L’Italia adotta la legge sull’immigrazione

zerohedge.com 8.12.18

Scritto da Soeren Kern tramite The Gatestone Institute,

Il Parlamento italiano ha  approvato  una nuova dura legge sull’immigrazione e la sicurezza che renderà più facile deportare i migranti che commettono crimini e spoglia coloro che sono stati condannati per terrorismo per la loro cittadinanza italiana.

La Camera dei deputati italiana,  Camera dei Deputati , ha  votato  dal 28 al 99 novembre il 28 novembre per approvare la nuova legge, che è stata sponsorizzata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. La legge era stata precedentemente  approvata dal Senato italiano il 7 novembre. Il provvedimento è stato  promulgato  dal presidente Sergio Mattarella il 3 dicembre.

Conosciuto anche come “Decreto Sicurezza” o “Decreto Salvini”, la  nuova legge  include diverse disposizioni chiave:

Elimina la protezione umanitaria . Uno degli obiettivi principali della nuova legge è limitare il numero di migranti che hanno ottenuto l’asilo in Italia. Per raggiungere questo scopo, l’articolo 1 del decreto abolisce i permessi di soggiorno per la cosiddetta protezione umanitaria, una forma di sicurezza a disposizione di coloro che non hanno diritto allo status di rifugiato.

Con il sistema precedente, le condizioni per beneficiare della protezione umanitaria – una delle tre forme di protezione concesse ai richiedenti asilo, oltre a quella di  asilo politico  e  protezione sussidiaria  – erano vaghe e soggette ad abusi. I migranti che arrivano in Italia sono stati in grado di chiedere protezione umanitaria, che è durata per due anni e ha consentito l’accesso a un lavoro, prestazioni di assistenza sociale e alloggi.

Secondo la nuova legge, il governo italiano concederà asilo solo a rifugiati legittimi di guerra o vittime di persecuzioni politiche. La nuova legge introduce anche una serie di permessi speciali (per motivi di salute o disastri naturali nel paese di origine) con una durata massima compresa tra sei mesi e un anno.

Estende il periodo di detenzione per i migranti . L’articolo 2 della nuova legge autorizza le autorità italiane a trattenere i migranti detenuti nei cosiddetti centri di rimpatrio ( Centri di permanenza per il rimpatrio, CPR ) per un massimo di 180 giorni, da un massimo di 90 giorni. L’estensione è in linea con il periodo considerato necessario per verificare l’identità e la nazionalità di un migrante.

Inoltre, l’articolo 3 prevede che i richiedenti asilo possano essere trattenuti per un periodo massimo di 30 giorni nei cosiddetti ”  hotspot” , strutture di identificazione alle frontiere esterne dell’UE. Se l’identità non è stabilita nei 30 giorni, i richiedenti asilo possono anche essere trattenuti nei centri di rimpatrio per 180 giorni. In altre parole, i richiedenti asilo possono essere trattenuti per 210 giorni per verificare la loro identità.

Aumenta i fondi per la deportazione . L’articolo 6 prevede l’assegnazione di fondi aggiuntivi per i rimpatri: 500.000 euro (570.000 dollari) nel 2018, 1,5 milioni di euro (1,7 milioni di dollari) nel 2019 e altri 1,5 milioni di euro nel 2020.

Facilita la revoca della protezione . L’articolo 7 estende l’elenco dei reati per i quali lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria possono essere ritirati. I richiedenti asilo possono ora perdere la loro protezione se vengono condannati per crimini, tra cui: minacce o violenze a un pubblico ufficiale; Assalto fisico; mutilazione genitale femminile; e una varietà di spese di furto.

La domanda di asilo può anche essere sospesa se il richiedente si trova in un procedimento penale per uno dei suddetti reati e si tradurrebbe nel rifiuto di asilo in caso di condanna definitiva. Inoltre, i rifugiati che ritornano nel loro paese di origine, anche temporaneamente, perderanno protezione internazionale e sussidiaria.

Stabilisce un elenco di paesi d’origine sicuri . L’articolo 7- bis  prevede l’istituzione di un elenco di paesi di origine sicuri , vale a dire paesi che hanno sistemi politici democratici e dove “in generale e coerentemente” non vi è alcuna persecuzione politica, tortura o trattamento inumano o umiliante o punizione, minaccia di violenza o conflitto armato.

Almeno 12 paesi dell’UE hanno  già elenchi di questo tipo , utilizzati per prevenire abusi dei sistemi di asilo dell’UE e nazionali.

Secondo il decreto, i richiedenti asilo provenienti dai paesi della lista saranno tenuti a fornire la prova che sono in pericolo nei loro paesi d’origine. La legge introduce anche nuove categorie che qualificano una domanda di asilo come “manifestamente infondata” nel caso di: persone che hanno fatto dichiarazioni incoerenti; persone che hanno fornito informazioni false o fornito documenti falsi; persone che si rifiutano di farsi prendere le impronte digitali; persone che sono soggette a ordini di espulsione; persone che costituiscono un pericolo per l’ordine e la sicurezza; stranieri che sono entrati nel territorio italiano in modo irregolare e che non hanno immediatamente richiesto asilo.

Oltre all’elenco dei paesi di origine sicuri, l’articolo 10 istituisce il principio della “fuga interna”, ossia “se un cittadino straniero può essere rimpatriato in alcune aree del paese di origine dove non vi sono rischi di persecuzione, l’applicazione per la protezione internazionale è respinta. “

Ridimensiona il sistema di rifugio per richiedenti asilo . L’articolo 12 stabilisce che d’ora in poi solo i minori non accompagnati e le persone idonee alla protezione internazionale potranno utilizzare il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati ( Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, SPRAR ), il sistema ordinario di accoglienza gestito da Comuni italiani. Tutti gli altri richiedenti asilo saranno processati attraverso i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS ) e Centri di accoglienza per richiedenti asilo ( Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo, CARA). Le modifiche mirano non solo a riaffermare il controllo centrale sul processo di asilo, ma anche a limitare l’accesso a tutti, tranne ai servizi sociali di base.

Autorizza la revoca della cittadinanza . L’articolo 14 prevede la revoca della cittadinanza italiana da parte di coloro che non sono italiani per nascita e condannati per crimini legati al terrorismo. Tra quelli soggetti a revoca sono inclusi: gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza dopo dieci anni di residenza in Italia; apolidi che hanno acquisito la cittadinanza dopo cinque anni di residenza in Italia; figli di stranieri nati in Italia che hanno acquisito la cittadinanza dopo i 18 anni; sposi di cittadini italiani; e gli stranieri adulti che sono stati adottati da un cittadino italiano.

La revoca della cittadinanza è possibile entro tre anni dalla condanna definitiva per reati legati al terrorismo, con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Ministro degli Interni.

L’articolo 14 aumenta anche il periodo di attesa per ottenere la cittadinanza a 48 mesi da 24 mesi.

Aumenta le misure di sicurezza . La nuova legge introduce anche norme volte a rafforzare le misure per garantire la sicurezza pubblica, con particolare riferimento alla minaccia del terrorismo e alla lotta contro l’infiltrazione criminale nelle gare pubbliche.

Nel tentativo di prevenire attacchi veicolari ai pedoni in luoghi affollati, l’articolo 17 richiede che le agenzie di noleggio auto aumentino i controlli sulle persone che noleggiano camion e furgoni. L’articolo 19 autorizza la polizia nei comuni con popolazione superiore a 100.000 persone a utilizzare taser elettrici, mentre l’articolo 24 comprende misure per rafforzare le leggi antimafia e le misure di prevenzione. La mafia italiana è stata  accusata  di approfittare della crisi migratoria.

In una conferenza stampa, il ministro dell’Interno Salvini ha  affermato  che la nuova legge fornirebbe l’ordine per un sistema di asilo disfunzionale. “Con criteri, buon senso e risultati eccellenti, mettiamo ordine, regole, serietà, trasparenza e uniformità nel sistema di accoglienza per asilo che è diventato una merce, un’attività fuori controllo e pagata dagli italiani”. Ha  aggiunto :

“Dobbiamo accogliere chi fugge dalle guerre, ma non c’è spazio per i migranti economici: nell’era della comunicazione globale, un messaggio chiaro viene inviato ai migranti in tutti i paesi di origine e anche ai contrabbandieri, i quali capiranno che hanno bisogno di Cambiare lavoro Chi scappa dalla guerra è mio fratello, ma chi viene qui per vendere droga e creare disordine deve tornare nel suo paese “.

La nuova legge è stata duramente condannata dai principali media italiani, dai partiti politici di sinistra, nonché dalle ONG e da altri gruppi che si occupano di immigrazione. Salvatore Geraci, di Caritas Italia, un’associazione benefica italiana, ha  definito  la legge “la peggiore nella storia italiana” e “patogenetica, inutile e dannosa”. Ha  aggiunto :

“Il testo è in gran parte il risultato di pregiudizi e calcoli elettorali, approcci semplicistici a un fenomeno complesso e articolato.”

Salvini  ribatte :

“Mi chiedo se quelli che contestano il decreto sulla sicurezza lo abbiano persino letto: non capisco veramente quale sia il problema: rimuove i criminali e aumenta la lotta alla mafia, al racket e alla droga”.

Salvini, leader del partito della Lega anti-immigrazione (Lega), ha  formato  un nuovo governo di coalizione con il populista Five Star Movement (M5S) il 1 giugno. Il programma del governo, delineato in un piano d’azione di 39 pagine,  prometteva  di reprimere immigrazione clandestina e deportare fino a 500.000 migranti privi di documenti.

L’Italia è la principale porta europea per i migranti che arrivano via mare: 119.369 sono arrivati ​​via mare nel 2017, dopo 181.436 nel 2016,  secondo  l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). Circa 700.000 migranti sono arrivati ​​in Italia negli ultimi cinque anni, ma da quando Salvini è entrato in carica, il numero di arrivi è diminuito drasticamente. Durante i primi undici mesi del 2018, solo 23.000 migranti arrivarono,  secondo  l’IOM.

Nel frattempo, Salvini ha  annunciato  che l’Italia non firmerà il Global Compact delle Nazioni Unite  per la migrazione , né i funzionari italiani parteciperanno a una  conferenza  a Marrakech, in Marocco, il 10 e 11 dicembre per adottare l’accordo . Il Global Compact non mira solo   a stabilire la migrazione come un diritto umano, ma anche a mettere al bando le critiche alla migrazione attraverso la legislazione sui crimini di odio.

Il primo ministro Giuseppe Conte, rivolgendosi al Parlamento il 28 novembre, ha  dichiarato :

“Il Global Migration Compact è un documento che solleva questioni e domande su cui molti cittadini nutrono forti sentimenti, pertanto riteniamo giusto mettere il dibattito in parlamento e assoggettare a una decisione definitiva sull’esito di tale dibattito, come ha fatto la Svizzera. Quindi, il governo non parteciperà a Marrakech, riservandosi l’opzione di adottare il documento, o meno, solo quando il parlamento ha espresso la sua opinione “.

Più di una dozzina di paesi hanno annunciato che non firmeranno l’accordo. I paesi occidentali includono: Australia, Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Israele, Italia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Svizzera e Stati Uniti.

Il “Tutto Bubble” è spuntato

zerohedg.com 8.12.18

Scritto da Chris Martenson tramite PeakProsperity,

Ora che il cartello del mondo bancario centrale sta prendendo una lunga pausa da stampare e consegnare il denaro alla élite facoltosa, la raccolta di bolle dei prezzi delle attività annidate all’interno di  Everything Bubble  sta iniziando a scoppiare. 

Il cartello (in particolare la BCE e la Fed) spera di poter sgonfiare dolcemente queste bolle che ha creato, ma questa è una fantasia. Le bolle scoppiano sempre male; è la loro natura a farlo. La sofferenza economica e la miseria accompagnano sempre la loro fine.

Si dice che “ogni bolla è alla ricerca di una spilla”. La storia mostra certamente che riescono sempre a trovarne una.

La storia mostra anche che dopo la foratura, gli esperti sono ossessionati da quale preciso perno lo ha innescato, come se ciò fosse importante. Non lo fa, perché “causa” di uno scoppio di una bolla può essere  qualsiasi cosa . Può essere un commento ribelle di un ministro delle finanze, altrimenti innocuo in qualsiasi altro momento, che spaventa un mercato obbligazionario europeo critico esattamente nel momento giusto (sbagliato?), Innescando una cascata in fuga.

Oppure potrebbe essere la bancarotta di routine di una piccola azienda che espone inaspettatamente una controparte sotto copertura, scatenando così una reazione a catena attraverso il mercato delle obbligazioni societarie prima che il contagio si diffonda rapidamente in altri elementi chiave del sistema finanziario. 

O forse sarà il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ad  arrestare un dirigente di tecnologia cinese con  accuse torbide e di vasta portata per intimidire un alleato nell’accettare che le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti devono essere rispettate da tutti, indipendentemente dalla sovranità.

Com’è stato che la famosa bolla del bulbo di tulipano è finita in rovina nel 1600? Nessuno conosce il momento esatto o il grilletto. Ma possiamo facilmente immaginare che in un pub olandese nella fatidica notte del 3 febbraio 1637, un offerente sul più ambito di tutte le lampadine, il Semper Augustus, ebbe un mal di stomaco e fece una breve smorfia quando fu colpito da uno scroscio di gas:

Interpretando questa faccia come un disgusto per il prezzo dell’offerta iniziale, la folla riunita potrebbe aver improvvisamente realizzato l’assurdità di pagare così tanto (abbastanza per vestire e nutrire una famiglia per più di mezza vita) per un fiore non cresciuto. Le offerte sono state tirate, e il resto è storia.

Il punto è: non importa davvero quale sia effettivamente il pin. Il grilletto fatale è spesso qualcosa di completamente inaspettato e impossibile da prevedere. Quindi essere ossessionato da ciò che finirà la Bubble Tutto è una commissione da pazzi.

Piuttosto che il “perno”, ciò che è importante focalizzare è il “pop” – quali saranno le conseguenze. La durata e l’altezza di una bolla sono direttamente correlate alla portata della distruzione che scoppierà, così come il numero di classi di attività che vengono catturate nella mania.

È molto più saggio dedicare il nostro tempo a concentrarsi su dove si verificherà il danno, a quale percorso è più probabile che si verifichi e a quanto gravi saranno le perdite – in modo che possiamo posizionarci di conseguenza in anticipo per la sicurezza e, per di più avventuroso, profitto.

Non abbiamo mai visto nulla di simile all’attuale bolla in cui siamo. Scorte, obbligazioni, proprietà immobiliari, belle arti, il tuo nome: quasi tutto è stato gonfiato ai massimi storici. Quando scoppia questa bolla tutto, il dolore sarà calamitoso.

E sembra sempre più che il “pop” abbia suonato.

Avidità e paura

Ogni bolla richiede due input essenziali per alimentare la sua ascesa:

  1. una storia avvincente
  2. credito ampio

Se uno dei due manca, nessuna bolla.

Le bolle di prezzo non sono un fenomeno finanziario, ma piuttosto dei costrutti psicologici nati e nutriti nel tronco del cervello umano. Avidità e paura – questo è ciò che guida le bolle.

Avidità durante la salita e poi paura durante la discesa. Ma nessuno dei due ha molta influenza senza un filo allettante e un sacco di credito facile.

Tentativo di sostituire il ciclo economico con un ciclo di credito

Nella loro ricerca di potere e gloria (e accompagnati da una curva di apprendimento piatta), le banche centrali del mondo stanno ora perseguendo il loro terzo tentativo, il più grande e il più insoddisfatto, di sconfiggere il ciclo economico sostituendolo con un ciclo creditizio. Il fatto che i precedenti due cicli di credito siano esplosi in modo spettacolare non sembra scoraggiarli minimamente.

Un lieve rallentamento del ciclo economico nel 1994 è stato combattuto con una mareggiata di nuovi crediti sotto Greenspan. Questo alla fine ha provocato il crash di Dot Com Bubble del 2000, ma la lezione è andata perduta. 

Invece la Fed ha concluso che l’idea era solida, ma semplicemente non è stata presa abbastanza lontano. La squadra di cheerleading d’elite, capitanata da Paul Krugman, sostenne pienamente un raddoppio, e i media seguirono senza discutere il programma.

Così Greenspan e Bernanke hanno creato la Housing Bubble 1.0 offrendo ai mercati del credito del mondo un prezzo del denaro così basso da non poter essere rifiutato. L’abitazione era la storia, e la Fed ha fornito il credito. Come previsto da pochi pochi, tutto è esploso in modo spettacolare nel 2008. E nessuna lezione costruttiva è stata tratta da quell’esperienza.

Con la copertura aerea politica per “salvare il sistema” (dai problemi che ha creato!), Bernanke, Yellen, Kuroda e Draghi hanno poi guidato la piega della banca centrale più aggressiva e coordinata in tutta la storia umana.

Sono stati stampati $ trilioni e $ trilioni, e molte volte tale somma è stata sfruttata e prestata attraverso gli universi bancari e finanziari speculativi:

Fonte )

Se non riesci a vedere chiaramente come la tabella qui sopra spiega l’enorme inflazione dei prezzi negli ultimi anni in azioni, obbligazioni e immobili, non avrai alcuna possibilità di capire cosa accadrà dopo. Buona fortuna a tutti coloro che scelgono di evitare di prestare attenzione a queste informazioni critiche; ne avrai tanto bisogno.

Prestare attenzione o no, qui siamo tutti; bloccato insieme in un mondo inondato di credito. $ 250 trilioni di debiti. 4 volte l’importo in passività non finanziate. E una quantità incredibilmente imponente di derivati ​​finanziari ingarbugliati all’incirca delle stesse dimensioni di  entrambi  i debiti e le passività messi insieme.

L’avidità è ora finita

Tutto quel merito doveva andare da qualche parte. E lo ha fatto.

L’arte rara portava prezzi da record. Così come le proprietà dei trofei di fascia alta in tutto il mondo. Auto rare e grandi pietre preziose hanno comandato i prezzi più alti mai visti. Le azioni sono state offerte a ridicoli multipli di Price / Earnings. E l’Housing Bubble 2.0 è tornato a molte metropolitane in tutto il mondo – l’alloggio non è mai stato più inaccessibile a più persone di quanto lo sia ora.

Puoi sentirlo? Quanto l’avidità sta ora lasciando il posto alla paura? 

Certo, probabilmente conosci persone che sono appese agli slogan di marketing di Wall Street (“Compra i tuffi … aspetta … non farti prendere dal panico … gli investitori di successo non vendono in debolezza, ne comprano di più!”). Ma l’atmosfera della festa è finita. 

Basta chiedere a chiunque abbia acquistato una casa a Seattle a giugno (ora in  calo dell’11% ). O scorte FAANG a luglio (in calo del 20% +). O criptovaluta a gennaio (in calo dell’80% +).

Abbiamo registrato una maggiore volatilità al ribasso sui mercati finanziari quest’anno rispetto a tutto il 2012-2017.

Fino a quando ea meno che le banche centrali non invertano il loro attuale corso di irrigidimento, tutto è diretto verso il basso.

E intendo  tutto .

Quanto sarà cattivo? Onestamente, dannatamente male. Peggio del 2000 e peggio del 2008.

Il ciclo del credito è molto più grande questa volta.

È l’airgap tra le linee del valore aggiunto economico (EVA) sotto e le cime spinate sopra che definisce l’entità del dolore coinvolto nello svolgimento. Questo grafico mostra chiaramente che la resa dei conti sarà su una scala mai sperimentata prima.

Questo è il motivo per cui il nostro consiglio continua a proteggere i tuoi soldi, a sviluppare  tutte le 8 forme  di resilienza (in particolare emotiva) e a prepararsi a essere una fonte di sostegno per i vicini e le persone care sconvolte dalla shell.

Il “Big One” è qui

La recente volatilità del mercato è solo l’inizio del declino.

Ci saranno molte partenze e fermate lungo la strada, ma presto sarà uno shock che sveglia le persone e le spaventa male.

Forse sarà un altro fallimento istituzionale come Lehman Brothers. O forse un default sovrano. O anche un fallimento della banca centrale (sì, sto guardando  voi  Banca nazionale svizzera!).

Solo “stampare meno” sta causando l’inciampamento dei principali indici azionari, mentre si immergono i mercati emergenti periferici in territorio di mercato orso. 

Cosa succederà quando il cartello delle banche centrali è in modalità “prelievo di denaro” netto? I mercati in bilico di oggi saranno capaci di resistere a quel vento contrario?

Non dovremo aspettare molto per scoprirlo. Dovremmo raggiungere questo traguardo nel prossimo trimestre.

Per ora, la Fed e la BCE mancano del capitale politico per riprendere la stampa in qualunque momento presto. La Banca del Giappone non ha i muscoli per raccogliere qualcosa di più che un temporaneo dosso sulla velocità. E la Cina ha sempre meno motivazione per aiutare le élite finanziarie degli Stati Uniti salvando i loro mercati per loro. Inoltre, le autorità cinesi hanno le loro massicce bolle collassanti con cui fare i conti adesso.

E per aggiungere la beffa al danno, gli indicatori della recessione si stanno accumulando sempre più velocemente. Il 2019 sembra essere l’anno in cui i licenziamenti di massa sono tornati. In tal caso, il conseguente rallentamento della spesa dei consumatori non aiuterà certo le cose.

In questo contesto, in che misura i mercati potrebbero scendere dai loro prezzi attuali? Facilmente dal 30% al 50%. E questo se siamo fortunati.

Nella  parte 2: cosa fare ora che il “The Big One” è qui , dettagliamo gli indicatori chiave per osservare più da vicino per tracciare il grande svolgimento in avanti, in modo da poter tenere testa agli eventi e aumentare le probabilità di posizionamento per sicurezza (e profitto).

Quelli di noi che hanno passato gli ultimi anni a guardare preoccupati mentre la Bubble Tutto è cresciuta,  questo  è il momento che ci aspettavamo. È ora di mettere in azione i piani di emergenza.


Adam Tooze – Ma la Ue, come pensa che andrà a finire?

Di Saint Simon – Dicembre 8, 2018 vocidall’estero.it

Nel braccio di ferro con il governo italiano sulla finanziaria 2018, la Commissione europea sta giocando una partita molto pericolosa. Secondo Adam Tooze, professore di storia alla Columbia University, la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell’eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l’Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.

di Adam Tooze, 5 dicembre 2018

L’Unione europea e l’Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles – sostenuta dal resto dei governi europei – sembra credere che presto Roma cederà, segnando un’altra vittoria a favore della disciplina dell’Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l’Europa. Comunque finisca questa tragedia, l’Europa sta giocando un gioco pericoloso.

Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio – una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l’Italia, sulla base delle stringenti regole dell’Unione europea sul deficit eccessivo.

Il vero problema finanziario dell’Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l’eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.

Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l’Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c’è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.

Dato che l’eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l’economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l’Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.

Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c’è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l’Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po’ di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.

Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l’austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.

I due partiti che formano l’attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell’Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.

La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.

Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d’Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l’Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l’effetto perverso di far salire i tassi d’interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.

Durante la crisi dell’eurozona gli economisti dell’Università Bocconi di Milano hanno diffuso l’idea dell’”austerità espansiva”: i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l’espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d’interesse.

Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l’Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell’Italia, ci sarebbe un’impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell’Unione europea. L’aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l’Italia potrebbe trovarsi sulla via d’uscita dall’eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.

Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l’Italia, cesserà l’acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.

La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l’Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?

Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell’Unione europea, l’Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.

Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L’Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.

Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?

L’ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell’eurozona è stato nell’autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l’indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l’impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.

Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.

Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l’equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt’altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l’assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una “riforma dal lato dell’offerta”. Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l’Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l’Europa come un’arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.

Se l’intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.

Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c’è in Italia. Se l’Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l’ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all’Europa.

Il periodo d’oro degli smartphone sta finendo

ilpost.it 8.12.18

Se ne vendono sempre meno e tendiamo a usarli più a lungo prima di sostituirli: un intero mercato da 500 miliardi di dollari l’anno sta cambiando, a nostro vantaggio

In meno di un decennio, gli smartphone sono diventati centrali nelle nostre vite. Per tantissime persone sono il punto di accesso privilegiato non solo a tutte le informazioni disponibili sul Web, ma anche alle nostre reti sociali, da quelle familiari a quelle più estese dei social network, con centinaia (a volte migliaia) di persone con cui condividiamo molti aspetti della nostra esistenza. Tra il 2007 e il 2013 le vendite degli smartphone sono aumentate enormemente, persino durante gli anni più difficili della crisi economica, creando di fatto una nuova economia con miliardi di ricavi e milioni di nuovi posti di lavoro. La loro crescita anno dopo anno sembrava inarrestabile, con una frenesia nel rincorrere gli ultimi e più potenti modelli. Ma ora che il mercato degli smartphone ha raggiunto una certa maturità, con tecnologie provate e sempre più affidabili, il periodo d’oro per i produttori di cellulari sembra essere indirizzato verso la fine, con una normalizzazione delle vendite che causerà grandi cambiamenti in un’industria ancora molto giovane, e con benefici per noi consumatori.

Come spiega Jack Swearingen in una dettagliata analisi pubblicata sul New York Magazine, tra il 2013 e il 2014 la crescita delle vendite di smartphone ha iniziato a rallentare, passando da doppia a singola cifra percentuale. Nel 2017 le consegne di nuovi smartphone sono diminuite per la prima volta, con meno dispositivi venduti rispetto al 2016. I principali produttori si stanno rassegnando a una realtà molto diversa rispetto a quella di qualche anno fa, con la prospettiva di vendite ridotte in buona parte dei mercati, compresi quelli emergenti dove confidavano di mantenere più a lungo alti livelli di vendite.

Livellamento delle vendite
Già da qualche anno alcuni analisti sostenevano che si sarebbe presto arrivati a un livellamento delle vendite di smartphone, considerata l’impossibilità di una loro crescita senza fine. Nel 2012 non era prevedibile quando questo sarebbe accaduto, ma le cause erano già immaginabili e identificabili in due principali fattori.

Il primo è che nel corso degli anni le innovazioni introdotte nei nuovi smartphone sono via via andate diminuendo, o sono per lo meno diventate meno interessanti rispetto al passato. Swearingen fa l’esempio degli iPhone, tra i dispositivi più famosi e costosi: chi nel 2008 aveva acquistato un iPhone 3G e nel 2010 era passato a un iPhone 4 – con uno schermo decisamente migliore, una batteria più affidabile e un design totalmente nuovo – poteva notare la differenza. Lo stesso non si può dire di chi aveva comprato un iPhone 6 nel 2014 ed era poi passato a un iPhone 7 nel 2016: le differenze c’erano, ma entrambi i modelli erano due smartphone potenti e di qualità sufficiente. L’incentivo a cambiare telefono era improvvisamente diventato meno pressante.

Il secondo fattore è strettamente legato al primo e riguarda una generale riduzione delle vendite. Dal 2015 al 2017, su scala globale sono stati venduti ogni anno circa 1,4 miliardi di nuovi dispositivi. I dati sul 2018 non sono ancora definitivi, ma ci sono numerosi indizi che segnalano un declino e il fatto che sia stato superato il picco. La maggior parte degli analisti è convinta dal fatto che non si tornerà a salire e che ci sarà un lento, ma progressivo, declino delle vendite. Molti mercati, a partire da quello degli Stati Uniti, sono arrivati al livello di saturazione, con la maggior parte degli utenti contenti dello smartphone vecchio di qualche anno in loro possesso, e quindi poco o per nulla propensi a cambiarlo.

(Jake Swearingen/Intelligencer)

Qualcosa di analogo sta avvenendo nei mercati in via di sviluppo, visti dai produttori di smartphone come una riserva in cui crescere ancora. India, Sudest asiatico, parti dell’Africa e del Sudamerica non sono arrivati alla saturazione, ma si sta assistendo a un crollo dei prezzi determinato dall’ingresso di produttori che con meno di 200 dollari offrono buoni smartphone, con capacità sufficienti per le esigenze degli acquirenti. I margini di guadagno sono molto bassi e per i produttori già affermati, come Samsung, diventa complicato competere con le altre aziende, soprattutto cinesi, che rinunciano a buona parte dei guadagni pur di espandersi nei nuovi mercati.

La fine del ciclo di due anni
Soprattutto negli Stati Uniti e parte dell’Europa, i primi anni di esistenza degli smartphone sono coincisi con un ciclo di vendite basato sui due anni. In pratica, la maggior parte di noi acquistava un cellulare un anno, per poi sostituirlo con un modello nuovo due anni dopo. L’andamento di questo ciclo era determinato dagli operatori telefonici, con i loro piani biennali per avere uno smartphone molto costoso e pagarlo a rate, nel corso appunto di 24 mesi. Al termine del biennio, l’operatore proponeva di passare a un modello più recente, avviando un nuovo ciclo di due anni per il pagamento a rate. Gli operatori telefonici sono stati molto abili nel gestire queste offerte, ottenendo buoni margini dalla vendita di smartphone per i quali i loro clienti pagavano di più, rispetto a un acquisto in un’unica soluzione. Gli stessi aumenti di prezzo dei modelli costosi erano nascosti, grazie alla possibilità di spalmarli su 24 mesi di rate, con un incremento di pochi euro sulla bolletta mensile.

La possibilità di passare a modelli molto più avanzati e innovativi era un incentivo sufficiente per spingere i clienti degli operatori mobili ad avviare un nuovo ciclo, ma con l’appiattimento delle novità e una maggiore durata degli smartphone ora le cose sono cambiate. Al termine del contratto a rate molti preferiscono tenersi lo smartphone, pagato mese dopo mese, e passare a contratti più economici risparmiando qualche soldo sulla bolletta. Negli Stati Uniti, dove la frequenza di rinnovo degli smartphone era molto alta, si è ormai passati da 20,6 a 24,1 mesi. In Europa molti mercati hanno rallentato ulteriormente con clienti che si tengono per anni lo stesso smartphone, fino a quando non si rompe irrimediabilmente.

Un prodotto come un altro
Swearingen scrive che man mano che il settore matura, gli smartphone diventano sempre più un prodotto come un altro, un oggetto comune che non è più necessariamente definito dalla sua marca. È un processo inevitabile nell’economia di consumo, ma è la cosa che spaventa di più Apple e Samsung, i due più famosi produttori al mondo di smartphone, che devono parte del loro successo proprio alla riconoscibilità e reputazione del loro marchio.

Il mercato dei televisori è in questo senso un ottimo esempio. Da bene eccezionale e per pochi, la televisione è diventata un prodotto molto comune facendo via via ridurre la fedeltà dei consumatori verso marche specifiche. Nuove aziende da poco nel mercato, come la cinese Hisense, producono buoni televisori con caratteristiche analoghe a quelle delle marche più famose e stanno insidiando aziende come Sony, Panasonic e Samsung. Queste ultime, del resto, avevano a loro volta insidiato e poi sconfitto altri produttori di televisori nei decenni precedenti.

Quando un bene diventa comune è molto difficile trovare qualcosa che lo renda di nuovo eccezionale agli occhi degli acquirenti. I produttori di televisori ci provarono qualche anno fa con schermi 3D e curvi, un tentativo di rilancio delle loro vendite che si rivelò fallimentare. Ora la frontiera è offrire schermi sempre più definiti, ma dall’HD i miglioramenti nella qualità delle immagini sono talmente lievi da essere superflui per la maggior parte delle persone, che nemmeno riescono a rendersene conto (salvo non abbiano davanti due schermi con definizioni diverse per fare qualche confronto diretto).

Salvo grandi pensate da parte di qualche produttore, qualcosa di analogo ai televisori e ad altri beni di consumo sta avvenendo con gli smartphone: non c’è più questa grande differenza tra un modello uscito oggi e uno di un anno fa, i consumatori ne sono consapevoli e sono più restii a spendere soldi per cambiare, e se lo fanno si rivolgono a marche più economiche, ma che offrono comunque buoni prodotti.

I grandi rischi per Samsung
Tra i produttori, Samsung è secondo gli analisti una delle aziende più esposte al rallentamento e ai cambiamenti cui stiamo assistendo nel mercato. Certo, i suoi smartphone di alta fascia come le serie Galaxy S e Galaxy Note hanno una base di fedeli utenti, ma una parte consistente dei ricavi deriva dalla vendita di modelli più economici, anche questi basati su Android come centinaia di altri cellulari prodotti dai suoi concorrenti.

Samsung ritiene di avere ancora un buon vantaggio nei mercati in via di espansione dove si vendono molti telefoni di fascia medio-bassa, ma sta sottovalutando la crescente concorrenza. Interessati a espandersi velocemente e il più possibile, aziende cinesi come Xiaomi, Huawei e Oppo offrono buoni prodotti a prezzi molto vantaggiosi, anche se questo implica rinunciare a guadagni più consistenti. Lo possono fare grazie a strutture più agili, incentivi fiscali, bassi costi di produzione e del personale rispetto a Samsung, che rischia di perdere importanti fette di mercato.

Il caso di Apple
Apple almeno nel breve periodo è meno esposta al passaggio degli smartphone a bene qualunque. L’azienda ha una base di clienti estremamente fedeli e, negli anni, è stata abile a costruire servizi per trattenerli sempre di più e indurli ad acquistare altri suoi prodotti. Alcuni chiamano questa strategia “la gabbia dorata”: ti offro prodotti belli e potenti che ti permettono di fare moltissime cose, ma entro certi limiti e a caro prezzo. Gli iPhone sono stati i primi smartphone di successo, quelli che hanno seriamente aperto una nuova economia, ma alcuni dei loro punti di forza potrebbero trasformarsi in debolezze nei prossimi anni (e in parte la trasformazione sta già avvenendo).

Negli Stati Uniti e in diversi paesi europei gli iPhone sono tra gli smartphone più diffusi, con il loro sistema operativo iOS che si integra con buona parte degli altri dispositivi Apple, facendo da leva per indurre ad acquistare un MacBook al posto di un PC o un HomePod per ascoltare la musica a casa e usare Siri, al posto di un Echo di Amazon o di Google Home.

A livello globale la storia è però diversa: iOS non è così diffuso. Se negli Stati Uniti occupa il 40 per cento del mercato, nel mondo è appena al 14 per cento, schiacciato da Android e le sue innumerevoli versioni. Per la maggior parte delle persone il sistema operativo di uno smartphone non è per nulla determinante, soprattutto se a parità di condizioni permette di utilizzare le stesse applicazioni. Nel momento in cui uno smartphone è compatibile con WhatsApp, fa le foto in modo decoroso, permette di navigare sul Web e di usare qualche social, per la maggior parte delle persone è sufficiente.

Apple ha comunque la capacità di esercitare un notevole controllo sui suoi clienti più fedeli. Consapevole che la quantità di smartphone venduti inizierà a scendere, da un paio di anni ha iniziato a seguire una nuova strategia: far pagare ancora di più i suoi iPhone e indurre più persone a sottoscrivere i suoi servizi in abbonamento, come Apple Music e iCloud. La strategia per ora sembra funzionare, ma nel medio periodo potrebbe rivelarsi dannosa. Meno iPhone venduti, seppure a maggior prezzo, implica una minore scala di produzione di massa e quindi costi più alti, senza contare il rischio di vedere diminuire ulteriormente la diffusione di iOS e dei servizi esclusivi per quel sistema operativo.

Apple si sta collocando in una posizione in cui vende uno smartphone a un prezzo medio intorno agli 800 dollari, mentre i nuovi concorrenti offrono modelli di qualità a 300 dollari. Una differenza così marcata di prezzo, giustificata solo in parte dal maggior pregio del prodotto, potrebbe spingere diversi clienti fedeli a cambiare marchio e ad abbandonare gli iPhone. Per Apple è un grande rischio: seppure molto solida economicamente, l’azienda in questi anni non ha per nulla differenziato le sue attività. La stragrande maggioranza dei suoi ricavi, diretti tramite le vendite o attraverso i servizi su iOS, dipende dagli iPhone: se le vendite degli iPhone vanno male, va male tutto il resto dell’azienda. Questo spiega, in parte, l’andamento negativo delle azioni in borsa di Apple nelle ultime settimane, con gli investitori preoccupati e già intimoriti dalle prospettive di una più generale crisi nel settore tecnologico.

E noi nel mezzo?
Il rallentamento delle vendite degli smartphone e l’affermarsi di nuove aziende con prodotti più economici avranno grandi ripercussioni per gli attuali produttori, alcune molto negative. Per dirla in freddi termini utilitaristici ed economici, saranno sostanzialmente fatti loro: saremo spettatori di importanti stravolgimenti, ma ne potremo beneficiare ottenendo smartphone meno costosi e che durano più a lungo.

In un certo senso, scrive Swearingen, il settore assumerà caratteristiche tali da poter essere trattato come quello dell’auto: “Se qualche imbecille ti rompe lo specchietto laterale mentre fa una manovra in un parcheggio e non ti lascia i suoi dati, non butti via la tua automobile e ne prendi una nuova: fai riparare lo specchietto. Se rompi lo schermo del tuo smartphone, non prenderne uno nuovo, fallo riparare”.

E proprio come con le automobili: quando ormai il tuo smartphone non ne può proprio più, sta acceso per pochi minuti o gli mancano dei pezzi, non buttarti sull’acquisto del costosissimo modello appena uscito. Poche persone acquistano auto appena introdotte sul mercato quando devono cambiare la loro, semplicemente perché non ha molto senso in termini economici. Un’automobile si svaluta enormemente in appena un anno, quindi per molti ha più senso orientarsi sull’usato o su modelli rimasti invenduti, a chilometro zero e senza optional all’ultima moda.

Il mercato degli smartphone usati non è ancora molto florido e non è sempre affidabile, anche se stanno emergendo sempre più opportunità con i modelli “ricondizionati”: smartphone ormai usati e resi perché danneggiati, rimessi a nuovo e venduti a prezzi ribassati. La strategia economicamente più sensata resta orientarsi verso modelli recenti, ma non nuovi e usciti già da almeno un anno. Un Google Pixel 3 è un ottimo smartphone da poco uscito e costa 899 euro; il modello precedente, il Pixel 2, si trova a meno di 600 euro. Su modelli di produttori come Xiaomi e Huawei, le differenze di prezzo con i modelli di un anno più vecchi sono ancora più marcate, per via delle loro politiche sui prezzi. Apple e Samsung andranno in guerra contro gli altri, con probabili benefici per tutti noi.

L’amore, o meglio il sesso, è politicamente cieco

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

“Cielo, mio marito!”. La moglie fedifraga, colta in flagranza di adulterio ha due vie di fuga per l’amante. O lo ficca nel classico armadio, o lo spinge fuori dalla finestra, al freddo e al gelo, pericolosamente in bilico sul cornicione, dell’ottavo piano. Non c’è via di fuga dalle toilette di Montecitorio, dove si è suggellata con un amplesso nato da insopprimibile raptus erotico, la perfetta compatibilità gialloverde. Lo stravagante accoppiamento sessuale meriterebbe un nuovo murale da kamasutra, dopo il successo del creativo grafitaro che immortalò l’appassionato bacio Di Maio-Salvini. Molto più stimolante sarebbe la rappresentazione murale della performance sessuale di un deputato leghista con una collega grullina.. Il possibile autore sarebbe agevolato nel compito di immortalare la scena grazie all’immagine ripresa da un cellulare. Comunque, che nessuno insinui più che siano finte, cioè a vantaggio dei media, le dichiarazioni d’amore congiunte del “Ce l’aveva duro” Salvini e il “Figlio di papà” Di Maio.

Se Di Maio ha scheletri nell’armadio (abusi edilizi del padre e non solo), perché lasciarlo solo? Le Iene, rispettose della par condicio, hanno scoperto che Roberto Fuco, presidente pentastellato della Camera, pagherebbe in nero una domestica e babysitter, senza regolare contratto, con 500 euro al mese da dividere fifthy-fifthy con un alternativo domestico ucraino. Fico si rifugia in una giustificazione che sa molto di toppa improvvisata. Dice che la colf è un’amica della compagna e di aver fatto beneficenza con l’ucraino.

Stridente, eloquente, significativo il contrasto che le telecamere della Rai hanno portato nelle case di milioni di italiani: sconcertante il libidinoso, autoreferenziale far capolino dietro i giornalisti televisivi di femmine vestite dai big dell’alta moda, ingioiellate come sfarzosi alberi di Natale e di tizio e caio della Milano opulenta, di politici noti e ignoti, per lo più estranei al richiamo della lirica; entusiasmanti i cinque minuti di standing ovation per il presidente Mattarella, tributo a una grande saggio che governa la più alta istituzione del Paese con intelligenza, acume, sobrietà e contenuta ma convinta determinazione.

A menti razionali l’ipotesi berlusconiana di accogliere nel grembo di Forza Italia transfughi pentastellati sembrerebbe campata in aria e non lo è. Il Grillino Dell’Osso, tradito dal Movimento che lo ha eletto, ha messo in valigia spazzolino dei denti e pigiama e si è trasferito. Dove? In casa del centro destra, accolto a braccia aperte da Forza Italia, che si dice convinta di poter inglobare probabili fuoriusciti grullini, impediti a ricandidarsi con il Movimento per la regola del loro no al doppio mandato. Berlusconi ci spera e insulta i 5Stelle (ormai l’ingiuria è prassi parlamentare): “Governo incapace: deve andare a casa. I grillini? Manco sanno pulire i cessi”. Il capo di Forza Italia sostiene che Mattarella, in caso di default dei gialloverde darebbe il via libera a un governo di centro destra. Il Quirinale smentisce: “E’ un’invenzione gratuita di Berlusconi.

Tredicesime/ Fisco pronto con un prelievo da 11 miliardi di euro

Tredicesime, il Fisco si prepara a incassare con i prelievi circa 11 miliardi di euro. Niente bonus Renzi per i lavoratori dipendenti

08.12.2018, agg. alle 14:58 – Bruno Zampetti ilsussidiario.net

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Fisco, 730 precompilato dal 2 maggio 2018 (LaPresse)

Sono in arrivo le tredicesime per i lavoratori dipendenti e i pensionati italiani. Numericamente, i due gruppi sono quasi equivalenti. Come spiega la Cgia di Mestre, infatti, i pensionati sono 16 milioni e i lavoratori dipendenti circa 17,6 milioni. A livello territoriale, i pensionati sono maggioranza solamente al Sud, dove sono quasi 5 milioni contro i 4,5 milioni di lavoratori. I maggiori percettori di tredicesime si trovano al Nord-Ovest, mentre al Centro ce ne sono di meno. Guardando a livello regionale, la Lombardia, con oltre 6 milioni di percettori, è nettamente al primo posto, con il 18,1% dei percettori. Nessun’altra regione si trova in doppia cifra e bisogna scendere al 9,7% del Lazio (3,2 milioni di percettori) per completare poi il podio con il Veneto (8,7% dei percettori). Sotto l’1% troviamo Basilicata (0,8%), Molise (0,5%) e Valle d’Aosta (0,2%). C’è da tenere presente che i dati utilizzati dalla Cgia di Mestre sono riferiti al 2017. Difficile però che ci siano stati variazioni significativi in grado di cambiare la distribuzione territoriale dei percettori delle tredicesime in modo decisivo.

TREDICESIME, IL PRELIEVO DEL FISCO

Tredicesime in arrivo per molti italiani. Dicembre è infatti il mese in cui si riceve la doppia mensilità sia se si è lavoratori dipendenti che pensionati. Tuttavia, anche lo Stato si prepara a fare festa, perché il fisco incasserà ben 11 miliardi di euro. Il conto è stato fatto dalla Cgia di Mestre: a fronte dei 47 miliardi che 33,7 milioni di italiani riceveranno sotto forma di tredicesima, attraverso le ritenute Irpef, lo Stato ne porterà a casa 11 e quindi l’ammontare netto delle tredicesime sarà di 36 miliardi. Non bisogna poi dimenticare che nel mese di dicembre scadono anche alcune tasse, soprattutto a livello locale. Quindi anche le casse dei comuni sono pronte ad “attingere” dalle tredicesime. La Cgia di Mestre spera ovviamente che parte delle tredicesime finisca anche in acquisti in botteghe artigiani o presso piccoli commercianti, che negli ultimi anni hanno patito un calo notevole del giro di affari nel periodo natalizio.

NIENTE BONUS RENZI

L’Ufficio studi della Cgia di Mestre ricorda anche che nelle tredicesime dei lavoratori dipendenti non ci sarà il “bonus Renzi”, perché non è previsto per la mensilità aggiuntiva. Anzi, potrebbe persino capitare, come in passato, che qualcuno sia costretto a restituire quanto avuto. “Ricordiamo, infatti, che gli 80 euro in più in busta paga spettano per intero a coloro che non superano i 24.600 euro di reddito annuo e in misura minore se lo stesso è compreso tra i 24.600 e i 26.600 mila euro. Pertanto, se nel corso dell’anno sono state superate queste soglie, senza che il datore di lavoro ne abbia tenuto conto, la restituzione di quanto percepito avverrà con la decurtazione della busta paga di dicembre”, si legge nel comunicato della Cgia. Insomma, c’è anche il rischio di una beffa che potrebbe rendere necessario stringere la cinghia attingendo proprio dalla tredicesima.

UNA NUOVA CRISI. LA FINE DELL’ERA GLOBALISTA?

informarexresistere.fr 8.12.18

’ in arrivo una nuova crisi in Europa, ma la crisi del 2008 non è stata ancora superata. Le crisi ricorrenti sono il sintomo evidente della incipiente decadenza del modello neoliberista globale.Una nuova crisi

di  Luigi tedeschi

E’ tornata l’ombra della recessione sull’economia italiana ed europea. Si avvertono chiaramente gli effetti del rallentamento dell’economia globale. Il Pil italiano è diminuito dello 0,1% nel terzo trimestre 2018 rispetto al precedente. Si prevede per il 2018 una crescita italiana dello 0,8%, in diminuzione rispetto alle precedenti stime, che prevedevano una crescita dell’1,2%. Trattasi della prima battuta d’arresto della crescita dal 2014.

Tale inversione di tendenza è da attribuirsi non tanto alla diminuzione della domanda interna, quanto soprattutto al calo accentuato degli investimenti. Si è verificato inoltre l’aumento della disoccupazione, che è al 10,6%, la media europea è dell’8,1%.

Anche se in Italia la situazione economica evidenzia in via previsionale più preoccupanti incertezze, l’economia europea non registra risultati migliori, dato che in Francia la crescita nel terzo trimestre è dello 0,4% e in Germania si rileva addirittura un calo dello 0,2%. Si prevede che gli USA cresceranno nel 2018 del 3%, rispetto all’1,2% della Germania e all’1,5% della Francia. Il calo degli investimenti è dovuto all’incertezza delle prospettive per il 2019.

Si paventa l’avvento di una nuova crisi nel futuro immediato. In realtà la fase espansiva succedutasi alla crisi del 2008 si va esaurendo. Secondo l’OCSE l’economia mondiale continuerà a crescere per i prossimi due anni, ma con un andamento più lento. Negli USA la fase di espansione è durata 10 anni, la più lunga nella storia americana. Anzi, negli ultimi due anni l’economia americana ha continuato a crescere a ritmi elevati al di là di ogni previsione.

La ripresa in Europa è invece iniziata solo da 5 anni. Inoltre, l’andamento della crescita europea è avvenuto a ritmi assai più ridotti rispetto agli Stati Uniti. Certo è che una nuova recessione avrebbe effetti drammatici in una Europa in cui la ripresa si è manifestata più tardivamente e in misura assai più ridotta. In Europa gli effetti della crisi del 2008 sono ancora visibili. In Italia il Pil pro – capite è inferiore a quello degli anni ’90, mentre la disoccupazione in Italia, Francia e Spagna è tuttora superiore rispetto ai livelli pre – crisi.

L’Europa e i postumi di una crisi mai superata

Si deve quindi concludere che la nuova recessione in arrivo verrebbe ad incidere drammaticamente in paesi in cui la crisi del 2008 non può dirsi ancora superata. In realtà la ripresa in Europa ha coinciso con la politica di espansione monetaria messa in atto dalla BCE mediante il QE, al fine di far fronte all’ondata deflattiva conseguente alla crisi. Ma gli obiettivi della BCE non sono stati compiutamente realizzati, in quanto l’inflazione media europea è oggi dell’1,5%, inferiore quindi al traguardo prefissato del 2%. Certo è che la programmata fine della politica straordinaria di espansione monetaria della BCE fissata per il 31/12/2018, verificandosi in una fase di recessione economica potrebbe generare una nuova ondata deflattiva in Europa. Un rialzo dei tassi di interesse provocherebbe restrizioni del credito alle imprese e alle famiglie, oltre ad incidere sull’aumento dello spread riguardo il debito pubblico, effetto particolarmente pernicioso per l’Italia.

Lo stimolo monetario, pur rappresentando un valido strumento di contrasto per fronteggiare le manovre speculative sui debiti sovrani, si è dimostrato insufficiente ai fini della ripresa produttiva, dato che la liquidità creata dalla BCE non si è trasmessa che in minima parte al sistema produttivo. Occorre inoltre rilevare che le autorità europee non hanno adottato alcuna misura che imponesse alle banche di destinare la liquidità della BCE ad investimenti nell’economia produttiva. Anzi la UE, perseverando nella politica di rigida osservanza dei vincoli di bilancio, ha impedito qualsiasi politica espansiva degli stati, atta a rilanciare gli investimenti e la domanda interna.

La crescita non ha mai coinciso in Europa con la ripresa dei livelli occupazionali, che, ad eccezione della Germania, negli altri paesi sono a livelli inferiori a quelli antecedenti alla crisi del 2008. Tale situazione di deficit occupazionale è dovuta alle carenze strutturali del sistema neoliberista impostosi in Occidente. Alla crescita infatti, non ha fatto seguito un corrispondente incremento dei salari. Aggiungasi poi, che l’avvento del progresso tecnologico e l’accresciuta concorrenza di manodopera scaturita dalle ondate migratorie degli ultimi anni, hanno determinato ulteriori compressioni salariali in vasti settori dell’economia.

Nuove crisi e tramonto del globalismo

L’orizzonte di una nuova crisi inasprirà le contraddizioni già in essere in una UE elitaria, dominata cioè dall’asse franco – tedesco cui si contrappongono altri paesi subalterni, peraltro indeboliti dalla crisi e dalla politica di austerità della UE. Contraddizioni e contrapposizioni che potrebbero accentuarsi nel prossimo futuro fino a determinare l’implosione dell’Europa stessa. Per far fronte ad una nuova recessione data per imminente, occorrerebbe infatti che fossero varate politiche espansive a sostegno della domanda interna e degli investimenti.

In tale contesto, la manovra espansiva italiana, già bocciata dalla Commissione europea, appare essere piuttosto coerente (anche se carente in tema di investimenti), con le necessarie misure anticicliche che dovrebbero essere adottate per contrastare gli effetti di una fase recessiva dell’economia.

Tuttavia proprio i paesi più deboli, che necessiterebbero di stimoli di bilancio più rilevanti, dati i vincoli di bilancio imposti dai trattati europei, disporrebbero oggi di margini assai scarsi per implementare politiche anticicliche.

L’attuale Europa potrà realizzare una simile inversione di tendenza sistemica? Giammai. Perché l’Europa ha istaurato una unificazione monetaria e imposto, onde realizzare una convergenza tra economie assai diversificate tra loro, una politica di rigidità finanziaria che ha destrutturato le economie degli stati.

L’Europa, per contrastare una nuova recessione che potrebbe rivelarsi devastante, dovrebbe destrutturare sé stessa, dovrebbe cioè rifondarsi. Ma tale prospettiva, almeno in tempi ravvicinati, appare improbabile.

In tale contesto, date le sempre più accentuate diseguaglianze sociali, la scomparsa progressiva dei ceti medi in via di proletarizzazione di massa, il dissesto sociale avanzato, esplodono le tensioni sociali da lungo tempo latenti nella società europea. L’ondata populista dilaga ovunque, e la rivolta dei gilet gialli in Francia ne è la dimostrazione evidente. Trattasi di una rivolta che non ha trovato finora una rappresentanza politica adeguata, ma ha radici profonde nella società civile, nelle classi subalterne marginalizzate.

La cultura mediatica dominante la qualifica come la rivolta degli esclusi dal processo di globalizzazione e dalle conseguenti trasformazioni dell’economia e delle istituzioni politiche. La globalizzazione quindi, sarebbe un fenomeno di trasformazione immanente, che comporterebbe una inesorabile selezione tra gli individui ed i popoli in base alla loro capacità di adeguamento e alla loro funzionalità rispetto ad una nuova società di mercato globale che, oltre ai confini degli stati, annulla le identità e le culture dei popoli. La globalizzazione economica è un processo di oggettivazione dell’uomo nella funzionalità economica, non richiede consenso politico né processi decisionali di carattere democratico.

E’ stata proprio la globalizzazione a generare la reazione populista. Infatti, alla base della protesta populista dilagante vi è la rivendicazione del primato della politica su una economia dominata dalle oligarchie globaliste. Il sistema neoliberista globale non prefigura nuovi orizzonti di progresso ed emancipazione, semmai genera nuove crisi progressive, quali sintomi di una sua incipiente decadenza. Nell’era della globalizzazione il progresso non si identifica più con l’emancipazione dei popoli, ma con la loro regressione economica, civile e politica.

La rivolta populista non deve essere considerata una lotta di retroguardia degli esclusi dalla modernità di stampo luddista come definita dal dogmatismo ideologico liberale. Stiamo assistendo invece ad un capovolgimento dell’orizzonte progressista tipico della cultura liberale. Sono infatti le oligarchie dominanti dell’economia e della cultura liberal, estranee e contrapposte ai popoli a costituire il fronte della reazione conservatrice di un ordine globale ormai antistorico e in progressivo disfacimento.

I popoli vogliono tornare ad essere protagonisti del proprio destino. Afferma, riguardo alle recenti rivolte populiste Alexandr Dugin: “Queste non sono masse astratte o un proletariato impersonale – sono le ultime persone viventi che si sono levate contro la potenza mondiale della progenie globalista, i ribelli (come crede Lasch) della cultura e della civiltà, così come sull’uomo in quanto tale, sulle persone, su Dio. Oggi non c’è più destra e sinistra: solo le persone sono contro l’élite. I “giubbotti gialli” stanno creando una nuova storia politica, una nuova ideologia. Macron non è un nome personale, è un’etichetta di Matrix. Per raggiungere la libertà, c’è bisogno che lui sia annientato”.

Fonte: Italicum

La vera minaccia di Deutsche Bank che può far naufragare l’economia Ue

Nelle ultime settimane, mentre buona parte dell’attenzione degli osservatori economici internazionali veniva catalizzata dalla battaglia tra il governo italiano e la Commissione europea, nonché dalla più generale questione dei bilanci comunitari, Deutsche Bank è stata coinvolta in nuovi, importanti scandali che rendono ancora più preoccupante la condizione del colosso tedesco, minata alle fondamenta dalla perdita della sua reputazione e dalle conseguenze economiche di anni di gestione poco accorta.

Deutsche Bank è il grande “malato d’Europa” nel panorama finanziario e la vera, grande minaccia alla stabilità dell’economia europea. Maneggiando asset complessivi dal valore di quasi 1,8 trilioni di dollari, l’istituto tedesco è il quindicesimo a livello mondiale, e una sua crisi conclamata aprirebbe la strada a rischi simili a quelli sperimentati dal sistema finanziario mondiale in occasione del crac di Lehmann Brothersnello scorso decennio.

Alla precaria condizione di Deutsche Bank contribuiscono tre fattori: l’accumularsi di scandali internazionali che coinvolgono l’istituto di Francoforte, l’instabilità di un portafoglio stracolmo di titoli tossici e le tensioni internazionali che rendono la principale banca tedesca un bersaglio di prima grandezza nella sfida economica tra la Germania e gli Usa di Donald Trump.

Tutti gli scandali di Deutsche Bank

L’ultimo scandalo che ha fatto tremare i vertici bancari di Francoforte ha un epicentro ben preciso: la filiale estone di Danske Bank, l’istituto danese che è stato di recente accusato di una gigantesca operazione di riciclaggio di denaro, proveniente in larga parte dalla Russia, per un valore complessivo di 230 miliardi di euro. Howard Wilkinson, tra il 2007 e il 2014 a capo della divisione trading della filiale di Tallin della banca danese, ha parlato di altri istituti coinvolti nell’operazione, tra cui spiccherebbe il profilo di Deutsche Bank, che avrebbe gestito operazioni di riciclaggio del volume di 150 miliardi di dollari.

Ma non finisce qua. Il 29 novembre scorso, 170 inquirenti della polizia tedesca hanno perquisito gli uffici direttivi della banca dopo aver a lungo indagato sui documenti contenuti nei celebri Panama Papers, che hanno lasciato intravedere uno scandalo di occultamento di capitali dai Paesi occidentali di vastissima portata. olo nel 2016, una società legata alla banca con sede alle Isole Vergini, avrebbe gestito ben 900 clienti per un volume d’affari complessivo di 311 milioni di euro.

Nella discontinua rassegna stampa tedesca sulla vicenda, analizzata da StartMagspicca la dura accusa della Süddeutsche Zeitung, il quotidiano inserito nel network di giornali internazionali che hanno partecipato alla rivelazione dei “Panama Papers”, che ha contestato le parole pronunciate dal nuovo Ceo di Deutsche Bank, Christian Sewing, al momento del suo insediamento: “abbiamo messo alle spalle la stagione degli scandali”. In realtà, secondo la Sz, “per Deutsche Bank si ripropone di nuovo la domanda su quali valori e quali standard si poggi la sua attività […] Ci si deve voltare dall’altra parte quando somme enormi vengono trasferite da aziende dubbiose, o non sussiste il sospetto che spesso tali operazioni servano a evadere tasse o riciclare denaro sporco?”.

Credibilità a pezzi

“Sebbene non sia chiaro dove porterà questo lì Ione di indagini, Deutsche Bank si conferma istituto peren­nemente nell’occhio del ci­clone”, scrive La Verità. “Dal 2008 ad oggi, ha sborsato, per multe e dispu­te legali, qualcosa come 18 miliardi di dollari. In Euro­pa, solo Royal Bank of Sco­tland Group ha fatto peggio, con un esborso di 18,1 miliardi”.

E certamente gli ultimi travagli del colosso tedesco gettano un’ombra anche su altre questioni del suo recente passato. Nel dicembre 2017 è stata spostata da Trani a Milano l’inchiesta sull’operato di Deutsche Bank in Italia nel 2010 e nel 2011, nei mesi che precedettero la caduta dell’ultimo governo Berlusconi sotto i colpi dello spread. Deutsche Bank, fra dicembre 2010 e luglio 2011 ha attuato una speculazione in grande stile, liberandosi dell’88 per cento dei titoli pubblici italiani, salvo ricomprarne una parte dopo, quando il loro valore era sceso, ed è per questo indagata per manipolazione del mercato.

Inoltre, scrive l’Agi“nel 2015 la banca era stata investita dallo scandalo Libor, relativo alla manipolazione fraudolenta dei tassi di riferimento sui mutui immobiliari. I vertici di allora furono costretti a dimettersi e il conto di multe e risarcimenti superò i due miliardi e mezzo” e nel settembre dell’anno successivo il Dipartimento della Giustizia Usa impose una sanzione di 14 miliardi di euro, poi dimezzata, per irregolarità nella vendita di obbligazioni garantite da mutui.

Ma la credibilità di Deutsche Bank non è messa solo a repentaglio dall’ondata di scandali che rischia di travolgerla: a contribuire alle sue problematiche è intervenuta una gestione molto spesso scriteriata, che non ha tenuto in debito conto gli insegnamenti della grande crisi scoppiata nel 2007-2008.

Quell’oceano di derivati in cui Deutsche Bank rischia di affondare

Gli ultimi bilanci di Deutsche Bank sono stati un vero e proprio bagno di sangue: 7 miliardi di euro nel 2015, 1,4 miliardi nel 2016, 497 milioni nel 2017. E per il 2018 le previsioni sono delle più fosche, dato che 6,01 miliardi di euro di perdite sono già state annunciate nel terzo trimestre dell’anno.

Deutsche Bank ha problemi di redditività. Non investe in tecnologia da moltissimo tempo ed è fortemente sottocapitalizzata, mentre il suo titolo in borsa risente pesantemente dei continui scandali, che hanno causato al contempo una consistente emorragia di denaro per le spese legali e i risarcimenti. I continui tagli al personale annunciati da Francoforte non mirano al punto della principale causa del dissesto nella gestione dell’istituto: la scriteriata accumulazione di enormi quantità di derivati tossici in misura simile a quanto fatto dagli istituti statunitensi nello scorso decennio.

Come scrive Lettera43“il problema di Deutsche Bank sono gli assodati 48 mila miliardi di euro di derivati – 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania – in pancia all’istituto”, un valore di gran lunga superiore a quello di Lehmann Brothers al momento del crac. Un oceano potenzialmente a rischio di ebollizione, in quanto collegato a sottostanti finanziari poco noti e in cui potrebbero, senza ombra di dubbio, nascondersi anche le tracce delle diverse manipolazioni di cui Deutsche Bank è accusata. Secondo uno studio della Banca d’Italia, i titoli opachi sparsi nell’eurozona ammonterebbero a 6.800 miliardi di euro: e non a caso sarebbero istituti tedeschi e francesi i principali possessori di questo detonatore potenziale di una prossima crisi.

Gli Stati Uniti contro Deutsche Bank

Nell’ondata di scandali che ha travolto Deutsche Bank ritornano, a più riprese, gli Stati Uniti. Ciò non è un caso: colpire la principale banca tedesca, dal punto di vista di Washington, significa infliggere duri colpi a una Germania capace di diventare, nel medio periodo, uno sfidante in campo commerciale. E la somma di provvedimenti adottati dalle autorità Usa contro Deutsche Bank ha assunto proporzioni notevoli: alle sanzioni precedentemente citate si aggiunge infatti la bocciatura della filiale americana della banca nella scorsa primavera.

E non bisogna dimenticare che proprio dagli Usa partì l’inchiesta Panama Papers nel 2016 e, al tempo stesso, che l’inchiesta su Danske Bank è iniziata proprio a seguito di indagini sul riciclaggio in dollari della considerevole somma in euro occultata nel Vecchio Continente. Un intrico notevole che vede il braccio di ferro tra Washington e Berlino congiungersi con le nuove politiche della Fed, desiderosa di rimpatriare sul suolo americano la più consistente quota possibile di capitali depositata in paradisi fiscali od occultata.

Deutsche Bank è dunque oggetto di un gioco di politica internazionale ad ampio raggio, ma questo non la assolve dai numerosi errori e dalle grandi mancanze palesate in passato: sono stati comportamenti a dir poco discutibili e operazioni finanziarie irresponsabili o illecite a creare la situazione attuale, che la vede trasformata nel “malato d’Europa”. Il problema, in questo contesto, è legato alle enormi dimensioni di Deutsche Bank. Essa, come del resto la Germania stessa, è inequivocabilmente too big to fail. Ma al tempo stesso si dimostra l’anello debole di un sistema finanziario tornato ad agitarsi in maniera simile a quanto accaduto nei tempestosi mesi che precedettero il crac di Lehmann Brothers.

Tamburi (Tip) controcorrente: “Alt alla dittatura degli algoritmi”

di Firstonline.info 8.12.18

INTERVISTA a GIANNI TAMBURI, fondatore e ad di TIP – “I grandi gestori sono vittima degli algoritmi che non riescono più a controllare e provocano movimenti spesso violenti sui mercati. Ma l’economia reale è sana e tutta l’Asia sta ripartendo, anche se dalla congiuntura emergono punti critici. In Europa gli investitori Usa vendono, ma ci sono ottime occasioni d’acquisto”

Tamburi (Tip) controcorrente: “Alt alla dittatura degli algoritmi”

Infuriano le vendite sui listini, in Europa come in Asia. Piovono le vendite a Wall Street per la paura che l’arresto di Sabrina Meng, vicepresidente di Huawei, abbia spezzato il filo della trattativa sui dazi tra le superpotenze. C’è poca da stare allegri, insomma. Anche per un ottimista ad oltranza come Gianni Tamburi, l’”anima” di Tip. Ma lui, incorreggibile, non si tira indietro. “Ho la sensazione – dice – che sia in atto una forte pressione nei confronti della Fed perché rallenti l’aumento dei tassi. Anzi, di questo passo, non mi stupirei se non li alzasse per nulla”. Proprio quello che, poche ore dopo, lascerà intendere l’edizione elettronica delWall Street Journal: “I vertici della Federal Reserve – si legge sulla Bibbia Usa di Rupert Murdoch – stanno valutando se annunciare la nuova strategia sui tassi prima o dopo il meeting di dicembre”. Roba da guru, insomma. Etichetta che non rende giustizia al lungo lavoro di ricerca e di analisi sia sui dati finanziari che sul campo, sul fronte dell’economia reale.

“Purtroppo – dice – il tempo è tiranno. Data la mole degli impegni faccio fatica a ripetere l’esperienza di due anni fa, quando sono riuscito a sottrarmi dalla quotidianità e a concentrarmi su “Prezzi e valori”, il libro in cui ho concentrato il succo delle mie osservazioni sui mercati e quello che che sarebbe potuto accadere. Uno sforzo coraggioso, anzi temerario che ho affrontato con testardaggine e con convinzione”.

Ne è venuta fuori un’analisi controcorrente: state tranquilli, per i prossimi due anni andrà tutto bene. Ma adesso?

“Adesso è il momento di aggiornare l’analisi alla luce delle novità, che non sono poche. In attesa di un esame più completo e sistematico, già si possono trarre alcune indicazioni. Innanzitutto, non si può prescindere dal buon andamento dell’economia globale. I dati del Fondo Monetario sono chiari: il mondo viaggia a fine 2018 ad una velocità di crociera del 3,8%, con un margine rassicurante rispetto al rischio di una recessione”.

Si parla molto della frenata cinese, però.

“Seconda osservazione. In queste settimane ho avuto l’occasione di incontrare diversi imprenditori reduci da trasferte in Cina. Il giudizio è unanime: Pechino sta accelerando di nuovo. Anzi, la ripresa dell’economia è per certi versi stupefacente, vista la qualità degli investimenti e della preparazione del management e della forza lavoro. Credo che questo possa rappresentare un driver decisivo per la crescita delle nostre imprese. Anche perché è riduttivo parlare di Cina. Il risveglio sta coinvolgendo tutta l’Asia, dall’Indonesia al Vietnam, oltre al risveglio del Giappone.”

Ma qui parliamo dei dazi. O no?

“E’ importante dotare le aziende di strutture logistiche adeguate per aggirare gli eventuali ostacoli. No, non credo che i dazi possano complicare più di tanto la spinta delle nostre imprese. Del resto, mi hanno appena detto che i tedeschi si stanno inventando un salone dell’arredamento in Cina per sfruttare il successo dell’esposizione dei prodotti italiani. Non sono rari, per nostra fortuna, primati del genere. Non più tardi di ierimattina ho avuto modo di esaminare i budget di due aziende che potrebbero entrare nel giro di Tip. Non posso far nomi, ma i conti sono eccellenti. E non sono certo eccezione”.

Le condizioni dell’economia reale sono buone, dunque. O comunque consentono a voi di continuare a selezionare investimenti profittevoli. Ma tanti segnali fanno pensare ad una prossima inversione di rotta negativa dei listini, anche per volere delle autorità monetarie.

“Francamente non ci credo. Penso che il sistema non abbia intenzione di abbandonare la strategia adottata dopo la grande crisi. Certo, ci possono stare correzioni di rotta più o meno sensibili sul fronte dei tassi come della liquidità da mettere a disposizione dei mercati. Ma non penso che la strategia dei banchieri centrali possa cambiare più di tanto. A partire dagli Stati Uniti. E’ sintomatica la foga con cui Donald Trump è intervenuto per ammonire la Fed a proposito dei tassi”.

In cambio si moltiplicano i focolai di tensione, specie in Europa.

“Ecco, questo è un elemento destinato a pesare nei prossimi mesi che saranno segnati dalla campagna elettorale per le Europee. In termini di mercato, credo che i grandi investitori Usa saranno venditori o, nel migliore dei casi, manterranno le posizioni. Per averne conferma basta leggere i report delle grandi case, critici con l’Italia ma pronti a registrare anche il rallentamento dei consumi in Francia, le incertezze tedesche e così via. Penso che non mancheranno le buone occasioni di acquisto”.

Anche in Italia?

“Senz’altro. Soprattutto in Italia. Le buone aziende non mancano. Ad ogni livello. Penso a quello straordinario vivaio di imprese che è Talent Garden, un’eccellenza anche a livello internazionale. Noi abbiamo una forte presenza in imprese italiane ma spesso con un fatturato estero largamente prevalente. Ma di sicuro continueremo a stare alla larga dalle banche o dai business legati alle tariffe o a business regolati dal settore pubblico. C’è un’ultima considerazione, però, di cui credo si debba tener conto per valutare la congiuntura attuale dei mercati”.

Ovvero?

“I grandi gestori sono ormai condizionati da numeri che faticano a controllare. L’uomo di BlackRock che aveva in mano un miliardo di dollari dieci anni fa oggi ne amministra almeno dieci. Ma è a sua volta in un certo senso ormai una vittima degli algoritmi, sempre più complessi e sofisticati da sfuggire ad ogni controllo. E’ questo il motivo che spiega la violenza di certi movimenti. Com’è possibile che l’arresto di una dirigente di Huawei faccia precipitare nel giro di pochi minuti del 7 per cento Lvmh, un’azienda dai fondamentali solidissimi? Salvo magari invertire la rotta il giorno dopo con effetti negativi per il mercato”.

Difficile far deviare un robot dai parametri programmati.

“Io temo che i sistemi meglio programmati, tipo Aladdin che in pratica guida le scelte di BlackRock, siano diventati un problema, pur con la loro efficienza. Occorre che nell’agenda dei mercati trovi spazio una valutazione più umana, per correggere gli eccessi a valanga provocati dall’accumulo di informazioni che minacciano di trasmettere un quadro magari corretto, ma che, applicato in maniera meccanica, rischia di provocare errori di valutazione”.

Attenti ai numeri, insomma.

“Il rischio è di concentrarsi solo su una parte degli elementi, trascurando il tutto. E’ da seguire l’inversione della curva dei rendimenti, ma non al punto di far trascurare la tenuta del sistema economico globale. Dall’esame della congiuntura emergono dei punti critici. Ma il quadro resta positivo”.

La Camera sta approvando una manovra che non è *la* manovra

ilpost.it 8.12.18

Il testo della legge di Bilancio sul quale il governo ha chiesto la fiducia non vale niente, perché sarà completamente riscritto

Venerdì la Camera dei deputati ha votato, con 330 voti a favore e 219 contrari, la fiducia sulla prima parte della legge di Bilancio: solo che non era la legge di Bilancio di cui si parla da mesi, con dentro i provvedimenti sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” e sulle pensioni, ma una sua versione provvisoria e praticamente senza valore, perché sarà quasi interamente riscritta prima del suo passaggio al Senato. Le ragioni di questa ulteriore proroga sono legate a un tentativo di andare incontro alle richieste dell’Unione Europea.

Più precisamente, venerdì il governo ha chiesto e ottenuto la fiducia sul primo articolo di un testo che contiene provvedimenti come il blocco dell’aumento dell’IVA (che è presente in ogni manovra), una forma di flat tax per professionisti autonomi, vari rinnovi di bonus presenti nella manovra precedente (tra cui il bonus cultura per i 18enni) a tutti e altre misure secondarie rispetto a quelle che hanno occupato il dibattito politico nelle ultime settimane. La Camera deve ancora esprimere la fiducia sugli altri articoli del testo, dal 2 al 19: lo dovrebbe fare entro sabato.

Ma la manovra che uscirà dalla Camera sarà completamente cambiata dal governo con un maxi-emendamento prima che il testo arrivi al Senato, dove dovrà essere approvata prima di tornare per una seconda lettura alla Camera. Soprattutto, mancano le parti che riguardano il provvedimento impropriamente chiamato “reddito di cittadinanza” e quelle sulla cosiddetta “quota 100” per le pensioni, cioè le due cose su cui si è concentrata negli ultimi mesi la campagna elettorale dei partiti di governo, Movimento 5 Stelle e Lega.

I motivi di quest’assenza sono principalmente due. Il primo è che questi provvedimenti non esistono ancora: soprattutto per il reddito di cittadinanza, c’è grande confusione sulle modalità concrete con le quali sarà applicato, e gli annunci e le anticipazioni del governo al riguardo sono stati vaghi e talvolta contraddittori. Il secondo è che i più recenti sviluppi economici hanno fatto nascere l’ipotesi che una parte dei fondi riservati per i due provvedimenti, di circa 16 miliardi di euro complessivi, vada altrove. Più precisamente, potrebbero essere destinati alla riduzione del deficit, che il governo voleva inizialmente fissare al 2,4 per cento del PIL, ma che l’UE vorrebbe fosse abbassato sotto al 2 per cento.

Per farlo, secondo Repubblica, sarebbe necessario trovare 7 o 8 miliardi di euro, e l’ipotesi è di ricavarne 4-5 riducendo la portata delle misure della manovra, e 2-3 con nuove coperture. Lega e M5S sembrano disposti a posticipare o ridurre in parte i loro due provvedimenti principali, ma non c’è ancora accordo sull’entità dei tagli e questo è stato un motivo di scontro nelle ultime settimane, che secondo i giornali ha portato molto vicino alle dimissioni il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il governo vorrebbe comunque evitare l’avviamento della procedura di infrazione preannunciata dall’UE, e per farlo dovrebbe probabilmente presentare il maxi-emendamento al senato prima del 19 dicembre, giorno in cui si riunirà la Commissione europea per decidere, tra le altre cose, cosa fare con l’Italia.

A letto col pm per un esame. Un altro magistrato in manette. Processi aggiustati in cambio di barche e regali. Decapitati anche i vertici dell’Asl di Lecce

Mirella Molinari la notizia giornale.it 7.12.18

Do ut des. Niente di più classico: favori sessuali da giovani avvocatesse in cambio di favori nei processi che seguivano e anche negli esami di abilitazione. E questa volta gli aiutini sarebbero arrivati addirittura da un magistrato. Infatti, è finito in manette il sostituto procuratore di Lecce, Emilio Armesano, assieme ad altre cinque persone tra cui direttore generale e dirigenti dell’Asl leccese e un’avvocatessa. Al pm è stata persino sequestrata una barca del valore di 18.400 euro che gli sarebbe stata regalata proprio per corromperlo. Perché secondo i pm della Procura di Potenza, che per competenza indagano su di lui, sarebbe al centro di un collaudato sistema corruttivo in cui avrebbe più volte abusato del suo ruolo.

Secondo l’accusa, agevolò anche l’esame orale di avvocato di una giovane collega contattando un componente della commissione: la ragazza superò l’esame senza alcun problema. Perché le indagini hanno fatto emergere anche particolari inquietanti sull’episodio: nell’ufficio del pm ci fu un incontro in cui furono definite le domande da porre alla candidata. Ma il suo aiuto non sarebbe stato ovviamente gratuito. Così, è accusato anche di aver preteso prestazioni sessuali da un’altra avvocatessa che gli aveva chiesto di intervenire in suo favore con il presidente del collegio di disciplina costituito all’Ordine degli avvocati di Lecce. I favori, però, non li avrebbe fatti solo in cambio di sesso, ma anche per ottenere regali di lusso.

Come avrebbero fatto i dirigenti dell’Asl che per garantirsi l’esito positivo di procedimenti giudiziari a loro carico, avrebbero regalato al magistrato una barca di 12 metri pagata in contanti a un prezzo ritenuto dagli inquirenti di gran lunga inferiore a quello di mercato. Ma i doni non finivano qui: anche soggiorni gratuiti, interventi medici agevolati, prenotazione di visite mediche e di interventi per familiari a tempi record. Sotto la lente degli investigatori è finito il dissequestro di una piscina di un altro dirigente Asl, Giorgio Trianni, che è stato pure arrestato. E la vicenda riguarda sempre il pm Arnesano, che era titolare del procedimento penale di cui ha poi chiesto l’archiviazione, che – sempre secondo l’accusa – sarebbe avvenuto in cambio di un soggiorno che prevedeva delle battute di caccia.

Tutto è partito da quella piscina che ha messo nei guai il magistrato e ha fatto partire una segnalazione nei suoi confronti che ha poi svelato un quadro a tinte fosche che i colleghi di Potenza hanno definito inquietante. Anche perché il sistema di collusione e di corruzione era molto radicato sia da parte dei funzionari pubblici che del pm. Ma le indagini hanno soprattutto squarciato il velo di omertà che copriva rapporti equivoci, fatti di sesso con avvocatesse e commercialiste che si sarebbero concesse al pubblico ministero senza alcuna remora ma solo per interesse. L’inchiesta potrebbe allargarsi per smascherare legami torbidi che coinvolgerebbero il mondo dei professionisti di Lecce.

Vi spiego perché la UE garantisce stabilità finanziaria ma non crescita (di Davide Mura)

scenari economici.it 8.12.18

Paolo Savona ieri: «l’Ue garantisce la stabilità finanziaria, ma non è in grado di garantire la crescita». Dunque, secondo il ministro, non sarà possibile attendere i tempi lunghi delle elezioni europee. Bisognerà agire subito.

In realtà, qui non è rilevante la notizia in sé. Si può certamente condividere la riflessione, ma non è questo l’oggetto del commento. Bensì, quello che qui m’interessa evidenziare è la verità contenuta nella frase da lui pronunciata: l’Unione Europea garantisce la stabilità finanziaria, ma non la crescita.

Sembra buttata lì, ma questa è un’incontestabile verità, persino positivizzata nelle norme dei trattati. Dove? Prendiamo l’art. 3, par. 3, TUE: «L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva».

Notate: crescita economica equilibrata, che vuole dire tutto e niente, e stabilità dei prezzi, che invece ha un suo preciso significato nell’architettura sistematica europea informata appunto a un’economia sociale di mercato altamente competitiva.

Dunque la domanda è questa: cosa significa sviluppo sostenibile bastato su sulla stabilità dei prezzi?

Ebbene, la risposta è questa: significa che lo sviluppo di cui si parla nell’art. 3 deve garantire – tradotto in lingua volgare – che i crediti finanziari non siano svalutati dagli stimoli preposti alla crescita economica, e cioè dalle politiche economiche che in un modo o nell’altro possano determinare una loro diminuzione di valore nel tempo. Allo scopo, dunque, è necessario che gli Stati membri non abbiano la sovranità monetaria e siano vincolati a determinati parametri di deficit e debito che possano impedir loro di fare politiche in disavanzo preordinate allo sviluppo e al perseguimento di obiettivi di massima occupazione che determino però instabilità finanziaria (e cioè una svalutazione del credito) a causa dell’inflazione generata (da qui la stabilità dei prezzi).

Domanda (la seconda): quali sarebbero i crediti per i quali è necessario garantire la stabilità finanziaria? Non certo quello del panettiere sotto casa, ma i crediti legati alle attività delle grandi corporation globali che investono sui debiti sovrani. Il che – tradotto ancora in lingua volgare – i grandi investimenti del capitale finanziario.

Riassunto: l’Unione Europea non è stata creata per portare avanti uno sviluppo umanamente sostenibile il cui scopo primario sia l’equità e la giustizia sociale, ma è stata creata per garantire che lo sviluppo economico (che diventa così eventuale) non sia perseguito a danno del mercato finanziario. Il che comporta che il mercato unico è puntellato su due direttive che si intersecano tra loro: quella di una società globalizzata e consumistica, nazionalmente annichilita, nella quale le fasce più deboli della popolazione (massificate) sgobbano per pochi spiccioli in un contesto economicamente ordalico (mors tua vita mea), e dove la crescita è riservata a pochi, e quella che assume le connotazioni di un vero e proprio paradiso terrestre del profitto finanziario. Un paradiso nel quale la precarietà lavorativa e la svalutazione salariale sostituiscono l’inflazione monetaria e diventano la regola per garantire la stabilità della rendita finanziaria.

E che questa sia una drammatica verità lo conferma – clamorosamente – un’altra norma “carina” dei trattati, collocata nell’art. 127, par. 1, TFUE (Trattato fondamentale dell’Unione Europea), dove viene affermato che «l’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali […], è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea».

Bingo! Se volevate un’ammissione di colpa, un’autoaccusa, una prova del misfatto, eccola. Più chiaro di così non è possibile dirlo.

Altra domandona (la terza): ma è possibile garantire la stabilità finanziaria e la crescita (alias l’occupazione)? Certo che no. Non è affatto possibile, perché o si attuano politiche di piena occupazione o si garantisce la stabilità dei prezzi (l’inflazione prossima allo zero). Ma per questo ragionamento vi rimando all’articolo di Marco Mori.

DIETRO LE QUINTE/ Tra Salvini e Di Maio è il momento del gioco del pollo

Lega e Movimento 5 Stelle sono sempre più ai ferri corti. E una delle due forze che stanno al Governo dovrà prevalere sull’altra

08.12.2018 – int. Francesco Forte il sussidiario.net

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Luigi Di Maio. Sullo sfondo Giovanni Tria (LaPresse)

Dopo sei mesi insieme alla guida del Paese spunta già l’ipotesi di rivedere il contratto di Governo. È solo l’ultimo indizio di un rapporto tra Lega e Movimento 5 Stelle che si sta facendo più difficile, come dimostrato anche dal caso ecotassa, difesa dai pentastellati e che invece Salvini promette di cambiare, o dal fatto che il ministro dell’Interno, e non quello dello Sviluppo economico, incontrerà i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali che hanno manifestato in settimana in favore di un’opera pubblica, la Tav, su cui la posizione del Movimento 5 Stelle è piuttosto altalenante. E ancora non è chiaro quale sarà la quadra su una manovra da ridiscutere non solo per evitare la procedura di infrazione dell’Ue, ma anche il rischio di una recessione. Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze, non ha dubbi: ormai siamo arrivati a una situazione in cui una delle due parti dovrà prevalere sull’altra, nel Governo è in corso un chicken game.

Professore, cominciamo da Salvini, che ha deciso di incontrare le associazioni imprenditoriali…

La cosa paradossale è che lo fa per cercare di ricucire con il suo elettorato. Ho l’impressione che se continuerà a far passare le proposte dei 5 Stelle prima o poi o salterà il consenso nei suoi confronti o lui dovrà staccare la spina al Governo, perché mi pare che siamo arrivati ai gilet gialli anche in Italia.

I gilet gialli chi sarebbero?

Le Pmi. Le quali si trovano molto penalizzate dal Decreto dignità, che non crea invece problemi alle grandi imprese, che possono effettuare un turnover su diverse posizioni a termine, cosa più difficile per le piccole. Che si trovano quindi a dover sostenere costi più alti per il lavoro. A me sembra evidente che il Decreto dignità sia stato fatto da Di Maio su pressione di grandi imprese. E mi sembra sempre più evidente che dietro i 5 Stelle ci siano gruppi di grandi imprese.

Da cosa lo desume?

Anche da questa vicenda dell’ecotassa, che è studiata contro Fiat, perché colpisce di più proprio le auto del gruppo italo-americano. Non sto dicendo che dietro ai 5 Stelle ci sia Volkswagen, ma certamente ci sono interessi di grandi imprese straniere. Si tratta di capitali internazionali. Non dimentichiamo che a Cernobbio i 5 Stelle non sono guardati male. Già Gianroberto Casaleggio era stato invitato. C’è poi dell’assurdo nel fatto che a proporre l’ecotassa sia il Movimento 5 Stelle.

Perché?

Perché se si facessero alta velocità e linee metropolitane che collegano meglio i paesi intorno alle grandi città si toglierebbe molto più inquinamento. Basti pensare che con la Torino-Lione si eliminerebbe un milione di camion all’anno con una percorrenza media di almeno 500 km per ogni percorso. Tutto però viene bloccato da un’analisi costi-benefici.

Il mondo imprenditoriale sembra tra l’altro compatto in questo frangente…

Sì, abbiamo visto i grandi imprenditori italiani a fianco dei piccoli. Gli interessi si sono unificati. Mi sembra che Confindustria abbia cominciato a capire che guaio ha fatto a se stessa e quindi adesso è terrorizzata, soprattutto dal rischio di una recessione.

Salvini non sapeva con chi stava andando a governare sei mesi fa?

Penso che Salvini non si rendesse pienamente conto della situazione. Probabilmente nemmeno i 5 Stelle singolarmente se ne rendono conto, non essendo un vero partito organizzato. Certo che è piuttosto curioso che un emendamento contro la Fiat diventi così importante e stringente per Di Maio, che rischia tra l’altro di trovarsi contro gli operai di Pomigliano, paese dove vive. Salvini poi forse non si è nemmeno preoccupato più di tanto finché ha visto che continuava a guadagnare consensi. 

E ora cosa può accadere tra le due forze al Governo?

Siamo in una situazione di chicken game, una dovrà prevalere sull’altra. Il vero problema di Salvini è che un Governo alternativo non ce l’ha. O meglio ce l’avrebbe solo se il Presidente della Repubblica accettasse di dare un mandato politico al centrodestra. Ma se Mattarella preferisse un Governo tecnico sarebbe difficile per la Lega appoggiarlo. Di Maio ha invece due problemi: uno è quello personale, con la vicenda riguardante il padre, l’altro è il consenso in discesa del Movimento 5 Stelle che potrebbe essere ridimensionato da un ritorno al voto.

(Lorenzo Torrisi)

Bifarini: agonia Ue, elettori traditi. Unica chance, l’Italexit

libreidee.org 8.12.18

Dopo la bocciatura definitiva della manovra da parte della Commissione Europea con la prospettiva dell’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, da più parti ci si chiede quale strada percorrere. Scendere a patti con Bruxelles, come sembrerebbe chiedere il ministro degli affari europei Paolo Savona, o andare avanti con il muro contro muro come chiedono invece Salvini e Di Maio? Ha senso cercare ancora un accordo con l’Unione Europea sulla manovra? Credo a questo punto che non ci siano più le condizioni. C’è un accanimento da parte dell’Unione Europea nei confronti dell’Italia che è motivato più da ragioni ideologiche e politiche che da questioni economiche. La spesa a deficit prevista da questa manovra è assolutamente in linea con quanto attuato dai governi precedenti, anzi anche inferiore. Il debito pubblico, dovuto al pagamento degli interessi sul debito stesso, è cresciuto con lo stesso Monti, a riprova che le misure di austerity non funzionano, così come con Letta, Gentiloni e Renzi. Ma mai come con la coalizione giallo-verde c’era stato un attacco così duro e ostinato da parte sia di Bruxelles che dei media e di tutta la potente macchina della propaganda.

Siamo di fronte a un bivio: è giunto il momento di scelte coraggiose. Continuare a sottostare a regole e parametri infondati, assurti a dogmi, significa rinunciare per sempre alla propria sovranità economica e politica. Una perdita di democrazia Ilaria Bifariniinaccettabile per i cittadini, che alle urne hanno espresso la loro volontà di cambiamento. C’è uno scollamento troppo forte ormai tra le istanze delle popolazioni e quelle dei tecnocrati di Bruxelles, che non le rappresentano. Attraverso l’imposizione di parametri contabili si è creata una dittatura dei mercati che sta generando solo povertà e disoccupazione. L’unica possibile via d’uscita è recuperare la propria sovranità monetaria. Continuare a ‘trattare’ con l’Ue che ci somministra la pillola mortifera dell’austerity significa condannarsi a una lenta e dolorosa agonia. Nonostante il terrorismo creato dal mainstream, tornare a una nostra moneta – che si chiami lira o qualsiasi altro nome – non rappresenterebbe nulla di trascendentale. Al mondo, a parte l’Eurozona e le ex colonie francesi che adottano il franco Cfa, ogni paese ha la propria moneta. Non si verificherebbe nessuna delle catastrofi prospettate da chi fa volutamente terrorismo.

Lo spauracchio dell’inflazione, ad esempio, è infondato, perché attualmente ci troviamo in una situazione di deflazione con crisi della domanda e alta disoccupazione. Così come la corsa agli sportelli, essendo nell’epoca delle transazioni elettroniche.Insomma, niente cavallette. Il ministro Paolo Savona dice che bisogna cambiare anche il governo, non soltanto la manovra? Pare che le dichiarazioni siano state smentite, o comunque ridimensionate. Sicuramente c’è nervosismo, vista la situazione di forte scontro con l’Ue. D’altra parte c’è una stampa e un apparato di comunicazione che tifa contro il governo e fa di tutto per ridicolizzarlo e delegittimarlo. Neanche ai tempi di Berlusconi c’era tanto accanimento. Questo tende a esacerbare lo scontro e a radicalizzare le posizioni, creando un clima per nulla favorevole.

(Ilaria Bifarini, dichiarazioni rilasciate ad Americo Mascarucci per l’Intervista “Vi spiego perchè è il momento dell’Italexit”, pubblicata su “Lo Speciale” il 23 novembre 2018 e ripresa sul blog della Bifarini).

BPVi, parte a Venezia il 19 dicembre l’esame dell’azione di (ir)responsabilità per 2 mld di Gianni Zonin, cda, sindaci e direttori: tutti coinvolti non i soli 7 del processo a Vicenza

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 7.12.18

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Arriva finalmente a udienza il 19 dicembre presso il tribunale delle aziende di Venezia l’azione di responsabilità per un importo complessivo di circa due miliardi di euro autorizzata dalla delibera assembleare della Banca Popolare di Vicenza del 13 dicembre 2016 nonché dalla delibera del suo Consiglio di Amministrazione in data 19 gennaio 2017 e intentata per conto della BPVi, ora in Lca, rappresentata e difesa dagli avvocati Carlo Pavesi, Stefano Verzoni e Paolo Pecorella nei confronti (come ad elenco seguente) di Gianni Zonin, presidente, dei membri del cda per i periodi interessati , di membri del collegio sindacale e del Direttore Generale e dei vice Direttori Generali dei suddetti periodi.

L’invito a comparire dinanzi al Tribunale di Venezia – sez. specializzata Imprese, era per il 12 ottobre 2017 ma, ci spiega l’avvocato  Stefano Verzoni, “è passato oltre un anno per andare in udienza, i passi procedurali per riunire questo procedimento con quello intentato in via precauzionale da Zonin addirittura contro la banca da lui presieduta per 20 anni dopo essere stato nel suo cda per i 16 anni precedenti, oltre che contro Samuele Sorato, il suo dg,ed Emanuele Giustini, suo vice, e con la chiamata in cause della compagnie di assicurazione” con questa motivazione per lui liberatoria addotta nell’attacco preventivo di Zonin: “...nella non creduta ipotesi di accertamento di una qualsivoglia responsabilità in capo al dott. Giovanni Zonin per i fatti di cui alla narrativa del presente atto, accertare e dichiarare che, per le ragioni tutte sopra esposte, i terzi Chubb Insurance Company of Europe S.E., Zurich Insurance Plc., CNA Insurance Company Europe Ltd. e ACE European Group Ltd., indipendentemente e anche a prescindere dalla eventuale responsabilità manlevatrice riconosciuta a danno del dott. Emanuele Giustini e del dott. Samuele Sorato, sono chiamati a tenere il dott. Giovanni Zonin interamente manlevato ed indenne di ogni e qualsivoglia responsabilità fosse a lui attribuita, così come di ogni e qualsivoglia conseguenza pregiudizievole derivante dal presente procedimento, condannando, in qualità di sottoscrittori della polizze di assicurazione sopra richiamate, a tenere manlevato ed indenne il dott. Giovanni Zonin da quanto egli dovesse essere eventualmente condannato a corrispondere, a qualsivoglia titolo, in solido con altri o meno, per gli asseriti danni…“.

Sarà importante seguire a Venezia gli sviluppi dell’azione di responsabilità attivata dalla BPVi perché, oltre a conclamare per bocca dell’istituto stesso, ormai in liquidazione e prossimo addirittura alla dichiarazione di fallimento, i danni arrecati alla banca e, quindi, ai suoi azionisti risparmiatori, l’atto di “accusa” civile chiama, invece, in causa in pratica tutti vertici della banca del periodo interessato invece che i soli 7 del processo penale a Vicenza. 

Si legge, infatti, nella citazione della BPVi che “dato atto che le condotte menzionate nel presente atto, anche singolarmente considerate, oltre ai danni indicati alle conclusioni che precedono, hanno determinato una grave lesione alla reputazione e all’immagine della Banca, condannare l’ex Direttore Generale, Samuele Sorato, gli ex vice Direttori Generali, Emanuele Giustini, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, gli ex Amministratori Giovanni Zonin, Marino Breganze De Capnist, Andrea Monorchio, Paolo Angius, Alessandro Bianchi, Giorgio Colutta, Vittorio Domenichelli, Giovanna Dossena, Giovanni Fantoni, Maria Carla Macola, Franco Miranda, Gianfranco Pavan, Fiorenzo Sbabo, Maurizio Stella, Giorgio Tibaldo, Nicola Tognana, Giuseppe Zigliotto e Roberto Zuccato, nonché gli ex Sindaci, Giovanni Zamberlan, Giacomo Cavalieri, Laura Piussi e Paolo Zanconato, al risarcimento in favore della Banca medesima, in solido tra loro, del conseguente danno da quantificarsi in corso di causa, occorrendo anche in via equitativa, tenendo conto, tra l’altro, della riduzione della raccolta diretta e indiretta della Banca e del gruppo e dei suoi effetti negativi, anche prospettici, e dell’incremento del costo del capitale, così come illustrati sub § VII, 1.2 del presente atto, oltre gli interessi dalla data della domanda al saldo….”.

Appuntamento, quindi, al 19 dicembre per un processo che potrebbe chiarire molti fatti specifici e arrivare a sentenza anche prima di quello penale, faraonico per numero di testimoni e stuoli di avvocati di parte civile.

Tutto questo con, in caso di condanna, una definizione dei danni arrecati (ne conteggiamo nell’atto per due miliardi con riferimento a fatti campione e non a tutto l’operato) da rifondere alla liquidazione con effetti positivi per tutti i creditori.