J. A. Kregel – Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale (Allegato alla “Politeia” di Savona)

Di Carmenthesister – Dicembre 11, 2018 vocidallestero.it

Una esauriente e approfondita scheda esplicativa sullo studio intitolato “Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale” elaborato dall’economista J. A. Kregel e allegato al documento  “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa” che il Ministro Paolo Savona ha proposto come base di discussione al Consiglio europeo al fine di verificare la reale rispondenza della architettura europea agli obiettivi di crescita di piena occupazione e di stabilità che sarebbero alla base dei trattati.  Il documento di Kregel, estremamente significativo,  dimostra su base scientifica la natura paradossale dell’impianto della moneta unica, che con le sue regole di rigore fiscale nel lungo periodo non può che portare o a condizioni di stagnazione permanente o ad un’intrinseca fragilità finanziaria tipica di uno schema Ponzi, che si scaricherebbe sul resto del mondo. Una follia economica. 

Ringraziamo il curatore della scheda Beppe Vandai, che ha spesso collaborato con Vocidallestero traducendo articoli di particolare rilevanza. Beppe, di formazione filosofica, vive da 32 anni in Germania e ha fondato ad Heidelberg il circolo di discussione politico-culturale Volta la Carta!! e a Treviso il circolo Risorse, sui temi dell’economia.

Scheda a cura di Beppe Vandai sul documento di Jan A. Kregel* “Crescita e moneta unica: il paradosso della politica fiscale”

*Jan A. Kregel è un importante economista post-Keynesiano, direttore del programma «Politica monetaria» presso il Levy Economic Institute of Bard College e professore di Development Finance presso la Tallinn University of Technology. Ex professore di Economia Politica presso l’Università degli Studi di Bologna ed ex professore di Economia Internazionale presso il Johns Hopkins University’s Paul Nitze School of Advanced International Studies, dove è stato anche direttore associato del Bologna Center dal 1987 al 1990.

La Moneta unica e la stabilità del cambio

Con il sistema di Bretton Woods i tassi di cambio tra le monete erano fissi, ma modificabili di comune accordo. La moneta di riferimento era il dollaro statunitense, a sua volta scambiabile ad un tasso con l’oro, fisso e immodificabile. Nel 1971–73 questo sistema collassò e lasciò il posto in breve tempo alla pratica dei cambi flessibili tra le monete. Negli anni settanta del secolo scorso però l’Europa comunitaria avviò il progetto della moneta unica. La fase preparatoria doveva consistere nel sistema del serpente monetario a banda stretta (solo ± 1%, poi ± 2,5%). Entrambi i tentativi si dimostrarono di difficilissima realizzazione.

La moneta unica europea, varata nel 1999, introduceva due grandi novità:

Cambi fissi all’interno dell’Eurozona, ma variabili tra Euro e resto del mondo, impediscono il libero aggiustamento tra la moneta di ogni singolo paese dell’Eurozona ed il resto del mondo; il rapporto risulta infatti sempre mediato dal rapporto tra Euro e la moneta extra-Euro in questione. Ad esempio, se l’Euro in certo periodo fosse risultato essere più forte rispetto al dollaro di quanto sarebbe stato lo scudo portoghese, le merci portoghesi offerte in euro al di fuori dell’Eurozona sarebbero risultate più care; ergo: calo della loro vendita e peggioramento della bilancia commerciale portoghese. Viceversa, se l’Euro fosse risultato essere più debole rispetto al dollaro di quanto sarebbe stato il marco tedesco, le merci tedesche sarebbero risultate più facilmente vendibili al di fuori dell’Eurozona; ergo: miglioramento della bilancia commerciale tedesca verso l’area extra-eurozona. In breve: aumenta la divaricazione tra paesi più competitivi e paesi meno competitivi dell’Eurozona. I primi risultano favoriti, i secondi sfavoriti.

Essendo l’Euro emesso da una istituzione scollegata da un governo e da un bilancio nazionali o sovranazionali, spariva la coordinazione tra la creazione di liquidità e i tassi di interesse e la politica fiscale. Di nuovo: risultavano impossibili manovre differenziate di stimolo o di raffreddamento delle economie nazionali. Ne risultavano svantaggiati i meno competitivi, avvantaggiati i più competitivi

Aggiustamenti interni agli squilibri esterni

Con la moneta unica, venendo a mancare l’aggiustamento tra le valute nazionali precedenti all’Euro, la variabile di maggiore impatto per i riequilibri tra le economie nazionali diventava il livello dei salari. Un paese con un problema di bilancia commerciale negativa non poteva fare altro che cercare di tenere bassi i salari o di comprimerli. In teoria nulla vieterebbe che accadesse il contrario, cioè che i paesi più concorrenziali aumentassero i salari di più rispetto ai meno concorrenziali, ma la logica economica vigente in Europa sembra non considerare questa variante. Solo il miglioramento della bilancia commerciale dell’Eurozona verso il resto del mondo viene presa in considerazione.

La conseguenza: una compressione sulla domanda aggregata dell’Eurozona e una tendenza inevitabilmente deflazionista. Cioè: riduzione o azzeramento dell’inflazione o addirittura deflazione pura. Ovviamente, ne conseguono tassi di interesse calanti o addirittura negativi e aumento della disoccupazione e del lavoro precario.

Che queste sarebbero state le conseguenze era inciso nel corpo della costituzione materiale europea voluto con l’Atto unico europeo (1986) e con il Trattato di Maastricht (1992). Infatti, vi si disinnescava in modo crescente anche l’unica leva che in teoria rimaneva a disposizione per controbilanciare gli squilibri: quella fiscale, cioè il finanziamento di politiche pubbliche volte a stimolare la domanda aggregata (consumi e investimenti). La tendenza a rendere inservibile la leva fiscale si incrudì con il Fiscal compact ed il Six Pack (2012), allorché si iniziò a prescrivere il pareggio o il surplus del bilancio statale. Con ciò il bilancio pubblico, nota Kregel, viene trattato come quello di qualsiasi ente privato.

Con un’unica gestione dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea prese le mosse un’altra distorsione delle regole classiche di funzionamento delle economie di mercato: quella del rapporto tra livello di rischio e i tassi di interesse. Infatti, dando la sensazione che con l’Euro non c’erano più differenti rischi di credito, i tassi di interesse nominali iniziarono rapidamente ad uniformarsi nell’Eurozona. Così, i governi dei paesi meno competitivi, nel primo decennio dell’Euro, poterono stimolare la spesa pubblica per evitare di giungere alla compressione salariale e alla spinta deflazionista sulle proprie economie.

Con la crisi finanziaria del 2008, però, il re era nudo. Il sistema creditizio si rimise a prezzare in modo differenziato il rischio del finanziamento sia ai privati che agli stati. Iniziò la ben nota storia degli spread. Interessi improvvisamente molto alti per i paesi meno competitivi, cioè meno sicuri, iniziarono a strangolare sia il settore pubblico che quello privato di questi paesi. L’Eurozona rispose con i Fondi salva-stati. Vista la loro insufficienza, nel 2012 Draghi dovette pronunciare il famoso “what it takes”. La BCE dichiarò che l’acquisto di titoli di stato (poi anche privati) sul mercato secondario sarebbe proseguito, anzi si sarebbe allargato.

Primi riconoscimenti dell’impatto della politica monetaria e delle restrizioni fiscali 

J. KREGEL cita ampiamente “Derailed” (“Deragliati”), il breve scritto di Winne Godley del 1993. Godley, uno dei principali esponenti della scuola post-keynesiana, spiegò già allora come il ‘grosso buco nel Trattato di Maastricht’ fosse la mancanza di una politica fiscale adeguata, o meglio, la contraddizione tra una politica monetaria centralizzata e politiche fiscali decentrate e depotenziate. La politica monetaria e quella fiscale dovrebbero invece essere coerenti in questo senso: la politica fiscale deve risolvere i problemi che quella monetaria crea, e viceversa. Perciò devono essere pensate centralmente. In uno stato democratico, entrambe vanno gestite da istituzioni democraticamente elette e collocate allo stesso livello, non dovrebbero essere dirette da centri tecnocratici, tanto più se questi usano il ‘pilota automatico’.

La crisi finanziaria del 2009 e la politica fiscale straordinaria. Rafforzare i vincoli fiscali riduce la flessibilità della risposta alla crisi

Una volta che i nodi vennero al pettine, nel 2009, l’Eurozona non volle riconoscere che la costruzione dell’Euro era diventata insostenibile, mancando di una politica fiscale di sostegno della domanda aggregata e degli investimenti. Invece di provvedere in tal senso si inasprì ulteriormente la stretta sui bilanci statali. Perché? Per mantenere forte l’Euro, addirittura per rafforzarlo. Si anteponeva cioè il cambio della moneta all’equilibrio macroeconomico dell’intera area. Ne risultò una tendenza deflazionistica che punì ampi strati della popolazione. Per metterci una pezza Draghi agì di nuovo con la leva monetaria, iniziando il Quantitative easing. Il risultato fu di guadagnare tempo senza risolvere la contraddizione-base dell’Eurozona.

Stabilità fiscale e fragilità finanziaria 

Con il 2012 l’Eurozona – grazie al Fiscal compact – ha reso ancora più paradossale la propria politica economica. Esigendo che gli stati giungessero, per di più in fretta, al pareggio di bilancio, per poi passare al surplus di bilancio, imponeva loro di fare il cosiddetto hedge financing, cioè di avere un flusso di cassa sicuro e in grado di pagare puntualmente sia gli interessi per un debito contratto che il debito stesso. Come si può centrare in generale questo obiettivo? Di solito con un mix di crescita sufficiente del PIL e inflazione, magari anche con moderati aumenti della tassazione. Ma il nocciolo del problema rimane la crescita del PIL. E questa da dove può venire? Dato il Fiscal compact, il mercato interno non può assolvere questo compito, visto che si riduce il reddito disponibile per i consumi e gli investimenti. Non resta in teoria che la domanda estera. Ma qui ci si incaglia su una grave difficoltà, sull’Euro stesso. Per i paesi che devono ridurre il deficit c’è un primo problema: siccome il grosso delle esportazioni dei paesi dell’Eurozona sono interne alla stessa e non sono più possibili degli aggiustamenti di cambio per le economie in difficoltà, non resta che la cosiddetta “svalutazione interna”, cioè il calo dei prezzi dei beni e dei servizi, ovvero una forte disinflazione. Come si fa? Riducendo i salari in termini reali. A questo punto è però certa la decrescita interna e non è chiaro se l’aumento delle esportazioni sarà superiore alla decrescita. A ciò si aggiunga che la terapia del Fiscal compact viene consigliata e somministrata contemporaneamente a tutti i paesi dell’Eurozona. Non si capisce come questo schema possa funzionare. I maggiori successi, senza danni collaterali, dovrebbe offrirli l’export verso paesi esterni all’eurozona. È pensabile che, seguendo tutti l’esempio tedesco, stringendo la cinghia e aumentando la competitività, l’intera eurozona raddoppi il surplus commerciale con il resto del mondo, passando da un surplus annuo di 400 mld. € a 800 mld. €. Ma il resto del mondo accetterà questa enorme pressione mercantilistica? E poi, una tale strategia può avere successo sul medio-lungo periodo?L’Euro aumenterebbe di valore, le merci dell’eurozona diventerebbero più care per gli acquirenti esteri. A quel punto il surplus si ridurrebbe. Ci sarebbe sempre la strada della manipolazione del valore delle moneta. Si comprerebbero allora, alla grande, assets esteri. L’estero si indebiterebbe sempre di più. Lo si costringerebbe a passare a forme di finanza speculativa e rischiosa. Ad un certo punto gli assets finanziari esteri comperati dall’eurozona perderebbero di valore. In casi estremi diventerebbero carta straccia. Pensando la cosa fino in fondo, eccolo il futuro radioso che la filosofia eurista ci offrirebbe!

 **** NOTA BENE: KREGEL mette a frutto concetti elaborati da Hyman Minsky e con essi testa sia la teoria che la pratica eurista. Centrale è la constatazione che per chiunque, impresa, famiglia o stato sono possibili tre scenari creditizi: lo hedge financing, lo speculative financing e il Ponzi financing. Che si intende con questo? Si ha hedge financing (finanza coperta) quando il debitore è in grado di sostenere puntualmente, con il suo flusso di risorse, sia il pagamento degli interessi che la restituzione del capitale. In genere dà anche in garanzia dei beni o dei titoli finanziari. Si ha speculative financing (finanza speculativa) quando il flusso di cassa riesce a coprire gli interessi maturati, ma il debitore non è in grado di restituire per tempo il capitale o parte del capitale prestato. Si hanno dunque continue ricontrattazioni del debito. Se nulla cambia nel flusso di cassa, ad un certo punto si avrà l’insolvenza del debitore. Si ha Ponzi financing (finanza alla Ponzi) quando il debitore non ha nemmeno un flusso di cassa per pagare gli interessi sul debito contratto. Il ‘nostro’ Ponzi (dal nome di un imbroglione italo-americano) punta sul fatto che gli assets che ha comperato aumentino talmente di valore da poter ripagare sia interessi che capitale. Di solito finisce malissimo. La crisi americana dei subprime calza a pennello per illustrare questo caso. Negli USA il sistema finanziario, per alimentare la crescita dell’economia, spinse parecchia gente a vestire i panni del ‘buon’ Ponzi. Com’ è andata a finire lo sappiamo. Minsky ha analizzato anche come si creano cicli finanziari in cui un sistema economico passa per le tre tappe del tipo di indebitamento. È giunto anche alla conclusione che è soprattutto l’indebitamento privato ad essere labile e pericoloso. Kregel usa il suo armamentario concettuale per sottolineare che, nel caso europeo, la volontà stessa di hedge financing, male intesa, conduce involontariamente paesi o settori economici verso lo speculative financing o addirittura al Ponzi financing. *****************

Stabilità fiscale, fragilità finanziaria : il paradosso della politica fiscale 

Il combinato di Fiscal Compact (FC) + Six Pack europeo (SPE) chiama gli stati dell’eurozona alla riduzione del rapporto Debito Pubblico (DP)/PIL fino alla soglia del 60% entro 20 anni. Al momento solo tre piccoli stati (Estonia, Lussemburgo e Lettonia) sono al disotto di quella soglia. Per l’Italia la forbice che andrebbe chiusa per il passaggio sotto-soglia è del 70% del PIL (da 130% a 60%).L’intenzione è di costringere gli stati dell’€Z a praticare quello che Minsky chiamava hedge financing in un contesto in cui anche il debito privato sia sostenibile, cioè non cresca per via della diminuzione del debito pubblico. Si tratterebbe cioè di spingere sia il settore pubblico che quello privato contemporaneamente sulla via dell’ hedge financing.

Quale la via per raggiungere l’obiettivo proposto? Agire sul numeratore del rapporto DP/PIL senza che il denominatore (cioè il PIL) scenda, anzi aumenti almeno moderatamente. Si tratterebbe di seguire la Germania che ha praticato prima il pareggio e ora il surplus del bilancio pubblico contenendo il consumo dello stato, incentivando il risparmio in generale e contenendo gli investimenti privati. La cosa in Germania sta riuscendo. Ma in che contesto? La Germania ce la sta facendo da sola o grazie all’espansione all’estero? La risposta: da soli è logicamente impossibile farlo. Per capirlo dobbiamo dapprima studiare come funzionano le cose in un’economia chiusa, che non interagisca con l’estero. Ma il discorso vale anche per economie che di fatto hanno una bilancia commerciale in pareggio con l’estero.

Per seguire Kregel però ci servono ora almeno conoscenze rudimentali della contabilità nazionale:

[La contabilità nazionale di un’economia chiusa parte dalla definizione di PIL annuale di un paese quale valore aggiunto in un dato anno generato da tutte le attività economiche. Il valore aggiunto lordo (VAL) viene calcolato, per qualsiasi agente economico (per la Volkswagen, come per il negozio di parrucchiere all’angolo), sottraendo dai ricavi (l’importo lordo di ciò che si è venduto) i costi per l’acquisto di materiali e prestazioni esterne necessarie alla produzione di beni o alla fornitura di servizi (dalle materie prime, ai semilavorati, al pettine del parrucchiere, ai costi per l’energia e per la pubblicità, alle spese generali, alla riparazione di una macchina ecc.). Per un’impresa, in pratica il VA lordo comprende (a) il profitto lordo dell’impresa (prima della tassazione), (b) i salari lordi erogati e (c) l’IVA, detratte le sovvenzioni erogate alle imprese. Anche l’attività dello stato, preso come datore di lavoro, viene considerata così. Nell’aggregato del VA lordo nazionale (PIL) entrano anche il VA delle imprese finanziarie (banche ecc.), così come le rendite finanziarie dei privati o di associazioni private. Così il quadro sarà completo.

La formula canonica della contabilità nazionale dal lato della sua formazione è suppergiù questa:

( Equazione 1) Y = ( Ya + Ym + Ye + Ysp + Ysg + Yf + Yaff + Yv + IVA ) – Sovv.

laddove Y sta per l’aggregato totale che chiamiamo anche PIL (Prodotto Interno Lordo), Ya simbolizza il VA dell’agricoltura, Ym quello della manifattura, Ye quello dell’edilizia, Ysp quello dei servizi privati, Ysg quello dei servizi forniti dalla pubblica amministrazione, Yf quello generato nel settore finanziario (rendite dei clienti comprese), Yaff il VA dagli affitti e Yv quello da settori vari non ancora considerati. Infine, IVA sta per l’Imposta sul Valore Aggiunto e Sovv. per le sovvenzioni erogate in quell’anno. Ben si capisce come sia complicato fare questo calcolo in tempi rapidi (necessari per agire in fretta).

C’è però un altro metodo, più rapido per calcolare il PIL: calcolare non come si è andato formando, bensì come è stato utilizzato. Perciò – per un’economia chiusa – viene usata quest’altra equazione:

(Equazione 2) Y = C + I + G,

laddove Y sta sempre per l’aggregato totale che chiamiamo anche PIL (Prodotto Interno Lordo), C sta per l’aggregato totale dei consumi privati di quell’anno, I simbolizza il totale degli investimenti lordi dei privati (le posizioni principali che vi rientrano sono: le spese delle imprese per gli impianti produttivi e per la propria edilizia, le scorte di beni prodotti in quell’anno e aggiuntesi all’invenduto, infine le spese per l’edilizia abitativa). G simbolizza le spese dello stato e della pubblica amministrazione (spese per il personale, per i materiali acquistati per lo svolgimento corrente delle sue funzioni, per fornire beni di utilità sociale, per sussidi sociali, investimenti per infrastrutture e beni pubblici, ecc.). Nell’insieme, è più agevole calcolare questi tre aggregati. Ma i vantaggi non sono finiti, come vedremo fra poco.

Si giunge facilmente ad una terza equazione, che poi metteremo in relazione con la seconda. Il reddito generato (Y) si lascia disaggregare necessariamente, per chiunque abbia a disposizione un certo reddito, sotto tre voci: i consumi, le tasse ed il risparmio.

Da qui la terza equazione:

(Equazione 3) Y = C + T + S,

laddove C sta sempre per l’aggregato totale dei consumi privati di quell’anno, T simbolizza l’insieme dalla tassazione diretta, sugli individui e le imprese, S infine sta per il risparmio.

Ora, visto che nella seconda e terza equazione i membri di destra sono entrambi uguali a Y, ne consegue anche la validità della seguente quarta equazione:

(Equazione 4) C + I + G = C + T + S. Equazione ovviamente semplificabile in:

(Equazione 4.1) I + G = T + S, a sua volta trasformabile in:

(Equazione 4.2) G – T = S – I.

L’equazione 4.2 ci dice questo: in un’economia chiusa – basandosi esclusivamente sul reddito generato in un certo anno – la differenza tra il consumo dello stato e l’intera tassazione diretta di quell’anno deve essere (per definizione) uguale alla differenza tra il flusso di risparmio di quell’anno e gli investimenti privati, operati in quell’anno. L’equazione ci fornisce cioè una importante informazione: indipendentemente dalle dimensioni delle singole posizioni, che possono essere assai diverse, la differenza tra la coppia dei membri di sinistra e quella di destra è sempre uguale. Ad esempio, se uno stato ha un deficit di bilancio pari al 2,9% del PIL (cioè se G > T per il 2,9% del PIL), allora: S > I per il 2,9% del PIL. Dall’ equazione non sappiamo forse ancora né l’entità degli investimenti, né quella del risparmio, né come è andata l’economia in quell’anno, sapremo però che il risparmio delle famiglie (e forse anche delle imprese) ha sopravanzato gli investimenti di quell’entità. Dove sarà andato a finire quel saldo di risparmio? Avrà coperto il deficit statale di quell’anno. Quella fetta di reddito pari al 2,9% del PIL non consumato dai privati sarà stata allocata per finanziare i consumi e gli investimenti della pubblica amministrazione. Lo stato avrà dunque offerto ai risparmiatori un’occasione per piazzare quel surplus di nuovi risparmi e garantire loro, in futuro, un surplus di reddito. Uno stato ben gestito, però cercherà di non esagerare nell’offrire questa ‘droga’. Viceversa, se ad esempio lo stato avrà avuto un saldo di bilancio positivo dell’1,5% del PIL (per aver risparmiato sulla spesa corrente o sugli investimenti, oppure per avere aumentato la tassazione oppure combinando entrambe le cose) sapremo che il risparmio privato non sarà stato sufficiente a coprire tutti gli investimenti di quell’anno del settore privato. Ma allora come sarà stato finanziato quel saldo degli investimenti? In un’economia chiusa, in cui per definizione non può affluire risparmio dall’estero, magari si usano vecchie scorte di risparmio (ad esempio i privati, siano essi imprese o famiglie, venderanno alle banche asset accumulati in passato). In ogni caso il sistema bancario creerà dal nulla la quantità di moneta endogena necessaria. Non sapremo neanche, dall’equazione stessa, se uno stato, che ad esempio passa da un anno all’altro da un deficit di bilancio del 2,9% ad un surplus dell’ 1,5%, avrà favorito la crescita dell’economia o se l’avrà mandata in recessione. Quasi sicuramente sarà il secondo caso, ma per dirlo ci servirebbero altre informazioni. Non è infatti da escludersi che il settore privato si sia fortemente indebitato con il sistema bancario per sostenere gli investimenti e l’attività economica in generale. Se così fosse, la posizione debitoria dello stato sarebbe migliorata grazie ad un peggioramento speculare di quella del settore privato. Usando la terminologia proposta da Minsky, lo stato avrebbe fatto hedge financing, ma spinto il settore privato verso lo speculative financing.

[ **** NOTA BENE: a) ogni membro delle equazioni è un flusso aggregato (non va confuso con il totale degli stock precedenti accumulatisi); b) queste equazioni sono delle tautologie, cioè sono vere per definizione; questa parte dell’economia è sicuramente scientifica, poiché dedotta per via logica da definizioni; ciò garantisce anche lo statuto di verità della certezza a tutte le deduzioni correttamente effettuate a sua volta da queste equazioni.******************* ]

Orbene, dall’equazione 4.2 consegue pure la seguente

(Equazione 4.3) (T – G) + (S – I) = 0.

In parole: in un’economia chiusa – basandosi esclusivamente sul reddito generato in un certo anno – la somma del saldo del bilancio dello stato e del saldo netto tra investimenti e risparmio dei privati è uguale a zero. Detto altrimenti: in un’economia chiusa è logicamente impossibile che, in un dato anno, lo stato abbia un saldo positivo tra entrate e uscite (cioè che le sue entrate sopravanzino le uscite) e contemporaneamente che il saldo tra risparmio e investimenti sia positivo (cioè che i privati risparmino di più di quanto investano). Peccato che proprio questo è ciò che in teoria vorrebbe ottenere il Fiscal compact. In economie chiuse (o in economie con la bilancia commerciale equilibrata) è impossibile che lo stato e i privati siano contemporaneamente risparmiatori netti. È impossibile che entrambi i settori facciano sul medio-lungo periodo dell’hedge financing. Se uno dei due settori fa a lungo dell’hedge financing, per quel periodo l’altro deve continuamente indebitarsi e scivolare nello speculative financing. Del resto è pure abbastanza intuitivo: affinché qualcuno possa risparmiare e mettere a frutto il suo risparmio, qualcun altro deve indebitarsi. Questa regola è certamente valida per l’economia mondiale nel suo insieme. Finché non commerceremo con degli extraterrestri la bilancia commerciale planetaria sarà sempre in parità, così come il debito aggregato del pianeta sarà sempre uguale a zero. Se uno continua ad accumulare risparmio, il suo partner dovrà continuamente indebitarsi, fino ad andare in rovina, passando cioè dall’ hedge financing, allo speculative financing o al Ponzi financing. Alla faccia dell’ideologia del Fiscal compact.]

Finora ci siamo limitati all’istantanea dei rapporti tra il settore privato e quello pubblico di un’economia nazionale di un dato anno, supponendo che il sistema finanziario non intervenga con immissioni o restrizioni di liquidità. Togliamo ora invece quest’ultima restrizione; in più passiamo alla dinamica, a vedere cioè che accade tendenzialmente al PIL della nostra economia chiusa, a seconda che il sistema finanziario intervenga o meno, creando equilibrio o squilibrio tra i settori (privato e pubblico). Mi riferisco qui alle pag. 45 e 46 del documento governativo. Kregel espone, usando una raffigurazione grafica elaborata da R. Parenteau, quel che accade con tutte le combinazioni possibili dei saldi settoriali.

Il Grafico 1 è costruito su due assi cartesiani. Sull’asse delle x si riportano tutti i valori (positivi e negativi) del saldo settoriale privato a seconda che valgano S > I, S = I (origine degli assi), oppure S < I. Sull’asse delle y si riportano tutti i valori (positivi e negativi) del saldo settoriale pubblico, a seconda che valgano G > T, G = T (origine degli assi), o G < T. La linea tratteggiata che disegna la diagonale nel grafico riporta tutte le coppie in cui i valori dei saldi (pubblico e privato) sono uguali, indipendentemente dal segno ( “+” oppure “–“ ). Ovviamente la linea ha un’inclinazione di 45°. Che accade al PIL? Resterà in equilibrio, cioè non riceverà nessun impulso né a crescere né a decrescere. Invece, in tutte le combinazioni in cui G > T e S < I (vedi area del quadrante III del grafico) si avrà crescita del PIL. In termini keynesiani: si farà del deficit spending sensato del settore pubblico. All’opposto, in tutte le combinazioni in cui S > I e T > G, cioè in cui entrambi i settori risparmiano, avremo una spinta alla decrescita. Lo stato restringe il reddito disponibile sia per i consumi che per i risparmi e al contempo toglie occasioni di allocazione del risparmio, induce anche il sistema a inibire gli investimenti. Logicamente il PIL diminuisce. Monti docet. L’area di proiezione di queste combinazioni è il quadrante I del grafico. Nei quadranti II e IV la situazione è variegata. Laddove il deficit del settore pubblico è maggiore del saldo di risparmio di quello privato (zona bassa del quadrante IV) ci sarà un impulso alla crescita. Se invece il saldo di risparmio del settore privato sarà maggiore del deficit del settore pubblico (zona alta del quadrante IV) il PIL tenderà a scendere. Le cose stanno in senso opposto nel quadrante II. Nella zona alta ci saranno impulsi alla decrescita, in quella bassa, alla crescita. Cito ora da Kregel : “Non è possibile per il governo gestire lo schema di hedge financing senza sacrificare la crescita, a meno che il settore privato non aumenti il suo indebitamento. (…) Se il governo dovesse gestire un surplus che fosse sufficiente ad eliminare nel tempo l’eccesso di debito, allora il risultato sarà semplicemente la sostituzione del debito pubblico con il debito privato, oppure la caduta del reddito nazionale, producendo condizioni di stagnazione permanente.

Jan Kregel si chiede poi: c’è una strada per uscire dal paradosso della linea di politica economica sposata dall’Eurozona? Sì, se si realizzano due condizioni: (a) l’ area economica è aperta verso l’esterno, (b) si scarica costantemente sull’esterno l’onere dell’indebitamento. A quel punto saranno possibili sia T > G che S > I in contemporanea. Ed è proprio quello che è successo. Germania docet. È possibile far praticare dell’ hedge financing sia al settore pubblico che a quello privato della propria nazione e in più avere una certa crescita se e solo si esternalizza l’indebitamento (verso i partner europei ed extraeuropei). Questa è la sola soluzione che si offre anche all’intera eurozona. L’Euro potrà sopravvivere, seguendo la sua attuale filosofia economica, se e solo se il resto del mondo si sobbarcherà l’onere di indebitarsi continuamente. L’eurozona potrà continuare in un doppio hedge financing (pubblico e privato) mentre ampie zone del resto del mondo dovranno avviarsi prima verso un più rischioso speculative financing ed infine giungere a praticare del Ponzi financing. Lascio a voi immaginare il finale di questa storia.

Da pag. 46 alla fine del documento governativo del 7 settembre 2018 Jan Kregel allarga la riflessione al caso di una economia aperta (la situazione che conosciamo come normale). Nella contabilità nazionale l’ equazione settoriale base va scritta in questo modo:

( Equazione 5) (T – G) + (S – I) = ( X – M ).

Un altro modo di formulare le relazioni tra i saldi settoriali per un’economia nazionale aperta – vedi Kregel a pag. 46 del documento governativo – è questo:

(Equazione 5.1) (T – G) + (S – I) – ( X – M ) = 0.

Si inserisce infatti il rapporto commerciale con l’estero, laddove X sta per il flusso aggregato dell’export e M per il flusso aggregato dell’import. La cosa è evidente, ma per nulla banale. Infatti tutto quanto un’economia nazionale ha esportato, cioè quanto ha venduto ai clienti esteri, ha aumentato il reddito nazionale, mentre quanto i residenti hanno comperato dall’estero, non essendo stato prodotto dalle imprese indigene, ha aumentato il reddito dei fornitori esteri e sminuito il reddito nazionale del Paese importatore, dato che, se quei beni o servizi fossero stati prodotti in loco, avrebbero aumentato il reddito nazionale per quell’importo. [In realtà X – M della nostra equazione non coincide del tutto con la bilancia commerciale del paese considerato, bensì con il saldo delle partire correnti (Co.Pa.Co.). Non ci addentriamo ora nelle differenze tra i due saldi, limitiamoci a dire che quasi coincidono perché il ‘pezzo forte’ del conto delle partire correnti è la bilancia commerciale.]

Che ci dicono in buona sostanza le equazioni 5 e 5.1? Ci dicono che la somma del saldo del settore pubblico (T–G) e del saldo del settore privato (S–I) è uguale al saldo del conto delle partire correnti (X–M) (Current Account in inglese, Leistungsbilanz in tedesco). Infatti se il CA è positivo, cioè se X > M, allora, summa summarum, è affluito reddito aggiuntivo, e quindi liquidità, nel paese considerato. Questo afflusso si va dunque ad aggiungere a S e a T. Pensiamoci un po’. Se X>M, allora le imprese nazionali hanno prodotto di più, c´è dunque un surplus di S per loro; ma per produrre di più hanno impiegato manodopera aggiuntiva, che a sua volta avrà risparmiato una parte del suo reddito, aumentando pure S. Infine, con quei redditi aggiuntivi (per via di X>M) lo stato avrà incassato più tasse, quindi T risulterà maggiorato. Anche I e G potrebbero esserne influenzati, ma in genere molto di meno. Dunque, se X>M, allora nella parte destra dell’equazione 5 non avremo uno zero, ma un numero positivo. E quel surplus ce lo ritroveremo anche nella parte sinistra, distribuito tra (S–I) e T– G). È quindi evidente che la differenza positiva (il surplus) di X–M offre all’insieme dei due settori interni (pubblico e privato) più agio finanziario. Perciò un paese che fa registrare per lunghi periodi un surplus con l’estero avrà l’occasione di migliorare costantemente la sua situazione finanziaria, avrà meno deficit statale, o addirittura un surplus tra T e G e le imprese e le famiglie avranno a disposizione più S. Anche gli stock di debito pubblico e privato diminuiranno. Questa è la situazione di lungo periodo di paesi come la Germania e l’Olanda. Da alcuni anni anche dell’Italia; da poco tempo, della Spagna e del Portogallo. Viceversa stanno le cose per un paese che ha costantemente un deficit commerciale, e dunque anche nel CA. La sua situazione finanziaria peggiorerà di anno in anno; questo paese diminuirà gli stock pregressi di risparmio (S) e si indebiterà con l’estero in maniera crescente, la sua bilancia dei pagamenti (da non confondere né con la Bilancia commerciale  né con il CA.) peggiorerà. Questa la situazione della Francia da molto tempo, ma, guardando al di fuori dell’Eurozona, anche della Gran Bretagna, e per dimensioni ancora maggiori, anche degli USA. Il loro apparato produttivo ne risulta sminuito così come la loro possibilità di fare hedge financing.

Da pag. 46 a pag. 52 Kregel si dedica allo studio degli scenari ipotetici e reali nella combinazione dei saldi finanziari dei tre settori (pubblico, privato e verso l’estero). [Vedi i Grafici da 2 a 7.] All’inizio di questa parte anticipa però, con queste parole, le conclusioni a cui giungerà: “È possibile per il settore pubblico e privato essere in surplus (S>I e T>G) se e solo se c’è una eccedenza delle partite correnti (X>M) sufficientemente grande che compensi. Questo significa che le condizioni del Fiscal Compact possono essere soddisfatte solo con un surplus esterno sufficientemente grande da bilanciare i risparmi del settore pubblico e privato. A livello UE questo significa che, poiché alcuni stati avranno bisogno solo di un equilibrio fiscale, mentre i paesi con debito eccessivo avranno bisogno di surplus, l’euro può sopravvivere solo se la UE nel suo insieme ha un surplus esterno. Ma questo significa che la fragilità finanziaria, la spesa in deficit e un indebitamento crescente sono riversati sul resto del mondo; nella situazione attuale verso gli Stati Uniti; ma la politica attuale degli USA sta prendendo iniziative per eliminare il suo ruolo di debitore di ultima istanza.”

A pag. 52/53 del documento Kregel riferisce che nel 1940 gli USA pensarono di iniziare un ciclo di espansione del surplus del Conto delle partite correnti (il cui pezzo forte, come sappiamo, è il surplus della bilancia commerciale) come supporto della domanda interna e del proprio hedge financing. Consultarono vari economisti. A quel punto E. Domar dimostrò però che un surplus di export continuo sarebbe stato possibile se e solo con un tasso di crescita del prestito all’estero maggiore o uguale al tasso di interesse sui prestiti. In altre parole: solo se ci fosse un crescendo costante di indebitamento dell’estero. Kregel aggiunge: “si nota che questa è la definizione di uno schema di Ponzi!” La grande astuzia di fare del beggar-thy-neighbour consisterebbe alla lunga nel ponzizzare altre nazioni. Questa è una variante delle conseguenze del Fiscal compact europeo. I ponzizzati sarebbero paesi non dell’Eurozona (europei o extraeuropei).

L’altra variante è questa: se l’estero extra-eurozona non si lascia ponzizzare, allora aumenteranno le tensioni interne all’Eurozona. Ad esempio, se un Paese segue le regole del Fiscal compact e riduce e tiene ai minimi termini il deficit del settore pubblico, deve aumentare l’indebitamento di quello privato oppure scaricare su altri ‘paesi fratelli’ dell’€Z quell’indebitamento. In teoria solo la Germania e l’Olanda potrebbero permettersi di indebitarsi e di mandare la bilancia commerciale in deficit per lungo tempo. Ma questo stride con la loro filosofia economia, con il Fiscal compact. Non solo, cozza con le dimensioni ed il tipo di apparato industriale e commerciale che hanno messo in piedi.

Da qualsiasi parte la si giri, il referto è questo: il Fiscal compact è una follia economica.

Kregel conclude la sua perizia mettendo a fuoco le posizioni dell’Italia e della Germania. Altro non faccio che citarlo, di nuovo, per esteso: “L’Italia non può aggiustare il suo cambio se vuole rimanere nella Eurozona. Potrebbe tentare di ridurre la crescita dei salari reali sotto il livello di crescita della produttività, ma questo dovrebbe essere ad un tasso maggiore di quello praticato in Germania e causerebbe una riduzione non solo nella domanda e nell’impiego ma anche del risparmio. Ciò ridurrebbe il risparmio anche in Germania, perché il suo tasso di crescita scenderebbe in seguito alla riduzione del surplus netto. La Germania può continuare nel suo comportamento cercando mercati per il suo export al di fuori della Eurozona, il che avvenne quando la Germania aumentò il suo export verso la Cina. Ma, data la nuova politica degli Stati Uniti, questo diventerà sempre più difficile. La linea di fondo è che i paesi altamente indebitati non saranno in grado di pagare i debiti arretrati attraverso l’austerità fiscale, e nemmeno espandendo il loro surplus esterno. – La soluzione consiste in una coordinazione delle politiche fiscali nella UE e nella economia globale, non nel Fiscal Compact. Paesi altamente indebitati possono definire il loro modo per uscire dall’indebitamento, non possono trovare nell’export la via di uscita dal debito attraverso deprezzamenti interni e aumentando l’export. Invece per far questo (uscire dalla trappola del debito, ndt) c’è bisogno di una riforma delle condizioni della politica fiscale nella UE per sostenere e condividere crescita e occupazione.”

Mia nota finale. È apprezzabilissimo che il nostro governo abbia incaricato un economista con i fiocchi di fare un’analisi scientifica del Fiscal compact e delle distorsioni dell’Euro. Si nota la mano di Savona. È auspicabile che il documento economico presentato dal governo a Bruxelles il 7 settembre scorso venga discusso nell’opinione pubblica italiana e che si faccia pressione sugli altri governi europei affinché lo prendano in considerazione, smorzando anche i toni con cui rampognano il nostro paese.

Heidelberg, 2 Novembre 2018

Beppe Vandai

RISORSE – Associazione per capire meglio l’economia – Treviglio 

VOLTA LA CARTA!! e. V. – Heidelberg 

AMIANTO & PIRELLI / DOPO 2 ANNI NON C’E’ TRACCIA DELLE MOTIVAZIONI

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Morti di amianto? Chissenefrega. E’ il desolante quadro che viene fornito dalla giustizia di casa nostra che nel 90 per cento dei casi assolve imputati d’ogni sorta, con la solita, sdrucita motivazione: “non è dimostrato il nesso causale tra l’aver lavorato a contatto con l’amianto per anni e la causa della patologia e del decesso”. Facile come bere un bicchier d’acqua e, soprattutto, lavarsene le mani.

Ma in occasione del processo che ha visto in primo grado vertici e dirigenti del gruppoPirelli (9 persone) assolti da ogni addebito (omicidio colposo e lesioni gravissime erano i capi di imputazione) con una sentenza pronuciata dal tribunale di Milano il 19 dicembre 2016, si raggiunge il massimo della “malagiustizia”.

Ebbene, a due anni esatti da quella strampalata sentenza, ancora non sono state depositate le motivazioni, circostanza assurda, visto che “per legge” è obbligatorio depositare le motivazioni dopo massimo 90 giorni dalla sentenza.

Il giudice che ha emesso quella sentenza – Anna Maria Gatto – ha pensato bene di fregarsene di quanto previsto dalla legge, e con una serie di arzigogoli ha rinviato di continuo una scadenza, appunto, di legge: non un optional. Nel frattempo, la toga è passata a presiedere il tribunale di Pavia e quindi ha ben altro a cui pensare.

Il tribunale di Milano

I familiari, le associazioni da anni in campo contro l’amianto, tra cui anche Medicina Democratica hanno perso la pazienza e sono sul piede di guerra. “Con il tempo la prescrizione corre, con grave danno per le parti civili costituite le processo. Chiediamo all’autorità giudiziaria di assumere i provvedimenti riguardo al caso in esame, riservandoci di intraprendere iniziative di lotta contro il persistere di questa malagiustizia che rappresenta un affronto a chi aspetta giustizia”.

E denunciano ancora: “In assenza delle motivazioni, poi, le vittime e le loro associazioni non possono neanche presentare appello. Non si ferma, invece, la conta dei morti fra chi ha lavorato alla Pirelli, in attesa di una giustizia che non arriva mai altri ex lavoratori continuano ad ammalarsi e a morire. Anni di lotte in fabbrica e sul territorio, anni di ricerche sul cancerogeno amianto hanno contribuito a sensibilizzare l’opione pubblica e la magistratura sui rischi concreti del killer amianto, ma tutto questo a una parte del tribunale di Milano sembra non interessare”.

Commenta un ex operaio Pirelli: “Finora, nonostante gli appassionati sforzi del pm Maurizio Ascione, che si è occupato di molte indagini sulle morti per amianto nelle fabbriche, oltre che in metropolitana e allaScala, tutti i processi si sono chiuasi con delle assoluzioni per la difficoltà a trovare il nesso causale tra le responsabilità dei manager e i danni provocati ai lavoratori dall’amianto”.

Intanto Marco Tronchetti Provera nuota, come Paperòn de’ Paperoni, nelle sue piscine colme di euro & dollari. E si gode un’assoluzione dietro l’altra. Non solo per l’amianto killer, infatti, ma anche per la storiaccia degli 007 Telecom che dossieravano e spiavano centiania e centinaia di suoi presunti “nemici”: ma – secondo il tribunale di Milano – “a sua insaputa”…

Intesa Sanpaolo e Acri, tutti i messaggini di Profumo in Compagnia

startmag.it 11.12.18

Ecco che cosa ha detto, che cosa ha fatto capire e che cosa non ha detto il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, sul vertice di Intesa Sanpaolo e sull’Acri

Che cosa pensa Profumo di Gros-Pietro? Può e deve restare presidente di Intesa Sanpaolo oppure Profumo punta a succedere a Gros-Pietro?

Sono le domande che si pongono oggi nella finanza del Nord dopo l’intervista di Francesco Profumo al quotidiano il Sole 24 Ore.

Le domande vertono su un interrogativo di fondo: le parole del presidente della Compagnia di San Paolo, primo azionista di Intesa con il 6,79%, denotano un ok alla riconferma di Gian Maria Gros-Pietro alla presidenza del gruppo bancario presieduto da Carlo Messina oppure no?

Le risposte sono diverse, anche in ambienti dell’Acri. C’è chi ha letto le parole di Profumo come un auspicio alla riconferma di Gros-Pietro e chi ha scorto un tono diplomatico e poco appassionato per questo scenario. Anche perché non si tacitano le voci secondo cui lo stesso Profumo potrebbe aspirare, se Giuseppe Guzzetti e Giovanni Bazoli volessero, a prendere il posto di Gros-Pietro. Ma i candidati, veri o potenziali, potrebbero essere anche altri.

Di sicuro il presidente della fondazione torinese è pronto a candidarsi al vertice dell’Acri, dove Guzzetti è in scadenza e non potrà essere prorogato. E lo dice in maniera esplicita al Sole 24 Ore.

Ma vediamo di preciso che cosa ha detto, e che cosa non ha detto, Profumo.

CHE COSA HA DETTO PROFUMO DELLA COMPAGNIA SAN PAOLO SU INTESA

In verità l’intervista parla soprattutto d’altro: “Dobbiamo riflettere sul fatto che nel cda in scadenza solo il 68% dei consiglieri di Intesa Sanpaolo aveva tra le sue competenze l’esperienza internazionale. Secondo i dati Consob, solo il 7% dei partecipanti ai consigli delle società quotate a Milano non e’ italiano. E’ un dato insufficiente. Che dovrà portare a valutare le Fondazioni e i fondi se nominare uno o più consiglieri stranieri nel cda di Intesa Sanpaolo”, ha detto il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo.

IL BOARD IDEALE PER IL FUTURO DI INTESA SANPAOLO

“Alla banca – avverte Profumo – serve un board adeguato alle nuove sfide del piano su estero e fintech”. Si tratta, ha spiegato Profumo, di un’altra tappa verso l’evoluzione di una vera e propria public company: “Intesa Sanpaolo è nei fatti una public company fin dalla sua nascita, avvenuta con la fusione del 2007. Se quasi dodici anni fa questo assetto societario era una rarità, oggi questo è predominante nelle banche italiane. Con una differenza: gli altri istituti ci sono arrivati non per scelta ma a causa di una violenta diluizione detenute in passato dalle Fondazioni, a seguito di ripetuti aumenti di capitale”.

IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

“Le Fondazioni azioniste di Intesa Sanpaolo – ha continuato – in questi anni hanno potuto continuare a erogare risorse al territorio, differenziando sempre più gli investimenti per rafforzare il proprio capitale, cresciuto in parallelo ai dividendi distribuiti dalla banca. E questo e’ avvenuto garantendo un controllo stabile sull’operatività del management, contrastando al contempo il vero tallone d’Achille delle public company ovvero l’eccesso di potere concesso, in alcuni casi, ai manager”.

LA CONFERMA DI MESSINA ALLA GUIDA DI INTESA

Per quanto riguarda le nomine nella banca, Profumo esprime apprezzamento “sia come azionisti, sia come italiani” per il ceo Carlo Messina di cui appare scontata la conferma mentre sul presidente Gian Maria Gros Pietro dice: “Il consiglio ha funzionato bene”.

DOSSIER PRESIDENZA INTESA SANPAOLO

Ha chiesto Il Sole: “Veniamo alle nomine del nuovo cda visto che, in quanto primo azionista, sarete proprio voi di Compagnia San Paolo a presentare la lista di maggioranza. Scontata la riconferma del ceo Carlo Messina, non è ancora chiaro se sarà confermato anche il presidente Gian Maria Gros Pietro. Cosa ci può dire?”. Risposta di Profumo: “Abbiamo un giudizio estremamente positivo sull’operato del management guidato da Messina, sia come azionisti che come soggetti interessati al sistema-Paese. Quanto ai nomi dei nuovi consiglieri, capisco la curiosità ma i ragionamenti sui nomi non sono ancora partiti. Lo faremo appena avremo il documento che la banca sta mettendo a punto con il processo di valutazione dei consiglieri uscenti, da incrociare con i requisiti chiesti dalla Vigilanza Bce e con le norme per il rispetto delle quote di genere e l’interlocking”. Sì, ma Gros Pietro? “l consiglio ha funzionato bene”, è la sibillina risposta di Profumo.

CAPITOLO ACRI

A giugno va rinnovata la presidenza dell’Acri. In molti hanno fatto il suo nome per il dopo Guzzetti. Lei è disponibile?, chiede il quotidiano. Risposta di Profumo: “Sono onorato che alcuni colleghi presidenti di Fondazione abbiano fatto il mio nome. Ma è presto per parlarne, la democrazia deve avere le sue dinamiche naturali”. La democrazia o Guzzetti?

Banco Bpm, ecco perché Castagna preferisce Fonspa-Elliott a DoBank-Fortress sugli Npl

  startmag.it 11.12.18

Tutti i dettagli sull’operazione con cui Banco Bpm ha ceduto uno stock di crediti deteriorati a Credito Fondiario (Fonspa) ed Elliott. Numeri, commenti e analisi

Banco Bpm sceglie Credito Fondiario e il suo azionista Elliott per l’ultima cessione massiva di crediti deteriorati. Sul piatto c’è un portafoglio da 7,8 miliardi di euro (che può scendere a 7 miliardi) e la piattaforma di gestione.  Ecco tutti i dettagli dell’operazione tra numeri, commenti, analisi e scenari.

COME E PERCHE’ BANCO BPM HA PREFERITO ELLIOTT E CREDITO FONDIARIO

Ieri il consiglio di amministrazione dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna ha accettato l’offerta della cordata composta dall’istituto romano e dal fondo americano che ha così surclassato gli altri due concorrenti, cioè la cordata DoBank -Fortress-Illimity e quella Christofferson Robb & Company-Davidson Kempner-Prelios.

CHE COSA FARANNO CREDITO FONDIARIO ED ELLIOTT

Credito Fondiario, per finanziare l’ operazione di partnership con Banco Bpm sugli Npl e procedere con l’esecuzione delle attività previste dal piano industriale “completerà un ulteriore, significativo rafforzamento patrimoniale, garantito dal socio Elliott, con il supporto degli altri azionisti della banca e del top management”, si legge in una nota dopo l’accordo secondo cui Credito Fondiario acquisterà una quota del 70% della piattaforma di servicing Npl e Banco BPM manterrà una partecipazione pari al 30%.

ECCO COME SI MUOVERA’ LA SOCIETA’ DI BANCO BPM E FONSPA

Questa società gestirà come servicer il portafoglio acquisito da Elliott, lo stock residuo degli NPL di Banco BPM e, nei prossimi 10 anni, l’80% dei nuovi flussi di crediti deteriorati, rafforzando così significativamente la posizione di Credito Fondiario quale leader in Italia nel settore del credit management.

IL COMMENTO DEL CREDITO FONDIARIO

“Con questa operazione, Credito Fondiario rafforza a tutti gli effetti la sua posizione di leadership nel settore. Questa partnership si inquadra nella strategia di Credito Fondiario di posizionarsi al fianco di primarie banche italiane quale debt purchaser e debt servicer di riferimento”, ha commentato Iacopo De Francisco, Direttore Generale di Credito Fondiario. “Siamo onorati di poter lavorare a fianco di Banco BPM e ci impegneremo a migliorare ulteriormente i nostri standard di servizio e le nostre performance. Il servicing è la nostra linea di business primaria: impegno e investimenti saranno profusi in formazione e rinnovamento di strumenti e sistemi a disposizione della piattaforma di gestione NPL di Banco BPM, affinché insieme ai nuovi colleghi si possa contribuire a consolidare un’eccellenza del mercato”.

ECCO TUTTI I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE

Il corrispettivo finale del portafoglio” da 7,8 miliardi di euro di sofferenze che Banco Bpm smaltirà in partnership con Credito Fondiario (Cf) ed Elliot “sarò determinato sulla base della dimensione definitiva del portafoglio, dell’accesso allo schema Gacs e del riscontro che sarà fornito dalle agenzie di rating in relazione all’ammontare massimo di titoli senior con un rating Investment Grade”, comunica in una nota per la stampa Banco Bpm.

I PERCHE’ SECONDO BANCO BPM

“L’offerta vincolante – viene spiegato dalla banca guidata da Castagna – prevede un corrispettivo minimo a copertura dei diversi scenari. Banco Bpm, Elliott e Cf coopereranno e porranno in essere quanto necessario con l’obiettivo comune di incrementare il livello di titoli senior e, quindi, il corrispettivo di cessione”. L’accordo prevede “la creazione di una piattaforma per il recupero di Npl in partnership con Cf, un servicer specializzato con licenza bancaria, avente le seguenti caratteristiche: 70% della nuova piattaforma detenuto da Cf e 30% da Banco Bpm; gestione del portafoglio ceduto nel contesto dell’operazione di cartolarizzazione e un contratto di durata decennale per il servicing dell’80% dei nuovi flussi di sofferenze generate dalla Banca”. Banco Bom, “avvierà il confronto” con i sindacati per “assicurare il pieno rispetto delle disposizioni di legge e contrattuali”.

L’ANALISI DI MILANO FINANZA

Molti fattori avrebbero giocato a favore di Fonspa, a partire dalla forchetta di prezzo che prevederebbe un floor al 21% del nominale (livello su cui ci sarebbe di fatto un backstop) e un prezzo massimo prossimo al 25%. Il valore finale dipenderà della dimensione definitiva del portafoglio, dall’applicazione della garanzia pubblica alla cartolarizzazione (prima operazione di questo genere seguita da Fonspa) e dal riscontro delle agenzie di rating, ha scritto Luca Gualtieri di Mf/Milano Finanza: “Non c’è dubbio comunque che il prezzo sia generoso. Il premio offerto rispetto ai concorrenti sarebbe del resto legato alla volontà di Fonspa di crescere nel credito deteriorato”.

Il vero motivo (spiegato) del perchè i poteri forti vogliono prima di tutto l’Italia – e poi l’EU – invasa dai migranti (Follow the Money!)

Mittdolcino.com 11.12.18

Ho recentemente contribuito ad un libro, che verrà pubblicato entro fine anno – questa volta con il nome nei miei interventi, diversamente da come successo nel recente passato con altre pubblicazioni, … -. Tale libro, un insieme di contributi incentrati sul sovranismo, tratta i motivi più che la radice del fenomeno, argomenti per altro presentati pubblicamente in una manifestazione nei pressi Roma tenutasi un paio di mesi fa. Sono 20 paginette buttate giù di getto, in quanto il meccanismo è chiaro, quanto meno a chi scrive.

Ossia, chiaramente – quanto meno secondo lo scrivente  il sovranismo non ha radice, essendo mera protesta. Si, una protesta per il crollo del benessere della classe media e soprattutto da parte di tutti coloro che non sono estremamente ricchi.

Sono finiti i tempi in cui destra e sinistra alimentavano vicendevolmente l’invidia per il piccolo benessere del vicino di casa: oggi il vicino di casa può arrivare più o meno facilmente a fine mese, può avere l’Audi o la Golf o la Tipo ma sempre fa fatica a far quadrare i bilanci famigliari, tranne rare eccezioni. Ed anche quando ci riesce vive in un ambiente di derelitti, stanchi, offesi, gente che sa di non avere futuro. Chi invece “sta bene” lo sta davvero: ossia stiamo passando da un benessere diffuso ad un benessere concentrato, novella forma di feudalesimo;un contesto duro, che appare ingiusto soprattutto perchè cancella le opportunità per i figli di “chi non ha“. Appunto, i “delta”, i figli di quelli che una volta erano la classe media, spesso sono costretti ad emigrare per sperare di fare qualcosa di buono nella vita, per avere l’ “opportunità”.

L’ascensore sociale si è fermato, chi è ricco resta ricco, chi è povero resta povero, con buona pace della sinistra che invece di occuparsi di centri commerciali in Toscana o di far assumere il proprio figlio nelle cooperative rosse emiliane avrebbe prima di tutto dovuto preservare tale bene iniziatico dell’Italia benestante, l’opportunità per tutti. Unite a tali elementi una tassazione fuori di testa, concentrata soprattutto sulle PMI che non possono delocalizzare ed avrete un mix esplosivo in cui, solo questione di tempo, verranno incendiate le città. Per ora ci è arrivata la Francia che socialmente è molto avanzata rispetto a tutti gli altri paesi EU ma, come nel ’68 che esplose a Parigi e dintorni, anche questa volta l’incendio dilagherà, lasciate che le economie vadano in recessione e mi direte (tempo un paio di anni al massimo, basta che il dollaro crolli sotto le spinte di una FED finalmente in mano a Trump a l’EUropa intera avrà seri problemi).

Torniamo ai migranti. Individuato il contesto (molti poveri, sparizione della classe media, eccesso di tasse ecc.), aggiungiamoci oneri impropri derivanti da fobie più che costi/rischi imposti dal sistema, ad esempio il cambio climatico: nel caso, giusto o sbagliato che sia crederci – non prendo posizione in riguardo in questo intervento-, il riscaldamento globale sta imponendo enormi costi alle popolazioni, che si sommano ai fattori deprimenti più che depressivi indicati sopra. Parlo dell’obbligo di cambiare l’auto se la si deve usare nei centri con più di 30’000 abitanti causa smog (auto Euro3 ed Euro4, diesel). O l’aumento del diesel, o a nuove tasse per l’acquisto di auto a ciclo termico. O ai contributi che tutti devono corrispondere (in bolletta) alle energie rinnovabili, incassate da pochi ma pagate da tutti. Appunto, tanto per centrare il mantra, andate a vedere dove vanno a finire tutti quegli oneri imposti per legge, a carico dei cittadini EU…. Spesso come effetto di leggi comunitarie. L’ho già scritto e riscritto: come nel caso delle auto elettriche, lo scopo è creare asimmetria; nel senso che qualcuno produrrà il bene imposto per legge ed altri lo compreranno, uno guadagna a l’altro spende. Nell’auto elettrica, il simbolo dell’EU asimmetrica, dirigista ed ingiusta (ne parleremo fra 5 anni, se come ritengo andremo incontro ad un grave abbassamento di temperatura sulla terra causato dalle macchie solari in sparizione, …), il meccanismo è oltremodo chiaro: la Germania produrrà le auto e la Francia darà l’energia notturna nucleare. Facile no?

Ecco, ad esempio gli italiani – che sono ricchi di risparmi – dovranno pagare,  altri invece incasseranno…

Andiamo oltre. Come ben capite se tirate una riga a 10 anni capite che la situazione – almeno socialmente – diventerà insostenibile. Ossia, tutta questa asimmetria tra chi – a vari livelli – diventerà sempre più ricco e chi si impoverirà sarà talmente stridente da causare rivolte. Oggi abbiamo gli antipasti, Salvini, i gilets jaunes e che dir si voglia. Ma cosa succederà quando le cose andranno male davvero? Ad esempio con una recessione di mezzo? Appunto, i paesi che dovranno pagare per continuare a consumare – come l’Italia – esploderanno. O semplicemente si rifiuteranno di pagare il novello pizzo comunitario. E dunque da lì sarà terra di nessuno.

In tali situazioni chi ha più da perdere sono quelli che hanno tanto. E che soprattutto possiedono cose, immobili, aziende, case, potere; insomma non l’oro che si metteva in un sacco e si portava via (come facevano gli arabi, ecco perchè adorano la barbara reliquia). Da qui la necessità di un correttivo, per evitare l’inevitabile redistribuzione della ricchezza a scapito dei nuovi feudatari che, in assenza di detti correttivi, saranno costretti a condividere le loro ricchezze.

Spero abbiate capito che l’Italia – come sempre – sarà il laboratorio, per varie ragioni: perchè c’è molto risparmio privato da aggredire, perchè è posizionata in modo invidiabile, perchè ha aziende, perchè da sempre tutti la vogliono “conquistare”; ed anche perchè è troppo prossima al dominus che si vorrebbe scalzare, gli USA (ma questa è un’altra parte della storia). Lo vediamo chiaramente oggi: tasse imposte soprattutto sui piccoli vs. leggi come quella sui Paperoni – fatte non a caso dalla sinistra cooptata al progetto, Gentiloni è un conte, non dimenticatevelo, … – che blindano la ricchezza di pochi nuovi feudatari (mettendola al riparo da future imposte patrimoniali) facendo rientrare in Italia i rampolli dell’Agnelli di turno pagando 100’000 euro annui a fronte di profitti ottenuti all’estero di decine di milioni annui (Serra e Carlo Debenedetti hanno già confermato il rientro). E poi il permesso di delocalizzare di fatto concesso alle grandi imprese. Uniamoci il controllo delle masse, l’impossibilità di fare un centesimo di evasione con la fattura elettronica, il limite ai  contanti et voilà, abbiamo creato una gabbia di regole in cui gli italiani dovranno solo pagare. Aggiungiamoci il controllo di internet, dei media, il bavaglio alle informazioni alternative e amenità simili ed abbiamo creato un contesto da “laboratorio di controllo delle masse”, casomai qualcuno volesse ribellarsi.

Certo, tutte queste misure di “controllo” funzionano solo in caso di protesta violenta, stile gilet janunes: in Italia difficilmente ci sarebbero sollevazioni simili, verrebbe tolto l’ossigeno prima. Vi faccio un esempio indicativo: le concessionarie autostradali francesi – Vinci ed Abertis – hanno avuto enorme danno dalle proteste perchè si sono sentite in dovere di non far pagare chi viaggiava per andare a protestare, ossia mezza Francia. Fosse successo in Italia penso che avrebbero chiuso le autostrade per evitare che si partecipasse alla protesta, tanto prima dell’arrivo di un giudice a confermare l’abuso tutti se ne sarebbero già dimenticati…. quando si parla di coscienza civile….

Ma non siamo ancora arrivati ai migranti. Ci siamo, ora arrivano. Abbiamo descritto la costruzione della gabbia per evitare le proteste di piazza della gente stufa di dover fare il criceto (ossia che deve solo fare girare la ruota dei consumi), ma non abbiamo citato il rischio più grande, quello che dalle urne esca fuori una maggioranza che voglia combattere tali enormi e progressive disuguaglianze. Appunto, qui entrano in ballo i migranti.

Ossia chi tira le file, le grandi famiglie elitarie europee, quelle che controllano l’EU, dopo essersi arricchite a dismisura hanno capito che un eccesso di democrazia è pericoloso. E visto che la democrazia è – per ora – un Sacro Graal, bisogna girarci attorno: dunque ecco i migranti, da far arrivare per diluire prima la protesta (“la colpa è dei migranti!”) e poi per farli votare, con l’impegno che votino per chi li ha fatti arrivare. Che poi sono gli stessi che hanno in mano il potere EU. Ossia votare per coloro che sono sovvenzionati dalle grandi famiglie non per fare gli interessi del 99% della popolazione, ma per fare interessi particolari. Spero abbiate capito: i migranti servono per poi farli votare dove più interessa, nel caso a sinistra, di fatto per sgonfiare in anticipo il voto di protesta. E più tali migranti sono stupidi ed ignoranti, più sarà facile manipolarli, ad esempio farli votare per gli stessi che in realtà hanno come unico scopo quello di preservare le proprie enormi ricchezze a scapito del resto della popolazione. Facile no?

In tale contesto gli italiani con cervello, con capacità di connettere, magari quelli non ricattabili da professionalità acquisita o da un minimo di ricchezza diventano fastidiosi, anzi un vero e proprio problema. Ecco dunque contestualizzate le parole del ministro della sinistra Poletti, ex AD delle Coop rosse (andate a vedere per chi lavorava suo figlio) quando snobbava gli italiani che emigravano: peccato non ve l’abbia detta tutta, “un problema in meno”!

Meglio cento immigrati stupidi che un italiano sveglio e rompipalle! Ai migranti che non conoscono il modo di vivere civile, si dà uno stipendio da 400 euro al mese (ma “tutto in regola”), tanto in Africa ne prendevano si e no 50 di euro, e dunque sono contenti . Et voilà, il controllo del voto è assicurato.

In tale contesto i migranti da fare arrivare negli altri paesi EU – meno che in Italia, naturalmente, … – restano solo un correttivo ad un problema, lo scopo è diverso: ad esempio per usarli come manodopera a basso costo, visto che si dovranno produrre – ed es. in Germania – i prodotti che gli altri paesi EU dovranno necessariamente consumare (…). Ovvero farli arrivare avrà, in tali contesti ad es. nordeuropei, un altro fine principe, ben sapendo che la protesta in un paese che sta bene di norma non rappresenta un problema.

Ora avete capito perchè l’EU “punta” l’Italia, vuole è vorrà migranti soprattutto in Italia; e dunque odia Salvini che li ha bloccati ecc. ecc: proprio perchè l’Italia è davvero pericolosa e va fermata, oltre che conquistata a termine. In quanto potrebbe mettere a nudo cosa sta dietro a tutto questo enorme caos, ossia un interesse elitario. Visto che Roma sovrana potrebbe far crollare lo strumento principe dell’elitocrazia globale, l’EU, va assolutamente intrapresa qualsiasi azione per dinamitare i tentativi di rinsavimento, visto che non sono negli interessi di chi tira le fila. E dunque – forse casualmente, forse no –  di punto in bianco ecco che vediamo in Italia ponti che incredibilmente crollano, svariate cisterne di gas che esplodono, roghi diffusi attorno alle grandi città. Fatti che creano indubitabilmente panico, paura. Manca solo l’incidente di treno – immancabile in Italia – o l’aereo che cade su una città ed abbiamo visto tutto (lo scorso fine settimana abbiamo addirittura visto l’uomo mascherato che, sembra in tre punti diversi contemporaneamente, causa una strage spruzzando spray al peperoncino in una discoteca strapiena, fattaccio guarda caso avvenuto proprio il giorno della protesta di massa dei gilet gialli con 2000 arresti ed anche nello stesso giorno in cui Salvini raccoglieva decine di migliaia di persone in Piazza del Popolo a Roma, due notizie passate in secondo piano). Fossi in Salvini e Di Maio farei attenzione agli “sputtanamenti”, i dossier sono sempre pronti, alla bisogna (…).

Siate lungimiranti, siate attenti, siate consci. Solo se userete il cervello e diffonderete la conoscenza avrete una possibilità.

Mitt Dolcino

JPMorgan collabora con la Banca centrale francese per il succo d’oro

zerohedge.com 11.12.18

Inserito da Ronan Manly, tramite BullionStar.com,

Il mercato dei prestiti in oro della banca centrale, con sede a Londra, è probabilmente il mercato finanziario più riservato al mondo, con pochissime informazioni sulle sue transazioni e sulla struttura del mercato.

L’opacità del mercato dei prestiti in oro è ulteriormente supportata dalle autorità di regolamentazione che proteggono la segretezza delle banche centrali e dalle principali agenzie di informazione finanziaria le cui politiche editoriali sembrano vietare qualsiasi indagine di mercato, approfondita o meno.

È nel mercato del prestito dell’oro che le banche centrali del mondo prestano i loro averi in oro a banche di lingotti commerciali, dove l’oro fisico viene venduto e spedito, e dove le banche centrali sostengono di detenere “depositi d’oro” che guadagnano interessi. con le banche di lingotti. Questi depositi d’oro (che sono solo una rivendicazione su una banca di lingotti) per lo più passano a breve termine, passano indefinitamente tra i club del cartello LBMA di banche di lingotti, in una rete totalmente dietro le quinte opaca.

I lingotti d’oro fisico prestati sono ormai lontani in Svizzera e in Estremo Oriente, e le banche centrali affermano ingannevolmente che detengono ancora l’oro nei loro bilanci (a causa di un  trucco contabile del FMI ) quando in realtà tutto ciò che hanno è una responsabilità alle banche di lingotti. Nel bel mezzo di questo mercato si trova la Banca d’Inghilterra, che offre custodia d’oro e deposito ad altre banche centrali (nei caveau sotto la sede della Bank of England a Londra) e offre conti in oro alle banche di lingotti interessati.

Cerca la documentazione sul mercato dei prestiti in oro sul sito web della London Bullion Market Association (LBMA)   e non la troverai. Cerca documentazione e rapporti sui siti web delle banche di lingotti, idem. Parla con gli ex-commercianti che hanno lavorato nella zona del prestito d’oro e dicono che non possono parlarne. Chiedete alla  Bank of England  e alla  Bank of International Settlements (BRI)  di spiegare come funziona il mercato del prestito all’oro e, tipicamente, si tacciono o rispondono a una domanda diversa.

All’interno della miriade di siti Web e rapporti della banca centrale in tutto il mondo, ci sono alcuni scorci sul mercato dei prestiti in oro, come un’infarinatura di rapporti da parte di alcune banche centrali sudamericane, ma queste sono le eccezioni piuttosto che la regola, la regola è totale segretezza per rivelare qualcosa sulla misura in cui l’oro è prestato e viene prestato, vale a dire la dimensione reale delle posizioni in oro prestate dalla banca centrale in circolazione.

È in questo mondo oscuro di opacità e “nessun commento” che la Banque di Francia afferma di essere entrato di recente con l’aiuto di uno dei giganti del lingotto bancario, JP Morgan. Quanto è recente la domanda, perché la Banque de France era già nota per essere attiva nel mercato dei prestiti in oro almeno dal 2013.

Servizi Gold: attivi nel mercato dell’oro

Le prime rivelazioni di una Banque de France – JP Morgan tie-up è arrivata in un articolo della rivista LBMA nel mese di ottobre (numero 91 The Alchemist), quando il secondo vice governatore della Banque de France, Sylvie Goulard,  menzionò  in un articolo che la centrale francese la banca sta ora facilitando l’accesso per le altre banche centrali al mercato del prestito dell’oro in un servizio offerto insieme alla banca di lingotti commerciali con sede negli Stati Uniti.

Nel suo articolo,  Goulard ha  spiegato che nel 2012 la Banque de France “ha iniziato ad estendere la sua gamma di servizi di oro ” ai gestori di fondi di riserva della banca centrale, oltre ad offrire altre banche centrali ai servizi di custodia dell’oro (deposito di deposito), ha iniziato a offrire servizi di compravendita di oro (acquisto e vendita), oro per swap fiat (per finanziamenti e garanzie) e transazioni di prestito in oro per i suoi clienti della banca centrale:

” La [la Banque] può anche offrire  scambi d’oro  allo scopo di usare l’  oro come garanzia  per i depositi … o allo scopo di  raccogliere denaro contante in valuta  contro l’oro.

Infine, le banche centrali straniere possono impegnarsi in  operazioni di leasing d’oro  con la Banque de France  come capitale , al fine di aumentare il rendimento delle loro riserve auree senza aumentare il  rischio di controparte . La domanda di  depositi in oro  per scadenze da una settimana a un anno è aumentata quando i tassi di interesse sono scesi sotto lo zero per un certo numero di valute di riserva, spingendo così le banche centrali a cercare fonti alternative di rendimento.

Anche se questi servizi di investimento d’oro hanno fino ad ora solo stati  offerti da Londra , è diventato di recente possibile per la Banque de France per offrire loro anche da Parigi, grazie ad una partnership con una  grande banca commerciale  , che è  attiva nel mercato dell’oro. 

Mentre l’articolo di Goulard è stato pubblicato a ottobre, non è stato fino al 12 novembre che l’identità della “grande banca commerciale” divenne nota, quando la Reuters pubblicò un  articolo che  nominava la banca come JP Morgan. Secondo Reuters:

” JPMorgan ha  dichiarato di aver” aperto un conto presso la Bank of France “e ha  rifiutato di commentare  ulteriormente. La  Banca di Francia ha rifiutato di commentare. 

La formulazione dei riferimenti di Goulard ai servizi d’oro della Banque è piuttosto ambigua per quanto riguarda a) quando esattamente JP Morgan è stata coinvolta come partner con la banca centrale francese eb) l’esatta gamma di servizi d’oro che JP Morgan sta fornendo a Banque la Francia e i suoi clienti della banca centrale.

Goulard afferma che la Banque de France ha iniziato a estendere la sua gamma di servizi di oro nel 2012, ma che la partnership con JP Morgan è stata  recente (cioè le offerte di servizi della partnership sono diventate di recente possibili). Ma quanto recenti? È stato solo a causa dell’articolo della rivista LBMA Alchemist di questo ottobre (2018) che Reuters ha fatto seguito e ha scoperto l’identità di JP Morgan. Ma non vi è alcuna indicazione su quando JP Morgan ha aperto un conto (oro) presso la Banque de France. Potrebbe essere stato qualche tempo fa.

Mentre la partnership tra Banque de France (BdF) e JP Morgan copre il leasing in oro / depositi in oro, non è chiaro se copre anche gli swap in oro (garanzie e finanziamenti). Le parole di Goulard sono ambigue. Lei menziona un elenco di custodia d’oro (deposito di deposito), transazioni d’oro (esecuzione commerciale), oro per swap fiat e infine operazioni di prestito d’oro, quindi usa la frase ” questi servizi di investimento d’oro”  possono ora essere offerti da Parigi ” grazie al partnership “. La Reuters ritiene che l’accordo copra anche gli swap, dicendo che Goulard aveva scritto che la Banque de France ” aveva collaborato con” una grande banca commerciale “per offrire swap, locazioni e depositi in oro da Parigi. 

BdF – Già coinvolto nel mercato dei prestiti in oro nel 2013

Nonostante le recenti notizie di Reuters su JP Morgan che apre un conto con la banca centrale francese per facilitare il prestito di oro, cosa meno nota è che la Banque of France (BdF) è stata coinvolta nell’agevolazione di depositi e gold swap per le banche centrali almeno il 2013.

In una presentazione alla conferenza LBMA di Roma del settembre 2013 intitolata ” Gestione oro e riserva, L’esperienza della Banque de France “, Alexandre Gautier, direttore del dipartimento Operazioni di mercato presso la banca centrale francese ha confermato che il BdF era “ancora attivo nell’oro” mercato delle banche centrali e delle istituzioni ufficiali, fornitura di custodia (deposito d’oro), acquisto / vendita (esecuzione di scambi di oro), depositi in oro e scambi di oro. Infatti, in una  trascrizione del discorso  di quella stessa presentazione, Gautier ha dichiarato che il desk BdF FX e Gold a Parigi era ” nel mercato [dell’oro] quasi quotidianamente”.

Pertanto, già nel 2013, la Banque de France avrebbe fornito servizi di deposito di oro alle banche di lingotti per l’oro che queste banche di lingotti prendevano in prestito dalle banche centrali e allo stesso tempo fornivano servizi di deposito di oro e oro al proprio cliente banche centrali. Questi swap e depositi in oro richiederebbero che le banche di lingotti che hanno preso in prestito l’oro mantengano conti in oro presso la Banque de France nello stesso modo in cui le operazioni di deposito in oro sono facilitate presso la Bank of England a Londra, dove le banche di lingotti mantengono conti in oro.

Scivola da una presentazione LBMA di Alexandre Gautuer della Banque de France. Settembre 2013. Fonte  qui

In un certo senso, la notizia di una partnership tra JP Morgan e la Banque de France è sorprendente. Perché collaborare con una banca di lingotti americani e non con una banca di lingotti francesi come BNP Paribas, Socgen o Natixis, che sono tutti membri di LBMA e tutti attivi nel London Gold Market? Tuttavia, solo perché una banca di lingotti ha confermato il suo coinvolgimento con la banca centrale francese nel mercato dell’oro, ciò non significa che anche altre banche di lingotti non siano coinvolte. In effetti, ci sono prove che suggeriscono che la Banque de France si sta impegnando in prestiti d’oro / scambi con un certo numero di banche di lingotti.

In un articolo del maggio 2012 nella pubblicazione di settore Central Banking (solo in abbonamento), George Milling-Stanley, ex membro del World Gold Council, ha dichiarato che la Banque de France era coinvolta negli swap d’oro con una serie di banche commerciali (lingotti) :

“Recentemente sono diventati più attivi in ​​questo spazio [mobilitando oro sul mercato], agendo principalmente come interfaccia tra la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea [BIS] e le banche commerciali che richiedono liquidità in dollari. Queste banche commerciali si trovano principalmente in Europa, in particolare in Francia “

Anche queste operazioni di swap in oro menzionate da Milling-Stanley hanno un parallelo con la serie di gold swap a cui fa riferimento il  Financial Times nel luglio 2010  quando affermava che:

” Tre grandi banche –  HSBC ,  Société Générale  e  BNP Paribas – erano tra le  oltre 10 con sede in Europa  che hanno scambiato l’oro con la Bank for International Settlements in una serie di accordi insoliti”.

Quindi, qui vediamo che le grandi banche di lingotti francesi Société Générale e BNP Paribas, entrambi membri market-making del LBMA, sono stati coinvolti in swap d’oro con la BRI già nel 2010, e che Banque de France era allo stesso livello tempo “che agisce principalmente come interfaccia tra la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea e le banche commerciali che richiedono liquidità in dollari.”  E anche che queste banche commerciali erano  “localizzate principalmente in Europa, specialmente in Francia”.

Articolo del Financial Times sugli scambi d’oro di lingotti d’oro con la Bank for International Settlements. Fonte  qui .

Ci sono ulteriori prove che la Banque de France non è un novizio quando si tratta di swap d’oro e depositi d’oro. Nel novembre 2014, alla conferenza LBMA di Lima, in Perù, è tornato Alexandre Gautier, questa volta con una presentazione intitolata ” Gestire l’oro come riserva “, incentrata sulla gestione attiva del portafoglio d’oro della Banque de France, e che ha evidenziato l’utilizzo da parte della banca centrale francese dei depositi in oro e degli scambi di oro.

Banca centrale d’oro presso la Banque de France

Come una delle più famose volte d’oro della banca centrale del mondo, “La Souterraine”, come è noto, è una volta d’oro situata sotto il quartier generale della Banque de France nel centro di Parigi, otto piani interrati, a 28 metri sotto il livello del suolo. Come tutte le banche centrali con le volte, la Banque de France è riservata a quanta quantità di oro è immagazzinata in questi caveau, ma potrebbe essere nella regione di 3000 tonnellate, appartenente alla stessa Banque, al Fondo Monetario Internazionale, alla BCE e ad una manciata di altre banche centrali con collegamenti prevalentemente storici francesi.

Complessivamente, la Banque de France sostiene di detenere 2435 tonnellate di riserve monetarie auree per conto della nazione francese, che la renderebbero la quarta più grande riserva d’oro del mondo. All’interno di questo totale, ci sono 100 tonnellate di monete d’oro e 2335 tonnellate di lingotti d’oro di grandi dimensioni. La Banque ha dichiarato nel 2013 che il 91% del suo oro è detenuto a Parigi e il 9% all’estero. Se questa divisione percentuale continua a detenere, allora ci sarebbero 2116 tonnellate di lingotti d’oro (circa 170.000 barre di grandi dimensioni) nei caveau di Parigi e 100 tonnellate di monete d’oro (supponendo che tutte le monete d’oro siano conservate a Parigi).

Lingotti d’oro nelle volte della Banque de France a Parigi

Notoriamente, la Bundesbank tedesca aveva 374 tonnellate di oro nei caveau della Banque de France, ma ha  trasferito tutto questo oro a Francoforte (lentamente) per un periodo di cinque anni tra il 2013-2017. Ora che la Banque de France offre “servizi d’oro” ad altre banche centrali, la Bundesbank trasferirà l’oro a Parigi? Improbabile, ma sono accadute cose più strane.

La volta d’oro di Banque de France è anche uno dei quattro “depositari designati” del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e il FMI probabilmente detiene ancora parte del suo oro a Parigi, supponendo che non sia stato venduto o affittato molto tempo fa senza essere rivelato. Nel 1980, l’ultima volta che le posizioni e le posizioni dell’oro del FMI possono essere calcolate, le detenute tra 250 tonnellate e 300 tonnellate a Parigi.

La BCE ha anche circa  160 tonnellate di oro detenute presso la Banque de France , facendo parte del trasferimento della Francia alla BCE nel gennaio 1999 alla nascita dell’euro.

Storicamente negli anni ’70 e nei primi anni ’80, un certo numero di banche centrali di paesi detenevano conti in oro presso la Banque de France, tra cui Libia, Iran, Iraq, Marocco e alcuni stati francesi dell’Africa occidentale come il Benin, la Guinea, la Costa d’Avorio e il Niger. Probabilmente alcuni di questi paesi conservano ancora dell’oro nei caveau di Parigi. Ora che la Banque de France insieme a JP Morgan sta facilitando il prestito in oro della banca centrale e il deposito di oro tramite Parigi, un certo numero di banche centrali aggiuntive potrebbero iniziare a trasferire parte del loro oro in quel paese.

Alcuni mesi fa, il World Gold Council ha riferito che la banca centrale dell’Iraq era stata attiva nel mercato dell’oro, acquistando oro con l’aiuto della Banque de France. Non è stato menzionato se questo oro acquistato di recente sia conservato a Parigi, ma probabilmente lo è. Quindi, nel complesso, vi è una fornitura pronta di lingotti d’oro, di proprietà sia della Francia che di altre banche centrali, con cui far decollare i prestiti in oro se le banche centrali dei clienti lo scelgono.

Conclusione – JP Morgan – L’onnipresente oro dei pesi massimi

Qual è esattamente la partnership tra JP Morgan e la Banque de France nel mercato dei prestiti in oro? Dato che il mercato dei prestiti in oro è ultra-secretivo, molto probabilmente non sapremo mai le specifiche. Ma in collaborazione con JP Morgan, la Banque de France sta collaborando con una delle più importanti banche d’oro dell’industria dell’oro, una banca d’oro con un dito in ogni torta.

JP Morgan ha la  sua volta d’oro nella città di Londra  sotto uno dei suoi edifici su John Carpenter Street, molto vicino alle volte d’oro della Banca d’Inghilterra. JP Morgan ha il  suo caveau d’oro a Manhattan, a New York , sotto il suo palazzo della Chase Plaza, adiacente ai caveau dell’oro della Fed di New York, e si dice che sia collegato con un tunnel ai caveau dell’oro della Federal Reserve. JP Morgan è una delle banche più potenti nel LBMA e nei mercati dell’oro e dell’argento a Londra. JP Morgan è un membro del  cartello di compensazione dell’oro di Londra , London Precious Metals Clearing Limited  (LPMCL), una società privata. JP Morgan partecipa direttamente alle aste giornaliere LBMA Gold Price e LBMA Silver Price a Londra. JP Morgan dispone di depositi d’oro presso la Bank of England. JP Morgan ha una posizione nel  consiglio di amministrazione di LBMA  e ha sempre avuto un seggio in questo consiglio. JP Morgan ha anche legami storici molto forti con la BRI a Basilea.

JP Morgan beneficia anche della presenza di Banque de France nel rapporto dal momento che il BdF ha il caveau, ha i clienti, e svolge anche il ruolo di ‘principale’ nelle operazioni di prestito d’oro tra i clienti delle banche centrali e la banca di lingotti. Come ha detto Goulard nel suo articolo sugli alchimisti, ciò mitiga il rischio di controparte e rassicura i clienti delle banche centrali.

Per quanto riguarda il fatto che Parigi  “riemergerà gradualmente come un mercato chiave  per l’oro “, come afferma Sylvie Goulard, non è chiaro. Ma, cosa ancora più importante, sembra che se le banche di lingotti (compresa JP Morgan) si stanno impegnando con la Banque de France sull’espansione del prestito di oro da Parigi, allora questo è un segnale che le banche di lingotti devono guardare più lontano per l’oro fisico con cui continuare a fornire centri d’oro come l’Estremo Oriente.

Se ci fosse piena trasparenza sia nel mercato dell’oro di Londra che ora nel mercato dell’oro di Parigi, saremmo in grado di accertare la reale portata di quanto oro fisico le banche centrali abbiano effettivamente prestato e quanto del loro oro resti non emarginato nel vaults a Londra e Parigi. Ma senza tale trasparenza e senza richiedere trasparenza da parte dei legislatori e degli editori dei media (come Bloomberg e Reuters), probabilmente non lo sapremo mai.

* * *

Nota: per una panoramica completa del coinvolgimento di Banque de France con l’oro, consultare l’articolo della Gold University di BullionStar ” Gold Policies of the Banque de France “. Per una panoramica completa delle volte d’oro della banca centrale francese a Parigi, vedere l’articolo della Gold University di BullionStar ” Banque de France Gold Vaults “. Per una selezione di immagini interessanti di alta qualità delle volte d’oro della Banque de France vedi questo  link .

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul sito web BullionStar.com con il titolo ” Banca centrale francese e team JP Morgan per potenziare il prestito d’oro “

Toninelli “ignorante e incapace”. Toti e Chiamparino: “Ci hai stufato”

lospiffero.com 11.12.18

I governatori di Piemonte e Liguria si scagliano contro l’esecutivo gialloverde e in particolare mettono nel mirino il ministro delle Infrastrutture sempre più in bambola. La provocazione: “Facciamo un referendum e se perde se ne vada”

I governatori hanno perso la pazienza. Sergio Chiamparino di fronte all’ennesima sceneggiata sulla Tav – referendum sì, referendum no – sbotta: “Mi permetto di offrire all’attenzione degli interessati un piccolo promemoria sulla Tav – dice – l’opera è finanziata e in corso di realizzazione, sono già stati scavati 30 chilometri di galleria, di cui 5 del tunnel di base; il governo ha sospeso appalti già in essere e già finanziati, e ha ordinato l’ottava analisi costi-benefici, come se le altre sette non avessero valore, che doveva essere conclusa a novembre e che continua a non arrivare. Invece di imbrogliarci discutendo di referendum ed allungando i tempi per scavallare le elezioni europee, il governo faccia il governo e ci dica in fretta e con chiarezza se intende o no costruire la Tav. Se la risposta sarà sì, bene, applaudirò Toninelli. Se sarà no, sarò io a chiedere al Consiglio regionale di indire un referendum consultivo tra i piemontesi da tenere in primavera per dimostrare come la pensano”.

A dargli man forte è il collega ligure, Giovanni Toti, altrettanto seccato dall’atteggiamento, a dir poco stucchevole di Danilo Toninelli, il ministro grillino delle Infrastrutture, che a dirla con Vauro mantiene la posizione Boh Tav: “Facciamo un referendum su Gronda, Terzo Valico e altri cantieri che tieni bloccati nella tua penna con supponenza” scrive su facebook il governatore, rivolgendosi direttamente al ministro, sfidandolo. “Se i cittadini diranno di sì alle grandi opere – prosegue – tu metti una parte dei soldi dedicati al reddito di cittadinanza nei cantieri e ti dimetti. Se invece voteranno per fermare i lavori mi dimetto seduta stante”.

“Tra mesi – scrive ancora Toti – e non anni come direbbe lui, ci accorgeremo dei danni prodotti dal blocco delle grandi opere da lui voluto. Toninelli, invece di parlare a vanvera, ci dica tra quante settimane aprirà il cantiere della Gronda di Genova, ci dica come intende risolvere, compito che spetta a lui, il cantiere bloccato dell’anello ferroviario del capoluogo”. “Ci dica, per favore, perché non autorizza lo sblocco dei fondi del quinto lotto del Terzo Valico, che consentirebbero 2mila assunzioni in Liguria. E già che va in tv – prosegue Toti -, ci dica di tutte le altre grandi opere, a partire dalla Tav, bloccate dal suo ministero”. “Il ministro Toninelli non perde occasione per dimostrare la propria ignoranza e incapacità. L’unica cosa di vero che sostiene è che siamo molto diversi, per fortuna”, afferma poi Toti in tv. “Toninelli – aggiunge – forse non si rende neppure conto che è stato proprio lui a fare il più grande favore ad Autostrade, inventandosi una legge per cui, prima volta nella storia, il danneggiato paga e chi è oggettivamente responsabile del disastro, Autostrade per l’Italia, sta con le braccia conserte a guardare”.

‘Ndrangheta stragista: banche e massoneria nelle parole di Antonio Russo

iacchite.com 8.12.18

Fonte: Antimafia Duemila(http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-ndrangheta-stragista/72629-ndrangheta-stragista-banche-e-massoneria-nelle-parole-di-antonio-russo.html)

La famiglia Piromalli? Una “potenza” capace di condizionare istituti di credito e con legami nella massoneria, nel mondo della sanità, dell’imprenditoria e dell’informazione. Una forza riconosciuta anche da altri ambienti criminali tanto che una figura come Stefano Fidanzati, fratello dello storico boss mafioso dell’Arenella Gaetano, si era “inginocchiato davanti a lui (Giuseppe Piromalli, classe ’21, ndr) per baciargli la mano”. Quella di due giorni fa al processo ‘Ndrangheta stragista, che vede alla sbarra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto all’epoca capo mandamento della ‘Ndrangheta reggina è stata un’udienza dedicata alla testimonianza del collaboratore di giustizia, Antonio Russo. Pur non essendo mai stato formalmente affiliato Russo è stato molto vicino alla storica famiglia della Piana di Gioia Tauro.

Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo il teste, intervenuto in videoconferenza, ha riferito il particolare dell’incontro tra il capomafia Giuseppe Piromalli e il mafioso siciliano. “Siamo nel 2004, Fidanzati si presentò al mio negozio e chiese udienza con Giuseppe Piromalli classe ’21, in quel momento agli arresti domiciliari. Prima di venire da me, si recò all’Agip sulla SS 18, notoriamente dei Piromalli e loro lo indirizzarono verso di me”.
Quella visita improvvisa era dovuta ad una truffa (di questo Russo si occupava durante la sua “vita” criminale) subita dal boss. Mario Laurendi, con l’azienda Carid, che di fatto era mia e di Antonio Sacco, truffò il caseificio “La montanara” a Palermo. Questo formalmente era intestato a tale Riggio, ma in realtà era di Stefano Fidanzati. Era una truffa di circa 13-14 mila euro. Ed era la seconda volta che accadeva – ha ricordato Russo – A quel punto mi sono messo in contatto con Piromalli che mi disse: ‘Fallo venire subito da me, perché siamo stati insieme al centro clinico di Opera e il bene che mi ha fatto lui non lo posso dimenticare’. Lo accompagnai alla sua casa e ci furono baci e abbracci. Fidanzati si inginocchiò e baciò la mano a Piromalli. Una scena così non l’avevo mai vista. Rimasi stupito dalla potenza di Piromalli”. La questione si risolse in pochi attimi con il capomafia calabrese che ordinò di restituire il denaro (“fu restituito consegnando un equivalente in merce, con apparecchiature frutto di un’altra truffa”) e di portare Fidanzati nel migliore ristorante di Gioia Tauro. “Fidanzati disse che aveva problemi anche a Rosarno – ha detto il collaboratore – così fu ordinato a Copelli di ‘trovare i pesciolini’, i figli dei Pesce, per risolvere anche lì quella questione”.

Le banche condizionate

Russo ha raccontato l’origine di quel rapporto con la storica famiglia calabrese, risalente agli anni Ottanta quando il padre (anche lui mai affiliato) aveva una squadra di calcio “che in realtà era di Gioacchino Piromalli“. Rapporti lontani, dunque, che diventarono sempre più stretti nel momento in cui il fratello di Russo sposò la nipote di Giuseppe Piromalli, Dorotea Molè“Da quel momento – ha raccontato il pentito – non siamo più stati considerati come famiglia Russo, ma come persone vicine ai Piromalli. È cambiato tutto, persino l’accesso al credito”.
“Le banche – ha proseguito – subiscono il condizionamento della ‘ndrangheta. È un sistema. Io l’ho sperimentato: dopo il matrimonio di mio fratello, per noi è cambiato tutto nell’accesso al credito. Quello che prima ci veniva negato, diventò facilissimo. Pensi che per un mutuo che avevamo richiesto prima del matrimonio di mio fratello, ci furono 50 perizie e poi ci fu negato. Dopo il matrimonio, con la semplice parola di una persona vicina al clan Piromalli, che giurò che l’immobile c’era, il mutuo ci fu dato in tre ore. Si trattava della Banca Commerciale Italiana, nella sede di Gioia Tauro. Anche per un piccolo fido di 15 milioni, intervenne Gioacchino Piromalli classe ’34″.
Parlando del sistema delle truffe che portava avanti anche per conto della famiglia Piromalli il collaboratore ha ricordato l’esistenza di un “diktat”, ovvero “le truffe si potevano fare da Roma in su, sicuramente non in Sicilia, Campania e Puglia che, ci dicevano, erano loro alleati”. Anche per questo la vicenda con Fidanzati rappresentava un’anomalia. Certo era che il capomafia calabrese non temeva alcun tipo di controllo, nonostante fosse ai domiciliari. “Gli arresti domiciliari a Gioia Tauro hanno gestioni allegre – ha detto Russo – non lo controllava nessuno. Non ho mai temuto di essere oggetto di controlli. Pensi che io nel mio piccolo ho avuto esponenti delle forze dell’ordine a libro paga, figuriamoci Piromalli. Con Fidanzati mi disse nettamente ‘Piglialo e portalo qua’. Certo, quando c’era qualcuno che lui non voleva ricevere spiegava che stavano andando per un controllo e li mandava via”.

La “longa manus” dei Piromalli

Il pentito ha anche detto chiaramente che in ogni territorio della Calabria i Piromalli avevano “referenti in qualsiasi posto”. E quando in un’occasione aveva avuto la necessità di aprire nuove aziende in altri luoghi della Regione l’anziano boss diede indicazioni precise: “Mi disse che se dovevo andare su Taurianova potevo rivolgermi a Mico Lombardo, mentre su Polistena, Cinquefrondi o Melicucco, potevo chiedere di un tale Filippone. Ora, io non ho mai avuto bisogno di nulla e non ho mai incontrato né conosciuto nessuno dei due”.

Quel contatto con la massoneria

Altro tema toccato nel corso della deposizione è quello dei contatti con gli ambienti della massoneria. Fatti già riferiti in altri procedimenti. “Io non ne ho mai fatto parte – ha detto Russo – ma il dottor Labate, un cardiologo a disposizione dei Piromalli che forniva le documentazioni per ottenere la detenzione domiciliare, mi voleva all’interno dell’ordine dei Templari. Conobbi Labate tramite Luigi Emilio Sorridenti. Mi disse se volevo andare ad assistere ad una riunione a Villa Vecchia, nella periferia di Roma, e poi se fossi stato interessato ci sarei potuto entrare. Vi erano ex magistrati, ufficiali dei carabinieri, della guardia di finanza, della polizia. Erano proprio in divisa. E poi c’erano personaggi dello spettacolo, il principe Romanov, una persona distinta. Come seppi che era lui? Mi fu detto dal commendatore Carmelo Cortese. A quell’incontro c’era pure la manovalanza della cosca Piromalli”. 
“Cortese – ha aggiunto il teste – mi disse che lui non si sarebbe messo con persone di basso livello, avendo partecipato direttamente ad incontri in cui era presente Licio Gelli. Mi disse poi di aver avuto una relazione con la famiglia De Stefano, i figli di Paolo, come Giuseppe e Dimitri, li nominava come fossero figli suoi. Cortese gestiva di fatto l’ospedale militare di Catanzaro, lui decideva le convalescenze, chi doveva essere riformato o avere una causa di servizio”.

Gli interessi per le tv private

Nel corso della deposizione Russo ha anche parlato degli interessi della criminalità organizzata per le tv private. “Per il ripetitore di Monte Poro si paga una bella estorsione” ha detto senza mezzi termini. Russo ha parlato della famiglia Priolo, che un tempo era proprietaria delle tv sulla Piana. “La ‘Ndrangheta annusa dove c’è il denaro e quando furono trucidati – ha ricordato – a gestirla fu messo Angelo Maria Sorrenti. Questi era un prestanome dei Piromalli, ma era anche collegato bene con Berlusconi e Confalonieri. Per un certo periodo è stato molto legato ai Piromalli, poi li denunciò. Ricordo che mi rivolsi alla famiglia Piromalli per avere una convalescenza al servizio militare. Mi mandarono da Sorrenti e lui chiamò Confalonieri, questi gli disse di rivolgersi a Tony Boemi, proprietario di Telespazio. Andai a nome di Sorrenti e si mise a disposizione, facendomi ottenere la convalescenza, ma mi disse pure di rivolgermi a Cortese per una prossima volta. Cosa c’entra Berlusconi con Confalonieri? Per quel che so erano la stessa cosa”. Alla domanda dei difensori se di queste cose avesse parlato nel corso dei 180 giorni previsti dalla legge per riferire tutto quello di cui era a conoscenza Russo ha detto: “Non mi ricordo. Molte cose sono in corso di approfondimento ho anche fatto qualche memoriale. Quel che è certo è che negli interrogatori se mi fanno una domanda io rispondo”.


Processo Carife. Lenzi e il miraggio di rimanere banca del territorio

estense.com 11.12.18

Nell’udienza di lunedì sentiti l’ex presidente del Cda e l’ex dg Forin. Sentenza entro febbraio per battere la prescrizione

Sergio Lenzi, ex presidente del Cda di Carife

L’indipendenza di Carife – o, se vogliamo, il mantenimento della sua territorialità – è il fil rouge dell’udienza di lunedì 10 dicembre, ultima della fase istruttoria, nel processo sull’aumento di capitale del 2011 che, se verrà rispettato il calendario dai ritmi serrati, stilato in modo da evitare la prescrizione, si concluderà entro la prima metà di febbraio .

Quella volontà di indipendenza da legare – almeno secondo quella che appare l’interpretazione dell’accusa, come suggerito anche dal consulente Giuliano Iannotta – proprio alle modalità con cui è stato fatto l’aumento di capitale, bypassando le indicazioni della Banca d’Italia sulla necessità di trovare partner industriali solidi e sull’opportunità di incrementare l’aumento di capitale e portarlo almeno a 180 milioni.  Protagonisti dell’udienza – durata dalle 9 del mattino e fino alla sera – sono stati Sergio Lenzi, ex presidente del Cda, imputato in questo processo, che ha deciso di sottoporsi all’esame, e Daniele Forin, che fu direttore generale negli anni dell’aumento di capitale e prima del commissariamento.

Carife voleva rimanere indipendente. È stato proprio Forin a dire esplicitamente che “quando mi assunsero mi dissero che la banca voleva mantenere la sua indipendenza”. “Se avessero avuto bisogno di avere partner industriale, non avrebbero avuto bisogno di un dg nuovo. Non mi sarei spostato se non ci fosse stata la previsione di rilanciare un’azienda con tanti anni di storia, con la possibilità di applicare un modello di business utile per il futuro: meno sportelli, più consulenti, più home banking. È stato il motivo per cui mi hanno selezionato, purtroppo. Mi dissero – ha continuato Forin – ‘faremo l’operazione con il territorio, dove ci sono aziende e anche famiglie ricche’”.

Mantenere la Fondazione in maggioranza. Prospettiva confermata anche da Lenzi: “Nelle aspettative e in tutte le attività pubbliche della Fondazione c’era l’obiettivo di mantenere, se possibile, la maggioranza, non fosse altro per mantenere il supporto all’economia locale. Fino a quando è arrivata la seconda ispezione nel 2012-2013 era possibile, in definizione di un perimetro operativo di ritornare banca locale”. Lenzi, parlando a proposito della sua preoccupazione per il valore delle azioni (21 euro, meno dei valori precedenti) ha affermato che “i piccoli azionisti per primi si mostravano disponibili”, inserendosi fra loro: “Sono stato il presidente che ha avuto più azioni di tutti i presidenti, 10mila, ed ero preoccupato per il mercato dei piccoli azionisti in merito a un’ulteriore decurtazione del prezzo”.

Insomma, l’obiettivo del nuovo management entrato in attività nel 2010 era ripulire Carife dagli asset ormai marciti (come tutto il ‘pacchetto’ dei crediti Siano e i fondi Calatrava, Aster, poi Commercio e Finanza) e farla ritornare la banca che era all’origine, una vera cassa di risparmio locale, più attenta nella concessione del credito e nella valutazione dei rischi. Obiettivo che forse le ha però impedito di sopravvivere, conducendola verso il crac.

Daniele Forin, ex dg di Carife

Indipendenza e Unipol.Questa prospettiva di rilancio come banca del territorio e per il territorio è da legare per prima cosa con la vicenda Unipol, che, si ricorderà, si era mostrata disponibile a intervenire in aiuto di Carife, con l’intento però di assorbirla in futuro. Sul perché l’operazione non andò mai in porto, Forin è abbastanza lapidario: “Chiederei alla proprietà”, ha risposto alla domanda del pm Barbara Cavallo, sottolineando però quell’opzione si presento però dopo l’aumento di capitale: “Stiamo parlando di due cose che hanno valenza differente, e poi se non è andata avanti è perché la proprietà non ha ritenuto di portarla avanti”.

Indipendenza a incremento dell’aumento di capitale fino a 180 milioni. Forin ha anche riferito di essere stato sorpreso dalla lettera di Bankitalia in cui si chiedeva di ampliare l’importo massimo dell’aumento di capitale fino 180 milioni, in modo da tenere il Tier-1 ratio all’8%: “Eravamo concentrati sulla cifra dei 150 milioni di euro”, ha riferito, sostenendo anche non ci furono interlocuzioni precedenti, anche se in realtà ci fu una email dell’avvocato Danilo Quattrocchi del 31 marzo 2011, indirizzata Forin, Guido Reggio e Davide Filippini in cui si parla della possibilità di aumentare fino a un importo massimo di 180 milioni di euro. Sul tema Lenzi ha invece sostenuto di non saperne molto, soprattutto di non essere stato all’epoca a conoscenza dell’interlocuzione con Bankitalia, se non quando la lettera approdò in Cda: “Quando la ricevemmo chiesi al direttore come parallelamente a un aumento di 150 milioni ci chiedevano un altro aumento. Lui disse che dopo l’interlocuzione con dott. Di Salvo (Carlo, ispettore di Bankitalia, ndr) era tecnicamente impossibile, anche perché era già stata approvata l’assemblea e o si andava per i 150 milioni o si sospendeva e si rifaceva il prospetto per 180 milioni”. Anche qui la procura ha richiamato la lettera di Quattrocchi in cui il parere del legale è che non ci sia bisogno di aggiornare l’assemblea, in più la pm Cavallo ha fatto presente che il prospetto informativo, al tempo, non era stato ancora redatto.

Mantenere il ruolo di controllo della Fondazione. E qui c’è l’altro aspetto problematico del mantenimento della ‘territorialità’, perché l’incremento dell’aumento di capitale costituiva forse un ulteriore problema per la Fondazione Carife che non aveva la possibilità di intervenire in prima istanza nell’aumento di capitale. Secondo le ipotesi accusatorie, infatti, il management di Carife aveva cercato di limitare l’ingresso di investitori ‘forti’ in modo da non farle perdere il controllo della banca. In questo contesto vanno dunque inquadrate anche le domande sulla circolare interna della Carife destinata ai dipendenti che dovevano piazzare le azioni dell’aumento di capitale: non si faceva alcun riferimento alle indicazioni di Banca d’Italia sulla tipologia di investitori da cercare, ma solo alla necessità di rispettare la direttiva Mifid. La pm Cavallo ha contestato che vennero vendute azioni anche a investitori con un profilo di rischio basso, ma Forin ha risposto che venne “fatta un’ispezione successiva e non c’erano state anomalie e non c’erano stati cambi di classificazione (degli investitori, ndr) per migliorare la situazione”. Della circolare Lenzi ha detto invece di non averne avuto conoscenza e sul tipo di investitori da cercare ha spiegato che “il consiglio non ha mai dato nessun tipo di indicazioni, ha solo votato la delibera per dare l’incarico a uffici interni e al consulente. L’unica attività che ho svolto in quel frangente è stata quella di invitare Generali, Fondazione Cassa di risparmio di Imola e la Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, investitori istituzionali, che conoscevo personalmente, per chiedere se erano disponibili a sostenere Carife”.

Sulla crisi ‘finale’ di Carife, quella iniziata con la vigilanza del 2012-2013 che portò al commissariamento, sia Forin che Lenzi hanno affermato che molte rettifiche dei valori dei crediti richiesti dalla Banca d’Italia avvenne per via di un mutamento dei criteri proprio da parte dell’organo di vigilanza. Ma, controinterrogando Lenzi, l’avvocato di Palazzo Koch ha fatto notare che non risultano atti di Bankitalia di questo tipo riferiti al periodo in esame, quando il Cda di Carife venne sanzionato per un’errata valutazione dei crediti e per lo scarso vaglio critico sulle azioni del dg.

Prime di Lenzi e Forin è stato sentito l’ex dg di Banca Valsabbina Spartaco Gafforini, che ha parlato degli scambi reciproci di azioni tra le due banche, spiegando c’era tra loro un “mutuo soccorso”, ma che dal suo punto di vista fu tutto pienamente regolare. Dalle sue parole peraltro viene al conferma ‘esterna’ della volontà di Carife di rimanere banca del territorio. L’intervento nell’aumento di Carife  “era un modo di aiutare una consorella che aveva avuto qualche piccolo problema per cercare di risollevarsi e mantenere lo status di banca locale”.

Cerberus e la grande banca tedesca

di Elena Dal Maso milanofinanza.it 11.12.18

Il gruppo americano è in pole per avere il controllo di NordLB, la banca tedesca che deve raccogliere 3,5 mld di capitale. E ha in mano anche quote di Deutsche Bank e Commerzbank, oltre ad aver rilevato un’altra Landesbank, HSH Nordbank

Deutsche Bank

NordLb, la banca regionale tedesca con sede ad Hannover, sta valutando la migliore offerta per cedere il 49% delle quote. L’operazione dovrebbe essere firmata entro fino gennaio e ad oggi le proposte giunte sul tavolo del board pare siano quelle di Cerberus, Apollo e Centerbridge, scrive Reuters da Francoforte. L’agenzia aveva riportato a fine novermbre anche la proposta di Commerzbank , che però non pare piacere molto ai soci pubblici di NordLb perché la seconda banca tedesca è quotata, mentre gli istituti regionali sono ancora in mano pubblica.

NordLb è un caso famoso in Germania, perché molti crediti erogati al settore navale negli ultimi dieci anni, dopo la crisi del 2008, si sono trasformati in Npl e hanno portato a una mancanza di capitale da 3,5 miliardi di euro. Non a caso la Landesbank è uscita piuttosto male agli ultimi stress test dell’Eba. Fra i contendenti pare posizionato meglio di altri Cerberus, che quest’anno ha rilevato HSH Nordbank, istituto con sede ad Amburgo, mentre nel 2017 il colosso del private equity americano, che ha investito a oggi 35 miliardi di dollari, era entrato con un piede in Deutsche Bank  (3%) e in Commerzbank  (5,01%).

Ma anche Apollo ha costruito una posizione interessante in Germania, perché il gruppo di private equity con sede a New york ha in mano Bremer Kreditbank (ex KBC), Bankhaus Neelmeyer e Oldenburgische Landesbank. E ha strappato il secondo posto nella privatizzazione sempre di HSH. NordL, nel frattempo, è in trattativa per la vendita di due portafogli di crediti in sofferenza per un valore totale di 6,5 miliardi di euro, con un mercato che prevede di poter strappare buoni sconti sul valore lordo di libro, con un effetto di premere al ribasso i requisiti di capitale della banca (Cet 1 ratio). 

Per consolidare il bilancio e arrivare a un Core tier del 13%, NordLb deve mirare a raccogliere 3,5 miliardi di euro. Il mercato prevede che la metà sia raccolto attraverso la cessione del 49%, il resto arriverebbe dallo Land della Bassa Sassonia, che a quel punto avrà ancora in mano la maggioranza delle quote. 

Una possibile vendita della divisione retail di NordLl, Braunschweiger Sparkasse, che l’associazione delle casse di risparmio tedesche spera di mantenere all’interno della propria famiglia, aiuterebbe a reperire altra liquidità. La Sparkasse potrebbe avere, secondo stime locali, un valore di libro di 600 milioni di euro.

All’inizio di novembre, un ex manager di JP Morgan, Douglas Braunstein, ha investito 620 milioni di dollari per salire al 3,1% di Deutsche Bank  con il suo fondo Hudson Executive Capital. E la Germania ha iniziato a chiedersi se dietro all’operazione non ci sia di fatto una delle banche più forti al mondo, JP Morgan. Anche perché Braunstein è stato convinto dal consulente strategico di Deutsche Bank , non a caso il fondo Cerberus Capital Management, il cui presidente Matt Zames è un ex vertice, sempre di JP Morgan.

A quel punto Handelsblatt, il maggior giornale tedesco di finanza, ha incontrato a Berlino Jamie Dimon per capire meglio la strategia degli americani in Europa, a partire dalla Germania. E il ceo di JP Morgan ha risposto che il gruppo non intende acquistare banche europee. Almeno non direttamente, forse.

B.Carige: domani Cda; focus su cartolarizzazione, Creditis e causa Apollo (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Domani, a Genova, Banca Carige torna a riunire il Cda, anche in vista dell’assemblea dei soci convocata per il 22 dicembre. Tra i temi all’ordine del giorno ci sono la cartolarizzazione delle sofferenze – operazione leggermente sotto al miliardo – per cui la banca si è avvalsa della Garanzia pubblica statale e la vicenda legata alla cessione della società di credito al consumo Creditis al fondo Chenavari Investment Managers. Sebbene non sia stata inserito nell’ordine del giorno il Board, molto probabilmente, esaminerà anche la sconfitta della banca nella causa contro Amissima, Apollo e gli ex vertici Cesare Castelbarco Albani e Piero Montani. Su quest’ultimo punto il Cda dovrebbe analizzare gli effetti dell’esito della causa, l’impatto sull’istituto e le possibili strade da intraprendere, compreso un eventuale possibile ricorso. 

E’ quanto ha riferito una fonte a MF-Dowjones. Il board esaminerà questi tre dossier e dovrebbe parallelamente procedere con alcune delibere pre-assembleari. Più nel dettaglio la banca nell’implementazione della Non performing Exposure Strategy, all’interno del portafoglio totale di crediti in sofferenza pari a 1,7 miliardi al 31 dicembre 2017, aveva selezionato un importo (di poco inferiore al miliardo) da cedere in forma di cartolarizzazione pubblica avvalendosi della garanzia statale (Gacs) sul titolo senior. L’avvio dell’operazione di cessione delle sofferenze era stato previsto nel secondo trimestre 2018 e il perfezionamento, con relativo deconsolidamento contabile e regolamentare, entro la fine dell’anno. Ed è proprio questa una delle operazioni su cui il Consiglio dovrebbe soffermarsi domani. 

All’attenzione del Cda, presieduto da Pietro Modiano, anche il dossier Creditis, la controllata del credito al consumo che la banca aveva deciso di cedere al fondo Chenavari. A dicembre 2017 era stato firmato un accordo vincolante con il fondo britannico per vendere l’80% per un corrispettivo di 80,1 milioni di euro ma l’operazione non è stata chiusa. La banca starebbe cercando di svincolarsi dal contratto che, peraltro, prevede alcune clausole rescissorie. Per l’istituto guidato dall’a.d. Fabio Innocenzi le condizioni per recedere da tale contratto sarebbero mature mentre per il fondo non si sarebbero verificate le circostanze adeguate. Fatto sta che dalle divergenze negoziali i due contraenti sono passati alle vie legali col fondo che ha intrapreso un’iniziativa per chiedere l’esecuzione del contratto. L’intesa non prevede penali per il non avveramento del closing (ma solo per il mancato soddisfacimento delle condizioni). Va notato che Carige non ha più urgenti necessità di fare cassa, almeno non dopo che l’assemblea del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ha approvato la sottoscrizione di parte del bond. Inoltre, da Creditis, nei primi nove mesi del 2018 sono arrivati utili per quasi 14 milioni di euro. 

Ora che Il Tribunale di Genova ha assolto l’ex presidente Castelbarco Albani, l’ex a.d. Montani oltre ad Apollo e Amissima dall’accusa di malversazioni nell’operazione di cessione delle due compagnie assicurative dalla banca genovese al fondo, il Cda dovrà esaminare il dispositivo della sentenza; l’impatto economico che questa sentenza avrà sulla banca e, successivamente, decidere come agire. Soltanto con un quadro esaustivo della situazione la banca potrà valutare la portata di un eventuale ricorso. 

Infine, dalla ricognizione che il presidente di Carige ha avviato per portare alla luce le ragioni e le circostanze della situazione di carenza patrimoniale che insieme alle rettifiche richieste dalla Bce hanno portato alla necessità del rafforzamento patrimoniale da 400 mln complessivi, sarebbero emerse già le prime risposte. Il Cda, tuttavia, non avrebbe ad oggi in mano elementi per procedere. 

cce 

claudia.cervini@mfdowjones.it 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 11, 2018 12:02 ET (17:02 GMT)

Theresa May soffre di un fiasco Carexit

zerohedge.com 11.12.18

In quello che è forse il video più imbarazzante del primo ministro ad emergere dopo la sua infame danza goffa in Kenya …

I filmati di Theresa May che faticano a lasciare la sua auto dopo essere arrivati ​​a Berlino martedì per un incontro con Angela Merkel sta diventando virale dopo che la sicurezza di maggio ha faticato ad aprire la sua porta (il video pone la domanda: perché il dettaglio del security del primo ministro è coinvolgente il “bambino si blocca” sui veicoli ufficiali di maggio?).

È allettante interpretare la lotta di May per uscire dal suo veicolo come simbolo dell’incapacità del primo ministro di soddisfare le richieste dei suoi pari europei, poiché i Brexiteer ERG l’hanno “intrappolata” tra un luogo duro e uno duro.

L’inferno di Mario

zerohedge.com 11.12.18

Scritto da Sven Henrich tramite NorthmanTrader.com,

Oh caro. Al momento non invidio Mario Draghi. Ma ha raddoppiato il bilancio della BCE per oltre il 41% del PIL della zona euro dal 2014 e ha mantenuto i tassi di interesse a -0,4% dal  16 marzo 2016  e ha annunciato la fine del QE entro la fine del 2018.

Problema per Mario e la BCE: crescita e mercati stanno cadendo intorno a lui. $ DAX è in un mercato orso. Cosa succede se “fai tutto il necessario” e le cose rallentano comunque? Ora Mario non è responsabile per Brexit, o per l’Italia o per le guerre commerciali, ma come banchiere centrale è responsabile di assicurare alla sua banca centrale munizioni per far fronte alle crisi.

Ma non ha fatto altro che stampare. Per anni.

Eppure tutto ciò che riguarda l’Europa è male adesso. Italia, Brexit, crescita, condizioni finanziarie:

La crescita è rallentata dall’estate del 2017:

Eppure siamo qui con un bilancio gonfio 10 anni dopo la crisi finanziaria:

E questo è l’ambiente che la BCE vuole stringere il suo programma di intervento questa settimana?

Veramente?

Guarda, non invidio Draghi qui. Sta fondamentalmente guardando un colossale fallimento politico qui e non ha buone scelte. Se finisce il QE e non ha nient’altro nella sua tasca, l’Europa potrebbe entrare in una recessione proprio quando andrà in pensione il prossimo settembre. Non aver alzato i tassi una volta, ancora con tassi di interesse negativi con tutto sembra cupo. È questa la sua eredità? Un fallito banchiere centrale che non ha fatto altro che stampare e poi ha lasciato una recessione in esecuzione?

Le sue scelte sembrano impossibili qui. Se non finisce il QE, sembra stupido e non ha creduto di aver segnalato la fine del QE per tutto quest’anno e anche solo poche settimane fa.

“Tutto ciò che serve” è stato il suo mantra. Bene, Mario, cosa ci vuole qui? E questa è la domanda che la BCE deve rispondere questa settimana.

Immagino sia quello che succede quando tutto quello che fai è stampare. L’hai stampato Mario, ora lo possiedi. Diavolo, assicurati che non stia diventando l’inferno di tutti.

Ma forse ha in programma una sorpresa. Dopotutto $ DAX è pesantemente ipervenduto con il RSI settimanale più basso dal 2011 e c’è un supporto inferiore:

Ciò che questa sorpresa potrebbe essere è discutibile, non ci sono molte buone opzioni. Che cosa? Stampa altro?

La crescita è più lenta del 2015. $ DAX è inferiore al 2015. E il bilancio della BCE è più del doppio di quello che era nel 2014.

Benvenuto nell’inferno di Mario.

VENETO BANCA – E SE CONSOLI AVESSE RAGIONE COSA SUCCEDEREBBE A INTESA E SGA? (PRIMA PARTE)

Paolo Politi

Colpo di scena nell’inchiesta Veneto Banca: i giudici della Corte d’Appello di Veneziahanno accolto le richieste della difesa dell’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli. Una consulenza dovrà stabilire se l’istituto di Montebelluna fosse o meno in stato di insolvenza al momento della sua messa in liquidazione. Una decisione che, come scrive Giorgio Barbieria pagina 9 del Mattino, è destinata ad allungare i tempi dell’inchiesta penale della Procura di Treviso. Durante l’udienza in programma il 18 dicembre, i giudici veneziani conferiranno l’incarico di valutare la sufficienza o meno del patrimonio della banca a chiudere una liquidazione in bonis. (Vvox.it 11.12.18)

Bisogna ripercorrere tutti i passaggi per comprendere tutto il marasma avvenuto:

  1. NOMINA CARRUS AMMINISTRATORE

A Veneto Banca finisce l’era di Vincenzo Consoli. Al suo posto arriva Cristiano Carrus, già vicedirettore generale vicario. L’ormai ex direttore generale Consoli e la banca di Montebelluna hanno risolto consensualmente il loro rapporto di lavoro oggi, nel corso del Consiglio di amministrazione, che oltre a nominare Carrus al suo posto ha scelto di affiancare al nuovo direttore generale Michele Barbisan, attuale direttore commerciale, in qualità di vicedirettore generale vicario.

La decisione arriva in un momento assai delicato per l’istituto di credito: in febbraio la Guardia di Finanza aveva perquisito la sede, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma nella quale risultavano indagati lo stesso Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca; a ciò si è sommato in aprile il taglio del valore delle azioni della banca deciso dall’assemblea dei soci e ora il complesso percorso della trasformazione in Spa, con la decisione di pochi giorni fa di avviare un percorso verso la quotazione in borsa.

In un comunicato diramato poco dopo le 19 di questa sera Veneto Banca comunica che «il Consiglio di Amministrazione del Gruppo Veneto Banca e il Direttore Generale Vincenzo Consoli, dopo aver elaborato la strategia volta alla trasformazione in SpA, alla delega all’aumento di capitale e all’avvio della procedura di quotazione in Borsa, rendono noto di aver concordato di anticipare il momento per una successione al vertice del Gruppo, sciogliendo l’attuale rapporto di lavoro».

Chi è il nuovo dg Cristiano Carrus

Il Consiglio di amministrazone ha deciso all’unanimità di nominare Cristiano Carrus, attuale vicedirettore generale vicario e CFO, quale nuovo direttore generale di Veneto Banca. Il suo compito sarà «condurre l’istituto attraverso le sfide previste dal processo di trasformazione della banca da cooperativa a società per azioni».

Cristiano Carrus

Cristiano Carrus

Cristiano Carrus, veneziano di 57 anni, vanta una lunga esperienza nel settore creditizio e una profonda conoscenza delle aree dove è attiva Veneto Banca. Nella sua carriera ha ricoperto importanti incarichi in diverse realtà che oggi fanno parte del Gruppo Banco Popolare: Credito Bergamasco (Direttore Generale), Banca Popolare di Novara (Direttore Generale), Banca Popolare di Verona (Direttore Generale) e Banca Aletti Suisse (Direttore Generale). È entrato in Veneto Banca nel 2014 con l’incarico di CFO e Vicedirettore Generale Vicario.

Chi è il vice dg Michele Barbisan

Michele Barbisan, trevigiano di 51 anni, ha iniziato la sua carriera nel mondo creditizio nel Credito Italiano e successivamente nel Credito Agrario Bresciano. Dal 1996 ha assunto ruoli di crescente rilevanza all’interno del Gruppo Veneto Banca, tra cui Responsabile di Direzione Territoriale, Direttore Generale della controllata Banca Intermobiliare-BIM e, infine, da gennaio 2015 è Direttore Commerciale di Veneto Banca. (venetoeconomia.it 30.7.2015)

2) RISULTATI BILANCIO 2014

Veneto Banca, il Cda approva i risultati di bilancio 2014

Patrimonio netto si attesta a 3,7 miliardi

MONTEBELLUNA – Il Cda di Veneto Banca approva i risultati di bilancio 2014. Il patrimonio netto del Gruppo, non comprensivo del risultato dell’esercizio, a oggi si attesta a 3,7 miliardi di Euro, mentre i coefficienti “pro-forma” si posizionano rispettivamente al 10,27% (CET1) e all’11,25% (Total Capital), in linea con i requisiti attualmente richiesti all’Istituto dalla Banca Centrale Europea (rispettivamente 10% e 11%).

Di seguito i principali numeri resi noti dall’istituto

· Attuata una politica di accantonamenti particolarmente rigorosa e prudenziale

Incrementate di ulteriori 33 milioni di Euro le rettifiche di valore su crediti rispetto a quanto deliberato in via preliminare lo scorso 10 febbraio 2015, portando a 779 milioni di Euro gli accantonamenti complessivi contabilizzati al 31 dicembre 2014 (incluso il Gruppo BIM), di cui 564 milioni di Euro lordi riferiti all’AQR, pari alla totalità delle provisions richieste da BCE. Svalutazione prudenziale per Euro 671 milioni degli avviamenti iscritti a bilancio, con impatto solo sulle scritture contabili e senza alcun riflesso su cash flow, liquidità, solidità, coefficienti patrimoniali e redditività prospettica. Per effetto di tale impairment, e depurando anche quelli afferenti BIM e Banca IPIBI in fase di dismissione, gli avviamenti si riducono complessivamente del 65%.

· Ulteriormente aumentata la copertura dei crediti deteriorati e delle sofferenze

Migliora sensibilmente il livello di copertura delle sofferenze (inclusi gli stralci) che passa dal 49,4% di fine 2013 al 53,7% di fine dicembre 2014. Sale anche la copertura totale dei crediti dal 6,55% all’8,87%. In aumento il rapporto sofferenze nette / patrimonio netto, che passa dal 47,2% di fine 2013 al 50,8% di fine 2014, con il rapporto sofferenze nette su impieghi che a fine anno si attesta al 5,9%.

· Nonostante un contesto economico e di mercato difficile, il prodotto bancario lordo e la raccolta registrano un andamento positivo

In crescita il prodotto bancario lordo (+1,2% a 64,3 miliardi di Euro) e la raccolta che si attesta a oltre 24,6 miliardi di Euro (+2,6% rispetto a fine 2013), con il totale attivo che chiude a 36,2 miliardi di Euro, sostanzialmente in linea rispetto al dato di fine 2013 (-3,1%).

· Il risultato netto sconta le rettifiche sui crediti richieste dalla BCE e le svalutazioni sugli avviamenti

La prudenziale svalutazione della totalità delle rettifiche quale risultato dell’esercizio AQR (-374 milioni netti), nonché degli avviamenti (-671 milioni), impattano sul risultato netto di bilancio al 31 dicembre 2014 che chiude a -968 milioni di Euro. (oggitreviso.it 30.4.2015)

3)Il Sole 24 Ore: Veneto Banca, la crisi e il maxi stipendio di Carrus (Di Rassegna Stampa | Venerdi 14 Aprile 2017 Vicenzapiu.com)

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Ora che il dado è tratto e che Veneto Banca (con Vicenza) vedrà lo Stato entrare massicciamente nel capitale, qualche morigeratezza in più andrebbe adottata. Si attende un piano (inevitabile) di taglio dei costi da lacrime e sangue. E l’esempio dovrebbe partire come sempre dall’alto. Un buon esempio lo fornisce l’ad di Veneto Banca, Cristiano Carrus. La sua retribuzione annua è di 1,1 milioni di euro, più benefit per un costo azienda che supera il milione e mezzo. Stipendio lievitato dopo che Carrus, entrato in Veneto nell’ottobre 2014, quando ancora imperava Consoli, è salito dalla carica di vice-direttore generale, a Dg, per poi divenire a fine 2015 amministratore delegato. Per una banca che continua a perdere denaro a fiotti, e che ha tuttora costi operativi che si mangiano tutti i ricavi, forse un sacrificio andrebbe chiesto anche ai piani alti. Tanto per dare un’idea l’ad di Vicenza Fabrizio Viola prende (non da dipendente) 700mila euro la metà del costo, per la banca, di Carrus.

4) Veneto Banca, Carrus: aumento entro giugno, obiettivo quotazione

A breve capiremo se sarà necessario intervento fondo Atlante

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Milano, 4 mag. (askanews) – “Il momento è tutt’altro che semplice. Ma Veneto Banca viene da 16 mesi vissuti in difetto di capitale e di liquidità e con un grave problema reputazionale. Non ci sono più possibilità di rinviare”. Lo ha dichiarato l’Ad dell’istituto, Cristiano Carrus, in vista dell’imminente aumento di capitale dopo il flop della Popolare di Vicenza. “Fra un settimana – ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera – inizierà la fase di pre-marketing sulla base delle nostre previsioni e del piano industriale. Allora inizieremo a capire la percezione che il mercato ha di noi. L’operazione di aumento si farà entro giugno”.

“Il nostro obiettivo – ha sottolineato Carrus – è la quotazione. E’ chiaro che dovremo affrontare dei rischi di volatilità ma non possiamo più rinviare”.

Alla domanda se il fondo Atlante dovrà intervenire anche nell’aumento di Veneto Banca, l’Ad ha risposto: “a breve capiremo se sarà necessario un suo intervento nella nostra operazione”. “Sono molto favorevole all’avvenuta creazione di Atlante, uno strumento intelligente che mi piacerebbe dovesse intervenire poco negli aumenti di capitale e molto di più nell’opera di pulizia dei crediti deteriorati – ha spiegato -Oggi contano i progetti e quel che il mercato pensa di quei progetti, per questo sono fiducioso”.(askanews.it 4.5.16)

5) SGA SPA ACQUISITA 

Articolo 7
(Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.a.)

L’articolo 7 dispone l’acquisizione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze della Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A., la società costituita in occasione del salvataggio del Banco di Napoli nel 1997 allo scopo di recuperare i crediti in sofferenza. A fronte del trasferimento delle azioni della Società è riconosciuto un corrispettivo non superiore a 600.000 euro, pari al loro valore nominale.

Successivamente all’acquisizione la Società potrà estendere la sua operatività, acquistando e gestendo crediti e altre attività finanziarie anche da soggetti diversi dal Banco di Napoli.

La Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A. è stata utilizzata nel 1997 nell’ambito dell’operazione di salvataggio e risanamento del Banco di Napoli: in sostanza si tratta di una sorta di bad bank alla quale sono state trasferite le sofferenze bancarie dell’istituto con lo scopo di recuperare i crediti in sofferenza. Il Banco di Napoli spa ha ceduto alla SGA crediti incagliati a titolo oneroso e pro soluto che, al netto della svalutazione per le perdite previste, ammontavano a circa 12.378 miliardi di lire (circa 6,4 miliardi di euro). Tale operazione è stata in gran parte attuata: infatti la SGA è riuscita a rientrare di circa il 90 per cento delle esposizioni cedute dal Banco di Napoli (fonte Borsa Italiana). La S.G.A. ha altresì acquistato crediti e attivi dall’ISVEIMER S.p.A. (Istituto per lo Sviluppo Economico dell’Italia Meridionale) in liquidazione.

Si ricorda che tramite il decreto-legge n. 497 del 1996 lo Stato ha provveduto alla ricapitalizzazione del Banco di Napoli per 2.000 miliardi di lire; sono state inoltre fornite anticipazioni di cassa da parte della Banca d’Italia. Tale operazione è stata sottoposta al vaglio della Commissione europea la quale, con la decisione del 29 luglio 1998 ha approvato, con alcune condizioni, l’aiuto concesso dall’Italia al Banco di Napoli.

La Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A., con sede a Napoli, risulta attualmente iscritta, in quanto intermediario finanziario di credito, nell’Albo unico degli intermediari finanziari (art. 106 del TUB). Precedentemente all’attuazione della riforma del TUB (ad opera del D.Lgs. n. 141 del 2010), la SGA era iscritta sia nell’elenco generale di cui all’articolo 106 sia nell’elenco speciale di cui all’articolo 107. Essa, pertanto, è sempre stata sottoposta a controlli di vigilanza prudenziale da parte della Banca d’Italia.

Il capitale sociale, interamente versato, ammonta a 600.000 euro.

Da notizie informali si apprende che la Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A. al 31 dicembre 2014 aveva 484 milioni tra cassa e disponibilità liquide, più altri 238 milioni alla voce crediti, secondo la più recente visura camerale disponibile. Gran parte delle attività finanziarie disponibili per la vendita sono costituite da titoli di stato.

Il comma 1 dispone il trasferimento delle azioni rappresentative dell’intero capitale sociale della Società per la Gestione di Attività S.G.A. S.p.A. al Ministero dell’economia e delle finanze. A fronte del trasferimento si prevede un corrispettivo non superiore a 600.000 euro, pari al valore nominale delle azioni trasferite, determinato sulla base di una relazione giurata di stima prodotta da uno o più soggetti di adeguata esperienza e qualificazione professionale nominati dal Ministero dell’economia e delle finanze.

La stessa norma ricorda che sulle azioni della SGA è attribuito al Ministero dell’economia e delle finanze il diritto di pegno (articolo 3, comma 6-bis, del decreto-legge n. 497 del 1996, recante disposizioni urgenti per il risanamento, la ristrutturazione e la privatizzazione del Banco di Napoli). Conseguentemente all’acquisizione della SGA da parte del MEF la norma citata è abrogata dal successivo comma 2.

La relazione illustrativa al riguardo afferma che il trasferimento delle azioni al valore nominale non superiore a 600.000 euro è giustificato dalla norma del citato decreto-legge che attribuisce al Tesoro gli eventuali utili di bilancio realizzati dalle società cessionarie dei crediti del Banco di Napoli (ovvero la SGA), nell’ambito della determinazione del corrispettivo pagato dal Tesoro per la ricapitalizzazione del Banco di Napoli operata, tra l’altro, mediante l’acquisto di azioni e dei diritti di opzione sulle stessa (articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 497 del 1996).

Il citato articolo 2, comma 1, dispone infatti che, a fronte dell’immediato trasferimento delle azioni e dei diritti di opzione del Banco di Napoli, acquistati dal Tesoro a trattativa diretta o a seguito di offerta pubblica, il corrispettivo che il Tesoro paga per tali acquisti è determinato successivamente, sulla base del prezzo realizzato all’esito dell’operazione di dismissione della partecipazione detenuta del Tesoro, disposta dall’articolo 5 del decreto-legge e da attuarsi entro la fine del 1997. Tale prezzo è aumentato degli eventuali utili di bilancio complessivamente realizzati dalle società cessionarie, “che sono attribuiti al Tesoro”, ed è ridotto degli oneri per la copertura delle perdite del Banco nei cinque esercizi successivi conseguenti agli interventi a favore delle stesse società cessionarie nonché dell’ammontare del capitale conferito dal Tesoro aumentato degli interessi.

La dismissione della partecipazione del Tesoro nel Banco di Napoli si è realizzata in due tanche, nel giugno 1997 (circa 32 milioni di euro) e nel novembre 2000 (circa 493 milioni di euro). L’importo della vendita del pacchetto azionario del Banco di Napoli è stato in parte destinato alla copertura delle perdite del Banco per gli interventi a favore della società cessionaria dei crediti anomali (ovvero SGA).

Infatti tale società nei primi anni di attività ha registrato perdite imputabili agli oneri finanziari assunti per acquistare i crediti del Banco di Napoli. Tale perdite sono state ripianate per cassa dallo stesso Banco di Napoli il quale ha utilizzato le anticipazioni fornite dalla Banca d’Italia con le modalità stabilite dal D.M. del 27 settembre 1974 (c.d. “decreto Sindona”), ai sensi dell’articolo 3, comma 6, del decreto 497 del 1996 (tale ultima norma è abrogata dal comma 2 dell’articolo in esame).

Dai dati desunti dall’ultimo bilancio approvato, attualmente la SGA dispone di circa 500 milioni di euro di liquidità. Con riferimento alla sua attività di recupero dei crediti ceduti, rimangono aperte circa 4 mila posizioni (rispetto alle originarie 38 mila), corrispondenti a circa il 10 per cento.

La relazione governativa afferma infine che il principio di neutralità, proprio della disciplina degli aiuti di Stato, impedisce che eventuali surplus patrimoniali possano essere attribuiti al Banco di Napoli (ora inclusa nel gruppo Intesa Sanpaolo), una volta rimborsato il finanziamento.

Il comma 2 estende l’ambito di operatività della SGA. Si prevede, infatti, che successivamente alla sua acquisizione da parte del MEF, la SGA potrà acquistare sul mercato crediti, partecipazioni e altre attività finanziarie, nonché compiere le ulteriori attività previste dallo statuto, nel rispetto dei requisiti e degli obblighi previsti dalla normativa applicabile allo svolgimento di determinate tipologie di servizi nei confronti del pubblico.

Si prevede inoltre l’abrogazione, a decorrere dal 4 maggio 2016 (data di entrata in vigore del decreto-legge in esame), dei commi 6 e 6-bis dell’articolo 3 del decreto-legge n. 497 del 1996.

Il comma 6, come anticipato, consente alla Banca d’Italia di concedere al Banco di Napoli S.p.A. anticipazioni a fronte delle perdite derivanti da finanziamenti e di altri interventi dallo stesso Banco effettuati verso società del gruppo poste in liquidazione, nell’interesse dei creditori delle stesse società, ovvero a favore di società del gruppo a cui siano stati ceduti, previa autorizzazione della Banca d’Italia, crediti ed altre attività del Banco. Tali anticipazioni sono concesse con le modalità di cui al decreto del Ministro del tesoro 27 settembre 1974 (c.d. decreto Sindona), in base al quale, ferma la misura dell’interesse sulle anticipazioni presso la Banca d’Italia, sono consentite anticipazioni a ventiquattro mesi, sui buoni del Tesoro a lunga scadenza, all’interesse dell’1 per cento, a favore di aziende di credito che si siano surrogate ai depositanti di altre aziende in liquidazione coatta e che si trovino a dover ammortizzare, perché parzialmente o totalmente inesigibile, la conseguente perdita nella loro esposizione. In tal modo sono stati eliminati dal bilancio del Banco crediti e altre attività rischiose con la cessione alla SGA, società controllata dal Banco, le cui perdite sono state coperte con la procedura di cui al richiamato D.M. del 1974. Alle cessioni di cui al medesimo comma e a quelle poste in essere dalle società cessionarie si applicano le disposizioni di cui ai commi 2, 3 e 4 dell’articolo 58 del TUB. Si tratta in particolare delle disposizioni che impongono alla banca cessionaria di dare notizia dell’avvenuta cessione mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e che mantengono validi i privilegi e le garanzie a favore della banca cessionaria.

Il comma 6-bis, introdotto nel corso della conversione del decreto, stabilisce che l’autorizzazione della Banca d’Italia di cui al comma 6 è subordinata alla concessione in favore del Tesoro del pegno, con diritto di voto, delle azioni delle società cessionarie di proprietà del Banco di Napoli, ovvero anche alla concessione, in favore del Tesoro, di mandato irrevocabile, anche per più assemblee e senza indicazione di istruzioni, ad esercitare il diritto di voto, al fine di consentire al Tesoro di disporre della maggioranza dei diritti di voto.

La norma, infine, demanda alla SGA di adeguare lo statuto alle disposizioni previste dall’articolo in esame.

L’estensione dell’ambito di operatività della SGA determina, quindi, che essa possa acquistare e gestire crediti e altre attività non immobiliari anche da soggetti diversi dal Banco di Napoli. In tal modo, pertanto, una S.p.A. interamente posseduta dallo Stato sarà attiva nel mercato dei crediti deteriorati.

Il Ministro dell’economia e delle finanze Padoan, nel corso di un’audizione in Senato il 4 maggio 2016, ha dichiarato che l’operazione in esame non costituisce una vendita, ma una restituzione, in quanto il Ministero aveva in pegno le azioni della SGA e aveva diritto a riscuotere gli utili. Si tratterebbe quindi di un’operazione che permette di mobilitare risorse che altrimenti non sarebbero state utilizzate.

Non è da esclude, inoltre, sebbene la relazione governativa non dica nulla al riguardo, che la SGA possa partecipare all’operazione del Fondo Atlante, recentemente costituito.

Il Fondo Atlante è un fondo di investimento alternativo chiuso riservato gestito da una società privata, la Quaestio SGR. Si tratta di un’operazione che coinvolge il settore privato, ma che è stata coordinata in parallelo alle misure definite con il decreto in esame volte ad accelerare le procedure fallimentari e concorsuali. Il MEF e il Governo hanno svolto un ruolo da facilitatore in rapporto a tale fondo: esso è finanziato da capitali privati su base esclusivamente volontaria. L’attuale dimensione del Fondo è di 4,249 miliardi. Gli investitori sono 67 istituzioni italiane ed estere, che includono banche, società di assicurazioni, Fondazioni bancarie e Cassa Depositi e Prestiti. Il fondo ha due obiettivi principali: contribuire ad alcune ricapitalizzazioni bancarie, con funzioni di backstop, vale a dire di rete di protezione di ultima istanza, e avviare un meccanismo di acquisto e gestione dei crediti in sofferenza che, come fanno gli operatori di mercato, utilizzi anche l’effetto-leva ampliando il raggio d’azione rispetto ai capitali versati.

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha recentemente affermato, in relazione al Fondo Atlante, che anche se le risorse finora disponibili sono limitate, la costituzione del fondo può aiutare a sbloccare il mercato delle sofferenze, contribuendo così – fin dal suo inizio – alla soluzione del problema dei crediti deteriorati (npl, non performing loans). Tuttavia, essendo un’operazione che coinvolge privati e mercato, dovrà essere conforme alla normativa europea attuale e coerente con il quadro della concorrenza. Secondo Visco, inoltre, non dovrebbe essere proibita la possibilità di un temporaneo supporto pubblico nei casi di crisi di banche sistemiche.

Si ricorda, infine, che con il decreto-legge 14 febbraio 2016, n. 18 è stata introdotta una specifica disciplina per la concessione di garanzia dello Stato sulla cartolarizzazione delle sofferenze bancarie.

In particolare gli articoli dal 3 al 13-bis (Capo II) recano misure volte a definire un meccanismo per smaltire i crediti in sofferenza presenti nei bilanci bancari da attuare mediante la concessione di garanzie dello Stato nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione che abbiano come sottostante crediti in sofferenza (Garanzia cartolarizzazione crediti in sofferenza – GACS).

In estrema sintesi, oggetto della garanzia dello Stato sono solo le cartolarizzazioni cd. senior, ossia quelle considerate più sicure, in quanto sopportano per ultime eventuali perdite derivanti da recuperi sui crediti inferiori alle attese. Non si procede al rimborso dei titoli più rischiosi se prima non sono integralmente rimborsate le tranches di titoli coperto dalla garanzie di Stato. Le garanzie possono essere chieste dalle banche che cartolarizzano e cedono i crediti in sofferenza, a fronte del pagamento di una commissione periodica al Tesoro, calcolata come percentuale annua sull’ammontare garantito. Il prezzo della garanzia è di mercato, come anche ribadito dalla Commissione europea al fine di non dar vita ad aiuti di Stato. Si prevede che il prezzo della garanzia sia crescente nel tempo, allo scopo di tener conto dei maggiori rischi connessi a una maggiore durata dei titoli e di introdurre nel meccanismo un incentivo a recuperare velocemente i crediti. Al fine del rilascio della garanzia, i titoli devono avere preventivamente ottenuto un rating uguale o superiore all’investment grade da un’agenzia di rating indipendente e inclusa nella lista delle agenzie accettate dalla BCE secondo i criteri che le agenzie stesse sono tenute ad osservare. Con la presenza della garanzia pubblica si intende facilitare il finanziamento delle operazioni di cessione delle sofferenze senza impatti sui saldi di finanza pubblica.

6)CHI SONO GLI AZIONISTI  DEL BANCO NAPOLI E QUINDI DI SGA?

AzionariatoIl capitale sociale sottoscritto e versato è pari a euro 9.085.469.851,64, suddiviso in 17.509.356.966 azioni ordinarie prive del valore nominale.

Alla data del 26 novembre 2018 l’azionariato di Intesa Sanpaolo risulta così composto (titolari di quote superiori al 3% (1) (2) ):AZIONISTAAZIONI ORDINARIE% DI POSSESSOCompagnia di San Paolo1.188.947.3046,790%Fondazione Cariplo767.029.2674,381%(1) Azionisti a titolo di gestione del risparmio potrebbero avere chiesto l’esenzione dalla segnalazione fino al superamento della soglia del 5%.
(2) La partecipazione aggregata pari a 6,952%, di cui 1,941% con diritto di voto, segnalata da JPMorgan Chase & Co. con mod. 120 B aggiornato al 26 novembre 2018 viene ricalcolata in 6,951%, di cui 1,940% con diritti di voto, in conseguenza della variazione del capitale sociale intervenuta il 26 novembre 2018 a seguito della fusione per incorporazione della Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna. JPMorgan Chase & Co. aveva effettuato la segnalazione originale il 16 luglio 2018 (con mod. 120 B) a seguito delle posizioni detenute a fronte dell’emissione di “LECOIP 2.0 Certificate su azioni ordinarie Intesa Sanpaolo” ricevuti dai dipendenti del Gruppo Intesa Sanpaolo nel contesto del Piano di Incentivazione a Lungo Termine 2018-2021 LECOIP 2.0 basato su strumenti finanziari.Nota: l’eventuale mancata quadratura dipende dagli arrotondamenti.

Dati aggiornati sulla base delle risultanze del libro soci e delle ultime comunicazioni ricevute.


La normativa italiana (art. 120 TUF) prevede l’obbligo di comunicazione alla società partecipata e alla CONSOB del superamento della soglia del 3% del capitale avente diritto di voto detenuto in una società quotata, nonché (art. 19 TUB) l’autorizzazione preventiva della Banca d’Italia all’acquisizione di partecipazione rilevante in una banca o che comporti la possibilità di esercitare un’influenza notevole sulla banca stessa ovvero all’acquisizione di partecipazione che attribuisca una quota dei diritti di voto o del capitale almeno pari al 10%.La normativa italiana prevede obblighi informativi riferiti anche agli accordi stipulati tra gli azionisti.  STORICOAzionariato di Banca IntesaAzionariato di Sanpaolo IMI

7)Bond Veneto Banca non rimborsato per imposizione di Stato è un “abuso” per Lannutti (INVESTIREOGGI.IT 20.7.17)

Non si placano le politiche dopo la decisione dello Stato di sospendere il rimborso di un bond subordinato Veneto Banca mentre Bruxelles mantiene un profilo basso

di Enzo Lecci, pubblicato il 20 Giugno 2017 alle ore 11:40

Non si placano le politiche dopo la decisione dello Stato di sospendere il rimborso di un bond subordinato Veneto Banca mentre Bruxelles mantiene un profilo basso

La decisione dello Stato di sospendere “per decreto” il rimborso del bond Veneto Banca da 500 milioni di euro (Veneto Banca: governo sospenderà rimborso bond subordinati) ha determinato una serie di malumori da parte non solo dei risparmiatori ma anche delle associazioni a tutela dei consumatori. Il giorno stesso in cui il governo adottava questa decisione, poi accolta con favore anche dall’Unione Europea (Veneto Banca: perchè il blocca-bond piace all’Europa, ultime news sul salvataggio), Elio Lannutti dell’Adusbef pubblicata una durissima replica sulla sua pagina Facebook.

Riteniamo che per avere un’idea di quello che è avvenuto sia necessario leggere con attenzione l’intervento di Lannutti che qui riproponiamo in modo integrale:

Veneto Banca: lo Stato abusando del suo potere, blocca rimborso bond che non aveva considerato analogo a Bond Bpvi

“Il governo invece di risolvere le crisi bancarie, continua a combinare pasticci, abusi e discriminazioni, a seconda della denominazione sociale della banca, abusando del proprio potere e della grande, immensa pazienza dei risparmiatori truffati. Giorni fa per evitare una sorta di default tecnico il governo ha prorogato il termine di scadenza di un bond di Veneto banca di sei mesi, configurando un vero e proprio abuso di potere, arrogandosi il diritto di stabilire che i debiti contratti da privati e tra privati, possono non essere rimborsati alla scadenza, un abuso giuridico, visto che lo Stato su quei particolari debiti non ha alcuna voce in capitolo e visti i prestiti obbligazionari delle banche per oltre 10 miliardi di euro, con garanzia statale.
Non aveva fatto altrettanto, nonostante le richieste, sul rimborso del bond subordinato in scadenza al 31.12.16 per nominali 328,8 milioni di euro emesso nel 2009 (Isin IT0004548258) e convertibile in azioni Bpvi, probabile oggetto di eventuali rastrellamenti speculativi e favoritismi, quando le quotazioni erano ben sotto la pari, nè risposto alle richieste di trasparezna su quanti investitori istituzionali e piccoli risparmiatori furono rimborsati alla pari il 2 gennaio 2017!
Qualcuno per caso conosceva queste decisioni il 31 ottobre 2016 ed ha rastrellato a colpo sicuro a valori vili, quando la Banca Popolare di Vicenza aveva comunicato che: “i possessori di obbligazioni convertibili “Banca Popolare di Vicenza 15.a Emissione Subordinato Convertibile eur 328.878.663,00 2009-2016″ Cod. ISIN IT0004548258 avranno la facoltà di esercitare il diritto di conversione. Tutte le domande di conversione pervenute saranno regolate entro il 31 dicembre 2016. Le azioni assegnate in conversione agli obbligazionisti avranno godimento dal 1° gennaio 2017, mentre le obbligazioni convertite frutteranno interessi sino al 31 dicembre 2016”?
Un governo di ministri economici mediocri, che dopo aver approvato a proprio insaputa ed a quella di Bankitalia il bail-in, per poter espropriare 130.000 famiglie, continua a decidere alla giornata, senza un piano organico, i destini di primarie banche, di risparmitaori e lavoratori”.

La durissima presa di posizione di Lannutti, stride con quelle che sono state le recentissime dichiarazioni della responsabile della supervisione bancaria Bce Daniele Nouy nel corso di una audizione all’Europarlamento. La Nouy, rispondendo alla domanda di un eurodeputato sul salvataggio di Banco Popular, ha lasciato intendere che se una banca non rimborsa il debito allora essa entra in fallimento o è a rischio di fallimento. La responsabile della supervisione bancaria non ha fornito particolari precisi sulle differenze tra il modello di salvataggio spagnolo e quello italiano (banche venete e Monte dei Paschi), dando come l’impressione di volersi mantenere sul vago. L’atteggiamento del commissario è stato inteso da alcuni osservatori come la diretta conseguenza della necessità di mantenere un profilo basso a seguito di quanto avvenuto in Italia proprio con il bond Veneto Banca.

8)IL CONTRATTO SEGRETO 

Marco Milioni

Marco Milioni VVOX.IT 3.7.17

Banche venete, il contratto segreto tra Stato e Intesa

Il testo integrale dell’accordo di vendita della Popolare di Vicenza e Veneto Banca

Il decreto ribattezzato salva-popolari entra in queste ore in una fase cruciale della sua vita, quello della conversione in legge. L’argomento, a partire dalla complessità del testo che sembra lasciare spazio ad interpretazioni giuridiche le più distanti, sta scatenando una ridda di polemiche, anche di piazza, ma pure di approfondimenti e di analisi. Come quella del Corsera che oggi nell’inserto economico dedica alla controversa vicenda un vero e proprio speciale.

Non mancano poi le stilettate del Fatto quotidiano che si concentra sul «contratto segreto» che proprio in relazione al cosiddetto salva popolari venete regola i rapporti tra Stato e Gruppo Intesa. Il testo dell’accordo peraltro è stato pubblicato integralmente dall’analista freelance Costantino Rover (clicca qui per leggere il testo completo) che sul tema ha avviato «una fase di studio che è appena agli inizi».

L’eco della polemica tuttavia oltre a rimbalzare tra palazzo Madama e Montecitorio, dove in queste ore il testo licenziato dal governo è al vaglio delle commissioni, è giunta sino in Piemonte. In una lunga lettera aperta alla stampa, Francesco Bedino, ex presidente di Bene Banca, un piccolo istituto di credito del cuneese, ricostruisce quelli che identifica come gli aspetti opachi che hanno portato a spron battuto alla scrittura di un decreto legge oggi al centro del dibattito. Una ricostruzione che peraltro non tralascia uno strascico polemico anche per una vicenda, quella di Bene Banca, che alcuni mesi fa è venuta ad incrociarsi con quella della BpVi.

Clicca qui per leggere il testo completo del contratto

10) INTESA SI PRENDE LE BANCHE AD 1 EURO ED IL RESTO LO METTE IL GOVERNO

Intesa Sanpaolo si prende le banche venete con 1 euro, il resto (17 miliardi) ce lo mette il governo (OPINIONE-PUBBLICA.COM 26.7.18)

Soluzione “spagnola” per le fallite Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ma Banca Intesa Sanpaolo con 1 euro si prende solo la parte “buona” degli istituti veneti. La bad bank sarà a carico dei contribuenti italiani, con un esborso totale di 17 miliardi di euro. Una nazionalizzazione classica, oltre a portare più vantaggi, sarebbe stata meno onerosa.Di Marco Muscillo – 26 Giu 2017

Banche venete

È vero, questa mattina i lettori del nostro giornate vorrebbero leggere le notizie riguardanti la disfatta elettorale del PD alle elezioni amministrative e invece, l’autore di questo articolo deve parlarvi del caso delle banche venete.

Eppure i due temi sono strettamente collegati, perché la soluzione “ibrida” trovata dal governo volta ad evitare un’applicazione completa della normativa BRRD, molto probabilmente aveva lo scopo di contenere sia la sfiducia nel sistema bancario italiano e sia la sfiducia elettorale nel Partito Democratico.

Venerdì 23 giugno, in serata, la BCE dichiara il fallimento delle due banche venete. La soluzione era già pronta sul tavolo e ricalcava a grandi linee quella della spagnola Banco Popular: Banca Intesa Sanpaolo rileverà Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca alla cifra simbolica di 1 euro.

Ma a differenza del caso spagnolo, Banca Intesa acquisirà soltanto la parte ripulita delle due banche venete, la good bank, cioè solo le attività sicure e non provvederà di tasca sua a nessun aumento di capitale. La bad bank, costituita dai crediti deteriorati e dalle attività a rischio, sarà a carico dello Stato.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato nella giornata di domenica il decreto per evitare “il fallimento disordinato” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Complessivamente, l’esborso pubblico sarà di 17 miliardi di euro finanziati dal debito aggiuntivo previsto dal decreto salva-banche di dicembre, ma nell’immediato verranno versati a Intesa Sanpaolo 5,2 miliardi: 4,785 miliardi serviranno per adeguare i ratios patrimoniali di Intesa, 1,285 miliardi di euro, “a copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione, che riguardano tra gli altri la chiusura di circa 600 filiali e l’applicazione del fondo di solidarietà in relazione all’uscita, su base volontaria, di circa 3.900 persone del gruppo risultante dall’acquisizione, nonché altre misure a salvaguardia dei posti di lavoro, quali il ricorso alla mobilità territoriale e iniziative di formazione per la riqualificazione delle persone”. Altri 400 milioni saranno stanziati per garanzie potenziali su futuri rischi, ai quali si aggiungeranno fino a 12 miliardi: 6,3 miliardi di crediti in bonis che potrebbero risultare deteriorati e oltre 4 miliardi per crediti in bonis ma ad alto rischio.

Nel comunicato stampa di Intesa Sanpaolo si legge:

“L’intervento di Intesa Sanpaolo permette di evitare i gravi riflessi sociali che sarebbero altrimenti derivati dalla procedura di liquidazione coatta amministrativa delle due banche, salvaguardando l’occupazione delle persone che vi lavorano, i risparmi affidati da circa 2 milioni di famiglie e l’attività di circa 200 mila imprese finanziate e conseguentemente l’occupazione di 3 milioni di persone nelle regioni che registrano la maggiore crescita economica del Paese.

L’acquisto riguarda un perimetro segregato che esclude i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e esposizioni scadute), le obbligazioni subordinate emesse, nonché partecipazioni e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione. Peraltro, a titolo di ristoro per i piccoli risparmiatori detentori di obbligazioni subordinate emesse dalle due banche, Intesa Sanpaolo stanzierà complessivamente 60 milioni di euro, che includono un importo come proprio intervento in aggiunta alla quota parte prevista del contributo del sistema bancario.

Il perimetro oggetto di acquisto include, oltre alle attività e passività selezionate di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anche il contributo delle partecipazioni in Banca Apulia S.p.A. e Banca Nuova S.p.A, in SEC Servizi S.c.p.a., in Servizi Bancari S.c.p.a. e, subordinatamente all’ottenimento delle relative autorizzazioni, nelle banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania, e riguarda in particolare:
–    crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per circa 26,1 miliardi di euro,
–    attività finanziarie per circa 8,9 miliardi di euro,
–    attività fiscali per circa 1,9 miliardi di euro,
–    debiti verso clientela per circa 25,8 miliardi di euro,
–    obbligazioni senior per circa 11,8 miliardi di euro,
–    raccolta indiretta per circa 23 miliardi di euro, di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito,
–    circa 900 sportelli in Italia e circa 60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania,
–    circa 9.960 persone in Italia e circa 880 all’estero.

Il perimetro oggetto di acquisto comprende anche crediti in bonis ad alto rischio per circa 4 miliardi di euro, con diritto di Intesa Sanpaolo di retrocessione nel caso di rilevazione, nel periodo fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020, dei presupposti per classificarli come sofferenze o inadempienze probabili”.

Stamattina, la Banca d’Italia ha nominato i commissari liquidatori della Banca Popolare di Vincenza e Veneto Banca. Per Popolare Vincenza i commissari sono: Claudio Ferrario, Giustino Di Cecco e Fabrizio Viola. Per Veneto Banca sono: Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio e Fabrizio Viola. Per le due banche sono stati nominati anche i componenti dei rispettivi comitati di sorveglianza. Per Popolare di Vicenza si tratta di Maria Elisabetta Contino, Francesco De Santis e Raffaele Lener mentre per Veneto Banca sono Franco Benassi, Giuseppe Vidau e Andrea Guaccero.

A detta del governo, com’era prevedibile, questa era “l’unica soluzione possibile” per salvaguardare correntisti e risparmiatori. Ovviamente lo scopo era quello di evitare una “liquidazione disordinata” ma anche, aggiungiamo noi, quello di evitare il bail-in che avrebbe prodotto un clima di incertezza nei mercati finanziari. Ma come abbiamo già detto, questa soluzione riesce anche a contenere la perdita di consenso elettorale del PD.

Ma era davvero l’unica soluzione possibile? Ripercorriamo le tappe della crisi delle due banche venete. La stessa BCE nel suo comunicato ricorda che “nel 2016, il fondo Atlante ha investito approssimativamente 3,5 miliardi di Euro in in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza”. Il fondo intervenne dopo il fallimento dell’aumento di capitale di 1 miliardo di euro. Ma prima ancora, se ricordate, ci fu la lettera della BCE di dicembre 2015 in cui si intimavano “misure di vigilanza” nel caso in cui non fosse avvenuta la trasformazione di Veneto Banca in Spa e la ricapitalizzazione. Il tutto avvenne in un clima surreale, dietro la supervisione di 100 poliziotti, telecamere di sicurezza e metal detector. Ovviamente a farne le spese furono gli azionisti.

Tutto questo fu fatto per evitare l’intervento statale e dare credito alle nuove regole introdotte a partire da gennaio 2016 sull’Unione Bancaria. Ricordate i tweets di Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Pier Carlo Padoan?

Ora lo Stato italiano regala 17 miliardi a Banca Intesa per liquidare Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, senza ricavarci nulla e senza prendere il controllo delle due banche venete. Quanto sarebbe costata allo Stato una nazionalizzazione preventiva fatta a tempo debito, che avrebbe assicurato al governo di entrare nel capitale delle due banche come azionista di maggioranza, prenderne il totale controllo e recuperare negli anni l’investimento fatto attraverso introiti provenienti da banche risanate? Forse molto meno di 17 miliardi.

La soluzione “ibrida” trovata, quindi, non era l’unica soluzione possibile ma era la soluzione più adatta per accontentare sia il Partito Democratico, che avrebbe perso consenso elettorale con un bail-in pesantissimo, sia per calmare le piazze finanziarie che avrebbero negato quella poca fiducia che hanno ancora nel sistema bancario italiano, e sia per accontentare le istituzioni dell’Unione Europea (e la Germania) che vogliono mantenere in vita l’Unione Bancaria e la BRRD.

Su questo ultimo punto, però, si tratta più di un accanimento terapeutico. Come sappiamo, l’Unione Bancaria va ancora completata: le manca una gamba per tenersi in piedi, cioè quella della garanzia europea sui depositi. Garanzia che, dopo le ultime vicende bancarie italiane, probabilmente non sarà mai concessa. Ma allo stesso tempo,  i problemi del nostro sistema bancario necessitano assolutamente dell’intervento dello Stato e pertanto la BRRD sarà sempre più accantonata. L’unico problema riguarda il tipo di intervento: come abbiamo visto le soluzioni “ibride” volte ad accontentare tutti abbisognano di un esborso pubblico ingente e molto più oneroso rispetto a una nazionalizzazione classica.

A furia di battere pugni, il tavolo in Europa si sarà tutto consumato e le mani dei nostri rappresentanti saranno tutte indolenzite. Ma quel che finora abbiamo ottenuto è davvero ben poco.

Dai risultati di queste ultime elezioni amministrative, forse le soluzioni ibride non provocano nemmeno più l’effetto sperato nell’elettorato.

Marco Muscillo

11)DECRETO LEGGE 99/17

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/06/25/17G00115/sg

12)LO STATO METTE 5,2 MILIARDI

Banche venete, dallo Stato 5,2 miliardi per il salvataggio(ILMESSAGERO.IT 25.6.17)

Dallo Stato arrivano 5,2 miliardi subito per salvare le banche venete, garantire l’apertura degli sportelli, ed evitare il caos del «fallimento disordinato». Il governo a metà pomeriggio dà il via libera al decreto per la liquidazione coatta amministrativa di Veneto Banca e Popolare Vicenza, con un provvedimento che complessivamente mobilizza 17 miliardi.

Il provvedimento che permette il passaggio a Banca Intesa dei due istituti, ripuliti delle sofferenze consentirà non solo di «rassicurare e stabilizzare la situazione», ha detto Paolo Gentiloni, ma anche di «risanare il sistema in un momento in cui il suo stato di salute è cruciale per la ripresa». E per questo il premier auspica il «massimo sostegno» al testo in Parlamento. La crisi delle due banche venete, sottolinea il premier, «non è recente» e «risale a prima della crisi economica». Tra le cause della situazione di queste due banche «ci sono stati comportamenti e distorsioni del sistema ben noti. E questa crisi ha raggiunto livelli che hanno reso necessario un intervento di salvataggio per evitare un fallimento disordinato». 

Dando il via libera, la commissione Ue ha spiegato come l’Italia consideri «l’aiuto di Stato necessario a evitare turbolenze economiche nel Veneto».

La scelta «non aveva alternative, solo lo spezzatino», scandisce il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan spiegando che il provvedimento divide gli istituti in «bad e good bank». La «banca buona», sottolinea il ministro, va a Intesa dopo «un processo di offerta trasparente e aperto» e facendo partire una «operazione di liquidazione accompagnata dall’utilizzo di fondi pubblici alle condizioni previste per il burden sharing, non per il bail in».

Proteggere il territorio e i correntisti è stato uno dei leit motive su cui si è mosso l’esecutivo che, anche in questo caso, procederà al rimborso dei risparmiatori retail azzerati per effetto del burden sharing. Ci sarà, ha spiegato Padoan, un rimborso al 100% cui contribuirà con una quota del 20% la stessa Intesa. L’intervento «consentirà di mettere in sicurezza oltre 50 miliardi di risparmi affidati alle due banche» ha detto il numero uno di Intesa Carlo Messina, assicurando che gli esuberi saranno gestiti «senza licenziamenti ma solo attraverso uscite volontarie».

All’istituto di Cà de Sass il governo verserà un anticipo di cassa di 4,785 miliardi che serviranno a garantire il capital ratio del gruppo e a gestire l’intera operazione di ristrutturazione, compresi gli esuberi che resteranno però in capo alle banche in liquidazione (circa 4mila per i quali sarà destinato fino a 1,285 miliardi). A queste ultime resteranno anche le obbligazioni senior, che saranno rimborsate a scadenza, e i crediti deteriorati, che saranno ceduti alla Sga del Tesoro per lo smaltimento.

Altri 400 milioni il governo li impegna subito per la garanzia sui crediti in bonis che Intesa si porta a casa – uno dei punti di caduta delle estenuanti trattative delle ultime ore – e sui quali sarà avviata la due diligence. In totale il decreto «mobilizza risorse fino a 17 miliardi», ha chiarito Padoan, spiegando appunto che ci sono garanzie a copertura del rischio di retrocessione dei crediti che non risultino in bonis, fino a 6,3 miliardi, e fino ad altri 4 per i crediti «attualmente in bonis ma ad alto rischio».

Il decreto, ha chiarito il ministro, non avrà impatto sul deficit perché si tratta di risorse già a bilancio, i 20 miliardi stanziati a Natale con il decreto salva-risparmio che ora il nuovo provvedimento urgente consente di utilizzare anche fuori dal perimetro delle ricapitalizzazioni precauzionali. Il cda di Intesa, intanto, aveva dato mandato a Carlo Messina di finalizzare l’operazione, con la firma del contratto presentato dai commissari dei due istituti nominati dalla Banca d’Italia (tra i nomi in pole Fabrizio Viola).Ultimo aggiornamento: 26 Giugno, 12:42

12)INTESA SI IMPOSSESSA DELLE BANCHE VENETE

IL CONTRATTO CON CUI BANCA INTESA SI IMPOSSESSA DELLE POPOLARI VENETE. IL DOCUMENTO CHE DIMOSTRA LA SOTTOMISSIONE DELLO STATO AI GRANDI POTERI(SCENARIECONOMICI.IT 1.7.17)

Grazie ad un amico carissimo amante dell’onestà e della correttezza, siamo riusciti ad avere il contratto completo di cessione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza in forma completa. Riteniamo utile analizzare con voi, anche in varie puntate, per poter giungere in profondità, le incredibili clausole contenute, che indicano la sottomissione totale della legge e del governo agli interessi privati di una parte. Parliamoci chiaro: la stabilizzazione del sistema creditizio non c’entra nulla, qui si cancellato il concetto di rischio d’impresa per favorirre in modo assolutamente smisurato una parte, ISP, a danno degli azionisti truffati di VB e BPVI e, in generale della collettività.  Perchè la spesa di quest’operazione, non un salvataggio, ma un regalo, sarà a carico della collettività fin nei più minuti particolari.

Inoltre è facile capire, leggendo i dati, che non si è trattato di una scelta fatta a fronte di una situazione emergenziale, ma di un disegno compiuto, durato almeno un mese e comunque ben prima del ventilato “Interesse” di Intesa per l popolari venete di cui si è parlato ai primi di giugno. Ci sono troppi dettagli che sembrano indicare un lavoro ben calcolato.

Non volendovi tediare con 124 pagine di contratto pubblicheremo le parti essenziali.

CHI FIRMA IL CONTRATTO: i commissari liquidatori , tra cui l’ex AD , ora commissario , Fabrizio Viola. Siamo al caso unico in cui un AD di una società in Liquidazione Coatta Amministrativa viene ad essere nominato liquidatore. Per fare un paragone comprensibile come un fallito che viene nominato curatore fallimentare della propria azienda, atto per lo meno inappropriato, anche per permettere allo stesso Viola di poter reagire ad eventuali accuse che comparissero nel procedimento di liquidazione. Si è voluto far strame del diritto e del buon senso , con l’ennesima forzatura, e pensiamo si è dato lavoro ai giudici amministrativi.

LE PREMESSE

Nelle premesse sono indicate , rapidamente, le generalità delle banche in gioco, il fatto che VB e BVI sono dichiarate in liquidazione coatta amministrativa (si parla direttamente di banche LCA) ed il motivo di fondo per cui viene compiuta l’operazione

Cioè a ISP la cosa che interessa è beccarsi il nord est (Voci ci indicano soprattutto il Friuli) e fare soldi. Vi garantiamo che, grazie allo stato, ci riesce BENISSIMO. Chiaramente il benestare della BCE è fra le premesse, non potrebbe essere altrimenti, ma anche il decreto legge del 25 Giugno è fra le premesse, e ne fa parte integrante. Come vedremo meglio andando avanti nel contratto, i denari dello stato sono un INTERESSE ESSENZIALE  per ISP, più della stabilità del sistema bancario.

L’OGGETTO DEL CONTRATTO ED IL CORRISPETTIVO . L’oggetto del contratto sono “certe attività, passità e rapporti giuridici”, mica tutto, solo quello che desidera, giustamente, come al supermercato. Il corrispettivo è, infatti, da caffè in bar di periferia : UN EURO, da dividersi equamente in 50 centesimi per Banca popolare di Vicenza e 50 centesimi per Veneto Banca. Neppure un caffè a testa, forse una bottiglietta d’acqua al discount.

L’ESSENZIALE QUADRO LEGISLATIVO (!!??). Parliamoci chiaro, ISP non è un benefattore, ci mancherebbe, ed interviene solo perchè le leggi dello stato (con la esse minuscola, vista la sudditanza) si piegano al proprio volere. In caso contrario non avrebbe avuto nessun interesse ad acquistare VB e BPVI.

La legge si è piegata , lo stato si è piegato, e sappiamo cosa accade a chi si piega…. Lo capirete molto bene quando leggerete i corrispettivi che ISP HA PERCEPITO per selezionare gli assets, cioè le attività, di BPVI e VB, le garanzie CHE HA PRETESO, fin nei minimi particolari, per portare a termine quest’operazione. Vi anticipaimo che Le cifre sono TALMENTE ELEVATE da permettere la ricapitalizzazione delle due banche, secondo i desiderata della BCE, senza alcun problema, con la sola differenza che , in questo caso, le banche sarebbero rimaste di proprietà dello stato, e non sarebbero state cedute. Invece lo stato ha ricapitalizzato, ma non è padrone di nulla. Francamente ci chiediamo quali strumenti di pressione abbia potuto avere ISP e la dirigenza di VB e di BPVI per ottenere questo risultato, perchè non è possibile piegare lo stato senza mezzi di coercizione pesanti.

Non ci facciamo illusioni che alcuno risponda alla nostra domanda, ma riteniamo che, almeno voi, lettori, dobbiate conoscere cosa sta accadendo.

Restate sintonizzati per le prossime puntate sul contratto.


Bcc di Roma: compra 10 agenzie venete da Banca Sviluppo

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Banca di Credito Cooperativo di Roma, con il benestare delle Autorità di Vigilanza competenti – Banca d’Italia e Autorità Garante Concorrenza e Mercato – ha acquisito il 7 dicembre scorso da Banca Sviluppo 10 agenzie venete che facevano capo in precedenza alla BCC Crediveneto e alla BCC Euganea. 

Lo annuncia la Banca in una conferenza stampa a Campodarsego (Padova). Sette delle agenzie si trovato in provincia di Padova, nei comuni di Arquà Petrarca, Borgo Veneto, Casale di Scodosia, Merlara, Montagnana, Ospedaletto Euganeo e Urbana; 2 in provincia di Verona, ad Albaredo d’Adige e San Bonifacio; una in provincia di Vicenza, a Lonigo. 

L’intervento, oltre a sostenere lo sviluppo economico e sociale del territorio, permetterà di tutelare i depositi dei clienti che avevano stretto un legame bancario con il credito cooperativo locale e la conservazione di 54 posti di lavoro, già presenti nell’organico di BCC Crediveneto e BCC Euganea. 

Per l’acquisizione, in base alle norme relative alle banche di credito cooperativo, è necessario istituire 4 sedi distaccate in altrettanti comuni, per garantire la contiguità territoriale con i restati 6 comuni. A tal fine, l’Assemblea Straordinaria dei soci di BCC Roma sarà chiamata il 13 gennaio 2019 a deliberare, tra l’altro, sulla necessaria modifica dello Statuto sociale. 

Con questa operazione, la Banca di Credito Cooperativo di Roma rafforza la sua presenza in Veneto, dove è già presente da 3 anni con 28 sportelli a seguito dell’acquisizione della Banca Padovana Credito Cooperativo. 

Le 38 agenzie del Veneto di BCC di Roma portano il volume complessivo degli impieghi sul territorio regionale a oltre 900 milioni, con una raccolta allargata di oltre 2,1 miliardi di euro. Le agenzie totali BCC Roma salgono così a 190, dislocate in 11 province del Lazio, dell’Abruzzo e del Veneto, oltre a 19 sportelli di tesoreria. 

Nel solo territorio veneto gli impieghi sono cresciuti nell’ultimo anno del 5,5% e la raccolta allargata è aumentata del 2%. Inoltre, nel corso del 2018 sono stati erogati nell’area nuovi finanziamenti per 113 milioni di euro. 

“Si tratta di un momento storico per la Banca – ha commentato Francesco Liberati, Presidente di Bcc Roma. Siamo tra i pochissimi istituti bancari in Italia che continuano a fare acquisizioni e a crescere, rafforzando l’impegno a sostegno delle comunità di appartenenza, che ci contraddistingue da 65 anni. Questa operazione – ha proseguito – oltre a far crescere la presenza della Banca in Veneto, consente di tutelare i risparmi dei cittadini, i posti di lavoro già in essere e sostenere lo sviluppo del territorio, a favore di imprese e famiglie. È importante sottolineare che, preliminarmente all’operazione, al fine della costituzione delle quattro sedi distaccate, abbiamo raccolto nei territori interessati oltre 900 candidature a socio della nostra Banca. Ciò è per noi un motivo d’orgoglio e allo stesso tempo il segno della positiva immagine che ha BCC Roma in Veneto” 

“In Veneto siamo presenti già da 3 anni con l’acquisizione della Banca Padovana e a questo territorio e alle sue esigenze abbiamo dedicato particolare attenzione. Non solo facendo crescere impeghi e finanziamenti – ha spiegato Liberati – ma anche erogando fondi per consentire attività di beneficienza e di carattere sociale: basti pensare che negli ultimi 3 anni sono stati destinati a queste finalità circa 650.000 euro”. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 11, 2018 10:59 ET (15:59 GMT)