la casa ed il trasporto. Tutto questo – che passa sotto il nome di welfare state – contenne la ricchezza dei capitalisti senza che questi si impoverissero. Semplicemente, con questa modalità, le ricchezze che si accumulavano vennero ridistribuite, seppur in parti davvero risibili.   Le modalità di ridistribuzione furono diverse, ma su tutte i contratti di lavoro e gli investimenti pubblici tramite l’emissione di debito pubblico.

Dopo il 1989, finita la paura che i governi potessero assumere forme inclini alla pianificazione economica statale, il Capitalismo si tolse la maschera e mostrò il suo vero volto. Il volto di chi non intende distribuire la ricchezza creata, ritenendo di poterlo fare non a seguito di presunti meriti, ma in virtù di rinnovati rapporti di forza. Nemmeno negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 il capitalismo voleva distribuire la ricchezza, ma voleva accumularla perché questo è nella sua natura. Dunque, in quella stagione, noi e chi ci ha preceduto non è vissuto al di sopra delle sue possibilità, ma al di sopra della volontà dei capitalisti. Conti alla mano, tenuto conto della capacità produttiva mondiale, anche allora si visse al di sotto delle proprie possibilità, ma in misura effettivamente meno drastica di quanto avviene oggi.

Il motivo per il quale – in Europa – non si accettano revisioni alle regole e non si trova uno sbocco al problema euro non sta dunque in considerazioni tecniche alla Mario Draghi, ma in una precisa volontà lobbystica. Risulta quanto mai ingenuo, o stupido chi, come Varoufakis ieri o Savona/Borghi/Bagnai oggi, pensa di poter convincere i burocrati europei sul deficit. Anche i tecnocrati conoscono le soluzioni, ma non le vogliono applicare perché non vogliono scientemente operare nella direzione di una ridistribuzione di ricchezza.

USTICA / DOPO 40 ANNI RISARCIMENTO ALL’ITAVIA. MA COLPEVOLI MAI…

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Ustica, l’ultima beffa. A quasi 40 anni dalla tragedia in cui persero la vita 81 passeggeri, ora la terza sezione della Cassazione ha deciso che la cifra stabilita dalla Corte d’Appello per risarcire la compagnia aerea Itavia, pari a 265 milioni, non è sufficiente. Quindi bisogna tornare in Appello, perchè venga determinato un più equo risarcimento.

Forse non sanno, toghe ed ermellini, che Itavia ha chiuso battenti appena sei mesi dopo quel tragico evento, essendosi trovata in stato di insolvenza. A chi andrebbero, quindi, quei soldi?

Quel che si sa è che a sborsarli dovranno essere i ministeri della Difesa e dei Trasporti, ritenuti responsabili di non si è capito comunque che cosa: “avrebbero dovuto adottare misure per evitare il disastro”, è scritto nelle sentenze.

Si dichiara soddisfatta Daria Bonfietti, da sempre presidente del comitato delle vittime di Ustica: “Adesso manca l’ultimo pezzetto: sapere chi ha abbattuto un aereo civile in tempo di pace”.

Chiamalo “pezzetto”! Un pezzetto atteso da 40 anni, una verità mai accertata, inchieste girate a vuoto e finite in misero flop. “Gli altri paesi non hanno collaborato e le rogatorie non hanno funzionato”, la ridicola difesa accampata dalle tante toghe succedutesi negli anni.

Non hanno avuto il coraggio, lorsignori, neanche di guardarsi un docufilm francese di circa 3 anni fa in cui viene ricostruita la dinamica di quella tragedia: fu un missile a colpire il DC9 Itavia, partito da una portaerei francese che stanziava nelle acque del Mediterraneo. L’obiettivo era un velivolo libico, invece fu colpito in nostro DC9.

Una verità che urlò invano in Parlamento, alcuni anni dopo, il deputato socialista Franco Piro, che rilasciò, nel ’91, un’intervista alla Voce nella quale ribadiva il concetto: “è stato un missile partito dalla Clemanceu ad abbattere il nostro DC9”.

Come mai non è stata mai battuta sul serio quella pista, l’unica in grado di spiegare la tragedia? Per non creare problemi ai cugini transalpini? Per non turbare gli ambienti Nato?

Altro interrogativo: perchè nessuna inchiesta mai si è aperta per far luce su tutti i depistaggi e i depistatori eccellenti?

Poltrona Tria in bilico: la disperazione del ministro e l’SMS-SOS inviato all’amico Brunetta

finanzaonline 7.12.18

Alan Friedman ha segnalato anche che il ministro Tria è stato escluso dal meeting cruciale, con Conte, Di Maio e Salvini, che si è tenuto ieri sera.

Poltrona Tria ancora in bilico: o, meglio, in bilico come sempre: le ultime indiscrezioni sulla poltrona più traballante del governo M5S-Lega sono state riportate da Il Giornale, che ha rivelato il contenuto di un messaggio SMSche il ministro dell’economia ha inviato a “quel Renato Brunetta, a cui lo lega un’amicizia e una stima ventennale”.

Nelle parole dell’SMS, che Il Giornale presenta come un vero e proprio SOS, c’è quella che viene considerata “tutta la delusione e il timore di perdere la reputazione di un accademico che si è trovato a fare il ministro dell’Economia in un governo che sembra un veliero senza capitano”.

“O meglio – continua l’articolo firmato da Augusto Minzolini – (di capitani) ce ne sarebbero due, Salvini e Di Maio, solo che uno gira il timone da una parte mentre l’altro dalla parte opposta, per cui la nave rischia di andare dritta sugli scogli. Il senso dell’Sos, parola più parola meno, è di profondo sconforto: «Non ce la faccio più, sono sottoposto ad un agguato dietro l’altro. L’ultimo è stato quello di mandarmi davanti alla commissione parlamentare di ritorno dall’Ecofin. L’unica cosa che mi interessa è salvare il Paese. Quella è la mia luce. Altrimenti, se fosse solo per me, già ora…».

Nessun riferimento diretto alle dimissioni ma una pesante ammissione di difficoltà da parte del titolare del Tesoro che, dalla stampa italiana, è stato prima definito guardiano dei conti pubblici, poi e addirittura, oggetto di una metamorfosi che lo ha portato a diventare sovranista.

“Siamo al festival dell’insipienza – scrive Minzolini – La manovra è tutta da scrivere e la parte che è scritta, magari è da cancellare: ieri il governo si è preso ore e ore per riscrivere 17 emendamenti e, quindi, per stravolgere in aula, ciò che era stato approvato in Commissione”.

E se Il Giornale parla dell’SOS lanciato da Tria a Brunetta, La Stampa riporta altre indiscrezioni, nell’articolo “Conte e 5S spingono Tria alle dimissioni, ma il leghista lo difende: deve restare lui”.

Nell’articolo si parla di una “snervante battaglia con l’Europa sulla manovra” e del fatto che “i destini del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia Giovanni Tria si stanno separando, in maniera forse irreparabile.

“Troppo distanti le ambizioni – scrive La Stampa -, troppo diverse le strategie e l’interpretazione del mandato politico. Si parla già di una data: gennaio. Si immaginano già sostituti.La componente grillina del governo, sostenuta adesso anche da Conte, discute ormai apertamente di dimissioni, e vede Tria indirizzato verso la porta d’uscita. Uno scenario che però non troverebbe d’accordo l’altro inquilino, Matteo Salvini, per nulla convinto che sia giusto mollare il ministro in questa delicatissima fase. Tutto si capirà martedì, se alla fine Conte incontrerà Jean Claude Juncker a Strasburgo e se l’Italia strapperà il via libera, a oggi impensabile, alla manovra ed eviterà la procedura di infrazione”.

Il caso della poltrona di Tria riesplode nei social, con Alan Friedman che in un tweet riporta anche che Tria è stato escluso dal meeting cruciale, con Conte, Di Maio e Salvini, che si è tenuto ieri sera.

“Il meeting è stato indetto per capire come cambiare la legge di bilancio, ma il premier ha detto che la presenza di Tria non era richiesta”.

Da segnalare che, dimissionario nel mese di gennaio e pronto a lasciare la sua poltrona, era stato dato anche il ministro agli Affari europei Paolo Savona.  

In quell’occasione, le indiscrezioni erano state riportate da Il Corriere della Sera, che aveva scritto:

“Perché Savona pensa questo, ormai. Che il governo vada cambiato. «Credimi, Matteo. Un conto è che certe cose le leggi sui giornali. Altre cose è sentirle dal diretto interessato. Per Savona, insomma, siamo al capolinea», spiegava l’altro giorno uno dei ministri leghisti a Salvini in persona. E Salvini, gelido: «Lo so, ci ho parlato». Persino le tante malelingue di Palazzo, che nelle settimane passate avevano iniziato a far passare i mugugni di Savona per un tentativo di accreditarsi a sostituire Giovanni Tria al ministero dell’Economia, sono spiazzate. Certo, il rapporto tra il titolare delle Politiche comunitarie e l’uomo che lui stesso aveva indicato per via XX settembre s’è incrinato. E, per usare l’efficace sintesi che un ministro attribuisce a Conte in persona, «Tria s’è tramutato in Savona e Savona in Tria»”.

“Chi lo conosce bene – continuava l’articolo del Corriere – giura che abbia previsto per gennaio, quando ci saranno le aste Btp più importanti, il «momento più delicato» per l’Italia. Ecco, in «quel momento più delicato» lui non ci sarà. O riesce a scongiurarlo prima, non si sa come. Oppure lo guarderà da lontano”.

I rumor erano stati prontamente smentiti dallo stesso ministro, che aveva parlato di un sogno del Corriere.

Intanto, mentre la manovra inciampa non solo sulle pensioni, ma anche sull’ ecotassa – ovvero la proposta di tasse per le auto più inquinanti che apre l’ennesima crepa nei rapporti tra la Lega e il M5S -, mentre si decide di porre su di essala fiducia (LEGGI QUI   il calendario della giornata di oggi sulla fiducia), Di Maio torna a blindare la poltrona di Tria, smentendo nuovamente le indiscrezioni:

“Smentisco qualsiasi voce sulla volontà di far dimettere il ministro Tria. Vedo che alcuni giornali attribuiscono tale volontà al M5S, lo smentisco categoricamente. Tria sta facendo un grande lavoro. Squadra che vince non si cambia e Tria deve restare al ministero dell’Economia”.

Il vicepremier stellato e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico nega anche la gravità delle tensioni sull’ecotassa, e a Radio24 sottolinea che “se qualcuno pensa di far litigare il Governo su questa norma si sbaglia perchè alla fine troveremo una accordo”. Di Maio ribadisce infine che la norma verrebbe applicata solo alle nuove automobili e non a quelle che già circolano. Ma il timore delle ripercussioni sul settore è decisamente alto.

La Cina prepara le ritorsioni all’arresto del CFO di Huawei

zerohedge.com7.12.18

Aggiornamento: Reuters ha confermato il precedente rapporto Bloomberg che l’arresto di Wanzhou ha provocato “un intenso dibattito” tra alti funzionari del Partito Comunista su come rispondere.

Secondo un rapporto separato, Huawei ha fatto un “impegno” di 2 miliardi di dollari per affrontare “problemi di sicurezza” sollevati dal governo britannico all’inizio di quest’anno.

Alla domanda se pensa che l’arresto si riverserà nei negoziati commerciali, Larry Kudlow ha dichiarato durante un’intervista post-lavoro sulla CNBC che “ne dubita piuttosto”, aggiungendo che la Cina ha accettato di parlare delle preoccupazioni per la sicurezza (per esempio la Cina pervasiva cyberpionage) sollevato durante la riunione dello scorso fine settimana. Ha anche accennato al fatto che Trump potrebbe essere disposto ad estendere il periodo di 90 giorni previsto per i negoziati, mentre ritiene che le tariffe delle automobili “scenderanno rapidamente”.

  • KUDLOW DICE GLI STATI UNITI È STATO AVVERTIMENTO HUAWEI SULLA VIOLAZIONE DELLE SANZIONI
  • KUDLOW: HUAWEI NON DEVE CEDERSI NEGLI SCAMBI W / CINA
  • KUDLOW DICE HUAWEI È “LA PISTA SEPARATA” DALLE COLLOQUI COMMERCIALI
  • KUDLOW DICE LE TARIFFE PER AUTO CINESI SCENDERANNO RAPIDAMENTE

… E le scorte sparano più in alto.

* * *

Mentre l’oltraggio di Pechino per l’arresto del CFO di Huawei Wanzhou Meng si avvicina al suo arrendersi del venerdì in un tribunale canadese, Bloomberg ha fatto luce su come le notizie sul suo arresto abbiano avuto risonanza con diverse fazioni nella leadership cinese.

Il risultato è che mentre i funzionari incaricati di gestire i negoziati commerciali della Cina ritengono che la Cina non dovrebbe permettere all’arresto di Wanzhou di influenzare i negoziati commerciali, i funzionari della sicurezza nazionale fermano l’arresto è un imbarazzo per il leader cinese Xi Jinping, che secondo quanto riferito non avrebbe avuto alcuna idea la figlia di un’icona del business cinese e di un membro del Partito Comunista era stata arrestata in Canada – e la Cina avrebbe dovuto usare i negoziati commerciali come leva per chiedere la sua liberazione.

I media occidentali hanno riferito che, mentre i funzionari della Casa Bianca e il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton erano a conoscenza dell’arresto di Wanzhou prima dell’incontro di sabato tra Trump e Xi, il presidente in qualche modo non ne aveva idea.

Ora, BBG riferisce che Xi non aveva idea che uno dei dirigenti più importanti del suo paese fosse stato preso in custodia prima di sedersi con Trump. Questa asimmetria è vista come profondamente imbarazzante per il leader cinese, e molti ritengono che semplicemente lasciare che i negoziati commerciali avanzino come piano sarebbe una capitolazione inconcepibile, in particolare se (come sostengono molti analisti) l’amministrazione Trump intende usare il suo arresto come leva.

Sabrina

Altri ancora credono che l’arresto di Wanzhou sia un “regalo” per Xi, perché dà una copertura ai cinesi per scervellarsi e accusare gli Stati Uniti di usare la guerra commerciale come pretesto per ostacolare l’ascesa della Cina come superpotenza globale. Alla luce dell’arresto di Wanzhou, un simile atteggiamento susciterà probabilmente più simpatia dal resto del mondo.

Mentre la Cina pensa a come rispondere, almeno c’è un lato positivo: aiuta la Cina a sembrare sincera al mondo nel voler risolvere la guerra commerciale. Può dire che sta cercando di risolvere il problema, ma gli Stati Uniti hanno una strategia radicata per tagliare l’ascesa della Cina come potenza globale – un tema che i media statali hanno raccolto venerdì.

“L’arresto di Huawei dà ai leader cinesi un enorme dono”, ha detto Barry Naughton, professore all’Università della California a San Diego che studia la Cina. “Rende super plausibile la narrativa che hanno cercato di promuovere da sempre: ” Gli Stati Uniti non sopportano la nostra ascesa, non possono sopportare di perdere il loro dominio, non possono trattare nessuno come un pari “.

Ma un fatto saliente è stato concordato da tutte le parti: l’arresto di Wanzhou non promette nulla di buono per una distensione commerciale.

Funzionari preoccupati per l’economia hanno avvertito che un crollo dei colloqui commerciali avrebbe danneggiato la Cina più dell’arresto di Huawei. Trump ha minacciato di aumentare le tariffe fino al 25% di beni cinesi per un valore di $ 200 miliardi se un accordo non viene raggiunto in 90 giorni. Nel caso peggiore di un dazio del 25% su tutti i beni cinesi, la crescita economica del 2019 potrebbe crollare di circa 1,5 punti percentuali al 5 percento, in calo rispetto alle 6,6 previste per quest’anno, secondo Bloomberg Economics.

“La detenzione del CFO di Huawei non è un incidente casuale e getterà un’ombra sui negoziati commerciali, ma entrambe le parti lavoreranno sodo per evitare questa cattiva influenza”, ha detto Wei Jianguo, ex vice ministro del commercio e ora vice presidente del Centro Cina per gli scambi economici internazionali. “La negoziazione tra i gruppi di lavoro cinesi e statunitensi procede senza intoppi, e in realtà è molto meglio di quanto non ci si aspetti al di fuori delle aspettative”.

Perché anche se il presidente Xi decidesse di continuare a negoziare come previsto dall’accordo di sabato, ora dovrà estrarre ancora più concessioni per non apparire impotente. E anche se i funzionari cinesi hanno detto che non si vendicheranno arrestando i dirigenti statunitensi – beh – non daremmo la colpa ai dirigenti statunitensi in Cina per aver afferrato i loro passaporti e aver noleggiato un volo in qualsiasi luogo eccetto la Cina il più rapidamente possibile.

“L’arresto della signora Meng minaccia di rendere impotente la leadership cinese nel garantire la liberazione non solo di un cittadino, ma di un alto dirigente e figlia di una delle icone del business cinese”, ha dichiarato Michael Hirson, direttore Asia dell’Eurasia Group e ex Tesoro degli Stati Uniti Funzionario del Dipartimento. “Il sentimento nazionalista renderà quindi più difficile per Pechino offrire maggiori concessioni a Trump”.

Almeno pubblicamente, la Cina sta tenendo separati i problemi. Giovedì, il portavoce del ministro del commercio Gao Feng ha detto ai giornalisti che la Cina sta attuando accordi raggiunti con gli Stati Uniti su agricoltura, automobili ed energia. “Nei prossimi 90 giorni lavoreremo secondo il chiaro calendario e la road map” per negoziare in aree di reciproco vantaggio, ha affermato.

Poi, venerdì, il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha respinto le preoccupazioni che la Cina si sarebbe vendicata contro le compagnie statunitensi.

“La Cina protegge sempre i diritti legali e gli interessi degli stranieri in Cina, ma dovrebbero anche rispettare tutte le leggi e i regolamenti cinesi”, ha detto Geng.

In quella che è forse la più chiara indicazione dell’oltraggio della Cina per l’arresto, i media governativi hanno fatto irruzione contro l’arresto di Meng negli editoriali pubblicati venerdì.

“Ovviamente Washington ricorre a un approccio spregevole del ladro in quanto non può fermare il progresso dei 5G di Huawei nel mercato”, ha detto in un editoriale il citato comunista Global Times.

Il risultato: se gli Stati Uniti cercano di usare l’arresto di Whenzhou come leva, potrebbero finire per uccidere un accordo promettente.

La Deutsche Bank ha cancellato quasi tutti i $ 234 miliardi in fondi “sospetti” per Danske Bank

zerohedge.com 7.12.18

Le azioni di Deutsche Bank hanno continuato a superare i minimi storici successivi in ​​seguito alla notizia che i pubblici ministeri di Francoforte stanno accusando i dipendenti di DB (e forse la stessa banca) di accuse che l’unità di gestione patrimoniale della banca ha aiutato a riciclare denaro per criminali e altri trucchi fiscali – accuse che è emerso dalla famigerata “Panama Papers” di fuga dal 2016. Nel frattempo, uno scandalo parallelo è stato provocato dal coinvolgimento di DB nello scandalo del riciclaggio di denaro della Danske Bank – uno dei più grandi nella storia delle banche europee.

Il mese scorso, il denigratore di Danske che ha aiutato i regolatori a processare endemicamente denaro “sospetto” proveniente dalla Russia, dalla Moldova e dalle capitali occidentali ha suggerito che Deutsche Bank ha aiutato a cancellare $ 150 miliardi dei $ 234 miliardi sospetti da un audit interno di Danske (alcuni si ritiene che i clienti della filiale estone di Danske abbiano avuto legami con il presidente russo Vladimir Putin). E giovedì, i rapporti della stampa hanno aggiunto altri $ 35 miliardi a quella cifra. Secondo il Financial Times , che citava una nota interna al DB, Deutsche ha cancellato un totale di quasi $ 200 miliardi per la filiale estone di Danske tra il 2007 e il 2015.Ciò significa che Deutsche Bank ha liquidato oltre 4/5 dei presunti fondi sospetti provenienti dalla filiale estone della banca danese. Durante il periodo di otto anni, DB ha elaborato circa 1 milione di transazioni, secondo il memorandum, e non si è mai preoccupato di mettere in discussione la provenienza di queste ingenti somme di denaro, che hanno sminuito il PIL annuale dell’Estonia.

Deutsche

Questa rivelazione fa seguito alla notizia che le autorità di regolamentazione negli Stati Uniti e in Europa stanno esaminando il ruolo di Deutsche Bank nello scandalo. Un portavoce della Deutsche ha detto che la banca sta collaborando con tutte le richieste. Howard Wilkinson, ex dirigente di Danske, ha dichiarato al Parlamento danese il mese scorso che Deutsche ha liquidato circa 150 miliardi di dollari attraverso una controllata statunitense.

Deutsche ha smesso di liquidare i soldi per la filiale estone di Danske nel 2015, due anni dopo che JP Morgan ha abbandonato la Danske Estonia come cliente, dopo aver lamentato che il dipartimento di conformità aveva segnalato troppi esempi di sospetto riciclaggio di denaro. Ma il memorandum ottenuto dal FT ha rivelato che anche quando DB si è allontanato dalla compensazione del dollaro, ha continuato a processare pagamenti denominati in euro, per un totale di circa 225 milioni di euro ($ 256 milioni) tra il 2015 e il 2018 (sebbene l’adesione di Deutsche nell’Area unica dei pagamenti in euro) significa che è stato obbligato a elaborare questi pagamenti).

Ciò significa che Deutsche potrebbe dover affrontare ulteriori pene legali legate a tre scandali separati: il famigerato scandalo russo del mirror-trading (lo scorso anno Deutsche ha pagato oltre $ 600 milioni di multe alle autorità statunitensi e britanniche, ma le autorità statunitensi stanno proseguendo le indagini) Violenze AML dei documenti e lo scandalo Danske.

Nonostante questi rischi legali crescenti, la Deutsche ha affermato giovedì che non avrebbe aumentato le sue disposizioni per i giudizi legali, probabilmente lasciando la banca vulnerabile a più multe (Deutsche ha già pagato circa 18 miliardi di dollari di multe dopo la crisi finanziaria), che potrebbero avere un serio impatto sul futuro guadagni.

STADIO A ROMA / PROGETTO “CATASTROFICO”, PER IL POLITECNICO DI TORINO

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Roma sempre più nel pallone per la tribolatissima vicenda del nuovo stadio giallorosso a Tor di Valle. Il presidente a stelle e strisce James Pallotta è sempre più nervoso, non vede una via d’uscita  e sta maturando l’idea di acquistare una fetta di Eurnova dal gruppo Parnasi, finito nelle maglie dell’inchiesta della procura capitolina.

Il patròn americano sta studiando le carte, e a quanto pare avrebbe intenzione di sborsare 90 milioni di euro per convincere i Parnasi a cedere terreni e diritti sul progetto dello stadio. Estromessi i Parnasi dal gioco, ritiene di aver via libera per dare lo start ai lavori, visto che il lungo iter amministrativo era stato completato e la giunta grillina – in prima fila il sindaco Virginia Raggi – aveva dato disco verde alle operazioni, smentendo in pratica tutto quanto era stato promesso in precedenza. Per la serie: sono state ridotte le cubature ma sono state ancor più drasticamente tagliate le infrastrutture, essenziali per raggiungere lo stadio. Una presa per il culo dei tifosi, costretti a file chilometriche per arrivare all’agognato impianto sportivo.

Non basta. Un’altra randellata arriva da Torino, dove un team di studiosi del Politecnico ha effettuato un minuzioso studio ed emesso un verdetto da brividi, definendo il progetto “catastrofico”. Senza peli sulla lingua i ricercatori del Dipartimento dei Trasportidel Politecnico torinese, diretto dal professorBruno Della China:“La viabilità – così come modificata dai 5 Stelle che hanno tagliato le opere pubbliche e private per ottenere la riduzione delle cubature – non funziona. Sono state stilate previsioni troppo ottimistiche, sono state effettuate simulazioni di traffico sbagliate, analisi errate”.

Insomma un progetto che fa acqua da tutte le parti. Come del resto hanno più volte segnalato alcune associazioni ambientaliste e soprattutto l’ex assessore all’urbanistica del Campidoglio, Paolo Berdini, cacciato a pedate dalla Raggi appenò osò mettere in discussione il progetto e le modalità esecutive.

Il paradosso del doppio legame UE

  scenari economici.it 7.12.18

Funziona così, l’ingiunzione paradossale. Amami, detto con voce di odio. Abbracciami, detto con le braccia incrociate. Oppure: Aumenta il PIL! Detto con l’ordine di ridurre il deficit/pil e la spesa pubblica netta!

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E’ vietato leggere questa scritta

L’Italia si trova sotto ingiunzione paradossale, in quello che gli psicologi chiamano il doppio legame. Io lo chiamerei doppio cappio. Doppiamente illegittimo: anticostituzionale e anti trattati UE. Per uscirne basta evidenziarne il paradosso e la contraddizione di chi, dall’UE, ingiunge ordini cinici e schizofrenici.

Premesso che dai Trattati firmati, come Maastricht in primis e MES, che prevedono un rapporto debito/PIL 60% e un deficit/PIL di massimo il 3%, niente si evince della legittimità dell’obbligo di rimanere sotto il 2% del rapporto deficit/PIL.

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Non contenti, i nostri politicanti hanno firmato il Fiscal Compact nel 2012, in Italia con un governo NON eletto, Monti dopo il golpe a Berlusconi, anzi illegittimo e dichiarato tale dalla Corte costituzionale. Il Fiscal Compact, è un trattato aggiuntivo NON inserito nel corpo dei trattati UE e TFUE e a cui, ad esempio, la Repubblica ceca e la Gran Bretagna non hanno aderito. Così come è stato sottoscritto, può senza problemi essere rescisso, a differenza dei trattati UE, la cui revoca è più complessa, non per questo non auspicabile né impossibile, almeno da Maastricht in poi.

Noi abbiamo aderito in situazione di scacco, ricatto e golpe politico: il governo Monti che, ripeto, era illegittimo. Sempre con questo governo imposto dall’alto, è stato adottato dal Parlamento, lo sfregio alla Costituzione nell’articolo 81 con l’obbligo di pareggio di bilancio nei conti pubblici. Sempre il Fiscal Compact (1), introduceva l’obbligo, più severo ancora rispetto ai criteri di Maastricht e al Trattato di Stabilità che istituiva il MES nel 1997,   di ridurre di 1/20 l’anno il rapporto debito/PIL.

Bene, oppure male. Anche il MES (1997)era stato adottato a livello europeo con una procedura illegittima poiché, mutando i trattati, non utilizzava la prevista conferenza intergovernativa tra Stati per farlo, ma semplice regolamento 1466/97, come più volte evidenziato dall’ex ministro Giuseppe Guarino.

Quindi, se vogliamo essere più europeisti di Juncker, anche il MES è anti Europa, in quanto tradisce i Trattati, nella sostanza e nella forma, cambiando persino il nome della Comunità senza avere chiesto niente ai suoi sudditi.

Il MES – paradosso! -prevedeva l’esborso di ben 125,4 miliardi di euro all’Italia contribuendo schizofrenicamente all’aumento di quello stesso debito pubblico (da 2000 miliardi a oltre 2300 miliardi a causa degli interessi passivi) che avrebbe poi rischiato di richiedere l’intervento del MES. Una minaccia, in quanto ricevere gli aiuti dal fondo salva stati, con gli interessi, significa dovere sottostare a tutta una serie di politiche di riforme che in confronto le letterine di Bruxelles di adesso appariranno acqua fresca.

Ma non è tutto: spiegatemi la sanità di mente di un popolo i cui politici firmano contratti e trattati strozzini che prevedono che dovremo ripagare il credito dei nostri soldi, non una ma DUE volte, e  in modo SALATO, con tanto di interessi esorbitanti e con tanto di condizioni, sempre grazie alla complicità della mafia di agenzie di rating e spread. La mafia che controlla la moneta non ne ha mai abbastanza e sull’Italia imperversa in modo particolare con il costo del denaro che già paghiamo esoso per colpa dello spread!!

Ma vediamo quale è l’agenda dell’UE nei nostri confronti, dalla lettura delle letterine paradossali.

Innanzitutto da esse traspare che elezioni o no, poco importa, gli impegni presi dai governi precedenti non si dovrebbero rimettere in discussione, tipo le clausole di salvaguardia che prevedevano l’aumento dell’IVA in caso di mancato rispetto della riduzione del debito pubblico e del deficit secondo i loro scriteriati criteri. Questo governo, fortunatamente, le ha bloccate.

Sempre a sottolineare l’importanza che le istituzioni europee accordano alle elezioni, appena 3 giorni dopo le nostre usciva la Relazione per Paese della Commissione europea (7 marzo 2018)in cui si ribadivano gli impegni presi dal governo precedente come soluzione della debole produttività e dell’elevato debito pubblico. Tra le note tutte positive al governo Renzi ne spiccava una “negativa” sulle privatizzazioni:

“il governo ha ridimensionato il programma di privatizzazioni portandolo allo 0.05% del PIL nel 2016 (in calo rispetto all’obiettivo dello 0.5%) e ha mancato l’obiettivo del 2017 che prevedeva proventi pari allo 0.3% del PIL. Il governo prevede di nuovo di ricavare dalle privatizzazioni proventi pari allo 0.3% del PIL[quale governo???]”

Un altro punto carente, il quadro normativo delle insolvenze ed escussione delle garanzie “continua a dare un sostegno insufficiente al riassorbimento e alla ristrutturazione rapida dei crediti deteriorati”. Bisogna pignorare più rapidamente.

Il 13 luglio l’Italia riceveva una raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2018 dell’Italia e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità 2018 dell’Italia. Una raccomandazione, si noti bene, è NON VINCOLANTE.

Basandosi sull’analisi annuale della crescita della Commissione del 22 novembre 2017, il Consiglio constata che il rapporto debito pubblico/PIL è passato dal 132% nel 2016 al 131.8% nel 2017 assestandosi nel 2018 al 130.8 quindi IN CALO, ma non essendo sufficiente per le istituzioni, indica le privatizzazioni da adottare per l’ulteriore calo del debito pubblico. L’Italia avrebbe goduto di spese aggiuntive ammissibili nel 2017 dello 0.16% del PIL per l’afflusso di rifugiati e allo 0.19% del Pil per il rischio sismico quando mai e poi mai si era parlato di imporre tagli alla spesa per via del Trattato di stabilità !!

In forma di raccomandazione NON vincolante del Consiglio, si chiedeva una riduzione della spesa pubblica primaria netta pari ad almeno lo 0.2% nel 2018, mentre per il 2019, sulla base di un “oroscopo” sul PIL effettivo al ribasso, si propone un tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta non superiore allo 0.1% del PIL, raccomandando

“l’impiego di eventuali entrate straordinarie per ridurre ulteriormente il rapporto debito pubblico PIL” come “risposta prudente”, vedi, altre privatizzazioni.

(Quando l’Italia in dieci anni è il paese la cui spesa pubblica è aumentata di meno, e si situa nella media bassa europea !!!http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/02/26/pil-sviluppo-tagli-spesa/)

Risalta sempre da tutte le letterine l’ossessione per la spesa di pensioni di vecchiaia, attorno al 15% del Pil che s’ha da tagliare in tutti i modi, chissà, uccidendo prematuramente i vecchietti?  La scelta politica del “contributivo” oramai già fatta propria da tutti i governi senza quasi batter ciglio si evidenzia in frasi come:

“Nel rispetto dei principi di equità e proporzionalità, si potrebbero conseguire risparmi consistenti intervenendo su pensioni di importo elevato che non corrispondono ai contributi versati”.

Il sistema fiscale poi va riformato in senso pro capitale (investimenti esteri) e pro lavoro (riduzione costo e salari): va inserita una tassa “patrimoniale”, è ripetuto in tutte le letterine, che tradotto significa IMU PRIMA CASA. Tutti gli asset degli italiani vanno ipotecati, pubblici e privati, sempre con la scusa del debito pubblico che non ci vogliono lasciare la libertà di ridurre come crediamo meglio. Hanno troppa fretta di passare all’incasso. Ma il diavolo si dimentica di far bene i coperchi. E infatti traspare da tutti questi testi. Per favorire la “patrimoniale”, la Commissione raccomanda di rivedere gli estimi catastali – lacrime e sangue – così come non piacciono le agevolazioni fiscali, e viene ripetuta la necessità dell’estensione dell’obbligo della fatturazione elettronica per tutte le operazioni DEL SETTORE PRIVATO DAL 2019.

Il Consiglio non è contento dell’innalzamento dei limiti per i pagamenti in contanti perché “potrebbe scoraggiare l’uso dei pagamenti elettronici la cui obbligatorietà può migliorare l’adempimento degli obblighi fiscali” contravvenendo alle sue stesse regole dei Trattati che considerano moneta a corso legale banconote, monetine ed eventualmente le riserve delle banche centrali. Full stop. Ma che fosse particolarmente amica degli interessi delle banche, già si sapeva. Vi spiego solo in quali frasi questo fatto odioso è ben visibile.

E’ richiesta anche una riforma del sistema giudiziario italiano in modo da accelerare i processi e da facilitare la normativa delle insolvenze, in altra letterina si dirà che va imposta la disciplina dell’insolvenza stragiudiziale, in altre parole il pignoramento diretto senza l’accordo del giudice. Che si sappia.

In materia di concorrenza, fiore all’occhiello della Commissione in cui ha dimostrato tutto il tradimento della sua “missione”, in particolare favorendo i potentati, gli oligopoli e le intese sui prezzi, gli abusi di posizione dominante che essa stessa a parole denuncia e che essa stessa negli atti permette (cfr. Suez Gaz de France ad esempio), si auspica la “liberalizzazione” dei servizi professionali, dei trasporti pubblici locali, delle ferrovie e della distribuzione oltre a una riforma degli appalti pubblici per darla più facilmente a grossi gruppi multinazionali esteri. L’uberizzazione della società per cui la Francia sta messa sotto sopra.

Si richiede di accelerare l’incostituzionale riforma delle banche popolari e cooperative:

“la piena attuazione delle riforme delle grandi banche popolari e delle piccole banche cooperative rafforzerebbe lo stato di salute generale del settore bancario”oltre ad accelerare la rinegoziazione dei crediti deteriorati.

Elogi per il Jobs Act, e riforma della scuola che procede secondo “le previsioni”, ma chiediamolo agli addetti, che si lamentano per la carenza di carta igienica, e pur tuttavia il Consiglio si ritiene soddisfatto.

A rischio povertà ben il 30% delle persone, ma non è che il Consiglio proponga niente di che per contrastarla, anzi, da quanto abbiamo visto ne peggiorerebbe solo il quadro.

In sintesi il Consiglio raccomanda – NON VINCOLANTE !! – una crescita nominale del pil non superiore allo 0.1% nel 2019, la riforma dei valori catastali, la fattura elettronica, la riduzione dei contanti permessi, la riduzione del peso delle pensioni di vecchiaia, l’accelerazione dei processi, lo smaltimento dei crediti deteriorati, una riforma in materia di insolvenza, migliorare l’accesso delle imprese alle borse, e blablabla. Un programma POLITICO che nessuno di noi ha votato.

Nell’opinione della Commissione europea del 23 ottobre scorso sul def,si noti che sulla base delle raccomandazioni NON vincolanti di cui sopra, di impegni presi da governi precedenti, e di oroscopi sul futuro, la Commissione ribadisce il concetto delle clausole di salvaguardia, da adottare, ridurre il deficit su PIL, la crescita della spesa pubblica  ecc.

Concetti e ingiunzioni paradossali ribaditi nell’ultima letterona del 21 novembre dove la Commissione, indispettita, ingiunge all’Italia di chiedere più crediti alla BEI! con la minaccia di richiedere un deposito infruttifero in caso di inadempimento dei suoi ordini paradossali!

Questa gabbia assomiglia sempre di più all’Unione dell’Africa occidentale dove un Tesoro richiede denari veri, in cambio di promesse di pagamento (CFA) molto care per i mal capitati “beneficiari”, ridotti allo stato di bisogno da una costruzione di istituzioni strozzine e usuraie che riescono a far firmare trattati capestro a una banda di politici corrotti.

Risultati immagini per doppio legame, paradosso

Si ripete la necessità di “riforme strutturali”, di riduzione delle pensioni di vecchiaia, di introduzione della fatturazione elettronica, le privatizzazioni, la trasformazione in spa delle banche popolari, la finanziarizzazione delle PMI, e tutte le altre virgole di cui non voglio più riferire, perché sono solo dettagli fiscali lanciati come polvere negli occhi per far dimenticare l’assurdità e il paradosso del contesto: i coperchi.

Il succo è questo: che si vorrebbe che mantenessimo l’impegno preso da governi precedenti e illegittimi di ridurre il rapporto debito/pil ad un certo ritmo, ma si vuole che lo si faccia come vogliono le istituzioni, con più austerity, meno spesa pubblica, meno deficit/pil (allorquando siamo i più virtuosi su questo criterio), più privatizzazioni di tutto, imu prima casa, lotta al contante, agevolazione dei pignoramenti stragiudiziali e tutto quanto evidenziato sopra.

Il coperchio è questo: che le misure richieste sono incostituzionali (banche popolari, demanio, imu prima casa) e altre sono antieuropee (riduzione contante, fattura elettronica, interpretazione della disciplina “concorrenza”, obbligo a privatizzare cfr.)

E che quindi va evidenziato questo: a livello europeo, nessuno è mai stato così virtuoso con il rapporto deficit pil, che mentre noi rispettavamo scrupolosamente gli altri paesi con alto debito come la Spagna o la Francia arrivavano negli anni scorsi anche all’8%, evitando il nostro tasso. Il premio è questo: ancora maggiore austerity, ancora più doppi lacci “per il nostro bene”, ancora più perversione.

Non solo, ma non sta scritto in alcun testo di legge europeo che noi dobbiamo fare il 2%. Né è scritto in quei trattati capestro che dobbiamo seguire le metodologie scelte dalla Commissione per rispettare il nostro impegno a ridurre il debito pubblico e ad aumentare domanda interna e pil. Questi sono tutti abusi di posizione dominante di alcuni paesi e di alcuni settori europei che si stanno accanendo sull’Italia e nel fare questo dimenticano che sono del tutto illegittimi, così come è illegittimo il MES, come è illegittima la richiesta di privatizzare, come è illegale, anti trattati UE la richiesta di ridurre il contante. Queste sono le contraddizioni da mettere avanti e da utilizzare come uno strumento per proteggerci dalla pazzia scrizofrenica e sadica di una classe di sedicenti europeisti che sono perversi e semplici marionette della finanza internazionale.

Nforcheri 7/12/18

Altri riferimenti
https://scenarieconomici.it/ue-il-non-mercato-e-la-non-moneta/

ABC: Il principio di sussidiarietà secondo l’UE

Francia-Africa: ipocrisia vomitevole

Il meccanismo d’asta in Francia

Trattati UE: il diavolo è nei dettagli

Case abbandonate: se hai meno di 40 anni o un figlio minore te le regalano

informarexresistere.fr 7.12.18

case abbandonate

Giappone: il governo regala case abbandonate per favorire le giovani coppie – di Chiara Soldani

Tokyo, 7 dic – Buone nuove dal Paese del Sol Levante. Il Giappone, in forte crisi demografica, ha deciso di regalare (o concedere affitti a cifre irrisorie), case abbandonate o disabitate.

I requisiti sono i seguenti: avere meno di 40 anni o avere un figlio che ne abbia meno di 18. Oppure, quello di avere un genitore che abbia meno di 50 anni. 

Non solo giapponesi: potenzialmente anche gli stranieri possono farne richiesta. Sono circa 10 milioni, infatti, le case sparse lungo tutto il Giappone e già disponibili.

Il popolo nipponico è anziano: molti di questi proprietari, sono o deceduti oppure ricoverati in case di riposo. 

Non solo: molti immobili sono stati abbandonati in virtù della profonda scaramanzia che caratterizza i giapponesi. Una casa che ha visto episodi suicidi o decessi in solitudine viene ammantata da un’aurea malefica.

Scaramanzia a parte, l’iniziativa è volta ad incentivare le giovani coppie. Ripopolando (l’auspicio è quanto mai importante) aree o città che rischiano di estinguersi. 

Come Okutama, nell’area metropolitana di Tokyo, prossima a diventare una “città fantasma”.

Case abbandonate: dove sono in vendita?

Le case abbandonate sono in vendita sui database online. Bisogna cercare  “akiya banks” (in giapponese ‘casa vacante’) e sfogliare il catalogo degli immobili già pronti. 

Le uniche spese da affrontare sono le tasse e le commissioni di agenzia sull’immobile. 

Quanto a previsioni future, il Fujitsu Research Institute ipotizza che il numero di unità abitative disponibili, sia destinato a crescere ancora (fino a 20 milioni di unità disabitate entro il 2033). 

L’iniziativa del governo giapponese è un’ottima risposta alla crisi immobiliare che colpisce da tempo il Paese. 

Tentativo intelligente (si spera anche efficace) per ringiovanirne la popolazione. E allora, ganbatte kudasai: buona fortuna, Giappone. 

Fonte: Il Primato Nazionale – Ti potrebbe interessare anche Ecco perché gli anziani giapponesi commettono reati per farsi arrestare

Mps, Sansedoni chiede il concordato preventivo

Rosario Murgida finanzareport.it

La società immobiliare, dopo aver chiuso il bilancio 2017 in profondo rosso, chiede il concordato per portare avanti le trattative con le banche sul salvataggio


Non è solo il mondo delle costruzioni a dover percorrere i corridoi dei tribunali, anche dall’immobiliare arrivano notizie su richieste di concordato.

A presentare ieri l’istanza di accesso al concordato preventivo con riserva stabilito dall’articolo 161 della legge fallimentare è stata anche la Sansedoni, società controllata dalla Fondazione Mps con il 67% del capitale e partecipata da Banca Mps con il 22% e Unieco con l’11%.

Sansedoni ha presentato l’istanza per avere maggior serenità nel proseguire le trattative con il cento bancario su un piano di ristrutturazione, con relativa rinegoziazione del debito, incentrato sulla valorizzazione del patrimonio immobiliare con la relativa cessione dei vari cespiti e sulla separazione delle proprietà dai servizi di agenzia.  

Del resto la società è stata costretta a chiedere il concordato a causa della grave situazione finanziaria dimostrata dalla chiusura del bilancio 2017 con ben 91,3 milioni di perdite, un patrimonio netto negativo per 83,3 milioni e 165 milioni di debiti. Di questi sono 162 milioni quelli riferibili all’esposizione bancaria: la banca maggiormente esposta è ovviamente Mps per quasi 90 milioni ma tra le altre sono presenti anche Banco Bpm e Ubi. 

Le banche presteranno sicuramente massima attenzione sui prossimi sviluppi, a partire dalla presentazione di un piano già in parte definito nei mesi scorsi per arrivare alla ricerca di un socio interessato a rilevare le attività di agenzia oppure gli immobili

Ecco come Bper vuole sbancare in Unipol Banca

startmag.it 7.12.28

Che cosa sta studiando Bper su Unipol Banca. Fatti, nomi, indiscrezioni e scenari

TUTTE LE PRIME MOSSE DI BPER SU UNIPOL BANCA

Entra nel vivo la trattativa tra Bper e Unipol per l’acquisizione di Unipol Banca. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, il gruppo modenese guidato da Alessandro Vandelli avrebbe conferito mandato a Citi per lavorare al dossier.

CHE COSA STA FACENDO UNIPOL BANCA

Bologna invece (che in passato ha lavorato proficuamente con Mediobanca) dovrebbe selezionare l’advisor finanziario in tempi brevi e comunque entro la fine del mese. L’obiettivo infatti sarebbe definire le condizioni del deal in tempi rapidi per poter procedere nella prima metà dell’anno.

ECCO LO STATO VERO DI UNIPOL BANCA

Unipol Banca del resto è stata ripulita dai crediti deteriorati grazie alla drastica azione di pulizia annunciata l’anno scorso. Oggi l’istituto è insomma un’opportunità di acquisto per Bper (di cui Unipol è azionista al 15,06%) che avrebbe così la possibilità di allargare la propria rete commerciale e di stringere ulteriormente l’alleanze industriale con il gruppo guidato da Carlo Cimbri. L’ipotesi allo studio dei consulenti prevederebbe un’acquisizione dell’istituto che verrebbe poi fuso dentro Bper Banca.

LE PREVISIONI SUL PREZZO

Il prezzo dovrebbe essere versato in contanti piuttosto che in azioni visto che Unipol è di fatto già azionista di maggioranza relativa del gruppo modenese e non avrebbe ragione per salire ulteriormente nel capitale in tempi brevi.

LA TEMPISTICA DELL’OPERAZIONE

I dettagli tecnici dell’operazione comunque non sono ancora stati definiti ed è possibile che si debba aspettare fino al prossimo anno per avere un progetto definito. Se non ci fossero intoppi, l’operazione potrebbe essere annunciata nell’ambito del nuovo piano industriale di Bper atteso tra la seconda metà di gennaio e l’inizio di febbraio.

I PROSSIMI PASSI DI BPER SU UNIPOL BANCA

Non a caso la presentazione del documento è stata posticipata rispetto all’iniziale scadenza di settembre proprio per chiudere alcune importanti operazioni straordinarie. Oltre a Unipol Banca, la banca guidata da Vandelli starebbe infatti definendo anche l’acquisto di Arca Holding, la società che controlla Arca Fondi sgr.

LA QUESTIONE VENETA IN ARCA

Da tempo il 40% del capitale della holding detenuta dalle ex banche venete è sul mercato e il compratore più probabile sembrano gli altri due maggiori azionisti, cioè Bper Banca e la stessa Popolare di Sondrio (che controllano rispettivamente il 32,7 e il 21,3%). Al momento comunque non ci sono novità sulle negoziazioni che potrebbero concludersi solo all’inizio del 2019.

LA QUESTIONE BANCO DI SARDEGNA

Nell’ambito del piano Bper dovrebbe annunciare anche l’acquisto del 49% delle azioni della controllata Banco di Sardegna oggi in mano alla fondazione omonima. L’operazione potrebbe avvenire attraverso uno swap che consentirebbe all’ente cagliaritano di ottenere azioni della capogruppo. I dettagli sarebbero ancora oggetto di confronto tra la banca e i vertici della fondazione, ma lo schema sembra ormai incardinato.

I TARGET DEL PIANO

Per quanto riguarda i target del piano (messo a punto con l’advisor Boston Consulting), la banca potrebbe ridurre di 1,9 miliardi i non performing loan, una cifra che non comprende i processi attualmente in corso. Il tema del derisking è del resto molto caro a Unipol.

(ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI MF; qui la versione integrale)

B.Carige: Innocenzi, ragionevole aggregazione in 2019 (Secolo XIX)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Il 2019 è un orizzonte ragionevole” per un’aggregazione di Banca Carige con un altro soggetto. 

Lo ha detto Fabio Innocenzi, a.d. di Banca Carige, in un forum al Secolo XIX aggiungendo che “da soli, con un soggetto finanziario o con un soggetto industriale non sovrapposto, la difesa del nome è ovvia. In caso di aggregazione con un soggetto industriale sovrapposto sul territorio è più complicato”. 

Alla domanda su cosa fara’ il Fondo Interbancario quando avrà il 40-50% di Carige, Innocenzi ha risposto che “l’impegno di tutti è fare in modo che l’aumento sia un successo e che lo Schema abbia lo 0% di Carige”. 

Secondo l’a.d., “gran parte dei clienti sono rimasti. Ora la banca è in sicurezza e ci sarà il nuovo piano industriale. Vogliamo essere una banca che da’ qualcosa di diverso: vicinanza al cliente e al territorio, conoscenza, velocità ed efficacia”, ha concluso. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 07, 2018 02:59 ET (07:59 GMT)

Mondadori: pronta a cedere il 37% del Giornale (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il processo di revisione del perimetro industriale della Mondadori prosegue. Il gruppo editoriale presieduto da Marina Berlusconi e guidato da Ernesto Mauri da anni ha avviato un riposizionamento che ha portato a chiusure e cessioni di testate (Panorama venduta a Maurizio Belpietro), all’uscita dal mercato francese (periodici venduti a Reworld Media dopo una svalutazione di 198,1 milioni della controllata d’Oltralpe), al potenziamento del business dell’area Libri, dov’è indiscussa leader di mercato, e del digitale. 

Si inserisce in questa strategia anche la possibile dismissione di una partecipazione oggi ritenuta non più strategica. In particolare, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, la Mondadori ha già manifestato a più riprese la propria posizione in merito alla quota (36,9%) detenuta nella Società Europea di Edizioni (See), la casa editrice proprietaria del quotidiano Il Giornale. 

La decisione è maturata in questi mesi e ora si avvierà il processo per la ricerca di un potenziale compratore. Ovviamente il quotidiano milanese diretto da Alessandro Sallusti non cambierà proprietario, visto che il primo socio è e resterà Paolo Berlusconi attraverso la holding Pbf (46%) e la società Arcus Multimedia (17,08%). Senza trascurare l’accordo industriale definito nei mesi scorsi con l’editore Roberto Amodei (Corriere dello Sport e Tuttosport). 

red/fch 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 07, 2018 02:50 ET (07:50 GMT)