Morire di guerre civili molecolari

di Emanuel Pietrobon – 7 dicembre 2018 lintellettualedissidente.it

Una notizia sostanzialmente ignorata in Italia, ma che in Inghilterra e in Romania ha avuto un ampio risalto mediatico riaprendo il dibattito sull’emergenza criminalità nella capitale inglese: si tratta del brutale omicidio di Beniamin Pieknyi e della necessità di recuperare le profezie del filosofo Hans Enzensberger sulla guerra civile molecolare.

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La storia di Beniamin Pieknyi inizia a Lupeni – piccolo villaggio minerario situato nei meandri più remoti e dimenticati della Transilvania – 20 anni fa e finisce tragicamente il 20 marzo 2018 a Londra, la metropoli che ha fatto dell’emigrazione da ogni parte del mondo la sua fortuna e del multiculturalismo la sua nuova bandiera. Numeri alla mano, infatti, secondo il censimento del 2011, gli inglesi etnici hanno smesso di rappresentare la maggioranza della popolazione già da svariato tempo, componendo soltanto il 44.9% della popolazione totale.

Londra è spesso dipinta come modello di multiculturalismo efficiente e funzionante, una metropoli che ha costruito la sua ricchezza, la sua capacità di attrarre capitale umano ed il suo successo in qualità di città globale sulla diversità, ma negli stessi giorni in cui il sindaco Sadiq Khan lancia un video avente a tema l’identità multietnica e multiculturale della nuova Londra e intitolato London is open, passano sotto totale silenzio mediatico la chiusura del processo agli assassini di Beniamin, condannati con pene variabili da 2 a 25 anni di reclusione, e la dura accusa della famiglia verso la città dell’accoglienza.

Beniamin non faceva parte di alcuna banda, ma si trovava insieme ad un coetaneo e connazionale nell’affollato Stratford Shopping Centre, un noto centro commerciale di Stratford, per svagarsi dopo una giornata di lavoro. Beniamin quella sera non arriverà mai a casa e non riceverà alcun aiuto, né dalla sicurezza, né dai passanti, finendo vittima della brutalità di una violenta banda di strada formata da Mario Zvavamwe, Moses Kasule, Kevin Duarte, Alexis Varela e Vladyslav e Yakymchuk, alcuni di loro da poco maggiorenni, altri senza fissa dimora, ognuno con precedenti penali per comportamenti violenti, nessuno di essi inglese o europeo.

Beniamin Pieknyi

Nonostante il polverone mediatico sollevato dall’ennesimo e insensato omicidio da parte di una banda di giovanissimi, nessun media si è focalizzato sull’identità e sulle origini degli aggressori, sebbene la maniera ideale per costruire un modello di integrazione culturale ed etnica di successo sarebbe quella di accettare l’esistenza di una realtà fatta di occasioni mancate e rancore galoppante fra coloro che il British dreamnon sanno neanche cosa sia.

Secondo lo studio “The Met Gangs Matrix” del professore Lee Bridges per l’Institute of Race Relations, datato 2015 e basato sui numeri forniti dalla polizia metropolitana della capitale, soltanto il 12,8% di tutti gli arrestati per reati legati al banditismo urbano è europeo, a fronte di un considerevole 87,2% composto prevalentemente da africani (78,2%), centro-asiatici (6,5%), medio-orientali(2,2%) e altri (ca. 1%).

Il tema etnia e criminalità è molto sentito a Londra e trattato alla stregua di un tabù, tanto da intralciare le indagini e le attività degli inquirenti stessi, incapaci di combattere la piaga del crimine delle cosiddette bande etniche per via di pressioni provenienti sia dal governo che dalla società civile. Per capire la situazione tragicomica in cui versa l’anticrimine londinese, e britannica in generale, è necessario semplicemente riportare la recente denuncia (maggio 2018) di Amnesty International contro la polizia metropolitana della capitale per via del presunto razzismo intrinseco nel database che scheda i membri delle bande. Il motivo? Secondo l’indignato Stafford Scott il database getterebbe cattiva luce sulle minoranze etniche della capitale, in particolare gli africani, poiché rappresentate in maniera eccessivamente sproporzionata rispetto ad europei ed asiatici e perché la polizia avrebbe incluso nell’elenco anche persone che pur avendo dichiarato la propria appartenenza ad una banda non sarebbero ancora entrate nel ciclo di violenza.

La banda di Rochdale, composta interamente da pakistani residenti nell’omonima città,  protagonista di 47 casi accertati di stupri di minorenni britanniche bianche fra il 2008 ed il 2010. I processi giudiziario e mediatico, durati sino all’anno scorso, hanno infiammato il dibattito pubblico sul tema della relazione fra etnia e criminalità e sugli effetti nocivi del politicamente corretto sull’efficienza inquisitoria

Neanche Kasule, Duarte e Zvavamwe avevano mai commesso omicidi prima del 20 marzo 2018, eppure quella sera hanno scelto due persone a caso tra la folla per mostrare pubblicamente come il quartiere fosse di loro proprietà e come solo loro potessero decidere gli aventi diritto a camminarci o meno. Beniamin è morto sotto gli occhi delle telecamere e dell’indifferenza dei passanti, accoltellato fino al dissanguamento semplicemente perché, secondo quanto confessato dagli assassini, volevano rivendicare il loro dominio sul quartiere, ma una rissa senza armi e senza morto non avrebbe permesso loro di sfogare tutta la violenza che avevano in corpo.

Forse la ragione del caos che sta imperversando a Londra non è neanche imputabile totalmente al disordine sociale causato dagli effetti perversi di un modello d’integrazione multiculturale che crea più occasioni di scontro che di incontro, alimentando derive neomedievaliste in società proiettate verso la fine della storia, ma che in essa ancora sguazzano e ne subiscono colpi e contraccolpi.

Forse gli assassini di Beniamin e la loro necessità inestinguibile di sfogare il proprio malessere attraverso la violenza cieca hanno anche molto in comune con i giovani disadattati che abitano nelle banlieue francesi e per i quali ogni istante può trasformarsi in motivo di sfogo degli istinti primordiali, come accaduto durante i festeggiamenti per il campionato mondiale di calcio 2018, tramutatisi in violenti scontri, disordini di piazza e rivolte urbane, o durante la notte di Halloween, sempre di quest’anno, quando migliaia di giovani delle periferie marsigliesi, parigine e di altre grandi città hanno dato luogo ad un vero e proprio “sfogo”, commettendo ogni tipo di reato, preferibilmente violenze contro la polizia ed i passanti, roghi di auto, rapine e vandalismi di vario genere, legalizzato arbitrariamente fino all’alba, proprio come nella celebre serie cinematografica distopica hollywoodiana firmata James deMonaco.

C’è sicuramente un nesso fra l’epidemia di banditismo urbano, 283 arresti e 250 coltelli sequestrati solo a febbraio, e di omicidi senza movente apparente, 250 morti per accoltellamento in tutto il paese di cui un terzo a Londra da gennaio a inizio novembre, ed il fallimento del modello d’integrazione anglosassone, evidenziato dal discusso The Met Gangs Matrix, ma sarebbe semplicistico, scorretto e pretestuoso sostenere che il secondo evento sia l’unica causa del primo fenomeno, e ad ogni modo non è questo il reale argomento dell’approfondimento.

I festeggiamenti per le strade parigine, ma non solo, per la vittoria della nazionale francese ai campionati mondiali di calcio del 2018 si sono rapidamente trasformati in una gigantesca rivolta urbana, il cui bilancio finale è stato di 2 morti, oltre 500 arresti, 845 macchine bruciate, 44mila pompieri impegnati in attività anti-incendio, interruzione dei servizi di trasporto pubblico e centinaia di negozi oggetto di spaccate con conseguente furto di merce.

Per comprendere cosa sta accadendo nelle società di numerosi paesi sviluppati, in particolare occidentali, ed in via di sviluppo, in primis latinoamericani, nell’epoca del post-tutto, post-verità, post-cristianesimo, post-democrazia, post-modernità, ma soprattutto post-umanità, è doveroso recuperare le riflessioni morgenthauniane dell’autore d’origine tedesca Hans Magnus Enzensberger sul probabile destino apocalittico e distopico al quale è condannato l’Occidente, riassunte in “Prospettive sulla guerra civile”, titolo pubblicato nel 1992.

Enzensberger dipinge un futuro dominato dalla violenza pervasiva, sotto forma di guerre a bassa intensità, disordini razziali, brutalità gangsteristica ed epidemia di criminalità nei teatri urbani soprattutto causate da bande di giovani e adolescenti e terrorismo commesso da lupi solitari e schegge impazzite, e dalla mediocrità, causata dalla graduale scomparsa di quelli che definisce gli “uomini buoni”, soverchiati numericamente da “perdenti e superflui”.

Nell’immaginario del pensatore tedesco la combinazione dei due eventi suscritti avrebbe portato le società moderne a vivere in stato d’assedio, vittime delle cosiddette guerre civili molecolari, ossia scenari di insicurezza e disordine denotati da costanza e perennità. Enzensberger preconizzò un tale mondo distopico scrivendo ai tempi delle guerre iugoslave, della rivolta di Los Angeles, degli eccessi dell’hooliganismo e dell’emergenza sicurezza per le strade tedesche causata dagli atti di terrorismo della galassia naziskin, e la sua analisi gli valse ai tempi della pubblicazione dell’opera numerose accuse di eccessivo pessimismo, assenza di fiducia negli esseri umani, generalizzazione e superficialità nel trattare temi sociologici, ma la situazione quasi anarchica in cui versa la maggior parte delle società occidentali rende doveroso una rivalutazione del suo pensiero, quanto mai attuale.

Hans Magnus Enzensberger

Enzensberger aveva ragione e la prova non è soltanto l’ondata straordinaria di criminalità che sta avvolgendo Londra da alcuni anni, largamente imputabile a giovanissimi inglesi, scarti del multiculturalismo e vittime del capitalismo sfrenato, ma anche il terrorismo dei lupi solitari e dei radicalizzati fai-da-te accompagnato dall’anarchizzazione delle periferie delle grandi metropoli in Francia; l’epidemia di femminicidi e stupri nei paesi mediterranei e scandinavi; le guerre della droga in America Latina; l’atmosfera dicaos permanente che pervade Balcani, corno d’Africa e Medio Oriente; le tensioni razzialie i massacri scolastici negli Stati Uniti, e si potrebbe continuare ancora a lungo.

Beniamin Pieknyi è solo una delle tante vittime delle guerre civili molecolari d’Occidente, guerre che non si fermeranno e che col tempo, molto probabilmente, diventeranno ancora più brutali e diffuse. La distopia è già realtà, ma l’assuefazione alla violenza impedisce ai consumatori delle notizie di osservare propriamente ciò che li circonda, perché come ha scritto Enzensberger: 

Osserviamo il mappamondo. Localizziamo le guerre in corso in territori a noi lontani, preferibilmente nel Terzo Mondo. Parliamo di sottosviluppo, non-contemporaneità, fondamentalismo. Questa lotta incomprensibile sembra svolgersi a grande distanza. Ma si tratta di un’illusione. In realtà la guerra civile ha già fatto da tempo il suo ingresso nelle metropoli. Le sue metastasi sono parte integrante della vita quotidiana delle grandi città, e questo non solo a Lima e Johannesburg, Bombay e Rio, ma anche a Parigi e Berlino, Detroit e Birmingham, Milano e Amburgo. […] La nostra è una pura illusione se crediamo davvero che regni la pace soltanto perché possiamo ancora scendere a comprarci il pane senza cadere sotto il fuoco dei cecchini. La guerra civile non viene dall’esterno, non è un virus importato, bensì un processo endogeno.

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