EURO-FOLLIE/ La Francia ha il 3,4% di deficit: la doppia morale dell’Ue condanna l’Italia

La Francia porterà il deficit/Pil al 3,4%, ma la Commissione europea non sembra disposta a fare sconti all’Italia: deve stare sotto il 2%

12.12.2018 – Paolo Annoni ilsussidiario.net

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Pierre Moscovici, commissario agli Affari europei (LaPresse)

Ieri mattina la Repubblica dava la notizia che la Commissione europea sarebbe stata disponibile a concedere all’Italia un deficit su pil dell’1,95% nel 2019. Con il passaggio delle discussioni alla seconda cifra decimale possiamo ufficializzare la surrealità del dibattito. Ci appassioniamo alle seconde cifre dopo la virgola in un contesto macroeconomico e geopolitico in cui contiamo molte variabili che invece potrebbero spostare i punti percentuali. Nelle stesse ore dello scoop sul deficit all’1.95% della Repubblica, Les Echos dava le prime stime sul nuovo deficit francese dopo le dichiarazioni di Macron: 3,5% rispetto al 2,8% “promesso” alla Commissione per il 2019 e sensibilmente sopra il limite del 3% delle “regole europee”. Questo, naturalmente, al lordo del rallentamento del 2019. In serata le stime di Les Echos si rivelavano sostanzialmente corrette e sbagliate in eccesso per uno 0,1%. Per qualche ora abbiamo assistito alla trepidazione dei “mercati” e della “stampa” per uno 0,05% di deficit italiano mentre la Francia spostava il suo deficit almeno dello 0,6% sforando per l’ennesima volta la formula magica del 3%. Poi ci dicono che non dobbiamo pensare male e che questa non è una “narrazione” che fa acqua da tutte le parti.

In questa vicenda ci colpiscono due aspetti. Il primo aspetto è il livello del dibattito in Italia che continua a rimanere attaccato a un’impostazione che, forse, potrebbe essere valida in periodi di crescita e stabilità, ma che risulta folle in questa fase. È da queste cose che si comprende quanto sia ideologico un certo “europeismoeuro“ e quanto le “regole europee” siano ormai lunari. Infatti, questa è l’impostazione europea che ha fissato paletti, limiti e politiche che perdono qualsiasi efficacia in periodi di volatilità. Paletti che la burocrazia continuerebbe a “guardare” a prescindere da qualsiasi evoluzione esterna.

Questa è l’impostazione di chi ci avvisa delle preoccupazioni dei “mercati”, come se in questa fase quello che spaventa o preoccupa i mercati fosse lo 0,1% del Pil. In questo scenario chi contesta questa impostazione poi può proporre e fare qualsiasi cosa; se le uniche due opzioni sono le discussioni sulle seconde cifre decimali in questo contesto macro o il rifiuto di questa impostazione, chi continua, imperterrito, a parlarci del 2% perde qualsiasi credibilità. Stesso discorso vale per l’ossessiva difesa di una diversità di trattamenti all’interno dell’Europa che è tutta politica. I populisti nostrani possono stare tranquilli per le prossime due generazioni. La discussione che ci appassionerebbe è quella su cosa si deve fare nel momento in cui si ignorano, come è giusto che sia, le “regole europee”.

Il secondo aspetto è la schizofrenia del dibattito intra-europeo, perché se un Paese come la Francia si “rimangia” il deficit promesso dello 0,6% dopo quattro mesi facendo intravedere variazioni anche maggiori e nello stesso tempo la Commissione tiene inchiodato un altro Paese a una discussione sullo 0,1% mentre il grafico di Deutsche Bank continua a ricalcare quello di Lehman vuol dire che c’è qualcosa che non va nell’assetto di fondo. E questo non è un male per l’Italia, ma per tutta l’Unione. Si dovrebbe riconoscere che la gestione delle “crisi” sovrane all’interno dell’Unione è stata impostata in un’ottica di competizione interna che ha indebolito l’Europa e che l’Unione è stata messa in crisi da un’applicazione asimmetrica delle regole.

Abbiamo poi dei dubbi sul fatto che l’Unione si possa salvare continuando con un processo di integrazione calato dall’alto dalle “élites” e guidato da un accordo franco-tedesco o solo tedesco. Difendere questo modo di fare a prescindere, continuando a nascondere gli errori fatti, forse non aiuta la causa europea. Intanto registriamo che l’Italia è scomparsa e Theresa May non passa da Roma per le consultazioni sull’accordo con l’Unione europea. Il problema, purtroppo, non è nemmeno questo Governo, ma tre decenni di svendite, europeismo ideologico e ostinata difesa dell’attuale assetto burocratico, giustizia inclusa.