DUOMO POLITIK – MESSINA E GUZZETTI NON SONO D’ACCORDO SUL NUOVO PRESIDENTE DI BANCA INTESA (ECCO PERCHÉ). E IL CASO BLACKROCK-CAIRO È UN GRATTACAPO DA RECORD: IL FONDO È IL SECONDO AZIONISTA DI INTESA, CHE CON IMI CURÒ SIA LA VENDITA DI VIA SOLFERINO SIA LA SCALATA DI CAIRO. E INTESA È IL PRIMO CREDITORE DEL ”CORRIERE”! – GIORGETTI CATTIVISSIMO. CON I SUOI! – CHE FINE HA FATTO LO ”SCHERZI A PARTE” SU FELTRI? – VOTINO IN SNAM

Dagospia.com 12.12.18

Berto Evitandolo per Dagospia

GUZZETTIGUZZETTI

– Dicono che l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, si trovi per la prima volta in disaccordo con il grande vecchio Guzzetti. Il motivo? Messina vuole la riconferma di Gros-Pietro alla presidenza della Banca. Il presidente uscente di Fondazione Cariplo invece preferisce Costamagna, un profilo più internazionale visti i suoi trascorsi nelle banche d’affari americane. Ma Costamagna è un personaggio ingombrante, che ovviamente vorrebbe un ruolo più attivo rispetto al 76enne Gros-Pietro. I più sgamati però sussurrano che c’è già pronto un nome terzo per mettere tutti d’accordo. Per ora resta coperto, però.

CLAUDIO COSTAMAGNA SCALACLAUDIO COSTAMAGNA SCALA

E poi c’è lo scontro con BlackRock, tanto delicato quanto intricato: il fondo americano non solo si è comprato il palazzone di via Solferino con la consulenza di Banca IMI, che poi fu advisor di Cairo che ora blocca l’affare. È pure il secondo socio più importante di Intesa dopo la Compagnia Sanpaolo, un azionista cui Messina tiene molto. Il cortocircuito è totale, visto che il debito del ”Corriere” è quasi tutto in pancia a Intesa.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

– Ancora su Giancarlo Giorgetti. Il potentissimo sottosegretario della Lega è tremendo… con i suoi! Dopo aver infatti silurato Beppe Bonomi sulla via di Ferrovie dello Stato, toglie dalla partita del ministero alla Salute Maria Cristina Cantù, per la quale era già pronta la carica di viceministro. Perché? Non si sa. Si sa che alla fine il posto da Varese è finito a un leghista Veneto.

– Cena di gala della American Chamber, in via Mecenate a Milano. Si cena firmato Davide Oldani, che a differenza dell’anno scorso non esce a salutare. Ma a indispettire gli ospiti (che pagano 10mila euro a tavolo) è il fatto che il vino viene servito con il contagocce. Alla fine pare che in uno dei tavoli uno dei manager si sia alzato, sia andato a recuperare champagne e l’abbia messo a disposizione dei commensali.

bonomiBONOMI

– Attenzione a comperare diamanti da investimento a Milano: truffatori  e inchieste in agguato.

– Dite a Matteo Salvini che è ora che si prepari con un candidato civico su Milano. Altrimenti se Sala decide di ricandidarsi, potrebbe diventare un altro leader della sinistra…

– Attenzione! Ma dove è finito il super scherzo di Scherzi a Parte a Vittorio Feltri? Dicono che l’abbiano girato ma che non sia mai andato in onda…

maroni votinoMARONI VOTINO

– A proposito di Rai, il Movimento 5 Stelle sta facendo le nomine. Ma sul nord, praticamente nulla. Che aspettano?

– Non dite a Salvini che Isabella Votino lavora per la Snam adesso: l’ha imbarcata l’agenzia di comunicazione che ha vinto il maxi appalto. Chissà che cosa potrebbe dire: la Votino è la maggior interprete del Maroni pensiero, acerrimo nemico del vicepremier.

I finanziamenti “in esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione dei debiti: continuità ed innovazioni nel “Codice della crisi e dell’insolvenza”

dirittobancario.it novembre 2018

Giovanni Falcone, Straordinario di diritto bancario e di diritto dell’economia presso l’Università Telematica “Pegaso”Estremi per la citazione:

G. Falcone, I finanziamenti “in esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione dei debiti: continuità ed innovazioni nel “Codice della crisi e dell’insolvenza”, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 57, 2018ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

DB Community

ALLEGATI

G. Falcone, I finanziamenti “in esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione dei debiti, 2018

Sommario: 1. Premessa – 2. Genesi ed evoluzione della disciplina dei finanziamenti “in esecuzione” – 3. Il “finanziamento in esecuzione” come contratto – 3.1. Le tipologie contrattuali – 3.2. Il finanziamento “in esecuzione” come “mutuo di scopo” legale – 3.3. Aspetti temporali relativi alla concessione del finanziamento – 4. La prededuzione nei finanziamenti “in esecuzione” – 4.1. Il quadro “ante riforma” – 4.2. Il “preannunciato” quadro “post riforma” – 4.2.1. Segue. La “decadenza” dalla prededuzione – 5. Il riconoscimento della prededuzione nelle successive procedure “concorsuali” ed “esecutive”.

1. Premessa

La materia dei finanziamenti “prededucibili” alle imprese in crisi – quale è andata via via “stratificandosi” all’interno della legge fallimentare – è stata oggetto di un crescente, intenso interesse da parte degli interpreti.

Le ragioni di tale interesse riposano essenzialmente sul fatto che si tratta di un tema nel quale confluiscono (e, spesso, si sovrappongono, producendo importanti problemi di raccordo) temi ed istituti generali del diritto della crisi d’impresa: l’innestarsi di tali previsioni normative su discipline e/o su procedure diverse (piani di risanamento attestati, accordi di ristrutturazione, concordato preventivo); la tutt’ora controversa natura di talune di tali procedure (segnatamente, dell’accordo di ristrutturazione); il possibile diverso atteggiarsi della concreta applicazione della disciplina a seconda che si “innesti” su un accordo di ristrutturazione o su un concordato preventivo; il difficile raccordo – nella materia del concordato preventivo – delle discipline speciali con quella generale degli atti di ordinaria/straordinaria amministrazione; più in generale, il difficile raccordo tra le disposizioni generali in materia di prededuzione e quelle “speciali” previste per i finanziamenti all’impresa in crisi; tutti questi elementi hanno concorso a rendere la materia un vivace terreno di discussione per gli studiosi e la disciplina sovente di difficile applicazione per la giurisprudenza.

L’interesse per tali profili è ora inevitabilmente destinato ad accrescersi ulteriormente in ragione della preannunciata, imminente riforma del diritto della crisi d’impresa, con la emanazione, in attuazione della delega contenuta nella legge n. 155 del 2017, di un decreto legislativo che ha la dichiarata ambizione, per di più, di porsi come un vero e proprio “codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”[1].

Per chi si trovi a dover compiere una ricognizione, allo stato attuale, sui termini di quella che è attualmente e di quella che sarà verosimilmente la disciplina “a regime” il compito è, se possibile, ulteriormente “aggravato” dalla circostanza che, in merito alla attuazione della delega, sono circolate diverse (per la precisione, due) “edizioni” della bozza del “codice”, l’ultima delle quali a distanza ravvicinatissima rispetto al momento in cui vengono formulate le considerazioni che seguono.

La disciplina dei finanziamenti cc.dd. “in esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione già presentava, infatti – non meno di quella degli altri “finanziamenti in prededuzione” – profili di problematicità a livello interpretativo nel contesto della (ormai) “vecchia” legge fallimentare, via via messi a fuoco dagli interpreti e dalla giurisprudenza. Si tratterebbe ora di verificare se e come quei nodi siano stati in qualche misura “sciolti” dal legislatore del “codice”: ma la risposta ad un tale quesito deve tenere conto anche del fatto che sono stati oggetto di intervento anche alcuni istituti generali nell’ambito delle cui maglie quei finanziamenti possono essere ideati e concessi (primo fra tutti, quello della prededuzione). Sicché le considerazioni che possono svolgersi ad oggi sono inevitabilmente connotate non soltanto dalla fisiologica opinabilità delle interpretazioni, ma anche dalla inevitabile provvisorietà determinata dal momento.

2. Genesi ed evoluzione della disciplina dei finanziamenti “in esecuzione”

L’origine della disciplina dei finanziamenti “in prededuzione” deve essere ricercata nel quadro giuridico delineatosi allorché il legislatore della riforma della legge fallimentare del 2005 aveva per la prima volta introdotto istituti di “gestione privatistica dell’insolvenza” (quali il piano di risanamento attestato e gli accordi di ristrutturazione). All’interno di tali scenari, l’apporto di nuova finanza costituisce sicuramente un elemento importante, se non essenziale, nella predisposizione di un “piano” di gestione della crisi. In particolare, con riferimento soprattutto all’accordo di ristrutturazione, la originaria stesura dell’art. 182-bis aveva lasciato generalmente insoddisfatti gli interpreti per la mancanza di spunti ermeneutici capaci di attribuire ai possibili finanziatori un grado di relativa certezza nella assunzione del rischio di credito. Per quanto la disciplina dell’accordo di ristrutturazione (ed anche quella del piano di risanamento attestato) prevedesse una specifica protezione (sotto forma di esenzione) dall’azione revocatoria, nessuna disposizione prevedeva un regime di prededuzione per i crediti sorti in occasione del finanziamento alla “gestione privatistica dell’insolvenza.[2]

In particolare, nulla si disponeva in merito alla eventuale prededuzione da riservarsi al credito concesso nell’ambito di un accordo di ristrutturazione: l’art. 111, comma 2, considerava (e ancora considera) infatti prededucibili i crediti così specificamente qualificati da una legge o quelli sorti “in occasione o in funzione delle procedure concorsuali di cui alla presente legge”, ed il problema della concorsualità degli accordi (tutt’ora ben lontano dal trovare una soluzione condivisa), ha sempre condizionato ogni possibilità di applicazione della norma appena ricordata, salvo a tentare, nel riconoscimento della “non concorsualità”, una interpretazione estensiva od analogica della disposizione[3] o a ritenere che l’accordo di ristrutturazione assumesse la natura di procedura concorsuale per effetto della omologazione, con conseguente applicazione dell’art. 111 l. fall.[4].

Né il risultato della prededuzione avrebbe potuto conseguirsi invocando il principio della consecuzione, stante il diverso presupposto oggettivo dell’accordo rispetto al fallimento (tanto più ove si ritenga che lo “stato di crisi”, in questo caso, non ricomprenda anche l’insolvenza)[5]; ed anche alla luce della circostanza che nessuna sorveglianza sulla gestione dell’impresa successivamente alla omologazione dell’accordo viene attribuita “a chicchessia”[6].

Pur apparendo evidente che la mancanza di una previsione esplicita condizionasse negativamente, ed in grande misura, l’applicazione concreta dell’istituto, neppure il legislatore del “correttivo 2007” aveva ritenuto di dover stabilire alcunché al riguardo, pur esprimendo rammarico, nella Relazione, per la mancata, “auspicata diffusione” dell’istituto degli accordi.

Non così, evidentemente, per il concordato preventivo: vuoi per la sua indiscussa natura concorsuale (che avrebbe reso possibile l’applicazione dell’art. 111 l. fall.), vuoi per la presenza di una disciplina relativa agli atti di ordinaria/straordinaria amministrazione compiuti “durante la procedura di concordato” (ed, in particolare, relativa ai “mutui”), contenuta nel secondo comma dell’art. 167 l. fall..

Il quadro ha iniziato a subire delle modifiche per effetto dell’intervento del legislatore del 2010 che, attraverso l’art. 48 del d.l. n. 78, introduceva un nuovo art. 182-quater (poi parzialmente modificato ad opera del d.l. n. 83 del 2012), articolo nel quale venivano individuate due tipologie di finanziamenti.

In particolare, il primo comma di tale articolo stabiliva che “i crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati da banche e intermediari finanziari iscritti negli elenchi di cui agli articoli 106 e 107 del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, in esecuzione di un concordato preventivo di cui agli articoli 160 e seguenti ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis sono prededucibili ai sensi e per gli effetti dell’articolo 111”.

Si stabiliva in tal modo un quadro normativo volto a favorire l’erogazione della nuova finanza, incentivando l’intervento degli intermediari professionali, pur nel contesto di un aumentato rischio di credito, attraverso la previsione della prededuzione accordata ai finanziamenti da essi concessi[7]. Di più: tale previsione andava “naturalmente” a fondersi con la già disciplinata esenzione dalla azione revocatoria, realizzando così quella intrinseca correlazione che la dottrina ha ritenuto dover sussistere tra prededuzione e esenzione dalla revocatoria[8]. Il contenuto del primo comma del nuovo art. 184-quater veniva ritoccato a distanza di due anni dalla sua introduzione, con la eliminazione della previsione che i finanziamenti dovessero necessariamente essere effettuati da banche o intermediari finanziari: soluzione, quest’ultima, invero criticata dalla dottrina più sensibile, la quale non ha mancato di evidenziare come non avrebbero potuto ritenersi sussistenti profili di disparità di trattamento tra creditori, considerato, non da ultimo, il carattere di “bene giuridico tutelato a livello subprimario dall’art. 47, comma 1, seconda parte, Cost.” da riconoscersi al “credito professionale”[9]; senza contare che la ragguardevole “espansione” dei crediti prededucibili, come è stato esattamente evidenziato, corre il rischio di determinare un danno per i creditori per titolo o causa anteriore, che vedranno seriamente pregiudicata la possibilità di conseguire un qualche soddisfacimento[10] (tanto più che: a) neppure la prededuzione in sé costituisce garanzia di sicuro recupero dei crediti nell’eventuale, successivo, fallimento[11], atteso che dovrà comunque consentirsi ai creditori ipotecari e pignoratizi di realizzare a proprio favore ed intangibilmente, i beni dati in garanzia; b) in caso di insufficienza al soddisfacimento di tutti i crediti prededucibili dovrà operare anche tra questi il principio di graduazione; e c) il pagamento non potrà avvenire al di fuori del procedimento di riparto, stante il riferimento, compiuto dall’art. 111-bis, co. 3, l. fall., ai soli crediti sorti nel corso del fallimento)[12].

La previsione appena ricordata ha posto (e pone) una molteplicità di temi interpretativi, che, ad oggi, devono essere presi in considerazione anche come possibile “chiave di lettura” del prossimo intervento del legislatore in attuazione della legge delega n. 155.

Se, con tutte le riserve in merito all’assetto definitivo che assumerà la riforma, si prende in considerazione lo schema di CCI da poco diffuso, la norma di riferimento diventa l’art. 101, che recita: “quando è prevista la continuazione dell’attività aziendale, i crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati, ivi compresa l’emissione di garanzie, in esecuzione di un concordato preventivo ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ed espressamente previsti nel piano ad essi sottostante sono prededucibili”.

Lasciando ad un momento successivo l’esame del secondo comma dello stesso articolo (relativo alla “successione” di procedure concorsuali o esecutive), è possibile effettuare una prima ricognizione dei nuclei problematici della disciplina: che, a ben vedere, risultano individuabili in quello del finanziamento inteso come contratto, da un lato; ed in quello del riconoscimento della prededuzione, dall’altro.

Alcuni di questi temi, nella prospettiva della riforma, si ripropongono in termini affatto coincidenti rispetto a quanto accade nella ancora vigente legge fallimentare; altri sono sostanzialmente “inediti”, e sono legati proprio alle innovazioni contenute nello schema di decreto di attuazione della legge delega.

3. Il “finanziamento in esecuzione” come contratto

3.1. Le tipologie contrattuali

Il primo tema di natura negoziale posto dall’art. 182-quater, co. 2 riguarda la nozione stessa di finanziamento che qui viene presa in considerazione[13]. A tale riguardo, all’espressione “finanziamenti in qualsiasi forma effettuati” sembra doversi fare corrispondere un significato quanto mai ampio, e ciò non tanto e non soltanto per il fatto che, da tempo, il legislatore fa un uso normalmente “atecnico” del termine (significativo, al riguardo, l’utilizzo della nozione di “finanziamento” all’interno della disciplina delle “particolari operazioni di credito” contenuta negli artt. 38 ss. del Testo Unico Bancario), ma anche in ragione della circostanza che – per effetto della “novella” del 2012 – legittimati alla erogazione non sono più soltanto gli intermediari bancari o finanziari: sicché non soltanto dovranno ricomprendersi all’interno di tale espressione tutti i contratti caratterizzati da una causa di credito rientranti nella operatività di detti ultimi soggetti, ma anche quelli che non presuppongano una specifica qualità soggettiva in capo al soggetto finanziatore[14]. Una interpretazione che prescinda dalla “tipologia” di finanziamento è stata adottata recentemente anche dalla Suprema Corte[15]. Anche il legislatore della riforma sembra condividere questa ricostruzione, dal momento che nel testo dell’art. 101 dello schema di decreto di attuazione recentemente diffuso, si parla di “crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati, ivi compresa l’emissione di garanzie”.

Anche modifiche apportate convenzionalmente a linee di credito già in essere sembrano potersi sussumere sotto la specie dei finanziamenti in discorso, almeno nella misura in cui le modifiche intervengano nel senso di dilazionare nel tempo le obbligazioni restitutorie.

Un ragionamento più articolato meriterebbe la questione della sussumibilità, sotto la specie dei finanziamenti “in esecuzione”, anche delle linee di credito già concesse e derivanti da contratti pendenti. Il problema, più in particolare, si pone per il caso del concordato preventivo, perché – ove dovesse ritenersi che, alla luce di quanto previsto dall’art. 169-bis l. fall., il contratto prosegua, nonostante l’apertura della procedura – ai crediti sorti nel contesto di quest’ultima dovrebbe riconoscersi la prededuzione. Pertanto si è ritenuto che anche in questo caso la disciplina dell’art. 182-quater operi come disciplina speciale, con il risultato di ritenere prededucibili unicamente le linee di credito quando ricorrano i presupposti stabiliti da quell’articolo[16]. Con l’aggiunta che se il contratto di credito dovesse consistere in una linea c.d. “autoliquidante” (normalmente considerata rientrare nell’ambito della ordinaria amministrazione), neppure rileverebbe l’appartenere il finanziamento a tale specie, dovendo comunque trovare applicazione la disciplina speciale[17].

Sempre con riferimento ai profili contrattuali del finanziamento, è opportuno evidenziare come anche la giurisprudenza abbia optato per una nozione molto generale: tanto generale da far ritenere che l’espressione “in qualsiasi forma concessi” sia capace di ricomprendere anche le linee di credito concesse non già all’impresa in crisi, ma ad un terzo soggetto (il caso concretamente oggetto di attenzione è stato quello del finanziamento concesso ad una newco[18] sull’assunto che, nell’accordo, ne era “contemplata la presenza e la partecipazione come strumento di risoluzione della crisi cui il piano di concordato o l’accordo ex art. 182 bis si riferisce”).

3.2. Il finanziamento “in esecuzione” come “mutuo di scopo legale”

Tuttavia c’è da aggiungere che, dal punto di vista della terminologia, i finanziamenti “in esecuzione” paiono soddisfare anche i requisiti più stringenti che alla nozione di finanziamento ha tradizionalmente associato la giurisprudenza, vale a dire quelli che identificano il “finanziamento” come “mutuo di scopo”: si tratta, infatti, di negozi di credito in cui – proprio per il legame con la “esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione – la destinazione della somma finanziata costituisce oggetto di una specifica obbligazione gravante sul finanziato, ulteriore rispetto a quella restitutoria. Più in particolare, si è in presenza di un mutuo di scopo “legale”, essendo la destinazione della somma finanziata impressa non soltanto dalla volontà delle parti, ma anche, prima ancora, direttamente dalla previsione di legge.

Un ulteriore aspetto merita però di essere indagato: del mutuo di scopo legale, infatti, viene normalmente predicata la caratteristica della “consensualità”. E’ da chiarire se i finanziamenti in parola rispettino anche tale ultimo requisito: per rispondere a tale interrogativo, peraltro, occorre previamente prendere posizione su alcune questioni connesse, che sono rappresentate dalla individuazione del momento della concessione, e di quello della erogazione (sul punto, v. infra, § 3.3.)

Quanto alla “destinazione” dei finanziamenti effettuati in esecuzione di un concordato, si pone poi il problema dell’utilizzo del finanziamento in coerenza con l’ordine dei privilegi: sul punto, la possibilità di una destinazione dei finanziamenti anche al pagamento dei creditori chirografari – con possibile alterazione dell’ordine dei privilegi – è stata talora messa in discussione[19]: ma si ritiene che la sottoposizione della erogazione alla condizione sospensiva della omologa dell’accordo, lo renda comunque vincolato alla realizzazione della liquidazione concordataria[20]. Anche in dottrina i finanziamenti in discorso sono stati concepiti come quelli intesi a “supportare degli investimenti funzionali al processo di risanamento ovvero a pagare uno o più creditori secondo quanto previsto nel piano o nella proposta concordataria”[21].

La circostanza dell’essere il finanziamento “in esecuzione” riconducibile alla categoria del finanziamento di scopo, da ultimo, risulta essenziale, come si tenterà di evidenziare, anche in ragione della distinzione tra questa tipologia di finanziamento alla impresa in crisi, dalle altre previste dallo stesso art. 182-quater e dall’art. 182-quinquies.

3.3. Aspetti temporali relativi alla concessione del finanziamento

Il tema relativo al momento nel quale il finanziamento deve essere perfezionato ed erogato è forse quello che ha maggiormente sollevato disparità di interpretazioni. La norma di legge, al riguardo, è apparentemente atecnica e alquanto generica: si fa infatti riferimento ai finanziamenti “effettuati” (e l’utilizzo di questo aggettivo appare tanto più significativo e vistoso, in quanto nel comma successivo – dove sono disciplinati i finanziamenti “in funzione” – viene riferito al finanziamento il diverso aggettivo “erogato”).

Al di là di questo, il concetto di “esecuzione” di un concordato preventivo o di un accordo di ristrutturazione omologato lascia propendere per una “effettuazione” del finanziamento che si ponga come conseguente alla omologazione: e, quindi, almeno logicamente, se non anche temporalmente, successiva.

Probabilmente, la necessità di “categorizzare” le diverse tipologie di finanziamenti in prededuzione può avere indotto, talora, a separare rigidamente le singole ipotesi di finanziamento dal punto di vista della individuazione dell’ambito temporale riferibile a ciascuna di esse, ponendo così un “problema di confini”[22] non soltanto sotto il profilo sostanziale, ma, per l’appunto, anche sotto quello temporale.

Orbene, a dispetto delle apparenze, la tipologia dei finanziamenti “in esecuzione” di un accordo di ristrutturazione o di un concordato preventivo è forse paradossalmente, tra tutte, quella che meno si presta ad univoche ed invalicabili collocazioni temporali (a riprova, le molteplici e quanto mai differenziate conclusioni che, in punto di tale collocazione, sono state raggiunte dagli interpreti[23]). In questa direzione depongono anche le scelte lessicali del legislatore, che solo con riferimento a tali finanziamenti ha utilizzato il termine “effettuati” e non già “erogati” o “stipulati”. Non sembra che questo possa considerarsi il frutto di sciatteria linguistica o di scarsa attenzione dedicata all’aspetto semantico: infatti, come appena ricordato, dove il legislatore ha voluto essere più preciso, soltanto un comma dopo, lo ha fatto, ed ha parlato di finanziamenti “erogati” (riferendosi ai cc.dd. “finanziamenti ponte”). Di più: il anche il legislatore del CCI ha ritenuto di confermare la scelta lessicale già compiuta nell’art. 182-quater, co. 1.

Il riferimento ad un finanziamento “effettuato” sembra suggerire il richiamo al risultato finale della operazione, e non ad una precisa collocazione temporale: nondimeno il finanziamento, anche a seconda della natura consensuale o reale del contratto, potrebbe presentare delle scansioni temporali più articolate. In particolare, si potrebbero in astratto ipotizzare diverse situazioni:

a) nella ipotesi più “semplice”, il finanziamento è stato deliberato, concesso, perfezionato ed erogato dopo la omologazione del concordato o dell’accordo di ristrutturazione;

b) in una seconda ipotesi, il finanziamento è stato perfezionato prima della omologazione, ma erogato successivamente, in quanto concepito sotto specie di contratto consensuale condizionato (alla omologazione); a tale ipotesi parrebbe assimilabile quella in cui il finanziamento sia stato già “deliberato” dal finanziatore prima della omologazione, ma non ancora perfezionato, con la presenza, però, di un impegno irrevocabile del finanziatore ad erogare il finanziamento: detto impegno verrebbe formalizzato prima del deposito dell’accordo di ristrutturazione, e non sarebbe condizionato a futura valutazione discrezionale al momento del perfezionamento[24]: deve quindi esservi la “certezza” della futura erogazione in caso di omologazione. E’ stata peraltro avanzata anche una opzione interpretativa ulteriore, ritenendosi che, al fine di poter concepire un finanziamento “in esecuzione”, neppure sia necessario che, prima della omologazione, il finanziatore abbia assunto un impegno irrevocabile alla relativa erogazione[25]. Tale impostazione – pare di poter comprendere – muove da una applicazione, per così dire, “analogica” di una previsione che è contenuta nel secondo comma dell’art. 182-quinquies che, con riferimento alla autorizzazione alla contrazione di finanziamenti in occasione della presentazione di una domanda di ammissione al concordato preventivo o di una domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione (o di una proposta di accordo), stabilisce che l’autorizzazione “può riguardare anche finanziamenti individuati soltanto per tipologia ed entità, e non ancora oggetto di trattative”. Rileverebbe, cioè, al riguardo, al fine di munire i finanziamenti della prededucibilità, (anche soltanto) la circostanza di essere “chiaramente strumentali, per importo, caratteristiche e tempistica di concessione, all’esecuzione dell’accordo di ristrutturazione”[26];

c) in una terza, più controversa, ipotesi, il finanziamento è stato concesso, perfezionato ed erogato prima della omologazione, ma dopo il deposito del piano di concordato (o dell’accordo) in cancelleria (essendo in tal caso evidentemente la prededuzione subordinata al successivo ed incerto evento della omologazione);

d) viene poi prospettata anche l’ipotesi in cui il finanziamento sia stato concesso e stipulato anche prima del deposito della domanda di ammissione al concordato preventivo o di omologazione dell’accordo[27], “leggendo” l’aggettivo “effettuato” come sinonimo di “concesso”[28].

Invero, astrattamente, ciascuna di tali possibili ricostruzioni, a sua volta, risulta compatibile con la ritenuta necessità (attualmente non prevista dalla legge ma condivisa dagli interpreti) che il finanziamento in esecuzione debba essere stato previamente previsto all’interno del piano di concordato o dell’accordo di ristrutturazione, e, secondo una interpretazione particolarmente rigorosa, anche già individuato nei suoi aspetti essenziali (dovrebbero comunque essere indicati gli elementi descrittivi del finanziamento ed il suo ruolo nel risanamento dell’impresa[29]): la compatibilità, evidentemente, risulta, nelle prime tre ipotesi, dal fatto che in tutte le ipotesi prese in rassegna l’iter di perfezionamento del finanziamento risulta successivo al deposito del piano di concordato o dell’accordo; si è ipotizzato, però, anche che il piano possa fare riferimento ad un finanziamento già stipulato[30].

Vi è evidentemente da aggiungere che quella che oggi è una particolare (ancorché prevalente) interpretazione della norma di cui all’art. 182-quater, co. 1, sarà domani una previsione esplicita di legge, giacché, nello schema di decreto legislativo attualmente diffuso, il primo comma dell’art. 101 richiede che i finanziamenti siano “espressamente previsti nel piano ad essi sottostante” (sul punto, v. infra).

Alla luce delle ipotesi astrattamente formulate, il rilievo dell’elemento temporale (riferito alla “effettuazione” del finanziamento) sembrerebbe ridimensionato, mentre resterebbe invece determinante quello logico (che emerge nel necessario riferimento al piano): è in questa prospettiva che anche la Suprema Corte ha recentemente evidenziato come – ancorché il riferimento esplicito sia contenuto unicamente nel secondo comma dell’art. 182-quater – anche nei finanziamenti “in esecuzione” debba sussistere un nesso di “funzionalità”[31]; ed è evidentemente su questo nesso (che precede e condiziona la vera e propria esecuzione) che potrà pronunciarsi – se emergente dal piano – il professionista. La prevalenza dell’elemento logico su quello temporale consente anche di operare un discrimine del finanziamento in “esecuzione” rispetto ad altre tipologie di finanziamento che potrebbero, nella loro operatività, “sovrapporsi” temporalmente al primo.

Ed infatti:

a) ammettere che un finanziamento possa essere stato anche erogato prima della presentazione della domanda di concordato o di omologazione dell’accordo potrebbe porre un problema di sovrapposizione con la fattispecie prevista e disciplinata dall’art. 182-quater, co. 2, relativo ai cc.dd. “finanziamenti ponte”;

b) ammettere che un finanziamento possa essere stato anche erogato dopo la presentazione della domanda di concordato o di omologazione dell’accordo e prima di quest’ultima, potrebbe porre un analogo problema di sovrapposizione con la fattispecie oggetto dell’art. 182-quinquies, che prende in considerazione finanziamenti la cui contrazione viene autorizzata dal tribunale in forza della richiesta contenuta nella domanda di concordato preventivo o di omologazione dell’accordo (o della proposta di accordo).

Ciò che distinguerebbe in finanziamento “in esecuzione” o quello “autorizzato” in occasione della domanda di concordato o di omologazione dell’accordo, o del preaccordo, in definitiva, non sarebbeil momento in cui l’iter di perfezionamento del finanziamento ha a svolgersi, ma, essenzialmente, la finalità del finanziamento. Anche sotto questo profilo pare quindi riconfermata, ed anzi rafforzata la ricostruzione dei finanziamenti in discorso come crediti di scopo (legale). Questo rafforzamento, nella prospettiva della riforma operata dal CCI, risulta ancora più evidente nel momento in cui la disposizione in materia di finanziamenti “in esecuzione” limita ora il suo ambito oggettivo di applicazione soltanto ai casi in cui “è prevista la continuazione dell’attività aziendale”.

4. La prededuzione nei finanziamenti “in esecuzione”

Per procedere ad un primo e superficiale esame delle disposizioni, relative alla materia della prededuzione e riferite ai finanziamenti “in esecuzione”, giova comunque prendere le mosse dai principi enunciati nella legge delega, che sono sostanzialmente riconducibili al riconoscimento della “stabilità alla prededuzione dei finanziamenti autorizzati dal giudice”, ma nello stesso tempo, anche al “contenimento delle ipotesi di prededuzione” (oltre che al “riordino” alla “semplificazione delle varie tipologie di finanziamento alle imprese in crisi”), per poi domandarsi se, ed in che misura, lo schema di “codice” faccia effettivamente proprie e realizzi tali istanze. Per far questo, però, occorre prima rievocare, sia pur schematicamente, il quadro normativo risultante dalla legge fallimentare e ad oggi (ancora) vigente.

4.1. Il quadro “ante riforma”

Il punto critico della disciplina “pre-riforma” era stato puntualmente individuato nella difficoltà di stabilire il criterio di raccordo tra la disciplina generale della prededuzione, contenuta nell’art. 111, co. 2, l. fall., e le singole ipotesi di “prededucibilità” di cui alle singole previsioni di legge riferite ai finanziamenti alle imprese in crisi[32].

Infatti, si evidenziava che i due criteri fissati dall’art. 111, co. 2, l. fall. – l’essere il credito sorto “in occasione o in funzione” di una procedura concorsuale; o l’avere il credito riconosciuta la prededuzione in forza di una “specifica disposizione di legge” – avrebbero dovuto regolare la materia della prededuzione in maniera diversa, almeno per quanto riguarda il concordato preventivo, la cui natura concorsuale è indiscussa. Alla luce degli attuali arresti giurisprudenziali (non poco avversati, in verità, dagli interpreti), la medesima soluzione potrebbe valere anche per gli accordi ristrutturazione, ove se ne riconoscesse, per l’appunto, la concorsualità[33]. Altrimenti, avrebbe dovuto soccorrere una “specifica disposizione di legge” (quale appunto quella, riferita al caso che qui ci occupa, contenuta nel primo comma dell’art. 182-quater l. fall.).

Nondimeno, il legislatore ha creato una sorta di “binario concorrente”, dacché ha senz’altro inserito una “specifica disposizione” di legge per gli accordi di ristrutturazione; ma lo ha fatto anche per il concordato preventivo: sicché, quando l’atto da compiersi sia un “finanziamento”, non varrà il regime generale di cui all’art. 111, co. 2, l. fall., sibbene, nel nostro caso, quello (più complesso) di cui all’articolo 182-quater. Pervero, con riferimento al concordato preventivo, la disciplina speciale sarebbe alternativa:

  • anche a quella relativa al periodo “anteriore” alla ammissione al concordato (e successiva al deposito del ricorso), nel quale, in forza dell’attuale art. 161, co. 7, l. fall., deve riconoscersi la prededuzione agli “atti legalmente compiuti dal debitore” (dove l’avverbio “legalmente” deve intendersi riferito ad atti compiuti direttamente dal debitore, ove di ordinaria amministrazione; e compiuti con l’autorizzazione del tribunale, ove urgenti e di straordinaria amministrazione);
  • anche a quella relativa al periodo successivo alla ammissione del concordato, “governata” dal combinato disposto dell’art. 111, co. 2, e 167, co. 2, della legge fallimentare, relativamente ai “mutui” ed agli altri atti di straordinaria amministrazione.

4.2. Il “preannunciato” quadro “post riforma”

Nondimeno, non sembrerebbero venir meno i profili di “sovrapponibilità” (e, dunque, i problemi di coordinamento) con la disciplina dei finanziamenti “in esecuzione” che può leggersi nello schema di decreto di attuazione oggi disponibile. Infatti:

a) esiste una disciplina generale della prededuzione, contenuta nell’art. 6, secondo la quale “oltre ai crediti così espressamente qualificati dalla legge, sono prededucibili: … (d) i crediti legalmente sorti durante le procedure concorsuali per la gestione del patrimonio del debitore, la continuazione dell’esercizio dell’impresa, il compenso degli organi preposti e le prestazioni professionali richieste dagli organi medesimi”. Verrebbero, pertanto, meno i criteri della “funzionalità” e della “occasionalità” rispetto alla procedura concorsuale attualmente fatti propri dall’art. 111, co. 2, l. fall. Qui è incidentalmente da notare che al criterio puramente temporale (“durante”), che avrebbe direttamente evocato quello della “occasionalità” di cui all’art. 111, vengono posti immediatamente dei “temperamenti” derivanti dalla causa del credito, ed anzi, più in particolare, (ancora una volta) dallo scopo del finanziamento;

b) esiste una disciplina speciale dei finanziamenti “in esecuzione”, ad oggi rinvenibile nell’art. 101 dello schema di CCI, secondo il cui primo comma “quando è prevista la continuazione dell’attività aziendale, i crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati, ivi compresa l’emissione di garanzie, in esecuzione di un concordato preventivo ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ed espressamente previsti nel piano ad essi sottostante sono prededucibili”;

c) il legislatore della riforma continua a non pronunciarsi apertis verbis sulla concorsualità o meno dell’accordo di ristrutturazione. Per l’ipotesi in cui si dovesse ritenere esclusa detta natura, resterebbe nondimeno il criterio della prededucibilità come conseguenza di una espressa qualifica per legge (come nella previsione vigente);

d) nel caso di concordato preventivo (che, invece, continua ad essere sicuramente una procedura concorsuale), si riproduce una apparente duplicità di binario: infatti, un finanziamento in esecuzione rientrerebbe già nella prededuzione “per legge”, potendo essere funzionale ad una delle finalità ivi individuate; sennonché la prededuzione assisterà il finanziamento non già “de plano”, in quanto, per esempio, funzionale alla continuazione dell’attività, ma soltanto condizionatamente al rispetto della disciplina prevista dall’art. 101: dovrà quindi essere stata prevista la continuazione dell’attività aziendale, ed il finanziamento dovrà essere stato espressamente previsto nel piano;

e) inoltre, sempre nel caso del concordato preventivo, nella fase anteriore alla proposizione della domanda di concordato (ma successiva a quella di accesso alla procedura), opera la previsione (art. 46 del disegno di CCI) per cui “dopo il deposito della domanda di accesso e fino al decreto di apertura” del concordato, “il debitore può compiere atti urgenti di straordinaria amministrazione previa autorizzazione del tribunale” ed “i crediti di terzi sorti per effetto degli atti legalmente compiuti dal debitore sono prededucibili”; ed ancora, per effetto dell’art. 94 CCI, viene stabilita una disciplina in parte mutuata dal “vecchio” art. 167 l. fall., in forza della quale, dal momento della presentazione della domanda di accesso al concordato preventivo e fino all’omologazione, il debitore potrà contrarre “mutui”, e, in genere, gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, purché sussista la autorizzazione scritta del giudice delegato (che può concederla prima dell’omologazione se l’atto è “funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori”). Rispetto alla precedente versione dello schema di decreto di attuazione si assiste ad un vistoso “ripensamento”, giacché, secondo le previsioni della prima “bozza” di decreto, anche i “mutui” avrebbero potuto considerarsi atti di ordinaria amministrazione se “per natura e per valore rientrano nell’ordinaria attività d’impresa del debitore”: precisazione che invece scompare nell’art. 94 del nuovo schema.

Dunque, anche nella nuova prospettiva la prededuzione per i finanziamenti “in esecuzione” non viene regolata dalle previsioni generali, ma da quelle speciali, all’interno delle quali, oltre al requisito della continuazione della attività aziendale, compare quello della previsione espressa del finanziamento all’interno del piano.

A tale ultimo riguardo, è pur vero, però, che tale (nuova) previsione si pone in linea con l’orientamento prevalente manifestato, con riferimento all’ormai vecchio art. 182-quater, dalla giurisprudenza[34], pur se con alcune talora vistose eccezioni[35]; ma, nello stesso tempo, come è stato efficacemente evidenziato, non appare appagante, dal momento che le esigenze finanziarie sottese alla esecuzione del concordato potrebbero richiedere finanziamenti non prevedibili “in partenza”[36].

Mentre quindi risulta confermato il principio della individuazione del finanziamento all’interno del piano o dell’accordo, il legislatore del CCI non prende posizione – probabilmente per essere i punti ormai “smarcati” – in merito: a) alla non necessarietà di una valutazione di funzionalità da parte del giudice (assorbita dalla attestazione del professionista[37]); e b) alla non necessarietà di una esplicita statuizione in merito al riconoscimento della prededuzione al finanziamento[38].

Le discrasie di oggi e quelle di domani (o, ponendoci nella prospettiva di una riforma già “attuata”, quelle di ieri e quelle di oggi) non paiono spiegabili nei termini di interpretazioni più o meno “restrittive” od “estensive” suggerite dalla lettura della norma “speciale”[39]: e, d’altra parte, sotto il profilo del “riordino” e del “contenimento” delle ipotesi di prededuzione – indicati come criteri da seguire nella legge delega – la nuova disciplina sembra sostanzialmente “neutra”, nel senso di non apportare, almeno per quanto riguarda la materia in esame, significativi scostamenti, se non per il fatto di avere legato l’elemento “temporale” ad una specifica finalità del credito sorto durante la procedura concorsuale.

4.2.1. Segue. La “decadenza” dalla prededuzione

Il secondo comma dell’art. 101 dello schema di CCI prevede che “in caso di successiva ammissione del debitore alla procedura di liquidazione giudiziale, i predetti finanziamenti non beneficiano della prededuzione quando il piano di concordato preventivo o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti risulta, sulla base di una valutazione dal riferirsi al momento del deposito, basato su dati falsi o sull’omissione di informazioni rilevanti o il debitore ha compiuto atti in frode ai creditori e il curatore dimostra che i soggetti che hanno erogato i finanziamenti, alla data dell’erogazione, conoscevano tali circostanze”.

Non si prevede più, nel nuovo “schema”, l’ipotesi di decadenza/revoca della prededuzione per il caso in cui, nel corso della esecuzione del piano, “si siano verificati scostamenti tra i dati di piano e i dati consuntivati tali da rendere, sulla base di una valutazione da riferirsi all’epoca, il predetto piano manifestamente inattuabile”: sotto questo aspetto il “riformatore” ha evidentemente preso atto e condiviso alcune preoccupazioni manifestate dagli interpreti in merito al possibile venir meno della prededuzione del credito vantato da un finanziatore avulso da qualsiasi “intento fraudolento”[40].

Peraltro, il venir meno di tale precisazione, non toglie gran che a quanto già da tempo, sulla base della disciplina vigente, si era venuto affermando da parte degli interpreti, in merito alla opportunità di un rinnovo della attestazione in caso di scostamenti rispetto alla situazione iniziale. Di più, tale soluzione appare del resto confermata apertis verbis dalla nuova disciplina, che, all’art. 58 disciplina in via generale l’ipotesi della modifica del piano (rispettivamente prima e dopo l’intervenuta omologazione), peraltro (come nel precedente schema di decreto legislativo) soltanto per il caso del concordato preventivo.

5. Il riconoscimento della prededuzione nelle successive procedure “concorsuali” ed “esecutive”

Tra le novità preannunciate nello schema di CCI, una disposizione che, nell’ambito della disciplina della “prededucibilità dei crediti”, figura nel comma 2 dell’art. 6 dello schema di Decreto di attuazione. Vi si prevede che “la prededucibilità permane anche nell’ambito delle successive procedure esecutive o concorsuali”.

Per una parte la disposizione recepisce alcune indicazioni sorte dalla applicazione della disciplina pregressa: così, per esempio, anche vigente la legge fallimentare, si è sostenuto che si abbia consecuzione – ancorché definita “impropria”[41] – tra accordo di ristrutturazione e concordato preventivo che vi faccia seguito[42]. Se mai, c’è da aggiungere che, (anche) alla luce della prospettata riforma, non è dato sapere se quella appena descritta sia da considerarsi una consecuzione “propria” o “impropria”, dal momento che neppure viene risolto expressis verbis il problema della natura concorsuale o meno dell’accordo di ristrutturazione.

D’altra parte, il problema della consecuzione non è evidentemente quello del rapporto, rispettivamente, tra accordo di ristrutturazione e fallimento e quello tra concordato preventivo e fallimento: in questi casi è la legge stessa che regola la prededuzione. Il problema, invece, è proprio quello se la prededuzione possa operare anche all’interno della procedura concorsuale minore: e quindi, ad esempio, se la prededuzione accordata ai finanziamenti concessi in esecuzione di un accordo di ristrutturazione possa trovare riconoscimento anche all’interno del concordato preventivo che vi faccia seguito[43].

Sotto altra prospettiva, la dottrina più sensibile ha immediatamente rilevato come il criterio fatto proprio dal legislatore sia un criterio di natura unicamente temporale, che non coincide (o, almeno, non coincide necessariamente) con il concetto di “consecuzione” delle procedure concorsuali; e che, per di più, si estende non soltanto alle procedure concorsuali, ma anche alle procedure esecutive (da intendersi, evidentemente, come procedure esecutive “individuali”)[44]. E’ chiaro che se il criterio della permanenza della prededuzione dovesse ritenersi come un criterio puramente temporale, la portata della norma sarebbe altamente impattante, o, come pure è stato efficacemente sottolineato in dottrina, “destabilizzante”[45].

D’altra parte, non soltanto, a ben vedere, si prescinde dal rapporto di “consecutività”; ma anche dalla “concorsualità” della procedura all’interno della quale si è generato il credito che ha visto riconosciuta la prededucibilità: è il caso, evidentemente discusso, dell’accordo di ristrutturazione: del quale, come si torna a dire, il legislatore della riforma non ha voluto predicare espressamente la natura (per riconoscerne ovvero per escluderne il carattere “concorsuale”).

Se dovesse escludersi la natura concorsuale dell’accordo, indirettamente ne risulterebbe confermata anche la interpretazione “estensiva” del riconoscimento della prededuzione nelle procedure concorsuali ed esecutive successive, in quanto l’istituto della “consecuzione” è concepito nella relazione tra procedure concorsuali, e, negando la concorsualità all’accordo di ristrutturazione, si nega per ciò stesso che il rapporto che leghi l’accordo ad una successiva procedura possa qualificarsi come di “consecuzione” (salvo a voler ammettere, la sopra prospettata “teoria della consecuzione impropria”).

Una interpretazione restrittiva potrebbe essere fondata sul presupposto che, verosimilmente, in tale circostanza il legislatore “plus dixit quam voluit” : ove ci si ponesse in tale prospettiva – ritenendo, quindi, che le procedure debbano essere non soltanto “successive”, ma anche “consecutive”, nel senso comunemente fatto proprio dalla giurisprudenza, e prescindendo dalla “non concorsualità” della prima procedura nella quale venisse riconosciuta la prededuzione – occorrerebbe ovviamente verificare se la procedura concorsuale “successiva” possa dirsi riferita alla medesima “crisi” irrisolta dalla procedura (concorsuale o meno) precedente[46].


[1] Pertanto, nel testo si utilizzerà l’acronimo “CCI” per riferirsi allo schema di decreto legislativo di esecuzione della legge delega n. 155 del 2017.

[2] Contra R. Cuonzo, L’evoluzione legislativa del diritto preconcorsuale dell’economia, Napoli, 2012, secondo cui prima dell’intervento del legislatore del 2010 “la concessione della nuova finanza non poteva essere considerata come uno dei contenuti possibili degli accordi di ristrutturazione dei debiti”.

[3] In questa prospettiva A. Vicari, I finanziamenti delle banche a fini ristrutturativi, in Giur. comm., 2008, I, 491-496

[4] E’ questa la prospettiva fatta propria da A. Paluchowski, Gli accordi di ristrutturazione, cit., 916.

[5] G. Lo Cascio, Le nuove procedure di crisi: natura negoziale o pubblicistica?, cit., 995.

[6] Così S. Bonfatti, in S. Bonfatti – P.F. Censoni, La riforma della disciplina dell’azione revocatoria fallimentare del concordato preventivo e degli accordi di ristrutturazione, Padova, 2006, 310; nonché in S. Bonfatti – P.F. Censoni, Manuale di diritto fallimentare, Padova, 2007, 477-478. Nel senso della impossibilità di riconoscimento della prededucibilità anche A. Jorio, Accordi di ristrutturazione e piani di risanamento, cit., 104.

[7] A. Guiotto, I finanziamenti alle imprese in crisi, in Fallimento, 2017, 1065, dopo aver evidenziato che, normalmente, la nuova finanza richiesta ai creditori bancari è proporzionale alla esposizione chirografaria di questi, rileva che tale “regola” può trovare una eccezione laddove ricorrano “specifiche e maggiori tutele”, quali, come nel caso che ci occupa, il riconoscimento della prededuzione.

[8] C. Costa, Esenzione dall’azione della revocatoria e prededuzione nelle procedure stragiudiziali di risanamento delle imprese, in Dir. fall., 2010, I, 538. D’altro canto, risultava non giustificabile una situazione nella quale, da un lato, si esentavano da revocatoria i pagamenti di crediti derivanti da atti di esecuzione del piano e si privasse di tutela il creditore per il caso in cui l’imprenditore non avesse ritenuto di effettuare quei pagamenti: in questa prospettiva S. Bonfatti – P. F. Censoni, Manuale di diritto fallimentare, Padova, 2011, 570. Efficacemente parla di “regola di correlazione disciplinare, in rapporto di complementarietà, fra esenzione da revocatorie e prededuzione” A. Castiello d’Antonio, I chiaroscuri della riforma del diritto preconcorsuale italiano, in S. Bonfatti – G. Falcone (a cura di), Le procedure di composizione negoziale delle crisi e del sovraindebitamento, Milano, 2014, 137-138.

[9] R. Cuonzo, L’evoluzione legislativa del diritto preconcorsuale dell’economia, cit., 54; la critica è condivisa da A. Castiello d’Antonio, I chiaroscuri, cit., 134. Considerazioni negative in merito alla scelta di eliminare il riferimento ai finanziatori professionali anche in G. Staiano, Il sostegno finanziario delle imprese in crisi: i finanziamenti bancari, in S. Bonfatti – G. Falcone (a cura di), Le procedure di composizione negoziale delle crisi e del sovraindebitamento, Milano, 2014, 108-109, il quale evidenzia il pericolo di un significativo aumento dei crediti in prededuzione, tale da rendere meno efficace questo strumento per garantire i finanziatori; critico con la eliminazione del riferimento ai finanziatori professionali anche A. Pisani Massamormile, La prededuzione ed i finanziamenti alle imprese in crisi, in Banca borsa tit. cred., 2015, I, 7, il quale invece evidenzia come sia proprio il finanziatore istituzionale a saper valutare (o dover saper valutare) “se e quali margini di ripresa l’impresa realmente presenti e quindi se ed in che misura possa essere produttivo erogare credito in suo favore”.

[10] In questa prospettiva A. Castiello d’Antonio, I chiaroscuri, cit., 135, il quale evidenzia come tale aspetto sia stato preso in considerazione anche dalla giurisprudenza, portando ad esempio Trib. Terni 14 gennaio 2013. Una considerazione critica per il “proliferare” delle previsioni di prededuzione anche in A. Pisani Massamormile, op. ult. cit., 7.

[11] Così ancora A. Castiello d’Antonio, Riflessioni sparse sul diritto preconcorsuale rivisitato, introduzione a R. Cuonzo, L’evoluzione legislativa del diritto preconcorsuale dell’economia, cit., XII. Analogamente G. Buccarella, I “nuovi” accordi, cit., 153-154.

[12] Sotto altra prospettiva, M. L. Vitali, Finanza “ponte”, finanza “in esecuzione” e “interinale” (ossia il puzzle della disciplina dei finanziamenti alle imprese in crisi): appunti, in Contratto e impresa, 2015, 185-186, pur rilevando che la modifica si muove nella finalità di creare un vero e proprio “mercato della nuova finanza”, evidenzia peraltro la possibilità di “asimmetrie informative” tra intermediari vigilati e altri finanziatori. Per una interpretazione nel senso di ricomprendere anche i finanziamenti effettuati prima dell’omologazione, ma dopo il deposito dell’accordo di ristrutturazione, L. Morellini, L’art. 182 quater l. fall.: novità e criticità, in Fallimento, 2011, 901.

[13] Secondo S. Sanzo, Il finanziamento delle imprese in crisi, in F. Galgano (diretto da), Le operazioni di finanziamento, Bologna, 2016, 1484-1485, il tema delle tipologie contrattuali apparirebbe “meno problematico”, rilevando unicamente che il negozio prescelto sia sorretto da una causa di finanziamento.

[14] Secondo M. L. Vitali, Finanza “ponte”, 197, si potrebbe anche ipotizzare la ricomprensione all’interno della nozione di “finanziamento” fatta propria dalla norma delle emissioni dei c.d. “minibond”. Anche L. Morellini, L’art. 182 quaterl. fall.: novità e criticità, cit., 900, patrocina una interpretazione estensiva del concetto di finanziamento, tale da ricomprendere anche la dilazione di pagamento, o il mantenimento o la proroga del credito già concesso. Secondo S. Sanzo, op. cit, 1506, possono rientrare nella categoria dei finanziamenti in discorso “tutti i rapporti negoziali cui sia sottesa la causa di sovvenzione finanziaria in favore dell’impresa della cui ristrutturazione si tratta”.

[15] Il riferimento è a Cass. Civ., 2 febbraio 2018, n. 2627, in Ilcaso.it., che ha affermato che nella previsione normativa è da considerarsi compresa “qualunque tipologia di sostegno finanziario tesa a realizzare, nei fatti una forma di finanziamento”. In particolare, la Corte, dopo aver quindi precisato che sono possibili anche “forme tecniche diverse da quelle tipiche del mutuo”, ha ritenuto che “l’ampiezza della previsione e la ratio compensativa del rischio di credito per il finanziatore, volta a incentivare, con la prededucibilità, l’erogazione a sostegno dell’impresa, consentono di affermare che tra le ipotizzate forme tecniche di sostegno finanziario rientrino anche le garanzie fideiussorie”.

[16] S. Bonfatti, I presupposti e gli effetti, cit., 9. In questo senso, la precisazione contenuta nel comma 2 dell’art. 99 dello schema di CCI (“Finanziamenti prededucibili autorizzati prima dell’omologazione del concordato preventivo o di accordi di ristrutturazione dei debiti”), secondo cui “la richiesta può avere ad oggetto anche il mantenimento delle linee di credito autoliquidanti in essere al momento del deposito della domanda di cui al comma 1” dovrebbe considerarsi espressione di una regola che opererebbe comunque, ancorché non esplicitata (come, per l’appunto, per il caso dei finanziamenti “in esecuzione”): laddove il “mantenimento” deve essere interpretato come “mantenimento in un regime di prededuzione”.

[17] In questa prospettiva Trib. Perugia, 16 novembre 2017, in Ilcaso.it, che ha affermato il principio per cui “i crediti per nuova finanza in esecuzione frutto anche del mantenimento, autorizzato, delle linee di credito esistenti, sono prededucibili ex articolo 111 l. fall.”.

[18] Si tratta di Trib. Milano, 5 ottobre 2017, in GiustiziaCivile.com, 23 marzo 2018, con nota di Gommellini, Crediti da finanziamenti in favore di una newcoin esecuzione di accordo di ristrutturazione dei debiti omologato: prededucibilità ex art. 182-quaterl. fall. Si trattava di un caso in cui alla newco era stata trasferita l’azienda, con tutte le attività e parte delle passività: essa quindi diventava uno strumento per la continuazione dell’attività di impresa e, dunque, di attuazione dell’accordo omologato. La circostanza che il finanziamento venga effettuato in favore della newco cessionaria delle attività dell’impresa in crisi fa sì, poi, che la prededuzione “investa” il medesimo patrimonio dell’imprenditore. Ovviamente, in tal caso, la prededuzione rileva nel caso della procedura concorsuale che dovesse investire la stessa newco.

[19] Trib. Pesaro, 13 novembre 2014, in Ilcaso.it, Sez. giurisprudenza, 11917.

[20] Trib. Monza, 5 novembre 2014, in Ilcaso.it, sez. giurisprudenza, 11589.

[21] F. Nieddu Arrica, Finanziamento e sostenibilità dell’indebitamento dell’impresa in crisi, in Giur. comm., 2013, I, 838.

[22] Di “problema di confini” parla A. Pisani Massamormile, op. cit., 6-10. Sul tema delle possibili “classificazioni” dei finanziamenti in prededuzione v. S. Fortunato, Considerazioni sul finanziamento alle imprese in crisi, in Giur. comm., 2016, I, 587 ss.

[23] Secondo A. Pisani Massamormile, op. cit., 9, si tratterebbe di finanziamenti che, a prescindere dal momento della erogazione, sono concessi prima della domanda di ammissione al concordato preventivo o di omologazione di un accordo di ristrutturazione, ma visti come modalità di adempimento di quanto previsto nel piano o nell’accordo. Essi dovrebbero essere indicati nel piano, ed erogati dopo l’omologazione. Più precisamente, secondo l’A., i finanziamenti in discorso dovrebbero essere erogati dopo la pubblicazione della domanda nel Registro delle Imprese e prima dell’ammissione al concordato o dell’omologa. Secondo Nieddu Arrica, op. cit., 840, invece, si tratterebbe di finanziamenti contratti dopo l’omologazione del concordato o dell’accordo.

[24] Così ancora M.L. Vitari, Finanza “ponte”, cit., 196. Analogamente A. Pisani Massamormile, op. cit., 5.

[25] Tale impostazione è rinvenibile all’interno delle Linee-guida per il finanziamento alle imprese in crisi, elaborate dalla Università degli Studi di Firenze, dal CNDCEC e da Assonime, nella loro seconda edizione del 2015, p. 62.

[26] Così ancora le citate Linee-guida.

[27] A. Pisani Massamormile, La prededuzione ed i finanziamenti alle imprese in crisi, in Banca borsa tit, cred,, 2015, I, 1 ss.

[28] A. Pisani Massamormile, op. cit., 5. Non cosi in giurisprudenza: per Trib. Modena, 16 dicembre 2014, ne Ilcaso.it, i finanziamenti “in esecuzione” sono “contratti” successivamente alla omologazione.

[29] M. L. Vitali, Finanza “ponte”, cit., 195.

[30] Sul punto deve ricordarsi che talora la giurisprudenza ha equiparato il concetto di “esecuzione” del piano a quello di “puntuale previsione” all’interno del piano: così Trib. Milano, 23 settembre 2013, n. 9362, in Fallimentopiù.it, 24 aprile 2014.

[31] Cass, Civ., Sez. I., 2 febbraio 2018, n. 2627, in Ilcaso.it, esprime il principio per cui la valutazione di “funzionalità” deve ritenersi insita nel provvedimento di omologazione.

[32] S. Bonfatti, I presupposti e gli effetti del sostegno finanziario alle imprese in crisi. Uno sguardo d’insieme, in dirittobancario.it.

[33] Benché il dibattito sulla natura concorsuale o (soltanto) privatistica degli accordi di ristrutturazione rimonti all’indomani della introduzione di tale istituto (con una prevalenza delle opinioni intese ad escludere la concorsualità degli accordi), un nuovo impulso al confronto è stato segnato da una serie di pronunce della Suprema Corte, che, invece, hanno affermato quella “concorsualità”. In questa prospettiva, Cass. Civ., 25 ottobre 2017, nn. 1182 (in Fallimento, 2018, 285 ss., con nota di Fabiani, La nomenclatura delle procedure concorsuali e le operazioni di ristrutturazione) e 1896; Cass. Civ., 12 aprile 2018, n. 9087, in Fallimento, 2018, 984 ss., con nota di Trentini, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti sono una “procedura concorsuale”: la Cassazione completa il percorso; e ancora Cass. Civ., 24 maggio 2018, n. 12965, in Giust. Civ. Mass., 2018

In dottrina, in senso critico rispetto a quanto affermato nelle pronunce della Suprema Corte da ultimo citate, S. Bonfatti, La natura giuridica dei “piani attestati di risanamento” e degli “accordi di ristrutturazione”, in Ilcaso.it, gennaio 2018, nonché in Dir. banc., 2018, I, 175 ss.; Id, La natura giuridica degli accordi di ristrutturazione, in Riv. dir. banc., www.dirittobancario.it, 2018; Id, Ancora sulla natura giuridica degli accordi di ristrutturazione, in Ilcaso.it, febbraio 2018; Id, Estraneità degli accordi di ristrutturazione alla “sfera della concorsualità” in materia di prededuzione, in Ilcaso.it, luglio 2018.

In senso adesivo, invece, al nuovo orientamento della Suprema Corte, M. Arato, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti tra la giurisprudenza della Cassazione e il Codice della Crisi e dell’Insolvenza, in Crisi d’Impresa e Insolvenza, 9 ottobre 2018.

Ritiene che si possa prescindere dalla necessità di “catalogare” nell’un senso o nell’altro gli accordi di ristrutturazione, per adottare invece un criterio “funzionalistico”, M. Fabiani, Dal codice della crisi d’impresa agli accordi di ristrutturazione senza passare da Saturno, in Crisi d’Impresa e Insolvenza, 14 ottobre 2018.

Anche la giurisprudenza di merito si è talora mostrata critica nei confronti delle conclusioni raggiunte dalla Suprema Corte: in particolare si segnalano due gruppi di pronunce del Tribunale di Reggio Emilia (14 e 15 febbraio 2018, in Ilcaso.it, febbraio 2018; 21 e 22 marzo 2018, 17 luglio 2018, in Ilcaso.it, luglio 2018; e Trib. Udine, 9 gennaio 2018, Ilcaso.it. In senso negativo rispetto alla concorsualità degli accordi di ristrutturazione anche Trib. Reggio Emilia, 19 ottobre 2017, n. 5616, su cui J. Paoloni, La natura prevalentemente privatistica degli accordi di ristrutturazione dei debiti. Nota a Tribunale di Reggio Emilia, Sezione Fallimentare, 19 ottobre 2017, n. 5616, in Riv. dir. banc.www.dirittobancario.it, 2018,

[34] Trib. Milano, 23 settembre 2013, in Fallimentopiù.it, 24 aprile 2014, secondo cui “la disposizione di cui all’art. 182-quater, comma 1, l. fall., non ha efficacia retroattiva, anche perché non riconosce la prededucibilità a qualunque credito da finanziamento sorto nel corso dell’esecuzione del concordato, ma richiede che il finanziamento sia effettuato in esecuzione di tale procedura, ossia che il medesimo sia puntualmente previsto nel piano concordatario omologato. Analogamente Trib. Milano, 9 febbraio 2015, in Ilcaso.it, e, più recentemente, Cass. Civ., 21 giugno 2018, n. 16347.

[35] Il riferimento è a Cass. Civ., 10 gennaio 2018, n. 380, in Fallimento, 2018, (4), 417 ss., con nota di Nardecchia: questa pronuncia ha ritenuto “irrilevante” la previsione nel piano, in quanto “nel corso dell’esecuzione del concordato, e proprio allo scopo di darvi adempimento” il debitore può trovarsi “nella necessità di contrarre nuove obbligazioni, che, in tal caso, (…) devono senz’altro ritenersi sorte “in funzione” della procedura”.

[36] Così S. Bonfatti, I presupposti e gli effetti, cit., 23-24.

[37] In questa prospettiva la già citata Cass. Civ., 2 febbraio 2018, n. 2627, in Ilcaso.it.

[38] Sul punto Trib. Milano, 26 ottobre 2011, in Riv. dott. comm., 2011, 4, 940.

[39] E’ da ricordare che Cass. Civ., 14 aprile 2013, n. 9316, in Giust. civ., 2013, che aveva affermato che l’introduzione dell’art. 182-quater non poteva essere posta a sostegno di “una interpretazione immotivatamente restrittiva della disposizione generale fissata nell’art. 111”, in quanto in questo modo sarebbe stata tale da “annullarne sostanzialmente la portata”, ciò contrastando “con la lettera della legge e con l’intenzione del legislatore”. Analogamente Cass. Civ., 8 aprile 2013, n. 8533, in Giur. comm., 2013, II, 771, con nota di Ciervo. Al dibattito in merito alla natura meramente interpretativa o piuttosto innovativa dell’art. 182-quater rispetto all’art. 111 l. fall., fa cenno anche Trib. Milano, 9 febbraio 2012, in Fallimentopiù.it, 2012.

[40] S. Bonfatti, I presupposti e gli effetti del sostegno finanziario, cit., 32.

[41] S. Sanzo, op. cit., 1498.

[42] CNDCEC, Linee guida per il finanziamento alle imprese in crisi, 2015.

[43] Sul punto P. Beltrami, La disciplina dei finanziamenti alle imprese in crisi nelle operazioni di ristrutturazione dei debiti, in Banca borsa tit. cred., 2015, I, 74-76. In senso positivo rispetto al quesito S. Bonfatti, La prededuzione dei crediti verso l’impresa in crisi tra natura della procedura e consedcutio di procedimenti, in Riv. dir. banc., www.dirittobancario.it, 2017.

[44] Così S. Bonfatti, Le nuove procedure di composizione negoziale delle crisi d’impresa. Piani attestati di risanamento e accordi di ristrutturazione, relazione al convegno Riforma del “fallimento” e crisi d’impresa, Reggio Emilia, 12 ottobre 2018, 34 ss.

[45] Così ancora S. Bonfatti, op. ult. cit., 36, il quale evidenzia che in questo caso “la prededuzione assumerebbe le caratteristiche di un privilegio generale “universale” ovvero di un “superprivilegio””.

[46] S. Bonfatti, op. ult. cit., 37-38.

Astaldi, in arrivo la proposta di Salini con le banche

themeditelegraph.com 11.12.18

Milano – Salini Impregilo sarà affiancata da altri soggetti, italiani e finanziari, nell’offerta per salvare Astaldi.

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Milano – Salini Impregilo sarà affiancata da altri soggetti, italiani e finanziari, nell’offerta per salvare Astaldi. A indicarlo è stato il direttore finanziario del general contractor, Massimo Ferrari mentre a Piazza Affari il titolo del gruppo finito in concordato, all’indomani di un rally,ha perso 10,89% e Salini è terminata in parità. Il Cfo di Salini ha spiegato che la società pensa «di poter aggregare altri partner, anche finanziari». L’ipotesi che si fa strada è quella di una newco, un veicolo finanziario dove entreranno le banche più esposte su Astaldi, vale a dire Intesa, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas e Banco Bpm. L’obiettivo resta la parte costruzioni, per salvare i cantieri in comune che solo in Italia danno lavoro a 6.000 persone.

«Il nostro progetto ha carattere industriale – ha spiegato Ferrari -, pensiamo che la soluzione a questa come per altre partite che ci sono in Italia sia di carattere industriale, non ci sono altre soluzioni». Gli occhi sono puntati su venerdì 14 dicembre, lunedì al massimo, dato che domenica 16 scade il termine del Tribunale per presentare il piano di risanamento. Astaldi, con in mano una proposta concreta, avrà spazio per chiedere e ottenere una proroga di 60 giorni, fino a metà febbraio, per presentare il piano definitivo. «Le altre soluzioni», che secondo Ferrari non ci sono, vedrebbero in campo la giapponese Ihi, che ha manifestato interesse e un cui intervento, qualora di concretizzasse, aiuterebbe il presidente Paolo Astaldi nell’estremo tentativo di salvare l’intero gruppo e non solo i cantieri aperti. 
A breve serve comunque un prestito ponte nell’ordine dei 150 milioni per assicurare la continuità aziendale ma che rischia di costare caro. La nuova finanza di Fortress o del Fondo Sound Capital richiede tassi anche superiori introno 15% e garanzie.

Le banche acquistano 20 mld di Btp, che tornano in tasca anche agli italiani

 Elena Dal Maso milanofinanza.it 12.12.18

Giovanni Tria

Da maggio ad oggi lo spread fra i titoli di Stato italiani e tedeschi a dieci anni è passato da 120 a 300, con l’effetto che i Btp sono stati oggetto di grosse vendite sul mercato, soprattutto da parte degli investitori esteri che hanno temuto un’uscita del Paese dall’Eurozona.

Ora, però, in base ai dati pubblicati da Bankitalia relativi ad ottobre e commentati oggi dagli analisti di Mediobanca  Securities, emerge che da maggio ad oggi gli istituti di credito italiani hanno aumentato il peso dei titoli di Stato in bilancio del 6% anno su anno, dell’1% mese su mese, per un totale di 3,7 miliardi in più a ottobre ma di ben 20 miliardi di euro negli ultimi cinque mesi.

Questo si spiega con il fatto che acquistare i titoli governativi già sul mercato, prezzati a forte sconto, permette alle banche, che scommettono sul recupero del valore dei Btp, di rimpinguare i bilanci. Inoltre un decennale italiano paga oggi una cedola del 3%. Esiste anche un altro beneficio: gli istituti di credito dell’Eurozona che acquistano titoli di Stato del proprio Paese non sono costretti poi a farli pesare sugli asset ponderati per il rischio, un beneficio normativo che vede oggi i tedeschi schierati contro gli Stati del Sud Europa.

Sul fronte privato Natixis Investment Managers scrive oggi che, a causa della forte volatilità che ha caratterizzato il 2018 rispetto alla calma sui mercati dello scorso anno, solo 4 degli 87 portafogli presi in esame il 30 ottobre scorso (tra moderati, conservativi e aggressivi) hanno registrato ritorni positivi da gennaio, il peggior risultato dal 2013. È quanto emerge dalla nuova edizione del Barometro dei Portafogli Italiani, l’analisi condotta ed elaborata dal team Dynamic Solutions Group di Natixis IM.

Rispetto agli anni precedente, il Barometro mette in evidenzia alcune importanti differenze sia in termini di mercati che in termini di asset allocation dei portafogli. Dall’indagine, infatti, sono emersi “significativi afflussi verso il fixed income a dispetto di importanti spostamenti in uscita dai fondi multi-asset e un’uscita moderata dai fondi alternativi”. Esattamente il contrario di quanto registrato negli anni passati, quando il comparto obbligazionario ha visto un calo degli afflussi a causa del contesto di basso rendimento che ha portato gli investitori a spostarsi verso fondi alternativi e multi-asset.

Natixis ha quindi registrato un forte ritorno sull’obbligazionario europeo, in particolare sulle singole obbligazioni, soprattutto Btp e obbligazioni corporate italiane. Il peso del reddito fisso nei portafogli era del 29,43% nel 2017, salito al 47,84% quest’anno. “Una combinazione di maggiori rendimenti in Italia a seguito delle turbolenze politiche e le preoccupazioni per gli aumenti dei tassi in Europa hanno portato maggiori allocazioni su queste classi di attivi”, riporta l’analisi.

ROGHI DOLOSI A ROMA / LA MANO DELLE MAFIE. E DA 30 ANNI SE NE FOTTONO

11 dicembre 2018 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Roma avvolta nelle nuvole tossiche per il maxi rogo all’impianto AMA Tmb del Salario. Un impianto che gestisce e lavora rifiuti ‘border line’, secondo alcuni addetti ai lavori, un indifferenziato misto, non proprio il massimo per uno smaltimento decente.
La piaga dei roghi, ormai, sta diventando un ‘must’ anche per i romani (e spesso per  i milanesi), dopo che per anni e anni è stata una prerogativa tutta campana, battistrada la “Terra dei Fuochi” che ha causato, causa e continuerà a causare sempre più elevate percentuali di patologie respiratorie e tumorali (mortali) per quella martoriata popolazione.
E per anni gli amministratori pubblici sono stati a guardare: soprattutto perchè il business è tutto nella mani della camorra, che macina affari con le monnezze e di tutta evidenza con la collusione / complicità delle stesse amministrazioni locali. Che chiudono abbondantemente gli occhi.
Solo adesso pare registrarsi un’inversione di tendenza (a livello nazionale) e l’inizio di una lotta seria alla filiera criminale della monnezza d’oro. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa è stato per anni sul fronte in Campania, alla guida di quel Corpo Forestale dello Stato incredibilmente cancellato.
Subito dopo il rogo all’impianto Ama del Salario, Costa ha detto: “Si tratta di un incendio doloso”. Mentre gli investigatori ancora sono alle prese con i rituali, estenuanti accertamenti.
Siamo ormai stanchi di rammentare che la piaga dei traffici di rifiuti, il business monnezza gestito dalle mafie, è una storia cominciata a fine anni ’80, quindi trent’anni fa esatti, in Campania, dove la camorra dei Casalesi aveva capito il valore di quella monnezza tossica e di quei traffici miliardari.
Sono di fine anni ’80 – primi ’90, infatti, gli accordi stipulati dal boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e Mezzanotte, addirittura con il Venerabile Licio Gelli. E’ di quell’epoca lo sversamento nell’area ovest di Napoli dei materiali super tossici provenienti dall’Acna di Cengio. Nascono sempre a fine anni ’80 gli affari intrecciati dal colletto bianco più potente, l’avvocato Cipriano Chianese, con gli stessi Casalesi (e la storia andrà a processo una quindicina d’anni più tardi).
Così come risalgono al 1996 le prime verbalizzazioni di Francesco Schiavone, il super pentito del clan, zio del famigerato Sandokan. Un verbalizzazione esplosiva, perchà già allora si sapeva di tutto e di più, perfino sulla mappa delle aree di sversamento preferite dai clan. Come dire: si sarebbe potuto intervenire subito, anche con le bonifiche, evitando di passare 22 anni senza muovere un dipo, e permettendo che la situazione si facesse drammatica, anzi tragica, sotto il profilo ambientale e soprattutto per la salute dei cittadini.
A pochi mesi dalla riattualizzazione di quelle parole di fuoco, tre anni fa, Schiavone è “morto” cadendo da un pero. Così come poche settimane dopo è morto in un “incidente” stradale mai chiarito chi indagava sui traffici di monnezza, il pm di Napoli Federico Bisceglia
Come mai sono passati 22 anni così? Perchè gli inquirenti se ne sono fregati e tutto è finito in un cassetto a far polvere?
La situazione, dopo anni, si è trasferita anche a Roma, come dimostra ampiamente l’inchiesta “Mafia Capitale”. Ma i campanelli d’allarme c’erano già stati, e sempre regolarmente inascoltati.
E’ del 2012, infatti, il libro scritto a 6 mani da Manuele Bonaccorsi, Ylenia Sina Nello Trocchia (che ha cominciato il suo mesterie di giornalista a inizio anni 2000 proprio alla Voce) e così titolato: “Roma come Napoli – Il malaffare di politica e signori della monnezza che mette in ginocchio il Lazio e la Capitale”, edito da Castelvecchi.
Sei anni fa la pericolosità della situazione era ben nota. Ora tutti a domandarsi cosa succede. E lady Raggi chiede aiuto alle altre Regioni per arginare il problema in vista del Natale. Come per anni Napoli ha chiesto aiuto alle altre regioni, per poi arrendersi e spendere montagne di euro per spedire la “monnezza d’oro” all’estero, dall’Olanda al Portogallo.
Della salute dei cittadini nessuno se ne frega. Di bloccare i traffici delle mafie nessuno se ne frega. Dell’ambiente nessuno se ne frega. Siamo proprio sommersi dalla monnezza “politica”.



Report, meno male che c’è

11 dicembre 2018 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Anni fa Kodak, gigante dell’industria fotografica pubblicizzò se stesso con l’azzeccatissimo slogan “E’ bello sapere che c’è”. Anni dopo se n’è appropriato con accorta modifica Berlusconi ed è diventato “Meno male che Silvio c’è”. Considerato il successo dell’invenzione pubblicitaria, non è meglio attribuirla al coraggio e alla professionalità del giornalismo d’indagine firmato dalla Gabanelli e ora guidato magistralmente da Sigfrido Ranucci?
Molto si è detto dei 49 milioni truffati allo Stato dalla Lega e ogni tentativo di sminuire lo scandalo è franato con la richiesta di Salvini di spalmare il debito in quasi novant’anni, evidente ammissione dell’illecito. In una strana fase della “coscienza incosciente” degli italiani, che regalano consensi al “Ce l’aveva duro” vice premier leghista, nessuno prima di Report ha indagato compiutamente gli scheletri che i valpadani occultano negli armadi al Sud. Si può scommettere il ministro dell’Interno e i suoi ultra non si sono persi la puntata del programma, se non altro per scoprire se si esponesse a querele. E si può immaginare il loro imbarazzo per gli affondo del programma che ha toccato i nervi scoperti della Lega.
Di seguito l’elenco delle molte sfumature di grigio-nero dei “Noi con Salvini” nel Sud del Paese, mostrate dalla bravura dell’inviata Claudia Di Pasquale: l’inchiesta è partita dal coordinatore calabrese della “Lega per Salvini premier”, Domenico Furgiuele. Al suocero Salvatore Mazzei (condannato in via definitiva per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso) è stata confiscata una cava di Lamezia Terme. Il genero, ha raccontato Report, ha domicilio in un edifico della moglie confiscato. Furgiuele ha venduto la propria quota di una sua società con sede nella cava confiscata al cognato Armando Mazzei. La giustificazione dei leghisti ricalca pari, pari l’autoassoluzione di Di Maio per gli abusi edilizi nelle proprietà di famiglia (“Tutta colpa di mio padre, io non c’entro”). Salvini: “Non fatemi fare processi ai parenti, non rispondo neppure di quello che fa mio suocero”. Comodo, no? Altre intrusioni di Report hanno rivelato il lato oscuro di leghisti del sud, per esempio di Michele Marciano, intercettato nel 2006 a casa del boss Cosimo Alvaro. Gli avrebbe offerto la sua disponibilità”, o dell’avvocato Enzo Caccavari, amico e legale dell’ex Forza Italia Antonio Matacena, ora latitante a Dubai.
Altra incursione in Puglia. Il senatore Roberto Marti, come tanti neo leghisti con un passato nel Msi e poi in Forza Italia, è indagato dalla procura di Lecce in tema di assegnazione delle case popolari. Si sarebbe mobilitato per far assegnare una abitazione al fratello di un boss. E in Campania?
Nella cittadina di Afragola Vincenzo Nespoli (ex parlamentare di An e Pdl), è stato condannato in secondo grado per bancarotta fraudolenta. Suo nipote Camillo Gracco, assessore comunale per la Lega, dichiara che lo zio ha interferito nella formazione delle liste elettorali della Lega. Su Camillo Gracco è in corso un’indagine con l’ipotesi di riciclaggio. Il caso di Avellino: eletto in Comune con la lista leghista, Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. Nell’intervista il rampollo dei Genovese, dichiara che “Per noi niente era vero di quelle accuse”. Il coordinatore campano della Lega, il deputato Gianluca Cantalamessa, è un ex di Alleanza Nazionale e lo scagiona: “Non lo avremmo candidato se avessimo saputo”. E cos’era mai, una notizia coperta dal segreto di Stato? Cinquestelle e caso Genovese? Difende l’esponente leghista l’ex collega pentastellato Fabio D’Alessandro, che chiede ai giornalisti Report un trattamento morbido nei confronti dell’esponente del Carroccio “perché figlio di un boss”. Sul profilo Facebook del M5S avellinese compare un post di fuoco che definisce parole e atteggiamenti di D’Alessandro imbarazzanti e inaccettabili. Se ne occuperanno i probiviri.
Poteva mancare la Sicilia? Non poteva. Report racconta di Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi a Meletto, in provincia di Catania) e del suo zio acquisito Mario Montagno Bozzone su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio. La rubrica di Rai 3 cita la presenza dello zio al comizio del nipote per la corsa a sindaco a Meletto. La replica: “I parenti non si scelgono, io ho sempre condannato la mafia”
Siamo alle solite, i figli non sanno mai di che pasta sono fatti i padri”. Ancora, il caso di Carmelo Lo Monte, ora leghista, ex assessore in Sicilia, su cui pende una condanna della Corte dei Conti per presunte assunzioni illegittime al 118 e le vicende dei due fratelli Salvino e Mario Caputo, salviniani di Palermo. Dopo la condanna del primo per tentato abuso d’ufficio, il secondo si è candidato alle regionali. Sulla lista, furbescamente il solo cognome. Tutti e due sono agli arresti domiciliari. Alessandro Pagano, coordinatore dei salviniani nella Sicilia occidentale (ma anche vicepresidente del gruppo Lega alla Camera), ha pagato politicamente per questa operazione. Da Milano è arrivato il sottosegretario agli Interni Stefano Candiani, commissario in Sicilia. Ha dovuto prendersi sulle spalle il caso dell’ex presidente dell’Ente di formazione Isfordd, denunciato da alcuni dipendenti per la presunta sottrazione di fondi dello stesso ente. Candiani, evidentemente dotato di spirito, ha detto, testualmente, “Si vede che sono stati folgorati sulla via di Damasco, non si tratta di trasformismo, a volte cambiare opinione è sintomo di intelligenza (!!!)”. E poi…respinta la richiesta dell’inviata di Report di vedere i bilanci di “Noi con Salvini”.
Thank you very match, Report, è bello sapere che ci sei.

Fca dà forfait a Comune e Regione, con questo Governo saltano i piani

lospiffero.com 12.12.18

Annullato il Consiglio aperto sulle prospettive dell’industria automobilistica. L’azienda rinuncia al confronto in attesa delle decisioni dell’esecutivo sull’ecotassa. Gorlier: “Lo scenario è stato significativamente modificato”

Fca non parteciperà al Consiglio regionale e comunale aperto sul settore auto convocato per domani. Ad annunciare il forfait del gruppo è stato il presidente del Consiglio regionale Nino Boeti, a margine della presentazione del progetto To-Housing a Torino. “Fca – ha detto Boeti rendendo noto il contenuto di una lettera ricevuta dall’azienda – mi ha comunicato che non verrà al Consiglio aperto. Ora convocheremo una riunione dei capigruppo per decidere se mantenere l’appuntamento”.

Una defezione che Fca mette in relazione all’orientamento espresso dal Governo gialloverde di introdurre una ecotassa sui veicoli diesel. “Negli ultimi giorni lo scenario è stato significativamente modificato da interventi sul mercato dell’auto in discussione all’interno della legge di Bilancio, che a nostro avviso alternano l’intero quadro d’azione all’interno del quale il piano per l’Italia era stato delineato”, afferma Pietro Gorlier, responsabile delle attività europee di Fca in una lettera al presidente di Palazzo Lascaris, in cui spiega che l’azienda non parteciperà al Consiglio aperto di domani. Se il sistema di bonus-malus sull’acquisto di nuove auto “fosse confermato fin dal 2019, si renderà necessario un esame approfondito dell’impatto della manovra e un relativo aggiornamento del piano annunciato”, spiega il responsabile Emea di Fca, che riafferma “il nostro immutato rispetto per le istituzioni” e chiede al presidente del Consiglio Boeti di comprendere “le criticità del momento, non solo per Fca, ma più in generale per tutta la filiera dell’auto e in ultima istanza per i clienti finali”.

“Questo piano industriale è basato sulle più aggiornate previsioni di mercato e sull’attuale impianto normativo e regolatorio del settore”, aggiunge Gorlier, ricordando che il documento prevede “per il periodo 2019-2021 investimenti pari a 5 miliardi di euro per il lancio di 13 nuovi modelli o restyling di modelli esistenti, nonché nuove motorizzazioni con impiego diffuso di tecnologia ibrida ed elettrica”. Nella lettera al presidente del Consiglio regionale, il manager sottolinea l’impegno del piano per il Piemonte, con “la produzione della futura Fiat 500 Elettrica e il rinnovamento dei modelli Maserati Levante, Quattroporte e Ghibli a Mirafiori”. Un piano, osserva ancora, che “riteniamo garantirà progressivamente il raggiungimento della piena occupazione”.

Preoccupato è il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino: “Ciò che davvero inquieta è lo scenario indicato nella lettera di Fca, uno scenario di incertezza per l’intero settore dell’auto che riguarda in ultima istanza i consumatori. Inquieta questa non certezza delle politiche del governo in un settore strategico per il Piemonte e per l’Italia”. Questa incertezza, aggiunge Chiamparino, “c’è il rischio che costringa a rivedere gli impegni presentati da Fca ai sindacati, che non risolvevano i problemi ma indicavano una strada positiva”. Un quadro purtroppo abituale con questo Governo: “All’incertezza sulla Tav, si aggiunge l’incertezza nel settore automotive – conclude – questo non depone a favore della nostra regione. Ci auguriamo che entrambe queste incertezze possano essere dissipate”.

La capogruppo M5s di Torino Valentina Sgangaparla di “schiaffo ai sindacati che, con sfumature e toni diversi, hanno sempre spinto per la tutela del lavoro e dei lavoratori. E uno schiaffo duplice nei confronti di una politica che ha sempre preso per buone le promesse dell’azienda e che forse ora, da questo schiaffo, dovrebbe essere svegliata da un sogno che  rischia di trasformarsi in un incubo”. “La politica piemontese – osserva ancora l’esponente pentastellata – deve rendersi conto che Fca non è più centrale nelle politiche industriali di Torino. E il momento di lavorare per un piano di rilancio della manifattura che guardi oltre questa azienda e punti a portarne altre perché la transizione verso una città turistica e di servizi voluta dal centrosinistra da tempo segna tutta la sua fallimentare prospettiva”. Una posizione contro la quale si schiera subito, a proposito di sindacati, il numero uno della Fim di Torino Claudio Chiarle: “Se fosse come dice la capogruppo  Sganga, che Fca ha fatto uno sgarbo al territorio, allora il M5s ha fatto uno sgarbo al Paese, al suo futuro industriale, a 80mila famiglie. Basta con scelte inutili e sbagliate come l’ecotassa sul diesel quando è  ancora una fetta di mercato preponderante in Italia”. Per la Fiom, invece, è l’occasione buona per riaprire una vertenza mai chiusa con l’azienda: “Fca usa in modo pretestuoso la vicenda dell’ecotassa per evitare un confronto pubblico e con le istituzioni” afferma Edi Lazzi, segretario provinciale della Fiom Torino, secondo il quale il Lingotto “decide di tenere in ostaggio Torino per polemizzare con il governo e ha un atteggiamento di poco rispetto nei confronti delle istituzioni locali e dei lavoratori”.

“Mai come questa volta l’assenza di Fca è giustificata”commenta Dario Basso, segretario della Uilm di Torino. “Fermo restando che il provvedimento bonus malus del governo sarà da valutare nella formulazione definitiva – aggiunge Basso – è chiaro che un’eventuale penalizzazione di alcuni modelli a vantaggio di altri avrebbe impatti negativi sull’industria automobilistica italiana e quindi sull’occupazione del settore. Il comparto non è ancora del tutto attrezzato per affrontare il salto tecnologico verso l’elettrificazione e l’ibridazione dei propulsori. Penalizzarlo proprio in questo momento sarebbe una mossa autolesionista”

L’UE e i segnali di pericolo del fascismo

zerohedge.com 12.12.18

Scritto da Kit Knightly tramite OffGuardian.com,

Le cose stanno andando fuori controllo in Europa, più velocemente di quanto molti hanno previsto. Al di fuori della Brexit, c’è un forte sentimento anti-UE in Ungheria, Spagna, Italia, Grecia e Francia. L’UE è in pericolo di sgretolamento e le persone che temono di perdere il potere sono soggette a atti estremi di controllo dittatoriale.

Quanto tempo ci vorrà perché l’UE diventi veramente la forza autoritaria che i popoli di entrambi i confini dello spettro politico hanno sempre temuto?

LA FORZA DI DIFESA DELL’UE

All’inizio di quest’anno, l’UE ha votato per “punire” uno dei suoi membri, l’Ungheria, per le politiche interne del suo governo eletto. Per essere chiari su questo – qualunque cosa tu pensi di Viktor Orban, è stato eletto dal popolo ungherese. È il loro leader democratico legalmente riconosciuto. L’Ungheria ha votato per lui – al contrario, l’Ungheria NON ha votato per nessuno dei 448 deputati che hanno sostenuto la mozione, posta dall’eurodeputata olandese Judith Sargentini, che:

Il popolo ungherese merita di meglio … Meritano la libertà di parola, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia e l’uguaglianza, che sono tutti sanciti nei trattati europei “.

Nota che “democrazia” non è inclusa in quella lista. “Tolleranza”, “giustizia” e “uguaglianza”, ma non democrazia. Un lapsus freudiano, forse.

Il voto del Parlamento europeo era, a sua volta,  una sciocchezza corrotta  , in cui le astensioni venivano ignorate e la maggioranza dei 2/3 poteva essere raggiunta. Forzare attraverso un disegno di legge che, in sostanza, richiede un cambio di regime in Ungheria attraverso:

misure appropriate per ripristinare la democrazia inclusiva, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali in Ungheria “

Una punizione suggerita – “L’opzione nucleare” – è una perdita di diritti di voto. L’Ungheria sarebbe ancora un membro dell’UE, dovrebbe ancora pagare nell’UE, dovrebbe ancora rispettare tutte le leggi e i regolamenti dell’UE, ma non avrebbe più voce in capitolo su quali fossero tali leggi.

Questo, in teoria, dovrebbe essere in difesa della “democrazia inclusiva”.

Quanto tempo prima che la disapprovazione e la punizione di alcuni leader si trasformino in rimozione definitiva? Possiamo davvero dire che non succederebbe mai?

Questo mese, Parigi (e altre città francesi) hanno visto le massicce   proteste di Gilets Jaunes contro l’imposta sul carburante, l’austerità e l’ineguaglianza dei redditi. La repressione violenta di queste proteste non ha ricevuto critiche da parte dei singoli Stati membri dell’UE o della stessa UE. Tuttavia, un veicolo blindato  dipinto con le insegne dell’UE è  stato visto per le strade di Parigi.

Sia  Macron  che  Merkel  hanno parlato recentemente della necessità di un esercito dell’UE: queste proteste in Francia saranno utilizzate come scusa per attuare tali piani?

Supponiamo che l’esercito dell’UE sia realizzato: forniamo all’Unione europea la sua ambita “forza di difesa”. 250.000 uomini ipotetici, provenienti da tutti gli stati membri. Qual è il loro scopo? Qual è la loro funzione?

Ad esempio, sarebbero stati schierati in Catalogna l’anno scorso per “mantenere la pace”? Un esercito dell’UE si sarebbe mosso contro un voto pacifico per “difendere” l’integrità dell’Unione?

Un possibile passo nel trattare con il governo di Viktor Orban sarebbe quello di schierare la Forza di difesa dell’UE a Budapest e rimuovere l’uomo che è una minaccia per “l’uguaglianza”? Conta come “misure appropriate per ripristinare la democrazia inclusiva”?

Se la Brexit fosse considerata una “minaccia per i diritti umani” (o qualche altra raccolta di parole d’ordine), l’esercito dell’UE potrebbe rotolare veicoli blindati lungo le strade di Londra per proteggerci da noi stessi?

Ci sono state e potrebbero esserci molte situazioni nel recente passato dell’UE in cui l’intervento militare è stato evitato solo perché letteralmente non era un’opzione. Un’esercito UE potrebbe  fare  un’opzione, ci fidiamo di Bruxelles a non servirsene?

Alcuni sostengono che un’Esercito UE sarebbe una buona cosa perché ridurrebbe la dipendenza dell’Europa dalla NATO e rimuoverà l’influenza degli Stati Uniti. Non credo che sia così, e come prova, fornisco il fatto che il Carnegie Endowment for International Peace, una ben nota ONG sostenuta dagli Stati Uniti, è  molto favorevole al piano .

IL MINISTERO DELLA VERITÀ DELL’UE

Certamente, la crescente possibilità di un consenso dell’UE imposto con la forza è solo una parte della minaccia.

Al di fuori della   repressione fisica – sia dell’UE (della sovranità nazionale), sia dello stato (del diritto individuale alla protesta) – ci sono segnali premonitori della   repressione intellettuale . Un giro di vite in arrivo sulla libertà di espressione e opinione.

Oggi c’è un articolo spaventoso su  The Guardian  : la  via lastricata della Russia per i sequestri di navi ucraine con false notizie guidate “  . Non è spaventoso a causa del titolo: è spaventoso a causa delle motivazioni che lo stanno dietro e delle implicazioni per il futuro dell’Europa.

La carne di questo articolo è un reclamo privo di prove, non collegato, priva di prove di malversazione russa, e come tale si   applica il Rasoio di Hitchens .

La prima metà dell’articolo è piena di menzogne, omissioni ed errori. È il Guardiano, lo aspetti. Ignora il balbettio sul colera e sulle bombe nucleari. Ignora gli errori fattuali, molti anche se lo sono. In questo caso, non importa.

Tutto ciò che conta è la seconda metà – la “soluzione” proposta per il “problema” a cui questo articolo è una “reazione”. Vale a dire, disinformazione online. Nello specifico, disinformazione online “russa”.

Julian King, ex ambasciatore britannico in Francia e ora commissario europeo per la sicurezza, vuole che le aziende tecnologiche adottino misure per prevenire la diffusione di “false notizie”. È una guerra contro il dissenso, con tre fronti.

Uno: stabilire la “verità”:

La scorsa settimana la Commissione europea ha annunciato che avrebbe istituito un sistema di allarme rapido per aiutare gli Stati membri dell’UE a riconoscere le campagne di disinformazione

Essenzialmente, ci sarà una lista europea di “notizie” accettabili, e qualsiasi cosa che si discosti da ciò sarà minimamente etichettata come “disinformazione”. Ciò consentirà alle persone di respingere, piuttosto che impegnarsi con, opinioni che differiscono dalle loro.

Due: eliminare il dissenso:

King ha dichiarato che le piattaforme di social media sono necessarie per identificare e chiudere i falsi account che stavano diffondendo la disinformazione.

Con “conti falsi”, si intendono conti che diffondono “disinformazione”. Essere un “bot” non significa sapere se sei una persona reale, ma se hai le giuste opinioni. Come è stato dimostrato, o non sanno o non si preoccupano di chi è reale e chi no. Persone perfettamente vere sono state etichettate come bot dei russi  nei media, quando non si sono dimostrati né russi né robot. Che questa sia incompetenza o corruzione non importa, il punto è che i governi hanno dimostrato di non poter essere considerati affidabili su questo tema.

Tre: controlla la narrazione:

Dobbiamo vedere maggiore chiarezza intorno agli algoritmi, informazioni su come dare la priorità a quale contenuto visualizzare, per esempio. Se cerchi qualcosa di relativo all’UE su Google, i contenuti dei siti di propaganda russi come RT o Sputnik sono invariabilmente nei primi risultati … .Tutto ciò dovrebbe essere soggetto a supervisione e controllo indipendenti.

L’algoritmo di Google sta permettendo che le notizie che non sono d’accordo con l’UE, o che siano direttamente critiche nei suoi confronti, siano mostrate nei loro risultati. Questo è inaccettabile. Ciò che il commissario europeo della sicurezza vuole è che Google “aggiustino” il loro sistema, per assicurarsi che le notizie che si discostano dall’agenda dell’UE non si presentino nei loro risultati.

Ora, se pensi che suoni come la censura, non preoccuparti perché [la nostra enfasi]:

Quello che non stiamo cercando di fare è censurare internet. Non c’è alcun suggerimento che noi – o chiunque altro – dovremmo diventare l’arbitro di quali contenuti gli utenti dovrebbero o non dovrebbero consumare online. Si tratta di trasparenza, non di censura.

L’UE vuole che Google rimuova determinati siti web dal loro algoritmo, ma riguarda la trasparenza, non la censura. Quindi va bene.

CONCLUSIONE

Per riassumere:

  • I due principali prestanome dell’Unione europea sono entrambi a favore di un esercito dell’UE.
  • La bandiera dell’Unione Europea è dipinta su veicoli blindati che reprimono le proteste anti-governative in Francia.
  • L’Unione europea sta mettendo da parte 4,6 milioni di sterline (5 milioni di euro) per “aiutare le persone a riconoscere la disinformazione”.
  • L’Unione europea vuole spingere le società di social media a “chiudere” i conti che diffondono “notizie false”.
  • L’Unione europea vuole che Google modifichi il proprio algoritmo, promuova notizie che elogiano l’UE e riduca i siti critici.
  • L’Unione europea vuole farci capire che si tratta di “trasparenza” e NON è assolutamente una censura.

Suona come un’organizzazione di cui vogliamo far parte? Dovremmo  gradire  la proposta di “forza di difesa” multinazionale dell’UE che abbatte marcia anti-UE nelle strade di Barcellona o Roma? Per rallegrare l’idea che l’esercito dell’UE possa essere inviato in stati membri non cooperativi per rimuovere i leader eletti “pericolosi” perché rappresentano una minaccia per “l’uguaglianza”?

Non saremo nemmeno in grado di arrivare alla verità su queste questioni, perché l’UE fornirà elenchi di “social network” di Twitter su Twitter e Facebook, che li chiuderanno doverosamente. Mentre Google altera e altera il loro algoritmo per assicurarsi che tutte le notizie riguardanti la repressione della democrazia in Europa siano spinte così in basso nelle pagine dei risultati, potrebbe anche non esistere.

La stampa britannica, i sapientoni e i capi parlanti parlano costantemente della “crisi della Brexit”, ma è solo isteria e paura. Rinegoziare la propria posizione in un blocco commerciale NON è una crisi. Una crisi è ciò che accade quando una struttura di potere non eletta e burocratica sente improvvisamente che la sua presa sul potere sta scivolando e agisce di conseguenza.

E una crisi potrebbe essere all’orizzonte. I segni ci sono, se vuoi vederli.

L’Europa lotta perché la BCE finge di sapere cosa stanno facendo

zerohedge.com 12.12.18

Scritto da Carmen Elena Dorobăţ via The Mises Institute,

Si prevede che la Banca centrale europea (BCE) stia pianificando un arresto del suo programma di allentamento quantitativo quinquennale questa settimana, quando cesserà i suoi acquisti di attivi continuando a mantenere i tassi di interesse ai livelli prossimi allo zero fino al 2019. 

L’Economist  lamenta questa decisione “sfacciata”, sostenendo che l’economia europea sta ancora “vacillando”,mostrando solo segnali di crescita molto deboli e instabili.

Dal 2015, la BCE ha acquistato obbligazioni per un valore di quasi $ 3 trilioni. Tuttavia, l’ inflazione di fondo è rimasta piuttosto bassa, le esportazioni si sono incagliate e calate e l’area dell’euro non ha mostrato chiari segni di ripresa dopo il crollo finanziario del 2008.

Nel buio,  The Economist incolpa “[p] oor meteo, scioperi e una brutta stagione influenzale” per l’inizio traballante del 2018, e la bassa domanda, sia interna che straniera, per l’aspetto generale.

Ma in realtà, l’economia europea è una paziente molto malata il cui auto-nominato medico, la BCE, lo sta trattando con lo stesso veleno che lo ha fatto ammalare in primo luogo. Sta anche giudicando la salute dei suoi pazienti monitorando i segni sbagliati, cioè cercando un po ‘di colore nelle guance piuttosto che un forte battito del cuore.

Mises ( 2009, 20 ) ha sottolineato già nel 1934 che

[…] la conseguenza inevitabile e ineluttabile dell’espansione del credito … era destinata a portare infine a un collasso. E la cosa che è principalmente raccomandata come rimedio non è altro che un’ulteriore espansione del credito, come potrebbe certamente portare a un boom transitorio, ma sarebbe destinata a finire in una crisi corrispondentemente più grave. 

Alla base dell’attuale e lenta performance delle economie europee ci sono i malinvestimenti prima del collasso del 2008 che non sono stati autorizzati a essere eliminati attraverso il normale processo di mercato, e tutti i malinvestimenti provocati dai round di QE intrapresi da allora.

I beni capitali sono stati erroneamente investiti in processi più rotondi durante il boom e dopo che il busto è rimasto bloccato a scopi improduttivi. I regolamenti soffocanti di cui è nota l’UE hanno solo reso più difficile per gli imprenditori il recupero di alcune perdite dalla crisi e l’avvio di nuovi e realmente produttivi sforzi. Come ha spiegato Mises ( 2009, 364 ),

I beni economici che avrebbero potuto soddisfare desideri più importanti sono stati impiegati per la soddisfazione di meno importanti; solo nella misura in cui l’errore che è stato fatto può essere corretto per diversione in un altro canale, è possibile evitare la perdita.

Non è nulla di inaspettato vedere le economie europee lottare per riguadagnare qualsiasi forza. La colpa è della politica monetaria. Per quanto  l’Economist  cerchi di dare uno spin positivo o addirittura glamour alla banca centrale – riferendosi ad essa come un compito “agonizzante”, che richiede “ricerca dell’anima” e “mantenere la fede” – riescono a sottolineare solo un imbarazzante la verità: il sistema bancario centrale è solo una buffoneria antiquata. Le previsioni su cui vengono prese le decisioni politiche sono vaghe nel migliore dei casi ed epistemologicamente sbagliate, mentre gli esperti stanno brancolando nell’oscurità con una minima conoscenza delle verità economiche. Aggiungi politica al mix, perché nessuna banca centrale è davvero indipendente e hai un’istituzione che è allo stesso tempo inetta e pericolosa.

Come sempre, vale la pena tornare all’analisi commovente di Mises ( Mises 2009, 21-22 ) sfortunatamente ignorata per quasi un secolo, e invece di aspettare la ripresa, prepararsi piuttosto a un busto nel futuro:

Le ricorrenti crisi economiche non sono altro che la conseguenza dei tentativi, nonostante tutti gli insegnamenti dell’esperienza e tutti gli avvertimenti degli economisti, di stimolare l’attività economica attraverso un credito aggiuntivo. […]

E anche se la conclusione a cui conducono le mie indagini, che l’ espansione del credito non può costituire un sostituto per il capitale, potrebbe essere una conclusione che alcuni potrebbero trovare scomoda , ma non credo che si possa portare avanti alcuna confutazione logica.

Per una presa più leggera del problema, puoi passare qualche minuto a giocare al gioco della BCE,  € conomia , che a mio avviso si avvicina molto bene, nella sua semplicità, il lavoro reale di una banca centrale. Come potete vedere qui sotto, sono riuscito a diventare il “banchiere centrale dell’anno” al mio primo tentativo, dopo aver scelto alcuni valori a caso.

Ironicamente, ti dicono che hai “colpito l’oro”. Se solo.

‘Ancora in grande’ – Strasburgo, sospetto di sparatoria condannato 27 volte prima, gridò “Allahu Akbar”

zerohedge.com 12.12.18

La polizia francese ha arrestato cinque persone in relazione all’attacco mortale di martedì su un famoso Mercatino di Natale nella città francese di Strasburgo – che si è svolto a pochi isolati di distanza dal Parlamento europeo. Tuttavia, secondo il Financial Times , il tiratore, che secondo quanto riferito è stato ferito nell’attacco prima di chiamare un taxi per fuggire, rimane in libertà e le autorità francesi temono che possa essere fuggito nella vicina Germania .

Circa 350 poliziotti e gendarmi stanno cercando attivamente il sospetto. La Francia ha emesso un avviso di “urgence attentat” (attacco di emergenza), che espande temporaneamente i poteri e le forze di polizia per mantenere “un più alto grado di vigilanza”, secondo la BBC . La polizia ha dichiarato di aver rintanato aree nel sud della città e di aver rafforzato i controlli alle frontiere. Nel frattempo, i procuratori di Parigi hanno avviato un’indagine per omicidio e un’indagine sul “tentato omicidio in relazione a un’impresa terroristica”.

I primi scatti risuonarono nel centro di Strasburgo verso le 20 ora locale (1 pm ET). Un pubblico ministero francese ha detto che il sospetto ha gridato “Allahu Akbar” – “Dio è grande” in arabo – durante le riprese.

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Il sindaco di Strasburgo, Roland Ries, ha dichiarato che il mercatino di Natale sarà chiuso mercoledì e le bandiere abbassate a mezz’asta nel municipio locale. Le riprese si sono svolte durante una sessione regolare del Parlamento europeo, che si trova a circa 1,5 miglia dal centro della città dove si è svolta la sparatoria.  Circa 2.000 deputati al Parlamento europeo e il loro staff sono stati obbligati a rimanere all’interno dell’edificio per ore .

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha dichiarato che l’assemblea non “verrebbe intimidita da attacchi terroristici o criminali”. “Andiamo avanti. Continueremo a lavorare ea reagire rafforzati dalla libertà e dalla democrazia contro la violenza terroristica”.

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Sono state rilasciate poche informazioni sul sospetto uomo armato. Eppure, una foto non confermata di ciò che si ritiene essere l’attaccante è circolata sui social media.View image on Twitter

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Police have named the suspect of the #strasbourgshooting Christmas terror attack as local Cherif Chekatt http://europeanpost.co/strasbourg-shooting-one/ …

See The European Post’s other TweetsTwitter Ads info and privacy

Il numero delle vittime più recenti ha messo il bilancio delle vittime a tre, mentre 13 persone sono rimaste ferite, otto delle quali seriamente, secondo la BBC (anche se vale la pena notare che il numero di cadaveri variava tra i media).

Ecco una breve carrellata di ciò che sappiamo dell’attaccante (testo per gentile concessione di RT e The Guardian ):

  • Il sospetto, Cherif Chekatt, 29 anni, è nato e cresciuto a Strasburgo
  • Le sue attività all’interno della locale comunità radicale islamica sollevarono bandiere rosse e lui era stato aggiunto a una lista di controllo del terrore
  • Era conosciuto come un potenziale rischio per la sicurezza
  • Il ventinovenne fu mandato in prigione da una corte nella città tedesca di Singen per una violenta rapina in Germania. Dopo aver scontato la pena, Chekatt, un cittadino francese con radici nordafricane, è stato deportato in Francia nel 2017
  • Ha anche trascorso del tempo in prigione in Francia e si ritiene che sia stato radicalizzato in prigione. È stato descritto come “famigerato” alla polizia, con una lunga fedina penale
  • Tutto sommato, il pubblico ministero ha dichiarato che il sospetto è stato condannato 27 volte in Francia, Germania e Svizzera
  • La polizia aveva intenzione di arrestare Chekatt in connessione con una rapina a mano armata prima che presumibilmente aprisse il fuoco nel mercatino di Natale – ma non si trovava da nessuna parte quando hanno fatto irruzione nella sua casa. La polizia, tuttavia, ha scoperto una granata
  • Gli investigatori stanno ancora lavorando per stabilire un movente nell’attacco
  • Il sospettato ha sparato tre raffiche separate tra le folle al mercatino di Natale, per poi impegnarsi due volte con i soldati di pattuglia di Opération Sentinelle, un’operazione di sicurezza nazionale istituita dopo una serie di attacchi terroristici a Parigi nel 2015

L’attacco di Strasburgo si è svolto durante un periodo di tensione quando la Francia sta ancora lottando con manifestazioni violente contro il governo di Emmanuel Macron. È stato anche l’ultimo di una serie di attacchi terroristici in Francia e nei paesi limitrofi, tra cui un assalto del 2016 a un mercatino di Natale a Berlino.

Alla fine, e per buona misura, il presidente Trump ha ritenuto opportuno intervenire sul muro …

La Germania accelera i piani per Deutsche Bank-Commerzbank Megamerger

zerohedge.com 12.12.18

Sembra che le accelerate somiglianze tra Deutsche Bank (una volta la banca più pericolosamente sistemica al mondo) e Lehman Brothers abbiano finalmente forzato la mano del governo tedesco …

I piani del ministero delle finanze tedesco, spesso denunciati, di fondere la Deutsche Bank in lotta con il suo rivale nazionale non ancora molto buono Commerzbank hanno suscitato una marea di critiche nella stampa finanziaria (compreso un editoriale del Financial Times ) dopo un altro giro di pettegolezzi la scorsa settimana.

Ma a quanto pare questo non ha intaccato l’entusiasmo del governo tedesco per orchestrare una fusione tra due delle più grandi banche del paese. Per intenderci, i piani del governo per aiutare a guidare i due verso una fusione si stanno intensificando, secondo un rapporto Bloomberg, mentre i funzionari studiano i modi per facilitare una fusione – tra cui potenziali modifiche al codice fiscale per rendere una fusione meno costosa. Tuttavia, BBG ha avvertito che i colloqui rimangono in una “fase esplorativa”.

Le azioni di entrambe le banche si sono radunate sulle notizie …

DB

… mentre l’euro è salito a nuovi massimi di sessione.

Il CEO di DB, Christian Sewing, ha ripetutamente insistito sul fatto che una fusione non è nelle carte, ma dal momento che aumentano i problemi legali, che recentemente hanno spinto le azioni della banca a registrare minimi, le sue opzioni per un’alternativa migliore si stanno riducendo. Significativamente, sia Deutsche Bank che il Ministero delle Finanze tedesco hanno rifiutato di commentare la relazione.

Verso una nuova crisi finanziaria? I sintomi di un rischio non più remoto

(FILES) In this file photo taken on April 26, 2018 the towers of German Company Deutsche Bank are pictured in Frankfurt, Germany. Germany's biggest lender Deutsche Bank said on July 25, 2018 a major restructuring under its new chief executive was in full swing, as it confirmed second-quarter profits that beat analysts' previous expectations. / AFP PHOTO / Daniel ROLAND

Crisi commerciale tra Stati Uniti e Cina, tracollo delle valute di economie emergenti (Argentina, Iran, Turchia), innalzamento dei tassi da parte della Fed e conseguente drenaggio dall’economia globale di miliardi di dollari in valuta, fine del quantitative easing in Europa e insostenibilità dei debiti corporate: nelle scorse settimane l’economia globale è stata interessata da ripetute ondate di incertezza, concretizzatesi in un’accelerazione della volatilità nei mercati borsistici globali, che ha iniziato a far palesare i timori riguardanti lo scoppio di una nuova, gravissima crisi finanziaria nel medio periodo.

E se i fattori sopra citati sono i potenziali determinanti di una nuova, pericolosa situazione di precaria instabilità, è giusto chiedersi se, di una potenziale nuova crisi, esistano rebus sic stantibus i detonatori e i sintomi.

entrambi i casi, purtroppo, la risposta è corretta. Sul primo versante la difficile gestibilità dei debiti aziendali di colossi come General Electric è tanto causa di instabilità quanto possibile determinante di un crac di ampie proporzioni. Ciò deve essere letto in combinato disposto con la precaria condizione di colossi bancari come Ing, BbvaBarclays, Ubs, Santander e Rbs, che in poche settimane hanno bruciato un terzo del loro valore capitalizzato, per non parlare del “malato d’Europa” per eccellenza, Deutsche Bank, oramai allo sbando.

Il sostegno delle banche centrali va via via diminuendo

Parlando della difficile situazione dell’Eurozona, Aldo Giannuli ha scritto che “La crisi del 2008 ha travolto l’equilibrio del sistema” economico-finanziario: “L’alluvione di liquidità delle banche centrali (Fed e Bce in testa) ha fermato il crollo per impedire un effetto di reazioni a catena, ma il tentativo è riuscito parzialmente ed è tutto da dimostrare che la baracca si manterrà in piedi fra due mesi, quando finirà il Qe”.

Dopo un decennio nel quale i bilanci delle grandi banche centrali erano cresciuti in aggregato da meno di 10mila e oltre 25mila miliardi di dollari – fino a un terzo del prodotto lordo di del mondo – ormai è iniziata la “grande ritirata”, come sostiene il Corriere della Sera. A suonarne l’inizio, le scelte restrittive delle banche centrali di Unione europea, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone: “Pur muovendosi con gradualità e partendo da zero, la Fed ha già alzato i tassi sei volte dal 2015 e soprattutto ora sta restringendo il suo bilancio al ritmo di 50 miliardi al mese. A gennaio la Banca centrale europea smetterà di creare sempre nuova moneta in più con gli acquisti di mercato del ‘quantitative easing’, mentre anche la Banca del Giappone va verso un graduale rallentamento degli interventi”.

E questo è un fatto importante, un sintomo della potenziale crisi che va considerato, al tempo stesso, come non secondario elemento scatenante: innalzando i tassi le banche centrali puntano a frenare il circolo vizioso di speculazione borsistica alimentata dai bassi tassi di interesse, ma rischiano di ritrovarsi a corto di liquidità nel caso in cui l’economia internazionale si trovi costretta a mediare con una nuova recessione.

Il termometro della crisi: le incertezze in Borsa

Ma nessun sintomo di una nuova crisi è importante quanto quello segnalato dal “termometro” borsistico. L’incremento della volatilità nei mercati segnala l’ingresso in una fase di turbolenza. Come visto, gli elementi in gioco sono tanti e di tale portata da incrementare la complessità del “Grande Gioco” finanziario che va in scena su scala globale.

Da inizio ottobre l’ S&P 500 di New York ha bruciato più di 1.200 miliardi di dollari, il Nasdaq quasi altri mille e lo Eurostoxx 600 – l’indice europeo più ampio – circa altrettanto, avendo registrato nei giorni del caso-Huawei le perdite peggiori dai tempi del referendum sulla Brexit. Ogni singola fibrillazione economica o geopolitica causa un’alta marea finanziaria che erode la residua fiducia degli investitori.

Nei meandri delle borse statunitensi è intanto suonato il primo campanello d’allarme: a inizio dicembre, scrive Il Sole 24 Ore,” il tasso dei Treasury a 2 e 3 anni ha superato quello della scadenza a 5 anni. Per ora si tratta di un centesimo o poco più: un movimento quasi impercettibile, ma da non sottovalutare perché non si verificava addirittura dal 2007 e soprattutto perché in passato è stato profeta di sciagure, per l’economia e per i mercati azionari. Di solito gli analisti mettono a confronto i tassi a 2 e 10 anni, e su questo orizzonte il temibile evento non si è ancora consumato. Non siamo però molto lontani: mancano appena una dozzina di centesimi per tornare indietro a situazioni che negli Stati Uniti si sono verificate (come si vede nel grafico sotto) alla fine degli Anni Ottanta, nel 2000 e ancora nel 2006-2007. Alla vigilia cioè di altrettante fasi di recessione economica”.

Ciò acquisisce significato pregnante nel momento in cui influisce su un nuovo, mancato aumento dei tassi d’interessa da parte della Fed, sinora annunciato e mai attuato. Il think tank Capital Economics ritiene che, ogniqualvolta la curva dei rendimenti dei Treasury diviene molto piatta o inizia addirittura a invertirsi, il mercato azionario tenda a far fatica nei successivi due anni, proprio perché l’economia inizia a indebolirsi e pronostica un calo del S&P 500 nel 2019.

Con il 2020 cerchiato in rosso come anno di maggiore rischio per la deflagrazione di una nuova crisi. Ne è convinto l’economista Nouriel Roubini, che ha espresso le proprie tesi su Project Syndacate: secondo Roubini, “la crescita attuale globale continuerà probabilmente fino all’anno prossimo, se si considera che gli Stati Uniti stanno accumulando elevati livelli di deficit fiscali, che la Cina sta lanciando politiche accomodanti sia sul fronte fiscale che del credito, che l’Europa rimane su un sentiero di ripresa. Ma, entro il 2020, le condizioni saranno mature per una crisi finanziaria, che sarà seguita da una recessione globale”.

Quanto scritto non sembra una profezia di sciagura, ma una previsione di tendenza tutt’altro che infondata. L’accumulazione delle diverse contraddizioni del sistema capitalistico globale e la mancata interiorizzazione delle lezioni del 2007-2008, che invitavano a maggiore moderazione e ponderatezza nell’agone finanziario, rischiano di portare l’economia globale verso una nuova, grave crisi quando ancora si pagano le conseguenze della tempesta scatenata dal crac di Lehmann Brothers.

Deutsche Bank salvata dallo Stato? Se lo fa Berlino l’Ue non apre bocca

gliocchidellaguerra.it 12.12.18

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La surreale vicenda che sta circondando il caso del deficit francese dopo l’annuncio televisivo di Emmanuel Macron di nuove misure, in larga parte cosmetiche, destinate a venire incontro alle rivendicazioni dei gilet gialli la dice lunga sul caso dell’ipocrisia regnante nei palazzi dell’Unione europea. Ipocrisia che non solo si accompagna all’assenza di qualunque tentativo di correzione dei limiti intrinseci del costrutto comunitario, ma rappresenta un fattore di distanziamento di Bruxelles dalle istanze di centinaia di milioni di abitanti del continente.

Il  ministro per i Conti pubblici Gèrald Darmanin ha precisato che il deficit di Parigi toccherà la quota del 3,4% del Pil, sfondando il tetto dei parametri di Maastricht. Da Bruxelles hanno ostentato tranquillità. “Bisogna tenere a mente che nel caso dell’Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio, mentre in quello della Francia abbiamo un discorso. E che cosa possiamo fare davanti ad un discorso?”, hanno fatto trapelare fonti comunitarie citate dall’Huffington Post, che poi fa il paragone con le dichiarazioni irritate e minacciose dei commissari Moscovici e Dombrovskis dopo l’annuncio del governo italiano di voler portare il deficit al 2,4% del Pil, esplicitato il 27 settembre scorso.

“Nessun documento ufficiale è stato ancora inviato a Bruxelles ma il giorno dopo i Commissari Ue mostrano una loquacità che oggi sembra andata perduta”, prosegue l’Huffington. “Rispettare le regole non è per noi, ma è per loro, perché quando un Paese si indebita, si impoverisce”, avvertiva Pierre Moscovici. “Quando siamo indebitati siamo inchiodati, non possiamo agire. Fare rilancio economico quando uno è indebitato si ritorce sempre contro chi lo fa, ed è sempre il popolo che paga alla fine”. Un doppiopesismo sconcertante.

La battaglia dei deficit

Non c’è dubbio che anche da parte di certi esponenti del governo italiano si sia, a più riprese, trasceso nelle dichiarazioni contro Bruxelles. Ma i vari Moscovici, Juncker, Dombrovskis non hanno fatto mancare dichiarazioni controverse e polemiche che, pronunciate in più occasioni a borse aperte, hanno contribuito a destabilizzare i mercati.

Il governo Cinque Stelle-Lega può non piacere, ed è legittimo criticare i contenuti di una manovra finanziaria ancora incompleta: ma l’atteggiamento punitivo ostentato dagli euroburocrati in più occasioni è risultato straordinariamente privo di ragionevolezza. Secondo Moscovici, la sua Francia “può superare il limite del 3%. Macron ha sentito la sofferenza dei francesi, queste misure sono essenziali e urgenti per ridare potere d’acquisto ai francesi”, ma per l’Italia nessuna strada è ammessa se non quella di una nuova austerità fiscale. L’ipocrisia galoppa.

L’ipocrisia delle strutture comunitarie è stata anche fatta notare, nel contesto dell’opposizione al governo Conte, dall’associazione Patria e Costituzione, legata al deputato di Sinistra Italiana Stefano Fassina, favorevole al mantenimento al 2,4% del deficit. In un post su Facebook, infatti, l’associazione ha preso nettamente posizione: “Per misure prodotte per dare risposta ad una piazza infuriata (e giustificata) si può allargare la borsa, senza costringere Macron a ridurre da qualche altra parte (ad esempio revocando i regali al grande capitale). Invece per l’Italia per misure prodotte per dare risposta ad un chiarissimo mandato elettorale ricevuto, invece, bisogna stare nei limiti insuperabili e avere saldi zero (per ogni euro in più un euro tolto da qualche altra misura). Un’altra prova della distruzione della democrazia che il progetto europeo prevede scientemente”.

La Germania salva Deutsche Bank? 

Ma non c’è solo il nodo del deficit italiano. Il nuovo fronte riguarda le banche tedesche. Nella giornata del 10 dicembre le azioni di Deutsche Bank, colosso in pieno affanno, hanno chiuso a  7,52 euro per azione con una capitalizzazione di borsa di circa 15,5 miliardi di euro (a fronte di oltre 1500 miliardi di asset).

Deutsche Bank, che affonda sotto i colpi di una gestione scriteriata e di un fardello di decine di trilioni di derivati, molti dei quali tossici, è ora monitorata con interesse dal governo tedesco, che ha allo studio una sua fusione con un altro colosso creditizio, Commerzbank.

Come riporta Bloomberg, più volte il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha paventato l’ipotesi di una fusione, sottolineando la necessità di un sistema creditizio stabile. Lo Stato tedesco, che con il 15% delle quote è il maggiore azionista di Commerzbank, potrebbe essere il regista di una fusione da compiersi o attraverso un acquisto o per mezzo della costituzione di una holding comune. La seconda ipotesi è assecondata dal fatto che numerosi fondi come Cerberus Capitali hanno acquistato quote di partecipazione in entrambi gli istituti.

La Germania, dunque, si muove per costruire un colosso nazionale del credito che rimarrebbe in ogni caso pieno zeppo dei titoli tossici, dei derivati instabili e dei crediti deteriorati che rischiano di fungere da detonatore per una nuova crisi finanziaria. Non risultano, sino ad ora, allarmi della Vigilanza bancaria Ue su un rischio di questo genere.

E come sul caso deficit, sembrano lontani i giorni degli allarmi quotidiani lanciati su Monte dei Paschi e gli altri istituti italiani in difficoltà. Lo stesso ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan nel dicembre 2016 rinfacciò alla vigilanza la sua postura filotedesca e il fatto di aver imposto a Mps un aumento di capitale gigantesco di 8,8 miliardi di euro, senza spiegare bene perché soltanto pochi mesi prima era stata chiesta una ricapitalizzazione più modesta, attorno a 5 miliardi di euro. E sono ancora d’attualità le parole scritte ai tempi da Panorama“Per i vigilanti di Francoforte  è più importante mettere sotto torchio le banche piene di sofferenze come Mps, piuttosto che quelle che hanno invece in pancia una montagna di derivati. È il caso di Deutsche Bank che, tra l’altro, è anche nel mirino di una lunga sfilza di multe e cause legali”.

L’ipocrisia è una norma nell’Unione di oggi, ma è anche la misura della rilevanza degli Stati nel continente. Francia e Germania, il cui asse nel continente è palese, sono riuscite a permettersela, l’Italia no. E per questo motivo dobbiamo ringraziare una narrazione politica e mediatica impostata a un europeismo acritico che, martellando per anni, ha condotto le classi dirigenti italiane a ritenere che il migliore interesse di Roma nell’Ue fosse rinunciare a qualunque prerogativa e ad accodarsi al carro del vincitore, nel caso quello tedesco da cui derivano numerose delle nostre problematiche odierne. Con la conseguente irrilevanza di cui oggi scontiamo le conseguenze.

Condotte: ok Ue a garanzia statale da 190 mln per salvataggio

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Commissione europea ha approvato, in base alle norme dell’Ue sugli aiuti di Stato, il progetto dell’Italia per la concessione di una garanzia statale di 190 milioni di euro a Condotte d’Acqua Spa in amministrazione straordinaria. La misura consentirà all’impresa di costruzioni di far fronte al suo urgente fabbisogno di liquidità limitando nel contempo le distorsioni della concorrenza. 

Margrethe Vestager, Commissaria europea responsabile per la politica di concorrenza, ha dichiarato: “un’uscita improvvisa di Condotte dal mercato metterebbe in difficoltà numerose imprese e condurrebbe alla perdita di molti posti di lavoro. L’aiuto italiano al salvataggio approvato oggi dalla Commissione consentirà a Condotte di proseguire le proprie attività e di evitare nell’immediato ritardi nell’esecuzione di importanti opere infrastrutturali, e darà agli amministratori della società il tempo necessario per riportarla alla redditività”. 

Condotte d’Acqua è la terza maggiore impresa di costruzioni in Italia, conta oltre mille dipendenti e opera nel settore edile realizzando, tra l’altro, opere infrastrutturali quali strade, ferrovie ad alta velocità, progetti nel settore dell’energia e altri grandi progetti di infrastrutture. Condotte incontra attualmente difficoltà finanziarie dovute a fattori interni ed esterni, e in particolare al contesto economico delle imprese di costruzioni che partecipano a lavori pubblici. In Italia si è registrato un calo degli investimenti pubblici nel settore dell’ingegneria civile tra il 2008 e il 2015, i ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni costituiscono un problema persistente e le procedure di aggiudicazione e composizione delle controversie con le amministrazioni aggiudicatrici richiedono tempi molto lunghi. L’azione combinata di tutti questi fattori mette a dura prova le imprese italiane di costruzioni. 

Il 30 novembre 2018 l’Italia ha notificato alla Commissione l’intenzione di concedere a Condotte una garanzia temporanea di 190 milioni su prestiti e obbligazioni. Questo consentirà all’impresa di far fronte al proprio fabbisogno di liquidità per il prossimo semestre a un tasso di interesse adeguato. Gli aiuti per il salvataggio e la ristrutturazione sono tra gli aiuti di Stato che presentano i maggiori effetti distorsivi e possono essere concessi soltanto dopo che le imprese abbiano esaurito tutte le altre opzioni offerte dal mercato. Secondo gli orientamenti della Commissione per il salvataggio e la ristrutturazione, gli Stati membri possono sostenere le imprese in difficoltà purché le misure statali siano limitate nel tempo e nella portata e contribuiscano al raggiungimento di un obiettivo di interesse comune. 

Bruxelles ha valutato il progetto notificato dall’Italia e ha concluso che: l’aiuto previsto è necessario per consentire a Condotte di proseguire le proprie attività e per non mettere a repentaglio i progetti infrastrutturali pubblici in corso; il fabbisogno di liquidità dell’azienda per i prossimi mesi si basa su ipotesi ragionevoli. 

L’Italia si è inoltre impegnata a notificare alla Commissione, entro 6 mesi, la cessazione della garanzia statale, la liquidazione della società o un piano di ristrutturazione. La Commissione ha pertanto concluso che la misura è conforme alle norme dell’Ue in materia di aiuti di Stato in quanto consentirà a Condotte di proseguire le proprie attività e di evitare ritardi nella realizzazione di progetti infrastrutturali pubblici. Peraltro, la breve durata della misura ridurrà al minimo le possibilità di distorsioni della concorrenza dovute al sostegno statale. 

pev 

 

(END) Dow Jones Newswires

December 12, 2018 06:22 ET (11:22 GMT)

Per le banche gli esami non finiscono mai

Dopo gli stress test Eba, la vigilanza europea ha reso note le priorità della sua azione per il 2019, basate su una mappa aggiornata dei rischi. Per le banche italiane si tratta di punti dolenti vecchi e nuovi: dagli Npl al rischio sovrano e di liquidità.

La mappa dei rischi 2019

La definizione della mappa dei rischi guida la pianificazione dell’attività della vigilanza europea (Meccanismo unico di vigilanza). E sin dalla sua nascita, nel 2014, il Muv indica a fine anno le priorità per l’anno successivo, consentendo alle banche di conoscere in anticipo i temi caldi su cui verterà la sua azione.

La comunicazione preventiva dei micro-obiettivi dell’attività di vigilanza e la programmazione degli interventi costituiscono un caposaldo del metodo di lavoro dell’autorità di vigilanza europea. L’azione si basa su ispezioni in loco e analisi tematiche che iniziano con la richiesta alle banche di numerosi dati e informazioni non sempre subito disponibili, ma che devono essere reperiti ed elaborati secondo gli standard richiesti. Le banche dovrebbero considerare positivamente il nuovo stile della vigilanza europea. Si tratta, certo, di una interazione continua molto impegnativa in termini di risorse impegnate, che tuttavia permette loro di prepararsi al meglio per la valutazione annuale (Supervisory Review Evaluation Process – Srep).

Mentre l’Eba (European Banking Authority) pubblicava l’esito degli stress test 2018 (si veda il commento di Andrea Resti), la vigilanza europea rendeva note le sue priorità per il 2019, basate sull’analisi della mappa dei rischigiudicati più rilevanti per le banche che ricadono direttamente sotto la sua supervisione (figura 1). Tra quelli ad alto impatto ed elevata probabilità di accadimento vi sono: non performing loans (Npl), incertezze geopolitiche, cibercriminalità e disfunzioni dei sistemi informatici.

Le priorità dell’azione della Bce per il 2019

Coerentemente con la mappa dei rischi, le priorità di alto livello (high-level priority areas) dell’azione di vigilanza europea per il 2019 riguardano tre aree.

  1. Rischio di credito: sono sempre in primo piano i crediti deteriorati, a cui si aggiunge l’analisi della qualità dei criteri che guidano la concessione di affidamenti, con ispezioni mirate su specifiche tipologie (per esempio, immobiliari).
  2. Gestione dei rischi – risk management. Gli ambiti individuati sono numerosi: l’attività ispettiva di controllo sui modelli interni di rating (Trim – Targeted review of internal models), tra i quali sono molto rilevanti quelli sul rischio di credito; ispezioni It e cyber; i temi dell’adeguatezza patrimoniale (Icaap, Internal Capital Adequacy Assessment Process) e dell’adeguatezza di liquidità (Ilaap, Internal Liquidity Adequacy Assessment Process). Si segnalano in particolare gli stress test sulla liquidità, volti a verificare la resilienza delle banche di fronte a shock di liquidità.
  3. Dimensioni di rischio molteplici, con due ambiti di indagine: la preparazione alla Brexit da un lato; il rischio di negoziazione e di mercato con la valutazione delle attività in portafoglio, dall’altro.

Tra le priorità maggiori non è più compreso il modello di business, che invece vi compariva nei tre anni precedenti, dal momento che di recente la vigilanza ha pubblicato una serie di indicazioni sul tema (per un commento si veda Maria Luisa di Battista e Laura Nieri); continuerà comunque a essere oggetto di vigilanza nell’ambito dell’attività svolta.

Banche italiane e vigilanza nel 2019 

Per le banche italiane si prospetta una particolare attenzione per alcuni aspetti critici: 1) consistenze e strategie di smaltimento degli Npl, un problema che sembrava in fase di soluzione, ma con rischi di un accumulo in futuro, a causa di una possibile fase di ripresa economica più debole; 2) due ambiti legati al rischio sovrano e all’andamento dello spread (che non rientravano nello stress test sui dati del 2017): la valutazione dei portafogli titoli e il rischio di liquidità, un tema questo già oggetto di elevata attenzione in Italia negli ultimi mesi; 3) i sistemi informatici, per lo sviluppo dei quali le banche italiane non brillano.

Le banche sono preallertate: il menù è decisamente nutrito e le terrà impegnate a lungo con un considerevole impiego di risorse umane di elevata esperienza e specializzazione, soprattutto nell’ambito del risk management e della finanza, nonché di risorse informatiche, tempo uomo e tempo macchina. Sono ben attrezzate per svolgere il compito?